Archive for the ‘Tutte storie!’ Category

The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Il Bianco, lato a sinistra del quadrato

14 novembre 2019

di CRT2

 

 

 

 

Sinceramente sul bianco non ci punterei, troppo debole, troppo delicato, troppo neutro. Non punterei neanche sulla sua durata se applicato come colore su tutto quello che conosciamo. Ma il bianco più che un colore è un concetto di cui riappropriarsi e se così fosse, allora le cose cambiano. Di bianco, antitesi del nero, è pieno il mondo e se da una parte è poco difendibile proprio per la sua delicatezza, dall’altra dovrebbe essere riportato al centro dell’indagine per il suo valore istintivo.

 

Di bianco si può morire, colore vergineo è associato a Santi e Martiri come la “purezza fatta persona”. Essere bianchi dentro e fuori, cioè non sporcati da qualsivoglia tonalità nefanda neanche di striscio, pone la questione come universale, drammatica e in tensione religiosa, al punto da creare storie… anche se di anime pure da parificare al bianco, oggi, in giro, non credo ce ne siano molte.

Un passo dietro l’altro sempre camminando a ritroso sul bianco si arriva appunto alla Santità di cui sopra, bianca per antonomasia e per difenderla e non sporcarla, si preferiva biblicamente immolarsi, un esempio “iconico” per il futuro e peccatore genere umano.

Diciamo che all’Essere, eletto dal destino divino, il colore bianco-puro senza toni aggiunti calza a pennello e lo veste con quella grazia che a noi trasgressori un po’ irrita perché preclusa, e per questo abbiamo tutti, anche senza volere, un intimo rispetto verso questo colore neutro o se preferiamo “non colore”.

Nella modernità il bianco sembra essere associato alla cura nel momento del bisogno, nel senso che fare pulizia dentro e fuori di noi, periodicamente, assomiglia più o meno al tornare puri il più possibile e ripartire, appunto bianchi.

Io non ho più enzimi per digerire il latte e se mi dovesse capitare di scegliere un Cappuccino al bar per colazione, lo ingerisco pur sapendo che non lo dovrei fare perché poi sto male fino a sera. Il mio cervello al solo pensare di buttar giù un bicchiere di latte mi rimanda immediatamente allo stomaco un senso di vomito.

Preferisco la bianca mozzarella, i morbidi di capra (sempre bianchi), Ricotta, Caciotta Crescenza, Camembert… cibo nutriente e bianco che scelgo.

Il tema del nutrirsi o non nutrirsi con un colore è un’indagine sanitaria che per molti mette in discussione la propria intrinseca salute: ci sono individui che devono evitare i cibi verdi soprattutto verdure con una forte presenza di ferro; i cibi rossi riconosciuti come velenosi da certi intestini, mentre una buona dose giornaliera di nero carbone li puliscono… e così via.

Ma il bianco anche nel cibo, come per l’anima e per molte altre cose utili della nostra vita, ha un altro livello che coscientemente possiamo associare, come si diceva all’inizio, alla purezza: avvolti nel bianco ci si sposa; si dorme sonni tranquilli; si proteggono (generalmente) le nostre parti intime. Si scrive meglio su un foglio bianco, si lavano meno le auto bianche, un muro bianco in casa rimanda un senso di pulizia, nei bagni le ceramiche sono quasi sempre bianche candide. Scrivanie, librerie, porte, interno dei cassetti, delle tasche dei pantaloni, il mio cuscino.

Tutto, all’inizio delle nostre storie, passa per il bianco che ahimè poi viene giocoforza interiorizzato, filtrato, ingerito-digerito, espulso perché ormai ha compiuto il suo ciclo di vita e morte, escludendoci dalla santità. Oggi tener duro per restare perennemente sul bianco credo sia impossibile: ieri ho accompagnato mia Nonna al mercato, lo preferisce all’Ipermercato che ha sotto casa. Ha chiesto al banco dei detersivi della “carta igienica”. E la domanda, non scontata, è stata – come la vuole, Bianca? – la risposta di Nonna è stata- No, non bianca perché si sporca subito!” Ça va sans dire!

