Posts Tagged ‘Poesia’

Quattro marzo e non sono del luogo

4 marzo 2018

È uno spazio all’aperto, quadrato, cementato col cielo, un grigiore ammansito da verde a brandelli, all’esterno del mio municipio. Hanno detto che sarà astensione. Non sembra, dalla gente che sosta qua attorno col numero in mano. In attesa che chiamino dentro, per fare oggi esercizio del caro -nei fatti- diritto, quello elettorale.
Ginnasti. Chi si appende al telefono, chi ha neonati appesi, chi ha appeso pensieri a volute di fumo, chi fa le tre cose insieme. C’è chi scruta, chi lascia scrutare.
E, finito lì dentro, si affretta ad uscire. Ma ora? Verso il seggio rallenta. Guarda attorno. Cerca un segno che indichi il voto migliore.
Mentre aspetto io stessa mi accosto, trasversa, guardinga (non sia mai mi si scorga), al banchetto di fronte al PD. Dov’è scritto: “Libri gratis, prendeteli e fate girare”.
L’Unità, I poeti italiani. Giorgio Caproni. Lo prendo, apro a caso.

Bisogno di guida

M’ero sperso. Annaspavo.
Cercavo uno sfogo.
Chiesi a uno. « Non sono, »
mi rispose, « del luogo ».

Le foglie

31 ottobre 2017

È autunno, le foglie stringono salde i loro rami. 

Vorrei rincorrerle come da bambina, quando il vento alza le gonne della sera.

Rabbrividisco, guardo in basso e so:

se non per la mancanza delle foglie, 

tutto mi sembra giusto, 

perfino la bambina.

[In questo periodo di poche, pochissime parole, mi viene soltanto voglia di guardare bene.]

Ricominciamo

25 maggio 2017

Mi piace l’idea che un discorso interrotto riprenda dalla sua eco. Un’eco poetica, mi piace anche questo. La poesia può molto per alleviarci la fatica dei giorni.

Ho trovato su Nuovi Argomenti un inedito di Damiano Sinfonico, finalista del Premio Rimini 2017.

Strana e accecante la tua frase recente:
si propaga nelle giornate come il rintocco di una campana
con il crescere della distanza si attenua il suo suono
più avanti si farà impercepibile
sarà una vibrazione in qualche area della memoria
dove anche noi saremo estinti.

Non

31 marzo 2016

Un osso di bue

Non aspettarti un sonetto che metta in riga, armato,

l’esercito dei giorni, nemmeno per un poco

che citi nomi e fatti, prima di fare fuoco,

schiantandolo in un grido sul selciato.

 

Ma che spavento, quale evento oscuro,

l’avvento delle schiere dell’aprico:

spaccano il muro e svelan, da una piccola

ansa, il vero, tutto, duro e puro!

 

Non chiederci una quartina che possa risarcirti,

fuorché ‘sto smorto fregno, tristronzo e pure gramo.

Il massimo che qui potrà apparirti

è un ricettario strano per un mamo.

 

Ascesa e caduta di un’ape (sonetto)

11 settembre 2015

 

Sull’orlo del pozzo son ape

che ronza, tra l’ombra di foglie.

Vicino  c’è un merlo che coglie

dei vermi, ne becca le crape.

 

Ma come per caso io struscio

il secchio appoggiato, che cade

sul fondo, alle porte dell’Ade

di cui questo pozzo n’è l’uscio.

 

Mi pare che imprechi, nel tonfo:

“Minuta ma sembri un tricheco!”

(Che bello, per me è un trionfo!)

 

Il merlo, che è mezzo cieco,

annienta il mio andazzo un po’ tronfio

volandomi addosso di sbieco.

 

Botta e risposta / La signorina Felicita risponde a Guido Gozzano (su Vibrisse)

3 aprile 2015
Clicca sulle colline di Telemaco Signorini per la diretta streaming

 

Da La signorina Felicita, di Guido Gozzano:

[…] Sei quasi brutta, priva di lusinga

* * *

Risposta della signorina Felicita:

Sei bello tu, e bella la tua arringa […]

 

Il resto del duello in rima si può seguire su Vibrisse [QUI], per il nuovo gioco poetico “Botta e risposta“, ideato da Giulio Mozzi.

 

Dal fondo _ 19

19 gennaio 2015

 

Ritrova il pensiero lucido.

Se sei in ginocchio, in pezzi, ricomponili.

Per raddrizzarti, flettiti.

Impegnati a piegare anche un sorriso,

perché la simulazione è certo

che arrivi fino al cuore delle cose.

Nel deserto accetta la polvere.

