Posts Tagged ‘Racconti’

What if

30 settembre 2017

​”Mio padre la rivoluzione” è in vendita solo da ieri e, vista l’occasione, Davide Orecchio ne ha parlato nella libreria Assaggi di San Lorenzo a Roma.

“What if”. La curiosità per la Storia genera infinite Storie possibili, niente di troppo creativo, minimizza l’autore. Basta partire dal dato di fatto.

Anche questa raccolta di racconti, che segue il filo della rivoluzione russa, nasce dalla ricerca e dalla ricostruzione dei dati, pure i minori, di esistenze con le quali vorrebbe dialogare. Ancora una volta sono “biografie infedeli”, nate dal rimpianto di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Ritorna qui anche il padre comunista, non a caso. Nel dialogo mai avuto col padre c’è l’origine della passione per la Storia. Non a caso ha parlato di possibilità infinite. È una ricerca che può non esaurirsi mai.

“Se fossi felice mi accontenterei del presente, non chiederei al passato”, risponde Davide Orecchio a una domanda degli intervenuti. E spiega che forse non è così per tutti ma in questa epoca si prova uno straniamento. Non è sereno il rapporto col presente e il passato non lo si conosce veramente. Viene tramandato in modo distorto, monco, a volte non se ne sa nulla.

Davide Orecchio mette la sua competenza (e l’abilità narrativa, il linguaggio e la sensibilità) al servizio di un racconto personale, che ogni lettore potrà poi utilizzare come riferimento empatico per il proprio.

Lo scrittore di storia non si pone come storico nei confronti del lettore ma resta, fin dal primo momento, sul suo stesso piano. “Fa parte della mia postura”, dice l’autore e noto, come sempre, dal vivo e tra le righe dei suoi testi, una postura tanto diritta, quanto attenta alla sintonia con l’altro, qui l’intervistatore.

Questo è quanto, per la presentazione. Ora è la volta del libro, dove avvicinerò, tra gli altri, Rosa Luxemburg, Trockij, Rodari e Lenin. So che saranno incontri importanti e, se anche non renderanno più felice il presente, lo faranno più ricco e più completo.
Mio padre la rivoluzione, Davide Orecchio – Ed. Minimum fax, 2017

L’Anno della volpe (un buon proposito su Cartaresistente)