The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Il Rosso, lato in alto del quadrato

7 novembre 2019

di CRT2

 

 

 

Le cose come le persone quando nella tua vita sono uniche, e a “uniche” aggiungo insostituibili e necessarie, sei giocoforza costretto… (no, costretto è la parola sbagliata) sei chiamato con responsabilità a occupartene, difenderle, considerarle primarie e molto spesso, porle nella scala dei valori sopra alla tua stessa esistenza senza tante domande.

 

A mia Madre è sempre piaciuto il colore rosso, non so dire il perché e nemmeno lei. Interrogata più volte, in più occasioni, una risposta chiara e soddisfacente non l’ha data. Io possiedo foto di mia Madre da giovane (escluso quelle in bianco e nero) in cui il rosso compare spesso, una caratteristica degli anni ’50? Mi sono sempre chiesto, ma alla fine che importa, era tanto gnocca prima che io ci fossi e il rosso le stava da Dio, anche fossero state delle scarpette d’antan a punta, lucide con fibbietta e tacco 10.

Lei questa cosa del “rosso che mi piace” lo spalma anche adesso dove può, sia nella gestione della sua casa, sia nella gestione della sua personalità, anche se l’età non è più la stessa degli anni ’50, ma su questo la perdoni perché si vede, guardandola, che è stata una gnocca.

Io con il rosso faccio a pugni, tolto il sangue versato che fa paura e se succede lo devi sopportare, non lo sceglierei mai e poi mai, ma se proprio devo cerco di metterlo in secondo piano e mi accorgo di farlo quasi inconsciamente.

Nella classifica delle preferenze ci sono altri toni della gamma colore in cui mi sento serenamente e istintivamente immerso e il rosso non c’è mai. Sì, magari la mutanda a fine anno l’hai indossata per scaramanzia pensando di ricominciare da zero, perché l’anno appena passato aveva più o meno il colore della cacca. Sì, magari la prima mutanda che una donna ti ha chiesto di strapparle di dosso nella foga dell’eccitazione era rossa e di pizzo e non ti sei mai liberato di questo feticcio tenendolo segretamente in una scatola di crema per il viso e ogni tanto pensi che ce l’hai, ferocemente attaccato ai ricordi se sembrano vivi. Sì, è anche vero che la cover dell’iPhone è meglio rossa metallizzata che blu con la foto del “cagnino senza muso” che a tanti fa tenerezza… ma insomma, tolte queste intromissioni senza importanza, il rosso piace solo a mia Madre.

Il rosso o Red, è sferzante, ed è diventato un colore primario solo con l’avvento del digitale cioè, assieme al Green e Blu nei video luminescenti si compongono le immagini, mentre prima avevamo solo il riferimento basic della scala cromatica del Cyan, Magenta, Yellow su cui basarci, che con l’aggiunta del Nero si stampavano le immagini su carta.

L’identità del rosso è dunque una componente moderna e qui anche le scelte della mia Mamma, nonostante l’età, potrebbero essere rivalutate come attuali avendo il Red conquistato il mondo del virtuale senza ritorni. Insostituibile.

Sinceramente potrei dire che se una digressione la dovessi fare, sulla carta preferivo il rosso che tendeva sempre al carminio che era chiuso nella gabbia tipografica dell’erotismo che si era impossessato del tema “vellutato” e ne sosteneva le sorti su carta patinata degli anni ’70-’80. Mentre ora nel digitale il rosso per analogia è più rosa carne che “rosso puro o scuro”.

E qui si ritorna alla gnocca di cui sopra, escludendo la Mamma che per età raggiunta e per personale e primaria importanza va estromessa dal ragionamento: “carminio Vs. rosacarne”, e sì perché il color carne-pelle la sta facendo da padrone dentro al digitale oltre ogni immaginabile e ragionevole considerazione, entrando nel tritacarne della comunicazione e uscendo, uscendo… con la forma che vuoi: morbida; dura da morire; mai pensato avesse questo tono; ma sarà vero quello che vedo; vedo di continuo fino ad ammalarmi.

