Archivio per la categoria ‘Tutte storie!’

82.2

23 aprile 2014

[UNO - Leggi dall'inizio]

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Diario
Martedì 22 aprile
6.45       Sveglia troppo precoce di Ottantadue, rimasto solo per più di un’ora col telecomando in mano nel tinello, dietro mia promessa di portarlo a fare colazione al bar se mi avesse lasciata dormire ancora un po’ in pace.
8.52       Colazione: Per me caffè e sfogliatella riccia con ricotta freschissima, Ottantadue invece ha intinto baffi e pizzo nel latte macchiato, seguito da una ciambella fritta e poi da un’aragostina, ma questa è tornata a me dopo il primo morso. Lo sapevo: a Ottantadue non piace nessun tipo di crema.
9.38       Spesa fatta al primo market incontrato, che esponeva manifestini con su scritto “Svendita per rinnovo locali”. In effetti i locali erano più che fatiscenti e sugli espositori abbiamo trovato a fatica la metà di quello che era scritto nella lista. Ottantadue si è quasi ribaltato, perdendo l’equilibrio sulla discesa in cemento fuori dalla porta di ingresso/uscita mentre riportava indietro il carrello. La ragazza che ci aveva tenuti d’occhio severamente dalla cassa per tutta la durata della spesa, a quel punto mi ha sorriso con un’aria di mesta comprensione sulla quale mi sto ancora interrogando.
10.02     Deviazione dalla spiaggia dove ci stavamo dirigendo per una visita, voluta da Ottantadue, al cimitero locale, dove non abbiamo morti.
10.38     Sosta in spiaggia, dove ho praticamente perso conoscenza sotto il sole. In seguito ho scoperto di essermi scottata fronte e guance. A Ottantadue sono spuntate solo lentiggini.
12.45     Pranzo: Insalata ricca senza mozzarella, e acqua, per me; spaghetti al pomodoro, panino al prosciutto e formaggio, patate fritte tuffate nelle bustine di ketchup e maionese, e Coca-Cola per Ottantadue, che ha lasciato la metà degli spaghetti e tutto il panino ad eccezione del ripieno, mentre io ho lasciato una mancia adeguata come risarcimento per chi avrebbe dovuto ripulire la scena del crimine. Quando ci siamo alzati da tavola ci siamo diretti verso un altro locale dove abbiamo preso due gelati artigianali e due caffè. Anche lì commessi altri crimini simili al precedente, ma meno significativi e non passibili di punizione alcuna.
14.35    Passeggiata sul molo.
15.30    Seconda spesa presso l’Ipermercato del paese. Ottantadue mi ha convinto a prendere il necessario per un barbecue nonostante le previsioni di stasera diano pioggia certa alle 21.00 in punto.
16.45    Riposo in appartamento. Ottantadue ha giocato per due ore ai videogiochi sul tablet. Io avrei potuto dormire, invece ne ho approfittato per iniziare a scrivere il diario della giornata.
19.00     Preparazione della brace.
19.30     Cena: salsicce, costolette di agnello, contorno di pomodorini conditi, vino rosso, pere.
21.00     Pioggia sulla brace, già in via di spegnimento.
 

Quando aveva cinque anni, la madre siculo-normanna di Ottantadue, a seguito di un litigio col marito, era uscita di casa dopo il tramonto sbattendo la porta. Il padre quindi, senza nessun motivo logico, decise che proprio quello era il momento adatto per accorciare la siepe che circondava il giardino della villetta. Fino ad allora era stato un uomo tutto d’un pezzo, ma quella sera, complice il buio e l’estremo nervosismo, la sega elettrica sfuggì dal suo controllo e lo lasciò in terra, piuttosto smembrato e vittima di un’emorragia mortale. Federico fu il primo a trovarlo, venendo a reclamare la cena.

Questo fatto me lo raccontò Jole poco tempo fa, e forse costituisce una concausa di certe visioni fantasmatiche che popolano le notti di nostro fratello. La sua è un’attrazione mista a repulsione, oggi ha preso il sopravvento la prima delle due, incontenibile. Avevo proposto: Andiamo in spiaggia? Ma, appena siamo giunti in vista della strada, mi ha preso per mano e costretta ad attraversare in curva, fortuna che macchine ne passano di rado in questi giorni, portandoci per oltre un’ora a farci risucchiare nell’universo dei non-vivi.

Sembrava che non fosse mai entrato in un cimitero. Era pieno giorno e ci separava dal mare solo un muretto che Ottantadue poteva superare con lo sguardo sollevandosi appena sulle punte dei piedi. Ha voluto sostare tomba per tomba, leggendo tutte le lapidi e trovandone perfino di una donna ultracentenaria. Centouno anni, per la precisione, eternata in un’espressione di suprema strafottenza.

