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Una stracciatella con Cortàzar

16 dicembre 2019

Il cielo si era richiuso, era passata la tempesta.

Il tempo di un brusco ballo solitario ed era andata via indignata, per chi l’aveva spiata senza ammirazione dietro fessure serrate e diffidenti. Con setole pungenti aveva inciso strie per i pericoli scampati e dipinto arazzi di rigagnoli e di pozze, di foglie e di detriti urbani.

Tra le sue quattro mura Leyla era tornata al suo primo nome e non guardava fuori. Quel giorno aveva galleggiato tra le note senza contare il passaggio delle ore. Era rimasta al chiuso, tra le luci ambrate e gli incensi, aveva ripreso le letture sospese, aspettando senza affettazione. Spettinata e distesa tra le cose incompiute e il gatto immaginario a cui avrebbe voluto accarezzare il collo.

Un cielo avverso non poteva spaventarla. Ciò che l’atterriva erano i percorsi a senso unico, i vicoli ciechi su cui sarebbe stato difficile fare retromarcia. Per questo nel bel mezzo di una conversazione, o di una passeggiata, di un pranzo, di una visita al museo, durante una proiezione al cinema, tirava fuori senza preavviso le sue domande incaute, rischiose di ottenere chiarimenti.

Ecco tornare lo scorcio del rione Monti, in fondo al quale rosseggiò un giorno, stupefacente e lontana, una delle due quadrighe sul colmo dell’Altare della Patria. Era davvero infuocata e avrebbe meritato l’omaggio di una fotografia esperta. Ma lei non era attrezzata, e non era proprio il momento di perdersi in capziose distrazioni.

Quella volta, sì, affettò noncuranza, annunciando che presto avrebbe cambiato casa. Lo disse avendo al fianco qualcuno che teneva invece ferma la speranza di mettere radici, lo disse per insinuare l’idea che, fino all’ultimo, si può sradicarsi senza averne a soffrire, per suggerire che lo sradicamento sia, tutto sommato, una buona cosa. E che senza radici autoimposte si resta liberi dal pregiudizio e si tengono lontane le paure che offuscano la comprensione del reale.

La quadriga della Libertà in fiamme glielo confermava in un tramonto che si tratteneva dallo svanire, divorato da un cielo via via più scuro, in una Roma sempre più rossa, aliena. Eradicata.

La confermò nel proposito suggerendole di chiedere se, il giorno in cui si fosse trasferita in una roulotte sotto un tetto di pini a picco su un mare ai confini dell’umanità, oppure in cima a un palazzo, uno di quelli là attorno, anzi: quello con la prua a triangolo proprio lì davanti, con la terrazza affacciata sulla loro serata straniera, se arrivato quel giorno avrebbe ricevuto le sue visite almeno di tanto in tanto. La risposta la soddisfò parzialmente e il cameriere intervenne a sollevarla dall’impaccio. Li richiamò in sala, dove era stato servito il loro tavolo. La risposta escludeva l’eremo marinaro.

Passata la tempesta, Leyla aveva cambiato definitivamente nome. Per strada rimanevano le foglie, i rami e le cartacce ma intanto il letto aveva biancheria fresca di bucato e tutto era di nuovo pulito e rassettato. Lei se ne stava pigra, spettinata e scomposta. Non aspettava visite e il suo animo limpido si beava di distrazioni ambrate. La lettura di Cortàzar per esempio, compagnia perfetta perfino in assenza di gatti. Un punto per la roulotte, o anche banalmente per un pulmino rosso simile a quel Fafner.

Tra le meditazioni ecologiche di un certo Lucas, in un paragrafo esemplare per stile e contenuti, Cortàzar affermò:

Un paesaggio, una passeggiata nel bosco, un tuffo in una cascata, un sentiero tra le rocce, possono appagarci esteticamente solo se ci viene assicurato il ritorno a casa o in albergo, la doccia lustrale, la cena o il vino, le chiacchiere dopo la cena, il libro o le carte, l’erotismo che tutto riassume e ricomincia.

E, ancora:

Un libro, una commedia, una sonata, non hanno bisogno di ritorno a casa né di doccia; è là che tocchiamo l’apice di noi stessi, dove siamo il massimo che possiamo essere.

Lei classificò quel paragrafo tra i vaticini, ne subì l’autorevolezza, sentì nitidamente la solida mano di Cortàzar accarezzarle il collo.

Tornò a immaginare la propria misantropia appagata dentro un superattico in centro città, tra i libri e le visite frequenti delle amicizie disponibili solo entro ristretti raggi.

Verso l’ora di cena la sua identità era definitivamente acclarata. Si preparò una stracciatella con brodo di dado, due uova e tre cucchiai di grana padano. Aveva deciso di mangiare perché, pur non avendo mai guardato dalle finestre per l’intera giornata, era convinta che fuori si fosse fatto buio.

