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Lezioni di sopravvivenza

29 luglio 2014

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Riporto la traduzione non autorizzata di un articolo scritto da quella che ho conosciuto un tempo come ragazza spensierata e sorridente. Ci siamo ritrovate da poco, anche se separate da un oceano, e mi pare che il suo immutato atteggiamento positivo arrivi a contagiare tema e prospettiva della storia che racconta. Il nodo della questione è: Come si supera una rivalità tra popoli quando sembra di aver esaurito ogni ipotesi di riparabilità?

Il mondo ha bisogno di conoscere storie come questa.

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Quando il tempo si è fermato

(When time stood still – by Vibeke Venema on BBC)

La storia di un sopravvissuto di Hiroshima

Di Vibeke Venema

24 lug 2014

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Quando la bomba atomica fu sganciata su Hiroshima, Shinji Mikamo perse ogni cosa, tranne l’orologio di suo padre. Ma non incolpò agli americani per la catastrofe e più tardi, quando l’orologio fu rubato, provò di nuovo a sua figlia la sua capacità di perdonare.

Da bambina, quando, abitudine giapponese, faceva il bagno con tutta la famiglia, Akiko Mikamo non domandò mai dell’orecchio mancante del padre o delle cicatrici sui corpi dei suoi genitori. “Mi veniva spontaneo non pensarci.”

Sua madre non ha mai parlato della bomba. Come ogni donna tradizionale giapponese, ha “imparato a ingoiare il suo dolore per non gravare gli altri”. Ma Akiko è cresciuta sentendo suo padre parlare di quel giorno. Sopra ogni cosa, le ha sempre insegnato che è sbagliato odiare:

“Gli americani non sono da biasimare, la guerra è da biasimare. La riluttanza delle persone a capire chi ha valori diversi: questo va biasimato”. Il pilota di Enola Gay stava solo eseguendo gli ordini, sottolineava, e rischiò la sua stessa vita in quella manovra.

L’ultima mezz’ora

Le estati a Hiroshima erano soffocanti, e la mattina del 6 agosto 1945 non era diversa da qualsiasi altra – calda e umida. Shinji Mikamo aveva preso un giorno libero dal suo lavoro come apprendista elettricista nell’esercito per aiutare il padre a smantellare la loro casa, che stava per essere demolita. Mesi di bombardamenti avevano provocato incendi devastanti nelle città di tutto il Giappone, così il governo aveva deciso di creare fasce tagliafuoco. La casa dei Mikamo era una di quelle da abbattere. «Non ha senso», ringhiò il padre di Shinji, Fukuichi, ma gli ordini erano ordini.

La madre di Shinji, Nami, gravemente malata, era stata trasportata in campagna, e suo fratello maggiore Takaji stava combattendo nelle Filippine. Così il diciannovenne Shinji e suo padre vivevano soli in città. In poco tempo Shinji aveva dovuto terminare il suo apprendistato per arruolarsi nell’esercito, e anche lui molto probabilmente avrebbe dovuto allontanarsi.

Si misero al lavoro dopo la consueta colazione da tempo di guerra a base di porridge di miglio e giavone. Fukuichi aveva voglia di scherzare:

“Mi sveglio presto ultimamente, perché mi nutro di cibo per uccelli.”

Fukuichi guardò l’orologio da tasca che portava sempre con sé, un orologio rotondo perfetto per il palmo della propria mano, dal rivestimento argenteo levigato dal suo tocco. Erano le 07:45. Shinji si arrampicò fino al tetto per rimuovere le tegole di argilla. I vicini avevano offerto alla coppia di senza casa una stanza, ma priva di servizi igienici. Avevano bisogno di tegole per realizzare il tetto di una latrina.

Non c’era una nuvola in cielo. Dal suo punto di osservazione Shinji guardò la città scintillante. Giù in cortile, Fukuichi ammonì il figlio di non sognare ad occhi aperti. Shinji accelerò il passo. Verso le 08:15 ricorda che stava alzando il braccio destro per asciugarsi il sudore dalla fronte, quando improvvisamente un lampo accecante riempì il cielo. Racconta:

“Improvvisamente mi trovai di fronte una gigantesca palla di fuoco. Era almeno cinque volte più grande e dieci volte più luminosa del sole. Veniva direttamente verso di me, una fiamma potentissima di un giallo particolarmente pallido, quasi bianco”.

