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Respirazione circolare

15 giugno 2014

 

Se rido, quello è il mondo reale. Altrimenti capita che mi ritrovi in compagnia di soggetti la realtà dei quali non mi convince a fondo. Non ridono, loro, e passano accanto a me tornando e ritornando, come un racconto circolare.

(Nella realtà i racconti circolari non esistono. La realtà esclude ogni disegno del destino. Avanza in piano, senza tornare indietro, in una quasi-assenza di ogni attrito o di binari inchiodati a terra.

E la realtà non ha necessità di una stazione. Segue leggi banali, che sono sempre le solite.

La gente non ama sentirsi rinfacciare la sua banalità. Come sarà riuscito il Nobel alla Munro, che ha scritto sempre e solamente cose in piano?

Invece i mondi dove c’è un tempo che si ripiega su sé stesso devono essere luoghi in cui si crede di star svegli ma si dorme, che ne so.)

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C’era un ragazzo con me nell’auto al mattino, Kav. Uno che pratica la scrittura, per questo quando ci avevano presentati degli amici avevo accettato senza tante domande la sua offerta di un passaggio in macchina.

Guardavo l’alba lasciare il posto al giorno, pronta a farmi schiacciare sul sedile dall’accelerazione. Stava lì lì per scattare il verde, l’autoradio pigolava a volume bassissimo, Kav stava dicendo cose che avrebbero potuto uscire benissimo dalla mia bocca.

- Non so più scrivere, non ne trovo più il senso. Mi manca il contenuto, manca il destinatario. Quello che però brucia, è il suo bisogno. Ma sai che a questo punto ogni scusa è buona per non scrivere? Dopo un po’ entro come in apnea, forse riesco anche a diventare blu prima di realizzare che devo prendere almeno una penna in mano, concentrarmi e tracciare un segno di senso compiuto (tanto mi basta per riacquistare il colorito), e poi non vado oltre.

Il suo gomito era appoggiato al finestrino aperto, sputò teatralmente il fumo della sua sigaretta e io, che non fumo più, scoprii di essere in uno di quei giorni in cui avrei potuto cedere all’offerta che non ricevetti.

Lo comprendevo, e lo stavo seguendo, ma da una certa distanza. Accettai con sollievo che un gabbiano, all’improvviso, sbucasse al di là della recinzione del cantiere aperto sulla sponda del lago, proprio a un passo dal semaforo. Lo seguii nel mezzo giro che lo riportò subito fuori dalla mia vista e lasciò la porta aperta alle associazioni mentali.

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Un giorno, messo davanti a delle frasi simili che ti avevo gettato in faccia come rinfacciandotele, avevi risposto che non importava, che quando avrei avuto qualcosa da dire l’avrei fatto e amen. Ci ero rimasta male. Mi mancava il dialogo, me lo avevi sfilato da sotto come un tappeto, e adesso stavi facendo l’indifferente. Ognuno per sé. D’accordo, in fondo non avevamo mai stretto nemmeno l’ombra di un patto.

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- E io non so più vivere-, sputai fuori, invece del fumo di una inesistente sigaretta, spezzando l’attesa del segnale della ripartenza –, ma devo. In questo caso basta lasciar fare al respiro. Non è inelegante, non disturba, non è commentabile, il respiro. Nessuno può dirne male, a meno che non sia rumoroso. O, a meno che dal respiro vengano emanati, a volte succede, odori fuori luogo. Ma il respiro è libero. Non ha bisogno di un destinatario che lo riconosca, che lo faccia suo, che gli attribuisca un senso che non ha all’origine.

Sarebbe stato meglio lasciar cadere la conversazione, neanche sapevo bene cosa avevo detto (sarebbe stato troppo ripetergli le tue parole che, in fondo, non mi hanno mai convinto). Ma Kav non ci fece caso.

- Beh, al respiro non servono giustificazioni, tutti invece mi chiedono: perché scrivi? E me lo chiedono continuamente, perfino adesso che non scrivo più.

Ci avevano affiancati una moto di grossa cilindrata a destra e un SUV a sinistra. Un lavavetri stava bussando al mio finestrino. Cercai al di sopra dell’area di cantiere, ma non trovai più nulla da osservare. Così fissai il cruscotto impolverato e con un certo sforzo ripresi:

- Dovresti fare della scrittura qualcosa di simile al respiro, un punto di partenza e di ritorno. Riconoscerne l’essenzialità senza venirne logorato. Imparare a placarla, a darle il ritmo giusto per ogni occasione. Una scrittura esatta, bastevole alla sopravvivenza, e quando il bisogno ne richiede in eccesso, non farti sopraffare, mostrale chi è più forte: fai sì che la scrittura porti ossigeno e forza, e non ne tolga, ai contenuti.

Kav ignorò anche lui auto moto e lavavetri.

- Io scrivo soltanto cose senza contenuti.

- Ti va decisamente bene, io negli ultimi tempi ci vivo, senza contenuti.

Sollevai gli occhi dalla plastica grigia per provare a guardare l’altro in faccia. Avevo detto qualcosa di più grande di me, avevo appena commesso ciò che gli proponevo di non fare. Come sarei stata giudicata?

