Posts Tagged ‘Antonio Pascale’

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8 settembre 2013

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Cinque versi facili

resistenza al lavoro.

L’esperto sa bene: “Chi dorme non compete.

Matusa, dai, lasciate perdere la quiete!

Sciogliete quella briglia,

Fomentate il parapiglia!”

Per me è scemo chi legge, e pure chi consiglia.

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Il punto di partenza è una check list, l’ennesima di provenienza statunitense, stavolta a uso e consumo degli ultracinquantenni in crisi lavorativa.

Una classe superiore per numerosità, ma ormai fuori mercato, che dovrebbe attuare una strategia aggressiva per non farsi soffiare il posto dai più giovani -sempre di meno, e sempre più affamati di lavoro-.

Non posso negarlo, la mia prima reazione di fronte a titolo e vignette illustrative è stata quella che Kahneman ascrive al cosiddetto “Sistema 1”: rapida, non meditata, decisamente primitiva, e comprensiva di adeguato improperio. E non me la rimangio.

Però, quando ho finito di leggere l’articolo sul Corsera a firma di Antonio Pascale, che da tali indicazioni prende spunto per lanciarsi in un volo pindarico dei suoi, beh, ho provato un sentimento ambivalente.

Tutta la mia solidarietà a Pascale, che ha fatto sue le teorie di Kahneman e che, da firma illustre del primo quotidiano nazionale qual è, ha scelto senza battere ciglio di dare un taglio da “Sistema 2” (lento, che schiva luoghi comuni e conclusioni facili) all’articolo, lui che ha più volte concluso che non gli è il più congeniale per natura.

E, certo, se questi erano gli assunti di partenza:

– Fate tutto quello che ai giovani non va di fare, ma

– Siamo destinati a essere sostituiti dalle macchine

c’era poco da arrampicarsi sugli specchi. Il lavoro scarseggia e scarseggerà sempre di più. Corretto quindi insistere a chiedere alla politica (alla politica, sì, visto che ancora ha un ruolo in questa società) il classico “cambio di paradigma”, il dinamismo, le soluzioni nuove per parametri e linguaggio. Ma a mio parere Pascale si è fatto prendere la mano dal lirismo (per sua stessa ammissione ne ha diritto, per sopraggiunti limiti d’età) senza considerare che in questo paese nessuno fa (né la mantiene) carriera per merito, e che quei consigli, che sanno tanto di carità pelosa, potevano essere liquidati in cinque brutti versi, volendo neanche in rima, e neppure tanto cortesi.

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La vostra affezionata figlia

21 maggio 2013

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Anais Nin - Henry Miller

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Poco fa ho saputo che un mio racconto è stato scelto per essere incluso in un’antologia erotica, e ne sono orgogliosa. La casa editrice Smasher è piccola ma si muove bene, e il pezzo non mi sembra cattivo come prima prova.

Ok, non era la prima volta che mi cimentavo nel genere, ma farlo su commissione è un tantino diverso. Qui, nel blog, io mi permetto di sperimentare e scelgo di pubblicare ciò che piace solo a me. Ma fuori? Mi fido della scelta dell’editore, comunque a me resta il dubbio di essermi spinta un po’ oltre. Mi spiego: di essere, per l’ansia da prestazione, scivolata dall’erotico nel pornografico (genere per il quale nutro il massimo rispetto ma… beh, giudicherete voi se avrete il coraggio di affrontare la lettura, quando vi darò la notizia della pubblicazione).

Devo averlo già scritto da qualche parte, un certo peso nella mia evoluzione sentimentale lo ebbe la corposa corrispondenza tra Anaïs Nin e Henry Miller, letta intorno ai vent’anni. Poi Anaïs Nin mi accompagnò per diverse pagine coi suoi racconti, e con lei lì mi fermai, per dedicarmi ad altro.

Ultimamente ho avuto il coraggio di avvicinarmi a Miller, iniziando dal volume edito da Minimum Fax*, con una prefazione (stupenda) di Antonio Pascale. Ce ne sarebbe da dire, e probabilmente ne riparlerò. Mi ha colpito però provare addosso, seguendo Miller e Pascale, una sensazione di velata tristezza. Ma devo approfondire (ho “i tropici” sul comodino, e per l’estate li avrò fatti miei), quindi stop alle elucubrazioni.

Io invece, non tanto perché donna (non sono portata al sessismo), ma proprio perché me stessa, mi sento fortunata. Ho un rapporto così facile con l’argomento che non mi meraviglia rileggere cose come questo post e sentirmi a mio agio, senza rimorsi né rimpianti per averlo scritto.

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PS: Mamma, Papà, sorvolate. A voi riserverò prove migliori.

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*) Henry Miller – Una tortura deliziosa. Pagine sull’arte di scrivere, Ed Minimum Fax, 2007.

