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Perspective giving. Lo stratagemma che ci salverà

2 settembre 2012

Casa profuma tutta di bucato pulito. È un segno. Significa che fuori non ho potuto stendere, come d’inverno. Che senso di raccoglimento, oggi piove. Sto bene nei vestiti, non ne sono più infastidita. Sveglia domenicale a testa confusa e poi, durante il the, appunti (mentali).

Pretendere esperienza autentica dalla scrittura, perché ha influenza sul lettore. La fascinazione, il potere insito in una scrittura di mestiere può convincerlo che ciò che fa il personaggio costituisca un’ispirazione o un modello. Se ammettiamo (o ci auguriamo) che la scrittura abbia ancora un ruolo nella società, allora bisognerà improntare i nostri racconti alla massima onestà. Ciò non significa che debbano riferirsi pedissequamente all’esperienza personale di chi scrive ma piuttosto che di ciò di cui non si ha avuto esperienza diretta o indiretta per averla studiata e onestamente ragionata, si debba evitare di fornire un’interpretazione. Ne ho buttate fuori di storie che non rispettano esattamente questi canoni, e credo che si avverta. Ma, nel complesso, e in modo speciale ultimamente, su questo blog ci sto mettendo vita vera.

E intanto intorno si scatenavano le tempeste tipiche della domenica mattina, i miei gioielli. Cosa sarei oggi senza loro? Il pensiero aveva cambiato direzione. Più tardi in edicola, per qualche minuto dopo il tuffo, sono rimasta conficcata dentro a una rivista. Era in inglese però e, visto il prezzo, dovevo capire se acquistarla o meno. Dopo un po’ mi si è avvicinato il giornalaio di soppiatto e, soffiandomi i capelli da sopra la spalla, ha detto “Che fa allora, la compra?” Io l’ho guardato di sottecchi e aperto il portafoglio senza dargli la soddisfazione di una risposta. Venditore di notizie al chilo, sparati i miei soldi in qualche gratta-e-vinci e godi.

Di nuovo a casa, la mente ormai è sgombra. Leggo di una ricerca* di quelle che confortano i risultati già raggiunti dal buonsenso. Si aggiunge ad altre, lette di recente, attestanti il fatto che l’essere umano, sottoposto a determinati condizionamenti preliminari, mette in atto inconsapevolmente pensieri e comportamenti meno etici di quanto non sarebbero in assenza di tali condizionamenti. Qui, in sintesi, viene verificato un metodo detto “perspective taking”, che prevede che due individui o gruppi in conflitto tra loro trascorrano del tempo esclusivo insieme e facciano lo sforzo di pensare intensamente all’esperienza dell’altro, fino a comprendere le similitudini e le affinità esistenti tra loro. Nel caso di contendenti in condizioni paritarie, decenni di ricerche dimostrano che gli esiti sono quasi sempre positivi e il metodo viene usato per risolvere conflitti etnici e politici.

La ricerca scopre, però, che mentre chi è in posizione dominante riesce a calarsi nei panni dell’antagonista e a creare i presupposti di un dialogo, l’altro, invece, spesso è talmente sfiduciato e stanco da non riuscire a immedesimarsi nell’avversario. Col risultato di pensarne male, e vederne soltanto gli aspetti negativi. Nel caso di contrattazioni commerciali poi, o di conflitti di coppia, tanta è la sfiducia da parte di entrambi da far loro mettere in campo, inconsapevolmente, i peggiori imbrogli e inganni per massimizzare il reciproco danneggiamento. Addirittura portando fuori dal terreno del conflitto lo stesso atteggiamento, tenuto con ignari soggetti estranei. Questa la conclusione:

“Immedesimarsi nell’altro, porta piuttosto spesso ad attuare comportamenti anti-etici”.

Ma, caspita: questo è un rischio che corre anche lo scrittore quando cerca di forzare la psiche del personaggio che non lo rappresenta. È un rischio che ha ricadute, quindi, anche su chi gli vive attorno. E io lo corro eccome questo rischio, coi miei esercizi iperrealisti di immedesimazione. Devo rifletterci. Riflettere soprattutto sui condizionamenti preliminari. Ma prima leggo le ultime battute:

“Entrare nei panni di un’altra persona è una delle più importanti attitudini degli esseri umani. Permette di cooperare su grande scala e spesso dà la spinta necessaria al nostro desiderio di fare qualcosa per il benessere degli altri”.

Ma la ricerca, oltre dare evidenza di dove fallisce il metodo, suggerisce anche uno stratagemma: dare l’opportunità al contendente in posizione svantaggiata di raccontare per primo (perspective giving) la propria visione del conflitto all’altro. Sempre che quest’ultimo sia e si dimostri seriamente interessato ad ascoltare, chi parla si sentirà, dopo, meglio disposto all’immedesimazione con l’antagonista più fortunato di lui. E l’intero processo di avvicinamento avrà qualche chance di buona riuscita.

Sébastien Thibault, illustrazione dell’articolo The curios perils of seeing the other side

Questo tema dell’immedesimazione mi perseguita. L’altra sera avevo letto l’imbufalito post di Luca Massaro dal titolo Una ragazza è una donna:

[…]è una donna quella che decide, insieme al proprio compagno, di abortire l’embrione perché affetto da una malattia genetica di cui loro sono portatori sani; e se lo fanno è perché è stata la scienza medica (ginecologica) alla quale si sono affidati per evitare di avere un figlio inutilmente sofferente, nella speranza, invece, di averne in futuro un altro che non abbia a patire le determinazioni della natura. E se una donna abortisce per tali ragioni, non è affatto sola e disperata e incapace di guardare la vita. Tutto il contrario: proprio perché ha visto che la vita sofferente per una malattia genetica è una vita di merda, ha scelto sia per l’embrione che per sé, avendone – come la Corte Europea dimostra alla faccia della Legge 40 – pieno diritto.

Il senso delle affermazioni è indiscutibile. Sono d’accordo con lui. Ma, al termine della lettura, mi ero ritrovata in compagnia di un’inquietante ossessione riguardante il potere della donna. Che può scegliere di dare la vita e anche la morte, all’occorrenza.

Passato poco tempo, mi è capitata sott’occhio l’Amaca del 26 agosto, dove Michele Serra, nell’ambito di una condanna alla piromania estiva, pronuncia un suo atto di fede nei confronti dell’incapacità della donna di esercitare il male nei confronti della Terra – Gea- e conclude l’articolo con queste parole:

[…] Ma avere l’ impulso di devastare un luogo per sottometterlo, per negarlo, per cancellarne le tracce di vita, è cosa solo dei maschi: la statistica non concede eccezioni. In questo senso il piromane è colui che trasferisce sul volto della Terra lo stesso sfregio che il maschio padrone infligge al volto della femmina che considera infedele o indegna, o più semplicemente non sua. Gea è femmina, accoglie il seme e lo fa germogliare. Piromani, stupratori e sfregiatori di donne andrebbero inclusi nella stessa branca del Male.

E mi è venuto da rincarare la dose: l’intero genere umano lo dovrebbe essere. Umanizzando Gea, mi sono chiesta: può forse scegliere -e per analogia può farlo la donna-? Il seme ormai lo porta non più soltanto il caso, ma soprattutto l’Uomo, la cui specie si estinguerebbe senza l’agricoltura. Il “corpo” di Gea è da tempo immemorabile, e irreversibilmente, al servizio dell’umanità, ma quale scelta.

Insomma, qui ci sono uomini che tentano di mettersi nei panni delle donne e che sbandierano certezze su ciò che è di esclusivo appannaggio della nostra esperienza. E intanto, invece di sentirmi più felice, io mi sento così incompresa. Ma com’è che la vivo tanto male? Ragioniamo.

1. il corpo è mio e lo gestisco io

Ma davvero il corpo è mio e lo gestisco io? Non vorrei mai essere fraintesa, e meno che mai dal movimento femminista**, che è gente che mena forte. Certo che il corpo è mio. È sulla libertà di scelta di come gestirlo che nutro qualche dubbio. Semplificando:

– Già da feto custodisco dentro di me gli ovociti che mi potrebbero consentire, un giorno divenuta adulta, la maternità. Ecco, mi pare che prima ancora di nascere la scelta sia segnata. Il mio corpo è uno strumento di propagazione della specie.

– Veniamo al momento clou. Concepire oppure no? La mia libertà di scelta finisce, come ogni libertà, laddove inizia la libertà dell’altro. In primis del mio compagno, mi sembra ovvio. Oppure no? Quante donne con o senza un compagno fisso si mettono in testa di concepire un figlio che sentono come necessario, indispensabile, irrinunciabile? In quel caso la loro scelta è libera? O forse condizionata dalla necessità che avvertono? E, poi, da dove arriva questa necessità? Dalla promessa di un benessere o di una felicità futura?

[Come sa benissimo chi ha già avuto figli, non è che la gravidanza sia sempre una passeggiata di salute. Nove mesi di disagio, di scompensi fisici ed emotivi, solo sporadicamente bilanciati dal -giusto- orgoglio (quando percepito) di detenere il potere di creare nuova vita; o dalla gioia -immensa- (quando percepita) di avere per il resto dei propri giorni la responsabilità e l’onore di costituire un modello per un essere umano al quale passeremo il testimone.]

