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Notizie dall’ANTA – Fumata nera

11 marzo 2013

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Tubonero.

3) L’indispensabile tubino nero

Nel guardaroba di una donna non dovrebbe mai mancare un tubino nero. Un pezzo per tutte le occasioni. Ero donna già da parecchio quando mi resi conto di dovermi adeguare in vista della consacrazione definitiva ai fottuti riti sociali. Ero cresciuta ma ancora giovane e sciocca, mi affrettai a procurarmelo. Avevo qualche chance di indossarlo per un aperitivo, o per un invito a cena estemporaneo.

Appena riemersa da una lunga nuotata in mare, in pieno agosto, presi il mio primo cellulare con le mani bagnate e lo accostai all’orecchio, tra ciocche di capelli grondanti acqua salata. Quando risposi a mio padre, non ero pronta a ricevere i suoi singhiozzi. Non ero pronta alla morte di mio nonno. Non ero pronta in genere a un funerale. Per questo, tornata a Roma con il primo volo, stordita e dispiaciuta, indossai senza pensarci troppo quel tubino nero, che si rivelò a tutti gli effetti indispensabile.

Nonno apprezzava le belle donne, così mio padre, così mio figlio. Pensando a loro, mi rendo conto del perché, con tutto il testosterone di famiglia in circolo, anch’io sia a tratti tanto mascolina.

Le rare volte che ci incontravamo, lui mi lusingava esclamando sempre che invece di crescere stavo ringiovanendo. E faceva arrossire me e le mie cugine con commenti compiaciuti sulle nostre gambe, se ci presentavamo in gonna. Per il resto è stato una persona molto a sé. Nei discorsi teneva banco (parlando di politica o del Papa) e raccontava molte barzellette (ancora sui politici e sul Papa). A noi nipoti pensava sempre e solo nonna, coi suoi sorrisi e le buste passate di nascosto (“Non farti vedere da nonno”) con dentro ventimila lire.

Per la durata della messa funebre mi sentii a disagio. Il nero lo indossavo, e in un’unica soluzione, proprio come la tonaca di un prete.

Il punto è che fino al giorno prima mi aggiravo pressoché nuda e senza pensieri sotto il sole, spostandomi dall’asciugamano all’onda e viceversa, tutta sensualità e vigore. Ora quel tubino addosso metteva in mostra gambe abbronzate e tornite dal nuoto e una pelle tanto scura da smarrirsi sullo sfondo della chiesa buia, e che rabbrividiva nella sua aria fresca. Non era quella l’immagine giusta per un funerale. Pareva un affronto alla morte.

A mio nonno, però, credo sarebbe piaciuta.

Indossai lo stesso vestito poche altre volte, via via che perdevo avi, sempre in piena estate. Ora sta lì appeso nell’armadio. Guai a guardarlo. Guai a guardare così lontano, fino ad agosto, mese tanto sfigato.

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§§§

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Nemmeno è iniziata primavera. Ma intorno il mondo sembra non riuscire a pensare a sé stesso vivo e vegeto ancora solo tra qualche settimana. Visti da fuori sembriamo tutti coinvolti in un grande e caotico Conclave, dove ciascuno ha il diritto/dovere di dire la sua e sarà molto difficile trovare un accordo tra noi. Per ritrovarci chi, poi, a rappresentarci? Io sono allergica, moltissimo, al Super Rappresentante Universale, caro G. Ho i piedi ben piantati in terra e ti confesso che in certi momenti, realizzando che il tempo continua a rotolare in discesa, ho delle visioni tutt’altro che felici di quello che mi aspetta.

Ma tu mi avevi detto di

raccontare fatti, e basta. Nessuna riflessione, nessun pensiero, nessun sentimento eccetera: semplice racconto di fatti.

e ho disatteso in pieno questa regola. Fumata nera per oggi, mi dispiace.

Pertanto, prima di andare a cercare di capire, con gli ovvi limiti dovuti alla mia estraneità ai termini economici, una interessante discussione tra due cardinali del web, mi permetto di cadere ancora più in basso:

 

Si fece avanti un maggio senza cielo

Che non ricordava niente

Che non era mai stato prima

Che, paziente,  un dodicesimo chiedeva

D’attenzione. E finì esausto per lasciare

L’ abito nero al mese che seguiva.

Ma Giugno non ebbe cuore di indossarlo

Tutti quei grilli strepitanti addosso

E i fiori già sbocciati e il suono giallo dell’onda

Che lo spingeva al largo. Dovette dagli retta:

Chiamò a gran voce Luglio

E in fretta e furia gli porse la staffetta.

