Posts Tagged ‘Francesca Perinelli’

Dicotomia n. 20 – Favole 2: Pollicina / Orco

15 giugno 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 5 luglio 2013

 

“[…] Io muoio per riaverti, / anche delusa, / adolescenza delle membra / inferme.”
Salvatore Quasimodo “Nascita del canto” da “Oboe Sommerso”, Genova, 1932.

Pollicina: La storia ha inizio dalla madre. Che è premurosa e saggia. Ma ha anche il grembo vuoto, è stanca e sola. Madre che soffre, che picchia la testa al muro. Madre che piange al buio. Madre che pianta semi, che impollina, che crea nuove varietà. Finché da un fiore ecco che arriva lei, la sua piccina. Attesa per una vita, cresce figlia perfetta, solo molto minuta. Perciò resta bambina a lungo dentro le fantasie della sua mamma, anche se presto è ormai donna fatta. La madre la trattiene, ma lei fugge. Al suo passaggio lascia cadere sassolini bianchi, non si sa mai che le venisse voglia di tornare. Piccola e deliziosa, ogni mattina inizia con lo spettacolo della sua comparsa, allo sbocciare del fiore che la protegge per la notte. Chi è tanto fortunato da vederla resta incantato. Spesso davanti a lei si para un uomo, e lei gli sfugge sempre, temendo l’urto con le sue dimensioni.
Non può però sottrarsi a lungo ai sensi. Viene il momento di incontrare l’orco. Lui tuona, e il timbro della sua voce vibra nella fragilità di lei. Lo trova brutto, e lei desidera offrirgli la propria bellezza come compensazione. Decide di infilarsi nella rosa che sa la preferita, senza poter predire cosa accadrà. Lì si addormenta, e lì lui la ritrova, dentro le prime luci di un’alba rossa e ferma.
Pollicina si sveglia, sgrana lo sguardo che da vicino non riesce a contenere l’orco in una sola occhiata. Stringe la bocca a cuore. Si intimorisce, cerca riparo e si volta, offrendogli la schiena nuda, sporca di polline. A quella vista l’orco, che ama i fiori, specie se in bocciolo, perde la testa subito. Lei, sempre voltata, sente l’alito greve che la ricopre di umidità dolciastra. È ancora in tempo per balzare giù e seguire a ritroso la scia di sassolini bianchi. Ma tentenna. Non è così convinta di volerlo veramente fare.

Orco: La mia sorte sarebbe stata segnata come in una favola, l’essere brutto e orrendo, l’inguardabile che deve nascondersi agli occhi dei più, doveva soccombere per non creare altri turbamenti. Ma mio Padre non volle, potevo rappresentare diceva l’essere evoluto proprio per questa difficoltà da superare: non avere sembianze umane. E in effetti la coscienza di essere mostruoso mi ha forgiato l’anima, l’intelletto, ma non mi ha impedito di essere sensibile. Un romantico decadente che ha affascinato intere generazioni rispuntando qua e la nel corso della storia. Ma oggi, qui, adesso, un essere dall’aspetto di orco, un moderno dai lineamenti tremendi che ruolo ha nella Società? Solo per fare un esempio anche la parola orco non ha più senso, sostituita da un più generico “sei brutto ma simpatico”, sempre che tu sappia usare le parole. A questo punto, più o meno, nel retroscena mentale di chiunque si crea quel tanto di fascinoso da dover essere indagato. Poi se hai un tenore di vita che ti proviene da una cospicua rendita, anche avere l’aspetto di un “mangiabambini” passa in secondo piano con: tre Ferrari, due Porsche e una Bentley tre litri del 1921 in garage. Chiaro quando mi incazzo le mie fattezze si esaltano, la mia voce cambia e rimbomba per le 15 stanze della Villa, mi si sente anche nell’ultimo bagno quello con i rubinetti di Stark. Ho un unico debole culinario e uno sentimentale: la torta al cioccolato e Pollicina, così la chiamo io perché donna minuta e un po’ sulle nuvole. Lei è sempre in giardino a curare i suoi fiori, non fa altro dalla mattina alla sera. Diciamo che il suo aspetto come il mio non deve far cadere in inganno, è una che quando ha voglia prima tentenna, mi fa impazzire perché sembra non concedersi, poi parte ed è tra le poche che tiene l’urto delle mie dimensioni. Un amore perfetto che non ha bisogno di nulla di più.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 20

Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 19 – Superstizione/Ragione

8 giugno 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 28 giugno 2013

“Possa mai Iddio proteggermi e liberarmi dalla zanna dell’arcidiavolo!”
Edgard Allan Poe “Il gatto nero”, 1843

Superstizione: Niente, me l’hanno confermato. Io ho il malocchio. L’ha detto pure quel mio amico lì, quello del terzo piano, che lui conosce uno che ha fatto l’esorcismo a sua sorella. Davanti alla mia porta chiusa ha detto: “Qui dentro c’è una gran brutta vibrazione”. Perché non ci credevo, io. Ma troppe coincidenze strane, troppi pensieri brutti. Non ci credevo, ma sono andata a farmi leggere le carte. Certo che è un gioco, però la maga, sai che ci ha azzeccato? Tutto mi ha detto: che ho sofferto in passato, che ora sto bene ma sono minacciata, perché nel mio futuro c’è la carta buona, ma è uscita rovesciata. Che vorrà dire? Chi è che mi minaccia? Intanto ho preso un corno rosso, lo tengo dentro al portafogli. Che ormai è vuoto, ho speso ciò che restava in consulenze astrali: Tutto avrà soluzione appena Nettuno sarà in trigono con Giove e il Sole. Ma intanto ho preso questo appuntamento. Apro la porta, ecco l’amico e quel suo conoscente. Fanno “Sta indietro e non aver paura”. E a me mi afferra una fifa del diavolo. Mi dicono “Lo vedi?” Eh, sì, in effetti è lì. Lo vedo e non lo vedo. È come spaventato, si sfila e si rinfila sotto e sopra i mobili, di continuo. Va in giro per casa. Gli manca un pezzo, dicono che sia perché sta funzionando, quando sarà tutto consumato sarò morta. Ma quale oggetto sia, non posso dirtelo. Infatti, adesso che tutta la procedura si è conclusa, e io in lacrime li sto ringraziando, quei due mi garantiscono che durerà, che l’esorcista ha preso in carico il mio male. Ma che ora dipendo da lui, e se non voglio ritornare libera ed esposta, non dovrò assolutamente nominarlo. Gliel’ho assicurato: stiano tranquilli, so tenere un segreto: io sono un medico e ho pronunciato il giuramento di Ippocrate. Sai, quel greco che liberò la medicina dalla superstizione.

