Archive for the ‘Tutte storie!’ Category

Una stracciatella con Cortàzar

16 dicembre 2019

 

 

Il cielo si era richiuso, era passata la tempesta.

Il tempo di un brusco ballo solitario ed era andata via indignata, per chi l’aveva spiata senza ammirazione dietro fessure serrate e diffidenti. Con setole pungenti aveva inciso strie per i pericoli scampati e dipinto arazzi di rigagnoli e di pozze, di foglie e di detriti urbani.

Tra le sue quattro mura Leyla era tornata al suo primo nome e non guardava fuori. Quel giorno aveva galleggiato tra le note senza contare il passaggio delle ore. Era rimasta al chiuso, tra le luci ambrate e gli incensi, aveva ripreso le letture sospese, aspettando senza affettazione. Spettinata e distesa tra le cose incompiute e il gatto immaginario a cui avrebbe voluto accarezzare il collo.

Un cielo avverso non poteva spaventarla. Ciò che l’atterriva erano i percorsi a senso unico, i vicoli ciechi su cui sarebbe stato difficile fare retromarcia. Per questo nel bel mezzo di una conversazione, o di una passeggiata, di un pranzo, di una visita al museo, durante una proiezione al cinema, tirava fuori senza preavviso le sue domande incaute, rischiose di ottenere chiarimenti.

Ecco tornare lo scorcio del rione Monti, in fondo al quale rosseggiò un giorno, stupefacente e lontana, una delle due quadrighe sul colmo dell’Altare della Patria. Era davvero infuocata e avrebbe meritato l’omaggio di una fotografia esperta. Ma lei non era attrezzata, e non era proprio il momento di perdersi in capziose distrazioni.

Quella volta, sì, affettò noncuranza, annunciando che presto avrebbe cambiato casa. Lo disse avendo al fianco qualcuno che teneva invece ferma la speranza di mettere radici, lo disse per insinuare l’idea che, fino all’ultimo, si può sradicarsi senza averne a soffrire, per suggerire che lo sradicamento sia, tutto sommato, una buona cosa. E che senza radici autoimposte si resta liberi dal pregiudizio e si tengono lontane le paure che offuscano la comprensione del reale.

La quadriga della Libertà in fiamme glielo confermava in un tramonto che si tratteneva dallo svanire, divorato da un cielo via via più scuro, in una Roma sempre più rossa, aliena. Eradicata.

La confermò nel proposito suggerendole di chiedere se, il giorno in cui si fosse trasferita in una roulotte sotto un tetto di pini a picco su un mare ai confini dell’umanità, oppure in cima a un palazzo, uno di quelli là attorno, anzi: quello con la prua a triangolo proprio lì davanti, con la terrazza affacciata sulla loro serata straniera, se arrivato quel giorno avrebbe ricevuto le sue visite almeno di tanto in tanto. La risposta la soddisfò parzialmente e il cameriere intervenne a sollevarla dall’impaccio. Li richiamò in sala, dove era stato servito il loro tavolo. La risposta escludeva l’eremo marinaro.

Passata la tempesta, Leyla aveva cambiato definitivamente nome. Per strada rimanevano le foglie, i rami e le cartacce ma intanto il letto aveva biancheria fresca di bucato e tutto era di nuovo pulito e rassettato. Lei se ne stava pigra, spettinata e scomposta. Non aspettava visite e il suo animo limpido si beava di distrazioni ambrate. La lettura di Cortàzar per esempio, compagnia perfetta perfino in assenza di gatti. Un punto per la roulotte, o anche banalmente per un pulmino rosso simile a quel Fafner.

Tra le meditazioni ecologiche di un certo Lucas, in un paragrafo esemplare per stile e contenuti, Cortàzar affermò:

Un paesaggio, una passeggiata nel bosco, un tuffo in una cascata, un sentiero tra le rocce, possono appagarci esteticamente solo se ci viene assicurato il ritorno a casa o in albergo, la doccia lustrale, la cena o il vino, le chiacchiere dopo la cena, il libro o le carte, l’erotismo che tutto riassume e ricomincia.

E, ancora:

Un libro, una commedia, una sonata, non hanno bisogno di ritorno a casa né di doccia; è là che tocchiamo l’apice di noi stessi, dove siamo il massimo che possiamo essere.

Lei classificò quel paragrafo tra i vaticini, ne subì l’autorevolezza, sentì nitidamente la solida mano di Cortàzar accarezzarle il collo.

Tornò a immaginare la propria misantropia appagata dentro un superattico in centro città, tra i libri e le visite frequenti delle amicizie disponibili solo entro ristretti raggi.

Verso l’ora di cena la sua identità era definitivamente acclarata. Si preparò una stracciatella con brodo di dado, due uova e tre cucchiai di grana padano. Aveva deciso di mangiare perché, pur non avendo mai guardato dalle finestre per l’intera giornata, era convinta che fuori si fosse fatto buio.

Aveva posato il libro a tavola accanto alle posate e stava portando alla bocca un bicchiere di vino, quando qualcuno che aveva piantato le sue radici nella sabbia e che andava e veniva senza avarizia di chilometri da quella che aveva eletto la sua casa, le inviò un’immagine piena di splendore.

Era l’aspetto attuale del mare che si frangeva sulla barriera di scogli. Colto nell’attimo in cui, spettinato e disteso tra le onde e il tramonto, probabilmente pago dei giochi con la tempesta e le sue raffiche a cento all’ora, tutt’altro che indispettito, lanciava al cielo schizzi e spruzzi di allegria.

Le venne da pensare: È lì che voglio vivere.

Accarezzò il dorso di Cortàzar e per una volta fu lei a parlargli: Un libro, una commedia, una sonata, potrei procurarmele anche dove mi ritrovassi appagata esteticamente. E, allora, tornando a casa per la doccia lustrale, la cena o il vino, le chiacchiere dopo la cena, il libro o le carte, e per l’erotismo che tutto riassume e ricomincia, sono sicura che arriverei a toccare apici ben più alti di qualsiasi superattico in centro città.

Cortàzar alzò il mento sporco di stracciatella e non disse nulla non trovando niente da ribattere, o forse perché aveva la bocca piena.