Quello, da un anno sotto il tabellone degli arrivi,

I tacchi conficcati nel terreno, attese

L’occasione col vestito in mano, per regalarlo

Al primo che scendesse giù da un treno.

Ma era così nero che fece notte presto,

E da un binario morto sbucò Agosto.

Che nudo e solo lo usò come lenzuolo

In una camera a ore, nascosto tutto un mese

Senza più speranza e senza più luci accese

Quando arrivò un Settembre sconosciuto

Gli disse di afferrare l’abito e di stringerglielo

Forte al collo, lui non avrebbe chiesto aiuto.

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Freestyle

12 febbraio 2013

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Marlena Shaw – feel like makin’ love

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- Ho fatto un sogno orribile. Tutti i pianeti erano allineati e nel mondo accadeva una catastrofe dopo l’altra… Hai sentito?

- Sì, ma tranquilla, quello era il 2012. Adesso è passato, hai visto? Non è successo niente.

- Amore, scusa.

- Dimmi, ma fai veloce, ho un sonno.

- Ho paura, una paura tremenda. Sto tremando, mi batte forte il cuore. Mi stringi?

- Magari domani, adesso ho sonno.

- Ma io ho paura adesso.

- Cerca di avere pazienza. Come sei impaziente. E pesante. Sei troppo pesante.

- Non dire così. Mi metto di schiena. Mi abbracci mentre sono girata di schiena?

- Ho sonno, ti ho già detto.

- Se mi allontano un po’, posso toccare le punte dei tuoi piedi?

- Uffa. Ti ho detto di no, non ci senti?

- Ho paura.

- Ora accendo la luce. Ma tu ascolta.

- Dimmi, ti ascolto.

- Così non va.

- Non va?

- No, e poi quest’anno dobbiamo stare attenti.

- A cosa?

- Altro che 2012. Stavolta abbiamo le elezioni comunali, regionali, del Governo, del Parlamento, del Senato. Perfino del Papato.

- No!

- Stavolta sì che prevedo una catastrofe. Quindi mettiamoci a dormire, ci servono le forze. Chiudi quegli occhi, santa pace! Mannaggia a me che ti ho portato a letto.

- Adesso perché hai spento la luce, dopo che mi hai detto tutto questo? Hei! Io non vedo niente. Sul serio. Non vedo niente, è buio. Dove cazzo sei? Qui è tutto buio, e il letto è vuoto. Dove sei? Dove sei finito?

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Sì, sì. Avevamo parlato anche di questo. E, sì, lo so che certe frasi e certe parole restano impigliate nei pensieri e non te ne accorgi fin quando non ti ritrovi ad utilizzarle ossessivamente nelle conversazioni, nelle battute, perfino nelle riflessioni che fai tra te e te. È così che mi sono accorta che nella tua indifferenza ostinata avevi colto qualcosa del senso del mio sogno. Hai parlato di solitudine, riferendoti a te stesso. Di recuperare forze. Di catastrofi imminenti. Come se fossi stato presente quella notte.

Ok, ok, l’avevo detto. E allora? Pensi che ogni parola che dica si riferisca a te?

Solo perché ce ne siamo stati una mezza mattinata a fare sesso di fianco all’autostrada, con tutti quei bolidi che passavano e smuovevano la macchina come se fuori ci fossero tre persone per lato che stessero menandosi le mani, cercando di conquistare la prima fila?

Che razza di appuntamento, una volta erano lenzuola fresche di bucato, e boschi, e rive di fiumi. E poi tu conoscevi bene la mia fantasia del camionista, brutto maiale. Che cosa dovrei pensare io di te?

Smettila. Ti sei montato la testa.

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Non si è scopato quel giorno, e questo è un fatto. Quando mi hai raggiunto nella piazzola dell’Autogrill, in ritardo di oltre mezz’ora, mi hai detto “Non si può fare niente, mi dispiace”. Perché ti era spuntato all’improvviso un fungo misterioso, e io ho dovuto crederci. Avresti dovuto disdire il nostro appuntamento, ma non avrei forse pensato male? E allora non hai disdetto. Perché potevamo anche starcene lì. Tu mi avresti accarezzato, avremmo parlato, saremmo stati bene. Ma io, lo sapevi fin dall’inizio quello che volevo da te.

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Secondo te era quello? Stare così appiattiti sui sedili, strusciati e lamentosi? Ogni volta che davo un’occhiata al cruscotto vedevo scorrere i minuti e perdevo sempre più la speranza di uscire di lì appagata. Non vedevo l’ora di andarmene. Non te l’avrei data vinta, però, te ne sarai accorto. Forse no. Quando mai ti accorgi di qualcosa.