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Io, Carlo – Mamma e Papà

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Lettera sulla felicità n.3

21 gennaio 2013
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Voglio ‘o sole pe’ m’asciuttà voglio n’ora pe m’arricurdà
(Pino Daniele)
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grotte1

Dal Big Bang alla civiltà in sei immagini

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Da non dormirci la notte

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Comincio dalla fine. Gli amici che mi salutano dicendo “Grazie”, come se li avessi avuti ospiti a casa mia. “Grazie?” “Per l’occasione”, mi fanno felici. Felici. Ma sì, è così, ne siamo usciti un po’ più felici di quando siamo arrivati.

Una volta dentro la sala dell’Auditorium, avevo detto a Paolo “Vorrei scrivere il terzo post sulla felicità partendo da questa serata, ma ora non so… Non vedo bene il nesso. Universo versus Storia dell’Uomo, c’è poco da gioire. L’unico divertimento che mi viene in mente è quello del primo nel fare le pernacchie all’altro, dall’alto della sua durata eterna, il giorno della nostra estinzione definitiva”.

Giuro, l’avevo pensato già prima di sentire la conclusione di Antonio Pascale sull’ipotetico sbarco degli alieni sul pianeta ormai deserto, e la descrizione della loro reazione di fronte ai reperti dell’umanità contemporanea.

Però lui ci è arrivato come sempre micio micio, scorrendo tra sorrisi, battute e dati certi il filo dei ragionamenti -quella nuova griglia narrativa che mi pare sia riuscito, o sia molto vicino a realizzare (dal vivo funziona alla grande poi), e della quale io mormoravo a mezza bocca le parti conosciute, alternandomi col resto del molto eterogeneo pubblico (“Kahneman, Sistema Uno e Due… Le asce bifacciali… Qui parla della decrescita…”). Verso la seconda immagine mi sono guardata attorno e ho pensato: ma guarda come funziona bene il metodo trovato, come lo sta trasmettendo, ma che bravo-.

E allora, al termine dello “spettacolo” allestito da lui e dall’ottimo astrofisico Amedeo Balbi, l’avevo capito, quel nesso. E come è giusto che sia, la loro ricetta, il suggerimento ricevuto, l’ho letto a modo mio.

Penso di poterlo sprecare un po’ di tempo alla ricerca del raggiungimento di un concetto “ameba” come la felicità. Per la ricerca in sé.

Che quello che conta è restare attenti e non mettere da parte le domande -come dice, all’incirca, Balbi: Se io fossi stato un uomo primitivo, non ci avrei dormito la notte davanti al mistero di tutte quelle stelle. E di domanda in domanda siamo arrivati a poter leggere la storia dell’Universo fino alle sue origini-.

Che sono già più che impregnata di inquietudine. Da mo’ che non ci dormo la notte.

E poi, anche se non è una condizione duratura, io la felicità la so percepire quando è molto vicina, la so acchiappare al volo, farci un giro di walzer e so accettare che se ne vada via. E magari restituirne un po’ del profumo a chi voglia fermarsi a sentirne la descrizione.

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Sarà che, salutati gli amici, ho portato via con me questo stato d’animo, o che il dormiveglia mi ha fatto balenare la curiosa immagine di una buonanotte/palla da baseball sparata sulla luna, che esplodeva ricadendo come una pioggia scintillante sopra tutti noi, oggi mi sembra di aver dormito con qualche pensiero in meno e qualche stella in più sopra il cuscino.

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(Un consiglio: Andateli a vedere alla prima occasione)

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Pino Daniele – Alleria

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Sta accadendo ora

8 dicembre 2012

Io sono in prima fila…
Magnifiche letture di Parise.

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Segnalazioni

1 dicembre 2012

primarie seggio

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Di seguito un’anticipazione dell’articolo, ispirato dal post “Stringi stringi, una sola risposta conta“, pubblicato oggi dagli amici di LIB21 .

Buona lettura.

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Questioni “Primarie” tra olio e petrolio

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“In… In Puglia! Quanti oliveti abbattuti per realizzare quei maledettissimi campi fotovoltaici!”

“Certo, in Puglia”, l’ho ripreso, “da dove viene il grosso della produzione elettrica da fotovoltaico, con tutti gli squilibri alla rete che procura, per tacere d’altro.”

Il mio amico Michele, pugliese D.O.C., l’avevo incontrato domenica, in ascensore. Quindici secondi netti per una manciata di parole, poi le porte si sono aperte e sono uscita. Per intrufolarmi subito di nuovo, e fargli:

“Senti, solo per capire, ma è vero che in Puglia gli oliveti sono più che altro decorativi?”

“Che cosa dici?! Dove l’hai sentita questa grandissima baggianata?”

