Posts Tagged ‘festa mobile’

Notizie dall’ANTA – Un ricordo rosa e giallo fluo

2 marzo 2013

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tuta da sci2) La tuta da sci

Dicono che oggi mettano lo skipass in una tasca interna, sul polso (avrò capito bene?). Questa qui ha tutte tasche esterne con zip crudeli e digrignanti. E lo skipass, che ci stava attaccato per via di un moschettone con un cordino elastico, allora somigliava a un odierno biglietto magnetico per l’autobus e rischiava, esci e rientra nella tasca, di essere tranciato via. La prima volta che sono andata a sciare con questa tuta intera, rosa scuro,  maniche a sbuffo, portavo anche occhiali giallo fluorescente, e una fascia spessa per la fronte con ciuffo di capelli protudente d’ordinanza. L’ho indossata ancora non proprio di recente, filando a palla di cannone sulle piste insieme a Lola. Erano circa quindici anni che non lo facevo più. Lo sci non si dimentica, è come andare in bicicletta.

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Una postilla

Ingrano lentamente, G, con questa “pratica di straniamento”. Ma continuo a lavorare nella direzione che mi hai indicato. Non proprio in discesa libera, anzi, mi sembra di saltare sulle cunette, come quelle delle piste di Albertville nel ’92, l’anno delle olimpiadi invernali. Non le amo le cunette, ma quando ci capiti in mezzo, come affrontarle, se non mettendoci la massima concentrazione?

Arriverò in fondo. Anche se è difficile scarnificare il pensiero, oltre al linguaggio. Fuor di metafora, non posso parlare subito di gonne, magliette e calze, uscirei immediatamente fuori pista. Intanto ho cavato dall’anta una tuta da sci. La mia, l’unica da tanti di quegli anni che è meglio che non mi sforzi troppo di ricordare. Anche i ricordi più lontani non sono mai obiettivi, né neutrali.

Prendiamo Hernest Heminguay, che scrisse Festa Mobile* al termine della vita. E chiarì per sempre ai posteri la sua visione degli eventi: Si tolse qualche sassolino dalle scarpe con Gertrude Stein e sistemò per bene anche l’amico Francis Scott Fitzgerald. Restituì un ritratto di Parigi senza trucco, quale solo chi l’abbia vissuta e amata tanto può permettersi di fare. Ma soprattutto (questo ho notato, nella persistente ricerca di me stessa attraverso gli scritti altrui), sapendo di avere poco tempo, e volendo rimettere ordine alle cose, riesumò l’amore per la prima moglie, Hadley, in modo talmente intenso che a leggerlo sembra che si sia morso le mani per il resto dei suoi giorni dall’attimo dopo averla lasciata (per un’altra, il “pesce pilota”, che lo introdusse senza possibilità d’uscita nel gorgo torbido dei famosi e ricchi). Se davvero si sia consumato nel rimorso giorno per giorno, a intermittenza, o soltanto nell’ultimo periodo, non è dato saperlo. Quello che Hem afferma e che vale alla fine di tutto, però, è che mai la vita è stata tanto bella e facile come lui la ricorda nei giorni della povertà.

Come la ricorda, come la trasfigura, come è stata veramente, allora. Perché solo ciò che è fissato nella memoria è accaduto. Nel modo in cui ricordiamo che sia accaduto. Per le cicatrici che lascia, sulle quali a volte nasce un’inspiegabile serenità. A patto che, dopo aver perso l’orientamento, esserci ritrovati a terra o irrimediabilmente cambiati, riconosciamo di avere ancora riserve inesauribili di noi per affrontare giorni nuovi.

Appena prima di chiudere con amarezza, accennando agli anni che seguiranno, Hem scrive due paragrafetti lirici sulle sciate alpine insieme ad Hadley. Due baci posati per sempre sopra le sue indimenticate guance.

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Heminguay – uno stralcio di Festa Mobile

festa mobile

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*) Ernest Heminguay – Festa Mobile. Ed. Mondadori, 1998

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Best but non beast?

14 febbraio 2013

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Oggi è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, si danza al Colosseo, per esempio. E chi non danzerà, potrà almeno alzare un dito al cielo (l’indice!), come testimonianza privata. Ne parlavo davanti al caffé del bar ieri mattina con una sconosciuta che, come me, trovava l’inziativa utile e meditava di partecipare. Dall’altra parte del bancone, la barista color nocciola, capelli di cacao e con gli occhi a mandorla ha sussurrato: “Domani alle 15,00 c’è anche un sit-in all’Esquilino per la cittadinanza ai figli degli immigrati….”

SIT in 14 febbraio 2013 figli immigrati

“Tu hai figli?” Le ho chiesto.  “Due. E sono preoccupata per loro.”

E il giorno dopo ti svegli piena di buone intenzioni ma scopri di dover spiegare alle tue figlie che un semidio come Pistorius ha fatto quello che ha fatto (col beneficio del dubbio sull’intenzionalità), sperando di non allontanare troppo da loro la fiducia che devono (sì, devono!) avere nei rapporti con l’altro sesso.

Bel mondo, ti viene da pensare, dove è necessario urlare forte i diritti inalienabili calpestati quotidianamente.

Infine è il compleanno della mia migliore amica del liceo (devo ricordarmi di farle gli auguri), bellissima. Meritava davvero di nascere a S. Valentino. Ah, già. Oggi è anche la festa dell’Ammmmore.

Direi  che si può parlare di “amore” se si riesce  a capire cosa intendeva il vecchio Hem* con questo scambio di battute:

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“Viene con noi?” chiese la bruna.

“No. Vado a mangiare con la mia légitime.” Allora si diceva così. Oggi si dice “la mia réguliere“.

“Deve andare?”

“Devo e voglio.”

“Và, allora” disse Pascin. “E non innamorarti della macchina da scrivere.”

“Se mi capiterà, scriverò a matita.”

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Per il resto c’è… In alcuni casi la carta di credito (meglio i contanti) oppure qualche altra definizione, a volerla proprio cercare. La migliore di oggi (grazie del suggerimento alla pittrice Kris Milakovic -mia maestra di carboncino-) per me è questa:

Opera di Giacomo Sampieri

Giacomo Sampieri

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*) Ernest Heminguay – Festa Mobile. Ed. Mondadori, 1998

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