FP n. 112: 1 – Ci metto della Collera (su Cartaresistente)

25 novembre 2014

 

Analisi: La collera è una malattia acuta dell’anima, con esordio improvviso caratterizzato da profluvio verbale, vomito di cattiveria, rapido disseccamento della razionalità. Dopo le prime scariche iraconde le parole presentano una sonorità impastata e un caratteristico sentore acido. La fuoriuscita di grandi quantità di collera può provocare un grave stato di shock e, nei casi peggiori, portare al decesso. La collera è provocata da batteri appartenenti al ceppo dei provocatori: all’osservazione microscopica si presentano come personucole con caratteristiche irritanti che ricordano insetti rumorosi e velenosi. La collera è una tipica malattia a trasmissione comportamentale-orale: essa può essere contratta in seguito alla frequentazione di ambienti contaminati dalla presenza delle personucole di cui sopra. Le quali sono dotate di notevole resistenza, le bastarde: gli gridi in faccia di levarsi di mezzo e fanno pure finta di non capire! Sopravvivono a tutto, e uno per un po’ ingoia, ingoia, ingoia. Il periodo di incubazione infatti varia da pochi minuti a qualche settimana, dipendendo dalla capacità individuale di reprimere il montare della rabbia interna.

 

Davide mi aveva chiesto a bruciapelo se avessi voglia, ispirazione e tempo per dare un incipit a una serie leggera, uno spin off dei Focal Point di Cartaresistente. Gli ho detto di sì subito, senza sapere in cosa mi stavo impelagando. Il bello è che in breve non solo ho buttato giù tutto ma mi sono anche divertita.

Ne sono usciti sei post scritti da entrambi in separata sede, composti dall’Analisi (mia) e dalla Sintesi (a cura di CRT2) di sei parole chiave legate da un denominatore estremamente personale: per Davide, affetto da “maschilità”, forse la sintesi di ciò che gli appare sbirciando nello specchio.

Mentre il mio contributo è giusto un buffetto sulla sua guancia seriosa, scritto sulla falsariga della definizione medica di immaginarie malattie, dalle quali, in fondo, non è sempre auspicabile guarire.

Lo riporterò qui, volta per volta, specchietto per voi allodole.

Il resto lo leggerete su Cartaresistente.

Il buon senso dei nomi comuni

20 novembre 2014

Se condividessi quello che si propone spesso, cioè cambiare genere ai nomi, con desinenza in –a se riferiti a donne, in –o se a uomini, proporrei pure di non parlare più della “persona”, ma di “persono” uomo e di “persona” donna. E, per comodità, avvallerei senza problemi l’uso di sostituire con un asterisco l’ultima lettera dei termini di genere comune o promiscuo (“Ordine degli Architett*”), estendendola anche al singolare (“Car* elettor*,…”). Magari mi spingerei a chiedere che venga usata una “parola” nel definire una cotoletta e un “parolo” nel caso di un buon vino, per poi utilizzarl* come parol*, in senso lato.

A me i distinguo di genere danno sempre l’idea di approfondire uno dei principali solchi che dividono, ahimé, l’umanit*.

Immagino una scolaresc* in gita. Un gruppo di bambin* si allontana e viene richiamato dalla voce del/la maestr*: “Ragazze! Tornate indietro!” Tra loro c’è mio figlio, un piccoletto in fase di scoperta della sua identità maschile, che adora una certa bimba ma fa “Bleah le femmine!” se solo la si nomina. Sono sicura che lui non capirebbe l’inversione di tendenza prodotta da una spinta culturale esogena e non dall’uso nel tempo, che a lungo andare modifica la forma del parlato popolare, com’è sempre stato.

Di fatto oggi alcuni nomi comuni, che spesso hanno forma maschile, vengono percepiti come neutri, senza alcuno scandalo, e le bambine, nel gruppo misto che si è allontanato, non sentono nel richiamo del maestro una prevaricazione. Io, per non creare tanto scompiglio, ufficializzerei l’esistenza del sostantivo neutro (s.n.) e in un vocabolario vorrei trovare scritto:

Direttore

s.n.

