Archivio per la categoria ‘Tutte storie!’

Del moto (e) dei corpi

16 giugno 2013

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Biker on the beach

Biker on the beach

No, sabato sera non posso. Dopo una giornata così non tirerò giù un post pesante, col rischio che si rompa in testa a me e a voi, uno, due, massimo tre lettori senza amici coi quali uscire di casa. Avete fatto bene a farvi vivi. fatevi più vicini, che è stato un giorno caldo e  adesso i corpi provano i brividi freddi di ritorno.

Accendiamo ‘sto falò, che devo fare outing.

Oggi è stato giorno di Gaypride e pure di Harley Davidson.

O meglio, la prima manifestazione appare come un bagno di corpi in gioioso movimento, in genere del tutto sopportabile, e, per mia esperienza, anche molto piacevole. Passata la data poi, puf. Tutti dimenticano che gli omosessuali sono tra noi ogni giorno, e bollano la questione come carnevalata. Marino avrà pensato: loro, che sono tolleranti, capiranno se mi defilo dall’affrontare un tema scottante proprio subito dopo l’elezione. Tranquillo, ‘Gna, se ne faranno una ragione ma oggi, abbi pazienza, dovevano proprio dirtene quattro, forti pure della diceria sui gusti sessuali di Galileo, che li accomuna non tanto nell’interesse sul moto dei corpi in senso lato, quanto nel perseguimento imperterrito della verità e della giustizia. Tu vai per la tua strada, che presto o tardi vi rincontrerete.

Fosse ancora in vita però, credo che lo scienziato oggi avrebbe trovato più allettante farsi un giretto a Ostia. Dove si svolgono fatti misteriosi che meriterebbero approfondimenti attraverso una rigorosa applicazione del metodo scientifico.

Galileo Galilei sulla sua Harley

Galileo Galilei sulla sua Harley

Parlo della seconda invasione pacifica di Roma, che dura non uno ma ben tre giorni, da venerdì a domenica, e porta con sé un effetto sonoro alla lunga perturbante. È il particolare rombo delle Harley, quel vocione dal timbro basso che ti sconvolge le budella, moltiplicato per tutte le moto accorse a Roma da ogni Paese vicino o lontano, moltiplicato ancora per settantadue ore, e diffuso per ogni via asfaltata, in particolare per quelle di Ostia.

Bikers on the road

Bikers on the road

È vero, sono in un periodo di blanda fissazione per la fantascienza, ma mi piacerebbe poter capire perché se tu ti trovi qui, fermo nel punto X dello spazio/tempo della tua esistenza, al passaggio di una Harley, il moto di risonanza degli organi interni al portentoso stantuffare dei cilindri si fa peristaltico al punto da spostarti nel tuo corpo astrale. E farti percepire il mondo attraverso lo sguardo glaciale del motociclista, trasbordarti in sella con lui, addirittura appropriarti della sua visione panoramica che si posa per un frammento di secondo anche su di te osservatore, facendoti sentire, di rimando, quando l’harleysta è ormai scomparso all’orizzonte, un qualunque indistinto segno scenografico di sfondo.

E qui lo devo fare, l’outing. A me piace questa cosa, le budella che rombano, l’immedesimazione e tutto il resto. Io sono empatica, perfino coi ricchi –che piangano o meno-, e sono un po’ coatta.

Coatta

Coatta che si autoscatta

Tanto per dire, venerdì mattina (non scrivo ieri perché ho scavallato la mezzanotte e ormai è domenica), solita uscita al bar con le amiche-colleghe, Lola e Stella, quest’ultima bellissima, nonché ex di lungo corso di un harleysta.  Chiaro che del raduno si sia parlato, e scontato che Stella abbia sbuffato sulla presunta fascinosità del centauro possessore di una Harley Davidson. Lei è una principessa, e io e Lola due ranocchie. Così, quando ho posato gli occhi sul bel signore brizzolato, abbronzato e corpulento, che appoggiava sul bancone due avambracci sui quali le maniche risvoltate della camicia di ottima fattura rivelavano, poco più in alto di un orologio di marchissima, una selva di tatuaggi colorati, mi sono lanciata:

- Scusi, posso farle una domanda?