“Il rumore assordante è venuto in seguito. Ero circondato dal tuono più forte che avessi mai sentito. Era il suono dell’universo che esplodeva. In quel momento, ho sentito un dolore lancinante che si diffondeva attraverso tutto il mio essere. Era come se un secchio di acqua bollente scaricato sul mio corpo stesse perlustrando la mia pelle”.

Shinji fu gettato nel buio mentre veniva seppellito dalla casa. Si accorse che la voce di suo padre lo chiamava, facendosi vicina. Anche se aveva 63 anni, Fukuichi era forte: tirò fuori il figlio da sotto le macerie e spense le fiamme che lo circondavano. Il petto di Shinji e il lato destro del suo corpo erano completamente bruciati.

“La pelle mi pendeva in brandelli come vesti lacere,” dice. La carne cruda al di sotto era di uno strano colore giallo, come la superficie di uno dei dolci di sua madre.

Dopo l’apocalisse

“Mio padre e io ci guardammo l’un l’altro, raggelati”, dice Shinji. La città intorno a loro era sparita, ridotta a un cumulo di cenere e macerie. Shinji non riusciva a capire cosa fosse successo. Era esploso il sole? Suo padre intuì immediatamente la vera causa. “Hanno demolito tutte le case per noi,” disse. “Credo che ci abbiano risparmiato un po’ di lavoro”. Ed emise la sua risata gutturale.

Ma non c’era tempo per starsene lì a parlare. La città in rovina era ormai in fiamme e dovettero cercare un ricovero. Shinji e Fukuichi avanzarono attraverso lo sconosciuto paesaggio post-nucleare diretti al fiume. Una volta lì, davanti al passaggio di corpi che galleggiavano a faccia in giù, divennero testimoni di un altro fenomeno strano e terrificante. I numerosi incendi in tutta la città avevano creato venti forti come tempeste che ora si combinavano in un tornado – “un mostro oscuro”, ricorda Shinji – che risucchiava ogni cosa al suo passaggio. Sollevava e scagliava giù parti di case diroccate, mobili, persino l’acqua dal fiume. Mentre si avvicinava, le persone cercavano sicurezza aggrappandosi a qualunque cosa.

Questo nuovo mondo era difficile da capire, ma una volta che il fuoco e tornado si erano placati, Shinji e suo padre si avventurarono su un ponte in cerca di riparo. Camminare per lui era un’agonia, non solo a causa della carne bruciata, ma a causa del gran numero di morti e di corpi agonizzanti in terra. “I miei piedi erano carbonizzati e impacciati. All’incirca a ogni passo colpivo involontariamente un braccio o una gamba e udivo la persona sotto di me sussultare per il dolore. Mi sentivo come un avvoltoio. Attraversando quel ponte e lasciandomi dietro tutte quelle persone morenti”, dice Shinji.

Lentamente, con il cuore frantumato in innumerevoli pezzi, mi sono trascinato avanti. Ho fatto del mio meglio per seguire esattamente le orme di mio padre, sperando e credendo che conoscesse la via per salvare entrambi.”

La bomba aveva devastato Hiroshima. Dei suoi 45 ospedali solo tre funzionavano ancora. Non c’era nessun aiuto. Nessuna medicina. Nessun sollievo dal dolore. Completamente esposto sul tetto, Shinji si era trovato solo a tre quarti di miglio dall’epicentro dell’esplosione.

Shinji attribuisce la propria sopravvivenza soprattutto alla forza di suo padre. Ogni volta che voleva rinunciare, Fukuichi lo rimproverava. “Non cedere alla debolezza così facilmente”, gli diceva. “Ne abbiamo passate di peggio.”

