Archive for the ‘Reading’ Category

Rarecopie

21 dicembre 2013
5 Rarecopie 5

5 (rare) copie di Rarestorie

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Non sono brava a lodarmi e poi ho paura di imbrodarmi (coi proverbi invece ci vado a nozze), meglio limitarmi a dire che volendo potete leggere un mio racconto, incluso nel volume Rarestorie, esito di un concorso lanciato in primavera dal DUDE Magazine. A proposito, leggetela, è una rivista niente male.

Giovedì sera ero alla premiazione “Effetto-Oscar” dei primi tre classificati (tra i quali non c’ero io ma meglio così, mi sono risparmiata il reading), finita a tarallucci, vino e sonetti romaneschi declamati da Nino Rucola, loro autore nonché curatore della Posta del cuore di Dude (in foto in versione Subcomandante Marcos).

Hei Dude!

Serata Hey Dude! presso la libreria Scripta Manent a Roma

 

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[Se vi piace il gusto romanesco, vogliate gradire l’assaggio di qualche sonetto di Nino Rucola raccolto durante la serata:

La teoria della sciampista

La sfinge

Confessioni di un palazzinaro ]

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Non sono brava a lodarmi e allora in questo post voglio solo ringraziare la redazione di Dude, tutta composta da pischelli (belli. bravi. bravi. belli) che ha autoprodotto una rara edizione (tirata in sole 5 copie – una l’ho arraffata io… eh eh) delle Rarestorie uscite dal concorso.

Per democrazia però le ha anche caricate anche online. E dunque QUI si può leggere il mio racconto “Le mutazioni del tempo” mentre altrove nel sito, gli altri.

Buona lettura.

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Sont pas si mal (les fleurs du mal)

4 luglio 2013

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Ch’ha detto?

Parla francese, sai com’è: Francesca / Francesa.

Ah, sì, sì, c’è stato uno, in effetti, uno di Marsiglia, un tal Stephane, che le storpiava il nome così un tempo…

Era già finita la grande guerra?

Eeeh. Da mo’.  Ma che stai dicendo? Bando alle corbellerie.

E tu su che fronte hai combattuto?

Guarda che ho mangiato cubetti di diavolina e mi scappa giusto giusto un infuocato…

Stoop. Proprio oggi la vogliamo rovinare?

Hai ragione. Quando è troppo è troppo.

Non sembrerebbe. A sentir lei, non ne ha mai abbastanza.

Dipende da cosa, no?

Dipende da cosa, certo. Ma, secondo me, lei non ha capito di essere ormai uscita da quell’età della vita in cui fai ogni giorno esperienza di qualcosa di nuovo e sei giustificato per tutte le paturnie.

Ah, lo Spleen mesto e implacabile dell’adolescenza…

Bé, ma è tutto diverso, ormai, permettimi. Al compleanno dei quattordici anni stava con un tal Luca che poi le ha spezzato il cuore, e allora daje col singhiozzo libero e co’ Baudelaire in sottofondo a più non posso. Ma oggi è un’altra musica.

Mai sentito, era una costola dei Bauhaus?

Ma chi?

Bau-dlèr.

… Sottolineavo il fatto che i Fiori del male, a conoscerli, non sono mica tanto intrisi di Spleen, sai? Cito Wiki, che fa tanto fico: “I fiori del male viene considerata una delle opere poetiche più influenti, celebri e innovative dell’ottocento francese e non. Il lirismo aulico ed ampolloso che si unisce a sfondi surreali di un modernismo ancora reduce della poetica romantica si tradusse, nei periodi successivi, nello stereotipo del Poeta Maledetto; chiuso in sé stesso, a venerare i piaceri della carne e tradurre la propria visione del mondo in una comprensione d’infinita sofferenza e bassezza”.

Eh?

Non capisci un cavolo! È una metafora che accenna a tematiche che si agitano sullo sfondo della vita (letteraria) della nostra festeggiata!

Abbassa la voce, oh, che ha appena preso sonno.

Sì, sì. Per concludere, e poi si va a dormire tutti, anche noi demoni, è una che si rimette in gioco continuamente.

Per cause meritorie, come ci si aspetterebbe, no?

Direi che lo faccia per lo più per sé stessa. Più meritoria di così, la causa.