Dunque dunque, fino a qui indagando il rosso primario nei video ci dovevamo arrivare prima o poi, perché l’esibizione del tutto di tutto non poteva escludere l’argomento grondante di libido che ti frega il cervello, parla anche se non vuoi un linguaggio ad hoc solo ai tuoi ormoni impazziti e non alle tue sinapsi incise di coscienza. Coinvolge trasversalmente tutte le età, generi e nuove categorie umane e fa un business della Madonna che sarebbe nella nostra società Cattolica la Mamma di tutti, vestita nell’iconografia classica di azzurro – bianco. Ma anche qui, io e i miei compagni ragazzi che andavano al Catechismo, passando per la navata della Chiesa difronte a lei che schiacciava a piedi nudi il serpente ci si chiedeva: ma sotto la veste azzurro – bianco le mutande le porta o non le porta?! Una domanda allora primaria che dopo tanti anni non ha ancora ricevuto risposta, ma potrebbe essere che non manca molto e se si scopre che sono rosse?… Apriti cielo.

The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Il Nero, lato a destra del quadrato

31 ottobre 2019

di CRT2

 

 

Il nero, la notte, il buio… spaventano i bambini, ma anche da adulto se sei nel nero più profondo non dovresti muoverti, dovresti star fermo aspettando di capire dove andare quando spunta un po’ di luce che anche se fioca, è comunque importante per mettere un passo dietro l’altro con sicurezza.

 

Se guardo dentro al mio armadio di abbigliamento nero trovo ben poco: un jeans slavato che in origine era nero; un maglione di cotone che avrò, si e no, messo su due tre volte in 10 anni e non mi decido a buttare; una camicia Lacoste (regalo di compleanno indossato una volta); un vestito gessato, da indossare nelle occasioni importanti (tipo un Matrimonio di amici). Un paio di scarpe.

Insomma non scelgo di comprare e indossare spontaneamente il nero pur non avendo nulla in contrario con chi ne fa una bandiera e “sintomatico mistero”, una divisa anche se indossa una T-shirt.

Metto al centro della questione Stilisti e Architetti che, nella maggior parte dei casi (almeno nel mio mondo-frequentato) sul nero fondano uno stile, quasi a distaccarsi dai loro prodotti creativi che di solito indagano, forme, colori, lustrini.

Da anni mi pongo la domanda che non discuto con i diretti interessati e ho deciso di farlo da quando un “personaggio” conosciuto nei miei trascorsi professionali, si faceva incidere all’interno delle camicie nere fatte a sua misura, le iniziali del nome per non “sporcare” con le lettere trapuntate il total black con cui si vestiva.

Nella teoria dei colori in base allo spettro, il nero non viene considerato assenza di colore ma assenza di luce, cioè il corpo che la attrae e la assorbe ci appare nero, mentre il corpo che la riflette totalmente ci appare bianco e ambedue questi estremi contengono tutta la gamma dei colori conosciuti.

Un concetto che in extrema ratio, tra fisica e fisico, diventa una scelta se lo adatti al tuo modo di essere.

Fuori dall’Horror, Latex, pelle attillata o borchiata… funerali, il nero quando portato per fare eleganza e distinguo sembra essere uno “status”, dove l’occhio si ferma perché non ha rimandi colorati, punti di ancoraggio dei ricordi, magari fastidi per aver colto dei toni accesi che stridono con il tuo modo di pensare l’eleganza.

Insomma guardi il nero e ti fermi, non vai oltre, non puoi andare oltre perché non ti viene data la possibilità di farlo dal colore stesso e forse dal soggetto che lo ha scelto.

Con il nero non ci scherzi (non ti viene voglia di farlo), non ci discuti con immediatezza (perché devi trovare prima le parole per farlo), non ti avvicini troppo (mettere distanza è anche utile per inquadrare soggetti che non scelgono sfumature), insomma per chi scrive il nero è pieno di “non” e non di possibilità, anche se non puoi escluderlo dalla realtà.