Con così poca pelle a proteggerlo, la carne di Shinji veniva raschiata via quasi a ogni passo. Quando furono troppo deboli per camminare, lui e suo padre avrebbero voluto piuttosto strisciare. Ci vollero ore per coprire brevi distanze. Egli supplicò il padre di lasciarlo morire – ma Fukuichi era determinato:

“Vuoi morire? Non dirlo con tanta leggerezza. Finché si rimane in vita, ci sarà tempo per recuperare. Quel tempo verrà. Ci vuole solo un po’ di pazienza.”

E, alla fine, ebbero un provvidenziale colpo di fortuna. Tornando al quartiere dove avevano vissuto, furono riconosciuti da un amico di Shinji, suo collega apprendista nell’esercito, Teruo. Come impiegato civile dall’esercito, Shinji aveva alcuni privilegi, quindi Teruo fu in grado di avviare le pratiche di evacuazione per il trattamento.

Il 9 agosto, tre giorni dopo il bombardamento, Shinji e suo padre giacevano sul pavimento di una scuola in un villaggio fuori città, insieme a decine di altre persone gravemente ferite, quando i pensieri di Shinji tornarono a un episodio inquietante avvenuto il giorno prima. Appena lui e suo padre erano ridiscesi dal Santuario Toshogu, due soldati avevano sbarrato loro la strada, intimando loro di risalire i gradini, una prospettiva angosciante. Quando Fukuichi protestò, uno dei soldati gli sputò in faccia e gli disse di andare all’inferno. In una società dove gli anziani erano venerati, l’accaduto fu profondamente scioccante, eppure Fukuichi aveva trattenuto la propria ira e se n’era andato – rimanere in vita era più importante.

Ci vollero ore per farsi strada attraverso la parte posteriore del santuario, lungo un pendio coperto di cespugli spinosi e i resti scheggiati dello steccato del cancello. Shinji maledisse i soldati ad ogni passo doloroso.

Non riusciva a capire come avessero potuto trattarli in quel modo. Consumato da rabbia e odio, si rivolse a suo padre per una spiegazione. “Erano demoni, vero?” Disse. “Erano cattivi. Forse anche peggio dei bombardieri americani.” Fukuichi rispose con calma:

“Siamo all’inferno adesso. Non stupirti di incontrare demoni “.

Ricordò a suo figlio gli angeli che avevano incontrato: il vicino di casa che aveva loro preparato una zuppa di miso, Teruo e il suo intervento cruciale, gli abitanti del villaggio che si erano presi cura dei feriti intorno a loro. Shinji fu stato costretto ad accettare che la bontà esisteva ancora. Si addormentò quella notte con lacrime di sollievo nei suoi occhi, immaginando il volto del Buddha.

Due giorni dopo, i soldati vennero a prendere Shinji in un ospedale da campo. Padre e figlio erano sopravvissuti per cinque giorni vagando insieme attraverso l’Hiroshima post-apocalisse, ma ora avrebbero dovuto separarsi. Lo sguardo fisso di Fukuichi seguì suo figlio mentre veniva trasportato verso un camion dell’esercito che lo attendeva.

Quando Shinji arrivò in ospedale, le ferite alla gamba erano ormai gravemente infette e necessitarono del drenaggio di pus e vermi. Il dolore più grande, però, lo provò per le piaghe da decubito formatesi nei giorni in cui giaceva a terra. Una mattina, una volontaria dell’ospedale notò le sue smorfie, e promise che gli avrebbe portato alcuni cuscini da casa.

La speranza che provò in seguito alla sua promessa si trasformò presto in rabbia e disperazione aspettando per tutto il giorno il suo ritorno. “Ho provato odio per questa donna che mi aveva tradito così crudelmente,” ricorda. Ma lei tornò, a tarda sera, con i cuscini promessi: era stata costretta a ritardare. “Nel momento in cui la vidi, la mia rabbia si tramutò in vergogna”, dice. “Come ho potuto essere così pieno di odio nei miei pensieri?”

Quello fu un punto di svolta.

Decise di non fare più lo stesso errore. “Era un angelo tornato a salvarmi dal mio dolore più grande”, dice. “Era un angelo che mi ha salvato anche dal baratro del mio giudizio rabbioso.”