- Dica.

- Per caso lei ha una Harley?

- Più di una -, mi ha risposto riportando velocemente lo sguardo e la concentrazione sul cucchiaino che girava nel caffè.

Ecco. La mia natura è questa. Io ho dato il cinque a Lola e Stella ha fatto finta di non conoscerci.

Al mare oggi l’acqua era calma calma, e le onde se ne stavano in silenzio, potevo entrare e uscire a rinfrescarmi che solo i miei tuffi risuonavano intorno, tanto più che i romani se ne sono stati a casa, temendo il traffico da Harley più del dovuto.

Loro, i motocilisti, hanno percorso il lungomare e ogni interstizio carrabile senza interruzione, ma anche senza dare alcun intralcio, e il fragore dei loro sciami di passaggio, ritmato dalla tempistica dei semafori lontani, dopo un po’ suonava come l’abituale sciabordio dell’acqua.

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Jamiroquai – Blue Skies

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Défaillances

13 giugno 2013

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marc_chagall_tour_eiffel

Le défaillances in questione non riguardano il sesso, e quindi la Tour Eiffel vista da Marc Chagall non è qui a richiamare problematiche più degne di uno spot.

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Dovrei andarci cauta.

Esco da un periodo in cui non ho fatto altro che inanellare figuracce, ero troppo distratta. Ma, a mia discolpa, invoco i testimoni di un’annata bastarda. Sono una creatura fragile, risento degli sbalzi di clima. A me serve stabilità.  Saprà darmela almeno l’alta pressione?

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La giornata si apre, letteralmente, su uno spettacolare cielo spazzato da invisibili correnti calde e benefiche. In borsa ho un libro bellissimo, non dico quale finché non sarà l’ora. Spingo i pedali e mi allontano. Ho rispolverato la maestria di un tempo nel fare i saliscendi dai marciapiedi, e piegarmi in curva, in lieve derapata. Adesso che ho gomiti e ginocchia esposte, mi eccita anche provare il brivido del rischio, non tanto remoto, di sbucciarmele.

Gioisco delle camere d’aria belle gonfie, del battistrada ruvido che morde l’asfalto, dello scrocchio metallico del cambio, che solletico in base alla pendenza del terreno.

I giorni freddi e piovosi sono alle spalle, hanno lasciato tanto verde qui. Gli alberi. Hanno le punte chiare, si sentono più giovani, come me. Le foglie in basso, invece, si sono fatte scure e grassottelle. Godo di questa vista. Il vento muove le fronde di tutte le essenze insieme, mi ricordano il mare. Sembrano foreste d’alghe guardate con la maschera. Vorrei nuotarci dentro.

In discesa, sollevo i piedi dai pedali e apro le gambe, mi metterei a fare acrobazie. L’aria profuma, chi incrocio mi sorride.

Come si fa a pensare? Come si fa a scrivere in momenti come questi? Costantemente svolgo interi temi, mentre le mani e il corpo sono impegnati a occuparsi di altro. Il problema è trovare il tempo e la voglia di organizzarli in forma di discorso.

Quando le nuvole si accorpano contro l’orizzonte, riunite in forme strane, e assorbono i colori della luce, io punto l’obiettivo. Manovro un po’, forse un po’ troppo, tempo un secondo e le forme di prima sono già tutte sfilacciate. Così i ricordi di giorni monolitici. Bisognerebbe che fossi più tempestiva.

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La prendo a esempio: quella di ieri sarebbe stata una giornata da trascrivere così come si è svolta. Tentar non nuoce, potrei farlo anche a posteriori. Chissà.

A scuole terminate il traffico è spompato e debole. Soltanto l’abitudine mi tiene sulla giusta strada, io la seguo. L’abitudine. Così ho la mente libera e posso guardarmi intorno.

