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Temo l’igiene sopra ogni altra cosa

28 giugno 2014

Uniforme di FF

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Due settimane dopo che Stoner ebbe ricevuto la sua laurea in Lettere, l’Arciduca Francesco Ferdinando fu assassinato a Sarajevo da un nazionalista serbo e, prima dell’inizio dell’autunno, la guerra era scoppiata in tutta Europa. Tra gli studenti era argomento di conversazione continuo; tutti si chiedevano che ruolo avrebbe avuto l’America e quale emozionante futuro li attendesse.

John Williams, Stoner Fazi Editore, Febbraio 2002

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“Una depressione in area balcanica provoca instabilità su tutta l’Europa…”.

È il ventotto giugno del Quattordici. Dalla televisione l’uomo delle previsioni rende, senza volerlo, un fatto meteorologico tal quale al quadro geopolitico di cent’anni fa, e si alza l’asticella all’espressività dei miei sopraccigli: Quanto candore in questo accostamento. Cent’anni, cifra tonda, circolare. Il Giambattista Vico…

E quanto spesso sento ormai ripeterlo come un auspicio: “Ci servirebbe, mi spiace dirlo, un evento forte, capace di cancellare tutto, per ricominciare davvero”.

Ingenuamente immagino si possano trovare somiglianze tra il Quattordici di allora e quello in cui viviamo. A me l’auspicio proprio non appartiene. Ci penso su, allarmata, e cerco chi mi conforti.

“No, no.” Mi fanno (è Savio, l’amico mio che ne sa di Storia), “tutto sommato, al netto delle previsioni e della data, la simmetria non è così evidente”. Ansia rientrata, ma a me – che posso farci? – a me è rimasta voglia di capire.

La guerra allora era già nell’aria.

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Accanto a […] fattori materiali […] che potremmo definire in una sola parola la gara a spartirsi il mondo, vi sono anche dei fattori, per così dire, spirituali, psicologici, culturali. Vi è certamente, negli anni e nei mesi che precedono lo scoppio del conflitto, l’accentuarsi di uno stato d’animo diffuso di aspettativa della guerra: si fa strada una cultura, filosofica ma anche letteraria, che guarda con favore alla guerra in quanto tale. Questa idea criminale secondo cui la guerra sarebbe «l’igiene del mondo», questo tipo di stato d’animo noi lo cogliamo, per esempio, in tante avanguardie; la guerra «igiene del mondo» è un’idea fissa per esempio di una parte del Futurismo italiano – Marinetti pratica l’esaltazione della guerra – ma è anche del bagaglio mentale di un personaggio discutibile e a tratti clownesco come Gabriele D’Annunzio.

Ma non è soltanto la cultura per così dire attivistico-estetizzante che guarda alla guerra come alla rivoluzione dei problemi morali del presente. Bisogna dire che anche la cultura più compassata, più tradizionale, conservatrice guarda alla guerra come ad una salvezza o una forma per così dire di purificazione delle coscienze. Peraltro è noto che quando in un paese ci sono tensioni sociali, problemi irrisolti, scatenare una guerra è una magnifica trovata per scatenare le tensioni altrove […]

Una grandissima personalità della cultura classica tedesca, il barone Ulrich von Wilamovitz-Moellendorff, rettore dell’università di Berlino nel 1915-16, pronuncia un discorso, all’inizio di quell’anno, intitolato L’impero mondiale di Augusto, che sembra quasi soltanto un discorso di storia antica.

La tesi centrale è che la lunga pace che ha caratterizzato l’impero di Augusto fu nociva per il regno romano, che cominciò a decadere per colpa di quella pace troppo lunga; quindi la guerra ogni tanto è necessaria: discorso evidentemente allusivo al presente, che suggerisce chiaramente che la guerra ogni tanto ci vuole, pe ritemprare un popolo. (1)

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Bastava trovare un appiglio.