 

 

 

 

La fiera, la solitudine e i miracoli della sveglia senza sveglia

10 dicembre 2019

8 dicembre

Da quando la sveglia è disattivata Freak fa di tutto per ignorare i bruschi assalti del giorno. Apre una prima volta gli occhi alle sei e quaranta perché dall’appartamento accanto al suo la porta cigola, è la vicina che lavora in panetteria. Lei cerca di fare meno rumore possibile, una volta gliel’aveva detto, ma quando le chiavi crocchiano nella toppa Freak pensa che non riuscirà più a riaddormentarsi e si mette a pensare che per uscire dal letto ci vorrebbe una spinta dei reni che, no, in quel momento non riesce neanche a concepire, tant’è che la seconda volta si sveglia per la doppia sensazione di un ronzio familiare che non può essere la sveglia, questo riesce a capirlo, e di un’inadempienza che le costerà un rimprovero. È Froggy che l’avvisa con un messaggio di essere arrivato sotto casa. Sono le nove e venticinque ed è in anticipo di cinque minuti. Froggy non vede risposte e telefona: Guarda, risponde Freak, c’è il piccolo problema che ho aperto gli occhi adesso, sali che ti offro un caffè, fa, e intanto butta all’aria il lenzuolo e le gambe e tutto l’insieme finisce pressappoco all’impiedi. Pensa, ma solo pensa, di darsi un’aggiustata perché Froggy è già alla porta e lei gli apre tenendosi un asciugamano sul petto perché senza reggiseno Froggy non la vede da anni e non le sembra il caso tanta confidenza, potrebbe scambiarla per mancanza di rispetto. Froggy, è questo il suo rimprovero, le dice di prendersi tutto il tempo che le serve, e Freak risponde Ti faccio un caffè e mi vesto, e Peccato che non ho il tempo di lavarmi i capelli, sembro una medusa. Froggy ride perché è veramente una testa di medusa che sbuca dal pigiama e dall’asciugamano tenuto come un peplo, una medusa che si guarda nello specchio lungo in soggiorno e inscena un balletto in cui tutti i tentacoli prendono a molleggiare in ogni direzione. Froggy ride e ripete Prenditi tutto il tempo che vuoi ma Freak non vuole perderne altro, così a caffè bevuto, va in camera a cambiarsi.

Arrivano alla nuvola che la gente sta accorrendo a frotte e sembra che, visto che è domenica, abbiano scambiato la nuvola per la chiesa, ma si vede che è gente senza dio o solo gente che pensa che a dio piaccia la cultura, la nuvola e la gente che si affretta anche se non è lunedì. Per il parcheggio basta una lamentela a denti stretti di Froggy che subito si fa da parte uno che dorme in macchina e lascia loro il posto mentre probabilmente si dirige al mare, immagina a casaccio Freak, perché è lì che andrebbe lei se si svegliasse in macchina. Non ci sarà proprio nessuno adesso in quei chioschi sulla spiaggia dove puoi prendere cornetto e cappuccino e startene in santa pace a guardare le onde, un po’ per l’ora, un po’ perché il cielo è nuvolo, un po’ perché da Ostia quelli che sono svegli stanno risalendo la via Cristoforo Colombo, ignorando le chiese di ogni confessione, per dividersi tra chi andrà alla fiera del libro nel nuovo palazzo dei congressi e chi alla fiera dei videogiochi in quello più vecchio.

Le dice Froggy, che spesso è vittima di assalti da parte di associazioni d’idee senza scrupoli, Quando ho assistito alla prima lezione del professore tale, all’università, ha detto Libera ha fatto grandi cose ma il palazzo delle esposizioni è una schifezza, a quelle parole mi sono alzato, sono uscito dall’aula e sono andato direttamente in segreteria a cambiare corso. Freak pure si scandalizza in modo retroattivo e torna con la memoria all’odore dei disegni a china sulla carta lucida, ripensa a quante ore avevano dedicato ai dettagli del palazzo di Libera, ci erano entrati tanto dentro da renderlo una loro creatura e da allora nessuno dei due sopporta che se ne parli male. Per questo Freak un po’ odia la nuvola, e odia la gente che la trova così geniale. È un progetto nato vecchio, non si stanca di ripetere a chiunque, ma intanto sta entrando nell’edificio per la seconda volta in tre giorni e, che resti tra noi, non vedeva l’ora. Il ragazzo al controllo biglietti le fa una specie di inchino facendola passare e lei e la sua coda di pavone aprono la strada davanti a Froggy dicendo Si gira di qua per l’esposizione e invece per di qua si va al mezzanino dove si tengono le conferenze. E sulla nuvola? Le chiede Froggy. Freak, tutta contenta di poterlo recitare, fa: sulla nuvola c’è il business center, altri stand istituzionali e la postazione della rai.

Succede poi che Froggy paga i due caffè e il cornetto che non ottiene venga diviso in due, ha davanti un cameriere che non lo capisce forse perché è straniero oppure perché non ha sentito oppure perché ci fa e Freak invece di mettersi a sedere subito, rifà da sola la fila alla cassa perché si è scordata di chiedere una bottiglia d’acqua. Succede ancora poi che Freak si fermi davanti a un paio di stand per convincerne gli occupanti a darle retta per una certa idea editoriale e Froggy dopo poco la porti davanti a un altro stand dove entrambi si fanno prendere la mano e portano via un mazzetto a testa di raccolte poetiche che costerebbero dieci euro l’una, ma c’è lo sconto fiera. Quando Froggy dice È ora, devo andare a prendere la bambina, Freak non si scompone, visto che nell’ultimo anno ha deciso di non lesinare sulla gratitudine verso chi la lascia sola solo dopo averla a qualche titolo resa molto felice, e prima di farlo andare da sua figlia lo saluta dicendogli Grazie, cerchiamo di vederci prima di Natale. Effettivamente poi Froggy molto prima di Natale, anzi la sera stessa, si fa vedere in una fotografia vestito di rosso con in testa un cerchietto che regge due corna di renna che lo rendono molto ridicolo, soprattutto per la faccia da Billy Bob Thornton nel film Babbo Bastardo e Freak lo sa che lui sa che lei pensa questo, così evita di rispondere Sembri Billy Bob Thornton e si limita a inviare una faccina che ride, pensando che lui saprà dedurre il sottotesto.