Ovvio, se vai per sottrazione su tutto gli estremi li trovi e se scegli di rimanerci (negli estremi dico) e ci stai bene è meglio che tu lo faccia, sempre. Ma è sull’uso di questo colore che dovresti stare attento, troppo nero su tutto toglie il fiato, ci riporta indietro all’epoca del buio dentro alla testa e non al rinascimento delle coscienze. Diventa pesante venirti a trovare, sentire, parlare, se stai sempre dentro al nero, diventi ripetitivo, mortale quasi, saresti da evitare se per partito preso professi ideologicamente il nero convincendo chi più chi meno, che tu sai dove sta la luce… ma non lo dici a nessuno perché finché sei tutto nero nel nero, nemmeno si capisce chi sei, cosa vuoi fare, cosa vuoi essere. Sarebbe, forse inutilmente, da consigliarti di cominciare a uscire dal nero per accorgerti che la diversità dei colori esiste, è quasi infinita, ti sta intorno e ti sostiene, non puoi per una legge puramente fisica, eliminarla.

The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Il Grigio, lato in basso del quadrato

24 ottobre 2019

di CRT2

Non so perché ma da sempre sono convinto che non si dovrebbero aprire le scatole mentali dei ricordi per estrarne qualcosa a piacere, per dovere, o solo per la dimostrazione di aver partecipato a degli eventi. Pena il doversi poi rendere conto che, tra adesso che ricordi a quando i fatti si sono svolti, di tempo ne è passato molto e questo tempo non ritorna. Ma farei un’eccezione per quelle vicende, vissute, che sono state formative e tornano spesso al centro dei tuoi pensieri.

Quello che noi all’epoca chiamavamo il “Grigio” altro non era che un Prof. di “Disegno dal vero”, chiamata così una favolosa e mitica materia inserita nelle discipline delle Scuole Statali d’Arte che, prima dell’unificazione nazionale degli Istituti a direzione artistica, erano categoricamente e assolutamente da non confondere con i Licei d’Arte. Anzi, la rivalità tra chi frequentava allora le due diverse Istituzioni era così forte e accesa da diventare disputa intellettuale – medioevale, appena i due schieramenti si fossero incontrati per discutere la loro primaria formazione con santa, artistica e citazionevole ragione.

Il Grigio per noi della sezione B, era invece il “Quadrato” per la Sez. A e ambedue gli appellativi all’uomo calzano a perfezione quasi spudorata in questo progetto.

Il Grigio era effettivamente sempre vestito di grigio con poche e vaghe declinazioni sul verde, ocra, blu scuro, toni sempre influenzati dal grigio, sempre incravattato e sempre con barba folta e ben curata (grigia ovviamente) e il tutto a pensarci ora poteva essere tridimensionale e spigoloso, tanto il tutto era “in piega”.

Per chi non lo sapesse, nelle ore di Disegno dal vero all’interno di Scuole d’Arte con scarse possibilità economiche, tu eri difronte a vetuste bacheche con dentro di tutto: dalla testa aurea in gesso dell’Apollo greco (caduta dal piedistallo); al fagiano imbalsamato (dalle piume sbiadite); alla conchiglia dell’Oceano indiano in equilibrio su un pezzo di marmitta lucida di una moto, a un contrasto tra still life del metallo e la matericità della madreperla da far emergere sul foglio. Insomma, a parte qualche calco del Canova a misura intera e tolta una statua di donna senza testa ma con un gran culo velato, niente modelle/modelli in carne e ossa nudi difronte a te, e niente che noi studenti non si conoscesse già a memoria come forma e dimensione, anche se non mancava chi per tutto l’anno tentava di uscirne vivo riproducendo per l’ennesima e scontata volta un teschio di bue, posizionandosi su varie e sfumate angolazioni fronte/lato bacheca nei 4 punti cardinali, fino all’ossessione.