Aveva appoggiato il libro a tavola accanto alle posate e stava portando alla bocca un bicchiere di vino, quando qualcuno che aveva piantato le sue radici nella sabbia e che andava e veniva senza avarizia di chilometri da quella che aveva eletto la sua casa, le inviò un’immagine piena di splendore.

Era l’aspetto attuale del mare che si frangeva sulla barriera di scogli. Colto nell’attimo in cui, spettinato e disteso tra le onde e il tramonto, probabilmente pago dei giochi con la tempesta e le sue raffiche a cento all’ora, tutt’altro che indispettito, lanciava al cielo schizzi e spruzzi di allegria.

Le venne da pensare: È lì che voglio vivere.

Accarezzò il dorso di Cortàzar e per una volta fu lei a parlargli: Un libro, una commedia, una sonata, potrei procurarmele anche dove mi ritrovassi appagata esteticamente. E, allora, tornando a casa per la doccia lustrale, la cena o il vino, le chiacchiere dopo la cena, il libro o le carte, e per l’erotismo che tutto riassume e ricomincia, sono sicura che arriverei a toccare apici ben più alti di qualsiasi superattico in centro città.

Cortàzar alzò il mento sporco di stracciatella e non disse nulla non trovando niente da ribattere, o forse perché aveva la bocca piena.

À la guerre comme à la guerre?

25 agosto 2017

L’autobus, ieri mattina, è partito dalla Stazione Termini e ha subito deviato dal percorso: impossibile passare nei dintorni di Piazza Indipendenza, tutti a chiedersi Perché. Perché era in corso uno sgombero di migranti (…erano rifugiati), ovvòve. “E basta con queste grane da migranti, abbiamo già le nostre di cui occuparci”, avete detto tutti lanciando le vostre granate dalle bocche granulose di granita.

Un bell’arcobaleno

“Ci vorranno anni per ripulire quel palazzo”

“Ma ci rendiamo conto che hanno rifiutato un alloggio offerto dal comune in un altro quartiere?”

“D’altra parte in qualche modo bisogna riprendersela questa città”

Quanto mi piacerebbe abitare in centro, sarei a due passi dal luogo di lavoro e dormirei finalmente almeno per otto ore di fila. Io sì che avrei diritto di rifiutare una deportazione in periferia, sono pure italiana, io. Alla radio, stamattina, hanno detto che quelli che non sono andati negli alloggi proposti dal Comune, restandosene a dormire nei giardini di Piazza Indipendenza erano gli uomini, i componenti maschi di quelle famiglie, le cui donne e bambini erano stati “graziati” temporaneamente e a cui era stato concesso di trascorrere la notte nell’edificio. Non so, sono tentata di alzare il telefono e chiamare una delle organizzazioni che si occupano e monitorano sotto il profilo umanitario quelle famiglie per farmi spiegare come sono andate con precisione le cose, che dei giornalisti a volte c’è poco da fidarsi. Forse lo farò, o forse continuerò a occuparmi della mia arzigogolata vita, in cui qualche spritz ogni tanto ci sta, insieme a tante grane, come capita a ognuno. Ma, intanto, mi vergogno.

Sono l’unica con le lacrime agli occhi per questa “cosa” che si svolge sotto i finestrini dei nostri autobus?

Solo ieri ho conosciuto due realtà alternative all’alzata di spalle, alla vergogna, alle lacrime, alla passività. Ve le voglio girare, se avete tempo, guardatele davvero tutte, meglio di certa programmazione televisiva d’agosto. Chi può, ne tragga spunto. Le cose, ma soprattutto le persone possono cambiare, cazzo.

Vik Muniz, quotato artista brasiliano di origini poverissime, spinto dal proprio bisogno di equità ha superato senza imbarazzo la frontiera dell’assistenzialismo regalando a un gruppo di persone, costrette a vivere rovistando nell’immondizia, l’esperienza dell’arte come salvezza dell’essere umano. Salvezza anche economica. Guardate questo documentario, vi sfido a non commuovervi.

Vi presento la squadra dei rifugiati di Roma: un inchino a Liberi Nantes F.C., il calcio che posso guardare perfino io 😀 .

