Marc tra le due rive

Parigi, 29 giugno 1910

Bella,

stamane ero in coda dal macellaio e ti pensavo. Cosa avrei dato per averti lì e tenerti per la mano. Quando è arrivato il mio turno ho chiuso il tuo pensiero in uno scrigno rosso sangue e sono rimasto fermo ad osservare. Il macellaio mi ha guardato male. Mi ha chiesto più volte: “Signore? Prego? Prego?” La gente dietro di me ha iniziato ad inveire. Ma io ero arrivato al bancone solo per osservare da vicino le bestie. E recitare, con infinito amore, “Tu, piccola mucca, nuda e crocefissa, tu sogni in Paradiso. Il coltello lampeggiante ti ha fatto salire in cielo”.

Mio nonno, pure, era macellaio. Te l’ho mai detto? Da lui mi viene il rispetto per le bestie: ogni uccisione, un rito sacrificale. Oggi, che il mio atelier non è lontano dal mattatoio Vaugirard, verso le due, le tre del mattino e il cielo è blu e sta sorgendo il giorno, laggiù, poco oltre, si sgozza il bestiame. Le vacche muggiscono e io le dipingo. Veglio così per notti intere. La rotonda della Rouche, dov’è il mio alloggio, è a Montparnasse. Ospita molti altri artisti, centinaia, e i loro ateliers. Questo Bateu Lavoir è stato costruito con i resti dei padiglioni dell’ingegner Eiffel, quelli realizzati per l’esposizione universale del 1900, e tutti gli ateliers ruotano attorno al Pavillon des vins, il cui tetto somiglia a un alveare, da cui il nome della Rouche. L’affitta lo scultore Alfred Boucher, per pochi franchi, a artisti squattrinati come me. Qui, nel cuore di Parigi, il centro dell’Europa, riecheggiano tonanti gli avvenimenti di tutto il mondo intorno.

Bella, cara, viviamo un tempo folle. Ieri, soltanto un anno fa, Marconi riceveva il Nobel per l’invenzione di quel telegrafo che è il simbolo della modernità, ma intanto a Roma il Papa impone al clero il giuramento antimodernista! Bisogna prepararsi al peggio. Nell’attesa, io vivo da esiliato. Compongo la mia pittura fatta di stati d’animo, nudo, tutto solo e fino a notte fonda. Finché non tornano ubriachi e chiassosi gli altri artisti della Rouche, e iniziano a lanciare sassi alle mie finestre perché mi unisca a loro. Ma a me non interessa. Sto solo e mi contento. Il lunedì mangio una testa d’aringa, il martedì una coda, e il resto della settimana croste di pane.

Mi chiamano il poeta. Per me però è un termine riduttivo. È vero, come per i poeti la mia è una trasfigurazione del reale. E le metafore che creo le realizzo attingendo a ciò che ho appreso in quel serraglio che racchiude uomini e bestie della tradizione ebraica e russa ma anche delle mie esperienze occidentali. Più di un poeta, però, io cerco di riunire sulla tela la calligrafia e il colore secondo una scansione musicale e così avanzo scandagliando la memoria. A volte, in queste notti insonni, dipingo con le cosce, allucinato e nudo, preda di un’eccitazione delirante. No, non spaventarti adesso. A questa follia do sfogo solo entro le mura triangolari della cella d’api della Rouche.

Un altro dei motivi per quell’appellativo è che frequento soprattutto loro, i poeti. Cendras tra gli altri mi è più vicino, a volte è lui a suggerire i titoli dei miei lavori. Eppure io da loro mi sento tanto attratto quanto distante. Non penso che la tendenza scientifica sia una cosa buona per l’arte. Impressionismo e cubismo mi sono estranei. Un giorno Apollinaire, entrato nel mio studio, si è seduto, ha sospirato, poi mi ha sorriso e ha mormorato “Soprannaturale”. Non sono un artista io, piuttosto sono una vacca. O un’altra bestia. Cosa importa. Sono il cronista di un mondo stupefatto. Trasformo le mie vacche in saltimbanchi, resuscitate dal mattatoio a colpi di pennello.