Il Grigio Quadrato aveva sempre un sorriso ebete sul volto e pareva ti lasciasse libero di scegliere il tuo soggetto da disegnare, per poi richiamarti all’incapacità di disegnare questo o quello che avevi scelto, facendo battute per lui divertenti ma per noi sempre grigie. Sembrava cercasse un’intesa ideologica con una generazione che fuori dalla Scuola d’Arte andava regolarmente alle manifestazioni di Piazza con l’intento di bruciare tutto, a cominciare dai più facili cassonetti dell’immondizia.

Ti spuntava alle spalle quando meno te lo aspettavi e sempre per dirti che non andava bene quello che stavi facendo: le proporzioni; la prospettiva; i toni del chiaro scuro e sempre prendeva quella sua matita blu/rossa dal taschino della giacca grigia e cominciava a dimostrartelo segnandolo sul tuo foglio che in sintesi, era il tuo quotidiano campo di battaglia dentro al suo territorio. Come, dove e perché tu stessi sbagliando a volte rimaneva un’incognita tanto era intento a segnare rosso e blu senza parlare.

Non saprei dire ora se aveva ragione oppure no, certo è che gli esempi più qualificanti per il Grigio erano opere di alunni che avevano l’onore di essere appese in aula, a futura memoria. Opere che avevano una quantità incredibile dei suoi segni bicolore e il grigio della matita dell’allievo “artista” era solo di contorno o sottofondo… da ignorare, a volte neanche si vedeva.

La vita del Grigio Quadrato era per noi straordinaria solo per una cosa, sua Moglie, anche lei insegnante nella stessa Scuola d’Arte ma in altra materia allora chiamata intellettualmente “Plastica”, poi trasformatasi con la modernità in “Design”.

Questa donna per noi era Dio al femminile, forse era Dio stesso che con un perfetto trucco trasformista ci incantava tutti i santi giorni con tutta la sua grazia, altezza, vistosità, forme esatte, alchemicamente esatte, e mostrate con quel tanto di nonchalance che ti “buttava via la testa”, ti faceva girare gli ormoni a mille e te la faceva sognare sempre, sia a occhi chiusi che aperti. Mentre andava per i corridoi a schiena dritta, un sorriso coinvolgente e un profumo che facevi fatica a dimenticare, tu sapevi che pur avendo un’esatta presenza si sé, questa donna non te la faceva mai pesare, sembrava essere sempre interessata a te, a chi eri, a cosa pensavi, a cosa avresti voluto essere o fare. Insomma ti dava importanza e a certe età questa qualità ti diventa Dio dentro anche se non vuoi.

Il mistero, perché era un vero mistero che poi era la domanda, la grande domanda… sempre la stessa: perché Lei che era Dio aveva scelto un Grigio Quadrato che si esprimeva a segni rossi e blu e battute che dire fredde era dire tanto?

Poi tra noi c’era Michele G., uno di quelli che dovresti spiegare, ma che qui di lui diremo solo una cosa, forse due: era uno che aveva dato un soprannome “slang” a tutti noi il primo giorno che ci aveva conosciuti; uno che nonostante le ore di Disegno dal vero e di Plastica, continuava a dire – “un giorno farò il Giornalista”… riuscendoci.

Michele G. stava sui coglioni al Grigio al punto da essere sempre nei suoi pensieri e se poteva lo avrebbe, anche senza ragione, messo in difficoltà difronte a tutti, lo avrebbe apostrofato con una delle sue fredde e quadrate battute, lo avrebbe annientato dimostrandone l’incapacità di copiare qualunque cosa posta all’interno delle bacheche. Ma non poteva, o meglio non sempre e quindi lo aveva fatto diventare il suo bersaglio quotidiano da non perdere mai di vista.