(Tre: ChangeDotOrg)

Una lenza poetica

18 novembre 2014

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Il giovane favoloso

Il giovane favoloso – M.Martone, Italia, 2014

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Dov’è la verità stavolta? Come snidarla, portarla in luce, restituirla alla vita quando, trascorsi quasi due secoli, di un uomo resta, immortale ma orfana del suo autore, la poesia? A quale fascinazione cede il regista che, lontano da ogni celebrazione, inizia a dialogare con un mito? Come imbastirà il fantoccio e lo muoverà credibilmente sulla scena? Come anteporrà amore a morte nella battaglia quotidiana dove il genio chiede di giudicare ciò che afferma e non la sua malattia (colui che amò suo padre più di sé stesso, che amò il suo migliore amico per la vita, che si ritrasse insieme lucido e sognatore, sublimatore di donne e misogino rabbioso, che fu egli per primo cacciatore di verità, passando al setaccio della traduzione poetica lo sterminato deserto della relazione dell’uomo con il mondo)? Basterà al regista quella Luna, enorme in ogni notte dolce e chiara e senza vento, a far da traino al tiro della lenza? Raggiungerà il Vero col rendere il Poeta un guitto, Silvia una pittata popolana e il buon Ranieri uno stallone ambiguo, semplificare Roma in un pigro magnaccia, Firenze in una viziosa snob e Napoli in una puttana oscura e surreale, scegliere una luce che muta ogni scena in quadro e mina la filologia della ricostruzione, spostando la poltrona dalla sala di un cinema a quella di un teatro? Ed è quello, il teatro, il luogo dove, nell’impossibilità di riprodurre la verità dei fatti, la finzione diventa verità, in virtù di un patto muto, come quel patto narrativo che lega l’autore di un racconto col lettore?

Forse sì.

E forse è per quel motivo che nelle scene iniziali, le più statiche, soffocanti, interminabili, mi hanno trovata impreparata certi movimenti elastici ed eleganti della cinepresa, avrei creduto di più a un’inquadratura fissa, con attori che recitassero da dentro come da fuori il quadro. Anche soltanto udendone le voci.

E perché rendere l’ermo colle così -non era la mia collinetta di ragazza-, pieno di erbacce? Era davvero tanto bassa quella siepe? E necessario far sì che Giacomo declamasse proprio in quel luogo il suo Infinito?

Ma lo declama, è vero.

Come lo scorrere della sabbia da un vaso all’altro in una clessidra, lungo questo film scorre il travaso dell’uomo nella sua poesia, accompagnando ogni passaggio chiave con i versi, quelli sì reali, unici e immortali. Che al primo accenno di strofa fanno rabbrividire in segreto chi li ascolta, e lo porta a mormorare all’unisono con l’attore sullo schermo.

A ogni apparizione di quella grande Luna gialla sullo sfondo, lo spettatore si sente trasportato verso l’alto, quasi a poter raggiungere l’altezza del Poeta, e si commuove, perché ne comprende in pieno la fragile esistenza, finora oppressa dalla sua immensa fama.

 

Mia nonna e la successione quotidiana

2 novembre 2014

Prima mi ero affacciata in balcone, per dare un’innaffiata al gelsomino stitico, il rampicante che abbiamo intenzione di sradicare del tutto a breve, ma intanto che c’è, in balcone, mi pare giusto trattarlo da essere vivente, allora devo confessare che in realtà mi ero affacciata perché l’aria oggi è così bella, di domenica mattina a Roma, che mi è sembrato giusto pure trattare me stessa, come un essere vivente. Il gelsomino è venuto dopo.

Poi ho sentito una vocina, era mio figlio, là sotto, che parlava con il padre mentre si allontanavano in strada per andarsene a spasso e io, a sentire quella vocina, ho pensato subito: “Aveva proprio ragione mia nonna”. Aveva ragione sul fatto che i bambini meritino considerazione. Io li considero perché penso che siano le poche persone al mondo a meritare considerazione. Lei non lo so perché.

Per tutto il tempo che l’ho conosciuta, vale a dire un buon terzo della sua esistenza, l’ho vista trattare con amore soprattutto i bambini, compresi quelli sconosciuti. E io a mia nonna do credito, nel senso che per me ha importanza ancora oggi, che è quindici anni che è morta, chi trattava bene in vita. È stata in pratica il mio terzo genitore, e se devo pensare a qualcosa rispetto alla quale fare un paragone subito subito, come ad esempio per la questione di prima, ricorro spesso a lei.

E poi sono rientrata in casa soddisfatta, avevo l’impressione di aver fatto bene a pensare quella cosa lì, che i bambini al mondo sono forse le persone che meritano più attenzione. Per tanti motivi tutti miei, non ultimo il fatto di trarre piacere dalla loro vicinanza, sentirmi rigenerata, trovare la forza di fare qualsiasi cosa per far star loro bene, come se mi fossi alzata dal letto dopo otto ore di sonno solo poco prima. E questo mio pensiero, rientrata in casa e richiusa la porta-finestra del balcone, avevo sentito che non valeva solo per me, ma che poteva essere un valore universale, di quelli che guai a dimenticarseli, si perderebbero punti di umanità e si retrocederebbe sul tabellone del Gioco dell’Oca dell’evoluzione.