Una mattina, Shinji si svegliò all’interno di uno scenario insolito: i soldati in ospedale non indossavano le loro spade. Era il 16 agosto, una settimana dopo che una seconda bomba atomica era stata sganciata su Nagasaki. Il Giappone aveva ceduto il 14 agosto. La guerra era finita.

Frammento dal passato

Shinji venne dimesso dall’ospedale nell’ottobre del 1945. Un mese prima era riuscito a inviare una cartolina a sua madre per farle sapere che era ancora vivo. Ora andava in cerca di suo padre. Trovò le rovine della loro vecchia casa (la identificò grazie ai frammenti dei particolari modelli di ciotole di riso della sua famiglia). Spulciando tra i resti carbonizzati, fece una scoperta che gli fermò il cuore: un familiare disco rotondo, incrostato di sporco e di fuliggine.

“Strinsi la mano attorno alla massa metallica e sollevai l’orologio da tasca di mio padre dai detriti. Riconobbi la nostra chiave di casa incatenata ad esso. Girai l’orologio a faccia in su. Il vetro era stato spazzato via, così come le lancette. Il metallo era arrugginito e bruciato. L’inimmaginabile e intenso calore dell’esplosione che ha raggiunto diverse migliaia di gradi Fahrenheit aveva fuso le ombre delle lancette sulla faccia dell’orologio, leggermente spostata, lasciando distinguibili i segni in cui le lancette si trovavano al momento dell’esplosione. Bastava per vedere chiaramente il momento esatto in cui l’orologio si fermò.”

L’orologio aveva registrato il momento in cui il mondo di Shinji era stato spazzato via, le 08:15. “Aveva smesso di funzionare nel momento dell’esplosione, fissando per sempre quell’attimo.”

Tenendo l’orologio in mano, improvvisamente sentì che non avrebbe mai più rivisto suo padre. Il pensiero lo colpì “come un’altra esplosione atomica”, dice. In piedi sulle rovine della sua casa, indossando abiti di qualcun altro, pensò alle bellissime fotografie scattate da suo padre, un fotografo professionista. Erano ormai cenere sotto i propri piedi.

L’orologio era il suo unico legame con una famiglia che era stata spazzata via. Anche se lui non lo sapeva ancora, sua madre Nami era morta pochi giorni dopo aver ricevuto la cartolina, e suo fratello Takaji era stato ucciso durante un’azione nelle Filippine. Che cosa era successo a suo padre, non lo scoprì mai.

Come orfano di guerra, Shinji lottò per sopravvivere e trovare un posto nella società. In Giappone poi, “l’armonia e le connessioni di famiglia erano tutto”, dice sua figlia, Akiko. Un uomo senza famiglia non era migliore di un criminale. Così, quando chiese il permesso di sposare Miyoko, la sorella di un amico d’infanzia, il padre rifiutò. La coppia fu costretta a fuggire.

La loro prima figlia, Sanae, nacque tre anni dopo la bomba. Sana in un primo momento, contrasse poliomielite ed encefalite e divenne gravemente disabile. Ebbero la loro seconda figlia, Akiko, nel 1961, e tre anni dopo una terza, Keiko.

L’orologio restò l’unico cimelio di famiglia di Shinji. Sentiva che conteneva una parte dell’anima di suo padre. Eppure, nel 1949, quando Hiroshima fu ufficialmente designata International Peace Memorial City, decise di donarlo al Museo Memoriale della Pace.

“Volevo che l’orologio e il nome di mio padre fossero ampiamente visti e conosciuti, come ricordo sia della distruzione che dell’eroismo che si manifestarono quel fatidico giorno d’agosto “.

Sentiva che Fukuichi avrebbe approvato.

A quel tempo, molti cittadini si indignarono del nuovo status della loro città – erano troppo arrabbiati per apprezzare di parlare di pace e pacifismo – ma Shinji non portava rancore.

“C’era una scorta infinita di rabbia e amarezza da cui attingere, a volerlo fare”, dice. «Ma non l’ho fatto.” Sentiva che nulla di buono poteva venire dal partecipare alle animosità. “Questi erano i paraocchi che hanno provocato il conflitto, non placato. Volevo vedere i nemici diventare alleati. Volevo la pace“.

