Lavarsene le mani

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Il Momento Chernobyl e i nemici invisibili

Vitaly, barba curata e sguardo consapevole, è nato in Bielorussia dieci anni prima di quel 26 aprile del 1986, quando, nella centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina, durante un test notturno svolto a bassa potenza, il reattore 4 esplose provocando un pauroso incendio e l’evacuazione in tempi molto rapidi dell’intera città di Pripyat, che distava solo tre chilometri dal sito.

Oggi, borsista in visita presso il Davis Center for Russian and Eurasian Studies dell’Università di Harvard, afferma [Qui]: “Ufficialmente, solo 31 morti sono state attribuite direttamente all’esplosione del reattore 4 anche se è probabile che alla fine migliaia di altre siano dovute ai tumori causati dall’esposizione alle radiazioni. Inoltre, alcuni esperti ritengono che il danno psicologico e sociale sia stato esteso, come si è visto con l’aumento dei problemi di salute mentale tra le persone esposte al disastro.”

Il suo paese è stato quello maggiormente coinvolto: “Dei 50-120 milioni di curie stimati – l’unità di misura dei detriti radioattivi – rilasciati nell’aria in 10 giorni, circa il 70% sono caduti sul territorio bielorusso” ma quando il governo parlò dell’esplosione, alcuni giorni dopo, l’unico consiglio ricevuto dalla popolazione fu quello di “lavarsi più spesso.

“Allora, come adesso, c’era paura dell’ignoto: le persone sapevano che era successo qualcosa, ma senza molte informazioni non sapevano cos’altro fare. Così hanno tirato avanti come sempre. Come compriamo le mascherine oggi, hanno comprato dosimetri, dispositivi portatili usati per misurare le radiazioni. Molte donne, compresa mia madre, hanno comprato il proprio dosimetro e lo hanno portato al supermercato per misurare la radioattività del cibo che stava acquistando per la sua famiglia.”

“A parte questo, la vita continuava come al solito. Le imprese erano aperte, le scuole erano aperte. Mentre ricordo vividamente di aver ricevuto una pillola di iodio (che può aiutare a bloccare lo iodio radioattivo, un prodotto dei reattori all’uranio come quelli di Chernobyl, dal danneggiare le ghiandole tiroidee) a scuola ogni mattina, il fatto stesso che io sia andato a scuola è sorprendente, considerato in retrospettiva.”

A dieci anni, nell’estate del 1986, il piccolo Vitaly viene mandato a vivere in Germania presso una famiglia ospitante, come la maggioranza dei bambini bielorussi dopo che “Mikhail Gorbachev è finalmente apparso alla televisione di stato per affrontare la catastrofe il 14 maggio 1986, ma solo dopo settimane di sminuimento.”

Ci sono molte somiglianze tra la ricaduta letterale di Chernobyl e la ricaduta figurativa del virus Covid-19” afferma. “La radiazione di Chernobyl era terrificante nella sua invisibilità. E nel coronavirus stiamo di nuovo combattendo quello che molti hanno definito un ‘nemico invisibile’.”

Di nuovo, “a differenza di quasi tutti gli altri paesi al mondo, la Bielorussia ride della minaccia del coronavirus; infatti, il presidente, Alexander Lukashenko, è arrivato al punto di dire che il virus, o almeno la preoccupazione per esso, è una ‘psicosi’ che può essere facilmente curata con la vodka e una gita in sauna.”

“Qual è il vero nemico invisibile? È un virus microscopico o particelle di radiazioni invisibili nell’aria? O è una riluttanza a lottare con eventi ora invisibili nella vita contemporanea perché non hanno mai visto la luce del giorno? […] Svetlana Aleksievič ha recentemente elogiato la serie di Chernobyl per aver svelato gli eventi della tragedia a una nuova generazione di bielorussi, sottolineando che ha ‘toccato una corda’ dei giovani. Oggi ho chiesto a mia madre se l’avesse vista. Mi ha detto che non era interessata. Sapeva già cosa era successo, quindi a che le serviva riviverlo?”

I giovani bielorussi, invece, proprio attraverso la serie hanno acquisito un occhio critico “su come la loro leadership sta rispondendo a questa crisi più recente. In contrasto con la generazione sovietica, i giovani bielorussi sono scettici riguardo al fatto che gli venga detto di bere vodka ogni giorno e di andare nella sauna per uccidere il Covid-19. Gli amici della mia età e più giovani hanno molte più probabilità di rimanere a casa e praticare le distanze sociali rispetto ai miei genitori.”