Respirane le impurità.

Le rose case di formiche, accettale.

Così la fitta sassaiola

delle attenzioni non richieste,

quando vieni preso di mira alla sprovvista.

Comàndati da fuori a mente fredda.

Lucida la corrosione.

La coscienza dell’inutilità del tutto è la base

della libertà dal dolore.

Rinnega la compassione – Il gioco è un cerchio chiuso –

Non farle mettere le mani attorno ai fianchi,

aprire la tua stessa bocca.

Reprimi la risata.

Intona un canto vuoto,

perché la suo eco rimbombi per le stanze.

Uccidi la poesia.

 

 

<indietro   avanti>

<vai all’inzio>

 

Naufragio d’antan

4 dicembre 2014
Duane Michals

Duane Michals

 

Si approssima il Natale, siate buoni. Donate generosi i vostri baci all’Antologia  che li celebra, il blog di Vinicia Tesconi a caccia di appassionati baciatori e/o collezionisti di altrui baci. Questo il mio contributo, una cosetta giovanile:

L’intrepida corsara ha naufragato.
speronata da una chiave di violino.
ed ora, sulla zattera, tra i flutti,
minaccia di vendetta come può:
“Che tu lo sappia o no, che tu lo voglia,
ho un solo desiderio ed è baciarti,
baciarti e ribaciarti, finchè,
alzati gli occhi sopra i tuoi,
non li vedrò sorridere sornioni;
occhi d’animaletto ironico e spietato
nei tuoi silenzi e le tue brevi frasi
che non chiedono mai troppi perchè.
Lo sai chi sono io? Se ti ricordi
sono quella che più d’altre cose
sentiva il desiderio di baciarti…”

 

 

Una lenza poetica

18 novembre 2014

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Il giovane favoloso

Il giovane favoloso – M.Martone, Italia, 2014

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Dov’è la verità stavolta? Come snidarla, portarla in luce, restituirla alla vita quando, trascorsi quasi due secoli, di un uomo resta, immortale ma orfana del suo autore, la poesia? A quale fascinazione cede il regista che, lontano da ogni celebrazione, inizia a dialogare con un mito? Come imbastirà il fantoccio e lo muoverà credibilmente sulla scena? Come anteporrà amore a morte nella battaglia quotidiana dove il genio chiede di giudicare ciò che afferma e non la sua malattia (colui che amò suo padre più di sé stesso, che amò il suo migliore amico per la vita, che si ritrasse insieme lucido e sognatore, sublimatore di donne e misogino rabbioso, che fu egli per primo cacciatore di verità, passando al setaccio della traduzione poetica lo sterminato deserto della relazione dell’uomo con il mondo)? Basterà al regista quella Luna, enorme in ogni notte dolce e chiara e senza vento, a far da traino al tiro della lenza? Raggiungerà il Vero col rendere il Poeta un guitto, Silvia una pittata popolana e il buon Ranieri uno stallone ambiguo, semplificare Roma in un pigro magnaccia, Firenze in una viziosa snob e Napoli in una puttana oscura e surreale, scegliere una luce che muta ogni scena in quadro e mina la filologia della ricostruzione, spostando la poltrona dalla sala di un cinema a quella di un teatro? Ed è quello, il teatro, il luogo dove, nell’impossibilità di riprodurre la verità dei fatti, la finzione diventa verità, in virtù di un patto muto, come quel patto narrativo che lega l’autore di un racconto col lettore?

Forse sì.

E forse è per quel motivo che nelle scene iniziali, le più statiche, soffocanti, interminabili, mi hanno trovata impreparata certi movimenti elastici ed eleganti della cinepresa, avrei creduto di più a un’inquadratura fissa, con attori che recitassero da dentro come da fuori il quadro. Anche soltanto udendone le voci.

E perché rendere l’ermo colle così -non era la mia collinetta di ragazza-, pieno di erbacce? Era davvero tanto bassa quella siepe? E necessario far sì che Giacomo declamasse proprio in quel luogo il suo Infinito?

Ma lo declama, è vero.

Come lo scorrere della sabbia da un vaso all’altro in una clessidra, lungo questo film scorre il travaso dell’uomo nella sua poesia, accompagnando ogni passaggio chiave con i versi, quelli sì reali, unici e immortali. Che al primo accenno di strofa fanno rabbrividire in segreto chi li ascolta, e lo porta a mormorare all’unisono con l’attore sullo schermo.

A ogni apparizione di quella grande Luna gialla sullo sfondo, lo spettatore si sente trasportato verso l’alto, quasi a poter raggiungere l’altezza del Poeta, e si commuove, perché ne comprende in pieno la fragile esistenza, finora oppressa dalla sua immensa fama.