Arrivo al lavoro come dopo una vacanza. Mi metto sotto subito, funziono bene, riesco a reggere tranquilla le emergenze. All’ora giusta vado incontro a Johan davanti al solito baretto. Che poi è il terzo che cambiamo dall’inizio delle lezioni di francese. Sarà per questo. Nel suo ultimo messaggio dice che è qua vicino, ma poi resto mezz’ora a cuocere sotto il sole.

Lo vedo, finalmente. Trotterella sulle strisce pedonali con la testa un po’ inclinata e una smorfia sul viso. Alza un braccio nella mia direzione. Mi spiega: aveva equivocato il posto dell’appuntamento e mi aspettava altrove. Telefono spento per défaillance della batteria, hai voglia a tempestarlo di chiamate e messaggi. Ma non importa, tu guarda che giornata.

Sediamo, io col mio succo di pomodoro, lui con la coca in lattina davanti, e cominciamo. Mi passano accanto colleghi che non mi riconoscono, forse sono mimetizzata dentro la falsa immagine di una coppia straniera a colloquio.

E noi, dagli esercizi di grammatica voliamo subito su Parigi. Ripercorriamo i luoghi che conosco, lui mi aggiorna sui loro cambiamenti. Io gli racconto di un tipo. Uno con la madre ricca, ma che aveva scelto di vivere col padre separato, in mezzo ai ghetti neri. Lì aveva fatto esperienza di scontri con la polizia, visto cose che noi umani, eh. E deciso alla fine -a vent’anni- che solo Londra e Parigi fossero degne del titolo di Città. Uno che mi aveva insegnato come si ballava il rap, come si teneva la bottiglia di Corona tra le dita, camminando, come ci si passava il fumo. Caspita, mi fa Johan. E sorride. Se l’ho più rincontrato? Ma no, non meritava proprio. Pare che a Parigi adesso siano molti i ragazzi benestanti che si atteggiano a straccioni, che il rap si sia incancrenito e sia vissuto come una religione da interi gruppi sociali che, nelle banlieue, si abbeverano dalla nascita alla fonte dell’intolleranza.

Questo mi torna in mente ormai sotto casa, a fine corsa, incrociando la nipotina di un ex-preside. È orgogliosa per essere passata dalla prima alla seconda elementare. Tutti promossi in classe sua, ma c’è un bambino che non si comporta bene, dice le parolacce e ruba le cose degli altri “di nascosto”. Mi spiega che è rumeno, quel bambino. Tanto lo sanno tutti che i rumeni sono ladri.

Prima che si allontani con il nonno dal sorriso imbalsamato, intanto che manovro per piegare la mia bici, non posso che dirle, col tono più gentile che riesco, perché è pur sempre una settenne: “Spero che non siano tutti così, magari qualcuno di loro è anche una brava persona, no?” Non mi risponde, gioca. L’ex-preside ridacchia, mah.

Un uomo che passa ammicca: “Ruba le cose di nascosto!” “Perché è rumeno”, gli ribatto. “Fosse italiano lo farebbe allo scoperto”.

Italiani, poveretti, che la crisi mette al tappeto, e ancora si permettono di atteggiarsi a superiori. Ma si capisce. Mentre il paradosso per la Grecia consiste nel tornare allo status di  “Paese emergente”, per l’oscuramento della tv di Stato, io posso ancora entrare in casa e sapere dalla Rai che a Roma, borgata San Basilio, la folla ha linciato gli addetti di un ambulanza in soccorso di un ragazzo accoltellato. Figlio dell’omicida dell’accoltellatore, a sua volta aggressore per futili motivi.

Non c’è pericolo, altro che terzo mondo. Roma è tale e quale a Parigi, in questo.

Ma non riesco a stare, a fare cose, ad ascoltare oltre. Dal balcone si vedono le fronde degli alberi agitate dai soffi lunghi del vento. La sera è accogliente, e proprio non avrei alcuna voglia di pensare. Mi sento così stabile.

Colpa dell’alta pressione, immagino.

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