Akiko aveva visto l’orologio da tasca solo una volta, in gita scolastica al museo all’età di sette anni e si ricorda di essersi sentita molto più vicina al nonno di quando ne aveva sentito parlare nei racconti di suo padre. Poi, nel 1985, l’orologio fu inviato a New York per far parte di una mostra commemorativa permanente nella sede delle Nazioni Unite.

Per anni Shinji ha provato grande piacere e orgoglio nel pensare che l’orologio raccontasse la propria storia su Hiroshima ai visitatori del museo di New York.

Nel 1989, quando Akiko andò negli Stati Uniti per studiare psicologia, la prima cosa che volle fare fu vedere l’orologio del nonno. Una guida turistica le portò la custodia contenente il prezioso orologio da tasca, ma si rivelò essere vuota. Non c’era niente lì, tranne l’etichetta. Confusa, la guida andò a scoprire cosa era successo, solo per tornare con la terribile notizia che non si trovava: presunto furto. Nessuno aveva informato il museo di Hiroshima né suo padre.

Molto scossa, Akiko chiamò immediatamente Shinji in Giappone. In un primo momento l’uomo non trovò le parole, ma ben presto utilizzò un suo vecchio mantra per calmare la figlia. “Akiko, non li odiare”, ha detto. “È facile dare la colpa a qualcuno quando si soffre una perdita significativa.”

L’orologio era stato l’unico bene tangibile che lo aveva collegato con suo padre e con tutti i suoi antenati, ma, mentre cercava di calmare la figlia colpita a New York, le disse che era solo un oggetto.

Perderlo non significava perdere lo spirito che di cui era impregnato. Non significava perdere la connessione con gli antenati. Non voleva dire che la storia di suo padre non poteva essere condivisa con il mondo. Disse ad Akiko:

“Perduto qualcosa si otterrà qualcos’altro.”

Dovette ricordare molte volte a se stesso il detto giapponese.

La perdita dell’orologio da tasca si rivelò una benedizione, alla fine. Cinque mesi dopo la sua scomparsa, la famiglia e il governo giapponese ricevettero una lettera di scuse da parte delle Nazioni Unite. La notizia ebbe risalto in Giappone, con il risultato che lontani parenti che Shinji non aveva mai conosciuto si misero in contatto con lui, così come alcuni amici di suo padre.

Gli raccontarono storie e gli mandarono fotografie di famiglia di prima della guerra, e ogni volta era come ritrovare un piccolo pezzo della famiglia che aveva perso. Ricorda:

“Per la prima volta dopo la guerra, non ero più un ratto di strada, un orfano senza legami familiari “.

Shinji aveva sempre desiderato che Akiko diventasse “un ponte attraverso l’oceano”. E lei lo prese in parola, studiò e si stabilì negli Stati Uniti, specializzandosi come psicologa nelle relazioni interculturali.

Akiko vede fin troppo chiaramente i problemi che ancora affliggono le relazioni tra i due paesi, quasi 70 anni dopo la guerra. “C’è una gran quantità di odio e rancori da entrambe le parti. Ci si sente come i traditori: Se non odi il nemico, tu sei il nemico“, dice. Anche se, naturalmente, molte persone adottano una linea più morbida.

“Wow, tuo padre è davvero forte. Io non li ho perdonati”, i sopravvissuti di Hiroshima le hanno detto in passato. “Ancora odio gli americani, hanno ucciso la mia famiglia davanti ai miei occhi, ma ammiro tuo padre.”

Negli Stati Uniti, dice, ci sono un sacco di persone che non hanno alcun problema con il Giappone di oggi, ma ancora preferiscono non pensare a Hiroshima.

La saggezza che Shinji ha imparato dalla propria esperienza, è qualcosa che Akiko ha compreso da un punto di vista teorico. Suo padre, dice, ha fatto la scelta di utilizzare quello che ha passato “come un’opportunità per comprendere meglio il comportamento umano, piuttosto che rimanere prigioniero per la vita di catene fatte di rabbia, giudizio e distacco”.

Il suo più grande desiderio è che il libro su suo padre, Rising from the ashes* – pubblicato sia negli Stati Uniti che in Giappone – incoraggerà altri a fare altrettanto.