Quei poeti mi dedicano versi surrealisti e gliene sono grato. Ma più grato sono a te, Bella, che accumuli le mie lettere con pazienza, senza sapere quanto tempo sia ancora da trascorrere divisi.

Ti bacio e mi metto in attesa anch’io di avere tue notizie,

Marc

*** *** ***

Vence, 29 giugno 1951

Marc,

non sentirti in dovere di spiegare, di riempire i vuoti di parole fra di noi. Ho capito di avere tutto quello che mi serve per restare quieta, se non proprio felice. Osservo depositarsi ai tuoi piedi i coriandoli strappati e lanciati in cielo dalla memoria della tua vita. Il tuo bestiario, i tuoi riferimenti, le tue incertezze, io le conosco.

Passeggio nella Rouche delle tue opere, il tuo castello incantato costruito con le celle dei giorni vissuti, con la tua sensualità struggente, con i tuoi strali e le tue metafore del mondo. Quello che io sento che mi unisce a te, una sorpresa a questo punto della vita, affonda le sue radici nel terreno ben più profondo dell’esperienza viva, piuttosto che in quello limaccioso delle parole.

Vorrei saltare in piedi e volare da te, subito. Ma so stare. In ciò che fai resistono così vividi i temi del passato che penso che non potrai mai liberartene del tutto. Come potresti se ti sei fatto Rouche, se ormai coincidi con l’alveare?

Con tutto questo, non posso smettere di baciarti silenziosamente lungo la corda tesa della distanza.

La tua

Vavà

 

Marc Chagall – Parigi tra le due rive

Chagall è un artista che mi è molto caro. Mi basta guardarlo negli occhi in una delle tele nelle quali si ritrae felice con Bella o con Vavà per entrare immediatamente nel suo stesso stato d’animo. Sarò tornata, ora non ricordo bene, due o tre volte in visita alla sua casa di Vitebsk. I curatori di questa abitazione-museo hanno cercato di sopperire alla mancanza di arredi originali mettendo in un angolo un antico samovar, gettando sui pavimenti dei tappeti colorati e appendendo alle pareti molti scatti che ritraggono Marc Chagall in vari momenti della sua lunga vita trascorsa tra Russia, Europa e Stati Uniti. Ma è dalla veduta che si ha della casa dalla strada, veder sfilare quei mattoncini rossi dietro la staccionata, con dietro il giardino di betulle e il cielo grigio, che si pensa che quel luogo esista per un opera di magia. Sembra che sia stato Chagall ad inventare quel panorama, che prima del suo passaggio il mondo intero avesse un’aria più scialba, che non fosse ancora conosciuto il segreto di tutta l’emozione che racchiude.

L’opera di questo poeta (pardon, pittore…) è un catalogo, continuamente rinnovato, di poche e semplici icone di riferimento. Dipinge “Parigi tra le due rive” tra il ’53 e il ’56. In questa composizione onirica ci sono due città, separate dalla Senna. Rive gauche e Rive droite, ma simboleggiano la Russia e la Francia (una riva e l’altra della sua esistenza). Due diverse realtà che Parigi, l’amata Parigi, riunisce in luogo-simbolo di felicità piena. I simboli iconografici, sempre quelli, sono organizzati a partire dal colore blu, come in un fondale acquatico. La coppia (Marc e Vavà) in primo piano si muove al ritmo della musica suonata dai musicisti sullo sfondo, mentre la donna in giallo e la capra verde vegliano sulla loro felicità guardando entrambi in alto verso Parigi, il nuovo amore, la nuova esistenza.

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2 Risposte to “Marc tra le due rive”

  1. melodiestonate Says:

    evviva l’amore…………..ciao Francesca serena giornata

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