Non ti contraddirò io, guarda. L’unico appunto che mi permetto è che forse tende a strafare. Tanto per dirne una, quella storia delle lezioni di francese. Alla fine l’ha fatto, ha iniziato a studiare (anche se ne ha di strada davanti…). E le altre novità, oltre a questa, le ha intraprese tutte nell’arco di un solo anno solare.

La vedo affaticata, infatti.

Provata.

Sì, provata.

Consunta.

Smunta.

Unta?

Al sole, soprattutto.

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”La géante’’ – Sonnet de Charles Baudelaire dans ‘’Les fleurs du mal’’(1857)

Musique “Thru Clouds” – deeB

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La Géante

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Du temps que la Nature en sa verve puissante

Concevait chaque jour des enfants monstrueux,

J’eusse aimé vivre auprès d’une jeune géante,

Comme aux pieds d’une reine un chat voluptueux.

J’eusse aimé voir son corps fleurir avec son âme

Et grandir librement dans ses terribles jeux;

Deviner si son coeur couve une sombre flamme

Aux humides brouillards qui nagent dans ses yeux;

Parcourir à loisir ses magnifiques formes;

Ramper sur le versant de ses genoux énormes,

Et parfois en été, quand les soleils malsains,

Lasse, la font s’étendre à travers la campagne,

Dormir nonchalamment à l’ombre de ses seins,

Comme un hameau paisible au pied d’une montagne.

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Charles Baudelaire

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Storia di uno stupore breve

2 Mag 2013

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L'occhio e il mirino.

Ieri le onde spruzzavano salsedine e io le guardavo in faccia. Primo bikini dell’anno per me. Il clima era così buono che in tanti si sono tuffati. Io no. Però ho giocato ad acchiappare le ragazze con le caviglie immerse nell’acqua bassa e spumosa della battigia. Sono sempre io la più veloce. Ho la tecnica giusta per correre nella sabbia. Anni e anni di pratica alle spalle.

Finché, abbastanza stanca, mi sono lasciata cadere sull’asciugamano. Il corpo ha colpito terra con un sordo pof e si è spaccato come un melograno. Ho atteso che il respiro tornasse regolare, intanto ne ascoltavo soddisfatta il rumore di piccolo mantice. Era previsto, l’avevo già vissuto tante altre volte, ma è stato bello lo stesso riscoprirmi viva. Sono rimasta lì, in quella posizione sbilenca per qualche minuto, a occhi chiusi, immaginando che i radi passanti portassero stampata in faccia tutti la mia stessa espressione di stupore: Possibile che fosse già passato tanto tempo?

A ripensarci, verso la fine dell’estate scorsa serpeggiava una stanchezza mortale. Troppo vento sui corpi, troppo sole, troppa socialità sopra le righe. Si era esaurito il piacere del dialogo spontaneo con la natura. Aveva vinto lei, che resta sempre lì, giorno per giorno. Lei, che è davvero eterna, ci consumerebbe in un lampo, se non tornassimo presto o tardi a ripararci. In quella caverna, palafitta, villetta, palazzone, o anche in quella roulotte, che pure chiamiamo casa. Da cui si dipanano le serie di eventi, i soli a definirci, ai quali affidiamo il compito di distinguere la nostra esistenza dalle altre.

E dunque ieri sotto il cielo terso, era tornato a stordirmi felicemente lo stupore. Poi all’improvviso si è rannuvolato, qualche goccia di pioggia sul libro appena aperto è stato il segno che il breve anticipo d’estate era finito. Di primo maggio, dopo tutto, ci si poteva stare. Curiosamente, sulla pagina era stampata una lirica di Fosca Massucco tanto calzante alla giornata in corso, da farmi pensare di leggerla ad alta voce (conviene alzare il volume, però. È Fosca il tecnico del suono, io sono un misero architetto, e pure intimorita nell’esibizione).

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“E quando pensavo di averlo trovato” da L’occhio e il mirino* di Fosca Massucco

A me, quando ho i corvi neri in volo attorno, sembra di scoprire una pepita d’oro trovando un’ombra di malinconia tra i versi. Eppure è cosa rara nelle poesie di Fosca.  Ci siamo conosciute (virtualmente) qualche mese fa, io folgorata dal blog 52+1 poesie. Le farei un torto a tentare di recensirla, non ne sono capace. So dire ciò che mi pare che non siano, i suoi versi. Non fanno appello alle facili emozioni, né parlano banalmente del quotidiano o al contrario di temi intangibili, se non mostrandone la traccia lasciata dall’esperienza. Mi regalano sorrisi inattesi e a volte fanno scattare quel piccolo palpito che di solito attribuisco alle aritmie congenite.