Mi sono dannata. La forza che scuoteva l’auto era solo mia. Finché non ce l’ho fatta, a prendermi quello che non potevi darmi. Proprio in faccia a te, che pubblico patetico e incosciente.

Quando siamo scesi all’aria aperta, ti sei acceso una di quelle odiose sigarette, lo sguardo rivolto all’infinito, tutto compreso nella parte.

Ma non fa niente. Non importa più. Dattele pure, le arie da uomo vissuto, se ti fa sentire bene.

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“Il Papa si è dimesso”. “Hahaha!” “Guarda che è vero” “E io sono la Monaca di Monza”.

Quando si parte col piede sbagliato, le cose possono solo peggiorare.

È passato Guerino, mi ha detto che se ne stava andando, che avrei chiuso io il bar. Mi ha detto di pulire bene il bancone. Poi ci siamo scambiati un gioco di parole. Che aveva detto lui? Ah, sì. Che una donna come me è una pescatrice di uomini. Che una come me è stata fatta per redimere uomini perduti. Certo non conosceva le mie fantasie. Cose di cui ho parlato solo con te. Non poteva sapere dei camionisti dai quali mi sono fatta sbattere come una donnaccia, tutte le volte che mi sono trovata invischiata in mezzo al sesso insipido, tutte le volte che sono stata da sola, senza aiuto, cercando di calmare la mia ansia, la mia angoscia di vivere questa vita tremenda. E invece tu hai frainteso. Come se io e Guerino avessimo parlato a tuo esclusivo beneficio.

Non sono una benefattrice. Hai frainteso, ecco tutto. Posso stare sempre a preoccuparmi di spiegarti ogni frase, solo perché sei del tutto privo di senso dell’umorismo?

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Fuori piove così tanto che sembra notte. Intorno è tutto nero. Mi attrae quel buio. Vorrei uscire a conoscerlo da vicino, e allo stesso tempo ne ho paura. Cerco qualche riferimento fuori dal vetro della caffetteria, mentre ti parlo al telefono. Ma è tutto, tutto così nero. Tuona ripetutamente, e quasi non ti sento, mentre mi accorgo che stai iniziando a dirmi qualcosa di importante. Comprendo al volo il senso, prima che tu finisca. Ti interrompo: “Lo so”.

Ho un tono di voce annoiato, ma non è noia la mia. È delusione. Riprendi il discorso dopo un secondo di disorientamento, e ripeti il mio “Lo so”. “Lo so che io e te…”. Non sai che dire, è chiaro. Ti sei fatto un’idea in testa e, a mano a mano che me la descrivi, non trovi le parole. Appunto, era un’idea. Hai fantasticato, come al solito, su quello che può esserci dentro la mia, di testa. Non illuderti, non puoi pensare di saperlo.

Ho deciso da un pezzo che non saprai nulla di me. Non sai, ad esempio, che ho buttato il libro che mi avevi regalato. Anzi, l’ho abbandonato su un tavolino e a un’ora dall’apertura già non c’era più. Ho ripreso a mangiarmi le unghie, neanche questo sai. Le pellicine soprattutto. Le mie mani sono un bagno di sangue, tant’è che servo ai tavoli con i guanti. Non mi farei vedere né da te né da qualsiasi strafottuto camionista, con le mani in queste condizioni. Non sai che non prendo più la pillola. Che non faccio più sesso con un uomo da mesi, ma che vorrei. Solo con te vorrei.

E che non trovo un solo motivo al mondo per continuare a volere proprio te, accidenti.

Ma tu mi hai anticipato, hai detto di avere ancora meno motivi di quanti non ne abbia io. Prima di chiudere il telefono sono sicura di averti promesso di restare in contatto. Ma è già qualcosa di lontano. Detto da un’altra persona. In un altro giorno. Non io, non oggi.

I clienti sono andati via presto. Tutti tornati a casa, al calore morbido delle loro case, alla loro quiete abitudinaria. Spengo le luci del locale, chiudo a chiave, attacco l’allarme ed esco. Fuori piove forte. Non apro l’ombrello e avanzo qualche passo verso il buio.

È tutto così buio qua fuori, ma socchiudendo gli occhi mi sembra di vedere dei piccoli animali in fuga verso il bosco. Se sto attenta a dove metto i piedi, forse se mi sbrigo li raggiungo.

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animali


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