Ragione: Venti anni fa da Magistrato affermavo: il Mondo sta andando verso ancestrali insicurezze. Malattie, crisi economica, desideri inespressi, conquiste difficili, delusioni di ogni genere: sentimentale; morale; politica. Rabbia, tensione e provocazione di cui l’essere umano è intriso emergevano allora, figuriamoci adesso. Ero convinto che stavamo regredendo a soggetti adoranti le Stelle, Pianeti, simbologie arcane per risolvere il male di vivere. Nessuna differenza con i nostri più lontani antenati, quelli che la modernità non la immaginavano neanche. Quindi, mi dicevo, bisognava indagare in questo mercato fatto di falsi simulacri, imbonitori, ciarlatani che raggiravano economicamente i più deboli. Quando beccammo i primi furbi moderni alchimisti cominciai ad interrogarli e mi resi conto che sarebbe stato difficile togliere il “genere” dalla realtà, perché avevano trasformato la visione mentale in un’azione d’Impresa. Dentro alle loro stanze in penombra, addobbate ad hoc per impressionare, trovavamo di tutto e tutto aveva un costo: oggetti stravaganti; libri dimenticati; paraventi d’ossa; manufatti risolutori di malattie incurabili. I meno pazzoidi si sentivano dei “neutri”, cioè degli strumenti che questa o quella divinità, energia, fluido sovrumano, poteva usare per trasmettere verità assolute ma prive di ogni logica. Sono oggi un Questore, mi occupo di inquinamento mafioso e non di furboni che inquinano boccette d’acqua del Nilo, o ti vendono sassi dipinti da mettere sotto il cuscino. Il taroccato lo trovo dentro ai container che arrivano dalla Cina e quindi c’è da sudare per fare le indagini. Ma diciamo che ho smesso di occuparmi di “divismo divino fatto Impresa” da quando trovai in una di queste stanze in penombra mia moglie, noto Medico Chirurgo che cercava di farsi togliere il malocchio. Secondo lei lo avevo portato a casa a forza di incarcerare questa gente.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 17
Disegno di Fabio Visintin

 

Dicotomia discorsiva (n. 18): scarpe

1 giugno 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 14 giugno 2013

 

No Place Like Home from Dominic Wilcox on Vimeo.

F: Davide, te la ricordi la dicotomia sulle calzature? C’è in rete il video di una scarpa col navigatore, non ci potevo credere. Come li chiameresti tu, i geni come questo, “nerd”? A questo punto è molto più figo Dexter.

D: Ciao Francesca. Si li chiamerei nerd e non userei il termine “genialità” per atti creativi come questo. Propongo altri termini descrittivi ma per rispetto dei lettori nemmeno li scrivo, non voglio scadere nel provocatorio. Per cui confermo che “Dexter” al confronto è un genio.

F: Ci vai giù duro… In fondo non è male che i creativi di oggi utilizzino i mezzi messi a disposizione dalla modernità. O no?

D: Sono d’accordo con te, ma non farei l’errore di considerare il digitale un concetto universalmente adatto a ogni cosa, da inserire in ogni dove: un chiodo non lo pianti con uno smartphone, o meglio lo puoi fare, ma uno dei due oggetti avrebbe la peggio. Adesso, vorrei che qualcuno mi spiegasse a cosa serve un martello che può essere anche telefono?!

F: Nel caso in cui si debba chiamare con urgenza il 118 dopo essersi pestato il dito? Scherzo. La settimana scorsa, il relatore di un convegno ha strappato un’ovazione definendo “nuovi artigiani” le persone che nei diversi campi delle tecnologie informatiche plasmano novità utili al nostro caro, vecchio mondo. Da questo punto di vista l’artigianato non è in crisi e si apre alle interazioni con un sistema complesso in modo inimmaginabile solo fino a una decina di anni fa.

D: Ben venga! Resta da chiarire l’inutilità di certi oggetti di design a cui forzatamente è stato inserito del digitale e per tornare alla scarpa: personalmente non avvolgerei i miei piedi, con tutte le terminazioni nervose che hanno, in “scatole wireless”. Ma poi scusa, mica dobbiamo andare a camminare sulla Luna, si tratta di passeggiare qui e la, e per orientarci abbiamo già abbastanza sistemi per farlo.

F: Non dirlo a me, le abolirei, le scarpe. E tutte le altre costrizioni. Per fortuna adesso arriva la stagione della nudità. Certo, il povero inventore dovrà tenerne conto per sviluppare il proprio business. Quindi, o punta sui Paesi nordici, tipo Lapponia o Siberia, oppure trova il modo di replicare il colpaccio su una calzatura estiva. Proporrei un formato gel, da applicare sulle unghie. Nulla che abbia a che vedere, nemmeno da lontano, con i tuoi “amici”, gli artefici della scarpa fatta a mano, giusto?

D: Penso di si, gli artigiani della scarpa che conosco io non pensano di ricreare l’uomo bionico, ne hanno bisogno di dimostrarti che hanno capito la realtà. Con il loro mestiere che tende alla qualità pensano a farti stare bene e ti considerano per quello che sei: un essere fragile che deve proteggersi a cominciare dai piedi. C’è rispetto in quello che fanno e l’innovativo riguarda “altro da loro”, anzi, guarda, penso che più fanno bene il loro mestiere più sono moderni.

F: Ora, parafrasando Einstein (giusto per contenermi) ri-conio un aforisma su due piedi: “modernità è non smettere di farsi domande” e le domande portano lontano. Per questo, amico mio, concordo con te: è bene poter contare, lungo il cammino, su un paio di scarpe di buona fattura.