La persona cui fa capo la responsabilità di un’attività o di un organismo: il d. dell’albergo, dell’istituto, della banca, dell’ospedale.

 

Chissà che, però, io non sia in balia di stereotipi. Non mi dispiacerebbe avere qualche informazione in più da parte di chi esprime posizioni differenti. Ci penserei, non so se cambierei idea, ma, sì, ci penserei.

Premetto queste considerazioni personali, per dire che non sempre si può essere d’accordo del tutto col pensiero di un altr*, perfino quando si aderisce in pieno alle restanti posizioni espresse da quell* person*. Come nel mio caso nei confronti di Francesca Rivieri, responsabile comunicazione del Centro antiviolenza D.U.N.A. di Massa, caduta nella trappola tesa (e poi aggredita frontalmente) dal Direttore della Gazzetta di Massa e Carrara, come si può verificare nell’ articolo riportato da Loredana Lipperini dal titolo “La deontologia della Gazzetta di Massa e Carrara (giuro che e tutto vero)”.

Insomma, che è successo? Che il belligerante Direttore si è attaccato proprio alle opinioni sulle differenze di genere espresse dalla Dott.ssa Rivieri, peraltro dietro domanda esplicita di una sua giornalista, per giustificare una becera presa di posizione preventiva rispetto a presunti attentati alla sua stessa professione (E lei, adesso, pretende di venire ad insegnare a noi come si fa informazione corretta, addirittura organizzando corsi? Ma lasci perdere e lasci, soprattutto, fare il mestiere di giornalista a chi ha gli attributi per metterci sempre la faccia).

Ha opposto barricata a barricata.

Di più, sentendosi inopinatamente sotto attacco sotto l’aspetto professionale, ha ignorato deliberatamente la sostanza civicamente meritoria dell’iniziativa organizzata dalla sua ignara vittima, e ha opposto identità a identità, arrivando a ideare un titolo davvero ignobile per l’articolo: “Per Francesca Rivieri in Italia non esiste parità fra uomo e donna: che vada a fare una gita-premio nel califfato dell’Isis così si accorge della differenza…” con l’intento di annientare la persona, e non di controbatterne civilmente le tesi.

Allora invito chi possa permetterselo per vicinanza geografica, a recarsi al posto mio ai seminari della Dott.ssa Rivieri, dei quali riprendo i contenuti riportati nella sua “intervista”:

I work-shop saranno quattro e si terranno tra marzo e aprile 2015, il primo volto ad abbattere e riconoscere gli stereotipi sessisti nella comunicazione/informazione, il secondo sul tema della violenza di genere e gli stereotipi razziali, il servizio di mediazione linguistica e culturale del centro D.U.N.A., il terzo sui diritti LGBT per favorire una vera cultura di genere antidiscriminatoria e l’ultimo sul tema donne e benessere psicofisico, che affronterà nuove metodologie per migliorarsi , conoscersi ed imparare a rispettarsi e volersi bene. Questi workshop si svolgeranno al termine del corso di secondo livello G.eA.- Genere ed Antiviolenza- che inizierà a gennaio 2015. Il corso, dedicato alle operatrici già attive al Centro Antiviolenza, è finanziato dalla Regione Toscana poichè l’Associazione A.P.P.A. ha vinto, per il secondo anno consecutivo, il bando regionale art. 6 della L.R. 16/2009 Cittadinanza di genere. Il corso vedrà impegnate docenti provenienti da tutta Italia dai centri Antiviolenza facente parte della rete TOSCA e D.I.R.E (rete dei centri antiviolenza regionale e nazionale). Il workshop che terrò io a marzo 2015 verterà appunto sui temi del linguaggio sessista sia nella pubblicità che sui mezzi di informazione. E’ per questo motivo che auspico la partecipazione di diversi giornalisti e giornaliste locali, così da poterci confrontare su una tematica spinosa che deve iniziare ad essere affrontata in modo serio e approfondito.

Io mi rifarò in qualche altra occasione simile, che certo non mancherà, qui a Roma.


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