“Non può essere una baggianata, l’ho letta su internet”, ho sentenziato tra il serio e il faceto, mentre mi sfilavo nuovamente dalla tagliola delle porte. Però l’avevo letto veramente che con quelle piantesi può far tutto, tranne l’olio”.

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[Continua a leggere su LIB21]

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Il cane serve a prendere il coniglio?

16 ottobre 2012

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Questo era Michele Serra, quando lo attaccavo al muro della mia cameretta e lo eleggevo a mugugnatore di riferimento. In questo caso indignatissimo per la vicenda Gladio, trasudava vendetta a nome di tutti quelli ancora puri di Cuore e di ideali che ci ritenevamo noi sinistrorsi giunti al termine degli anni ottanta col fiatone.

E oggi non posso fare a meno di soffrire (e reagire, a volte) ogni qualvolta mi giunge notizia di un suo nuovo exploit nel quale non solo non mi riconosco, ma stento a riconoscere anche lui (ma non per questo smetterò di volergli bene in nome dei tempi andati, se non altro). Ormai si imbarca di frequente in crociate in favore del ritorno alla natura benigna di una volta ed eccolto colto sul fatto da un nuovo post di Antonio Pascale.

[Lui è un altro che ha fatto delle sterzate eclatanti nel corso della sua carriera. Insomma, per dire che non parto prevenuta verso chi ha il coraggio di intraprendere altre strade. A me Pascale piaceva tanto come narratore ma, che farci? Ognuno evolve come più gli si confà. E, inoltre, qui il compito che si è dato ultimamente, il pensatore, digeritore, divulgatore di visioni oneste sul tema che conosce bene, l’agricoltura, lo svolge con tanta testardaggine e onestà che io lo ammiro. Di questi tempi, tempi di caccia alle streghe, si immola con effetti finali così drammatici (vedi gli scontri che seguono i suoi post, articoli e libri)  che dà l’idea di aver traslato la sua vocazione narrativa dalla carta stampata alla vita vera.]

A lui l’onore di avermi resa leggera la digestione del fatto che non esiste più il Serra di una volta. E di aver ideato la metafora del cane e del coniglio (e della incidentale evocazione di Piero Angela).

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PS. Il mio balcone fa veramente schifo, tutti i miei tentativi di coltivare verdure o frutta sono andati a farsi fottere. Ci ho rinunciato. Ma non prima di aver usato generosamente il verderame.

Della tristezza, del piacere e della conoscenza

3 ottobre 2012

 

 

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 Era il 1987, attenzione. L’avevo preso perché lo trovavo magnetico, accattivante, già solo dal titolo, “Viaggi indifferenti”*. L’opera di uno storico, forse un trattato sul labile confine esistente tra previsione storicistica e fantascienza? Forse, avvertivo che negli anni a venire avrei sentito l’esigenza di riempire di significato una lacuna che già si stava aprendo in me, ma alla quale non sapevo dare forma o nome. E poi, quell’anno compravo sempre e solo libri d’architettura. Pensavo sinceramente che quel libro l’avrei letto, un giorno o l’altro.

Lasciamo perdere che soltanto ieri m’è capitato in mano e ho pensato: “Ma sì, forse la do, un’occhiata”. Un capitolo a caso -a caso?- :

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Non possiamo non dirci pagani

Se si osserva non superficialmente un particolare stato d’animo di questi ultimi anni, si scopre forse che quella sfuggente ansia di rientrare in sé stessi che si avverte da ogni parte non è che il desiderio filosofico di una ancora sconosciuta terapia intellettuale. Si cerca una cultura sottile e disarmante che non si trova in luoghi precisi, ma di cui si percepisce, tuttavia, l’assenza.

È un desiderio attivo, questo, che non ha però contatti di alcun genere con la pura e semplice evasione né con il privato volgare. Si tratta d’altro: è l’esigenza di una razionalità più profonda e raffinata che coincida con un bisogno altrettanto profondo di edonismo e di erotismo esistenziale. Riemerge forse, inavvertita, l’antica limpida filosofia dello stoicismo, sulle cui aeree strutture poggiano, ancora oggi, il “pensare”, il controllo intellettuale dell’agire umano?

Riaffiora, insieme ad essa, la rasserenante morale pagana – sempre esorcizzata e perennemente diffidata – che lascia vedere e “gustare” le cose così come sono? Riappaiono quelle lontane “teologie razionali” che, da Epicuro a Seneca, hanno insegnato l’arte di vivere? Quel movimento spirituale (la stoa, appunto) che, dentro l’ellenismo, diede “per mezzo millennio a innumerevoli uomini una base morale e una pace interiore”?