D: Anche di una “testa che aiuti te stesso e il prossimo” sempre si voglia ancora Mondo. Ma per tornare all’artificio che confonde le idee naturali già di per se perfette, devo ammettere che senza risposte a certe domande non andremo molto lontani. In ogni caso anche la nostra discussione potrebbe stare dentro al vecchio motto polare che dice: il moderno disegno divino usa gli stolti per provocare gli audaci! Pensi che io e te potremo mai inventare qualcosa?

F: Mmm… Parliamone.

D: Non basta… bisogna progettare e poi fare, se lasciamo libero il campo delle invenzioni dovremo tornare a camminare scalzi per evitare di farci del male.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 18

Sintonia n. 17 – Figli: Madre/Padre

25 maggio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 7 giugno 2013

 

I figli addolciscono le fatiche, ma rendono le sventure più amare; aumentano le preoccupazioni della vita, ma mitigano il ricordo della morte. Francis Bacon, Saggi, 1597/1625

MADRE: I figli sono fiori. Dipendono da te. Tu sei la pianta madre. Possono appassire in fretta, ma quasi sempre rialzano le corolle. E non c’è cura migliore della tua presenza. O della tua assenza, al contrario, quando giustificata (a loro. Parla con loro, parlaci. Gli hai dato la vita, non te l’hanno chiesta: glielo devi). Sì, perché tu i figli puoi anche non amarli, oppure sbagliarli. Non è sbagliato passare il fardello a migliori mani, allora. I figli puoi anche non concepirli, nemmeno come idea. Puoi trovarti alle strette con un bambino in grembo e la tua vita allo sbando. I figli puoi anche non permettergli di nascere. Lo puoi fare per legge, nessuno ti dica niente. Non permetterglielo, sii l’unica responsabile davanti alla tua coscienza. Ma, senti solo questo: non sono cosa tua, i figli, quando ormai sono al mondo. Li custodisci e basta. Sei tu la fortunata, ripetilo in segreto, non scordarlo. Gongoli nei loro abbracci, tocchi il cielo per le espressioni dolci, e per i balbettii che imitano la tua parlata. Ti inorgoglisci nel vederli crescere. Mentre ci litighi pure ne sei orgogliosa. E ti commuovi, nel sorprenderti a sognare di quanto potranno superarti in ogni campo, se solo insisterai a nutrirli bene, nel corpo e nello spirito. I figli sono figli fino alla fine, ma anche oltre la fine. Un figlio che se ne va prima della sua mamma è un tappeto sfilato da sotto i piedi più fermi. Non ti rialzerai mai più. Prego di avere un giorno una fine dignitosa e veloce, e che i miei figli ne siano testimoni.

PADRE: Per il momento non sono Padre, non per scelta ma per un destino, il mio, che ho sempre messo totalmente nelle mani delle donne che ho amato. Donne sbagliate? Donne da far crescere e poi hanno scelto altri uomini per fare figli? Donne che hanno ritenuto di essere solo di passaggio. Donne che un figlio già lo avevano ma: con te ne farei un altro! O forse no? Forse si! A questo punto vediamo più avanti… mah! Ora caro lettore, la mia condizione non voluta di “non Padre” sarebbe stata ideale per scrivere questa Dicotomia, ma alla fine ho scelto di dare spazio ad un carissimo amico che brevemente ha trasformato il tutto in una perfetta e gradita “Sintonia”.

Antonio: sono Padre, me lo dicevo all’inizio e me lo dico adesso dopo tanti anni in cui non sono cambiati i sentimenti del cuore e i mille ricordi, compreso il momento in cui ho preso in braccio per la prima volta mia figlia. È ancora vivo, due occhi che ti guardano e già vedono i confini della tua anima, in quel momento ti chiedi: sarò un buon Padre? Una domanda che mette i brividi! Pian piano con il tempo la risposta viene da sé, cresce lei e assieme a lei cresci anche tu come Padre, come uomo, basta essere mi dico sempre, osservatore. A volte da lontano a volte da vicino, correggendo, o cercando il dialogo autorevole mai autoritario pur sapendo che i figli sembrano vivere in un’altra galassia lontana da noi. Ma non è così! Sembra strano ma a loro, a qualsiasi età, basta poco per sentirsi figli e lo senti quando si avvicinano. In quel momento devi comprendere quello che sono, non confonderti nel desiderio di pensarli per quello che tu vorresti che fossero. Hanno una strada da compiere diversa dalla tua, una strada che però ha avuto una partenza che tu conosci e l’amore per la vita, di cui ci nutriamo, è tutto ciò che distingue e protegge sia loro che te.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 17
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 16 – Etica: Compromesso / Rigore

18 maggio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 31 maggio 2013

 

L’illusione è una speranza senza compromessi.
Giovanni Soriano, Finché c’è vita non c’è speranza, 2010

Oggi non è il caso di rivelarne il nome, sarebbe un colpo per tutta la società. Ma ascoltatene la storia. Quel giorno sgranocchiava noccioline, un gomito appoggiato al bancone e la mano sotto la testa. Guardò in giro fino a soffermarsi sul proprio vestitino grunge. Troppo casual. Puntò i sandaletti e si vergognò: non uno smalto qualsiasi sulle unghie. La gente lì era tanto glamour e si farneticava. Ne aveva già vissuti tanti di sogni di cambiamento, tutto trasparente, chiaro, disteso, aperto e discutibile. Ovvio il naufragio per eccesso di utopia. Aveva sviluppato il proprio afflato etico per via delle vicende familiari. Amò sempre suo padre. Anche quando rivelò il trucco del compromesso. Se non avesse atteso quarant’anni a dichiararsi gay, non sarebbero venuti al mondo né lei né i suoi fratelli.