Anastasia ha il sorriso schietto e l’animo entusiasta e costruttivo. È nata in Bielorussia dieci anni dopo la tragedia nucleare e, fin dal primo momento, la sua vita è stata influenzata in maniera indelebile da quei fatti, che per vie molto traverse l’hanno portata a ritrovarsi cittadina italiana e studentessa in corso del primo ateneo romano.

Nonostante la sua giovane età, con la pandemia di Covid-19 sono già due i fenomeni di portata globale che si è trovata ad affrontare. Per lei è stato quasi naturale pensare di analizzarne similitudini e differenze nella tesi di laurea triennale discussa a distanza lo scorso autunno. Il suo obiettivo era trovare le risposte a domande che travalicano la ricerca accademica e hanno maggiormente a che fare con la ricerca di un orientamento per affrontare il mondo nella sua, per lei, naturalmente evidente e ineluttabile imprevedibilità.

Le fonti consultate, dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica [QUI] al libro “Una preghiera per Chernobyl” di Svetlana Aleksievič [QUI], ai diversi autorevoli studi sulla pandemia di Covid-19, e l’applicazione delle teorie del rischio dei sociologi Beck [QUI]  e Giddens [QUI] l’hanno portata a concludere che la cosiddetta “seconda modernità” che attraversiamo, caratterizzata da globalizzazione, crisi ambientale, rivoluzione dei generi, fattori di crisi dei preesistenti presupposti di sicurezza, calcolabilità dei rischi e controllo, è ancora lontana dall’essere gestita in modo funzionale ed efficiente dai governi.

Ma anche che, rispetto a Chernobyl, per la maggior tempestività nella circolazione delle informazioni rispetto al 1986, l’attuale flagello ha generato una forte risposta solidaristica all’interno e tra le comunità, e il compimento di gesti che “nella loro potenza simbolica hanno unito e aiutato gli individui ad affrontare le incertezze, contribuendo a far affiorare la resilienza” che sembrava dissolta nelle esistenze passive ed egoriferite tipiche del nostro tempo.

Chenchen, cosmopolita di origine cinese e docente di politica e relazioni internazionali alla Queen’s University di Belfast, richiama [QUI], la definizione di “Momento Chernobyl” attribuita alle espressioni di ansia e insoddisfazione della popolazione cinese per le risposte mistificatrici accumulate dal governo nelle prime settimane successive allo scoppio della pandemia. E mette in luce che “lo sviluppo globale della pandemia e le dinamiche di potere internazionali hanno anche svolto un ruolo significativo nel modo in cui il Covid-19 è diventato uno stimolo per il nazionalismo”, dalla narrativa dell’eroismo dei singoli alla marcatura della contrapposizione tra Cina e Occidente.

Un effetto che ha avuto luogo, non a caso, e perdura a tutt’oggi, nella Repubblica di Belarus, dove Lukashenko, proprio a partire dall’arroccamento difensivo del paese più colpito da Chernobyl, resta saldamente in carica dal 1994 dispensando consigli irrisóri dell’intelligenza e della salute dei cittadini. Ben sapendo che ancora oggi, a trentacinque anni da quella prima tragedia male e mai gestita fino in fondo, i bambini dai sette anni in su devono essere inviati per lunghi periodi a vivere presso famiglie all’estero per smaltire almeno una parte delle radiazioni accumulate durante l’anno vivendo in territorio bielorusso.

Un effetto che deve essere conosciuto per poterlo accuratamente evitare in paesi come il nostro, i cui cittadini rischiano di trasformare inconsapevolmente la coesione ritrovata, di cui parla Anastasia, in posizioni di chiusura xenofoba, nazionalista e negazionista, sotto il fuoco incrociato di una certa retorica politica e delle informazioni disponibili in rete, spesso non verificabili, se non alla luce di conoscenze specialistiche di cui non tutti possono certo disporre.

La parola chiave è una sola, magnifica e rischiosa: Fiducia.

Io non mi fido a priori delle teorie e nemmeno dell’età come presunta fonte di saggezza. Mi fido di chi dubita in maniera costruttiva, di chi cerca risposte senza sottostare al pregiudizio, di chi non si lascia imbonire dalle narrazioni confuse e distorsive di gente che sorride troppo predicando l’egocentrismo e la deresponsabilizzazione nei confronti degli altri; mi fido di chi collabora all’aumento della consapevolezza e della conoscenza comune, di chi negli anni ha difeso e promosso la conoscenza e la salute, non ultimo di chi vive gli eventi in prima persona e, solo dopo aver vissuto, prova a unire in un disegno chiaro i puntini attraversati nel corso dell’esistenza.