Avevo fatto bene, sicuro, e chi mi dava l’autorizzazione a pensarlo era proprio lei, mia nonna, ovunque si trovasse. Probabilmente scrivo quello che scrivo su di lei, ora, proprio quassù sul blog perché io, dentro di me, ho questa credenza: che i morti si aggirino per internet, che non sia vero che i vecchietti, meno che mai quelli vissuti in tempi molto lontani dai nostri, non si intendano di queste cose moderne.

Ne ero così convinta già un bel po’ di tempo fa, che poco dopo la morte di mia nonna mi ero messa a cercarne traccia su Google. E l’ho trovata. Anche lei aveva avuto delle pubblicazioni all’attivo. Scriveva di imposte e tributi su certi libri dalla copertina bianca, me li ricordo ingialliti dal tempo e impilati nello sgabuzzino di casa sua, accanto alle copie della settimana enigmistica. E, come queste ultime, alla sua morte non sapevamo che farcene, perciò li abbiamo buttati tutti senza starci tanto a pensare.

Eppure, com’ero contenta quando ne ho trovata una copia in vendita, che mi è balzata all’occhio come se si trattasse dell’ultimo di Paolo Nori. C’era scritto:

RASSEGNA DI GIURISPRUDENZA SULLA IMPOSTA DI SUCCESSIONE. Milano, Giuffrè, 1958.

PINCHETTA PINCOPALLO Enrietta (a cura di).

Usato ⁄ Brossura ⁄ Prima edizione

Quantità: 1

Da: Studio Bibliografico Pesca s.a.s. (Grosseto, Italy)

Valutazione libreria: 4 stelle

Me la sono accattata subito, voglio dire, mi sono precipitata a spendere quei quattro soldi per una pubblicazione di cui non avrei saputo che farmene. È solo che pregustavo il momento, che poi di lì a poco è arrivato veramente, in cui il postino avrebbe suonato per la consegna e avrei aperto la porta pensando “Evviva, è arrivata nonna!”. Poco conta che, al dunque, nonna nel frattempo risultasse aver preso un aspetto mascolino, masticasse a bocca aperta una gomma, cosa che una signora come lei non penso abbia mai fatto in vita sua, e mi chiedesse di mettere una firmetta lì, come se non fosse vero che non ci incontravamo più da anni.

Quando ho avuto tra le mani il suo libro, e constatato che neanche sarei riuscita ad aprirlo senza tagliare le pagine ancora attaccate insieme a due a due, prima di impacchettarlo e riporlo su uno scaffale remoto della mia libreria, ho avvertito mia madre della conquista, e poi mia sorella, e abbiamo gioito insieme per qualche minuto, come se avessi assistito a una specie di miracolo, prima di ricomporci e passare a parlare d’altro.

Ecco, più o meno è questo il modo in cui penso, praticamente ogni giorno, a mia nonna. E sono rientrata dal balcone così, con l’impressione di averla vista solo poco prima. E mi è sembrato bello essermi resa conto di aver pensato a lei ben prima di ricordarmi che oggi è il due novembre.

Per questo, nonna, ho cercato il modo di fartelo sapere.

Segnali

15 ottobre 2014

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Segnale

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Ottobre afoso, cielo peso, grigio come l’asfalto. Guido la macchina a destinazione nella terrazza del gran parcheggio multipiano. La chiudo bene, portandomi l’ombrello, che la trasferta anche per oggi sarà lunga. Riprendo il calcolo delle strategie: a Roma è salvo chi ha nella manica almeno l’asso di un percorso alternativo. Andare da A a B non è banale, neanche in piccola scala.

Guarda a volo d’uccello questa scena. Lei scende dall’auto, la chiude bene, non dimentica l’ombrello. Il cielo è piombo che minaccia di cadere. Cosa picchetta e risuoni di metallo alla sua destra, lo mette a fuoco nella valutazione di un percorso: dall’auto al vano scala che va giù, fino all’ingresso della metro. È un fuso nero e grigio, muove dall’alto al basso il cranio lucido dentro cui è incastonato un occhio torvo. La cornacchia che martella lo spazio tra un parabrezza e un cofano, lo fa con la solerzia di un Mimì della Wertmuller. Che cerca? È la domanda. Ma apre la bocca e fa: “Brutta cornacchia!” L’occhio torvo ruota verso di lei, che non dà peso.

Fuori le strisce bianche, diciamo trenta metri in diagonale, ora che non passano auto. Accosterò il primo camino azzurro discendente, costeggerò il volume e proseguirò verso il secondo, un’altra camminata in zona franca prima di immettermi nel flusso del passeggio alla conquista di un passaggio in centro. Cos’è sto FRRRRR FRRRRR così vicino?