Proprio non c’era campo, Santo o meno, per il mio telefono. Ma era ovvio, la maggior parte dei defunti risultavano nati molto prima della rivoluzione digitale, non avrebbero saputo che farsene. Io stessa non ho risentito dell’inconveniente. Oggi è un giorno feriale e, dalla prima mattina, non ho smesso di ricevere email di lavoro, senza aprirne alcuna. Sono bastati pochi giorni di distacco totale, e in particolare gli ultimi due, nei quali (grazie al mio compagno di viaggio) il tasso di surrealismo ha toccato livelli altissimi, per prendere coscienza di tutta la stanchezza e delle scorie inutili che mi zavorrano la vita quotidiana.

Finalmente sono riuscita a trascinare Ottantadue in spiaggia, una spiaggia sassosa, non curata, coperta da un cielo torbido, ma circondata da un panorama stupefacente: decine di cime che si innalzavano da una nebbiolina rasente all’acqua, e ognuna colorata di un azzurro differente. Leonardo ne sarebbe rimasto folgorato. Ho osservato mio fratello prendere l’espressione beata di quando era ragazzino, ha iniziato a raccogliere sassi, se ne è riempito le braccia e poi è venuto a sporgersi su di me, sdraiata e in stato di semincoscienza per il sonno e il calore, chiedendo: Questi dove li metto? Mi vai a prendere una busta?

Gli fatto gesti con le mani per fargli capire di scansarsi, se non voleva restare orfano anche di una sorella, gli ho detto: Mettili qui, indicando un qualsiasi posto, già pieno di sassi simili a quelli che aveva raccolto, alla sinistra di dove mi ero sdraiata. Ero già pronta a schivare una pioggia di schegge aguzze, ma lui si è accovacciato e, piano piano, li ha deposti uno sull’altro, in silenzio.

Quando ha finito mi ha chiesto se potessi far loro la guardia e, senza aspettare che rispondessi (non ne avevo alcuna intenzione, ero tornata subito a occhi chiusi a farmi cullare dal suono della risacca), ha raggiunto la riva. Dopo poco ho sentito il rumore di un calcio dato a un pallone di cuoio. Ce n’era uno, l’ho visto aprendo un occhio solo, sbiancato e mezzo sgonfio, che adesso navigava parallelo alla costa, e mio fratello, concentratissimo, lo tartassava con un’incessante sassaiola dalla terraferma.

Pluf. Pluf. Pluf. Pluf.

Mi sono addormentata.

Mi ha risvegliato Ottantadue, stava agitando un osso sopra il mio naso. Un osso sano, sembrava una clavicola, forse di maiale, chissà. Io non me ne intendo. Abbiamo convenuto di dargli degna sepoltura, sotto una montagnola formata da tutti i sassi che avevo custodito fino a quel momento, sormontati da una croce composta da due piccole canne fissate una all’altra per tramite di una foglia rubata allo stesso canneto. Al termine dell’operazione eravamo entrambi molto soddisfatti.

- Che ne pensi? Sarà scappato dal cimitero?

Mi ha chiesto a bruciapelo Ottantadue, tornando verso il residence e, inevitabilmente, ripassando davanti alla cancellata dell’Eterno Riposo.

- Può darsi, – gli ho risposto.

- Allora fermati. – E mi ha strattonata per la manica cercando di farmi deviare dal percorso, – Dobbiamo avvertire il Direttore! Poi andiamo via subito.- Quindi ha aggiunto, con tono supplice: – Ti prego.

- Mica esiste il Direttore di un Cimitero. Non credo, per lo meno. Quello che abbiamo visto prima uscendo era il guardiano.

- Oh. Allora è meglio se non diciamo niente. Poveretto, pensa se perdesse il lavoro per colpa di quell’ossicino sfuggito al suo controllo.

La sua espressione era così preoccupata, le sue guance, già deformi per l’alcol e le medicine, ora convergevano verso una bocca estrusa e tanto stretta da diventare gialla. Trattenni una risata, e commentai:

- Hai ragione, meglio non dire nulla.

Stavo per riprendere a camminare, precedendolo, quando Ottantadue mi ha aggirata, si è sporto con testa e busto e ha appuntato i suoi occhi grigio-verdi sopra i miei. Sorrideva.

- Ma guarda che stavo scherzando – ha detto. Si è ficcato le mani in tasca, mi sorpassata saltellando e ha attraversato la strada dell’andata in senso inverso, sempre sulla stessa curva e sempre senza guardare se arrivasse qualche macchina.