Era giovanissimo, chissà perché fino a quel momento lo avevo considerato quasi un mio coetaneo.

- Scusami, ho appena realizzato che nemmeno ci conosciamo, ma ce l’hai la patente?

Mi rispose con un accenno di risata e mi guardò a sua volta, ma con uno sguardo serio che mi allarmò. Puntai inutilmente i piedi e gli gridai nell’orecchio:

- Ferma subito l’auto!

- Un momento e lo faccio, appena scatta il verde. Voglio tentare un racconto circolare.

Mi resi conto della trappola in cui ero caduta, ma era troppo tardi.

Al verde ci sfrecciò accanto un vento colorato, e il condensato di tutti i miei pensieri fu solamente:

“Le Fiat ormai le fanno solo in queste imbarazzanti tonalità pastello”.

Il rombo della moto lo cancellò frantumandolo in polvere di gessetto che iniziò a depositarsi su di noi in caduta libera.

Ci intonacò, anticò, ci rese in apparenza come statue.

Quando smise di scendere, alle nostre spalle un coro di clacson si stava cristallizzando in alte spire che si rincorsero veloci fino al cielo intrecciandosi tra loro. I cambi espettorarono ingenti marce grasse come tossi mal curate, grattati dai tendini nervosi e duri di mani spazientite. E fu il turno dei nulla pronunciati a perdersi lontano. Nemmeno ci raggiunsero: chiusa in quell’universo sferico, dimenticai che l’auto era rimasta lì, ferma al semaforo.

Dopo di che, dei tre colori alternati non mi importò più nulla.

Facevo altro, e intanto pensavo anche che.

..

Dopo di te passò del tempo inutile.

Ti ripetevo di tenere in conto ciò che dicevi, ma non era vero niente. Scrivevo di ogni cosa, in ogni occasione, contro ogni buon senso. Fingevo di non equivocare sia il tuo che il mio sproloquio, e intanto non vedevo le due rive allontanarsi sempre più l’una dall’altra.

Adesso posso contare altre persone che, oltre a te, hanno cercato di darmi consigli in buona fede. Non ne ho ascoltata una, è vero, ma ciascuna ha sommato il proprio segno con le altre. “Vivi e sii forte. Scrivi se te la senti”. In fondo, cosa sto predicando io stessa a un ragazzino ancora al principio del percorso?

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Qualcosa accadde dunque tra me e Kav, e fu la messa in sincronia dei respiri.

A sera fatta eravamo ancora lì fermi e seduti. Il sole tramontava e dietro ciascun finestrino faceva a turno il pubblico pagante. Il Sindaco in persona gestiva dal semaforo la biglietteria.

Ero perfettamente tranquilla, controllavo i loro movimenti senza perdere la concentrazione su quei lineamenti morbidi, quasi un invito. Ma troppa vita doveva ancora segnarlo, non lo avrei fatto io, se non per mezzo della mia metafora.

- I maori, io li ho conosciuti, tu gli somigli un po’, in questo momento… Non toccarti la faccia, resta così. Ti voglio fotografare.

- Tu li hai conosciuti, e com’erano?

- Ti dirò… spettinati, sporchi in modo tremendo e aggiungo pure che puzzavano un casino. Ma tu – gli sorrisi ma distolsi per un secondo lo sguardo, aprendo l’applicazione- Tu profumi di gesso e di matita. Sei ancora simile a un concetto astratto, a un’immagine pura, costruita a tavolino, a un Escher, o a una foto perfetta scattata in bianco e nero.

 

 

Avevo trascorso la giornata tracciando con il kajal nero sul suo viso bianco un singolo racconto circolare, dal centro delle sopracciglia una spirale si faceva strada verso l’arco che unisce, tramite il mento, un lobo assieme all’altro. La congiunzione del respiro rese possibile che non restasse impressa alcuna sbavatura.

Kav pareva soddisfatto. Aveva raggiunto un’astrazione totale di sé dal corpo, concentrando sugli occhi tutta la sua sensibilità superficiale.

Premetti col dito sull’immagine del pulsante di scatto, fu esploso un breve click artificiale, l’immagine andò subito in rete.

Calò così la notte e restò solo un respiro, ma non poteva essere visto né udito. Tutti ci abbandonarono, tornarono alle loro case, e la zona rimase transennata fino a nuovo ordine.

Mentre frotte di disparate specie d’uccelli notturni vennero a colonizzare il semaforo lampeggiante in arancione, ci addormentammo insieme, fronte su fronte. Le schiene si inarcarono concordi per ore a intervalli regolari, finché nel sonno emisi una risata di gola.

Fu a causa di una battuta veramente idiota sentita pronunciare da te qualche giorno prima.

Lui rimase immobile nel sonno, ma io ero sveglissima, e non attesi l’alba per fargli portare avanti il suo racconto circolare.

Questa era ritornata la mia storia.

Spalancai la portiera e mi precipitai a scrivere una cosa che mi bruciava di dire ormai da troppo tempo.

 

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Anemone

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Apri il ventaglio nel tuo Libero Stato.

