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Il buon senso dei nomi comuni

20 novembre 2014

Se condividessi quello che si propone spesso, cioè cambiare genere ai nomi, con desinenza in –a se riferiti a donne, in –o se a uomini, proporrei pure di non parlare più della “persona”, ma di “persono” uomo e di “persona” donna. E, per comodità, avvallerei senza problemi l’uso di sostituire con un asterisco l’ultima lettera dei termini di genere comune o promiscuo (“Ordine degli Architett*”), estendendola anche al singolare (“Car* elettor*,…”). Magari mi spingerei a chiedere che venga usata una “parola” nel definire una cotoletta e un “parolo” nel caso di un buon vino, per poi utilizzarl* come parol*, in senso lato.

A me i distinguo di genere danno sempre l’idea di approfondire uno dei principali solchi che dividono, ahimé, l’umanit*.

Immagino una scolaresc* in gita. Un gruppo di bambin* si allontana e viene richiamato dalla voce del/la maestr*: “Ragazze! Tornate indietro!” Tra loro c’è mio figlio, un piccoletto in fase di scoperta della sua identità maschile, che adora una certa bimba ma fa “Bleah le femmine!” se solo la si nomina. Sono sicura che lui non capirebbe l’inversione di tendenza prodotta da una spinta culturale esogena e non dall’uso nel tempo, che a lungo andare modifica la forma del parlato popolare, com’è sempre stato.

Di fatto oggi alcuni nomi comuni, che spesso hanno forma maschile, vengono percepiti come neutri, senza alcuno scandalo, e le bambine, nel gruppo misto che si è allontanato, non sentono nel richiamo del maestro una prevaricazione. Io, per non creare tanto scompiglio, ufficializzerei l’esistenza del sostantivo neutro (s.n.) e in un vocabolario vorrei trovare scritto:

Direttore

s.n.

La persona cui fa capo la responsabilità di un’attività o di un organismo: il d. dell’albergo, dell’istituto, della banca, dell’ospedale.

 

Chissà che, però, io non sia in balia di stereotipi. Non mi dispiacerebbe avere qualche informazione in più da parte di chi esprime posizioni differenti. Ci penserei, non so se cambierei idea, ma, sì, ci penserei.

Premetto queste considerazioni personali, per dire che non sempre si può essere d’accordo del tutto col pensiero di un altr*, perfino quando si aderisce in pieno alle restanti posizioni espresse da quell* person*. Come nel mio caso nei confronti di Francesca Rivieri, responsabile comunicazione del Centro antiviolenza D.U.N.A. di Massa, caduta nella trappola tesa (e poi aggredita frontalmente) dal Direttore della Gazzetta di Massa e Carrara, come si può verificare nell’ articolo riportato da Loredana Lipperini dal titolo “La deontologia della Gazzetta di Massa e Carrara (giuro che e tutto vero)”.

Insomma, che è successo? Che il belligerante Direttore si è attaccato proprio alle opinioni sulle differenze di genere espresse dalla Dott.ssa Rivieri, peraltro dietro domanda esplicita di una sua giornalista, per giustificare una becera presa di posizione preventiva rispetto a presunti attentati alla sua stessa professione (E lei, adesso, pretende di venire ad insegnare a noi come si fa informazione corretta, addirittura organizzando corsi? Ma lasci perdere e lasci, soprattutto, fare il mestiere di giornalista a chi ha gli attributi per metterci sempre la faccia).

Ha opposto barricata a barricata.

Di più, sentendosi inopinatamente sotto attacco sotto l’aspetto professionale, ha ignorato deliberatamente la sostanza civicamente meritoria dell’iniziativa organizzata dalla sua ignara vittima, e ha opposto identità a identità, arrivando a ideare un titolo davvero ignobile per l’articolo: “Per Francesca Rivieri in Italia non esiste parità fra uomo e donna: che vada a fare una gita-premio nel califfato dell’Isis così si accorge della differenza…” con l’intento di annientare la persona, e non di controbatterne civilmente le tesi.