Si potrebbe istintivamente rispondere che il contributo culturale, umano, artistico ed “erotico” del paganesimo è stato troppo alto perché se ne smarrisca mai il senso. Ma, detto questo, è difficile poi sapere con esattezza in quali pieghe del nostro tempo sono celati, vivi, i segni di quell’epoca sommersa ma densa di idee e, soprattutto di pensiero.

“Uno storico del futuro”, scriveva pochi anni or sono Ranuccio Bianchi Bandinelli, “potrà dire che l’inizio dell’era atomica ed astronautica, della tecnologia e della civiltà di massa coincide con la scomparsa delle ultime tracce delle forme ellenistiche.” Ma sono veramente scomparse, queste forme di cui parlava il grande studioso del mondo antico, quando dal campo dell’arte si passa a quello del linguaggio, dell’estetica del vivere e della filosofia? Bianchi Bandinelli definiva le forme ellenistiche “ovvie e insostituibili, tanto ci erano naturali a noi europei”, aggiungendo che “esse hanno fatto ancora parte, fino a ieri, della nostra esistenza”. È così forte, allora, la tecnologia moderna da negarle per sempre?

Tutto sembra confermarlo. Ma l’ellenismo e lo stoicismo avevano anch’essi come elemento di riflessione il nostro stesso problema, cioè il rapporto con la scienza e le tecniche. Quei filosofi sapevano però ricondurlo al logos, al discorso, cioè all’ordine culturale, all’equilibrio morale dai quali quel rapporto è legittimato. Questo senso stoico, “ovvio e insostituibile”, può rientrare come elemento critico e analitico nella realtà contemporanea? Certamente sì, ed è un elemento questo fondamentalmente estetico.

[…]

Chi riconosce nello stoicismo quell’essenza filosofica della cultura e del mondo pagani che percorre, come un filo rosso, il pensiero moderno (dall’Umanesimo a Spinoza a Kant alla rivoluzione francese) non può non sapere che il concetto di esistenza è fondato anzitutto sul piacere di vivere inteso come unico veicolo di conoscenza e di verità. Val la pena di ricordare che proprio negli scritti di tanti pensatori della fase conclusiva dell’età classica (e pagana) si avverte l’inquietudine di una transizione verso un mondo meno solare e meno certo proprio perché più triste.

[…] lo Stato ha la più profonda radice non nella debolezza dell’uomo, ma nell’istinto sociale che è naturalmente insito in lui. Ha un senso, allora, immaginare come un paradiso perduto l’idea pagana di un individuo, di una società o di uno Stato tenuti insieme solo dal gusto di godere, nel migliore dei modi, la vita di ogni giorno?

Mentre leggevo, mi sorprendevo della similitudine con un tema nel quale mi ero imbattuta di recente, l’opposizione che alcuni sostengono esistere tra pensiero scientifico e umanistico . Una separazione della quale, mi pare, abbia parlato ieri, in termini di opposizione tra illuminismo e romanticismo (se non fermiamo la definizione del pensatore romantico all’idea dell’inventore di frasi stucchevoli per i bigliettini dei Baci Perugina), anche Antonio Pascale dal suo blog sul Post.

Un’altra buona lettura.

*) Lucio Villari – Viaggi indifferenti, Ed. Bompiani 1987

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Giuliano Palma  – Se ne dicon di parole

(Con questo video inauguro 4 giorni di paganesimo musicale)

Senza competenza né pudore

19 settembre 2012

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 (una trama giallo-verde)

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Prologo

Un mercoledì sera di pioggia una donna, che chiameremo Mona, viene ritrovata morta a Roma in mezzo alla carreggiata di Via Salaria, poco prima di Piazza Fiume. I passanti, chiusi a capannello attorno al cadavere, discutono sul da farsi, dividendosi tra coloro che ritengono di doverla lasciare in terra fino all’arrivo delle forze dell’ordine e coloro che, invece, la afferrano a più riprese per braccia e gambe (qualcuno, già che c’è, le tasta un po’ le tette, che tanto non si può più ribellare), lasciandola ricadere malamente in terra soltanto dopo estenuanti tira-e-molla con quelli del primo avviso. All’improvviso scatta il verde, scatenando la rabbia di un plotone di auto inferocite. Un momento prima di essere falciati in massa, ciascuno dei passanti rivede tutta la propria vita come in un film. Tra di essi, c’è chi rivive colpevolmente, istante per istante, le ultime occasioni di contatto con la defunta.

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# 1

Passante 1: – Hai letto? A Caserta i paesi dell’area OCSE hanno aperto un centro per insegnare ai paesi dell’area MENA come si devono gestire le pubbliche amministrazioni.

Mona: – Quali sarebbero i paesi dell’area OCSE?

Passante 1: – Quei 29 paesi, tra i quali il nostro, che praticano il libero mercato!

Mona: – Chiaro, lo sapevo benissimo. Era un pour parler.

Lola: – E i paesi MENA?