Erano altri tempi. Sacrificò la propria natura per anni ma poi scelse di andare a vivere felice col compagno. Sua madre se ne fece una ragione. Esempi come quello avevano cambiato il volto del paese dal quale lei partì un giorno per vivere in Italia. Pazienza e strategia, proporsi e ascoltare. Limiti elastici. Questa la lezione che non intendeva sprecare. Quando due tizi salirono sopra un tavolo, buttando giù stoviglie e stuzzichini, e urlarono: “Facciamo fuori i vecchi!” (scatenando applausi entusiasti) le apparve la sua faccia adulta e stanca riflessa nel bicchiere. Sapeva cosa fare. Uscita dal locale prenotò a un medico estetico interventi per rendere il suo aspetto più integrato. Dopo poco entrò di gran carriera nel Nuovo Sistema e prese a modificarlo dall’interno, andando lei per prima nella sua direzione. Voi non lo immaginate, ma è a lei che dobbiamo la prima presidentessa donna, il matrimonio gay, l’introduzione del salario minimo, e la serie di grandi innovazioni nella Costituzione, intervenute dal 2013 ad oggi.

Non era mai stato giovane per questo il suo rigore era pari al suo aspetto: tutto d’un pezzo e sempre con baffi neri! Sin da piccolo era stato un gran lavoratore e da adulto ancora per poter lavorare, costretto ad essere un “Leone di Mussolini”. Senza mai picchiare nessuno, con l’aspetto rigoroso dentro alla camicia nera, invece di impartire ordini lavorava credendo di far bene. Dopo la guerra chiusa indenne da partigiano che lavorava per il Partito, partì con sua moglie verso la nera Germania, si dice per ricostruirla. Lavorò duramente mandando marchi a casa per sfamare i figli, non più figli della Lupa, dei Compagni in rosso, ma tutti “cristian democratici” mantenuti da un gran lavoratore che aiutava i crucchi sfatti. Da li senza tornare a veder la nazione, parti per la Russia a coltivare campi di patate, sua moglie imparò anche il russo ma lui tutto d’un pezzo ne tedesco ne zarista, restò fermo sulle parole: lavorare con dignità! Da tornato italiano fece un mondo di mestieri, sempre bene, sempre con fatica, sempre per vivere: il pescivendolo; il venditore di bambole con la testa di porcellana; barattava filo da cucire con uova per cucinare; raccattava stoffe usate per far carta; cacciava le talpe per far pellicce da donna; al Porto trovava Ghisa, Ferro, Rame e Acciaio per rivenderlo; smerciava Caffè. Da vecchio con i capelli bianchi si tingeva solo i baffi d’un nero innaturale, tagliati non più grandi ne più piccoli per essere riconosciuto com’era un tempo. Visse tanto e a lungo raccontando che se non fosse stato un uomo coraggioso e rigoroso non sarebbe sopravvissuto. Quando arrivò il “rigor mortis” aveva già lasciato indicazioni perché le figlie scrivessero sulla sua tomba: Voglio essere ricordato precisamente per quel che ho fatto! Amen.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 15
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 15 – Calzature: scarpe da donna / scarpe da uomo

11 maggio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 24 maggio 2013

Gli occhi possono mentire, un sorriso sviare, ma le scarpe dicono sempre la verità.
Gregory House (Hugh Laurie), in Dr. House – Medical Division, 2004/12

Mi sento fuori posto nel mondo occidentale. Qui una bambina comincia ad essere donna nell’atto di indossare i suoi primissimi tacchi, e per tutta l’età fertile dovrà convivere con crampi, vesciche e mal di schiena. Mi sento fuori posto, vorrei essere la foglia di un albero orientale, che scivola giù dalla chioma che l’ha generata, silenziosa, lenta, compiendo ampie volute circolari, fino a calarsi nel letto del fiume sottostante. Mi sento fuori posto ma non saprei vivere altrove, quindi mi adeguo, non senza cercare di sfatare almeno, tra tutti gli stereotipi sulle donne, il principale.
Guardami, soppesami secondo i tuoi parametri e decidi: sono o non sono donna, proprio a partire dalle mie scarpe comode e strausate? O forse il fatto di non avere un armadio traboccante, che io non segua le mode, che cerchi solo e sempre la comodità mi rende meno femminile?

Ho calzature adatte per ogni occasione: Nelle mattine d’estate mi alzo, e dopo aver stropicciato gli occhi, sfilo la maglietta della notte trascorsa e ne infilo su un’altra quasi uguale. Gli shorts e due Superga sformate dall’uso completano la mise. Quindi esco e vado in giro a essere me stessa, e sto bene. Con me stanno bene gli altri. Esco la sera e indosso stivaletti: cuoio nero sbiadito, punte sbucciate, ma comodi. Il nero li fa invisibili, dal nero in su puoi ammirare la mia andatura sciolta, gli sguardi che lancio, il consenso che si crea attorno alla mia personalità entusiasta. Parto per la vacanza con uno zaino leggero in spalla e ai piedi le infradito in corda. Buone per il caldo del viaggio, flessibili in spiaggia e in piscina, effetto nudo nelle serate in discoteca, durante le quali spesso le lascio in giro e finisco a ballare scalza al centro della pista.
Solo al lavoro appaio allineata, invece è tutto finto. Confondo gli altri con tacchi otto centimetri rosso fuoco (non quattro, che il gioco non varrebbe la candela, tanto un décolleté basso appare sciatto, non dodici, che fa tanto sgualdrina da Parlamento, à la Battiato). Otto centimetri li posso sopportare, non sono ancora letali. E divento più alta, ancheggio, sento dietro di me il rumore degli sguardi farsi una fila di barattoli attaccati alla macchina dei novelli sposi. Così ho ottenuto attenzione, quando l’ho chiesta, e promozioni, e premi, e inviti. L’aspetto ne viene sempre esaltato, e non porto abiti costosi, non mi servono.
Una volta a casa, lancio le scarpe in aria appena vedo il mio uomo. Mi viene incontro con fare lento e circolare, mi fa accomodare sul divano, poi prende i miei piedi tra le mani e li massaggia a lungo. È un tipo moderno: usa soltanto mocassini di buona fattura, e in casa pantofole di pelle scamosciata.
Per me i tacchi, per lui, che è di origine asiatica, quello della circoncisione è stato lo scotto del passaggio all’età adulta. Ci unisce una compassione affettuosa, e il fatto che a fine giornata ci prendiamo cura l’uno dell’altra, con la stessa dedizione alle estremità traumatizzate da tradizioni barbare.