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[Continua]

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82

22 aprile 2014

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Per le vacanze di Pasqua avevo proposto a Jole di occuparmi io di Federico, il nostro fratellastro. Era un segnale per invitarla a organizzarsi una vacanza, che Jole ha colto senza riconoscere i miei meriti. Comunque in questo momento si trova in crociera sul Don con il marito.

Lei è il tipo di donna che nemmeno prova a curarsi anche di sé stessa mentre assolve gli impegni che si è presa. È un dato di fatto che Federico, o Ottantadue, chiamatelo come volete voi, per una precisina come lei, costituisca un serio impegno più che un fratello (o fratellastro, sempre come volete voi). Così come è un fatto certo che occuparsene sia stata una scelta di Jole, io non avevo niente in contrario a tirarmelo dentro casa quando nostro padre, sei anni fa, si è risposato con quella gelosissima trans brasiliana, in fondo Ottantadue è innocuo e passa la maggior parte delle sue giornate dormendo.

Sono passata a prenderlo ieri, il giorno di Pasquetta, poco prima di cena. Ormai era solo in casa da quasi ventiquattr’ore, se avessi aspettato ancora un po’ avrei rischiato di dovermelo caricare in macchina a spalla, ma non mi sarebbe convenuto: tra noi corre una differenza di circa trenta centimetri di altezza e di una settantina di chili di peso. Sono stata fortunata, non soltanto era sveglio, ma anche di buon umore. Ridendo e scherzando, siamo arrivati a Grottini con una sola tirata di quattro ore. Ho parcheggiato di fronte all’ingresso del appartamento che affitto di solito quando c’è da portarsi dietro mio fratello, nel residence più collaudato della Penisola, vicino a una cerchia di amici di vecchia data su cui poter contare in caso di necessità. Ottantadue mi ha aiutato portando per le scale i bagagli di entrambi, poi si è seduto a osservarmi andare e venire tra la cucina-tinello e le due camere da letto e, al mio segnale, è stramazzato faccia avanti sul letto che gli avevo assegnato, completamente vestito.

Con mio fratello ho condiviso lo stesso tetto sì e no un anno e mezzo, durante l’adolescenza. Mia mamma (nonché mamma di Jole) iniziava allora ad avere le prime avvisaglie della malattia che se la sarebbe portata via. Federico, che chiamavamo ancora così, da noi era soltanto in transito prima del trasferimento definitivo a Catania, durante la concitata separazione tra mio padre, il genitore acquisito una decina di anni prima, e sua madre, una siculo-normanna che in seguito se l’è tirato su da sola.

Nei miei ricordi era un ragazzone solare, curioso e fiducioso verso il prossimo. Dopo essercelo conteso tutto il giorno, Io e Jole la sera, sdraiate sui nostri letti gemelli, non ci nascondevamo a vicenda di fantasticare su quel cucciolo biondo e dinoccolato, poco più grande di noi, che ci girava impunemente per casa e che dovevamo considerare come un fratello. Gli affibbiammo quel soprannome, Ottantadue, l’anno in cui lo perdemmo di vista, convinte che sarebbe stato per sempre. In seguito cercammo in ogni modo di mantenerci in contatto ma nostro padre fu assai reticente e ci rese la cosa impossibile. Per più di vent’anni, però, restò formalmente sposato con la sua seconda moglie e, alla morte di lei, dovette riprendersi in carico un Federico molto cambiato.

Superato lo choc iniziale, tutti ci abituammo presto alla novità. Come ho già detto, Ottantadue sostanzialmente mangia e dorme. Sogna, tantissimo, e a volte vive i suoi sogni in diretta. Te lo ritrovi attorno che riprende discorsi mai affrontati se non dentro la sua testa, ripiena di nozioni affastellate e di fascinazioni imprevedibili per fatti, persone, oggetti, che studia per giorni senza che nessuno venga mai a saperlo. Appena passa di poco il limite del consentito, basta un richiamo, seguito da un sorriso, e lui ritorna sui suoi passi come se niente fosse.

Forse non saprò mai su cosa è inciampato nel cammino, ma ormai Ottantadue è la persona che è, e mi è impossibile non volergli un gran bene.

Le persone importanti entrano ed escono dalla vita senza dare mai un grosso preavviso. Per questo voglio tenere traccia delle prossime giornate, che non avrebbero alcun significato se non glielo attribuissi io stessa. Come se fosse un gioco, con regole ferree ma non scritte, di quelli nei quali credono i bambini: osservarsi vivere nel momento stesso in cui si stia vivendo. Per vedere un senso anche lì dove, realisticamente, senso non ce n’è alcuno.

[DUE]

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