Con le giuste intenzioni, dice, “il nostro peggior nemico di ieri può essere il nostro migliore amico di domani“.

Dieci anni fa lo stesso Shinji ha fatto un’esperienza che ha dimostrato quanto questo sia vero. Nel 60° anniversario della resa del Giappone, il 14 agosto 2005, ha fatto visita ad Akiko nella sua casa di San Diego. Se ne sono andati in spiaggia per un picnic, e lì si sono imbattuti in due istruttori di surf che Akiko conosceva, due gemelli australiani che hanno insistito per dare al suo anziano padre di settantacinque anni una lezione “per fare pace”.

Dopo che Shinji ebbe cavalcato con successo le onde, i surfisti lo portarono a casa loro per fargli incontrare il padre, un veterano australiano della guerra nel Pacifico. La sua vita, probabilmente, fu salvata dalle bombe atomiche, e dalla resa giapponese che seguì.

I due vecchi avevano la stessa età. Si strinsero la mano e condivisero un drink, e poi tornarono in spiaggia. Guardando il mare, i loro sguardi erano diretti proprio verso il Giappone.

“Siamo scesi nell’acqua dell’Oceano Pacifico con delle candele”, dice Akiko, “e abbiamo osservato un momento di silenzio.”

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*) Rising from the Ashes – Hiroshima by Dr. Akiko Mikamo

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Respirazione circolare

15 giugno 2014

 

Se rido, quello è il mondo reale. Altrimenti capita che mi ritrovi in compagnia di soggetti la realtà dei quali non mi convince a fondo. Non ridono, loro, e passano accanto a me tornando e ritornando, come un racconto circolare.

(Nella realtà i racconti circolari non esistono. La realtà esclude ogni disegno del destino. Avanza in piano, senza tornare indietro, in una quasi-assenza di ogni attrito o di binari inchiodati a terra.

E la realtà non ha necessità di una stazione. Segue leggi banali, che sono sempre le solite.

La gente non ama sentirsi rinfacciare la sua banalità. Come sarà riuscito il Nobel alla Munro, che ha scritto sempre e solamente cose in piano?

Invece i mondi dove c’è un tempo che si ripiega su sé stesso devono essere luoghi in cui si crede di star svegli ma si dorme, che ne so.)

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C’era un ragazzo con me nell’auto al mattino, Kav. Uno che pratica la scrittura, per questo quando ci avevano presentati degli amici avevo accettato senza tante domande la sua offerta di un passaggio in macchina.

Guardavo l’alba lasciare il posto al giorno, pronta a farmi schiacciare sul sedile dall’accelerazione. Stava lì lì per scattare il verde, l’autoradio pigolava a volume bassissimo, Kav stava dicendo cose che avrebbero potuto uscire benissimo dalla mia bocca.

- Non so più scrivere, non ne trovo più il senso. Mi manca il contenuto, manca il destinatario. Quello che però brucia, è il suo bisogno. Ma sai che a questo punto ogni scusa è buona per non scrivere? Dopo un po’ entro come in apnea, forse riesco anche a diventare blu prima di realizzare che devo prendere almeno una penna in mano, concentrarmi e tracciare un segno di senso compiuto (tanto mi basta per riacquistare il colorito), e poi non vado oltre.

Il suo gomito era appoggiato al finestrino aperto, sputò teatralmente il fumo della sua sigaretta e io, che non fumo più, scoprii di essere in uno di quei giorni in cui avrei potuto cedere all’offerta che non ricevetti.

Lo comprendevo, e lo stavo seguendo, ma da una certa distanza. Accettai con sollievo che un gabbiano, all’improvviso, sbucasse al di là della recinzione del cantiere aperto sulla sponda del lago, proprio a un passo dal semaforo. Lo seguii nel mezzo giro che lo riportò subito fuori dalla mia vista e lasciò la porta aperta alle associazioni mentali.