 

Sensibili alla consapevolezza

5 novembre 2014

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Davanti alle prime prove di scrittura, rileggendomi, mi sono messa le mani nei capelli. Una delle maggiori preoccupazioni di questi anni è stata quindi quella di trovare la mia voce. Un po’ come quando, da adolescenti, si fanno prove di personalità per dare al mondo un’immagine di sé coerente con il contenuto che si sente “abitare” dentro. Il problema è che, dentro di me, albergano molti Ka.

Cos’è il Ka? Lo si potrebbe definire una forma di autofiction. Oppure uno dei sensi che abbiamo a disposizione per esistere consapevolmente nel mondo.

Ma andiamo per gradi. La consapevolezza di sé non è faccenda da liquidare in poche battute. Si tratta in parte di affidarsi alle capacità che ci vengono date in dotazione alla nascita, in parte di affinare la conoscenza di sé e del mondo, e delle loro relazioni, attraverso un processo che impone di essere affrontato con grande sincerità. In particolar modo se si utilizza come strumento di indagine la scrittura.

Quanto è vero, nel senso di sincero, il racconto della vita messo per iscritto? La veridicità di una narrazione non coincide sempre con la verosimiglianza dei suoi contenuti, e il cammino delle idee, la loro condivisione, la consegna al rimuginare altrui, vivono sotto costante minaccia. Di un uso improprio dello stile, per esempio.

Il modo attraverso cui il pensiero viene instradato verso il lettore influenza l’appropriazione di un testo per la riflessione personale nonché il richiamo esperienziale, sensuale ed emotivo, necessario all’attivazione della percezione delle affinità e all’immedesimazione. Di uno stesso testo sono possibili talmente tante versioni , stilisticamente differenti tra di loro, che chi scrive, operando scelte definitive, esclude più o meno coscientemente le alternative latenti nello stesso tema, altrettanti aspetti della stessa verità.

Il linguaggio evocativo/simbolico (che è, sì, appannaggio di luoghi e tempi nei quali viene negata a forza l’espressione della verità, ma è anche quello della poesia, evocazione necessaria dell’indicibile) spesso è l’unico mezzo per arrivare al cuore di questioni attinenti al quotidiano, quanto e a volte più della loro mera analisi fenomenologica (per usare un refrain trito e ritrito).

[Se la forma minaccia i contenuti della prosa, per quanto mi riguarda è fuori discussione la trasmissione della verità nella poesia, il cui solo punto debole risiede nel grado di sensibilità (intesa come finezza dei sensi, di tutti i sensi) di chi legge.]

E tipico dei sensi è l’ambito di un secondo fattore che minaccia la verità delle narrazioni: la perdita di fisicità dell’oggetto “libro”.

Via via che il libro come oggetto “sensuale” arretra nella quotidianità di ognuno, la veridicità della narrazione va rarefacendosi. Ciò che si legge in formato esclusivamente elettronico fatica a restare impresso nella mente e il lettore rischia di ridursi a consumatore bulimico di narrazioni di qualità indistinta una rispetto all’altra.

Certo, lanciato dal pulpito di un blog, quest’ultimo atto d’accusa, per ora, non trova soluzione. Fortuna che, oltre a iCalamari, c’è Cartaresistente che verifica di volta in volta la veridicità delle tesi con metodologia pressoché scientifica, come nel caso delle serie di argomenti affrontati in sette post sette.

Mi riferisco in particolare alla serie dei Sette Sensi, che prenderà il via da domani, illustrata egregiamente da Davide Lorenzon con immagini che a me ricordano luminescenti graffiti metropolitani e per la quale ho accolto con piacere l’invito a fornire i miei testi.

Testi evocativo/simbolici (con prevalenza altalenante dell’una e dell’altra componente), improntati alla ricostruzione di esperienze quotidiane che, per essere tali, trovano spesso affievolita la nostra consapevolezza del loro essere necessarie.

In una sfida al mezzo tramite il quale la serie viene pubblicata, i nostri Sensi vogliono resistere nell’immaginario di chi legge come resiste un sapore sul palato, l’impronta di un’immagine sulla retina, l’eco di una voce nelle orecchie, l’odore nella cavità nasale, la carezza di una mano amica sulla guancia. Come resiste, con chissà quali implicazioni, l’impressione di aver presentito un fatto poi accaduto o quella di aver creduto poter vivere essendo altro da sé (il Ka, ne leggerete presto).

A questo punto, cari lettori digitali, confidiamo nella vostra sensibilità.

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