Quindi Freak assiste a una presentazione, seduta accanto alla compagna di un suo amico scrittore, il quale con l’autrice sta davanti a tutti in veste di presentatore. Freak partecipa e cerca di distanziarsi dall’editore tronfio e supponente che nessuno vorrebbe accanto e che invece è proprio lì che un po’ interviene, un po’ si alza e passeggia, un po’ legge il giornale, un po’ i messaggi e soprattutto, quando si risiede, dalla distanza di due sedie butta più di un occhio al collant velatissimo 20 denari che Freak indossa sotto la gonna sfrangiata ad ali di pipistrello, e lo può fare perché lui lì è in posizione di forza, perché Freak è l’unica in gonna e perché per buttare più di un occhio bisogna averne almeno due e lui a quel gioco vince a mani basse visto che, indossando gli occhiali, può a buon diritto dirsi quattrocchi. In uscita dalla presentazione Freak compra una copia del libro, se la fa autografare dall’autrice, saluta l’amico scrittore e la sua compagna, riscende nell’esposizione e compra altri libri, pranza con delle polpette al sugo racchiuse in un panino, incontra una buona amica con la quale si era data un appuntamento approssimativo il giorno prima, va un po’ in giro con lei, finché non resta ancora sola. Risale sulla nuvola e partecipa alla diretta di Fahrenheit, il programma della radio che parla di libri, dove un musicista coi baffi e con gli occhiali dalla montatura spessa che lo fanno somigliare a un barbagianni, canta e suona durante gli intervalli.

Quando, verso le cinque del pomeriggio, Freak alza gli occhi per accontentare uno sbadiglio, incontra il cielo aperto. La nuvola si è come diradata, sta entrando aria piena di sapore, viene dal mare e gliela porta il senzatetto di quella mattina, cavalcando la sua auto piena di ammaccature. Si affaccia al finestrino e lei ha come l’impressione che l’aria fresca arrivi proprio da lì, come da un phon acceso. Lui grida: Vuoi salire? Ti vedo tutta sola. Freak si guarda attorno, il cantautore è preso da uno scioglilingua e il pubblico lo ascolta a occhi spalancati, senza far caso alla scala di corda che penzola dall’alto e all’inizio della sua salita, un passo dopo l’altro. Nemmeno uno che noti la gonna a pipistrello, i venti denari e la stramberia di scaldamuscoli di lana a coprire i polpacci che sbucano da sopra le scarpe da ginnastica. Mentre è sospesa in alto, a uno a uno i libri presi in giornata le cadono dalla borsa aperta, finiscono in testa a quelli sulle sedie e producono vari toc toc toc. Che male dice uno, Ahia, fa eco un altro. La fiera ammutolisce. La fiera, ora ferita, che si tramuta in bestia, ruggisce e unisce la sapienza dei suoi libri, li lega in una fascina e accende un rogo che arde alto e scocca alte scintille. Ma Freak ormai è al sicuro, lei e l’uomo della macchina viaggiano sopra strade tutte nuove. Lui indossa un panciotto beige e ha i capelli biondi, le basette e un po’ di rughe ovunque. La macchina è uno scassone tedesco di qualche decennio fa e ha fioriere appese ai finestrini. Tutto l’insieme trasuda gentilezza. Freak si fa lasciare a riva che ormai è giunta l’alba. Ringrazia, saluta e va a sedersi di schiena al sole nascente. Solo a quel punto le viene in mente di guardare il telefono: è già martedì dieci, ma questo non la stupisce, sono cose che accadono decidendo di disattivare la sveglia.

How to

7 dicembre 2019

La stava lasciando, e lei lo consolava. Le diceva di avere un’altra più importante, e lei lo incoraggiava. Si sentiva in colpa, e lei sminuiva. Perché provava un profondo, acuto dilaniamento. Avrebbe potuto coprirlo di improperi, e invece gli disse solo:

– Beh, mi è piaciuto tantissimo stare con te, ma l’ho sempre saputo che non saremmo andati lontano. D’altra parte, – scoccò un’occhiata significativa, – non abbiamo praticamente niente in comune. Anche se di te mi importa ancora. Spero che ci terremo in contatto, vorrei tanto seguire le tue evoluzioni nella vita.

Parlava e guardava il disegno del tappeto davanti alle punte dei piedi. Si tenevano lontani, lui le era seduto accanto e sottolineava parti del suo discorso con un dondolio in avanti della testa. Era d’accordo con lei maledizione.

– Vedi, sotto tanti aspetti sei molto maturo, anche più di me, perché hai saputo lanciarti al momento giusto, hai fatto scelte coraggiose e questo ti ha formato, si vede da come parli, da come ti muovi, da come ti comporti. Ma sotto tanti altri, non prenderla come una critica, se parlo così è perché a te ci tengo, e vorrei provare a trasmetterti qualcosa di positivo, qualcosa che tu possa utilizzare magari in seguito, quando un giorno potrà esserti utile, e allora chissà, forse ti verremo in mente io e queste parole, stavo dicendo, sotto tanti altri aspetti, sei ancora un ragazzino. Ecco, penso che io avrei bisogno di frequentare un uomo.

– Ecco, sì, probabilmente hai ragione. E, secondo te, cosa potrei fare per riuscirci?

Si sentì destabilizzata. Non era pronta a quella risposta interrogativa. Tipico di lui, del suo metodo per avanzare nella vita. Domandare, cercare risposte, sperimentare. Spremere le intuizioni e l’esperienza altrui. E solo dopo sporcarsi le mani. E quindi imparare, e superare i maestri. Lei lo riconosceva, non era altrettanto brava, o non aveva altrettanta faccia tosta. Fece finta di non capire.

– A fare cosa?

– A… migliorare, a diventare un uomo.

– Ma, quello verrà naturale. Non posso mica dirtelo io. Sarà l’esperienza a farti trovare la strada. L’esperienza è tutto…

– Sì ma tu dici che sono ancora un ragazzino. In cosa posso ancora migliorare?

Dialogava con lei come se fosse una conversazione qualsiasi, come se non sapesse che quella sarebbe stata l’ultima volta che si sarebbero visti. La sua neutralità la metteva a dura prova, e tentennò nel rispondere. Sapeva di dare l’impressione di tenere tutto per sé il segreto della maturità, mentre stava solo nuotando nella confusione.

