Parole a pane e acqua, per favore.

Ci sono delle donne che mi fanno venire il nervoso. Di quelle che quando affrontano la vita sembrano non tenere conto dell’esperienza. O meglio, di quelle che piegano i risultati dell’esperienza a ciò che, contro ogni ragionevole evidenza, vogliono dimostrare di essere l’unica lezione che si possa leggervi. Mi urtano i nervi, sono del tipo che ti rovinano la piazza, come si dice, anche a quelle come me, che decisamente vivo e penso fuori dagli schemi. Oh, vabbé, lasciamo perdere. Anzi, no. Che poi, quelle sono anche madri. Bel modello lasceranno alle loro figlie e, se ne hanno, anche (e forse soprattutto) ai loro figli. Lo dico a ragion veduta, io non parlo di cose che non conosco*. Il problema di questi personaggi sta nel fatto che, per restare a galla, devono a tutti i costi mettere sotto i piedi gli altri.

Ora, si sa, è dimostrata l’esistenza e spiegati i motivi dei meccanismi che portano l’essere umano a voler primeggiare**, perfino stamattina leggevo del record stabilito dall’arciere zen Dong Hyun, detto The blind archer, che, praticamente cieco, nella prima giornata delle Olimpiadi, durante le qualificazioni, è riuscito a battere il record del mondo individuale. E poi ha detto “per me il record è molto importante”, e ci credo. Qui la posta in palio è al di sopra di ogni sospetto. Ma quelle donne, quelle madri.

Ragazze, i padri, lo dico pure a Lola, che disapprova, non solo ce la fanno quanto noi, ma giocano pure un ruolo fondamentale nella crescita dei figli, l’ho letto in uno di quei libri*** che mi aiutano a capire l’unico mio figlio maschio. A me gli uomini piacciono

(- Si sa.

– Non interrompere tu, che non hai nemmeno genere.)

e di conseguenza non posso sparare a zero su di loro. Non sono “tutti stronzi”, con le ovvie eccezioni sono buoni, in buona fede, si impegnano. E sono capaci anche di gesti di una delicatezza inaspettata. Faccio alcuni esempi. Il primo, Tom Waits, presente chi?

Quello definito in una recensione presa a caso: “l’artista maledetto, “l’allegria di naufragi” per dirla alla Ungaretti.” Bé, con quella statura d’artista che si ritrova e quel vocione, nell’intervista sul Mucchio Selvaggio di questo mese teorizza delle canzoni (e io ci vedo tutta l’analogia con le parole, in particolare con la poesia) che “sono come gli uccellini: mangiano poco. […] La cosa più difficile è fare in modo che certe canzoni rimangano piccole, non farsi fregare dal loro bisogno di mangiare” (che poi non parla d’altro che della difficoltà e dell’impegno a contenere la propria ambizione) e dice “In questo nuovo disco le canzoni sono rimaste a digiuno fino alla fine, a pane e acqua”. Canzoni a pane e acqua, capito? Parole, pure, a pane e acqua, aggiungo. Che dimostrano pensieri asciutti e produttivi. Se a quell’età e con la carriera che ha fatto lui, riesce ancora a dire “Mi ritrovo ad ascoltare un sacco di musica fatta dai teenager. La mia vita è sottosopra”, e lo attribuisce all’influenza che i figli hanno su di lui, bè costui ci mostra un esemplare d’uomo bello, pulito e adatto ad un’emulazione che approvo in pieno.

Un altro esempio, invece, lo prendo più vicino. Due giorni fa le mie figliole “culturalmente modificate” si sono organizzate e hanno fatto un’improvvisata telefonica alla madre naturale, mai frequentata prima. Quando me l’hanno detto ho provato un temporaneo smarrimento sul mio ruolo nei loro confronti, certo, ma ne sono stata subito felice. E poi non avendo nessuna pretesa di possesso su di loro, non ho sofferto per alcuna disillusione.

Fatto sta che ieri, nel bel mezzo di una riunione di lavoro mi è arrivata una di quelle gentilezze che non t’aspetti, specie da un uomo. Una poesia trovata per caso, che dipingeva proprio il mio sentimento per le mie ragazze. Gentilezza per gentilezza, l’ho restituita con una traduzione senza pretese. Si può leggere qui, sul blog di Luca.

Per inciso, due posti più in là dal mio, c’era seduto un simpatico collega che aveva allungato lo sguardo (non autorizzato) sul mio telefono, aperto alla pagina della biografia dell’antropologa Margaret Mead, l’autrice del testo (quanto interesse verso gli antropologi, che categoria di intellettuali, gli unici, o quasi, a poter parlare con cognizione di causa delle origini dell’uomo e di conseguenza della validazione o meno delle teorie filosofiche sull’umanità, sul mondo e sul divino****). L’ometto, schifando l’importanza degli argomenti all’ordine del giorno, ha commentato:

– A Francé, ma lo sai che questa me l’ha fatta studiare la proffe delle medie?

– Ma va’?

Davero. M’è rimasta impressa perché … Ah! Ah! Aveva studiato… La danza del pene!

E mentre io ingigantivo lo spazio tra le palpebre come un cartone animato della Warner Bros, si intrometteva un’altra collega, bellissima e procace:

– Insomma! Falla finita, cazzo! E poi dopo ti lamenti che non hai capito niente-, costringendolo a ritirarsi buono buono e in silenzio sul fondo della seggiolina fino a fine riunione. Maschi.