Mona: – Anche tu poni la questione pour parler, immagino.

Lola : – Certo.

Passante 1: – Sono quelli che si situano tra il Medio Oriente e il Nord Africa, e che vengono sostenuti da progetti della Banca Mondiale.

Mona: – Mah. E perché a Caserta?

Passante 1: – Qua il Ministro Patroni Griffi dice che c’è una “comunanza di interessi”, ti leggo quali: “lotta alla corruzione, performance nelle pubbliche amministrazioni e semplificazioni per creare le condizioni di crescita e di sviluppo”.

Mona: – Altro che “Città Distratta”*, allora.

Passante 1: – Sì, invece. Considerato che dalla Reggia si gode di uno splendido panorama, non si può evitare di distrarsi.

Mona: – Capisco. Infatti vedi, vedi! Il Sindaco dice “Ho già ricevuto i complimenti di tutti i rappresentanti dell’Ocse impegnati oggi a Caserta, per le bellezze che la città offre alla loro vista”.

Passante 1: – Mi sembra un’ottima cosa, no?

Mona: – Ottimo, disse il conte, e vomitò (tre volte, aggiunge sempre mia madre).

Passante 1: – Uhm. Certo non per la città, immagino.

Mona: – Ovviamente no.

Passante 1: – Ora l’ho capita …Ah! Ah! …Uhm.

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Lola: – Non hai nessun pudore.

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# 2

Lola: – Fai vedere. Vuoi comprarti un nuovo telefono?

Mona: – Non esattamente, sono entrata in un negozio e ho preso un depliant.

Lola: – Intanto dovresti leggerlo nel verso giusto.

Mona: – So leggerlo nel verso giusto, è solo che a te lo sto porgendo al contrario. Mi offri un caffé?

Lola: – Certo, fai pure. Vuoi comprarti un iPad, dunque. È questo un iPad, vero?

Mona: – Noo, non vedi? Quest’altro è un iPad.

Lola: – Ah, mi sembrava che lo fosse anche questo.

Mona: – No, no, è tutta un altra cosa. È della Apple e io di quel mondo non ne ho mai capito niente.

Lola: – Ah. E se non è un iPad, che cosa sarebbe invece?

Lola: – Non vedi che è un telefono?

Passante 2: – Uh, hai intenzione di comprarti un telefono nuovo?

Mona: – Non esattamente, sono entrata in un negozio e ho preso un depliant.

Passante 2: – Enrico ha questo modello.

Mona: – Bello. Tre pezzi: tastiera, schermo touch e telefono. Lui come ci si trova? Funziona?

Passante 2: – Oh, sì. Anche se credo che abbia comprato solo questo pezzo.

Mona: – Solo la tastiera?!

Passante 2: – … Mi pare …

Lola: – Eppure sembrerebbe che li vendano insieme questi tre pezzi.

Passante 2: – Forse, ma comunque te li danno gratis. Se compri l’abbonamento. È per tuo figlio la spesa?

Mona: – No, in realtà sarebbe per me.

Passante 2: – Io lo sto cercando per mio figlio. Sai, lui ha un vecchio modello. Fa solo telefonate. E invece ultimamente torna da scuola dicendo “mamma, tutti i miei amici hanno il touch screen…”

Mona: – Certo.

Lola: – Certo.

Mona: – Su cosa ti stai orientando, così magari mi dai un suggerimento?

Passante 2: – Bè, io avrei scelto uno di quelli che paghi 10 euro al mese per due anni ma puoi navigare in internet e scambiare messaggi con chiunque. L’unico inconveniente è che una telefonata costa quindici centesimi, con scatto alla risposta.

Mona: – Azzpé!

Lola: – Urgh.

Passante 2: – E allora ne ho parlato con Enrico, che ha detto antani, come trazione per due anche se fosse supercazzola bitumata. Allora abbiamo convenuto che dei tre telefoni come se fosse tarapia tapioco che avverto la supercazzola. Sbiriguda veniale.

Mona: – Certo. E poi, D’oh! De-hi-hi-ho! Preferisco bere una birra. Ciambelle… esiste qualcosa che non riescono a fare?

Passante 2: – Ah, le cappelle? E le son là, guardi, a destra, ma qui un si può parcheggiare. Intanto, trìnita confraternita pulitina.

Mona: – Bene, bene. E, appena avrete deciso, ricordati che quello vecchio lo prendo io.

Passante 2: – Senz’altro, come no? Benissimo! A presto allora!

Mona: – A presto, a presto!

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Lola: – Non hai nessun pudore.

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# 3

Lola: – Sai quante unghie ha un vitello?

Mona: – Otto

Lola: – … Come hai fatto?

Mona: – Eh, sono due per zampa.

Lola: – … Complimenti, non pensavo. Dì la verità, hai tirato a indovinare?