25 gennaio 2016

Propositi

Ho cinquecentomila euro per le mani. No, la metà. Sono solo due e cinquanta. Solo. Si fa per dire, duecentocinquanta. Mila euro.
Non perdiamo la calma. Sono numeri, i soldi sono solo numeri. Si può applicare ai soldi, per esempio, la proprietà invariantiva: se sommo o sottraggo lo stesso importo ai termini di una sottrazione, il risultato non cambia.
Quindi, se non mi sbaglio -ma il momento è delicato, ho la testa nel pallone, devo mantenere la calma-, dopo aver comprato la casa dei miei sogni, ma senza mutuo, per la proprietà invariantiva, entrate e uscite resteranno le stesse. Gli stessi rimarranno i problemi, stessa la vita di sempre.
Non posso mica sprecare una botta di fortuna così, eh.
Magari un mutuo piccolo piccolo, di durata decennale, posso anche sostenerlo. Così da liberare una parte del denaro.
Quello che resta, lo reinvesto. Oppure lo mangio tutto in viaggi.
Anzi, meglio: investo ciò che rimane e spendo i proventi in viaggi. Ottima soluzione.
Con Qwerty, la mia amica di tastiera, avevamo pranzato insieme. Siamo entrambe a un punto di svolta della vita, il nuovo anno sarà un’occasione di rinnovo. Dopo il caffè, ce lo ripromettevamo da tanto, siamo entrate in una tabaccheria con addosso un’aria da volpi che levati.
Il tabaccaio, che nei dintorni tutti chiamano Shining, chissà perché, è un uomo bello grasso, ma non sprizza l’aria felice che emanano di solito le persone grasse. È comparso dalla penombra del negozio, gli occhi erano fessure, come la bocca. Dice lo stretto indispensabile con uno strano sibilo al termine di ciascuna frase.
“Vorremmo un gratta e vinci, ma uno vincente. Quali sono quelli che vincono di più?”
Lui, bassissimo, ha ruggito di rimando:
“Sono tutti vincenti, dovete solo scegliere! Ssss…”
Davanti a noi, oltre il ripiano trasparente del tavolo, erano esposti una ventina di tipi diversi di biglietti. Tutti vincenti, a dire del tabaccaio. Non simulava nemmeno, non era proprio felice, quello là.
“Ma, ci sarà una differenza tra l’uno e l’altro”.
“La differenza la fa solo quanto volete spendere. Ssss…”.
Il nostro accordo è per metà e metà: investimento e vincita miliardaria, se sarà destino. Fosse suonata appena meno ostile la risposta, forse avremmo osato di più, invece gli abbiamo dato soltanto cinque euro e in cambio abbiamo ottenuto il nostro bigliettone.
“Non capisco se ci fa o ci è”.
Ho alzato le spalle.
“Certo che sembra crederci davvero”.
“Secondo me crede soltanto ai soldi”, ha detto Qwerty, che, per un nostro accordo, mi stava già strusciando l’acquisto sulla gobba (a tombola quest’anno ho fatto quaterna, cinquina e tombola).
Shining serviva altri clienti (pochi erano entrati per le sigarette, gli altri erano tutti in cerca di fortuna con le lotterie), e intanto ci osservava di sottecchi.
“Date qua”, ha grugnito all’improvviso, sfilando il biglietto dalla mano di Qwerty. “Si fa così! Ssss…”, e si è strofinato con rabbia il nostro investimento sulle terga, guardandoci negli occhi. Ce l’ha restituito senza spiegazioni.
Perplesse, ma decise a credere, lo abbiamo imitato anche noi, con meno concitazione. Quindi ci siamo avvicinate saltellando al banchetto dove si compila il Superenalotto.
Tre numeri li ho grattati io, tre numeri Qwerty.
Ci credereste? tre numeri azzeccati, quindici euro vinti. Una cosa che non sembrava vera. Che quando l’abbiamo detta al tabaccaio, si è illuminato tutto, sembrava un altro.
“E adesso… Cosa volete fare? Ssss…”, ha detto, lasciando trapelare un filo di ansia nella voce.
Siamo entrate per vincere, cosa pensava che avremmo fatto? Comprati altri due biglietti (uno da dieci e uno da cinque euro), abbiamo ripetuto il rituale: lo strofinio e i saltelli.
È uscito un solo vincente: Dieci euro, reinvestiti in altri due Gratta e vinci da cinque.
Shining stavolta si è strofinato l’altra chiappa e, per imitazione, anche io e Qwerty abbiamo cambiato lato.
Nemmeno un solo, micragnoso numero, si è degnato di gratificarci. Niente di niente.
Quando ci siamo incolonnate per uscire, mi sentivo inquieta, non ero soddisfatta. Ho preso Qwerty per una spalla, che aveva già messo un piede sulla soglia:
“Solo un altro biglietto, l’ultimo”.
“Ok”.
Il gioco consisteva in questo: trovare, sotto la superficie argentata, due cifre uguali tra loro. “In caso di vittoria, si avrà diritto alla somma corrispondente”.
Abbiamo raschiato in fretta, senza altre cerimonie.
100.00… 50,0… 500.00… 500,00… 40,… 200,00
“Oh”.
Erano numeri grattati in fretta, e se ne stavano lì davanti ai nostri nasi come se niente fosse. Come se non ci fossero tra loro, in bella mostra, due cinquecento tondi uno affiancato all’altro.
“Non dire nulla, aspetta.”
“Ok, guardiamo meglio”.
Ho cinquecentomila euro per le mani. No, la metà. Sono solo due e cinquanta. Intanto che Qwerty ricontrollava, ho cancellato tutti i propositi virtuosi, che avevo espressi in vista del giro di boa dell’ultimo dell’anno.
Non posso trattenermi dal fantasticare.
Nel tempo di un alzata di sopracciglia, attraverso sogni iperbolici, viziati dall’accumulo di ambizioni frustrate. Cavalco ippogrifi, edifico sulle nuvole città ideali, e, già che ci sono, mi riprometto di centuplicare in qualche modo la cifra, e avviare un piano di ristrutturazione del pianeta intero. Sì, sì. Che i soldi, quando ci sono, è meglio utilizzarli.
“Mi passi la monetina, scusa?”, mi chiede Qwerty, svegliandomi con una gomitata.
Il tabaccaio ora ci osserva inquieto. Così gli altri avventori del negozio. Non vola una mosca, mi pare che alle nostre spalle siano comparse metaforiche balle rotolanti, inseguite dal vento della prateria. Lontane, eteree, all’orizzonte – che in questo modesto negozietto fisserei più o meno tra la vetrina delle sigarette e il deposito di scatoloni sulle mensole in alto, dietro il bancone dove sta la cassa.
“Questi sono due zeri, e qui…”
“Qui no…”
“Ce ne sono tre”.
“E qua, prima di cinquecento, questa è una virgola”.
“Invece questo è un punto”.
Ecco perché sembravano più invariantivi degli altri, quei numeri bugiardi. Fine del cardiopalma.
Non tireremo di nuovo fuori il portafogli, almeno per oggi, ma promettiamo ad alta voce a Shining che torneremo presto: abbiamo provato il brivido della vittoria.
Adesso è urgente stracciare e far sparire i nuovi propositi, quelli di un attimo fa, e tornare a volare basso.
Per cominciare, farò attenzione all’economia: inizio escogitando un’unica promessa facile, sola ma almeno buona: mi impegnerò per la felicità, la mia e quella degli altri. Questo proverò a fare. Mi pare di poterlo mantenere, come impegno. Mi verrà facile.
Anzi, mi accorgo di avere già iniziato.
Mentre torniamo in strada, infatti, il tabaccaio ci saluta morbido, per una volta schiude un po’ di più la bocca. Gli vedo balenare un luccichìo tra i denti, disposti a falce, come una mezzaluna d’oro.