Per cosa io rinuncio per sempre alla mia “singolarità”? Per delle felicità temporanee, non garantite, condizionate da tanti di quei fattori aleatori che verrebbe da pensare che (se non ci fossero di mezzo la misteriosa spinta di un istinto ancestrale, il supporto della serotonina prodotta a seguito agli eventi cardine -orgasmo, parto, allattamento- della vita di una madre, le questioni di orgoglio o di realizzazione sociale), in realtà, io sia l’oggetto di un raggiro universale (o di una sòla, come si dice a Roma).

[Fermo restando che sono la prima propagandista, specie tra le giovani indecise,  delle incommensurabili gioie della maternità e mai tornerei indietro sulle decisioni prese, tuttavia vale lo stesso quanto detto sopra]

– E infine, io, che nella maternità ho provato una realizzazione e un’esaltazione mai provata né immaginata prima d’allora. Che per tanto tempo ho sognato e cercato di ripetere il miracolo, nella malaugurata ipotesi che negli equilibri della mia vita attuale una gravidanza (voluta ma “difettosa” o  anche inaspettata) arrivi a minacciare di deflagrare come una bomba e rimettere ogni cosa in discussione, la scelta, quella di proseguirla o meno, mi apparterrà davvero in tutto? Quale sarà l’istanza prevalente che mi guiderà? Il pensiero che l’embrione sia una persona dotata di diritti, quello del figlio disabile che avrebbe di fronte a sé una vita di sofferenza, il rispetto della libertà o dei desideri del mio compagno, il bisogno di ottenere una mia personale gratificazione o, al contrario, di liberarmi di un peso insopportabile?

Io, strumento di continuazione della specie, davvero ho tanta libertà di scelta? Per me è fuori di dubbio che sceglierò la soluzione più conveniente per tutti coloro che ne sono coinvolti, in ordine di importanza, me compresa. Ma non sono affatto sola con il mio strapotere, non nel senso in cui ne parla Luca, che giustamente ricorda che la diagnosi preimpianto viene chiesta da una coppia con un preciso progetto di vita. Non sono sola perché non posso permettermi di scegliere soltanto in base a ciò che sento di desiderare nel profondo. Alla fine, la mia scelta sarà sempre, sempre, condizionata da fattori esterni. Anche quando questi non sono incarnati dal giudizio di una società ipocrita o da una Chiesa o (magari, peggio) da un’ideologia, che viene a ficcare il naso nelle mie mutande.

2. mi metto nei panni di una donna.

Ogni volta che sento un uomo proferire la frase mi metto nei panni di una donna, inizio a sentire un prurito su tutto il corpo e mi prende la frenesia di grattarmi. Ma chi sono questi uomini che si permettono di mettersi nei panni di una donna? Ma perché, cosa li spinge a farlo, a difendere loro a spada tratta -nel modo in cui farei io che donna sono- i miei diritti? Come presumono di conoscerli davvero, questi diritti, avendo soltanto come riferimento dei principi teorici?

Io ti voglio, io ti pretendo accanto, uomo. Non mi piace affatto pensare a un mondo in cui i due sessi non si trovino insieme e in equilibrio. E se, quando cerco di immedesimarmi in te prima di formulare un giudizio che riguarda la tua essenza, ascolto per prima cosa la tua campana (ovvero, fuor di metafora, leggo, ascolto e cerco anche di persona la tua opinione sulle questioni che ti riguardano), altrettanto mi aspetto che faccia tu. I concetti, visti dal di dentro, non sono così nitidi. Spesso mi sento confusa e non sono certa che quello che viene sbandierato nelle piazze come dogma sia sempre la Verità valida per tutte. Però, se mi venisse richiesto di dire la mia in riferimento a ciò che avviene sul corpo di altre donne difenderei il loro diritto ad autodeterminarsi a spada tratta, proprio come fai tu uomo, per conto mio, a ogni piè sospinto (e te ne sono grata, veramente).

[Di tutto questo ragionare ho sentito il bisogno di confrontarmi con un giovanotto “illuminato”, il quale per concludere ha esclamato È questo il principio liberale! Sì, è così. E allora:]

È bellissimo, io trovo, per le donne di oggi avere a disposizione una generazione di maschi cresciuti e formati al sole del pensiero egualitario. Adesso però andrebbe fatto quello scatto in avanti del quale ancora noto con dispiacere la mancanza: non limitarsi a riempirsi la bocca dei principi di parità e di reciprocità tra i sessi, ma anche dedicarsi all’ascolto profondo gli uni delle altre, alla discussione o anche all’invenzione di un nuovo dibattito (purché senza le inutili faziosità che è oggi così di moda e social agitare) sui temi dei diritti e del rispetto delle diversità tra uomini e donne. Questo, secondo me, porterebbe davvero al risultato di migliorare il mondo. Altrimenti continueremo in questo modo: tu che va in giro a predicare i miei diritti e io che me ne resto dentro la caverna ad aspettare fino a notte fonda che ritorni a scaldarti un po’ con me.

Forse, potremmo iniziare ad applicare lo stratagemma suggerito dai ricercatori del glorioso MIT, io di sicuro mi sentirei un po’ meglio.

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Cheryl Barnes  – Easy to be hard

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*) Articolo The curios perils of seeing the other side di Jamil Zaki, pubblicato su Scientific American Mind – Luglio/Agosto 2012. Studi e ricerche del neuroscenziato Emile Bruneau del Massachussets Institute of Technology (2009), dello psicologo Micheal Kraus dell’Università dell’Illinois (2011) e dello psicologo Adam Galinsky della Northwestern University (ancora non pubblicato).

**) Su questo tema posso davvero parlare solo per me, ma con la minima sicurezza di rappresentare molte altre donne. Riguardo al femminismo, non mi sento sufficientemente confortata da particolari studi o conoscenze. Ma posso ricordare che il movimento femminista, nato nella scia delle rivoluzionarie aperture del ’68, ne ha, di fatto, chiuso la breve stagione affermando una prima forma di negazione del principio base dell’”egualitarismo”, che aprì le porte alla separazione tra gruppi disomogenei (altre “negazioni” furono, ad esempio: la formazione di gerarchie interne al movimento, a causa del carattere di rivoluzione permanente che aveva assunto; o altre forme di diversità, incoraggiate dal successo del femminismo a portare avanti con orgoglio le proprie istanze -gay e lesbiche, portatori di handicap, nuove religioni…-), addirittura finendo col trovarsi in netta opposizione con esso (e il termine opposto a rivoluzione è restaurazione).

Con questo voglio dire che, a mio parere, le battaglie portate avanti per la difesa della dignità femminile dagli esordi del movimento femminista in poi, oltre a mietere i successi che consentono ancora oggi a tutte le donne del mondo di poter contare su diritti e leggi fondamentali e su una sicurezza e libertà della quale mai hanno potuto godere nel corso delle precedenti epoche storiche, quelle battaglie hanno purtroppo, però, trascinato con loro anche una pecca originaria: la segregazione del mondo femminile da quello maschile.

Si legga, al proposito, Guido Viale: Il Sessantotto. Tra rivoluzione e restaurazione Ed. Mazzone, 1978 (2a ed. Nda Press, 2008)

Neanche io ci credo

3 agosto 2012

Certo che la vita, a volte. Lo dicevo l’altroieri a Sara, ci sono vite che nemmeno a inventarle. E lei mi rispondeva: infatti io penso che sia molto meglio inventarle. Eppure, con queste vite vere che diventano giorno per giorno sempre più ingarbugliate, anche quando in apparenza se ne stanno ben piombate sul fondo, che ci dovremmo fare? E poi, ieri è tornata Sara a chiedermi, tu ci credi? Ma no che non ci ho mai creduto. Tu ci credi? Mi rimbalzava in mente la domanda, Tu ci credi? Ma no, ho ripetuto, no. Solo che ora, con l’età, mi dico “non si può essere così tanto manichei. Parlo della questione che ha sollevato giusto ieri, poco prima di pranzo.

Una mail dal titolo “NO COMMENT”, in lettere maiuscole -e questo particolare già è bastato a mettermi in allerta-. All’interno, soltanto un link:

http://27esimaora.corriere.it/articolo/amicizia-uomo-donna-io-non-ci-credo/, e nulla più.

Che vorrà dirmi? Mi sono domandata. Ma, prima di fare pressione sul tasto canc -cosa che faccio sempre, quando trovo nella posta in arrivo mail scritte nello stile Distratta Disinvoltura Giovanile-, ho pensato bene di dare un’occhiata alla pagina alla quale rimandava il collegamento: Un articolo di Antonio Pascale, in forma più o meno narrativa, che tratta dell’amicizia tra uomini e donne. Seguito, al solito, da una valanga di commenti che sfiorano la rissa.

“Ah.” Ho fatto tra me e me, leggendo. E poi, subito dopo, “Mah”.

Un dialogo tipicamente intenso con il mio subcosciente. Però, e qui viene il bello, ieri ho aggiunto: “Mi ricorda un paio di freddure”

(A volte mi sento un po’ come Homer Simpson: almeno nel primo quarto d’ora in cui m’impegno a pensare ad un argomento nuovo immagino che si materializzino sopra la mia testa fumetti con ciambelle. È imbarazzante, perché alcune di queste volte ho l’impressione che la gente mi guardi storto, come se le ciambelle fossero visibili anche dall’esterno.