La verità era che se avesse incontrato un uomo nel senso che aveva detto, forse non lo avrebbe riconosciuto. Lei stessa non si sentiva che una ragazzina, attratta da immaturi come lei. Il discorso si arrotolò su sé stesso e lui fu così gentile da proporle di uscire.

Così, l’uomo immaturo e la ragazzina supponente uscirono dalla casa, si infilarono in macchina e uscirono anche da quella, entrarono in un locale, rimasero un po’ bevendo e parlando a stento, mentre fioccavano le telefonate di controllo dell’altra, finché uscirono pure dal locale, tornando da dove erano partiti quella mattina. In conclusione, lui uscì dalla macchina da solo, lei invece guidò ancora per qualche tempo, trovò dove parcheggiare e spense il motore.

Non uscì di lì. Non le importava di ragioni o torti. Di maturità supposte. Di lezioni da dare o da imparare. Quello che voleva, che aveva sempre voluto, era restare.

L’istante dell’instagatto

3 dicembre 2019

 

 

 

Ho acceso il caminetto, anche se il termostato segnava diciotto gradi. Volevo mangiare un mandarino e, si sa come succede, uno non è bastato. Ne ho preso un altro e poi un terzo e un quarto. E poi avevo davanti un mucchietto di bucce double-face, bianche e arancioni, che ancora spargevano intorno un’idea vogliosa di agrumi. Qualcosa di slegato dal palato. Golosità olfattiva, se si può dire così perché io, in pancia, di fame non ne avevo più.

La pigrizia mi ha fatto pensare di dare fuoco alle bucce con l’accendino dopo averle messe in una ciotola. Ma le ciotole in questa casa o sono di legno in finto stile rustico oppure di porcellana decorata. Avrei rischiato di ucciderle o renderle storpie per sempre. Non c’è in me tanta cattiveria. E non avrei abbandonato per nessun motivo al mondo il divano. Sempre lei, la pigrizia, mi ha ricordato che le ciotole si nascondono nei pensili in cucina e l’accendino più alla mia portata era sopra alla mensola del caminetto. Che in quel momento lanciava occhiate offese, da bambino in castigo. Ma come, sembrava domandare, hai questa gran voglia di atmosfera e pensi a tutto tranne che ad accendermi?

Per lo stress da indecisione ho schiacciato un pisolino. Quando ho riaperto gli occhi, intorno a me era buio e dalle finestre vedevo le altre case con le luci accese, fuori era calata la sera e io sentivo freddo.

Avrei potuto allungare la mano e afferrare quel plaid a quadri posato sul tavolino o avrei potuto alzarmi e accendere il riscaldamento.

Dal balcone accanto al mio, il gatto miagolava, doveva essere stato lui a risvegliarmi. Una volta ho postato un video di quel gatto su Instagram, inquadravo lui che appariva e spariva tra i pali della ringhiera. Un gatto tutto bianco, che a un certo punto si è seduto, si è messo a guardare me che lo filmavo e ha fatto: Miao.

Lo hanno visto tutti, quel video. Ho avuto un sacco di mi piace, ma non da una persona. Così, quando qualche giorno dopo ci siamo visti, eravamo proprio qui sul divano, e si è udito quel miagolio tanto vicino, ha detto: Hai un gatto? No, ho risposto io, è quello dei vicini. Gli ho fatto un video, lo vuoi vedere? E, invece della galleria, ho aperto Instagram. Te lo ricordi che siamo amici su Instagram? Possibile che non hai schiacciato il cuoricino?, volevo domandare, e invece ho continuato a sorridere e ho messo il telefono sotto al suo naso. Ah, è proprio carino, è stato il suo commento. Sembrava che non gliene importasse niente. Figurarsi se importava a me. Così ho lasciato perdere. Ho posato il telefono e gli ho sostituito il mio naso davanti all’altro naso. Ci baciavamo bene. E facevamo bene un mucchio di altre cose. Era estate e faceva molto caldo, stavamo sempre nudi.

Invece qui a pensare all’estate mi stavo intirizzendo. La casa era al buio ma sapevo che le mie dita erano di colore bluastro. All’improvviso tutto il corpo si è scosso in un brivido, le gambe si sono irrigidite e io, hoplà, non ero più sul divano. Ho preso il plaid e me lo sono buttato sulle spalle. Dopodiché, invece di accendere il termostato, ho infilate alla meglio le ciabatte e le ho trascinate a passi corti fino al camino.

Non è stata questione da poco. Ho iniziato a pulirlo con una pezza bagnata, ho spazzolato la griglia della ceneriera, poi ho infilato la testa nella cappa per vedere che la canna non fosse ostruita, e per fortuna si vedeva il cielo. La faccia però mi si è riempita di fuliggine, quindi ho preso una pausa per lavarmi. Ho anche messo sul fuoco una caffettiera e steso un bucato di calzini. Il gatto non miagolava più. Mi stavo rimboccando le maniche di nuovo per tirare fuori dalla nicchia i pochi ciocchi avanzati dall’inverno scorso, quando ho sentito odore di caffè.

Io il caffè non lo bevo di fretta, e in piedi solo al bar. Di nuovo sul divano, di nuovo a luci spente, l’ho preso sorsi calmi, alternando occhiate al camino e altre alle sagome nere fuori dalla finestra. Il giardino di questo condominio, coi sempreverdi altissimi e, in basso, le sue siepi, il vialetto di lastre di pietra irregolare, il pergolato col tavolo e le sedie ripiegate intorno, i vasi con le ortensie di ogni colore. Quanto mi piace.

Potevo solo intuirne la presenza, ma la certezza che là fuori tutto restava intatto come lo conoscevo, bastava a darmi la serenità per tornare a guardare all’interno. Il caminetto era pulito e pronto all’azione. E io avevo finito il mio caffè.

Ho gettato tra le fiamme le bucce che, raggrinzendo, scoppiettanti, sprizzavano scintille ed esalavano come ultimi respiri, nel buio rosso intorno, il desiderio arancio del primo pomeriggio. Stavo in piedi nel pieno della soddisfazione e contemplavo l’opera finita quando, alle mie spalle, si è rifatto vivo il gatto.

Era lì, dietro la ringhiera, e miagolava nella mia direzione. Non che ci fosse molto da pensarci su, l’ho raggiunto all’aperto, gli ho messo a disposizione il corpo accovacciato, e, davanti al muso, il palmo che odorava di brace e mandarino.