Concludo quindi citando un’ultima volta Vitaly: “Anche se è vero che lavarsi le mani ti aiuterà a proteggerti dal coronavirus, non è abbastanza. È tempo di fare i conti con la realtà, non solo con gli eventi di oggi, ma con quelli del passato, per il bene del futuro.”


Forse vi chiedete chi sia io per parlare di Chernobyl. Vi rispondo con un’alzata di spalle. Ne sono stata impattata né più né meno che ciascuno di voi, ovvero moltissimo. Il risultato, per quanto mi riguarda, sono state due amate figlie ottenute al prezzo di un rivoluzionamento dell’intera esistenza e l’approdo a un costante stato di attesa dell’irruzione dell’inaspettato nella vita di ogni giorno. Anastasia è una di loro.


Bibliografia/filmografia essenziale:

Progetto Humus [https://www.progettohumus.it/]

Preghiera per Chernobyl di Svetlana Aleksievič (Trad. Sergio Rapetti) Ed. e/o, 2012

[https://www.edizionieo.it/book/9788866329572/preghiera-per-cernobyl]

Chernobyl, Italia Ed. Sperling & Kupfer, 2019

[https://www.sperling.it/libri/chernobyl-italia-stefania-divertito]

Chernobyl, serie tv USA/UK, 2019

[https://it.wikipedia.org/wiki/Chernobyl_(miniserie_televisiva)]

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Questo articolo è stato pubblicato il 26 aprile 2021 su Qult! Il blog di Qulture e si può leggere anche qui: Lavarsene le mani

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3 Risposte to “Lavarsene le mani”

  1. newwhitebear Says:

    molto interessante questo post, perché tutti abbiamo steso un pesante velo di oblio su quell’episodio che ha stravolto la vite di milioni di persone. Ricordo bene le molteplici precauzioni che si dovevano prender. Non sedersi sull’erba, non magiare insalata e tante altre. L’analogia con la pandemia attuale è molto stringente. Con una differenza. Allora era invisibile, mentre questo si manifesta negli aspetti più brutti. I guariti, non quelli lievi ma gli altri, oltre la vita hanno anche il fisico stravolto. Come per Cernobyl, il bilancio ufficiale è piccolo, anche in questa pandemia ai quasi 120.000 morti bisogna aggiungere tutti quelli che guariti sono poi morti per i suoi strascichi

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    • frperinelli Says:

      A me ha fatto impressione lo scambio di battute: “ho chiesto a mia madre se l’avesse vista. Mi ha detto che non era interessata.” Si tratta dello stesso scambio che ho avuto io con mia madre parlando, ora non ricordo, di qualche film o libro sulla seconda guerra mondiale. Lei, nata durante i bombardamenti e cresciuta nella rivelazione degli orrori dei campi di sterminio, mi ha detto che sapeva già tutto, e non aveva voglia di riviverlo. Da parte di chi ha ricevuto un imprinting così forte, è ancora una posizione accettabile. In fondo non saranno le nostre madri a rischiare di dimenticare. Ma io, ad esempio, che ho letto Primo Levi e Anna Frank prima dei tredici anni, ho ricevuto in seguito molti altri input dalle più svariate fonti che mi hanno resa sensibile e attenta in ogni momento a ciò che invece a lei scorre direttamente nelle vene. Questo mi piacerebbe: che Chernobyl continuasse a insegnare che non si può scherzare con il nucleare, che la pandemia non diventasse solo il brutto ricordo di un periodo in cui non si poteva uscire di casa. La prossima mostruosità è dietro l’angolo e noi non possiamo permetterci il lusso di lasciarci al più presto questo periodo dietro alle spalle, per tornare alla nostra (discutibile) realtà di prima. Siamo solo una delle specie viventi che lotta per la sopravvivenza su questo pianeta, ma quella che ha affinato più delle altre la capacità di imparare dall’esperienza, di predire lo svolgimento di fenomeni simili tra loro e di elaborare strategie, anche creative, per evitare il peggio. A meno che non desideriamo fermarci qui, è necessario continuare a ricordare.

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      • newwhitebear Says:

        Del tutto d’accordo su quello che hai scritto.Non dobbiamo cancellare dalla mente Chernobyl o la pandemia ma ricordare come ha ben descritto anche nel futuro per evitare o cercare di evitare situazioni simili. Non sono brutti ricordi da cancellare ma da tenere sempre presenti, come gli orrori della guerra.

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