(Non so della “danza del pene”, non l’ho trovata, ma cercando insieme “Mead” e “penis” si trovano in effetti molte prove delle ricerche della studiosa nel campo considerato, sempre sotto l’aspetto antropologico, ovviamente.)

Tornata a casa ho letto la poesia alle fanciulle,che mi sono sembrate decisamente indifferenti. Ma invece una cosa tira l’altra, e dopo un po’ di tempo una è tornata indietro con un foglio:

– Ho scritto una poesia, vuoi leggerla?

– Dai.

– È in russo, in rima.

– Leggimela.

– Ok.

8 Марта

Восьмое Марта близко-близко

Я ненавижу этот день,

Дарить цветы,открытки, письма,

Мне надоело, так давно,

Я лучше поиграю в игры,

Приглошу друзей моих,

А этот день 8 марта ,

Забуду на всегда.

– Traducimela adesso.

– S’intitola

8 Marzo

L’otto marzo è vicino vicino,

Lo odio questo giorno,

Regalare i fiori, lettere,

Mi ha già scocciato da un bel po’,

È meglio se faccio qualche gioco,

Invito degli amici,

E questo giorno dell’otto marzo,

Me lo scordo per sempre.

– Ah, caspita. Bella. Mhm, mhm. Ma, scusa sai, perché proprio oggi hai pensato all’otto marzo?

– Così. Il protagonista è un maschio.

– E perché?

– Così. In verità ci ho pensato perché ho letto una barzelletta.

– Quale?

– Una barzelletta russa.

– Me la racconti?

– Certo:

Учительница говорит:

-дети, скоро праздник- 8 марта, сочините какой-нибудь стишок по этому поводу.

Вовочка встает и расказывает:

 -Восьмое марта близко-близко,

Расти скорей, моя пиписка.

Учительница:

-Вон!!!   К директору, и расскажешь, за что я тебя выгнала!

Приходит он к директору,так мол и так, за стишок посвященный  8 марта выгнали. директор выслушал стишок и говорит:

– Дурак ты, вот какой стишок надо сочинять:

Восьмое марта близко-близко,

И сердце бьется как олень,

Не подведи меня,пиписка,

В международный женский день.

– E adesso, me la traduci?

– Certo:

La prof dice:

– Ragazzi, tra poco c’è la festa dell’otto marzo, scrivete una poesia al proposito.

Vladimino si alza e recita:

L’otto marzo è vicino vicino,

Cresci in fretta, mio pisellino!

La prof:

– Via!!! Dal Direttore, e raccontagli perché ti ci ho mandato!

[Vladimino] va dal Direttore e gli racconta della poesia dedicata all’otto marzo. Il direttore dopo aver ascoltato la poesia gli dice:

– Che stupido sei, ecco che poesia dovevi inventarti:

L’otto marzo è vicino vicino,

E il mio cuore batte come il cervo

Non deludermi mio pisellino

Per la festa delle donne ti riservo.

Le risate che ci siamo fatte. Poi più tardi, a ripensarci, mi è venuto un dubbio: le avrò mica involontariamente detto tra le righe che gli uomini sono tutti uguali, sono tutti stronzi, e che hanno in mente soltanto quello?

Ma no, l’umorismo greve pure usa parole tenute “a pane e acqua”. Sono solo canzonette, insomma.

     …

   ..

 .

*) Per la bibliografia relativa questa espressione, vedere qui e qui* [al minuto 2:42 circa]; per approfondimenti sulle relazioni tra le canzoni di Caparezza e il cinema di Nanni Moretti invece, vedere anche qui.

**) Su Le Scienze di Luglio 2012, per esempio, c’è un bell’articolo di Ian McEwan, “versione riveduta e corretta di un seminario tenuto a Santiago, in Cile”, rintracciabile in lingua originale qui Dove, tra l’altro, viene data notizia di episodi della vita di Darwin e di Einstein che mettono in luce la precedenza che davano ai propri affetti, prima che alla gloria mondana. E dove invece si annota di come un segno della “modernità” in tanti settori, compresa la scienza, sia la pretesa di mettere la “firma” sul prodotto del proprio lavoro, mirando a raccogliere quanti più riconoscimenti e consensi, come conseguenza del fascino irresistibile esercitato sull’essere umano dalla popolarità. Cosa che ha portato e porta spesso a errori di valutazione da parte di chi fruisce di un contenuto (e passi per l’arte), perché la fama diventa sinonimo di garanzia della sua validità (“Individualità e personalità tendono a suscitare devozione quasi religiosa”). Ma McEwan conclude sostenendo che l’”ambizione bassa, o mondana, di arrivare primi” oltre a mutare il corso della scienza, ridefinì anche “il senso di noi stessi” (riferendosi alle conseguenze delle teorie di Darwin e di Einstein sugli scrittori dal XIX secolo in poi, che “hanno lasciato in eredità mezzi sofisticati e profondi per delineare un personaggio”, ma ancor più sui successivi, Joyce in testa, che con Virgina Woolf “trovò nuovi mezzi per rappresentare il flusso di coscienza che ora sono usati comunemente, perfino nei libri per bambini”).

***) Steve Biddulph – Crescere figli maschi. Ed. TEA, 2006.

****) L’articolo originale e quello de Le Scienze di Luglio 2012, oltre a quanto detto sopra, sono una lettura che, ancora una volta, avverte dei limiti del creazionismo. Evviva chi continua a martellare su questa semplice evidenza.

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