L’occhio e il mirino (Ed. L’arcolaio 2013) è l’esordio su carta (QUI il BookTrailer) di Fosca Massucco. Che si diverte a confessare di non attribuire importanza alla rete (dove è però ben presente e dove, tra l’altro, “spiega” come funzione la poesia). Dice di vivere serena, “nonostante” la mancanza, nella stanza quieta, di una tigre come quella di Cristina Campo.

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Notizie dall’ANTA – Un ricordo rosa e giallo fluo

2 marzo 2013

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tuta da sci2) La tuta da sci

Dicono che oggi mettano lo skipass in una tasca interna, sul polso (avrò capito bene?). Questa qui ha tutte tasche esterne con zip crudeli e digrignanti. E lo skipass, che ci stava attaccato per via di un moschettone con un cordino elastico, allora somigliava a un odierno biglietto magnetico per l’autobus e rischiava, esci e rientra nella tasca, di essere tranciato via. La prima volta che sono andata a sciare con questa tuta intera, rosa scuro,  maniche a sbuffo, portavo anche occhiali giallo fluorescente, e una fascia spessa per la fronte con ciuffo di capelli protudente d’ordinanza. L’ho indossata ancora non proprio di recente, filando a palla di cannone sulle piste insieme a Lola. Erano circa quindici anni che non lo facevo più. Lo sci non si dimentica, è come andare in bicicletta.

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Una postilla

Ingrano lentamente, G, con questa “pratica di straniamento”. Ma continuo a lavorare nella direzione che mi hai indicato. Non proprio in discesa libera, anzi, mi sembra di saltare sulle cunette, come quelle delle piste di Albertville nel ’92, l’anno delle olimpiadi invernali. Non le amo le cunette, ma quando ci capiti in mezzo, come affrontarle, se non mettendoci la massima concentrazione?

Arriverò in fondo. Anche se è difficile scarnificare il pensiero, oltre al linguaggio. Fuor di metafora, non posso parlare subito di gonne, magliette e calze, uscirei immediatamente fuori pista. Intanto ho cavato dall’anta una tuta da sci. La mia, l’unica da tanti di quegli anni che è meglio che non mi sforzi troppo di ricordare. Anche i ricordi più lontani non sono mai obiettivi, né neutrali.

Prendiamo Hernest Heminguay, che scrisse Festa Mobile* al termine della vita. E chiarì per sempre ai posteri la sua visione degli eventi: Si tolse qualche sassolino dalle scarpe con Gertrude Stein e sistemò per bene anche l’amico Francis Scott Fitzgerald. Restituì un ritratto di Parigi senza trucco, quale solo chi l’abbia vissuta e amata tanto può permettersi di fare. Ma soprattutto (questo ho notato, nella persistente ricerca di me stessa attraverso gli scritti altrui), sapendo di avere poco tempo, e volendo rimettere ordine alle cose, riesumò l’amore per la prima moglie, Hadley, in modo talmente intenso che a leggerlo sembra che si sia morso le mani per il resto dei suoi giorni dall’attimo dopo averla lasciata (per un’altra, il “pesce pilota”, che lo introdusse senza possibilità d’uscita nel gorgo torbido dei famosi e ricchi). Se davvero si sia consumato nel rimorso giorno per giorno, a intermittenza, o soltanto nell’ultimo periodo, non è dato saperlo. Quello che Hem afferma e che vale alla fine di tutto, però, è che mai la vita è stata tanto bella e facile come lui la ricorda nei giorni della povertà.

Come la ricorda, come la trasfigura, come è stata veramente, allora. Perché solo ciò che è fissato nella memoria è accaduto. Nel modo in cui ricordiamo che sia accaduto. Per le cicatrici che lascia, sulle quali a volte nasce un’inspiegabile serenità. A patto che, dopo aver perso l’orientamento, esserci ritrovati a terra o irrimediabilmente cambiati, riconosciamo di avere ancora riserve inesauribili di noi per affrontare giorni nuovi.