In questo caso, sopra di me ho sentito materializzarsi delle ciambelle-barzellette, che sono andata subito a recuperare qui:

 1)

Un giorno mi chiamò una ragazza a casa dicendomi:

“Vieni subito a casa, che non c’è nessuno”

Quando arrivai a casa sua non c’era nessuno.

2)

Un giovane vede una ragazza per strada e senza conoscerla si avvicina e le dice:

“A vederla sorridere, mi viene voglia di invitarla da me!”

E lei indignata: “Ma come si permette! Lei è un vero insolente!”

“No, signorina, sono un dentista!”)

Un altro breve inciso, posso?

– “Breve”, detto da te, vuol dire che posso andare a farmi la manicure e pure una seduta di shiatsu, e quando sarò tornato ti troverò ancora qui che filosofeggi a cavolo – perché tu sei un’ignorante, non negarlo- e quando mi vedrai arrivare, mi lancerai un’occhiata supplichevole affinché ti offra una sponda che ti aiuti a tirarti fuori dal gorgo nel quale ti sei infilata. O no?

– Demone, ti si è sbeccato lo smalto.

– Che amica sei, grazie di avermelo detto. Accidenti però, chiamo subito l’estetista.

– Demone, una cosa.

– Sì?

– Tu sei uomo o donna?

– E tu, com’è che alla tua età sei ancora tanto manichea?

– Io manichea? Macché, giusto poco fa stavo dicendo…

– Pronto? Silvana cara, hai mica uno spazietto per rifinire il gel, diciamo tra le quindici e le venticinque?

Via col secondo inciso, allora:

(Giusto così, tanto per ricordare che, stando a una statistica dell’ONU del 2010,

Nel mondo ci sono circa 57 milioni di uomini in più rispetto alle donne. Nel 2010, alcune aree registrano un’evidente “carenza” di uomini, mentre altre di donne. In generale, l’Europa è la zona che vanta più donne rispetto agli uomini. Al contrario, in alcuni dei paesi più popolati si osserva una carenza di donne. Ad esempio la Cina presenta un rapporto di 108 uomini su 100 donne, l’India di 107, il Pakistan di 106 e il Bangladesh di 102.

E che la maggior parte di queste donne vivono molto al di sotto della soglia di povertà. Molte, in rapporto al numero complessivo, sono bambine -senza dare troppi numeri, consideriamo il fatto che l’aspettativa di vita è di 45,9 anni nella Repubblica Centroafricana contro gli 82,7 anni in Giappone), e quindi l’età media è molto bassa-. (Vi potete divertire inserendo date di nascita reali o fittizie su http://www.7billionandme.org/ e vedere che risultati escono fuori).

Tratta connection, un reportage che la giornalista Chiara Caprio ha scritto per Vita Magazine, in cui racconta l’inchiesta realizzata con la troupe di Al Jazeera (documentario in finale nella sezione internazionale del premio Ilaria Alpi) sul traffico di donne tra Italia e Nigeria, inizia, guardacaso, con il funerale di una bambina a Castel Volturno, sul litorale domizio, quello stesso litorale descritto ne “La città distratta”*.

Nel reportage è denunciata “l’altissima richiesta di prostitute da parte dei maschi italiani”, che genera un terreno fecondo per la crescita delle relazioni (inizialmente di incontro/scontro, l’articolo ricorda la “guerriglia del settembre 2008, quando diverse centinaia di immigrati scesero in strada abbandonandosi ad atti di teppismo per vendicare il massacro di sei africani compiuto dalla banda di Giuseppe Setola, braccio armato del clan dei Casalesi.”) tra la  tra criminalità organizzata nigeriana e italiana.

Quanto alle italiane, di nascita e di lignaggio, non posso sopportare di sentire a ogni piè sospinto che le donne devono tornare ad essere “quelle di una volta” (e “se vogliono un uomo come quelli di una volta”, per di più). Che di relazioni sullo stampo “di un volta” ce n’é ancora a bizzeffe a questo mondo, e soprattutto in terra italica.

Ah, tra parentesi, andiamolo pure a chiedere alle settanta-ottantenni di oggi com’erano le relazioni tra uomini e donne prima del fatidico ’68. Facciamocelo un giro, che loro non aspettano altro che di venircelo a raccontare.

Io, invece, che arrivo dopo di loro, da quando ho imparato a reagire agli schiaffi della vita, mi sono guadagnata l’appellativo della donna forte.

Mia mamma però, che è della vecchia guardia, mi ha istruito per tempo. Appena ho sviluppato mi ha comprato trucchi, minigonne e scarpe col tacco, e in ogni occasione non ha mancato di dirmi: Figlia mia, tu non sei cretina (detto da lei è un complimento commovente), sbatti bene le ciglia quando i maschietti ti parlano e fa’ in modo che non se ne accorga mai nessuno che hai un cervello, o ti ritroverai che, mentre davanti ti dicono “Quanto sei forte, tu”, intanto te lo infilano nel c. Mhm. Però mi sa che sbaglio, questa battuta era tipica di mia nonna -che non solo era forte davvero, ma aveva proprio le palle. E quando non li massacrava di insulti, era capace di irretire fatalmente perfino i miei “amici” maschi-. Comunque, il concetto espresso da mia madre era lo stesso.

E poi, sentite, ho appena lasciato dopo un caffé Cassandra, la quale mi ha annunciato con occhi da martirio che quest’anno passerà tutta da sola il Ferragosto. “Sono solo pochi giorni, la utilizzerò come occasione di crescita. Magari andrò in chiesa. E poi, io sono una donna forte”. E intanto, mentre parlava, le scendevano tante di quelle lacrime a coprire il suo bel sorriso, che non so come ho potuto frenarmi dall’abbracciarla, invece di lasciarla lì impalata in mezzo al corridoio a scorrere ditate veloci lungo le guance. Eccolo qua, il destino delle donne forti.

Sempre per amor di verità ricordo che ci sono donne e donne. Per esempio, ci sono le donne omosessuali. Ci sono donne che nascono in corpi di uomini. Ci sono eh, ne conosco, e ogni giorno vivono e camminano tra noi. Teniamole presenti queste variazioni sul tema. Che poi sono quelle che fanno davvero la differenza.

Ho fatto queste premesse doverose per dire che, per me, i rapporti uomo-donna non si possono osservare soltanto dal punto di vista privilegiato e forse un po’ annoiato di noi bravi occidentali normosessuati. Proseguo con l’argomento principe, va’.)

…“e mi ricordo pure di un post non recentissimo”, che ho recuperato e provveduto ad inviare a Sara, con il commento “Già letto”, augurandomi che almeno desse un’occhiata, perché è molto più bello dell’articolo. Pensavo che il mio tracotante sfoggio di competenza sui temi pascaliani avrebbe chiuso lì l’argomento, ma mi sbagliavo.

Sara ha iniziato a mandarmi mail a raffica, circa una ogni tenta secondi, e ciascuna contente un commento stizzito e lapidario. E siccome cominciavo a stizzirmi anch’io (complice il clima, l’ambiente lavorativo e, non ultimo, l’affronto a una delle mie muse), ci ho dato un taglio e l’ho invitata a pranzare con me.

Va detto che uscire fuori nella canicola dopo ore trascorse nel frigorifero aziendale non era stata esattamente una grande idea. Ma nel momento in cui, dopo la prima pedalata, ho sentito tutti i vestiti volare all’indietro e una corrente, ancorché calda, sventagliarmi tutta attorno a naso e mento, ho iniziato a sorridere da sotto il casco e non ho smesso di farlo fino ai margini di Villa Borghese dove, appoggiata a una delle colonnine all’ingresso del Bioparco, c’era lei ad aspettarmi accanto alla sua bici già tutta ripiegata. Sara è afflitta da una fame prodigiosa.

– Sto per svenire, – è stato il suo saluto, e non ha aggiunto altro finché non ha dato il terzo morso al suo hot dog.

Allora la questione ho iniziata a prenderla un po’ alla lontana:

– Senti, Sara, pensavo… Chissà poi perché mi è venuta in mente questa cosa?

– Che cosa? – Ha bofonchiato lei, con le guance da castoro tutte imbrattate di senape.

– Secondo te, che cosa siamo noi? Non so: conoscenti, amiche di bicicletta, due persone simpatiche che si fanno solo compagnia di tanto in tanto? Due potenziali amiche vere? Ma, in questo caso, cosa mancherebbe ancora perché la nostra amicizia spicchi il volo? Qual è la tua opinione? Dimmi, dimmi.

– Intanto dovresti cercare di uscire un po’ di più. Sei tutta casa e lavoro. Poi, se son rose fioriranno.

– Usciresti una sera insieme a me?

– Perché no?

Finalmente. Un’amica. Un’amica che si rende libera per me. Starò sognando, mi sono data un pizzicotto, sembrava doloroso. Ma non ne sono sicura, ultimamente non sono certa di sapermi districare tra il sogno e la realtà. Ad ogni modo io ci ho creduto. Al sogno.

– Tesoro, sono tornato, ancora blateri?

– Magnifica french.

– Dici? Sssì… E tu, quanto ti curerai un po’ le unghie?

– Demone, le mie sono mani che lavorano.

– Ah già: tu sei una donna forte.

– Cazzo, ancora questa storia! Ti tiro una scarpa se non te ne vai subito.

– Ma certo cara, vado, tra cinque minuti ho lo shiatsu.

Che disastro, io mi maledico/

Ho scelto te, un demone, per amico

– Ti ho sentita.