Per essere divertente, dopo le vacanze di Natale di un terzo anno X, al rientro in classe nella prima ora di Disegno dal vero dove il Grigio ci aspettava sulla porta con sorriso ebete e pronto alla battuta, a Michele G. che entrò in classe più pensieroso del solito e senza salutare, il Quadrato chiese: “Caro il nostro Michele, ma cosa ti ha portato in regalo quest’anno Babbo Natale?” Aspettando poi una risposta su cui architettare una freddura mortale.

Michele, con la spontaneità della nostra età, ma anche con il coraggio e l’incoscienza che ci accompagnava ad ogni passo in quell’epoca, ma anche con aria trasognata ricordando fatti che solo lui poteva aver vissuto quell’anno nel periodo di Babbo Natale, ma anche con sguardo fisso, senza cattiveria difronte al Grigio e un sorriso sincero, libero e santo, disse con emozione: “Tua Moglie”!

The Square. Quadrilogia degli avverbi – Dentro

17 ottobre 2019

di Francesca Perinelli


Sono rientrata. Già non mi sembra vero il lungo stacco, benché tutto racconti – pure le scarpe, le loro suole lise – la realtà del dolore che risuonando pulsa e, dalle dita dei piedi fino al capo, desta la convinzione: è vero, ho camminato. Ora vorrei dormire. Contro la luce ambrata dell’autunno, sfilerò il corpo, piano, come un vestito stanco. Lo poserò senza pensarci tanto. Ovunque, Dentro, è sempre un buon riparo. So il nome di stanze e quadri alle pareti, sento i loro saluti e voglio ricambiarne la pazienza, la silenziosa considerazione. Perché vengo da Fuori, luogo di forte assenza, so che non servono più le distrazioni. Lascio spento lo sfondo, non schiaccio interruttori, mi produrrò in assensi, mi arrenderò ai cliché ristoratori. Non ho bisogno d’altro. Non ho bisogno d’altro. Non ho bisogno che di immaginare. Passaggi delle dita tra i capelli. Il suono buono di un respiro al fianco. Apro il tempo del sogno, riparazione immemore del danno, ricostruzione di voglia di vita. Sollevo i lembi tenui del sipario e prima di entrare faccio capolino, esploro la penombra che mi invita. Sono tornata. Guardami pure Dentro, sembro tanto diversa? È tutto un po’ malconcio, questo è vero, ma ho un cuore come nuovo e intatto ho ancora il fegato di usarlo. Mi riconosco, dentro. Sono chi se ne sta accucciata accanto al drago, senza timore davanti al fuoco acceso, col nido delle aquile sul capo. Sempre la stessa me, che non demorde mai ma che, se serve, ritorna sulle orme, e sa lasciare andare. Qua dentro sono io e io soltanto, ma di noialtri fuori lo so a che punto siamo, non ho dimenticato. Fermo il corso del Tempo, si può ciò che si vuole e, prima di riprendere il cammino, ora voglio soltanto riposare.

The Square. Quadrilogia degli avverbi – Sovente

10 ottobre 2019

di Francesca Perinelli


Ne è sinonimo, ma non vuol dire spesso – facile da confondere con la materia opaca e incoercibile, dura da attraversare, dell’altro avverbio assiduo. Sovente, tenue e aereo, posa le sue ali fragili solo su spalle attente, offre presenza a caso e all’occorrenza; non è di peso mai e siccome fugge, chi incontra prima si illude e poi si strugge dal forte anelito della sua presenza; svela l’impredicibile; si erge aritmico in sella a onde capricciose, facili a cogliere il cambio di corrente, dissemina punti fermi come ami, pesca sirene folli che nella rete combattono tra loro, incrociano le code e insieme nude intrecciano i loro alti canti, fino a sedurre il saggio alla pazzia, fino a condurre il suolo fino al cielo. E quindi si dilegua, per liberare tutti. Tanto lo sanno, tutti, che di lì a breve il corso delle cose verrà piegato alla ripetizione. La volontà lo può, chi vuole è chi desidera. Ciascuna coincidenza è sempre un segno, la forma presa dal più forte sogno. Viene come conforto, abbraccio della mente, sperata occorrenza, sorpresa ricorrenza di ciò che si aspettava. Sovente accade la pioggia d’autunno, e la telefonata di un amico; sovente si dimenticano gli occhiali e torna in mente quella tal canzone; sovente ci si trova ad alzare gli occhi al cielo, per smadonnare o per sperare invano; sovente ci si perde un passo dopo l’altro; sovente si gironzola nei pressi di quei giorni che furono felici, si incappa nelle quinte dei ricordi, dove sovente capita di ripensare a te.