Appena prima di chiudere con amarezza, accennando agli anni che seguiranno, Hem scrive due paragrafetti lirici sulle sciate alpine insieme ad Hadley. Due baci posati per sempre sopra le sue indimenticate guance.

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Heminguay – uno stralcio di Festa Mobile

festa mobile

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*) Ernest Heminguay – Festa Mobile. Ed. Mondadori, 1998

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Addio, vecchio mio (aka Spoetizzazioni/6 – Spoetizzare l’amore)

28 dicembre 2012

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rodin_idolo_eternoAguste Rodin, L’idolo eterno

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Ereader ereader delle mie brame…

Allora, ho dovuto scegliere da dove cominciare. E dalla mia wish list (a proposito, questo esiste solo cartaceo, acc!) alla fine ho tirato giù Raffaele La Capria, Quattro storie d’amore*.

Perché il mio principale proposito per il 2013 -oltre a riuscire ad attraversarlo per intero uscendone il più possibile indenne, e forte delle passate esperienze – è quello di affrontare una volta per tutte le mancanze che separano i miei tentativi di scrittura, che indegnamente vi propino spesso anche su questo blog, dalle autorevoli prove dei miei autori di riferimento. La Capria di costoro è un campione luminoso, è uno di quelli ai quali faccio voto di saltare fisicamente al collo al più presto. Mi coinvolge, tra i pochi scrittori che riescano a capire e restituire con grande dignità anche il punto di vista femminile. E in questo libro sono tutte donne forti** -c’è anche quella Francesca che morì a Rimini-, capaci dei “gesti di splendore”, di cui parla la blogger branoalcollo in commento a questo post qui. Gesti -che sanno compiere anche gli uomini, sia chiaro il mio pensiero- che sovrastano di mille pompatissime atmosfere le vite flosce, e dunque senza spessore, in nome delle quali vengono compiuti.

Fatto. Libro preso e consumato in una notte. Quattro esercizi di rilettura di relazioni amorose fiorite o narrate in campo letterario. Dai libri, dai buoni libri, si impara sempre qualcosa. Certo, serve una qualche predisposizione. Vanno anche letti nel momento più adatto della propria vita. Cosa può imparare una persona come me, con tutti i suoi pregi e difetti, dalle storie visualizzate (ho dovuto aggiungere una lucina notturna con la clip, ‘sto ereader è appena appena troppo buio tra le lenzuola), raccontate con stile tanto pulito e scorrevole? Per ora, ma le rileggerò, il modo di dire addio al vecchio anno con coraggio e decisione (qualità che per fortuna non mi mancano).

Ho cercato anch’io di reinterpretare un frammento, uno scambio epistolare di cui è andata perduta una metà importante. La Capria riporta che, grazie a un fortunato ritrovamento, ci è giunta tutta la ricchezza di colori dell’umana vicenda che vide coinvolti il poeta Salvatore Di Giacomo e la donna che, malgrado lui -il quale voleva soltanto una “amitié amoreuse”- gli stette accanto tutta la vita (ecco, forse davanti a un soggetto del genere io mi sarei fermata prima: la fanciulla alla fine impazzì).

Lettera (1905) di Elisa Avigliano a Salvatore Di Giacomo

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La Capria2

La Capria1

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*) Raffaele La Capria “Quattro storie d’amore”, Ed. Drago, 2007

**) La mia preferita? Polina Apollinaria Suslova, amante/amata da Fëdor Michajlovič Dostoevskij, che sicuramente non meritava tanta dedizione.

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– Questa è stata l’ultima volta, esatto?
– Esatto. Da gennaio si cambia registro.
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Spoetizzazioni /5 – Spoetizzare la (brutta) poesia

3 dicembre 2012
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Vedo me stesso essenzialmente come un lettore. Mi è accaduto di avventurarmi a scrivere, ma ritengo che quello che ho letto sia molto più importante di quello che ho scritto. Si legge quello che piace leggere, ma non si scrive quello che si vorrebbe scrivere, bensì quello che si è capaci di scrivere.

 (Jorge Luis Borges, L’invenzione della poesia – Lezioni Americane. Ed. Mondadori, 2001)

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Che le vostre orecchie mi perdonino! Tenete il volume basso: è il primo esperimento…

manganelli1

.Giorgio Manganelli – Un libro (estratto), da “Ti ucciderò mia capitale” – Adelphi, 2011

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