Settimana d’autore – Buoni propositi 2016 su Cartaresistente
Testo e collage di 
Francesca Perinelli

 

Rinnovare il guardaroba

7 maggio 2015

Nel weekend appena trascorso abbiamo rinnovato il formicaio: riaperto tutti i buchi, portato al sole i tappeti, fatta entrare un po’ d’aria nuova, ripulita la dispensa.

Sabato, com’era prevedibile, c’era un gran traffico sulle strade. Ma si stava bene. La maggior parte di noi si è spinta fino al centro commerciale, ci siamo incolonnati in fila per dieci, fermandoci a chiacchierare, ai crocevia concordati, con gli amici che avevano il nostro stesso programma. È stato bello metterci di nuovo in marcia, tutti e millecinquecentosettantadue (il nostro gruppo ristretto di amici più cari, facciamo ogni cosa insieme fin dall’infanzia).

Durante la pausa forzata del giorno precedente, il primo maggio, la “festa” (Uh!) dei lavoratori, siamo stati proprio a disagio, stretti e immobili là sotto, le zampe in zampa, col solo passatempo di darci l’uno con l’altro sugli elmetti le forti capocciate utili allo stordimento, cosa di cui avremmo, francamente, fatto a meno. Ma questi erano gli ordini. E poi, lassù, con voi, non si poteva stare. Troppa confusione. Molti di noi soffrono pure di favismo. Una questione di salute pubblica, così ce l’hanno spacciata.