Allora invito chi possa permetterselo per vicinanza geografica, a recarsi al posto mio ai seminari della Dott.ssa Rivieri, dei quali riprendo i contenuti riportati nella sua “intervista”:

I work-shop saranno quattro e si terranno tra marzo e aprile 2015, il primo volto ad abbattere e riconoscere gli stereotipi sessisti nella comunicazione/informazione, il secondo sul tema della violenza di genere e gli stereotipi razziali, il servizio di mediazione linguistica e culturale del centro D.U.N.A., il terzo sui diritti LGBT per favorire una vera cultura di genere antidiscriminatoria e l’ultimo sul tema donne e benessere psicofisico, che affronterà nuove metodologie per migliorarsi , conoscersi ed imparare a rispettarsi e volersi bene. Questi workshop si svolgeranno al termine del corso di secondo livello G.eA.- Genere ed Antiviolenza- che inizierà a gennaio 2015. Il corso, dedicato alle operatrici già attive al Centro Antiviolenza, è finanziato dalla Regione Toscana poichè l’Associazione A.P.P.A. ha vinto, per il secondo anno consecutivo, il bando regionale art. 6 della L.R. 16/2009 Cittadinanza di genere. Il corso vedrà impegnate docenti provenienti da tutta Italia dai centri Antiviolenza facente parte della rete TOSCA e D.I.R.E (rete dei centri antiviolenza regionale e nazionale). Il workshop che terrò io a marzo 2015 verterà appunto sui temi del linguaggio sessista sia nella pubblicità che sui mezzi di informazione. E’ per questo motivo che auspico la partecipazione di diversi giornalisti e giornaliste locali, così da poterci confrontare su una tematica spinosa che deve iniziare ad essere affrontata in modo serio e approfondito.

Io mi rifarò in qualche altra occasione simile, che certo non mancherà, qui a Roma.

Una lenza poetica

18 novembre 2014

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Il giovane favoloso

Il giovane favoloso – M.Martone, Italia, 2014

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Dov’è la verità stavolta? Come snidarla, portarla in luce, restituirla alla vita quando, trascorsi quasi due secoli, di un uomo resta, immortale ma orfana del suo autore, la poesia? A quale fascinazione cede il regista che, lontano da ogni celebrazione, inizia a dialogare con un mito? Come imbastirà il fantoccio e lo muoverà credibilmente sulla scena? Come anteporrà amore a morte nella battaglia quotidiana dove il genio chiede di giudicare ciò che afferma e non la sua malattia (colui che amò suo padre più di sé stesso, che amò il suo migliore amico per la vita, che si ritrasse insieme lucido e sognatore, sublimatore di donne e misogino rabbioso, che fu egli per primo cacciatore di verità, passando al setaccio della traduzione poetica lo sterminato deserto della relazione dell’uomo con il mondo)? Basterà al regista quella Luna, enorme in ogni notte dolce e chiara e senza vento, a far da traino al tiro della lenza? Raggiungerà il Vero col rendere il Poeta un guitto, Silvia una pittata popolana e il buon Ranieri uno stallone ambiguo, semplificare Roma in un pigro magnaccia, Firenze in una viziosa snob e Napoli in una puttana oscura e surreale, scegliere una luce che muta ogni scena in quadro e mina la filologia della ricostruzione, spostando la poltrona dalla sala di un cinema a quella di un teatro? Ed è quello, il teatro, il luogo dove, nell’impossibilità di riprodurre la verità dei fatti, la finzione diventa verità, in virtù di un patto muto, come quel patto narrativo che lega l’autore di un racconto col lettore?

Forse sì.

E forse è per quel motivo che nelle scene iniziali, le più statiche, soffocanti, interminabili, mi hanno trovata impreparata certi movimenti elastici ed eleganti della cinepresa, avrei creduto di più a un’inquadratura fissa, con attori che recitassero da dentro come da fuori il quadro. Anche soltanto udendone le voci.

E perché rendere l’ermo colle così -non era la mia collinetta di ragazza-, pieno di erbacce? Era davvero tanto bassa quella siepe? E necessario far sì che Giacomo declamasse proprio in quel luogo il suo Infinito?

Ma lo declama, è vero.

Come lo scorrere della sabbia da un vaso all’altro in una clessidra, lungo questo film scorre il travaso dell’uomo nella sua poesia, accompagnando ogni passaggio chiave con i versi, quelli sì reali, unici e immortali. Che al primo accenno di strofa fanno rabbrividire in segreto chi li ascolta, e lo porta a mormorare all’unisono con l’attore sullo schermo.

A ogni apparizione di quella grande Luna gialla sullo sfondo, lo spettatore si sente trasportato verso l’alto, quasi a poter raggiungere l’altezza del Poeta, e si commuove, perché ne comprende in pieno la fragile esistenza, finora oppressa dalla sua immensa fama.

 


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