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Rinnovare il guardaroba

7 maggio 2015

Nel weekend appena trascorso abbiamo rinnovato il formicaio: riaperto tutti i buchi, portato al sole i tappeti, fatta entrare un po’ d’aria nuova, ripulita la dispensa.

Sabato, com’era prevedibile, c’era un gran traffico sulle strade. Ma si stava bene. La maggior parte di noi si è spinta fino al centro commerciale, ci siamo incolonnati in fila per dieci, fermandoci a chiacchierare, ai crocevia concordati, con gli amici che avevano il nostro stesso programma. È stato bello metterci di nuovo in marcia, tutti e millecinquecentosettantadue (il nostro gruppo ristretto di amici più cari, facciamo ogni cosa insieme fin dall’infanzia).

Durante la pausa forzata del giorno precedente, il primo maggio, la “festa” (Uh!) dei lavoratori, siamo stati proprio a disagio, stretti e immobili là sotto, le zampe in zampa, col solo passatempo di darci l’uno con l’altro sugli elmetti le forti capocciate utili allo stordimento, cosa di cui avremmo, francamente, fatto a meno. Ma questi erano gli ordini. E poi, lassù, con voi, non si poteva stare. Troppa confusione. Molti di noi soffrono pure di favismo. Una questione di salute pubblica, così ce l’hanno spacciata.

Il due di maggio, quel giorno sì, davvero è festa grande. Suona la sveglia e siamo già in strada all’alba, per battere sul tempo le scope e i macchinari, riempiendoci le tasche del ben di Dio che voi tanto disprezzate. Arrivate a chiamarlo perfino “spazzatura”. Si va avanti finché si trovano buchi per stipare il cibo, poi, stanchi e molto felici, ci rintaniamo negli ambienti della colonia; mangiamo, ci ubriachiamo e balliamo, fino a cadere esausti uno sull’altro. Nel pomeriggio, in genere, si  va in uscita libera e, sabato scorso, complice un tempo senza paragoni nell’arco degli ultimi tre o quattro due di maggio trascorsi, ci siamo organizzati per lo shopping. Per noi formiche il guaio sono le taglie. Non perché siamo piccoli, ormai si vende di tutto, ma perché, essendo in tanti, i numeri più comuni vanno a ruba e rischi di ritrovarti in quattro a condividere un paio di mutande, o a camminare in tre in un solo paio di sandali, con grave danno alla regolarità di marcia della fila.

Per questo, simulando noncuranza, chi prima si è risvegliato dal sonno alcolico del grande baccanale, si è messo subito in cammino. Mai meno di due o trecento a volta, in ogni caso: i più esigenti, quanto a look, del formicaio. Idoli delle teenagers, sarebbero stati anche stavolta i più eleganti della stagione entrante, pace a loro.

Se non l’avessi saputo, c’è stata una falcidie.

Noi eravamo tra quelli che seguivano. Quelli che si accontentano dello scampolo in saldo di due o tre anni prima. Gente senza pretese, lo ammetto, un po’ frustrata, ma forte dell’idea che chi sa aspettare, gode. Primi della seconda truppa in esodo dal formicaio, stavamo fermi al bordo, osservavamo. Ci davamo di gomito, scommettevamo su una madre e un figlio dei vostri, che andavano su e giù per la strada.

– La vedi, la cretina?

– Eh, che non la vedo? Ha preso il bipattino al figlio.

– Ma se lei peserà il doppio, almeno. E come si sbilancia all’indietro!

– Occhio, ragazzi. Se siamo fortunati, stavolta nei negozi troviamo ancora qualche cosa.

– Ecco, ecco… Guardate!

Sabato scorso ho subito una brutta caduta. Sono salita sul bipattino del mio bambino, mi spronava ad accelerare, e non è mica facile. Si tratta di aprire e chiudere le gambe muovendo i pattinoni a forbice coi piedi, e lo facevo, ma andavo piano piano. Come se la rideva, il piccolo. Diceva di fare come lui: portare tutto il carico in fondo, sporgendomi all’indietro col sedere. Così ho fatto. A un tratto ho visto il cielo e, insieme, il peso si è spostato. Coi piedi, leggerissimi, pareva di volare, senonché  il corpo, tutto, è stato come preso dai vestiti e tirato per la schiena, che ha fatto “croc”, proprio sull’osso sacro. Con la testa ho atterrato il bimbo: gli avevo fatto male e se ne lamentava. Gli ho ripetuto più volte di andare a chiedere aiuto, finché non mi ha ascoltata, smettendo di lagnarsi.

Ero piombata su un mucchio di formiche in transito, me n’ero accorta perché mi stavano invadendo, pizzicandomi. Penso di essere diventata tutta nera, più o meno per un paio di minuti. Mi hanno esplorata, ho avuto la strana impressione che studiassero il mio abbigliamento.

Le nuvole erano bianche, il cielo azzurro. Quando lo guardo mai, il cielo? Il tempo di formulare questo pensiero ed ero tornata linda.

Al Pronto Soccorso hanno scoperto che non si è rotto niente. Ma, che dolore, non riesco a star seduta…

A parte questo, sto bene. Soltanto che, da quel giorno, mi sembra di sentire nelle orecchie una vocina che dichiara di essersi persa, e di sentirsi tanto sola. Inoltre, all’improvviso, fa: “Se solo mi portassi a fare shopping!”

Credo che sia la mia coscienza risvegliata. È troppo tempo che sto come distesa, guardando verso il cielo senza nemmeno vederlo.

Intanto, devo essere andata fuori moda.

 

il crudo e succoso inganno delle parole

24 marzo 2015
A proposito di bufale

Le hanno indicato il capannone dove si realizzano i formaggi, preso a spiegare il processo produttivo, l’uso del caglio. Tentato di entrare nei dettagli.

La scolara, obbligata alla sosta per lo shopping gastronomico degli accompagnatori dopo la gita a Paestum, duella con due coetanei (maschio e femmina) incontrati sul posto ma, sommersa dalla sufficienza, finisce con l’esasperarsi. Cerca supporto attorno. Gli adulti sono distanti, parlano tra loro vicino al pullman parcheggiato. Il cielo pure è lontano, grigio e indifferente.

Dietro le porte chiuse di quel fabbricato, sotto quel tetto spiovente, deve esserci tutto un movimento di operai e di impastatrici, sì, ma di materia per creare e unire insieme mattoni, cemento, tegole. Questo pensa, e affonda:

–  In un caseificio si fabbricano case, non mozzarelle!

I due si scambiano un’occhiata silenziosa.

Non sembrano appartenere alla sua stessa razza. Non sembrano neanche bambini: così seri, così tanto precisi. Gli indigeni vagano scalzi per l’aia, non sono che due selvaggi presuntuosi. Pensano di giocarla con quella parola.

– Scemi, non sapete l’italiano? Io sì. CASE-ificio, viene da “casa”, è ovvio! Voi non siete di CASE-rta, che è PIENA di case? E dove credete che le fabbrichino?

I ragazzini scoppiano in una risata, lei sta per scoppiare dalla rabbia, ma il ritorno degli adulti li interrompe e, sotto i loro occhi, si scambiano saluti svelti in mezzo ai denti.

Poco più tardi, sballottato dal pullman, il contenuto dei sacchetti, immerso dentro un liquido lattiginoso, palesa, in tutta la  sua promessa di sapore, il crudo e succoso inganno delle parole.

 

Tutto ciò per dire che  Wolf Bukowsky – La danza delle mozzarelle, Slow food Eataly, Coop e la loro narrazione”. Edizioni Alegre  esce domani, 25 marzo.


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