– Corri, sennò ti passa avanti il cliente successivo.

Il fatto che Sara abbia abbandonato le sue riserve e deciso di unirsi alla banda sempre più numerosa dei ciclisti di città, e quindi possiamo dire a ragion veduta che, oltre alla simpatia reciproca, abbiamo qualcosa in comune, sta comportando un aumento delle nostre occasioni di incontro. E l’amicizia, dicono, come l’amore, si nutre di vicinanza, anche fisica. Ieri, ad esempio, dopo cena ci siamo incontrate di nuovo. Anche se, va detto, stavolta siamo arrivate in macchina dai poli opposti della città. Ma il secondo giorno di agosto era una data propizia alla facilità di parcheggio.

Il locale era poco affollato, soltanto che, in un angolo, avevano piazzato un enorme maxischermo dal quale non abbiamo potuto fare a meno di seguire la Vezzali nella conquista dell’oro per l’Italia.

– Due birre rosse, grazie. Scusa Sara, non sento niente, che cos’hai detto prima?

– Ho detto,- ha scandito pazientemente Sara con un uso magistrale del labiale, – che lo ha postato un mio amico, su Facebook.

– ah, un amico-su-Facebook. Ecco la base che mi manca, il social network.

– Ma che hai capito? Noi siamo amici veramente. È il fratello di un mio ex. Ci sono i nostri commenti sotto l’articolo.

– Li ho letti tutti, i commenti, e sono impietosi.

– Invece io ho scoperto con dolore che c’è molta gente che la pensa come Pascale.

Con dolore…, ma dai.

– Vedi, mi infastidisce perché a questo punto mi chiedo cosa dovrei farne di tutti i miei amici maschi, verso i quali non ho mai nutrito interesse sentimentale e/o sessuale. Davvero, che ne faccio? Smetto di considerarli amici? Ci provo anche se non mi piacciono?

– Sarà, ma invece io sono rimasta colpita da come, per l’ennesima volta, si sia consegnato con tanta tranquillità al linciaggio della folla.

– Però se fai una domanda cerca almeno di seguirne la risposta.

– Giusto. Sono tutta orecchi.

– Comunque:  tu ci credi o no?

– Non ci ho pensato mai. Vediamo. Ho un amico gay, ho un amico marito (quindi la componente sessuale è annullata), poi… A dire il vero nei confronti di altri uomini io avverto sempre uno strisciante senso di pericolo.

– Ah beh,  allora in realtà confermi la teoria di Appì.

Appì? … Assì. No,  è solo la mia esperienza di vita, ma non pretendo assolutamente di prenderla a modello universale.

– Ma infatti lui dice: “Io non ci credo”

– Lui dice: faccio fatica a credere a una tipologia di storie che sempre più spesso ascolto, e dice pure Ah, come vorrei capire, e mannaggia non ce la posso fare.

– Capperi, tutto mandato a memoria?

– Ma no, sto improvvisando, di sicuro non ricordo bene. Comunque, tutta ’sta polemica… Basterebbe avvertire chi legge con un alert, del tipo: “Attenzione: in questo testo  sono presenti opinioni del narratore organizzate in funzione  delle teorie e regole precedentemente esposte in diversi documenti pubblicati negli anni dallo stesso autore, e ai quali si rimanda per ulteriori approfondimenti“.

– Mah, senti. A me pare che dica cose banalotte e che l’esempio che porta non sia calzante. Per esempio: se la tizia dell’esempio la pensasse come il tizio, cioè volesse solo ’n’amicizia, allora non sarebbe più così possibile, giusto? E perché una cosa del genere non dovrebbe poter capitare?

– Io, ti ripeto, ho difficoltà a restare da sola con un uomo in qualche ambiente isolato ma, sai, tredici anni ho iniziato a dovermi difendere dai compagni di classe che mi volevano toccare le tette per vedere se erano vere. Ho avuto questo imprinting. Sul caso specifico posso solo commentare -tanto commenta chiunque- che so per certo che esiste una tipologia di uomo, anche molto diffusa, denominata “Servi della Gleba”, alla quale probabilmente appartiene il protagonista del racconto di Pascale, che davanti a una strada tutta spianata e in discesa nemmeno gli s…

– S…

– S… si… capisci?

– S-sì… no. S… servi de che?

– Hai dieci anni meno di me, mi rendo conto. Però io sono al passo, sai? Vedi, ti invio subito subito un video. Che dico un video, due video, guarda qui, ciò lo smartfono, vedi, li trovo su Youtube, ecco. Te l’ho inviati.

1) Elio e le Storie Tese – Servi della gleba

2) link

– Grazie, magari dopo me li guardo (che matusa).

– Le introduzioni, soprattutto, ti raccomando, e poi quella parte dove Elio dice “L’ho convinta a ritornare con lui” Ah! Ah! Ah! Divertentissimo.

– Ecco, magari dopo, sì.

 Una breve interruzione perché ci avevano portato le birre. Anche ieri sera la mia sembrava acqua fresca. E poi siamo ripartite:

– Senti, ma veniamo all’esempio di Pascale, …

– Non è calzante.

– Se, per assurdo, conosci un tizio a una festa, vai a casa sua pensando che farà solo l’amico?

– Ma dai, uno che t’invita a casa la sera stessa che ti conosce è proprio difficile che voglia parlare di libri! Mai incontrati tizi così. Magari la tizia si è fatta dei film. Che amicizia è se non c’è chiarezza? Ci vorrebbe anche la versione di lui, ma non c’è…

–  Certo! Ecco perché! Gliel’ha raccontata una donna che ha dato la sua versione edulcorata ma si è dimenticata di  parlare dei dettagli: dei suoi denti storti, dell’alito puzzolente, o altri “difettucci”.

– Ah!Ah!Ah! Può essere.

– Oppure, del fatto che lei (nota: trentenne) entro i primi cinque minuti gli ha parlato del suo desiderio di famiglia (che far accettare questo a un uomo è un arte raffinata: richiede dedizione, perseveranza e tempo).

– O magari lui è gay e non glielo ha detto perché aveva dato per scontato che la gallina se ne fosse accorta da sé.

– Bah, in quel caso lei è davvero una gallina. E comunque tu, Saretta, ci credi?

– Te l’ho già detto: Sì che ci credo.

– Allora, fammi degli esempi tuoi, concreti.

– Da circa sette mesi ho un’amicizia molto stretta con un uomo. Con lui nessun problema, e poi è fidanzato da anni. Ma siamo solo amici, anche se è vero che non lo prendo in considerazione come uomo, anche perché è l’ex fidanzato di una mia amica molto stretta, e per me gli ex delle amiche sono asessuati.

– E in che termini siete amici? Vi vedete? Dove? Come? Diamo una speranza a Pascale.

– Ci vediamo, in gruppo o da soli.

– Di cosa parlate?

– Ci confidiamo le nostre cose, parliamo di tutto. Quando mi sono lasciata con il mio ultimo fidanzato lui mi ha aiutato tanto.

– Quindi parlate di cose tipo amore.

– Parliamo “anche” d’amore e persino di SESSO! Scandalo!

– Ma: sport, letture, bricolage? Cose in comune di cui parleresti con un’amica donna?

– Lui va in bici, tanto per cambiare.

– Scusa se te lo domando, Sara, ma tu hai amiche donne (io pochissime, non arrivano nemmeno a due, ma tante simpatiche conoscenti)?

– Sì, ho delle amiche donne. E anche altri amici uomini ma o sono gay o abbiamo avuto storie o storielle in passato, quindi non te li porto come esempi. E anche se poi con X. c’è stata una cosetta quattro anni fa, poi più nulla, perché la nostra amicizia dovrebbe essere considerata da meno?

Non so che pensare, la serata si è conclusa così. Non ci siamo mosse dalle nostre posizioni. Anzi, io sono tornata a casa rafforzata nell’idea che l’amicizia (non la semplice frequentazione da conoscenti), sia una variante dell’amore. L’amore privato dell’aspetto sessuale. E che qui stia la radice del problema del genere.

Stamane ne ho parlato con i miei colleghi. Per la cronaca: tutti della mia idea, eh. E quando ho fatto per tornarmene alla scrivania, uno di loro che conosco da dieci anni, molto carino, simpatico, sposato nonché padre, mi ha fatto:

– Allora, io e te non siamo amici?

– A questo punto direi di no.- Gli ho risposto ridendo.

– Meglio così, non credi?

– Meglio? –, Sono caduta dalle nuvole, – Meglio perché?

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PS.

Chiedo scusa se ho urtato la suscettibilità di persone molto salde nelle proprie convinzioni ma, al tre di agosto, col caldo che c’è, per me l’argomento si riduce più o meno a una mera questione di chimica. Se ne riparlerà in autunno. Forse.

Rod Stewart – Da ya think I’m sexy

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(Grazie a Sara, che dietro lo pseudonimo esiste per davvero ;-))

*) Antonio Pascale: Ritorno alla città distratta – Ed. Einaudi – Stile libero, 2009

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Il Sacro Graal del blogger

11 luglio 2012

 

 

 

K.lit . Cos’è? Che mi sono persa? Un incontro di bloggers? No, per dirla coi Monty Phyton “l’affare si fa grosso” si è trattato di un “evento”. Che a Thiene, in provincia di Vicenza, tra il 7 e l’8 luglio, grazie all’impegno, in primis, di partner e sponsor (ma anche di volontari e bloggers, vorrei vedere) ha visto susseguirsi nei diversi luoghi cittadini a disposizione “personaggi di spicco del mondo dell’editoria e del giornalismo, e scrittori e artisti di talento”. Quale onore.