Chi scrive è convinto che l’eleganza di un uomo cominci dalla scarpa! E questa dicotomia potrebbe finire qui, con un’aggiunta: meglio ancora se fatte a mano e su misura. Punto! Ma per non abbandonare il lettore su questo punto, di seguito un pò di analisi sull’argomento.
Come per l’abbigliamento la scarpa da uomo ha subito nel tempo una trasformazione considerevole adattandosi giustamente all’evoluzione dei tempi. Certo è che prima della rivoluzione industriale le scarpe di qualsiasi genere erano “in mano” a chi le sapeva fare, create per l’uso a cui erano destinate. Venivano riparate all’infinito proprio perché “costruite”, quindi potevano essere smontate, sanate e rimontate nelle varie parti senza perdere forma e durata nel tempo. Oggi la parola chiave è “assemblaggio” studiato in una filiera chimico/commerciale che usa e getta anche le regole non solo i materiali, imponendo tempi certi per la loro durata. Sono cambiate anche le possibilità per sentirsi eleganti e anche la parola “eleganti” potrebbe essere tolta dal contesto sostituita da: creatività; personalità; comodità… easy. Nessun stupore nel vedere un doppio petto rigato, sopra ad una camicia bianca chiusa da cravatta di seta e ai piedi sneakers sfatte o “plasticoni” da basket usati il mercoledì in palestra, il giovedì per portare fuori il cane, il sabato al ricevimento d’elite in abbinata al doppio petto. Nessun stupore neanche per lo sposo in Tight con scarponi da fonderia slacciati, punta e tacco d’acciaio, particolarità suggerita dall’estroversa moda del momento. Il colore, il colore, il colore si spreca trasformando la scarpa in oggetto molto più utile alla comunicazione visiva che ai nostri piedi. Il prezzo, il prezzo, il prezzo non è più rapportato al genere ma al simbolico che rappresentano, quindi strapaghi un’idea marketing legata al brand più che la qualità. La forma, la forma, la forma è sempre più ambivalente, per dirla con una parola: unisex e se non lo è la calziamo lo stesso. La scelta, la scelta, la scelta che si compie per il loro acquisto riguarda l’originalità che vorremo esprimere, finendo ovviamente uniformati. Punto! E ora esprimo un desiderio, giusto per creare un punto fermo in questo testo: voglio un paio di scarpe di vera pelle a cui sia stata cucita a mano la suola di cuoio, usando fili di canapa naturale tenuti insieme da pece greca fino ad ottenere uno spago che non teme l’acqua. Voglio la stecca di legno di Pero inserita nella suola che dona flessibilità e rigidezza, un tacco di cuoio costruito strato su strato adatto al modello, né più alto, né più basso e tutt’attorno il guardolo cucito. Le voglio su misura con fodera di pelle, rivoltata sul tallone e liscia all’interno una specie di guanto per i piedi. Le voglio chiuse da lacci cerati che passano in almeno dieci fori e ti permettono di fare un’asola perfetta, proporzionata alla scarpa. Chiedo che una volta chiusa, l’asola resti e ripeto “resti” chiusa mentre cammino. Mentre cammino non voglio fare rumore, stridore, cigolio, “gnicche gnacche” di nessun genere, e voglio che la luce non venga riflessa dalle mie scarpe come fossero parte dell’astronave di Goldrake, ma venga assorbita da patine e cere naturali. Se è valido il concetto riflessologico per cui ogni organo del nostro corpo finisce per avere nel piede il suo punto finale, non capisco perché devo calzare strumenti di tortura medioevali. Punto.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 15
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 14 – Trasporti: pubblici/privati

4 maggio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 16 maggio 2013

La gente non ha quello che merita, ha quello che gli capita.
Gregory House (Hugh Laurie), in Dr. House – Medical Division, 2004/12

Comincia da un divieto: Zona a Traffico Limitato. Come puoi muoverti ogni giorno in macchina, se hai scelto di vivere in centro città? Anche i soldi sono un incentivo. Per trentaduemetriquadrilordi, balcone incluso, spendi una cifra che non ti permette di spandere altrove il tuo poco denaro, non lo consegni neanche più alla banca. Hai visto che fine hanno fatto a Cipro? E tu sei pronta. Davvero a tutto, pur di restare qui. Hai scavato un buco sotto una mattonella in cucina. A fine mese ci depositi lo stipendio, che si consuma esattamente in trenta giorni. Hai solo un salasso l’anno: la tessera intera rete del trasporto pubblico. Quel giorno consegni il denaro all’uomo dietro lo sportello e poi digiuni, o quasi, per circa due settimane. Ma hai scelto strategicamente di rinnovarla sempre a giugno, giusto in tempo per fare un po’ di dieta in vista dell’estate. Smettendo di guidare sono finiti i guai alla schiena. Ora sei flessuosa e pronta di riflessi. In ogni momento sobbalzi, ondeggi, vieni sollecitata in ogni direzione. L’autobus è una metafora della condizione moderna. Di più: è l’avanguardia della Sopravvivenza. Chi non apprezza non sa che, intanto, si fanno un mucchio di nuove conoscenze. Si imparano le lingue. Si ammirano i dintorni da un punto di vista aereo e si può spaziare in ogni direzione senza timore di perdere il controllo. Si prendono appunti, si telefona, si fotografa. Si aggiornano blog e profili dei social network. I limiti li stabilisce la lungimiranza dell’Amministrazione comunale. Se sarà stata accorta, avrà creato linee che raggiungono le zone più inaccessibili, dotate di vetture elettriche che percorrono corsie preferenziali, e la possibilità di salire tirandosi all’interno anche una bicicletta. Avrà istruito gli autisti alla cortesia e li pagherà abbastanza bene da non fornirgli scuse per scioperare. Garantirà panchine comode e tettoie per l’attesa. La mobilità sarà regolata elettronicamente da un GIS seguito dal satellite, consultabile via web da tutti i cittadini. Il luogo dove vivi sarà sano, e tutti più sorridenti. Mentre pregusti il futuro ti accontenti di sognarlo, standotene sotto la pioggia, al buio, in una zona malfamata, in piedi dopo una giornata di lavoro e con un appuntamento sfumato perché sono due ore che il bus non compare all’orizzonte.