L’imperatore austriaco Francesco Giuseppe, che non stimava l’erede Francesco Ferdinando e provava un’antipatia imperiale per la consorte morganatica del figlio, superò in fretta lo stupore e la costernazione per l’attentato di Sarajevo.

Fu presa in concomitanza con la commemorazione della battaglia del Kosovo la visita della coppia nei territori annessi al Regno Asburgico.

Tra le ali di folla che l’accolsero in Bosnia, molti erano con tutta probabilità i prezzolati dallo Stato austriaco e ostili alla Serbia, la quale proprio nella battaglia del Kosovo riconosceva un caposaldo della propria lotta.

E sarà stato forse un caso che gli attentatori del ventotto giugno fossero sette fanatici della società segreta serba “Mano Nera”, poco più che bambini, armati di tre pistole, sei bombe e di pochissima esperienza?

Il giorno che cambiò la Storia suo malgrado vide in successione:

- Il ventenne Kabrinovic lanciare sul corteo imperiale due prime bombe, una delle quali rimbalzò sull’auto dell’Imperatore e colpì la successiva, causando il grave ferimento dei suoi occupanti. [Kabrinovic non ebbe fortuna neppure nel tentativo di darsi la morte, la capsula di veleno ingerita non fece effetto e si ritrovò accerchiato dalla folla. Recluso a Teresin, vi morirà nel gennaio del Sedici].

- Francesco Ferdinando, lo scampato, adirarsi, recriminare, riprendere comunque le tappe del suo viaggio, dando però ordine di modificare il percorso.

Stranamente l’ordine non trovò esecuzione e, nel corso della manovra maldestra per correggere l’errore, la macchina della coppia si parò davanti a un secondo attentatore, il diciannovenne Gavrilo Princip che, ormai convinto di dover rinunciare al piano, tornava alla taverna dove aveva fatto colazione. Il ragazzo colse al volo l’occasione ed esplose i suoi colpi contro l’Arciduca e la moglie. Lei morirà sul colpo, lui in ospedale, dopo l’agonia causata dall’incapacità dei soccorritori di venire a capo del mistero dei bottoni che non si sbottonavano: Francesco Ferdinando li faceva cucire stretti attorno al proprio corpo, non proprio sottilissimo, in ogni occasione ufficiale.

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Sulla divisa dell’erede al trono

I bottoni ci stavano per mostra,

perché lui non li usava. Lui usava

il filo e l’ago; ossia, se vogliamo

essere esatti, li faceva usare.

Sua Altezza metteva l’uniforme,

e poi c’era qualcuno a cucirgliela

addosso, all’istante, a filo doppio,

ben attillata, in modo che la forza

del filo comprimesse ogni gonfiore,

il torace, le cosce, il ventre, den Arsch

- pardon volevo alludere alle natiche.

Dovrei dire – ma forse è irriverente –

Che il compianto Francesco Ferdinando

diventava un salame – Gott verzeihe,

Dio mi perdoni – diventava

un salame ambulante ogni qual volta

andava a una parata o a una soirée.

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La “polveriera balcanica” trovò quindi chi accese la propria miccia, e coinvolse nella sua esplosione i molti equilibri labili e le mutevoli alleanze dei vari Paesi in evidenza sullo scacchiere geopolitico di quegli anni, conducendoli inesorabilmente alla tanto agognata guerra, sola “igiene del mondo”.

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Quattro ore di sonno, non di più.

Ma sogno spesso. Sogni molto belli.

Non incubi, ma sogni che riguardano

la vita e l’amore. Vita e amore.

Da sveglio penso a tutto. Al mio Paese.

Alla guerra. La Serbia non esiste,

mi hanno detto. È finita, non c’è più.

La guerra non è stata scatenata

dall’attentato. No. Era una guerra

che sarebbe scoppiata in ogni caso.

Mi ha guidato l’amore per il popolo.

Amore e desiderio di vendetta.

Adesso questa vita è insopportabile.

Solo uno sciocco può sperare ancora.