L’ho letto ieri, in spiaggia, grazie ai potenti mezzi e democratici del web. Un articolo di Oliviero Ponte di Pino, nel sito Cadoinpiedi  che mi ha, in parte, messa in agitazione. Perché condivido in tutto la frase

“per funzionare davvero un blog deve elevarsi al di sopra del chiacchiericcio. Non si può limitare a fare l’eco, con il “copia e incolla” di comunicati stampa e quarte di copertina. I blogger devono dimostrare (e rivendicare) la loro competenza e autorevolezza. Per farlo devono essere “esperti” del settore in cui operano”

Ma, e io che ho appena fatto? Un copia e incolla. E poi io scrivo, scrivo, ma quanto a competenza su libri e letteratura, la mia è tutta in costruzione. Ho altri punti forti, è vero, che però non sono passioni. Il chiacchiericcio, invece, quello lo so evitare. E mi sono appartata subito subito con un amico, che è anche un blogger navigato (in genere, non trovo persone assieme alle quali riflettere sulle mie fissazioni, che non interessano a nessuno. Stavolta sì. 1-0 per i bloggers).

Gli ho detto: Questo blog… vorrei che mi desse una voce tra le voci. Non un pulpito, una vetrina. Che io non vendo niente. Sento un senso possibile, il compimento dì un’azione democratica. Anche nel postare un raccontino. Ed è partito un volo pindarico tra noi. Che piacere.

Dove Ponte Di Pino scrive: “Malgrado il fascino della democrazia diretta, abbiamo imparato che per funzionare in una società complessa una democrazia deve essere fondata su una opinione pubblica informata e consapevole; e deve articolarsi in una serie di corpi intermedi attraverso cui articolare la “volontà popolare”. L’alternativa è il populismo. Conosciamo tutti le degenerazioni delle demagogie politico-mediatiche.

Eh, sì, noi questo facciamo, cerchiamo di essere tra chi cerca di dare un contributo in questo senso, ci siamo detti. E poi gli ho fatto: a proposito, ho visto il mio amico Pietro Olla, che avevo intervistato a dicembre per LIB21, mi ha parlato del sindaco di Cagliari, e del suo nuovo modo di fare politica. E lo ha fatto con un entusiasmo che non ho mai visto esprimere all’elettorato di qualsiasi altro sindaco in carica a un anno dalle elezioni:

Massimo Zedda, s’è infervorato Pietro masticando una seada, classe ’76, da fine maggio 2011 è sindaco di Cagliari,  eletto di SEL nella coalizione col PD (dopo aver stravinto le  primarie), la campagna elettorale l’abbiamo fatta noi dal basso. Siamo andati in giro per le strade, per i quartieri, portando uno striscione 6×10 fatto a rettangoli, ognuno tenuto da una persona diversa, e parlando con la gente, ad uno ad uno. Ne abbiamo passate prima, eh. Qui c’era lo slogan delle tre M: Medici, Massoni e Mattoni.

– L’aveva inventato Radio Press, ricordi? – ha fatto la moglie.

– Sì, mi pare. Poi è arrivato Massimo, capito, uno che aveva 34 anni, e ha voluto metà giunta fatta da donne, e ne sono arrivate la metà più una: sei (quattro invece sono uomini), senza nemmeno doverlo contrattare. Che lui, essendo di SEL (anche se cresciuto nei DS), non ha dovuto rendere conto a nessuno della vecchia guardia. Ha patrocinato il Gay Pride, qui a Cagliari, e quattro giorni prima aveva istituito il registro delle unioni civili, anche per i gay!

– Zedda, in meno di un anno, ha realizzato una pista ciclabile di un chilometro, dopo vent’anni di insistenze nostre (mio padre, lo sai, è impegnato nel comitato cittadino) e non s’era mai fatto niente. Ha ridotte le auto blu, mi pare da quindici a cinque in tutto, potrei sbagliare ma all’incirca i numeri sono questi. Ha rimesso a nuovo la spiaggia del Poetto, demolendo i chioschi abusivi in cemento e ricostruendoli in muratura e legno. Entro breve partirà la gara per dare in concessione gli spazi culturali che ha fatto censire.

– Ha fatto decentrare concerti e altre iniziative culturali, portandole nei quartieri più difficili, come il S.Elia. Ha realizzato un intero quartiere pedonale, poi una strada pedonale in centro. Tutti i bandi ora vengono gestiti in piena trasparenza, così per la prima volta anch’io ne ho vinto uno! Ha tolto dal degrado il campo Rom. Non ha nemmeno battuto ciglio davanti a Massimo Cellino, il presidente del Cagliari Calcio, quando, dopo che gli ha richiesto indietro gli anni di pagamenti mancati dell’affitto dello stadio comunale, si è sentito rispondere: “Tolgo la squadra da qui”. Che, tra parentesi, non avevano nemmeno mai fatto manutenzione ordinaria dello stadio.

(E in conclusione, Pietro ha improvvisato uno spettacolino di magia per i bambini del ristorante sulla spiaggia, già che c’era, prima di ritornare in riva al mare.)

Se la politica tornasse a lavorare per la gente… Ho sospirato. Ma il mio amico è poco indulgente, è nero per le manovre che hanno portato l’Italia a svuotarsi di industrie e imprese (tanto che m’ha fatto, a un certo punto: Che te sto a stressa’?) e ci siamo allontanati di nuovo in volo in un discorso su produzione e reddito, su cosa toccherà in sorte ai nostri poveri figli, se… Se non si riesce a tornare in possesso della cultura e dell’informazione.

Ed eccoci tornati al punto di partenza. Insomma, questi blog. Questi blog, che possono fare?

 

La prima volta che avevo letto Oliviero Ponte Di Pino, commentando un altro “evento”, il Flash Fiction Day di Londra, rigirava a noi lettori nuovi metodi di scrittura per il web, (modi che poi ho scoperto, inevitabilmente, essere stati forgiati dai più giovani, in particolare dagli appassionati di Manga e Fanfiction). L’idea l’ho proposta a Marco Boccia, per la classe di scrittura, vedremo in autunno che ne potrà uscire.

Mi sono martellata per mesi con la questione dello stile*, che è più importante ancora del contenuto, che potrà tornare a far riconoscere autorevole alla gente comune la voce di chi diffonde cultura, che… Sai come diciamo a Roma, amico mio del web?

– Se po’ fa’.

 

 

Artù Se non ci mostrate il Graal attaccheremo il castello con la forza.

Soldato Matri che paura che ruggisci, piecoro, ma comu criri ca mi spaventu. A mia. Mi spaventa a mia. Mi fa tremare tuttu u pizzu da suttanedda. Iarruso. E testa di m-m-m-minchia. Prrr! Prrr! Prrr!

Menestrello [Cantando] Se ne va Sir Robin, l’eroe che non sa la paura che cos’è ci gioca a carte. Alle cinque sai che fa con la morte? Prende il tè. Biondo, calmo, forte, zucchero a parte. Non conosce il pericolo, non ha nessun tabù. Coi nemici fa da sé, li sbaraglia forte. Li affronta tu per tu, fossero anche tre per tre. E se un di’ cadesse lui se ne fotte. Ha deciso già a chi il suo corpo chi va fatto a fette e poi distribuito tra noi, le sue membra e le sue natiche e il suo membro…

Sir Robin [Zittendolo] Attenzione. Qui l’affare si fa grosso. Eh, credo che ne vedremo delle belle.

 

Monty Python e Il Sacro Graal – Sir Robin

 

 

*) Tolta la narrativa, è ancora è il libro più bello, per me, di Antonio Pascale: Questo è il paese che non amo. Trent’anni nell’Italia senza stile, Ed. Minimum Fax, 2010

Catene elastiche: Quando di prudenza ce n’è già abbastanza (non è una recensione bensì un controproverbio)

15 giugno 2012

Il pesante cancello elettrico videosorvegliato si è aperto lentamente, ringhiando e cigolando, e dal fondo buio del gabbiotto dell’ascensore sono emersa io col casco già sulla testa, la schiena bella dritta e negli occhi la piena fiducia nel nuovo giorno che andavo ad affrontare. Con poche e agili mosse, compiute ormai a memoria, mentre con lo sguardo studiavo come affrontare il traffico in funzione del ritmo del semaforo, ho dischiuso il mio cavallo meccanico. Sono saltata in sella, messa la lancia in resta e ho dato un bell’affondo sul pedale. La bici è avanzata in folle – ’Azz…- e il piede è scivolato avanti facendomi saltellare. Naaa… era uscita la catena.

Mai rimessa in sede una catena in vita mia prima di oggi. Confesso che sulle prime mi sono sentita un po’ persa. Certo, dato l’incipit di poco prima mi toccava mantenere il punto. E così: via, ho iniziato a operare (con un fazzolettino sulle ginocchia pronto all’occorrenza). Ho accompagnato con circospezione un paio di maglie sulla ruota dentata e mi sono accorta subito che la catena era molto corta. Per non rovinare la bici con le mie manovre maldestre stavo considerando l’idea di lasciarla lì, ben legata nei pressi della fermata, ma poi mi sono chiesta: possibile che fino a poco prima la catena si arrotolasse tutta intorno e adesso invece mi sembri tanto breve? Allora ho osato appena un po’: le ho dato una tiratina e quella, “miracolosamente” (per me che lo ignoravo), mi ha seguita, finché non si è avvolta tutta attorno alla corona. E sono potuta finalmente salire in sella e partire.