The Square. Quadrilogia degli avverbi – Infine

3 ottobre 2019

di Francesca Perinelli

Tu mi conosci allegra, spensierata, mi hai visto volare alto e col motore al massimo dei giri. Tu mi conosci anche come inquieta, sai che sto sempre attenta, colgo segnali, lavoro su più fronti e cerco di ottenere risultati. Ti sembro in-sofferente in questo, forse è così. Mi muovo per non restare ferma. Da ferma l’equilibrio è molto incerto e a volte mi travolgono i pensieri. Non riesco ad arginarli senza un tramite. Lo specchio non è molto, mi serve un altro essere, o anche più di uno. Io nel confronto elaboro, riesco a ordinare, trovo quel senso che la vita nega al reale. Tu sei abituato al dialogare come a un rimpallo di flussi di coscienza, campioni in questa disciplina ti lusingano di tanto confessare. Li osservi perdere il contatto con sé stessi e il resto. Indagano il telefono, li vedi impappinarsi, impallidire, perdere il filo, si trovano sempre altrove, e tu sei tale e quale. Sempre ebbri del faticoso vivere, voi ci bevete sopra, marinai di Dalla, per ritornate ai vostri sfinimenti. Per me, non sei né testimone e neanche specchio, non perdo tempo a interrogare oracoli, voglio il conforto empatico di occhi e mani. Non mi capisci. Se parlo, a te non interessa. Sai già cosa pensare, la tiri per le lunghe fino a sera, quando uscirai a distrarti e a non dormire. Tu mi conosci o almeno così credi: mi piace volare alto o rintanarmi sotto il pelo dell’acqua; tenere il motore al minimo o spingerlo al massimo dei giri, che importa. Trovare soluzioni per vivere del giusto, assicurare il bene a me e a quelli che amo. Non perdermi nei circoli viziosi. Se non vuoi darmi credito, devo lasciarti indietro a tutti i costi. Che, in fin dei conti, non sono troppo salati se riesco ancora a girare il mondo in camper, solitaria. Di certo troverò altri amici, infine.

The Square. Quadrilogia degli avverbi – Ancòra

26 settembre 2019

di Francesca Perinelli


È l’ora più bella del giorno e la preferisco: quando il cielo svioletta, svenendo per l’ultima volta, travolge il sensato e lo spinge ai piedi dell’ombra. Io quell’ora l’ho avuta del tutto, sapendo la fine, corteggiandone la commozione, senza fretta, sfacciata, sventata. L’ho avuta finora e ora soffro la sua sparizione. Ora che non esiste più allora, né l’ora, devo fare da me. Ricercando il ricordo di un posto, scavo nella vaniglia candele che riempiono l’aria di dolce, l’atmosfera protetta per me, cibo da conservare a ogni costo. Anche senza sapore. Mentre tutto l’aroma più intenso, di caffè, di orzo, pane e di fame, fughe lunghe di ore e d’incenso, è svanito bruciandosi lento. La sua traccia di cenere ha sgretolato l’asprigno e il bruciato, l’aglio e l’olio di mandorle, caro e tiepido nido da cova di labbra e narici di corpi provati ma vivi, fumiganti e tremanti, fitti dentro e al di fuori le foglie degli alberi alte, che in quell’ora sono trascoloranti. Ciò che inseguo, io so e conosco e so dirne il nome. Quel che invece ci sfugge, e che ti confonde, e si sfronda nei volti dove ripartisci l’ansia per il futuro, è una premonizione. È il nome che una volta mi chiedesti di trovare: “la nostalgia di qualcosa che deve ancora avvenire”. Per me tutto è avvenuto, e ancora non so dirlo. Ma puoi cercarlo tu, vai ora. Se mai lo scoprirai, illuminami pure. Perché queste candele sono fioche, intorno il mondo è buio e io vivo soltanto per l’ancòra.