Lui, collo allungato e testa sconfinata nel mio spazio, mi ha picchettato col naso freddo e umido. Avvertivo una tensione, una specie di aspettativa. Stavo guardando il gatto come il mio riflesso in uno specchio, quando ha attraversato il confine in due facili passi, ha fatto un breve salto e me lo sono ritrovato in braccio.

Tenere traccia di ogni buon momento per non dimenticare i doni della vita. Ma, anche, per cercare testimoni della mia esistenza. Ho iniziato un video dal divano. Il gatto, che tengo tra le gambe, fa le fusa a occhi stretti con la mia mano abbandonata sopra il suo mantello. A pochi passi, il fuoco del camino. Clicco sul simbolo della condivisione ma qualcosa non mi fa andare oltre.

L’aroma degli agrumi, la pelliccia morbida al tatto, la sera del giardino alle mie spalle, il tepore, frutto del mio lavoro, che mi riscalda il corpo. Il tempo che scorre lento. Li condividerei, è vero, ma non postando un video. Non potrei, non basterebbe. Riceverei, sicuro, un mucchio di mi piace e, forse, ne mancherebbe ancora uno.

 

Diario dei sogni #1 – Pesci volanti

1 dicembre 2019

Ho un amico che riesce a tenere un diario dei sogni. Ai bei tempi in cui sognavo anche io, tentavo di fermarne il ricordo, alla mattina. Ma mi riusciva male. Ne perdevo le tracce via via che la mano riacquistava l’uso della penna e i sogni, in qualche modo, mentre li trasferivo su carta, si accorciavano, si facevano piccolissimi e si accartocciavano anneriti e indistinguibili, disperdendosi come brandelli di pagine incenerite all’istante dalla fiammata della veglia.

In realtà, ho capito solo di recente, è la capacità di raccontare che non è innata in me, e che necessita di coscienza e di lucidità per strutturare in frasi le forme intuitive in cui si mostrano le idee, così anche i sogni. Quando la notte finisce, il regno della subcoscienza non apre subito le braccia e continua a circondarmi mentre ciondolo per casa, sussurra sulla mia nuca teneri incantamenti che mi ingannano, e mi ritrovo a tirare su lo yogurt con gli occhiali.

Altro che diario. Che tanto mancherebbe dell’oggetto: quei sogni che una volta saltavano fuori a nastro come pesci volanti per ore, ormai lasciano campo libero a M.me Subcoscienzà e le sue perfusioni mattutine di confusione senza costrutto.

Pazienza per gli appunti mancati. Ma senza sogni che nobilitino le mie notti, devo adattare i giorni a ricoprirne il ruolo. Vivo, e intanto mi organizzo la memoria: Questo ricordo lo tengo, questo lo tengo, questo lo do via. A parte il fatto che inciampo per la distrazione, mi sbuccio le ginocchia e mi si smagliano le calze, è una faticaccia, al termine della quale spesso mi sono scordata le decisioni prese e mi ritrovo con dei ricordi inutili che sbucano a casaccio dai cassetti, e quelli che fino a ieri stavano sempre in mezzo ai piedi, non si sa più dove sono finiti quando servono, signora mia.

Per non parlare del consolidamento delle esperienze: dar loro il giusto peso non è questione da poco. Per non sbagliare mi porto i pesi a casa, li accumulo per mesi, finché passa la data di scadenza e finisco per buttarli tutti nell’indifferenziata.

Non sogno perché mi manca il tempo. Torno a casa tardissimo per i miei giorni densi, carichi di doveri a cui mi incaponisco ad addizionare vissuti che alimentino la parte sognante, tanto affamata per le lunghe veglie che tagliano la fase rem, e con lei i sogni.

I miei pesci volanti ormai ruotano senza sosta sotto il pelo dell’acqua, senza riuscire a emergere.

Da qualche giorno si è interrotto il circolo, per poco tempo, non certo per mia intenzione. Una piccola parte di me si è messa di traverso, sassolino dentro negli ingranaggi, e ha fermato tutto. Ora dormo. Mi sveglio senza sveglia da una settimana.

La prima notte sono semisvenuta dallo stress; la seconda ho sorvegliato il dolore fisico; la terza mi sono riposata senza memoria; la quarta sono emersa dal sonno con le orecchie che ricordavano un coro di bambini; la quinta mi sono svegliata troppo presto, eccitata dal rischio di sognare ancora.

La sesta, la scorsa notte, sul fare del mattino, ho aperto le persiane con un gesto ampio delle braccia – erano tinte di bianco le persiane -, e un vento frizzante ha scosso i miei capelli. Sotto di me la rena granulosa teneva a stento gli assalti della schiuma screziata di azzurro di un mare che mi salutava, ondoso e invitante. Intanto sopra le creste, coronati da voli di gabbiani, saltavano a pelo d’acqua senza posa una miriade di pesci volanti.

🖤 Frankie Friday Month 🖤

28 novembre 2019

Lettrice, lettore,

i miei pensieri ricorrenti sono pensieri a cascata. Che si aggrovigliano, si ingarbugliano, finiscono per rotolarsi uno sull’altro e schiumare fragorosi dissolvendosi nel placido specchio d’anima che riflette le mie indecisioni.

Riguardo a questo blog, per esempio.

Che è nato nel 2012, da me che neanche avevo facebook, che ero e sono afflitta da forme di auto-omertosi cronica, nato già vecchio nella forma, più simile ai diari in rete di dieci anni prima che alle pagine market-oriented di oggi, fonte di reddito per i loro curatori. Lui no, era un blogghetto che sapeva di gelsomini bagnati dalla pioggia di maggio, sapeva di incertezza, di desideri da esprimere e della speranza di riuscire a realizzarli, aveva un odore suo, il mio blog, che me lo faceva amare senza condizioni, con tutta la passione umanamente esprimibile, come il mio neonato arrivato cinque anni prima e allora già con la cartella sulle spalle.

Mi è servito a tanto scrivere qui sopra, ho accorciato le distanze tra le varie me e mi ha fatto riprendere il gusto di sognare. I primi anni passavo lunghe ore notturne a cesellare storie, che fluivano dalla mia pancia trascinandosi dietro il piacere magico di portare continuamente alla luce nuove vite. Il gusto orgasmico del parto letterario. Immaginare, essere, fare. Potenza in atto, in ogni versione del mondo, attraverso ogni supporto. Quello che scrivevo era reale.