L’uccello la sorvola brevemente, si posa su un’altra auto. Ruota la testa e la guarda passare. Riprende il becchettio, lei pensa ancora a voce alta “Brutta bestiaccia!” E osa fissarla in faccia. La bestia sostiene lo sguardo, immobile. Subito dopo, FRRRRRRRRR… Un altro volo breve, al di sopra di lei. Un’altra sosta su un cofano, poi ancora, la scena si ripete per metà percorso. Lei inizia a sospettare.

Ma forse ha tanta fame che ha preso gli occhiali scuri per del cibo. Li tolgo dalla testa e li rimetto in borsa, tanto non servono. Ho preso anche l’ombrello. FRRRRRR… Ho capito, difende il territorio. Mi crede una nemica. Non c’è altro umano intorno, io ho i capelli sciolti. Mi prende per un grosso cane, forse per un cavallo? Ne rido, ad alta voce. Raggiungo la torretta azzurra, mi volto indietro. Lei resta lì, sul tetto di una macchina, circa dove ho deposto la mia ultima risata.

Spunta una retta bianca tratteggiata che costeggia i musi delle auto parcheggiate, compie due curve, a destra e poi a sinistra, si incunea dritta nel vano scala finale. FRRRRRR… Cancella. Ricalcola. Buio. Lei si mette a correre scomposta, agita il braccio che brandisce l’ombrello, tenta d’aprirlo, isterica, ma la custodia oppone resisttenza. FRRRRRR… Ritorna indietro, pensa “Si infilerà anche nella tromba delle scale?” Galoppa in basso, sente uno scalpiccìo alle spalle. Le cola sudore freddo sulla schiena.

Appena giù mi volto, non mi segue un uccello con le scarpe. Meno male. Faccio:

– Sa che in terrazza mi ha quasi attaccata una cornacchia? Che mi inseguiva e mi passava sulla testa… Faceva FRRRRRR… FRRRRRR…

– Notizie in arrivo!- Replica la donna bionda, solare, col suo accento campano.

– Notizie?

– Quando gli animali si avvicinano tanto a una persona, vuol dire che presto arriverà una notizia.

– Ma… Bella o brutta?

– Eh, non si sa.- E mi sorride un po’, tranquillizzandomi.

Intanto scansiamo ostacoli, attraversiamo incroci, ci fermiamo e ripartiamo all’unisono.

– Sa, è che si avvicinava tanto tanto. Faceva così: FRRRRR…

– Allora questa notizia è vicinissima!

Riecco il sudore freddo. Io taglio corto e la saluto alzando le spalle:

– Comunque io non ci credo.

Terrazza del gran parcheggio multipiano, la bestia ancora le zampette al bordo del parapetto in ferro, sembra che guardi in basso. D’un tratto apre le ali e spicca il volo.

 

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Il Sacrificio dell’Arte: Villa dei Sette Bassi, Roma.

10 settembre 2014

Ruderi della Villa dei Sette Bassi

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Buona lettura di Assolocorale, dove viene pubblicato un primo contributo all’iniziativa promossa da Cartaresistente e Lois.

(Ringrazio Renato Volpone per il suggerimento e tutte le informazioni di dettaglio)

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Il Parco dell’Appia Antica si trova a Roma Est. Chi vive nei paraggi si sposta appena dalle Consolari, dall’Appia all’Ardeatina, ed entra in un paesaggio da Grand Tour. Come nell’Ottocento si può immergere nell’erba alta dell’Agro Romano e ammirare da vicino i ruderi magnifici dell’Antica Roma. Come nell’Ottocento, farebbe bene a non avvicinarsi troppo, perché ancora oggi non c’è manutenzione. Scoprirli è emozionante ma sconforta. Quanto resisteranno allo scorrere del tempo?

Conoscendo la sua passione per la cultura e le bellezze storico-naturalistiche di Roma, ho chiesto un contributo a Renato Volpone, un amico che così si definisce:

“Cultore dell’arte e della cultura, che tento di salvare invitando la gente, con la mia pagina Facebook Roma cinema teatro eventi, a partecipare e condividere le bellezze di questa città. Mi posso definire un critico in erba, come ogni critico dovrebbe essere, sempre pronto a nuove esperienze e alla difesa del patrimonio culturale”.

Ecco la sua segnalazione:

“Passeggiando per il Parco degli acquedotti [n.d.r. parte del parco dell’Appia Antica], esplorando il territorio, scopro un’antica Villa romana dall’altra parte della strada, recintata, irraggiungibile. Ostinato circumnavigo la zona arrivando a piedi fino ad Anagnina e risalendo verso Cinecittà. Arrivo così in via tuscolana 1700 e scopro che la villa è chiusa con l’accesso bloccato da una recinzione cadente. Scopro così che il luogo archeologico, bellissimo si trova chiuso in una sorta di fattoria ed è visitabile solo su appuntamento.