Il due di maggio, quel giorno sì, davvero è festa grande. Suona la sveglia e siamo già in strada all’alba, per battere sul tempo le scope e i macchinari, riempiendoci le tasche del ben di Dio che voi tanto disprezzate. Arrivate a chiamarlo perfino “spazzatura”. Si va avanti finché si trovano buchi per stipare il cibo, poi, stanchi e molto felici, ci rintaniamo negli ambienti della colonia; mangiamo, ci ubriachiamo e balliamo, fino a cadere esausti uno sull’altro. Nel pomeriggio, in genere, si  va in uscita libera e, sabato scorso, complice un tempo senza paragoni nell’arco degli ultimi tre o quattro due di maggio trascorsi, ci siamo organizzati per lo shopping. Per noi formiche il guaio sono le taglie. Non perché siamo piccoli, ormai si vende di tutto, ma perché, essendo in tanti, i numeri più comuni vanno a ruba e rischi di ritrovarti in quattro a condividere un paio di mutande, o a camminare in tre in un solo paio di sandali, con grave danno alla regolarità di marcia della fila.

Per questo, simulando noncuranza, chi prima si è risvegliato dal sonno alcolico del grande baccanale, si è messo subito in cammino. Mai meno di due o trecento a volta, in ogni caso: i più esigenti, quanto a look, del formicaio. Idoli delle teenagers, sarebbero stati anche stavolta i più eleganti della stagione entrante, pace a loro.

Se non l’avessi saputo, c’è stata una falcidie.

Noi eravamo tra quelli che seguivano. Quelli che si accontentano dello scampolo in saldo di due o tre anni prima. Gente senza pretese, lo ammetto, un po’ frustrata, ma forte dell’idea che chi sa aspettare, gode. Primi della seconda truppa in esodo dal formicaio, stavamo fermi al bordo, osservavamo. Ci davamo di gomito, scommettevamo su una madre e un figlio dei vostri, che andavano su e giù per la strada.

– La vedi, la cretina?

– Eh, che non la vedo? Ha preso il bipattino al figlio.

– Ma se lei peserà il doppio, almeno. E come si sbilancia all’indietro!

– Occhio, ragazzi. Se siamo fortunati, stavolta nei negozi troviamo ancora qualche cosa.

– Ecco, ecco… Guardate!

Sabato scorso ho subito una brutta caduta. Sono salita sul bipattino del mio bambino, mi spronava ad accelerare, e non è mica facile. Si tratta di aprire e chiudere le gambe muovendo i pattinoni a forbice coi piedi, e lo facevo, ma andavo piano piano. Come se la rideva, il piccolo. Diceva di fare come lui: portare tutto il carico in fondo, sporgendomi all’indietro col sedere. Così ho fatto. A un tratto ho visto il cielo e, insieme, il peso si è spostato. Coi piedi, leggerissimi, pareva di volare, senonché  il corpo, tutto, è stato come preso dai vestiti e tirato per la schiena, che ha fatto “croc”, proprio sull’osso sacro. Con la testa ho atterrato il bimbo: gli avevo fatto male e se ne lamentava. Gli ho ripetuto più volte di andare a chiedere aiuto, finché non mi ha ascoltata, smettendo di lagnarsi.

Ero piombata su un mucchio di formiche in transito, me n’ero accorta perché mi stavano invadendo, pizzicandomi. Penso di essere diventata tutta nera, più o meno per un paio di minuti. Mi hanno esplorata, ho avuto la strana impressione che studiassero il mio abbigliamento.

Le nuvole erano bianche, il cielo azzurro. Quando lo guardo mai, il cielo? Il tempo di formulare questo pensiero ed ero tornata linda.

Al Pronto Soccorso hanno scoperto che non si è rotto niente. Ma, che dolore, non riesco a star seduta…

A parte questo, sto bene. Soltanto che, da quel giorno, mi sembra di sentire nelle orecchie una vocina che dichiara di essersi persa, e di sentirsi tanto sola. Inoltre, all’improvviso, fa: “Se solo mi portassi a fare shopping!”

Credo che sia la mia coscienza risvegliata. È troppo tempo che sto come distesa, guardando verso il cielo senza nemmeno vederlo.

Intanto, devo essere andata fuori moda.

 

il crudo e succoso inganno delle parole

24 marzo 2015
A proposito di bufale

Le hanno indicato il capannone dove si realizzano i formaggi, preso a spiegare il processo produttivo, l’uso del caglio. Tentato di entrare nei dettagli.