Ignorante e prevenuta. Così mi sono sentita, quando ho capito che nel 2012 l’esistenza di catene elastiche fosse il minimo da aspettarsi da parte di un settore tecnologicamente avanzato come quello del ciclismo. E mi sono accorta anche di essere rimasta ferma all’affascinante immagine del velocipede come appannaggio di romantici Don Chisciotte all’assalto del traffico cittadino.

Piero Ciampi – Don Chisciotte

Poco male, in fondo ho rimediato col ricorso ad una solida fiducia, se non proprio nel progresso, almeno nelle mie capacità. Oh, anche queste sono conquiste. Una come me mica nasce così convinta, è solo che, se vinci qualche battaglia, poi è facile che creda di poterti aggiudicare anche la guerra. Guai a dubitarne, sarebbe sicuramente la disfatta.

Che poi un’oretta prima, appena alzata, me ne era venuta subito incontro un’altra, di battaglia. Il fatto è che, mentre inzuppavo biscotti dentro al thé, ho letto la cronaca straziante di un padre costretto a uccidere i suoi figli. O forse peggio, costretto, in obbedienza alle disposizioni di uno Stato, alle quali deve pur sempre sottostare, a uccidere i propri figli e insieme il futuro dei figli di tutti gli altri:

“Mentre ci dirigiamo verso l’appezzamento, Rugini viene fermato dai colleghi, che lo salutano con quell’aria imbarazzata che in genere si riserva a chi sta affrontando un lutto. […]La speranza è che qualcosa possa cambiare, che qualcuno possa intervenire all’ultimo momento, che l’appello produca qualche risultato, che il Medioevo prossimo venturo rinunci ad arrivare. Ma intanto è visibilmente scosso”.

Richiama alla mente un po’ Abramo e Isacco, un po’ La scelta di Sophie, grandi tragedie è vero ma a ripercorrerle non c’è gloria. Fa pure bene il Presidente dell’ANBI a commentare: “ci rattrista l’assoluta distanza fra il mondo della politica e quello della ricerca e della società civile, che invece si è tempestivamente mobilitata per scongiurare un vero e proprio attacco al futuro della ricerca nel nostro paese”.

Solo che, secondo me, Uno: La società civile avrebbe potuto essere più incisiva, mille firme (più la mia) sotto una petizione non sono molte. Il punto è che le persone di questi argomenti non ne sono informate. Ne sono solo terrorizzate. D’accordo: questo è il popolo, baby. E allora, Due: Perché non si mobilita almeno la comunità scientifica? Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini (tra gli scenziati e ricercatori italiani che lavorano in Italia e figurano negli elenchi dei ricercatori più citati al mondo nella letteratura scientifica, fondatori della ONLUS “Gruppo 2003 per la Ricerca Scientifica”), citati da Antonio Pascale*  additano esplicitamente (e con tristezza) “il cronico asservimento di molte istituzioni scientifiche al mondo della politica”.

– Aspetta, aspetta. Parliamone.

– Ué! Mi hai spaventato, demone.

– Mi risveglio solo quando l’argomento lo merita.

– Grazie tante. Di cosa vorresti parlare?

– Del fatto che fino a poco tempo fa saresti stata sicuramente dall’altra parte della barricata, e in ottima compagnia: con tutte le tue amiche ecologiste radicali, con tutti i movimenti d’opinione rappresentati da questo o quel personaggio noto, con buona parte della sinistra progressista che ultimamente tenta di accorciare il vantaggio della destra sul piano del populismo. Oppure del fatto che la prima volta che hai votato è stato al referendum contro il nucleare o che nella tua cucina troneggiano i prodotti Viviverde della Coop.

– Demone,

– Francesca.

– …,

– ??

– Innanzitutto a me non fanno più paura gli OGM da quando ho smesso di cercare figli. Prima attuavo una forma di cautela, di prevenzione-prevenuta, è vero. Ma da quando ho constatato che anche le catene della paura hanno proprietà elastiche, mi sono guardata attorno e riconosciuto la realtà dei fatti. E poi la mia discendenza è in parte culturalmente, in parte geneticamente modificata. E poi, ancora, io sono di sinistra.

– Belle argomentazioni tranne l’ultima.

– Ci sarà un tempo in cui…

– Beata te.

– Allora arrenditi.

– Che m’importa? Io sono un demone.

– Io no, quindi mettiti da parte e lasciami fare.

– Accomodati pure, io schiaccio un pisolino.

– Sì, sì. Adesso però, considera le percentuali di condivisione della catena del DNA umano con quelle di altre specie:

Scimpanzé: 98%

Topo: 90%

Gallina: 89,2%

Banano: 50%

Archeobatterio (ok, non so cosa sia): 19,8%

In Pane e Pace sono contenute alcune elaborazioni grafiche, molto esplicative, della correlazione genetica esistente tra gli organismi terrestri, ricostruita a partire dalle teorie di Darwin: una relazione genealogica che può essere rappresentata come un albero evolutivo conosciuto come l’albero della vita.

Io non sono biologa, né agronoma, né entomologa, né chimica. Non rappresento alcuna categoria di tecnici o studiosi con voce in capitolo in questa materia complessa. Abbraccio solo la tesi secondo la quale, invece di lanciarsi nella caccia alle streghe, sarebbe meglio che ciascuno si facesse un’opinione basata su dati certi, o almeno, che lasci spazio al dubbio. C’è in ballo la sopravvivenza della specie! Mi capisci sì o no, demone? Demone?

 – Ronf… Ronf… Ronf…

*) Antonio Pascale: Pane e pace. Il cibo, il progresso, il sapere nostalgico. Ed. Chiarelettere, 2012

Scambi epistolari, saggistica e umorismo

4 giugno 2012

Sabato sono arrivata in spiaggia e mi sono stranita subito: c’era un sacco di gente in giro. Allora ho avuto un deja vu. Mi sono ricordata delle ferie dello scorso anno, quando stavo sdraiata col sole sulla pelle e la salsedine nelle narici e tutto sommato mi sentivo bene, la vita girava liscia dopo un bel po’ di tempo, e però proprio in quelle giornate ha ricominciato a scricchiolare. Strano, perché lo ha fatto mentre ero coinvolta nella lettura di qualcosa distante anni luce da me e dal mondo in cui vivo. Così, in un primissimo deja vu, mi sono rivista a vent’anni durante una finestra di tempo apertasi da poco, nella quale mi stavo sentendo per la prima volta in pace con me stessa e con il mondo. Stavo così bene anche allora che infatti mi era bastato leggere l’epistolario di Anais Nin ed Henry Miller per capitombolare giù in un burrone scosceso e non riuscire a tirarmi su per almeno un lustro.

Comunque. In spiaggia, sabato 2 giugno, all’improvviso ho sentito un boato, come un tuono vicinissimo, il cielo che cadeva sulla testa. E mi è tornato in mente un altro ricordo, di tantissimi anni fa, quando avevo fatto un’altra bella pensata come questa, e cioè quella di andare in spiaggia proprio il 2 giugno, e mi ero ritrovata accatastata con centinaia di bagnanti che invadevano con ogni arto disponibile i pochi centimetri quadrati che non occupavo io sul mio stesso asciugamano. Mi sono ricordata che, allora, mi domandavo: ma che è? E poi scoprivo che era l’Air show, lo spettacolo delle frecce tricolori e di tanti altri aeromobili, che per due ore circa minacciarono di cadermi sulla testa perché spegnevano il motore in volo e poi lo riaccendevano durante un avvitamento, giusto in tempo per farmi riprendere il fiato prima di svenire per la paura. E anche ieri mi sono domandata Ma che è? Toh, l’Air show di nuovo, come tanti anni… Vabbé, non ricomincio.

Anche stavolta, tutti i bambini con le mani sulle orecchie e poi, passato lo spavento, a fare “ciao ciao aerio” tutti insieme. Ma le mamme. Che, invece che i padri, stavano col naso per aria ad elencare tutti i modelli dei velivoli, perché non c’erano solo le Frecce Tricolori ma anche altri tipi di aerei, e poi elicotteri, e poi… A un certo punto si sono messi a sparare, così mi hanno detto, io non lo so, dicono che sparassero razzi colorati, però io ero girata dall’altra parte perché quando sono al mare mi piacerebbe un po’ di silenzio, per Diana! Invece quelli infrangevano la barriera del suono, e intorno tutti urlavano. O commentavano. O urlavano e commentavano insieme. E dicevano che bello, sparano. Come sarebbe a dire Che bello sparano?, pensavo, fissata sui loro discorsi, invece che immersa nei  miei pensieri. A un certo punto ho detto ad alta voce: Alla faccia del lutto nazionale. E un tizio, a due centimetri da me, chissà come c’era arrivato, ha iniziato a dire “Davvero, ‘sti bastardi, perché questo nun è un paese serio come gli altri, negli altri paesi i soldi de ‘ste buffonate li avrebbero spesi per chi ce n’ha bisogno…”, e io a fare di sì con la testa, Sì, Sì, Sì. Ma chi era quello? Con chi stavo parlando? Nemmeno lo guardavo in faccia e poi, io, perché ero lì? Ah, certo, per assolvere al mio dovere di genitrice. Però. Che pena.