La villa priva di ogni cura è stata oggetto di un recente crollo.

Tesori bellissimi sottratti alla cultura e al turismo.”

Il sito segnalato da Renato è denominato Villa dei Sette Bassi, “Si tratta della villa più grande nel suburbio romano dopo quella dei Quintili, tanto da essere ritenuta una città a sé stante. Il toponimo, conosciuto fin dall’Alto Medioevo, deriva da Settimio Basso, prefetto sotto l’imperatore Settimio Severo (193-211) e possibile proprietario della villa. Il sito tuttavia risale all’epoca di Antonino Pio (138-161) e fu abitato fino all’inizio del IV secolo, e mantenuto con altri restauri per altri due secoli.

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Il sacrificio dell’arte. Prologo romanesco.

3 settembre 2014

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Caparezza ft. Tony Hadley – Goodbye Malinconia

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Che bambola, trabocca meraviglie. Come la tocchi strepita e si alzano a migliaia per difenderla. Che sagoma, il suo profilo è tutto un saliscendi, tutto un ruotare di seni, isole e golfi, al tatto piani e tondi, che tutti si contendono ma posseggono solo ciechi e sordi. Che bambola, è un vero terremoto. Il suo epicentro è un circolo, un sasso millenario, un grande ciondolo che indosso e me ne vanto, me fortunata.

Abito a Roma, centro del Belpaese. Ne parlerei perfino con orgoglio ma, se ci provo, qualcosa non mi torna. Mi guardo intorno, perfino in fondo in fondo, davvero molto in basso. Ci trovo solo il peggio, penso. Non è così. Laggiù giacciono le reputazioni, pure quella di Roma e quella del Paese. Ce l’anno seppellite in tanti. In tanti le amano tanto quanto non vedono l’ora di lasciarle.

A me piace il bicchiere mezzo pieno. Sono tra quelli che fanno lo slalom, e piedi e con la vista, tra cassonetti ingombri e spazzatura sfusa, lasciata a fermentare in piena strada, pseudomonumentacci in crescita fulminea come funghi, e luoghi ed edifici necessari, abbandonati dalla gestione pubblica.

 

Roma me schifa

Poeti der trullo

Ma che amarezza notare, tra le ortiche, gettate più che sette meraviglie, abbandonate, sporche e ammaccate. Deliberatamente ignorate.

Cari gestori di cotanta Storia, cari amministratori e tecnici con le mani in pasta, e cari costruttori, imprenditori-di-sta-minchia-tanta, mafiosi in loco e pure forestieri, seguite questa specie di consiglio: avviate una stagione nuova, col patrimonio salvate il Patrimonio culturale, tendetela una mano verso il basso, tirate fuori Roma dal pantano.

L’investimento avrebbe un tornaconto, sono sicura che lo sappiate già, dunque perché non ci credete fino in fondo?

Nel frattempo, sapete che vi dico? Seguo l’invito di Cartaresistente , una bella fustigata.

Diffondo anch’io l’appello di Lois e, dal pulpitino dei miei iCalamari, vi addosso la colpa di tutti quei bicchieri mezzi vuoti che la gente vede abbandonati in giro.

Vergogna.

 

 

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ViaVeneto

Perfino in Via Veneto la vita si è fatta amara.

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Si fa presto a dire Frida

13 aprile 2014

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Di lei si sa o si pensa di sapere tutto. Ma, visitando l’esposizione romana alle Scuderie del Quirinale, aperta dal 20 marzo al 31 agosto 2014, ancora ci si può stupire della sua furia vitale, qualcosa che non può ridursi a puro nozionismo, o a becero gossip, perché avvertita dall’interno di chi osserva le sue opere.

Quella per Frida Kahlo spesso è un’infatuazione pop, di cui oggi è diventata icona tanto quanto il Che.

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 Frida Kahlo, Autoritratto con vestito di velluto, 1926

Olio su tela, cm 79,7 × 59,9. Collezione privata. © Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust, México D.F. by SIAE 2014

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Ci sono tele di Diego Rivera in questa mostra, esposte accanto a quelle di Frida. Stride la compostezza e la profondità dei suoi soggetti in confronto al più glamour, più smaliziato tratto del massimo pittore messicano, capace di omaggiare le signore di buona società in pose hollywoodiane per poi farsi cacciare dalle rimostranze di Rockfeller in persona per aver ritratto Lenin nel murale dell’Unità Panamericana sull’edificio simbolo del capitalismo americano.