Princip, catturato e messo sotto torchio, morì quattro anni dopo in carcere, senza essersi mai pentito delle proprie gesta, reso malato dalle privazioni della prigionia e amputato tardivamente del braccio sinistro andatogli in cancrena.

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Tracciati sull’intonaco del muro

gli ultimi versi di Gavrilo Princip:

«Emigreranno a Vienna i nostri spettri

E là si aggireranno nel Palazzo

A incutere sgomento nei sovrani». (2)

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Non c’è altro da aggiungere, l’inchiesta è bella e chiusa. Sono soltanto piccolezze umane, piegate all’uso grande della Storia. L’Uomo comune è sempre quello lì, che si fa largo con lo sguardo a terra, preso a scansare le merde che altri gli vanno sistemando sul cammino.

No so dire di chi legge, ma a me, che temo l’igiene (del mondo) più di ogni altra cosa, non importa niente di sporcarmi.

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1)      Luciano Canfora, 1914. Ed. Sellerio, 2006.

2)      Gilberto Forti, A Sarajevo il 28 giugno. Ed. Adelphi, 1984.

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Si fa presto a dire Frida

13 aprile 2014

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Di lei si sa o si pensa di sapere tutto. Ma, visitando l’esposizione romana alle Scuderie del Quirinale, aperta dal 20 marzo al 31 agosto 2014, ancora ci si può stupire della sua furia vitale, qualcosa che non può ridursi a puro nozionismo, o a becero gossip, perché avvertita dall’interno di chi osserva le sue opere.

Quella per Frida Kahlo spesso è un’infatuazione pop, di cui oggi è diventata icona tanto quanto il Che.

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 Frida Kahlo, Autoritratto con vestito di velluto, 1926

Olio su tela, cm 79,7 × 59,9. Collezione privata. © Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust, México D.F. by SIAE 2014

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Ci sono tele di Diego Rivera in questa mostra, esposte accanto a quelle di Frida. Stride la compostezza e la profondità dei suoi soggetti in confronto al più glamour, più smaliziato tratto del massimo pittore messicano, capace di omaggiare le signore di buona società in pose hollywoodiane per poi farsi cacciare dalle rimostranze di Rockfeller in persona per aver ritratto Lenin nel murale dell’Unità Panamericana sull’edificio simbolo del capitalismo americano.

Prima dell’incidente, a Frida, i pennelli erano serviti solo a ritoccare a colori le stampe in bianco e nero di suo padre, fotografo. Iniziò a dipingere per necessità, nel letto d’ospedale dove i medici le avevano predetto morte certa.

Autoritratti, autoritratti.

- Perché mai tanti selfie, Frida?

- Perché è il soggetto che conosco meglio-, rispondeva.

Semplice, naif al punto giusto, comprensibile alle masse. Pop.

Pazza di Diego, si fece ispirare al punto di farne il suo terzo occhio, per lui ingoiò ogni boccone amaro ma nel tempo rimase supremamente Frida.

Dipinse per passione, lo fece su commissione, si innalzò sempre al di sopra delle sue sofferenze.

E sorpassò Rivera in fama proprio nel momento di massima distanza tra loro, dopo gli aborti, dopo i tradimenti, dopo la cacciata di lui dagli USA.

Umanamente sfogò su tela la propria rabbia, in una drammatica dichiarazione senza appello: “Il mio vestito è appeso là”. Là, significa negli USA, proprio sopra una corda tesa tra estremi ancora oggi inconciliabili, mesto trofeo di un duello che non avrebbe mai voluto disputare.

Morì lottando, e controvoglia. Un uomo delle pulizie trovò dietro al suo letto un ultimo acquerello simile a una pappetta di colori. Fa quasi male vederlo incorniciato e esposto, dopo i capolavori. Quella di Frida è una terribile e magnifica storia umana, senz’altro un simbolo di riscatto per tante altre storie misconosciute.

Amare la sua arte, però, non è per niente pop.

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