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Un giorno, messo davanti a delle frasi simili che ti avevo gettato in faccia come rinfacciandotele, avevi risposto che non importava, che quando avrei avuto qualcosa da dire l’avrei fatto e amen. Ci ero rimasta male. Mi mancava il dialogo, me lo avevi sfilato da sotto come un tappeto, e adesso stavi facendo l’indifferente. Ognuno per sé. D’accordo, in fondo non avevamo mai stretto nemmeno l’ombra di un patto.

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- E io non so più vivere-, sputai fuori, invece del fumo di una inesistente sigaretta, spezzando l’attesa del segnale della ripartenza –, ma devo. In questo caso basta lasciar fare al respiro. Non è inelegante, non disturba, non è commentabile, il respiro. Nessuno può dirne male, a meno che non sia rumoroso. O, a meno che dal respiro vengano emanati, a volte succede, odori fuori luogo. Ma il respiro è libero. Non ha bisogno di un destinatario che lo riconosca, che lo faccia suo, che gli attribuisca un senso che non ha all’origine.

Sarebbe stato meglio lasciar cadere la conversazione, neanche sapevo bene cosa avevo detto (sarebbe stato troppo ripetergli le tue parole che, in fondo, non mi hanno mai convinto). Ma Kav non ci fece caso.

- Beh, al respiro non servono giustificazioni, tutti invece mi chiedono: perché scrivi? E me lo chiedono continuamente, perfino adesso che non scrivo più.

Ci avevano affiancati una moto di grossa cilindrata a destra e un SUV a sinistra. Un lavavetri stava bussando al mio finestrino. Cercai al di sopra dell’area di cantiere, ma non trovai più nulla da osservare. Così fissai il cruscotto impolverato e con un certo sforzo ripresi:

- Dovresti fare della scrittura qualcosa di simile al respiro, un punto di partenza e di ritorno. Riconoscerne l’essenzialità senza venirne logorato. Imparare a placarla, a darle il ritmo giusto per ogni occasione. Una scrittura esatta, bastevole alla sopravvivenza, e quando il bisogno ne richiede in eccesso, non farti sopraffare, mostrale chi è più forte: fai sì che la scrittura porti ossigeno e forza, e non ne tolga, ai contenuti.

Kav ignorò anche lui auto moto e lavavetri.

- Io scrivo soltanto cose senza contenuti.

- Ti va decisamente bene, io negli ultimi tempi ci vivo, senza contenuti.

Sollevai gli occhi dalla plastica grigia per provare a guardare l’altro in faccia. Avevo detto qualcosa di più grande di me, avevo appena commesso ciò che gli proponevo di non fare. Come sarei stata giudicata?

Era giovanissimo, chissà perché fino a quel momento lo avevo considerato quasi un mio coetaneo.

- Scusami, ho appena realizzato che nemmeno ci conosciamo, ma ce l’hai la patente?

Mi rispose con un accenno di risata e mi guardò a sua volta, ma con uno sguardo serio che mi allarmò. Puntai inutilmente i piedi e gli gridai nell’orecchio:

- Ferma subito l’auto!

- Un momento e lo faccio, appena scatta il verde. Voglio tentare un racconto circolare.

Mi resi conto della trappola in cui ero caduta, ma era troppo tardi.

Al verde ci sfrecciò accanto un vento colorato, e il condensato di tutti i miei pensieri fu solamente:

“Le Fiat ormai le fanno solo in queste imbarazzanti tonalità pastello”.

Il rombo della moto lo cancellò frantumandolo in polvere di gessetto che iniziò a depositarsi su di noi in caduta libera.

Ci intonacò, anticò, ci rese in apparenza come statue.

Quando smise di scendere, alle nostre spalle un coro di clacson si stava cristallizzando in alte spire che si rincorsero veloci fino al cielo intrecciandosi tra loro. I cambi espettorarono ingenti marce grasse come tossi mal curate, grattati dai tendini nervosi e duri di mani spazientite. E fu il turno dei nulla pronunciati a perdersi lontano. Nemmeno ci raggiunsero: chiusa in quell’universo sferico, dimenticai che l’auto era rimasta lì, ferma al semaforo.

Dopo di che, dei tre colori alternati non mi importò più nulla.

Facevo altro, e intanto pensavo anche che.

..