Col tempo questo percorso ha invertito la rotta, passando da dentro-a-fuori a fuori-a-dentro, ho accumulato vita al punto che adesso mi ipnotizzo pensando ai fatti trascorsi e mi dico quanto sarebbe limitante il loro semplice racconto. Che comunque voglio tentare e tenterò.

Ma intanto ho abbracciato la socialité web, e accolto l’oggi con tutti i suoi risvolti, tanto nel bene che nel male della volatilità di quanto pubblicato. Eppure, rispetto ai contenitori in cui stipavamo le stampe 10×15 dei vecchi negativi, destinate a ingiallire, a sfarinare e perdersi, la fragilità delle vite custodite nel web non è molto diversa. Semmai una differenza la fa la proprietà, dove se affiggo con puntine sul muro di casa i miei pensieri, restano i miei pensieri, altrettanto le foto, la musica, e il resto. Ma se li affido al web passano di mano al signor Zuckerberg e affini.

Ma cos’è la proprietà di un pensiero? O di un affetto, di un sogno, di un ricordo?

Prendetevi tutto di me.

Non sarò mai impoverita dalla condivisione. Un giorno morirò, come morirà il blog, i miei profili instagram e facebook, moriranno Terra e Sole e un’altra me quantica avrà le sue nuove chance di rivalsa in universi alternativi, senza che nessuno avrà mai a soffrirne.

Per testimoniare la mia buona volontà ho deciso di regalarvi un mese di scrittura di getto. Quel sano blogging vintage invecchiato in botti di legno di rovere. Per riscaldarci insieme nelle notti d’inverno, mettere il naso fuori e perderci per le strade gelate, dove dai rami pendono già le nuove gemme immerse nel sogno della primavera. Per attendere l’alba del nuovo anno con gli occhi aperti e chiusi insieme e lo spirito di chi non ha niente da perdere perché è sua la certezza che la vita vada vissuta tutta, fino in fondo. Adesso.

Frankie Schrödinger

The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Giungla, al centro del quadrato

21 novembre 2019

di CRT2

 

 

 

 

 

Misteriosa, intricata, pericolosa… necessaria. La Giungla, quando non carbonizzata, è un insieme di elementi naturali che pur spontanei hanno un loro “incastro primitivo” essenziale. Nella Giungla il simpatico ragnetto può rivelarsi mortale, mentre il grosso serpente variopinto che ci terrorizza se ne frega di chi sei. Nella Giungla sei tu l’estraneo entrato per caso e non nato lì dentro, quindi ti puoi perdere senza via di uscita e se non te la sai cavare per sopravvivere, muori di sicuro.

 

Il Pantone color Giungla non esiste, potrebbe essere un suggerimento per il brand che produce la gamma delle tonalità distinta nei gradienti, ma alla fine risulterebbe più un decorativo che un colore a cui far riferimento. Difficile, appunto, dividere le infinite percentuali dei toni primari per riprodurlo.

Giungla è formato di intensità sovrapposte quasi tutte tendenti al verde (se no, che Giungla sarebbe?!) e ogni pezzo di Pantone è diverso dall’altro, distinguendosi o specificandosi nell’uso.

Insomma il Giungla è un casino se non lo sai capire e conseguentemente applicare, confonde le idee, nasconde il vero senso della ricerca, ti porta lontano dal tuo obiettivo (che sarebbe uscire vivo dalla Giungla) perché alla fine sei entrato nel suo intricato mondo quasi spontaneamente, ma uscirne è un’avventura intelligente, scaltra, consapevole… tutt’altro che naturale.

Coraggio ed esperienza, sembrano essere delle qualità per gestire il Giungla sempre al centro di tutto quello che conosciamo e che oggi ci avvolge anche se siamo comodamente seduti sul divano di casa e non in piena Amazzonia.

Tolti tutti quelli che nella Giungla ci vanno sponsorizzati con l’intento di studiarla con attenzione passo passo, per noi che nella Giungla ci siamo finiti e non sappiamo come, l’avventura non è più una condizione letteraria casuale, ma una condizione concreta all’ordine del giorno dal micro al macro.

Parcheggiare la macchina, andare all’IperCity solo per comprare il sale, chiedere un’informazione fiscale in qualche ufficio spostato ieri in altro luogo, Città, Regione.

Aver fame in una zona che non conosci e trovare un posto in cui mangiare “decentemente ad un prezzo umano”, capire chi ti sei sposato 10 anni fa che sembra oggi parlare una lingua incomprensibile ed irritante, avere le idee chiare a una riunione condominiale, esporle, e trovarsi in una rissa. Perdersi in Internet, in una Città che non conosci perché la batteria del tuo smartphone ti ha abbandonato, confondersi difronte alla TV perché quello che aveva detto ieri è giusto il contrario di quello che dice oggi, fare un check in più in una App e il tuo abbonamento telefonico prende tutti, ma proprio tutti i toni di una foresta tropicale intricata. In tutto ciò e altro ancora il Giungla, anche se un’invenzione, sembra riassumere benissimo la nostra condizione.

Se sei incastrato nella tua routine che ti opprime, magari pensi al Giungla come Pantone che ti offre una via di fuga, come fosse la porta quadrata (anche se piccola) che ti fa entrare in un’avventura per uscire dai toni sempre uguali della quotidianità, senza sapere che ti potresti trovare il un percorso ancora più intricato e mortale.

Ovvio, qualcuno, o la somma di tanti qualcuno (fino a prova contraria innocenti o ingenui) che si sono distinti inventando delle soluzioni per uscire in modo facile dalla quantità dei toni del Giungla, ci dà oggi questo risultato non scontato, ma con il pericolo di diventare: simpatico ragnetto; grosso serpente variopinto, che nella Giungla bene o male sopravvivono in armonia.

The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Il Bianco, lato a sinistra del quadrato

14 novembre 2019

di CRT2

 

 

 

 

Sinceramente sul bianco non ci punterei, troppo debole, troppo delicato, troppo neutro. Non punterei neanche sulla sua durata se applicato come colore su tutto quello che conosciamo. Ma il bianco più che un colore è un concetto di cui riappropriarsi e se così fosse, allora le cose cambiano. Di bianco, antitesi del nero, è pieno il mondo e se da una parte è poco difendibile proprio per la sua delicatezza, dall’altra dovrebbe essere riportato al centro dell’indagine per il suo valore istintivo.