Prima dell’incidente, a Frida, i pennelli erano serviti solo a ritoccare a colori le stampe in bianco e nero di suo padre, fotografo. Iniziò a dipingere per necessità, nel letto d’ospedale dove i medici le avevano predetto morte certa.

Autoritratti, autoritratti.

– Perché mai tanti selfie, Frida?

– Perché è il soggetto che conosco meglio-, rispondeva.

Semplice, naif al punto giusto, comprensibile alle masse. Pop.

Pazza di Diego, si fece ispirare al punto di farne il suo terzo occhio, per lui ingoiò ogni boccone amaro ma nel tempo rimase supremamente Frida.

Dipinse per passione, lo fece su commissione, si innalzò sempre al di sopra delle sue sofferenze.

E sorpassò Rivera in fama proprio nel momento di massima distanza tra loro, dopo gli aborti, dopo i tradimenti, dopo la cacciata di lui dagli USA.

Umanamente sfogò su tela la propria rabbia, in una drammatica dichiarazione senza appello: “Il mio vestito è appeso là”. Là, significa negli USA, proprio sopra una corda tesa tra estremi ancora oggi inconciliabili, mesto trofeo di un duello che non avrebbe mai voluto disputare.

Morì lottando, e controvoglia. Un uomo delle pulizie trovò dietro al suo letto un ultimo acquerello simile a una pappetta di colori. Fa quasi male vederlo incorniciato e esposto, dopo i capolavori. Quella di Frida è una terribile e magnifica storia umana, senz’altro un simbolo di riscatto per tante altre storie misconosciute.

Amare la sua arte, però, non è per niente pop.

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Città raccontate: Roma n. 9 – Traffico e biciclette (su Cartaresistente)

25 febbraio 2014

 

Centinaia di ciclabili quasi mai collegate tra loro, itinerari che non prevedono il Centro, se non per tratti limitati, corsie preferenziali pericolose, bike sharing fantasma. La giunta comunale, in carica da quasi un anno, ancora stenta a gestire l’ordinaria amministrazione e appare improbabile che risolva il problema del traffico a breve, malgrado l’attitudine ciclistica esibita dal Sindaco in persona. 

Da ragazzina vivevo in un quartiere “verde” e le mie gambe si prolungavano in due ruote, e così è stato fino all’età della patente. Ho ripreso da due anni a girare in bicicletta per la Capitale. Non è facile, e adotto un compromesso: pedalo fino alla stazione più vicina, poi chiudo la bici a libretto, apro un libro e lo leggo in metropolitana. Quindi scendo, richiudo il libro a bicicletta, torno centauro e ancora pedalo fino a destinazione.
Non male, ma ormai di notte sogno solo ingarbugliati viaggi per treni e per stazioni, mentre una volta sognavo di volare.

Dialogo di un ciclista e di una passeggiatrice

Er Sindaco se sposta in bicicletta,
er traffico nun je va a puntino
(te credo, perché er nome suo è Marino,
fosse Roma, girava su ‘n Arfetta).

Emulo, ‘n tizio, un ber pischellino,
sulla Salaria ha detto a ‘na donnetta:
“Te porterebbe, ma si nun c’hai fretta,
in giro: a te la canna, a me er sellino.”

Quella gli ha fatto segno de scansasse,
-je stava a mannà all’aria la vetrina,
rischiava che nessuno se fermasse-:

“Senz’auto, dalla Cassia all’Ardeatina,
du’ rote servono solo a ‘mpuzzasse:
Rimorchia ’n Centro, ’n pizzo a ‘na panchina”.

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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Città raccontate: Roma n. 8 – La piena del Tevere (su Cartaresistente)

11 febbraio 2014

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Tevere

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L’acqua spalla li ponti. È il detto romanesco che definisce una situazione fattasi improvvisamente esplosiva, che porta gli eventi alla catastrofe, come un’ondata del fiume in piena travolge e distrugge i ponti.

– Mannaggia alla paletta, quello t’ha guardato, sta’ a vede’ mo’ che je succede!
– Piano, piano, che me mannate all’aria tutta la taverna!
– Fermi per carità… Gendarmi!
– A bella, lasciali sta’ li gendarmi. Si esco vivo da ‘sta scazzottata, te porto a sentì er profumo der ponentino ‘ndove che ce lo so soltanto io…
– Vigliacco!
– Stà zitto te, e valla a pija’ ner chicchero!