Dopo di te passò del tempo inutile.

Ti ripetevo di tenere in conto ciò che dicevi, ma non era vero niente. Scrivevo di ogni cosa, in ogni occasione, contro ogni buon senso. Fingevo di non equivocare sia il tuo che il mio sproloquio, e intanto non vedevo le due rive allontanarsi sempre più l’una dall’altra.

Adesso posso contare altre persone che, oltre a te, hanno cercato di darmi consigli in buona fede. Non ne ho ascoltata una, è vero, ma ciascuna ha sommato il proprio segno con le altre. “Vivi e sii forte. Scrivi se te la senti”. In fondo, cosa sto predicando io stessa a un ragazzino ancora al principio del percorso?

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Qualcosa accadde dunque tra me e Kav, e fu la messa in sincronia dei respiri.

A sera fatta eravamo ancora lì fermi e seduti. Il sole tramontava e dietro ciascun finestrino faceva a turno il pubblico pagante. Il Sindaco in persona gestiva dal semaforo la biglietteria.

Ero perfettamente tranquilla, controllavo i loro movimenti senza perdere la concentrazione su quei lineamenti morbidi, quasi un invito. Ma troppa vita doveva ancora segnarlo, non lo avrei fatto io, se non per mezzo della mia metafora.

- I maori, io li ho conosciuti, tu gli somigli un po’, in questo momento… Non toccarti la faccia, resta così. Ti voglio fotografare.

- Tu li hai conosciuti, e com’erano?

- Ti dirò… spettinati, sporchi in modo tremendo e aggiungo pure che puzzavano un casino. Ma tu – gli sorrisi ma distolsi per un secondo lo sguardo, aprendo l’applicazione- Tu profumi di gesso e di matita. Sei ancora simile a un concetto astratto, a un’immagine pura, costruita a tavolino, a un Escher, o a una foto perfetta scattata in bianco e nero.

 

 

Avevo trascorso la giornata tracciando con il kajal nero sul suo viso bianco un singolo racconto circolare, dal centro delle sopracciglia una spirale si faceva strada verso l’arco che unisce, tramite il mento, un lobo assieme all’altro. La congiunzione del respiro rese possibile che non restasse impressa alcuna sbavatura.

Kav pareva soddisfatto. Aveva raggiunto un’astrazione totale di sé dal corpo, concentrando sugli occhi tutta la sua sensibilità superficiale.

Premetti col dito sull’immagine del pulsante di scatto, fu esploso un breve click artificiale, l’immagine andò subito in rete.

Calò così la notte e restò solo un respiro, ma non poteva essere visto né udito. Tutti ci abbandonarono, tornarono alle loro case, e la zona rimase transennata fino a nuovo ordine.

Mentre frotte di disparate specie d’uccelli notturni vennero a colonizzare il semaforo lampeggiante in arancione, ci addormentammo insieme, fronte su fronte. Le schiene si inarcarono concordi per ore a intervalli regolari, finché nel sonno emisi una risata di gola.

Fu a causa di una battuta veramente idiota sentita pronunciare da te qualche giorno prima.

Lui rimase immobile nel sonno, ma io ero sveglissima, e non attesi l’alba per fargli portare avanti il suo racconto circolare.

Questa era ritornata la mia storia.

Spalancai la portiera e mi precipitai a scrivere una cosa che mi bruciava di dire ormai da troppo tempo.

 

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Anemone

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Apri il ventaglio nel tuo Libero Stato.

Non di azzuffate, né di morte stagioni

né di ragazze eclettiche, né degli amici andati

potrai più ridere, mentre sfarina il tempo.

Quello che resta

quel che a ciascuno resta

quel che nelle tue intenzioni

ripartirà in eterno, ho colto

nel folto delle tue tempie azzurre

presa dal sogno

del gioco degli errori

in cui tu muori giovane e risorgi

sempre più stanco

dopo ciascuna mano.

Apri il ventaglio,

forza la porta chiusa.

Spiana le rughe agli angoli,

tendi le linee fini ora tutte spezzate.

Lascia che siano il fiore anemone di un sorriso

spasmo di un giorno bianco, buono da ricordare.


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