La scolara, obbligata alla sosta per lo shopping gastronomico degli accompagnatori dopo la gita a Paestum, duella con due coetanei (maschio e femmina) incontrati sul posto ma, sommersa dalla sufficienza, finisce con l’esasperarsi. Cerca supporto attorno. Gli adulti sono distanti, parlano tra loro vicino al pullman parcheggiato. Il cielo pure è lontano, grigio e indifferente.

Dietro le porte chiuse di quel fabbricato, sotto quel tetto spiovente, deve esserci tutto un movimento di operai e di impastatrici, sì, ma di materia per creare e unire insieme mattoni, cemento, tegole. Questo pensa, e affonda:

–  In un caseificio si fabbricano case, non mozzarelle!

I due si scambiano un’occhiata silenziosa.

Non sembrano appartenere alla sua stessa razza. Non sembrano neanche bambini: così seri, così tanto precisi. Gli indigeni vagano scalzi per l’aia, non sono che due selvaggi presuntuosi. Pensano di giocarla con quella parola.

– Scemi, non sapete l’italiano? Io sì. CASE-ificio, viene da “casa”, è ovvio! Voi non siete di CASE-rta, che è PIENA di case? E dove credete che le fabbrichino?

I ragazzini scoppiano in una risata, lei sta per scoppiare dalla rabbia, ma il ritorno degli adulti li interrompe e, sotto i loro occhi, si scambiano saluti svelti in mezzo ai denti.

Poco più tardi, sballottato dal pullman, il contenuto dei sacchetti, immerso dentro un liquido lattiginoso, palesa, in tutta la  sua promessa di sapore, il crudo e succoso inganno delle parole.

 

Tutto ciò per dire che  Wolf Bukowsky – La danza delle mozzarelle, Slow food Eataly, Coop e la loro narrazione”. Edizioni Alegre  esce domani, 25 marzo.

La (s)consapevolezza dell’essere

24 febbraio 2015

 

  • I. La consapevolezza e l’incoscienza

Poteva pedalare anche all’indietro, la bici azzurra. O era un falso ricordo? All’indietro, la bici di suo figlio fatica a muoversi, il piccolo grugnisce di uno sforzo non simulato quando va tirata fuori dal deposito, e lei gli deve imporre di scansarsi, di lasciarle fare. Lui borbotta, lei solleva il peso e la gira in verso contrario. È una bici blu. Mentre la sua, quella era stata azzurra, proprio celeste chiara, con la corona spessa, le pareva. Ma forse ricordava male. Indietro, andava una meraviglia. Forse. Fatto sta che ci si pedalava forte.

  • II. Il sogno e la realtà

Se si stratifica il tempo, come le mani di vernice sopra una vecchia bici, tra strato e strato a volte restano intrappolate bolle d’aria. Gratti la superficie, anche senza volerlo, e trovi ad aspettarti un vecchio colore. Resti sorpresa. Ti torna in mente tutto, o quasi. Quello che è stato davvero, e quello che hai aggiunto tu (non puoi negarlo: certi sogni si sono solidificati e tu li credi realtà, o fai finta di crederlo. Sono davvero tante le volte che ti sei escoriata le gambe, cadendo malamente dalla bici? Tante in diversi anni, o in una sola stagione? In un solo mese? In una manciata di ore?).

  • III. I fatti fraintesi

Insieme, vediamo il verde, perché tu metti il giallo, e io il blu; così il rosa, l’arancione, quasi ogni colore; con l’eccezione di quando tutto è rosso: è rosso per entrambi. E, se vediamo nero, allora è dura. Capire cosa ognuno di noi per primo vuole. Diciamo di dialogare. Se io parlo di carne e tu di pesce, e ci intendiamo benissimo, quindi hanno lo stesso sapore? Ci sembra di correre affiatati, ma a poco a poco i rami degli alberi ti si richiudono dietro la schiena, mi si annebbia la vista, rallento, convinta che non ti riprenderò. Dietro una curva, eccomi sbatterti contro. Stavi tornando da me.