Il romano è come Rugantino, spesso micione ma pure litigioso, specie il trasteverino. Ma, per vicinanza geografica, questo carattere si estende agli abitanti di tutti i quartieri sorti sul biondo Tevere.
Il fiume dà e il fiume toglie, è evidente fin dalla sua fondazione, per chi abita a Roma. Fu il fiume ad appoggiare sulle sue sponde la leggendaria cesta con i gemelli che disputarono il duello mortale per decidere chi dei due avrebbe dato nome alla città e da allora non ha mai smesso di segnarne il destino.
Nel VII secolo, le cloache sotterranee costruite per la raccolta delle acque di bonifica delle zone palustri e acquitrinose formatesi nelle vallate tra i colli, avevano il difetto di sfociare direttamente nel Tevere, provocando frequenti rigurgiti e inondazioni a ogni sua piena.
Allora, in epoca repubblicana e imperiale, i romani perfezionarono il sistema in idraulico-igienico, integrandolo con quello degli acquedotti, e modificarono il bacino idrografico (spesso “agevolati” dalla natura) realizzando ad esempio, nel II sec., il canale di Fiumicino (su cui oggi sorge l’omonimo Comune, istituito nel 1992) o l’allargamento del letto del fiume, ad opera di Augusto. I detriti risultanti dai frequenti e spesso spaventosi incendi della Roma imperiale e barbarica consentirono l’elevazione delle zone a quota più bassa.
Ma l’equazione nubifragio = inondazione = pestilenza tornò ad accompagnare Roma per tutto il secondo millennio.
La balaustra di Ponte S. Angelo fu abbattuta dall’ondata di piena sia nell’ottobre 1530 che nel dicembre 1598, quando il livello idrometrico raggiunse i venti metri. In quell’occasione l’acqua inondò Piazza Navona fino a un’altezza di cinque metri e sommerse le colonne del Pantheon per sei.
La causa di queste inondazioni era essenzialmente umana, essendo venuta a mancare la figura del “curator alvei Tiberis et riparum”, istituita da Augusto, e venendo gravemente trascurata la gestione e manutenzione dell’alveo fluviale. Solo con papa Gregorio XIII Boncompagni venne intrapreso un utile processo di regolamentazione edilizia e urbanistica, dirigendo l’espansione della città ad est, verso i colli.
Dopo l’ultima grande inondazione del 29 dicembre 1870 si realizzarono, negli anni 1880 – 1890, i “muraglioni” attualmente a difesa degli argini e fu risolto il problema dei rigurgiti fognari con due grandi collettori paralleli al corso del fiume, con il compito di scaricarvi le acque reflue lontano dalla città, all’altezza dell’odierno Grande Raccordo Anulare.
Durante lo scorso secolo, Roma si è trasformata profondamente e hanno avuto corso numerosi mutamenti idrogeologici, più spesso ad opera dell’uomo. Ed è noto agli addetti ai lavori che sono tuttora probabili eventi di portata simili a quelli avvenuti negli anni 1870, 1900, 1915 e 1937,che arrecherebbero danni all’Isola Tiberina su cui sorge lo storico ospedale Fatebenefratelli, mentre parte della città verrebbe invasa dalle acque per il superamento della barriera di Ponte Milvio.
In un’eventualità del genere non verrebbero risparmiate nemmeno le stesse zone di Roma pesantemente danneggiata dalle piogge del gennaio scorso, come la periferia Sud e Fiumicino, sulle cui strade gli abitanti hanno ormai imparato a spostarsi a colpi di pagaia.
Esistono metodi sofisticatissimi in grado di prevedere, in base alle precipitazioni attese, l’eventualità di una piena del Tevere e il suo grado di pericolosità. Quello che manca è la prevenzione, la messa in sicurezza della città, senza la quale nessuna previsione potrà risultare vantaggiosa. Forse il ripristino del curator alvei Tiberis et riparum avrebbe qualche senso, in attesa di una gestione seria dell’enorme capitale d’Italia e dei problemi che la colpiscono in proporzione alla sua estensione.
Chissà cosa ne pensa il fiume millennario.

Er Tevere se ingrossa
e fa la voce grossa.
“So’ sudicio e inquinato…
Me tuffo ner passato
pe’ nun sentimme stretto
in questo cassonetto.”
Er Tevere se incazza,
e vòle ariva’ ‘n piazza.
“Ormai nun sento niente…
So’ solo e indifferente.
Lasciatemi affogare
e mori’ ner grande mare.”

Versi di Inumi Laconico, il nick di uno dei sette Poeti del Trullo“un coro che soffia e diffonde, da un piccolo pezzo di mondo chiamato Trullo, il vento poetico del MetroRomanticismo”. L’evoluzione poetica e tecnologica del graffitismo.

 

Le informazioni e i dati qui citati sono ripresi da:
Pio Bersani – Mauro Bencivenga (2001): “Le piene del Tevere a Roma dal V secolo a.C. all’anno 2000” – Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per i Servizi Tecnici Nazionali- Servizio Idrografico e Mareografico Nazionale.

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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