Mona: – Hai mai disegnato un vitello?

Lola: – No.

Mona: – Neanche io, ma lo riesco a immaginare benissimo.

Lola: – ’Cacchio dici?

Mona: – Non posso crederci: davvero ho indovinato? Ehi, tu, ultimo arrivato, tu lo sai quante unghie ha un vitello?

Passante 3: – Grunt. Nessuna.

Mona: – Già. E sai perché?

Passante 3: – No.

Mona: – Perché i vitelli le unghie se le mangiano a sangue.

Passante 3: – Ah. Davvero?

Mona: – Sì, lo sanno tutti.

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Lola: – Non hai nessun pudore.

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Variety: Con questa opera il regista disegna il ritratto di una disperazione senza rimedio.

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Elio E Le Storie Tese – Il Vitello Dai Piedi Di Balsa (+ Reprise) feat. Enrico Ruggeri

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*) Antonio Pascale: Ritorno alla città distratta – Ed. Einaudi – Stile libero, 2009

Il dovere di Essere Intelligenti (e quello di Indagare Sulla Natura Della Consapevolezza Umana)

14 settembre 2012

Seguendo un g+ che mi consiglia sempre bene, ho letto un articolo sul blog Leucophaea dal titolo “Mistero” nel quale l’autore, Marco Ferrari, disserta della contrapposizione tra la fiducia nelle idee scientifiche e quella nella superstizione (o meglio, nella necessità insita nella natura umana di fermarsi, spesso, alle spiegazioni semplici):

[…] da mesi in redazione e fuori stiamo discutendo del perché bene o male (più male che bene) le idee scientifiche facciano una gran fatica a diffondersi e soprattutto a superare un muro di quella che potrebbe essere definita superstizione, ma non lo è, non del tutto.

L’assunto è che ci siano troppe controversie che contrappongono una spiegazione scientifica a una no. E come dargli torto? Mi fido della sua interpretazione, almeno per ciò che ritiene importante estrarre dalle 11 pagine di Jiro Tanaka in inglese scientifico ed in particolare del grafico (quasi quasi lo riporto anch’io)

che espone i tratti distintivi e quelli in comune tra la tendenza meccanicistica (che sfocia nei casi estremi nell’autismo) e tendenza mentalistica (che invece può degenerare nella psicosi). Nel mezzo c’è quella che viene definita popolazione “normale”, che include chi tende ad occuparsi di Ingegneria, Matematica e Fisica, Logica, Scienze naturali, Filosofia, Giurisprudenza e Scienze sociali, Storia, Storytelling, Psicanalisi, Terapia e Poesia.

Ma peccato, peccato davvero, per come lo sfogo poi gli prenda la mano e tutto il discorso finisca per riunire sotto l’unica definizione di “adoratori del mistero” varie teorie del complotto, visioni olistiche, agopuntura, e restare chiuso entro lo schema rigido di quella contrapposizione che, inizialmente, sembrava deplorare. Eppure in un punto si lascia sfuggire un “ci mancherebbe”:

“una interpretazione del fenomeno che lascia un angolino di inspiegato, di non rientrante nelle normali leggi della fisica e della chimica, del “c’è sempre qualcos’altro”, del “ci sono più cose in cielo eccetera”. Che è bello, da certi punti di vista, perché significa che secondo queste persone la scienza non ha ancora spiegato tutto (ed è vero, ci mancherebbe)

E quindi Marco Ferrari finisce per scagliarsi contro lo storytelling e contro la cultura umanistica tout court.

[…] Che, come dicevo sopra, vede nel mistero, nell’inspiegato e in fondo nell’inspiegabile, qualcosa di fondamentale […]Non si accontentano delle spiegazioni della scienza, vogliono sempre che ci sia qualcosa di più. E il mistero per loro deve rimanere tale, sono inorriditi dal tentativo degli scienziati di penetrarlo tanto quanto sono annoiati e respinti dalle spiegazioni. […]

Mah… Almeno maneggiando questi argomenti forse varrebbe la pena sforzarsi di entrare un po’ più nel merito. Sapere ad esempio che esiste un dibattito, seppure minimo, su un certo modo di fare letteratura, una modalità che si attiene al dato scientifico. Una certa tradizione che si fa risalire ad Anton Cechov, passando per Alice Munro e John Cheever, ma ormai declinata in molte maniere e di sicuro non chiusa a difesa di posizioni indifendibili. Insomma, io non confonderei con tanta serena certezza la superstizione e l’indagine del mondo svolta attraverso la letteratura e la poesia.

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Dolce Consapevolezza di sé – Annamaria Papalini
(immagine, “rubata” al volo oggi all’amica Maria, dell’opera ancora imballata subito dopo l’acquisto).