Tutti i giorni è una guerra divisa per battaglie combattute a ore. Se ti devi muovere con la tua auto nel traffico, questo è! Devi evitare il percorso minato di Autovelox: sempre più precisi; nascosti; continui; spietati, gestiti da Amministrazioni in crisi di identità ed economica, capacità di riflessione, coscienza morale verso i cittadini che da qui in poi gli dedicano i peggiori pensieri quotidiani. Mezzi di locomozione infiniti da non investire o farsi investire: camion; macchine; minicar; biciclette; moto; scooter; autobus, pulmini, pick-up; “americanate”, da scansare con accurata attenzione, pena l’essere travolti da ulteriori problemi e spese “super-accessoriate”. È di pazienza che ti devi armare prima di partire senza farla diventare una malattia, perché sai che nella tua scatola di lamiera, a forma di pandino o super-comoda-rossa, ci dovrai passare del tempo. E quando arriva la telefonata? Incroci le dita perché siano buone notizie, se ti comunicano problemi o pronto intervento niente puoi fare, il tutto di cui sopra è contro di te e la tensione potrebbe aumentare mandandoti “fuori di testa”. Quindi in macchina anche se lo vorresti fare, sarebbe salutare non rispondere al telefono e non per eventuali multe. Il panorama che ti passa davanti nel migliore dei casi è senza Città caotica/inquinata, ma alla fine apprezzi anche l’aiuola spelacchiata o l’alberello asfittico che cerca di sopravvivere lungo la via. E si potrebbe continuare, con: caldo – freddo; pioggia – neve – grandine; cani – gatti – pedoni; forature – rotture meccaniche quando meno te lo aspetti; benzina – gasolio – GPL – pedaggio autostradale sempre più caro; lavavetri sempre più extratutto ed extradisabili ai semafori – semafori con l’arancio sempre più breve gestito dal T-Red. E qui si ritorna alle Amministrazioni: politicamente infangate; promettenti il nulla; pieni di “omini e donnine” che comandano vestiti di tutti i colori possibili anche quello “cacca”! E con questo non ho detto tutto, ma per il momento, abbastanza… ma siamo solo alla prima puntata!

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 14
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 13 – Ragionamento: reminiscenza/immediato

27 aprile 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 10 maggio 2013

 

Signori, benvenuti nel mondo della realtà: non c’è pubblico. Nessuno che applauda, che ammiri. Nessuno che vi veda. Capite?
David Foster Wallace – Il re pallido, 2011

Mi sono confidata con la mamma, che la sa lunga. Mi ha detto: “Figlia, tieni gli occhi bassi, per ora non parlargli, se non per lo stretto necessario e vesti in maniera casta”. Ancora qualche giorno di timidezza e, all’improvviso, mi sono come snebbiata. Lui, ormai è chiaro, torna ogni sabato mattina, sempre alla stessa ora e va di fretta: le otto e trenta, minuto più, minuto meno. Io apro la cassa e sgranocchio qualche snack che mi porto in borsetta, sul lavoro non sarebbe consentito, ma in fondo non lo sa nessuno. E poi così mantengo in forma le mie curve, sono sicura che è quello che gli piace di me. Immagino come mi guarda già dall’ingresso, e smanio e mi agito nella biancheria intima che indosso solo per lui, fino a che non appare. Non mi è sfuggito che utilizza il cestello con il manico, ma senza alcun motivo: ha anche la moneta per il carrello grande. Ogni tanto gli scivola “casualmente” dalla tasca e, proprio stamane, mi è rotolata sotto i piedi, costringendomi a piegarmi in basso. In quel momento si è sfilata una ciocca di capelli dalla coda, finendo nella piega tra i seni. Sapevo che i suoi occhi spaziavano su e giù per tutta la mia generosa superficie, ora che gli davo la schiena. Mi sono risollevata a fatica, quasi non respiravo, con la fiche stretta tra le dita che tremavano. Gliel’ho resa. Ho sbirciato il conto e guardando altrove gli ho detto il totale con la voce più indifferente che ho potuto. Lui ha teso la mano col denaro, e nel riceverlo, con i miei tanti anelli messi a bella posta, ho provato il brivido della sgualdrina. Anche oggi ho vissuto la mia emozione quotidiana, e senza disattendere i consigli della mamma. Un giorno si dichiarerà e finiremo per sposarci, credo. Per uno così, so già che non sarò mai di peso.

Sabato mattina 8.31 davanti al supermercato “X” il parcheggio è già pieno di macchine, ho fretta, devo prendere due, tre cose e scappare. Cerco un carrello e un homeless mi chiede subito l’elemosina, tenendo stretto l’ultimo della fila. Mentre gli spiego che uso un cerchietto di plastica al posto della moneta, lui afferra l’obolo che una signora con pelliccia consunta gli mette in mano, nemmeno ringrazia e continua a fissarmi per impietosirmi. Mi giro ed entro nel supermercato, prendo un cestello, va bene lo stesso. Una rapida occhiata al desolante panorama molto ben illuminato: etnie ad assetto variabile; anziani che si intralciano l’un l’altro; commessi che cercano di stipare gli scaffali; musica di eros Ramazzotti… sono le 8.39 lo stomaco mi si chiude. Cerco di infilarmi velocemente in una delle corsie, quasi in apnea facendo attenzione a tutto anche alla nausea. Prendo velocemente quello che mi serve evitando gli imprevisti, quasi un percorso ad ostacoli. Sono alle casse, la fila è lunga e nessuno si interessa di nessuno, nessuno guarda nessuno. Stranamente mi trovo sempre difronte alla cassiera che peserà un quintale, più che seduta alla cassa è “inscatolata nella cassa” modellata a giusti incastri. Muove solo la testa e le braccia per fare quello che deve fare. Trucco pesante in azzurro, nessuna gentilezza e le uniche parole che pronuncia sono relative al prezzo. Pago, mi scivola il cerchietto di plastica, lei si china con una fatica disumana, lo raccoglie, me lo porge sudata, sfigurata in viso e noto che ha parecchi anelli alle dita, sono stringhe infossate nella carne. Le sue mani sembrano salami, il mio stomaco si chiude ancora un pò. Esco, salgo in macchina, sono le 9.30 è passata un’ora e sento che devo andarmene da qui per far passare la nausea. In alternativa, restare fermo, respirare profondamente e pensare a qualcosa di positivo. Si, ma cosa?