Non di azzuffate, né di morte stagioni

né di ragazze eclettiche, né degli amici andati

potrai più ridere, mentre sfarina il tempo.

Quello che resta

quel che a ciascuno resta

quel che nelle tue intenzioni

ripartirà in eterno, ho colto

nel folto delle tue tempie azzurre

presa dal sogno

del gioco degli errori

in cui tu muori giovane e risorgi

sempre più stanco

dopo ciascuna mano.

Apri il ventaglio,

forza la porta chiusa.

Spiana le rughe agli angoli,

tendi le linee fini ora tutte spezzate.

Lascia che siano il fiore anemone di un sorriso

spasmo di un giorno bianco, buono da ricordare.

82.5

26 aprile 2014

[QUATTRO - Leggi dall'inizio]

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Diario
Venerdì 25 aprile
6.25       Nel dormiveglia sento chiudere la porta dell’appartamento.
8.00       Ottantadue rientra, si siede e posa un mazzo di fiori di campo sul tavolo in tinello, dove gli ho fatto trovare una colazione casalinga: the, biscotti, pane, marmellata. Mi chiede di tornare a casa, dice che qui non si trova più bene, che ormai è cambiato tutto. Non approfondisco, gli dico solo che sono d’accordo, per motivi diversi dai suoi avverto anche io la stessa sensazione.
10.00     Saldiamo il conto e telefoniamo agli amici: ci scusiamo tanto ma non possiamo trattenerci.
10.30     In macchina Ottantadue si addormenta quasi subito e non si sveglia più fino alla meta. Accesa un po’ di musica, io guido senza fretta e senza interruzioni. Starò con mio fratello finché non torna Jole.

 

Abbiamo caricato i bagagli in macchina e ci siamo messi in moto. Unica breve sosta all’inizio del viaggio, per comprare panini e bibite da consumare in cammino. Ottantadue mi ha aspettata a motore acceso, appena sono scesa mi ha colpita un’ondata di calore radioattivo, i dintorni avevano assunto una colorazione ultravioletta, grazie alla quale gli abiti dei villeggianti e quelli dei residenti erano tornati a somigliarsi molto. Le rane si erano accomodate sullo sfondo, mentre davanti stavano accampati il bom-bom-bom di un basso da discoteca pompato da non lontano, le strilla di bambini e genitori isterici, abbai di cani e rombi di motociclette. Mi girava la testa, sono tornata il prima possibile alla guida.

Grottini, 25 aprile 2014

 

Vincenzo,

quante volte ti ho già chiesto di insistere col Direttore di questo posto, o chi per lui, per fare in modo di allacciare il cimitero alla fibra ottica? Ce l’ha tutto il paese, non dire fesserie, ti sento quando mugoli lassù le tue ridicole scuse: “Non esiste un Direttore, non esiste un Direttore…” La verità è che sei vergognosamente pigro, tu sei una nullità, Vincenzo, come tutti quelli della tua generazione. Non inventarti niente questa volta, o lo so io che Santi faccio scendere dal Cielo! Quant’è vero Iddio ti faccio di nuovo venire a tirare le orecchie nel cuore della notte e stavolta non te la caverai con un paio di visite dallo strizzacervelli. Ti ho detto e ripetuto che non riesco ad allacciarmi al wifi del residence che abbiamo qua davanti, è inutile che ogni volta che passi mi ridai la password, perché, te lo ripeto, non funziona. Non funziona da agosto, o te lo sei scordato? Ormai è quasi un anno e nessuno ha fatto niente per ripararlo, e poi non vedo perché dovrei agganciarmi alle reti altrui come un pirata. Sono arrivata alla mia bella età a tirare le cuoia perché mi sono sempre comportata onestamente. Pagando il giusto, ma pagando sempre, per ciò che mi serviva. Dicendo pane al pane e vino al vino. E seminando calci in culo quando necessario, caro mio! Tuo padre lì in Germania dovrebbe scendere più spesso a darti una raddrizzata, dall’alto dei suoi sessant’anni di lavoro duro. Tu hai preso da quella pappamolla di tua madre, mi sembra chiaro. Ma me lo devi, idiota. O credi che te ne stai a sbafo nel tuo bel paesello per grazia ricevuta? Tu, questa eredità, in qualche modo me la devi ripagare, Vincenzino mio. Quindi: grazie per la passata di straccio e per aver dato una rastrellata al ghiaietto. Ma cerca di risolvere in fretta, non posso vivere così isolata, qui è un mortorio, te lo garantisco. E poi, ultimamente si è fissato con me uno squilibrato, uno dell’età tua. Un gerontofilo, mi pare. Mi porta fiori che sanno di gas di scarico e piscio di gatto, e canta strane canzoni stonatissime, come se non potessi sentirlo. Ma che vuole? Mi sembra di impazzire. Oggi ho dovuto assestare un gran colpo dal basso, per impedirgli di riempirmi nuovamente il vaso di schifezze. Di energie ne ho ancora parecchie, capisci bene. E io da qui, se voglio, ti scateno un casino che neanche te lo riesci a immaginare. Vedi cosa puoi fare, quindi, e fallo presto.

La tua scocciatissima

nonna Alfonsina.
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