Meglio tornare sull’oggetto del deja vu iniziale: la scorsa estate ho scoperto che dentro al mio telefonino c’erano dei libri, tutti interi. In inglese, ma tutti interi, pronti da leggere. Mi sono detta, rispolveriamo la lingua d’Albione. E ho iniziato a leggere Pride and Prejudice, Orgoglio e Pregiudizio, nel tragitto autobus-metro-autobus. È stato facile: l’inglese del primo ottocento mica era come l’italiano di quell’epoca. Era molto simile all’inglese di oggi e Jane (Austen) aveva pietà dei suoi lettori, usava soprattutto far descrivere le scene a dialoghi ben costruiti, con un linguaggio chiaro e comprensibile.  Scesa dall’autobus, l’ho letto sul marciapiede per casa. Poi durante la cena, poi mentre mi lavavo i denti, poi a letto. Così il giorno dopo, e ancora quello dopo, finché non sono arrivate le ferie. E l’ho portato in spiaggia. In più, sentivo in cuffia della musica. Se non fossi stata costretta, sempre per il mio dovere di genitrice, a preparare panini di quando in quando, sarei rimasta praticamente in uno stato di isolamento totale, altro che Isola dei famosi. Il sole, il vento a fior di pelle, la salsedine, la musica di sottofondo alle scene di vita della provincia inglese: sono stata incolpevolmente indotta all’innamoramento.

Voglio fare un’incursione nel novecento. Franz kafka, nello scrivere delle lettere appassionate, lunghe e dettagliate, si convinse e convinse l’altra di esserne follemente innamorato. Ingannò sé stesso e lei, e lo fece così bene che, una volta riconosciuta questa perdizione come autoindotta e fatta pubblica ammenda, iniziò a scrivere Il Processo per scagliare fuori da sé il peso tragico della colpevolezza. O almeno questo è ciò che ricostruisce Guido Crespi, autore di Kafka Umorista*, che a un certo punto del suo saggio dice: “La scrittura […] è una forma  d’espressione neutra. Ad essa deve aggiungersi l’interpretazione soggettiva della lettura. Così un attore, recitando ad esempio un adattamento teatrale del Processo, potrebbe aggiungere al linguaggio scritto un secondo linguaggio, con l’intonazione della voce e l’espressione del viso e dei gesti, rendendo umoristici certi passaggi, come faceva Kafka quando leggeva agli amici. Gli spettatori inoltre, dovrebbero essere disposti ad accettare quella interpretazione.”

Tornando a Orgoglio e Pregiudizio devo ammettere che avanzavo lentamente. Le frasi dovevo leggermele ad alta voce nella testa, per essere sicura di capirle veramente, e poi lo schermo così piccolo, ogni tanto la vista si affaticava e dovevo alzare lo sguardo sull’orizzonte. In circa un mesetto mi avvicinai alla fine, ma della storia ancora non se ne veniva a capo. Quasi non ne potevo più di tutte quelle convenzioni che tenevano separati  i protagonisti del libro. Finché Jane non mandò Elisabeth a farsi una camminata nel bosco e, all’acme di una suspance congegnata benissimo, da dietro una curva fece comparire all’improvviso Mr. Darcy che, in totale mutismo le consegnò una lettera. Sul contenuto di quella lettera, sull’interpretazione immediata, poi su quella meditata, su quella riferita, su quella equivocata eccetera, sul testo di una lettera lunga, piena di ammissioni ed omissioni, si inerpica il finale del romanzo tutto in crescendo. A un certo punto, però, perché troppo smaccatamente orientato al lieto fine (che io, per così dire, aborro) questo crescendo inverte la direzione e quindi decresce, si sgonfia, appiattendosi sulle aspettative del pubblico a cui era indirizzato e buona notte ai suonatori. Non era colpa sua, però. Jane era una pioniera che parlava del suo tempo attraverso i mezzi e le esperienze concesse al gentil sesso. Tanto di cappello per tutto il romanzo e pazienza se il finale mi ha annoiata.

L’epistolario come traccia condivisa (i contenuti delle missive erano spesso condivisi e discussi nelle cerchie famigliari e con gli amici) della realtà esterna e insieme della vita interiore. Un blog di una volta, nel quale non era possibile rimandare con dei link a contenuti esterni, per delegare un altro autore della definizione di un oggetto, una persona, un evento, un luogo a cui si faceva cenno. Allora si interpretava. La visione era necessariamente personale, l’altro afferrava quello che poteva e ci si ricollegava mettendoci del suo. Nella complessiva bontà ed utilità dei mezzi di comunicazione attuali, l’abitudine a descrivere attraverso un rimbalzo di interpretazioni sembra persa. La fine della narrativa, in un certo senso. Non si narra a qualcun altro per necessità pratiche, per comunicare un oggetto, una persona, un evento, un luogo reale, ma solo per esprimere se  stessi (esprimere = spremere fuori da sé, Mozzi** si chiede perché dovrebbe essere interessato al vomito di uno scrittore), senza contraddittorio.

Davvero resta solo il saggio? O forse basta ammettere che ciascuno possa essere libero di cercare e di trovare il metodo, le forma narrativa nella quale il lettore trovi un suo ruolo, un coinvolgimento attivo? Questo mi sono chiesta tante volte ben prima di pensare ad aprire un blog (l’attività di blogger, dice Valter Binaghi, “può influire, ma non tanto sul contenuto della narrazione […], bensì proprio sulla conoscenza dell’interlocutore cioè del lettore, e anche del collega, cioè dello scrittore, da cui si può imparare o prendere distanza”). Ma intanto mi chiarivo, sì il saggio è una forma narrativa, incentrata su dati oggettivi. È il massimo dell’onestà e, probabilmente dell’utilità sociale. Ma esistono anche altri bisogni umani che la scrittura può soddisfare, il principale è quello della condivisione, a mio avviso, di pesi e stati d’animo (dolori, felicità, sensi di colpa, anche di quelli che non si riusciranno mai a descrivere se non utilizzando paradossi, simbolismi o anche dell’ironia). E poi, mi è stato detto, esiste il saggio personale, una forma a metà tra l’esperienza vissuta e la sua rielaborazione narrativa. Ne esistono diverse gradazioni, e in Italia c’è una qualche sperimentazione. Mi sono andata a cercare alcuni nomi: Roberto Saviano, Walter Siti, ai quali aggiungerei tra quelli che ho letto, Aldo Busi, Antonio Pascale, ma anche Erri del Luca, Francesco Piccolo,…

L’altra sera ho scritto un racconto e l’ho pubblicato. Senza ripensamenti. In genere aspetto, rileggo e spesso butto tutto. Stavolta non è andata così. Conosco bene la differenza tra giorno e notte, nella scrittura intendo. E quindi l’ho fatto apposta a pubblicare in notturna, senza rivedere tutto alla luce del giorno. Avevo deciso di fare una sperimentazione.

C’è questa estremizzazione nell’aria, della presunta opposizione tra narrativa e saggistica e io non lo sopporto. Sono una persona che in genere favorisce le conciliazioni, in casa ero quella che diceva: Guardate un ufo! Oppure: Sta passando Craxi! Quando l’aria si faceva irrespirabile e spesso, anche se non sempre, la sdrammatizzazione sortiva il suo effetto. Ciascuno prendeva un paio di secondi in più per rivedere le posizioni dell’altro, considerava anche l’esistenza di un pubblico non proprio meritevole di venire investito dalla tragedia e le situazioni sbollivano, le voci si abbassavano, le liti venivano rimandate a tempi e luoghi più adatti. Ci sono portata, alla conciliazione.

Da qualche parte ho letto un’intervista a Sandro Veronesi, che al solito usa espressioni limpide e fa discorsi piani, dove dice, vado a memoria, che un racconto può aspirare alla perfezione, per la sua forma breve, che consente il controllo di tutte le variabili. Qualcosa di più lungo, un romanzo, no. Conta di più che il lettore, e prima di lui chi scrive, provi il piacere di perdersi nella storia (ben) raccontata, con buona pace della perfezione. Ecco, l’altra notte ero sola coi miei piaceri, coi miei pensieri e scrivevo  con una certa idea in testa, ma ero l’attrice, più che la regista. Una scrittura al calor bianco, la definiva Anais Nin. In questo senso quel racconto non è affatto perfetto, dopo che l’ho pubblicato l’ho riletto e ha un po’ di falle, un occhio attento le trova facilmente. Non è finito e ho deciso che lo porterò avanti quindi, sempre sperimentando, alla ricerca di un mio modo di fare autofiction, saggio personale o come altro si voglia chiamare una forma narrativa non tradizionale. Per me stessa e per chi vorrà seguirmi. Perché a me sta bene che la narrativa sia pure indagine e aiuto al lettore nell’interpretazione del mondo, specie in un momento storico come questo. Storia dei  massimi sistemi e insieme storie minime, quelle di me e di te che leggi e che per forza di cose si somigliano.