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n.13
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 12 – Favole: Biancaneve/Il nano

20 aprile 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 26 aprile 2013

 

La vita ha le parola che può, la fiaba le parole che deve.
Aldo Busi, Guancia di tulipano, 2001

No, non posso venire con voi stasera. Niente, un po’ di febbre, forse. Per carità! Non mi serve nulla, non passare. Grazie comunque, vado a letto presto. Mi tiene compagnia il mio Cucciolo, ci faremo le coccole, io e lui. Un film. Penso che guarderemo un film, forse un vecchio cartone. Che ne pensi, Cucciolo? Ha detto di sì. Tesoro della sua padrona, tesoro. Ma fermati oh, oh! Ora ti lascio, mi sento troppo debole per parlare al telefono e insieme cercare di tenerlo a bada. Cucciolo, stà fermo, su. Quant’è impaziente. Ciao, sì, certo, ciao.
Sono malata di fotofobia, perciò i miei amici mi cercano la sera, quando sono un diamante da 28 carati che emana luce propria. Se mi serve qualcosa chiamo, ottengo ogni favore a domicilio, nessuno mi rifiuta nulla. Sono bella. Sono giovane. Sono perfino bionda naturale. Lui pure viene sempre di notte. La volta che è entrato qui ha detto Buonasera, e subito dopo A terra e apra bene le gambe. Io, che pure ero abituata alla poca luce, non lo avevo visto. Mi sono spaventata. Una voce isolata, una frase esplicita e imperativa dal nulla? Lui allora, che è un impaziente, fece da solo ciò che stava chiedendo. Da quella volta, risolto il problema medico, siamo una coppia. Non faccio nient’altro che contare i minuti che ci separano.

Ho sempre avuto uomini, se non brutti, eccentrici. Persone che pensavano di non aver speranze con una come me. Che neanche mi si avvicinavano, ma che avvicinavo io, lasciandoli di stucco per la sfrenatezza con cui manifestavo il desiderio di averli come amanti. Un uomo bello è sempre narcisista, non si accontenta di una donna sola, si fa desiderare. E quando la storia si fa seria, ti molla per un’altra. Con Cucciolo spero di non aver preso un abbaglio. Non per la mia malattia, lo dico per il cuore. Mi sono innamorata e, invece di essere felice, perdo tempo a piangere, pregando che non mi lasci mai. Spero che accetti di venire a vivere con me, non riesco più a sopportare che abbia una vita lontano da qui. Non avrò alcun problema a rivelare la nostra relazione al mondo, abbiamo anche iniziato a uscire insieme: io sto tutta coperta e lascio che mi spogli di nascosto parti del corpo, solo dietro certi scaffali, al chiuso, andando per negozi. Se qualcuno ci vede, resta a godersi la scena e poi se ne va ammiccando, senza dire una parola. A me non m’importa di quello che gli altri pensano, ma solo di noi due. E ho una paura folle quando lo lascio uscire, fuori da me come da quella porta. Paura che non ritorni più. Perché, anche se nano, lui ha un potere immenso per le mani. Per questo nel suo ambiente è tanto conosciuto, stimato, ambito. Ne è anche consapevole. E temo che presto si stuferà di me.

Ma nano a chi? Ma nano rispetto a cosa? Ma soprattutto, nano non per colpa mia… quindi mi dovrei sentire in colpa ad essere nano? Poi diciamola tutta, sono il settimo, ho altri 6 fratelli tutti maschi e tutti nani, quindi la questione è genetica. E dire che mia madre e mio padre di statura sarebbero nella media, ma nessuno ha mai indagato da chi possa dipendere il difetto. In ogni caso questi due ingenui ci hanno provato per sette volte ad avere un figlio di statura normale ma niente. Il destino, anche lui nano.
Io e i miei fratelli evitiamo di incontraci e muoverci in gruppo, ognuno di noi preferisce muoversi separatamente e si è fatto degli amici/amiche che alla fine sono circa il doppio dell’altezza. Da nano si guarda il Mondo in prospettiva, anzi si fa un po’ tutto in prospettiva perché il Mondo non è a misura di nano. Niente ti aiuta e sei alla fine considerato un disabile fisico anche se cammini, sei indipendente, hai un’elevata qualità di vita e scopi alla grande, si perché “di arnese” io e i miei fratelli siamo nella norma, anzi, sembra spropositato visto il corpo che lo possiede. Il mio idolo resta Maradona, ha condensato bene bene il “tozzo rozzo basso di successo”, mentre l’inno che mi accompagna potrebbe essere scritto con le parole di “un Giudice” di De Andrè. Da un po’ di tempo giro con una fidanzata modella, bionda naturale e ventiduenne, un metro e ottantasei centimetri, gelosa del suo nano, si perché a certe il mostro eccita.
Difficile smenarla quando è nuda davanti, sotto, sopra di me, all’inizio è stato difficile e non capivo, mi chiedevo: perché io? Ma poi ho compreso e adesso ho tecnica per gestirla per farla godere… non mi dilungo a spiegare. La chiamo “bianca la nordica”, un po’ per le sue origini (le gnocche bionde nascono tutte a nord del Mondo) un po’ per il suo pallore, da non confondersi con calore, quando parte fai fatica a reggerla, urla e strilla chiamandomi cane! Ok, la presenza scenica può essere un po’ perversa soprattutto quando vaghiamo nei megastore, fighi e alla moda fin che vuoi, ma la statura frega la normalità soprattutto quando lei si abbassa per baciarmi in bocca. Forse sono un po’ pesanti gli appellativi con cui ci definiscono, ma alla fine chi se ne frega, tutta invidia un difetto che rende nani in testa.
L’essere nano, o meglio l’essere nato nano non mi ha mai impedito di essere artefice del mio destino e quando da piccolo ho capito cosa volevo fare da grande, ho sentito una certa intima eccitazione che ancora oggi mi accompagna mentre svolgo la professione che ho scelto: sono un ginecologo e le mani proporzionate alla statura sono la mia fortuna.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 12
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 11 – Tecnologia: Analogico/Digitale