 

Di bianco si può morire, colore vergineo è associato a Santi e Martiri come la “purezza fatta persona”. Essere bianchi dentro e fuori, cioè non sporcati da qualsivoglia tonalità nefanda neanche di striscio, pone la questione come universale, drammatica e in tensione religiosa, al punto da creare storie… anche se di anime pure da parificare al bianco, oggi, in giro, non credo ce ne siano molte.

Un passo dietro l’altro sempre camminando a ritroso sul bianco si arriva appunto alla Santità di cui sopra, bianca per antonomasia e per difenderla e non sporcarla, si preferiva biblicamente immolarsi, un esempio “iconico” per il futuro e peccatore genere umano.

Diciamo che all’Essere, eletto dal destino divino, il colore bianco-puro senza toni aggiunti calza a pennello e lo veste con quella grazia che a noi trasgressori un po’ irrita perché preclusa, e per questo abbiamo tutti, anche senza volere, un intimo rispetto verso questo colore neutro o se preferiamo “non colore”.

Nella modernità il bianco sembra essere associato alla cura nel momento del bisogno, nel senso che fare pulizia dentro e fuori di noi, periodicamente, assomiglia più o meno al tornare puri il più possibile e ripartire, appunto bianchi.

Io non ho più enzimi per digerire il latte e se mi dovesse capitare di scegliere un Cappuccino al bar per colazione, lo ingerisco pur sapendo che non lo dovrei fare perché poi sto male fino a sera. Il mio cervello al solo pensare di buttar giù un bicchiere di latte mi rimanda immediatamente allo stomaco un senso di vomito.

Preferisco la bianca mozzarella, i morbidi di capra (sempre bianchi), Ricotta, Caciotta Crescenza, Camembert… cibo nutriente e bianco che scelgo.

Il tema del nutrirsi o non nutrirsi con un colore è un’indagine sanitaria che per molti mette in discussione la propria intrinseca salute: ci sono individui che devono evitare i cibi verdi soprattutto verdure con una forte presenza di ferro; i cibi rossi riconosciuti come velenosi da certi intestini, mentre una buona dose giornaliera di nero carbone li puliscono… e così via.

Ma il bianco anche nel cibo, come per l’anima e per molte altre cose utili della nostra vita, ha un altro livello che coscientemente possiamo associare, come si diceva all’inizio, alla purezza: avvolti nel bianco ci si sposa; si dorme sonni tranquilli; si proteggono (generalmente) le nostre parti intime. Si scrive meglio su un foglio bianco, si lavano meno le auto bianche, un muro bianco in casa rimanda un senso di pulizia, nei bagni le ceramiche sono quasi sempre bianche candide. Scrivanie, librerie, porte, interno dei cassetti, delle tasche dei pantaloni, il mio cuscino.

Tutto, all’inizio delle nostre storie, passa per il bianco che ahimè poi viene giocoforza interiorizzato, filtrato, ingerito-digerito, espulso perché ormai ha compiuto il suo ciclo di vita e morte, escludendoci dalla santità. Oggi tener duro per restare perennemente sul bianco credo sia impossibile: ieri ho accompagnato mia Nonna al mercato, lo preferisce all’Ipermercato che ha sotto casa. Ha chiesto al banco dei detersivi della “carta igienica”. E la domanda, non scontata, è stata – come la vuole, Bianca? – la risposta di Nonna è stata- No, non bianca perché si sporca subito!” Ça va sans dire!

The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Il Rosso, lato in alto del quadrato

7 novembre 2019

di CRT2

 

 

 

Le cose come le persone quando nella tua vita sono uniche, e a “uniche” aggiungo insostituibili e necessarie, sei giocoforza costretto… (no, costretto è la parola sbagliata) sei chiamato con responsabilità a occupartene, difenderle, considerarle primarie e molto spesso, porle nella scala dei valori sopra alla tua stessa esistenza senza tante domande.

 

A mia Madre è sempre piaciuto il colore rosso, non so dire il perché e nemmeno lei. Interrogata più volte, in più occasioni, una risposta chiara e soddisfacente non l’ha data. Io possiedo foto di mia Madre da giovane (escluso quelle in bianco e nero) in cui il rosso compare spesso, una caratteristica degli anni ’50? Mi sono sempre chiesto, ma alla fine che importa, era tanto gnocca prima che io ci fossi e il rosso le stava da Dio, anche fossero state delle scarpette d’antan a punta, lucide con fibbietta e tacco 10.

Lei questa cosa del “rosso che mi piace” lo spalma anche adesso dove può, sia nella gestione della sua casa, sia nella gestione della sua personalità, anche se l’età non è più la stessa degli anni ’50, ma su questo la perdoni perché si vede, guardandola, che è stata una gnocca.

Io con il rosso faccio a pugni, tolto il sangue versato che fa paura e se succede lo devi sopportare, non lo sceglierei mai e poi mai, ma se proprio devo cerco di metterlo in secondo piano e mi accorgo di farlo quasi inconsciamente.

Nella classifica delle preferenze ci sono altri toni della gamma colore in cui mi sento serenamente e istintivamente immerso e il rosso non c’è mai. Sì, magari la mutanda a fine anno l’hai indossata per scaramanzia pensando di ricominciare da zero, perché l’anno appena passato aveva più o meno il colore della cacca. Sì, magari la prima mutanda che una donna ti ha chiesto di strapparle di dosso nella foga dell’eccitazione era rossa e di pizzo e non ti sei mai liberato di questo feticcio tenendolo segretamente in una scatola di crema per il viso e ogni tanto pensi che ce l’hai, ferocemente attaccato ai ricordi se sembrano vivi. Sì, è anche vero che la cover dell’iPhone è meglio rossa metallizzata che blu con la foto del “cagnino senza muso” che a tanti fa tenerezza… ma insomma, tolte queste intromissioni senza importanza, il rosso piace solo a mia Madre.

Il rosso o Red, è sferzante, ed è diventato un colore primario solo con l’avvento del digitale cioè, assieme al Green e Blu nei video luminescenti si compongono le immagini, mentre prima avevamo solo il riferimento basic della scala cromatica del Cyan, Magenta, Yellow su cui basarci, che con l’aggiunta del Nero si stampavano le immagini su carta.