Al volo, ecco un esempio di innovazione, una cosa risaputa, ma utilizzata in maniera originale: Le pompe di calore sembrano contraddire il secondo principio della termodinamica. Questa l’ha detta un giovane e brillante relatore ad un convegno a cui ho partecipato la scorsa settimana. Gli addetti ai lavori si sono fatti una risata, come me. Non si contraddice niente, solo è una macchina che abbiamo tutti in casa, il frigorifero, fatta funzionare a ciclo inverso. Il “combustibile” è l’aria, che viene portata da una temperatura a un‘altra. Questo è il segreto dei rendimenti tanto alti, mentre l’energia elettrica, o il gas, sono necessari solo al funzionamento della macchina. Mi sono ritrovata a fantasticare se potesse diventare l’argomento di un saggio. Certamente sarebbe anche affascinante, per i cultori del genere “climatizzazione”, magari potrebbe anche spingere qualche piccola folla di lettori a cambiare modus vivendi. A rendere più vicina quella rivoluzione dei costumi auspicata per il progresso dell’umanità, eccetera eccetera. Però, ecco, non è il mio genere. Immaginare una storia basata solo su questo, serve a chi ne ha bisogno, magari a uno che da Bricofer è indeciso per casa sua nella scelta tra pompa di calore, caldaia a condensazione e stufa a pellet. Forse un ebook istantaneo, una twittata senza troppi fronzoli aiuterebbe.

Ma a me non basta il manuale d’istruzioni per le scelte pratiche. C’è dell’altro, ne abbiamo tutti diritto. E la prossima giornata al mare voglio che mi resti nella memoria per quante sfumature coglierò nel rumore della risacca.

 

 

 

 

*) Kafka Umorista di Guido Crespi, Ed. Shaspespeare & Company, 1984

**) (non) un corso di scrittura e narrazione di Giulio Mozzi, pdf scaricabile da Vibrisse

Analogie digitali e dita analogiche

1 giugno 2012

I primi computer sono entrati presto, invece Internet l’abbiamo tenuto tanto tempo fuori dalla porta. Era ancora un’epoca analogica. Avevamo smesso da tempo di usare il contascatti ma mantenevamo, accanto al telefono di casa, i fogli che fino a poco tempo prima ciascuno degli abitanti doveva compilare segnando il numero iniziale, quello a fine chiamata, per poi calcolare la differenza e trascrivere anche quella, segnandola a proprio nome. Alla fine però abbiamo ceduto e ho iniziato a navigare anche io.

Il pc lo usavo quasi soltanto per lavoro e non c’era ancora nessuno con cui potessi scambiare email. Avevo la sensazione di perdere tempo e soldi attaccandomi alla rete per capriccio (oggi no, i soldi li perdo lo stesso ma non suona più nessun allarme interiore). Però ogni tanto mi sfiziavo a digitare sul motore di ricerca frasi a caso, per vedere cosa ne usciva. Una volta provai con “vento tra i capelli”, e venne fuori un sacco di roba: pensieri, poesie, reportage, tristezza, allegria, pubblicità. Ma quanta gente c’era col vento tra i capelli.

Attraverso altre frasi fantasiose sono approdata ad uno strano porto, dove mi ha accolto l’immagine di un gatto sornione e, sotto di lui, una raccolta di pagine scritte, elencate in ordine cronologico. Mai vista prima una cosa così. Era il posto di Lapizia, una che dava l’idea di passare il tempo sdraiata sul letto in pigiama a scrivere un diario. Mi ricordo la sensazione di fare la guardona, autorizzata, della vita di Eloisa, quella ragazza, che tra l’altro descriveva posti e fatti a me molto vicini. Infatti, viveva a pochi chilometri da dov’ero io e, visto che lo strumento lo consentiva, quasi subito le ho scritto. Lei, molto carina, mi ha risposto. Mi sembrava l’inizio di una bella amicizia, ma ho rovinato tutto non appena ho chiesto, al termine di un commento: “Scusa, non ho capito bene, cosa sarebbe questo “blog” del quale parli sempre?”. Troglodita elettronica, avrà pensato, e non si è fatta più sentire. Bah, peggio per lei. Chi si sarà creduta, chiusa nella sua torre d’avorio a farsi ammirare, magari era pure una cozza. Anche io scrivevo diari, erano pieni di disegni, poesie, trascrizioni di testi, ma mi guardavo bene dal condividerli, erano fatti miei. Sui blog sono partita col piede sbagliato, lo ammetto, sono stata affetta a lungo da un pregiudizio: i blogger erano dei narcisisti che non mi meritavano.

Col tempo Internet è diventato uno strumento di lavoro, spesso è indispensabile nella gestione della vita quotidiana, ed è anche un buon compagno nei momenti di svago. E adesso mi ritrovo abbonata al “bollettino” di Vibrisse, curato da Giulio Mozzi. Tutto vorrei che apparisse, tranne che una sviolinata, ma una cosa devo dirla: Vibrisse è davvero un servizio al pubblico. Presente Antonio Pascale: l’intellettuale dev’essere di servizio? Trovo che Mozzi sia uno dei pochi a cui si possa applicare questa definizione.

(- Non ci posso credere, l’hai fatto.

– Hai notato, sì? E che ne dici dello stile…

– Però. I miei complimenti.

– Grazie, demone caro.)

Quel sito (ma anche l’autore) è una miniera d’oro per il lettore curioso. Ed è un blog, cioé un diario, dove Giulio Mozzi pubblica i suoi pensieri, foto, annunci, recensioni e anche illustrazioni, aforismi, lavori altrui. Quello che per parte mia conta di più è il fatto che condivide generosamente il metodo e gli esiti delle sue ricerche. E risponde ai commenti anche all’infinito, se l’argomento non si esurisce da solo e prende nuovi risvolti. Risponde anche ai maleducati, finché non li rimette al loro posto. Seleziona autori, ci lavora assieme e spesso pubblica le loro storie che puoi scaricare gratis. Ultimamente ho letto con gusto, puntata dopo puntata “Il ricordo di Daniel” di Marco Candida. Non ci potevo credere, davvero un romanzo inedito gratis. Ho pensato che prima o poi dovrei fargli avere un vaglia o un bonifico perché non vale, ci hanno investito troppo tempo prezioso, per non avere un qualche tornaconto.

Oggi ho ricevuto la segnalazione dell’articolo “L’esilio in una camera d’albergo. Appunti su Norman Manea” di Demetrio Paolin. Mi ha colpito molto, forse perché involontariamente richiama mie esperienze personali che bruciano ancora e lo fa attraverso un vocabolario che riconosco, dunque arriva subito a segno anche il non-detto. Analogie, insomma, di segno digitale. A parte i contenuti poi, è buona scrittura, un’intervista senza botta-e-risposta odiosi. Ancora un insegnamento da mettere a frutto.

Avevo ricevuto un invito ad una festa anni ottanta. Che essendo stati gli anni nei quali sono uscita dal bozzolo, combinandone di cotte e di crude, per me hanno un’importanza particolare. Per il gusto di commuovermi in vista della serata, ho cercato nel web filmati originali, ero sicura di trovarne. Ogni dettaglio se ne tira dietro un altro e, se mi concentro, sono capace di rigenerare l’anima candida di quel tempo, di ritrovarmi di nuovo a tredici anni, tutta sogni, patemi e frivolezze. Dopo aver passato più di mezz’ora tra le cose di un presunto cineasta dell’epoca, a un certo punto ho capito che si trattava di finzioni. Quello che faccio io dentro la testa, lui l’aveva fatto in pratica, realizzando una serie di corti commoventi. Un recupero della vera verità, un faticoso sgombero della memoria dai fantasmi mistificatori. Su questi binari ho incontrato il fotoromanzo “Ricordami per sempre” e quindi il primo assaggio di Mozzi.

Invece, la serata disco fu una delusione. Tutti quei vecchi. Ad occhi chiusi la musica era proprio lei e il corpo era capace di ritrovare perfino i passi, i sincronismi, le emozioni di una volta. Ma come mi guardavo attorno vedevo panzoni pelati che battevano il piedino guardandosi attorno famelici e signore coi capelli in piega e la piega sulla pancia, fasciate in abitini da teenager. A furia di vedermi circondata da zombie anche la voglia di ballare se n’è andata. Sono rientrata presto, delusissima.

Lo so, nemmeno io sono un bocciolo di rosa. Chissà come mi vedono da fuori. Il fatto è che mi sono accorta che alcune cose semplicemente non succedono più e non so dire da quando. Come stare affacciata in balcone dopo il tramonto finché il mondo non diventa un quadro di Magritte; come dormire tutta la domenica mattina; come partire all’improvviso per una meta lontana (decisa all’ultimo momento) senza sapere se si tornerà in giornata; come parlare a lungo con qualcuno delle cose che piacciono a entrambi e farci sopra sogni ad occhi chiusi e sogni ad occhi aperti; come dare e ricevere carezze da dita (ancora analogiche) attente a ciò che esprimono; come andare ogni tanto (mica tutti i giorni) a qualche concerto. Me ne ricordo uno dei Subsonica qui a Roma, quando ho saltato dall’inizio alla fine sotto al palco e mi ero fatta solo una tazzina di caffè. Sono certa che potrei rifarlo anche stasera stessa. In fondo saranno passati dieci o dodici anni al massimo.

Forse é così, io vivo fuori tempo;
é vero ciò che sento sotto pelle,
é come una costante sensazione di
mancata appartenenza
che suona e vedo le tue mani
allontanarsi alla deriva delle

cose che non ho,
cose che non avrei potuto avere mai,
e cose che non so,
le cose che non ho
son ciò che sono e non chiedono scusa.

 

 


Subsonica – Cose che non ho


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