Palloncini

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La nave viaggiava, no che non lo sapevo prima.

Prima della nave ci fu da fare i conti con la paura del buio. I sogni si accesero di un azzurro spettrale, una minuscola ogiva iniziò ad accompagnare dal basso quei risvegli che non si può fare a meno di ignorare. Bisogna camminare, a volte, fino a che il sonno torna come un’esigenza. La traccia azzurrina precede i passi e distende lunghe ombre a farci strada. A volte non ci si vorrebbe alzare, si accetterebbe un riposo così, anche assalito da torme di risvegli inquieti.

Ma quando ci si rende conto di essere ben desti, è quasi certa la voglia di far la pipì.

I conti andavano fatti anche con certe paure irrazionali. Di notte, dicono, puoi trovare nello specchio il morto che ti sta alle spalle. Che pensata ho fatto a volere a tutti i costi uno specchio piazzato nel punto più stretto del passaggio. Mi guardo però, eh. Dico io, questa è casa mia. Tutt’al più strillerò. Tutt’al più gli darò una gomitata. Allo spettro. Io mi guardo, sì, e, meno male, sono sempre da sola.

Entro in bagno, mi siedo e mi libero con un sollievo speciale.

Ma i conti con la nave, quelli non li avevo fatti mai, fino a quella notte. Chissà quant’era che già viaggiava nel buio quando comparve alle mie spalle, ombra nera, impressione alla coda del mio occhio, ingombro quasi-corpo, quasi-respiro, quasi-persona vera.

Ma come, io nello specchio sono sempre stata sola. Ho avuto un dubbio e mi sono arrestata. Lei no. mi ha toccato la spalla, gentile. Appunto, quasi-umana. Ho soffocato un urlo voltandomi: c’era, è vero, ma ondeggiava a mezz’aria con un aspetto innocuo. Il palloncino comprato ai giardinetti che stava perdendo elio e si abbassava, e se ne andava girando appresso a masse più corpulente di lei. Un’attrazione cieca, naturale e fisica, come insegnava Newton.

Alla deriva come un popolo di confine in cerca del protettore meno sconveniente, come nave seguiva proprio le rotte di questi tempi. Io non potevo offrire che qualche passeggiata nel cuore della notte e, d’altro canto, lei era solo una sagoma che si andava sgonfiando a poco a poco.

A me i palloncini non servono, ma ormai, passata ogni paura, del buio, di ciò che appare riflesso nello specchio, di ritrovarsi uno sconosciuto in casa, è rimasta questa stramba gioia di vederli ondeggiare senza motivo al mio passaggio. Poter afferrare il filo e portarli a zonzo senza meta. Vederli perdere quota giorno per giorno. Accompagnarli con dolcezza a terra. Piegarli bene e riporli in un cassetto a riposare.

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9 Risposte to “Palloncini”

  1. scrittorucolo Says:

    Bella questa barca-palloncino, gentile-quasi-umana come un sogno e che come un sogno segue un percorso ondeggiante e perde quota giorno per giorno, finendo per riposare a mo’ di “sogno nel cassetto”. Poi mi è piaciuto il modo in cui descrivi, con leggerezza onirica, le paure e i risvegli dell’io narrante, senza tuttavia rinunciare a quel tocco di ironia che, si sa, ci restituisce davvero un sollievo speciale.

  2. Nicola Losito Says:

    Trovo una piacevole aria di ottimismo nel finale di questo breve brano che sembrava partito per un diverso viaggio…
    Nicola

  3. guido mura Says:

    Mai usare la coda dell’occhio: si rischia di vedere cose spaventose. Decisamente meglio un occhio senza coda. Ma soprattutto mai comprare palloncini. Non si sa mai cosa possano diventare.

  4. guido mura Says:

    Resta una vera nave, che ti permette di comprare anche tanti palloncini, dopo. Quelli come me invece si trovano con una flotta di palloncini bucati, o col ricordo di tanti palloncini volati via nel vento.

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