  • IV. Il sogno e la realtà

La vita nelle bolle è effimera. L’inutile vetro argentato smette di riflettere, le bolle scoppiano. Scoppiano ad una ad una, ti liberano nell’aria in un momento e tu torni alla veglia. La pasta è cotta, condiscila col sugo e porta in tavola. A lui lasciala in bianco, con burro e parmigiano.

  • V. La consapevolezza e l’incoscienza

Suo figlio l’apprezza, specie quando in salita la bici blu arranca, e lui grida: “Vieni da me, non riesco a usare il cambio!” La bici grande tonfa nell’erba alta, lei sbuffa, ritorna indietro a piedi e lo raggiunge. Prende il sellino con la mano sinistra, lui ci è seduto sopra, si mette in posizione di partenza. Prende il manubrio al centro, ai lati ci sono le mani del piccolo, che freme e ride insieme, e grida ancora: “Dai, brava, così, sto pedalando, ora lasciami andare!” Lo vede allontanarsi, sa che non ha nessuna intenzione di fermarsi. L’afferra un groppo di malinconia. Risale in sella e lo segue. Le arriva la sua voce, lo sente dire: “Grazie!”

  • VI. La Grande rappresentazione

La madre non ha tempo, non si specchia più nel vetro liscio (che si impolvera) dal retro argentato (che con il tempo si ossida e forma macchioline ai bordi come bolle, brucate nottetempo da invisibili insetti). Dritto e rovescio, facce opposte della medesima faccenda casalinga che non la riguarda: la curiosità è bambina e lei, no, non lo è più. Infatti è il figlio quello che riapre il caso.

– Secondo te le cose che sono riflesse nello specchio sono uguali alle cose vere?

– Credo di sì. Direi proprio di sì.

– Io invece pensavo di essere diverso.

– No, sei abbastanza uguale.

– Uhm. – Fa seguire una serie di affacci al bordo della specchiera, giravolte, arretramenti.

– Ma proprio tutto-tutto è uguale a quello che sta davanti allo specchio?

– Perché ti fai tante domande complicate?

– Cerco solo di scoprire le cose che tutti devono sapere al mondo.

– Un’indagine scientifica… Ma devi condurla con metodo, qual è il tuo metodo per stabilire se è vero ciò che pensi?

– È semplice, controllo che le cose che sono davanti allo specchio siano uguali a quelle che sono riflesse.

– Non fa una grinza. – Si costringe a darsi appena un’occhiatina.

– Anche io sono uguale al mio riflesso nello specchio?

Lui osserva le due mamme, rimugina, e delibera:

– Uguale uguale.

– Ah. Ne sei proprio sicuro?

– Aspetta un po’, fatti guardare bene… Lo sai che sei bellissima?

Ora, o è bugiardo lui o lo è lo specchio.

  • VII. Deliri d’onnipotenza

– Ci pensi se tu eri quella che consegna le statuette ai film più belli?

– Uh, sì, indosserei un magnifico vestito, tutto lungo qui e con una scollatura così, e i capelli li…

– Pensa che fortuna! Io ti direi qual è il film più bello che ho visto e tu decideresti di dare a quello la statuetta.

– Sai, funziona proprio così la consegna degli Oscar. A proposito, com’era il film che hai visto oggi al cinema?

– Bellissimo. Il film più bello del mondo… Come mi piacerebbe se tu gli consegnassi la statuetta.

 

Dal fondo _ 31

31 gennaio 2015

 

Quando sei vicina alla morte, vedi la tua vita girarti attorno. Mantieni gli occhi aperti, pregando che non si allontani in un istante. Ma viene un momento in cui la vita ti spaventa, ed è proprio quando stai per riprenderne il controllo.

 

Il ritrovamento del corpo di Mauro.

La sua poesia.

La nuvola di fumo che accerchia solo me, e ancora mi brucia gli occhi, perdendosi a spirale verso l’alto.