The Square. Quadrilogia dei respiri – Nell’acqua

19 settembre 2019

di Francesca Perinelli

 

Pochi altri fatti piegano atti di volontà quanto quella nuotata che spinge al corpo a corpo il corpo con sé stesso. Fosse per lui, terrebbe il tempo solito per darsi a contemplare l’incanto delle leve in moto armonico, il gioco degli spruzzi, il fondale che scorre, il ritmico fragore dell’acqua nelle orecchie. Ma non dura e si sdoppia, lo squassa lo sconcerto della resa, la sorpresa di non contare più niente in mare aperto, inframmezzato ai flutti, oppure sperso nel mezzo, quasi svenuto in transito lungo una vasca estesa. Un attimo è quello che fa mancare il fiato. Ogni certezza cede e lei, tiepida culla richiusa e resa con un rimbalzo d’onda camera ardente, al nuotatore ora nemica ed estranea, sottrae gli ultimi aliti agli alveoli, scombina il fato e riporta la vista alla fiducia; rende impellente un supplemento d’aria, per non restare totalmente senza, porta allo sforzo dell’apertura massima i polmoni e tende e prova il fragile costato, contro la fame d’aria e la sua urgenza. Qui ecco la scelta tra abbandonarsi e osare, provando nuove branchie sconosciute, tagliate nelle pieghe dell’ “io sono”, rivedendo i rapporti tra le parti, incamerando e non lasciando andare, padroni nuovamente del respiro, regolato secondo l’occorrenza, portato a un ritmo che ossigeni l’ “io voglio”. Così l’atto riunisce le anime e le intese, vince la tentazione della resa e riesce a riacciuffare il suo bottino. E per ogni testardo che non cede Cheever si risolleva, scansa l’ineluttabile destino e torna a godere, eterno, la nuotata.

The Square. Quadrilogia dei respiri – Nella melma

12 settembre 2019

di Francesca Perinelli

Stai calma perché non serve a niente se ti agiti. Le sabbie sono molli e sulle sponde verdi si aggira il coccodrillo, ma ancora non ti nota. Logica batte pathos, lei detta legge e questa è una fortuna. Lo hai capito lì, dove ti trovi. Nella scelta tra panico e coerenza. Guardati attorno, siete davvero tanti, forse tutti; siete distribuiti, tutti connessi insieme, ma sta’ attenta, che gap di eoni tolgono l’uno all’altra e quindi all’altra l’una, divisa poi dall’altro, distante da quell’una, lontana, lontanissima dall’altra, che eoni isolano pure da sé stessa. Nella foresta muta regnano solo i sospiri, la tentazione è quella di dibattersi. Non farlo. Il pozzo in cui ti sei ficcata non ti odia, né sono tuoi nemici l’una o l’altro. Non può esserci odio, se è il richiamo di amore che hai seguito. Hai scelto di restare a mezzobusto, avevi alternative e non le hai prese e ora resta ferma. Fermati e resta immobile, non prendere un respiro. Attendi finché non vedrai più chiaro, attendi la veggenza che l’ipossia regala ai moribondi. Intanto sei serena, è una constatazione, perché ne sei già fuori, sei già lontana e alta e voli e compatisci chi pensa vero quel sistema minimo: la pozzanghera al sole che presto sparirà, e la smilza lucertola che non è un coccodrillo. Scappa pure da ridere perché manca l’ossigeno, tendi la mano a loro, che ora ami perché te ne distacchi, così tanto lontani, così incoscienti e puri. E lì realizzi che non hai fatto parte della giungla se non nel tempo di una festa in maschera, la festa mobile del tuo più lungo addio.


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