L’identità del rosso è dunque una componente moderna e qui anche le scelte della mia Mamma, nonostante l’età, potrebbero essere rivalutate come attuali avendo il Red conquistato il mondo del virtuale senza ritorni. Insostituibile.

Sinceramente potrei dire che se una digressione la dovessi fare, sulla carta preferivo il rosso che tendeva sempre al carminio che era chiuso nella gabbia tipografica dell’erotismo che si era impossessato del tema “vellutato” e ne sosteneva le sorti su carta patinata degli anni ’70-’80. Mentre ora nel digitale il rosso per analogia è più rosa carne che “rosso puro o scuro”.

E qui si ritorna alla gnocca di cui sopra, escludendo la Mamma che per età raggiunta e per personale e primaria importanza va estromessa dal ragionamento: “carminio Vs. rosacarne”, e sì perché il color carne-pelle la sta facendo da padrone dentro al digitale oltre ogni immaginabile e ragionevole considerazione, entrando nel tritacarne della comunicazione e uscendo, uscendo… con la forma che vuoi: morbida; dura da morire; mai pensato avesse questo tono; ma sarà vero quello che vedo; vedo di continuo fino ad ammalarmi.

Dunque dunque, fino a qui indagando il rosso primario nei video ci dovevamo arrivare prima o poi, perché l’esibizione del tutto di tutto non poteva escludere l’argomento grondante di libido che ti frega il cervello, parla anche se non vuoi un linguaggio ad hoc solo ai tuoi ormoni impazziti e non alle tue sinapsi incise di coscienza. Coinvolge trasversalmente tutte le età, generi e nuove categorie umane e fa un business della Madonna che sarebbe nella nostra società Cattolica la Mamma di tutti, vestita nell’iconografia classica di azzurro – bianco. Ma anche qui, io e i miei compagni ragazzi che andavano al Catechismo, passando per la navata della Chiesa difronte a lei che schiacciava a piedi nudi il serpente ci si chiedeva: ma sotto la veste azzurro – bianco le mutande le porta o non le porta?! Una domanda allora primaria che dopo tanti anni non ha ancora ricevuto risposta, ma potrebbe essere che non manca molto e se si scopre che sono rosse?… Apriti cielo.

The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Il Nero, lato a destra del quadrato

31 ottobre 2019

di CRT2

 

 

Il nero, la notte, il buio… spaventano i bambini, ma anche da adulto se sei nel nero più profondo non dovresti muoverti, dovresti star fermo aspettando di capire dove andare quando spunta un po’ di luce che anche se fioca, è comunque importante per mettere un passo dietro l’altro con sicurezza.

 

Se guardo dentro al mio armadio di abbigliamento nero trovo ben poco: un jeans slavato che in origine era nero; un maglione di cotone che avrò, si e no, messo su due tre volte in 10 anni e non mi decido a buttare; una camicia Lacoste (regalo di compleanno indossato una volta); un vestito gessato, da indossare nelle occasioni importanti (tipo un Matrimonio di amici). Un paio di scarpe.

Insomma non scelgo di comprare e indossare spontaneamente il nero pur non avendo nulla in contrario con chi ne fa una bandiera e “sintomatico mistero”, una divisa anche se indossa una T-shirt.

Metto al centro della questione Stilisti e Architetti che, nella maggior parte dei casi (almeno nel mio mondo-frequentato) sul nero fondano uno stile, quasi a distaccarsi dai loro prodotti creativi che di solito indagano, forme, colori, lustrini.

Da anni mi pongo la domanda che non discuto con i diretti interessati e ho deciso di farlo da quando un “personaggio” conosciuto nei miei trascorsi professionali, si faceva incidere all’interno delle camicie nere fatte a sua misura, le iniziali del nome per non “sporcare” con le lettere trapuntate il total black con cui si vestiva.

Nella teoria dei colori in base allo spettro, il nero non viene considerato assenza di colore ma assenza di luce, cioè il corpo che la attrae e la assorbe ci appare nero, mentre il corpo che la riflette totalmente ci appare bianco e ambedue questi estremi contengono tutta la gamma dei colori conosciuti.

Un concetto che in extrema ratio, tra fisica e fisico, diventa una scelta se lo adatti al tuo modo di essere.

Fuori dall’Horror, Latex, pelle attillata o borchiata… funerali, il nero quando portato per fare eleganza e distinguo sembra essere uno “status”, dove l’occhio si ferma perché non ha rimandi colorati, punti di ancoraggio dei ricordi, magari fastidi per aver colto dei toni accesi che stridono con il tuo modo di pensare l’eleganza.

Insomma guardi il nero e ti fermi, non vai oltre, non puoi andare oltre perché non ti viene data la possibilità di farlo dal colore stesso e forse dal soggetto che lo ha scelto.

Con il nero non ci scherzi (non ti viene voglia di farlo), non ci discuti con immediatezza (perché devi trovare prima le parole per farlo), non ti avvicini troppo (mettere distanza è anche utile per inquadrare soggetti che non scelgono sfumature), insomma per chi scrive il nero è pieno di “non” e non di possibilità, anche se non puoi escluderlo dalla realtà.

Ovvio, se vai per sottrazione su tutto gli estremi li trovi e se scegli di rimanerci (negli estremi dico) e ci stai bene è meglio che tu lo faccia, sempre. Ma è sull’uso di questo colore che dovresti stare attento, troppo nero su tutto toglie il fiato, ci riporta indietro all’epoca del buio dentro alla testa e non al rinascimento delle coscienze. Diventa pesante venirti a trovare, sentire, parlare, se stai sempre dentro al nero, diventi ripetitivo, mortale quasi, saresti da evitare se per partito preso professi ideologicamente il nero convincendo chi più chi meno, che tu sai dove sta la luce… ma non lo dici a nessuno perché finché sei tutto nero nel nero, nemmeno si capisce chi sei, cosa vuoi fare, cosa vuoi essere. Sarebbe, forse inutilmente, da consigliarti di cominciare a uscire dal nero per accorgerti che la diversità dei colori esiste, è quasi infinita, ti sta intorno e ti sostiene, non puoi per una legge puramente fisica, eliminarla.


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