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La filosofia, madre di tutte le scienze, nasce come indagine a tutto tondo -quindi, aggiornando l’accezione, indagine a carattere “olistico”, termine che io non svilirei tanto bellamente-. In fondo, dopo molti secoli, dopo la necessaria e dolorosa separazione tra le varie branche della conoscenza avviata nell’illuminismo, si torna sempre più di frequente a cercare di indagare le commistioni, pur sempre esistenti, tra i diversi filoni dello scibile umano e cercare di abbattere il muro artificiosamente eretto tra cultura umanistica e scientifica. (Io poi sono un architetto e proprio non me ne faccio una ragione. Vi siete mai ritrovati commossi davanti, ad esempio, alla bellezza unita all’utilità pratica di un’opera di Riccardo Morandi o di Luis Kahn?)

Mi piace aggiungermi a quanti citano ad ogni piè sospinto l’affermazione di John D. Barrow (insigne cosmologo):

Nessuna descrizione non poetica della realtà potrà mai essere completa

Lo stesso Barrow, quando fu insignito del Premio Templeton nel 2006, ricevette la motivazione: “per i suoi scritti sulla relazione tra la vita e l’universo, e sulla natura della consapevolezza umana [che] ha prodotto nuove prospettive sulle questioni centrali riguardo alla scienza e alla religione”.

La natura della consapevolezza umana. A che pro indagarla? Per tornare al mio limitatissimo cantuccio letterario, che è purtroppo solo un luogo dell’anima (e vammi a dimostrare che non ci sia spazio per l’anima -al più sospendi il giudizio, eccheccacchio!- tra i gangli del cervello per questa mole di nozioni, intuizioni e di riflessioni, mole che, sarà che i neuroni muoiono e non vengono rimpiazzati, ingrossa le sue file di giorno in giorno), oggi che viaggio in compagnia del Gioco del Mondo* e mi stupisco ancora (non finirò mai) di come la letteratura riguardi da vicino ciascuno di noi, mi sento contemporaneamente affine alla natura della Maga

“[…] Toc, toc, tu hai un uccellino nella testa. Toc, toc, ti bechetta dentro continuamente […]”

perché sono spesso incosciente, sbadata e ignorante come lei, ma mi riconosco anche nello sguardo che su di lei posa Oliveira

“[…] Soltanto Oliveira si accorgeva che la Maga si affacciava ad ogni istante a quelle grandi terrazze senza tempo che tutti loro cercavano dialetticamente.”

Maga e Oliveira insieme -e d’altra parte come pensare che lo stesso Cortazár abbia potuto descrivere entrambi così bene senza aver avuto esperienza di tutte e due le facce della medaglia?-, io mi sto via via convincendo che soltanto quando si arrivi a padroneggiare entrambi i mondi, senza che un aspetto prevalga mai sull’altro, si possa aspirare ad avvicinarsi, privi di preconcetti, a qualcosa che assomigli a una rudimentale conoscenza del mondo. La conoscenza del mondo, la consapevolezza del tutto e insieme di sé stessi, il tema principe, il tema fondamentale dell’esistenza. Ecco a che pro indagare.

i sentimenti, del resto, non sono un tema qualunque, sono il tema fondamentale.

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Nel 1983 scoprii, tra le altre, una splendida canzone già vecchia di dieci anni, che richiamava la leggenda dell’indovino Tiresia, in qualche modo il riassunto simbolico e poetico del senso delle riflessioni appena esposte. E, secondo me, una buona mano la dà anche ad avallare l’intuizione di quello scrittore/tecnico (non un “artista”! E nemmeno uno “scienziato”, eh, non ci sbagliamo!), quello che “la narrativa no”, ma che anche

“reputo la disciplina scientifica di fondamentale importanza per lo sviluppo della democrazia, la cultura umanistica per studiare i sentimenti delle persone. Il mix lo lasciamo a quelli che preparano i cocktail. Una cosa è certa: oggi abbiamo il dovere di essere intelligenti, cioè aperti al mondo, capaci di integrare le conoscenze. Abbiamo anche il dovere di non essere solo creativi ma di stare a servizio della cultura, intesa,qui, in senso lato”

(mi diverto a collezionare interviste, e allora?).

Genesis – The Cinema Show

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*) Julio Cortazár: Il Gioco del mondo (Rayuela)  – Ed. Einaudi 2005

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Tre

4 settembre 2012

E poi per oggi basta.

Uno dei libri che più mi è piaciuto leggere negli ultimi 12 mesi è senza dubbio Questo è il paese che non amo*. Ancora mi ricordo un giorno in cui la metropolitana era fuori uso e io, tutta contenta, avevo preso un autobus per ritornare a casa insieme alle sue pagine. Mezz’ora in più a disposizione, portata nelle vie di tanti quartieri, per un ritorno anche a tempi lontani. Alle ambientazioni e alle cronache che hanno segnato il lento declino in me e in tutto il Paese della già labile fiducia nelle magnifiche sorti e progressive (ma con il contemporaneo orgoglio per l’insorgere di una consapevolezza grazie alla quale poi sono stata capace di grandi cose).