13 aprile 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 19 aprile 2013

 

Tecnologia. L’abilità di organizzare il mondo in modo tale che non siamo costretti a farne l’esperienza.
Max Frisch, Homo Faber, 1957

Non lo ricordavo quasi più, ma era arrivato a mancarmi troppo. Ecco perché mi sono messa sulle tue tracce, e quanto ti ho cercato a lungo. Non eri in nessun posto nel quale avresti dovuto essere. Mi sarei data per vinta quando, quasi per caso, ti ho scovato finalmente. Tu eri l’unico del quale mi restava qualche immagine nella memoria. Durante i primi anni ottanta eri quello che sapeva fare la break dance. Ho in mente questa immagine: tu, illuminato a sprazzi dalle luci colorate, un fotogramma visibile alla volta, sulla testa a gambe e braccia aperte, nell’aria Rockit di Herbie Hancock. Un ragno, una divinità indiana capovolta, un coltellino svizzero ruotante sul suo vertice, come una trottola. Il sudore di ore di ballo mi si gelava addosso: avevi sulle spalle la scimmia della modernità. Pensare che avevi cominciato suonando la chitarra classica. Ancora, dimenticato il flipper, passavi ore con gli amici su quei primi videogiochi al bar, e poi a turno a casa di ciascuno. Da bambino ti intendevi di valvole e transistor, e ti lanciasti entusiasta sui primi personal computer, registrando nastri magnetici, uguali alle musicassette. Sei stato uno dei primi programmatori basic, lasciando perdere per sempre biglie, Subbuteo e seghetto alternativo. Una volta, diversi anni dopo, ci eravamo ormai persi di vista, siamo usciti insieme da un vagone affollato della metropolitana. Tenevi sottobraccio una quantità di videocassette che ti sono cadute a terra mentre mi salutavi. Producevi video semiprofessionali e accanto a te stava la bella della scuola, ormai cresciuta. Avevi ingranato. E poi? Cos’è successo? Perché ci ritroviamo io e te in piedi, a fronteggiarci in questo posto pieno d’ombra? Avevi letto l’annuncio, mi avevi riconosciuta. Cercavo qualcosa di inutile. Perché ho scoperto che un mondo troppo facilitato mi priva di ogni scopo. Ho tolto la batteria al cellulare e la rete a casa, da giorni. Non avendo più lavoro né ruolo sociale, ormai, non vedo perché affrettarmi. Ho tutto il tempo che mi serve, e anche di più. Ma tu, perché sei qui? Hai tra le mani il segno di riconoscimento concordato, un cubo di Rubik. Mi hai messa a fuoco sorridendo ma, subito, i tuoi occhi hanno smesso di brillare. Lentamente, adesso forzi le superfici colorate, con le falangi serrate e un po’ tremanti. La penombra è silenziosa come mai prima. Nessuna vibrazione, nessun trillo, o voce. Solo il tric tric provocato dalle tue dita, il tuo respiro, e il mio. Hai risolto una faccia. Possiamo cominciare.


Tu che stai leggendo
, ti senti tecnologicamente evoluto/a? Allora spiegami con parole tue il termine “digitale” senza chiedere a qualcuno di darti una mano. Saranno rispedite al mittente risposte generiche, semplici, o poco comprensive. Tieni presente che c’è un forte rischio a inoltrarsi con intelligenza in questa nuova genesi tecnologica e certamente capirai che sono da evitarsi imprecisioni nelle quali inevitabilmente potresti incorrere cercando di esprimere il tuo pensiero. A noi non interessa da dove proviene il termine “digitale”, quindi evita di rivolgerti a Wikipedia perché sappiamo farlo anche noi e non avrebbe di per sé alcun senso. E ti diciamo subito che a noi italianizzare l’Inglese, uno sport nazionale, è poco gradito e avremo preferito che la parola “digital” (a numeri – a cifre) restasse quella che era ma purtroppo è stata, appunto, nazionalizzata. Vorremo inoltre tu ci evitassi la spiegazione di “digitale” come termine per identificare qualcosa che “varia rapidamente a scatti” e magari non ci inoltrare, per una più rapida risposta, elenchi di oggetti multidimensionali che abbiano in se servizi di telecomunicazione, telefonia, Internet o altro. Lo sappiamo benissimo che con il “digitale” la voce, un messaggio, dei filmati, la radio, delle immagini… arrivano prima, arrivano meglio, costano meno, quindi non sprecare il tuo tempo a convincerci di cose che sappiamo già. Evita tabelle o micro-video esplicativi presi chissà dove, ma forse lo sappiamo dove li potresti prendere: in America! Pensando ingenuamente che noi fino a li non ci arriveremo a cercare “cervelloni che te la ri-girano” per avere ragione. Non perdere tempo, in America noi abbiamo amici fidati, oltretutto amici che con il digitale ti hanno già circondato… preso in ostaggio. Non potrai nemmeno interpretare la nostra richiesta digitalizzando la tua voce, perché in questo modo ci confermerai una cosa che già sappiamo e cioè il mezzo è piuttosto sfruttato e la novità potrebbe essere cosa tu stia dicendo e non tanto con quale mezzo tu lo stai facendo. In ogni caso dimostrati empatico considerando la realtà: ciascuno può essere indipendente nel “digitale”, ma a questo punto sorge un’altra domanda a cui vorremo tu dessi una risposta. La domanda è: da 1 a 10 quanto è libera e di qualità la tua vita dentro al digitale? E con questo darci dei numeri pensiamo di averti aiutato a non dire granché.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 11
Disegno di Fabio Visintin


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