Solo toccando il fondo puoi ritrovare il senno. Dal fondo puoi vedere il cielo sopra l’abisso. Il volo libero dei cormorani, la luce delle infinite stelle, tante quanti i baci che ancora puoi ricevere e donare.

 

Cercai più volte di tornare in mare, ma mi fermarono in tempo. Fui portata via dall’isola.

Lontano da lì cercai di ritrovare il senno.

Giurai di non tornare mai più.

 

Arpège

 

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Dal fondo _ 30

30 gennaio 2015

 

Sono in mare, cercando mio marito. Mi sfilo il salvagente che mi ingombra e finisco subito sott’acqua.

Qua sotto tutto è molto scuro. Costa troppa fatica opporsi alla discesa, più facile farsi portare in basso dal peso dei vestiti.

Il fondo che raggiungo è tanto vischioso al tatto, non trovo nessun appiglio, ed eccomi assalita dal terrore di non risalire più.

Apro la bocca per gridare, mi si riempie d’acqua. È il bacio di una sirena. La vedo, ma non dovrebbe esistere. Tento di allontanarla, afferro i suoi capelli, lei mi guarda dal fondo di due orbite vuote.

Ora la riconosco, non è altro che un fantasma.

So di essere intrappolata in un sogno, ma io grido lo stesso. La mia voce si perde negli abissi.

Riapro gli occhi sul ponte, racconteranno in seguito di avermi ripescata viva per un soffio.

Riapro gli occhi sul pavimento di casa, l’eco delle mie grida è reale.

 (continua)

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Dal fondo _ 29

29 gennaio 2015

 

Stavolta faccio ciò che mi hanno chiesto. Simona si decide a risalire sopra coperta e vede Mauro lavorare sul motore. Fa per raggiungerlo ma un’onda inclina la barca e lei scivola in mare. Chiamo il suo nome e scatto verso di lei, lasciando il timone girare a vuoto.

La barca va da sola, mi sporgo e cerco di afferrare la mano tesa verso lo scafo.

Mio fratello scandisce parole che non sento. La vediamo: emerge e viene inghiottita dai flutti. Accorre Mauro, che si butta in mare, seguito da mio fratello, che prima, però, lancia verso di lei un salvagente.

Intorno a noi è l’inferno. Lino aiuta Simona a risalire, si issa su anche lui.

Allora capisco.

Salviamo lei.

Abbiamo salvato solo lei.

 (continua)

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Dal fondo _ 28

28 gennaio 2015

 

Grido forte nella pioggia battente. Mauro accorre, sono risalita da sola. Il motore è fermo, mi impartisce delle istruzioni, io non le ascolto.

Comprendimi. Troppo lunga è durata questa attesa. Perdonami se ora non ascolto ciò che dici. Troppo dura è stata la mia pena.

– Mauro, io ti amo!

Non ottengo alcuna risposta, ma solo uno sguardo duro e tagliente. Stringe le labbra, ma le riapre subito:

– Fai come ti ho detto!

La sua voce mi scuote dal torpore (stupida, sono soltanto una stupida egoista) e mi ritrovo accanto Lino, che mi mette qualcosa tra le braccia:

– Infila il giubbotto e prendi subito il timone!

 (continua)

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Dal fondo _ 27

27 gennaio 2015

 

Gli uomini stanno risalendo.

– Cerchiamo di manovrare per metterci al riparo. Giù non lasciate in giro nulla che possa cadere.

Ma io e Simona veniamo già colpite da ogni tipo di oggetto presente in cabina ed è sempre più difficile fare qualsiasi cosa.

Appena restiamo sole, contrattacca:

– Perché mi hai detto quella cosa l’altra notte? Voglio saperlo.

Potrei risponderle che vorrei ucciderla. O salvarla. O tutte e due le cose. Che vorrei che sparisse per sempre, portando con sé il fantasma di Marta. Potrei risponderle di amare liberamente mio marito: lui può amare soltanto una donna come lei. Potrei, ma non rispondo, invece le do l’ordine secco di uscire fuori da qui.

 (continua)

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