Lui, Pascale, è un autore controverso, c’è a chi piace e a chi no. Io lo trovo così  fedele a sé stesso, così… “democratico” poi, nel lanciarsi senza timore in operazioni che lo espongono a critiche e a giudizi. Per ciò che riguarda me, un anno fa non lo conoscevo neanche e adesso non smetto di sentire gli echi di certe sue riflessioni. Come quando fa l’esempio di un film di Gillo Pontecorvo, Kapò, che ricordo di aver subìto come un pugno nello stomaco quando avevo circa vent’anni, mentre da una poltrona comoda guardavo la programmazione notturna di Rai3. Emblema, una certa carrellata di quel film, secondo un saggio di Serge Daney ripreso da Pascale, del cattivo uso che si fa del linguaggio, o meglio dello stile (nel cinema come nella letteratura, allarga il discorso Pascale) che rischia, arrogandosi il diritto di descrivere, attraverso inquadrature di comodo, ciò che non si può conoscere per esperienza, di perpetrare i crimini che si vogliono mettere all’indice. E quel che è peggio, grazie alla modalità, al linguaggio, allo stile utilizzati, conformi a ciò che vanno esecrando, di offrirne al pubblico una mistificazione revisionista.

Una volta mi piaceva il Cinema. Ora non ho più modo, compagnia, piacere di entrare nelle sale. Mi prende un magone così. Potrei ma non lo faccio. Roma ospita il Nuovo Sacher e ancora altri cinemini intelligenti, e poi ho il Mignon qua dietro, se volessi. Ma sono come spenta, o forse la mia è paura, come lo è stata a  lungo quella rivolta alle buone letture. Paura di guardarmi dentro, eppure è venuto il tempo di sbloccarsi.

Lo dico spesso a Lola e anche alle altre: Un pomeriggio prendiamo due ore e andiamo a vedere questo o quell’altro film che non danno da nessun’altra parte. Mai fatto. Con l’eccezione di quella volta, nel 2005, che venendo comunque incontro ai loro gusti, siamo andate a vedere il remake di Alfie. Grazie a Dio, sempre che abbia ispirato lui il regista Charles Shyer, almeno è stato un tripudio di scene di Jude Law. Patatine, battutine, due risatine. Ah ah.

Il Cinema, la sua funzione nella società, io lo rispetto. E se anche non mi cibo più tanto spesso delle sue immagini, conservo ancora il gusto di leggere di lui. Di Wenders, ad esempio, nel quale ho piena fiducia (ha perfino realizzato un film su Pina Bausch, per la miseria, Pina Bausch. Chi ha praticato la danza può provare il mio stesso brivido al solo pronunciarne il nome).

Vignetta tratta da
Elfo: Tutta colpa del '68. Cronache degli anni ribelli Ed. Garzanti, 2008

Ho questo libro** di Wenders al quale mi rivolgo spesso. Contiene scritti dal 1968 al 1988. L’unica recensione di un film che al regista stesso non è piaciuto (parole sue): Hitler – Una carriera, di Joachim Fest e Christian Herrendoerfer, del 1976 (va da sé che non l’ho mai visto e, a questo punto, mai lo guarderò). Ebbene, in tale recensione (dell’agosto 1977) è espresso lo stesso orrore provato per la carrellata di Kapò. E che si può riassumere nella frase:

“L’imbarazzo, la paura e la vergogna di cui s’è parlato non sono più a livello di contenuto, si sono fatti forma del discorso; la rimozione del tema è elevata a metodo, e si è messa a braccetto dell’arroganza”

Riconoscere che la “questione dello stile” fu posta già trentacinque anni fa da qualcuno che è stato in grado di risolverla e di veicolare i migliori messaggi rivolti all’umanità attraverso il più potente mezzo di espressione esistente prima dell’avvento di internet, il Cinema, non mi consola. Perché nulla è cambiato, anzi. Per me è ora che della qualità del linguaggio attraverso il quale offrire il proprio sguardo sul mondo, del proprio stile quindi, inizino a preoccuparsi quelli che, in un modo o nell’altro, formano il magma massmediologico più potente di sempre, la nostra cara rete.

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*) Antonio Pascale – Questo è il paese che non amo. Trent’anni nell’Italia senza stile, Minimum Fax 2010

**) Wim Wenders – Stanotte vorrei parlare con l’angelo. Scritti 1968-1988, Ubulibri 1989

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Ellekappa su La Repubblica del 4/09/2012


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