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Premio letterario “Qulture ti pubblica” @ Una ghirlanda di libri

29 marzo 2020

[fb: @premioqulturetipubblica]

Le pagine di un blog personale sono forse, in rete, la cosa più simile a un consiglio bisbigliato all’orecchio da un amico. I consigli si possono seguire o meno, a seconda di molti fattori ma, soprattutto, dell’affinità con chi ce li propone. So che ci siete, so che leggete, anche quando non commentate. E so anche che molti di voi sono appassionati di vita, di libri e di scrittura, come me.

Per questo mi sento di darvi un consiglio da amica. Seguitemi.

l’Associazione Qulture(1) e Una ghirlanda di libri(2) propongono il Premio letterario Qulture ti pubblica @ Una ghirlanda di libri riservato a poesie, narrativa breve e romanzi inediti a tema libero.

Il premio letterario si articola in tre Sezioni:

A) POESIA (è possibile inviare fino a tre poesie)

B) NARRATIVA BREVE (massimo 15.000 caratteri, spazi inclusi)

C) ROMANZO / RACCOLTA DI RACCONTI (senza limiti di lunghezza)

Gli elaborati devono essere inviati entro e non oltre il 1° GIUGNO 2020 e saranno sottoposti al giudizio insindacabile della giuria.

I migliori elaborati di ogni Sezione saranno pubblicati da Felici Editore a cura dell’Associazione Qulture senza nessun costo per gli autori. È prevista inoltre l’assegnazione del Premio della Giuria e il Premio Ghirlanda’s choice.

Le premiazioni si svolgeranno sabato 26 settembre 2020 a Cinisello Balsamo (MI) in occasione della manifestazione Una ghirlanda di libri, nella cornice di Villa Casati Stampa di Soncino (3).

Il bando e la domanda di partecipazione si trovano QUI.

INFORMAZIONI: Per qualunque richiesta di chiarimento o informazioni, contattare la Segreteria del premio all’indirizzo Qulturetipubblica@gmail.com o telefonare al numero 347 3664276.

Tutti gli aggiornamenti saranno inseriti sul sito www.associazionequlture.it, sul sito www.unaghirlandadilibri.com e sulla pagina Facebook; è possibile inoltre inviare messaggi tramite Messenger.

§§§

1) L’Associazione culturale Qulture è nata per volontà di un gruppo di appassionati di libri e di cultura, tra cui alcuni cari amici, che mi hanno tirata dentro da circa un anno 🙂 .

Qulture ha intrapreso la pubblicazione di inediti di valore attraverso un’innovativa formula di partenariato con altre realtà editoriali. Una scommessa vinta, visto il successo della primissima uscita: Dodici in caso di stress, libro scritto da Nathalie Guetta e pubblicato ai primi del 2020.

[Un consiglio nel consiglio: è una storia che prende alla pancia e alla testa, bollicine per animi ironici, passionali e lateralmente surrealisti. Mai come ora sono convinta che valga sempre la pena curare le risorse di resilienza contenute nella capacità di stupirsi e di sognare, e questo libro fa allo scopo]

Il programma delle pubblicazioni è stato recentemente aggiornato, alla luce delle difficoltà dovute all’emergenza sanitaria mondiale, il cui exploit in Italia è coinciso (che fortuna!) con l’avvio delle nostre attività e, dunque, ci sarà da aspettare perché i prossimi titoli vadano alle stampe. Ma alcuni testi curati da Qulture sono disponibili sotto forma di ebook in vendita su Amazon:

Père Lachaise, un disegno cinque franchi, di Graziano Busonero.

A proposito di donne, di Chiarella Lagomarsini.

2) Una ghirlanda di libri è la Fiera dell’Editoria Indipendente che si terrà il 26 e 27 settembre 2020 a Cinisello Balsamo.

3) Villa Casati Stampa di Soncino rappresenta l’edificio più monumentale dell’antico abitato di Balsamo. Costruita fra 1590 e il 1608 per conto di Luca Casnedi, dal 1967 è stata donata, dal marchese Camillo II Casati Stampa di Soncino, alla Società San Paolo che ne detiene tutt’ora la proprietà. La villa fa parte dei Beni Culturali della Regione Lombardia (fonte: Una ghirlanda di libri).

 

Quarantina0zero2due – Sirena

23 marzo 2020

@projectmermaids

Appena vide Renata sulla soglia fece quattro o cinque passi svelti verso di lei, urtando più di un passante, e si affrettò a prenderle le mani tra le sue.

I capelli le si erano incollati al volto e i suoi vestiti erano zuppi per il temporale che assediava la piccola stazione facendone rombare le vetrate. Attorno alle sue scarpe e alla valigia si era già formata una piccola pozzanghera e, nel vederla così, con gli occhi vuoti, la carnagione esangue e sul punto di disciogliersi sul pavimento anche lei con tutto il resto, Nicola ebbe la visione di una sirena capitata per errore sulla terraferma. Invece era Renata. Che tornava dalla Danimarca.

Teneva le minuscole mani infreddolite tra le sue e, nel riceverne il sorriso e, con quello, il primo accendersi di una fiammella calda nello sguardo, riuscì a sovrapporle l’immagine della ragazza abbronzata e sicura, in posa assieme a lui davanti al grande specchio dove avevano appena interrotto l’amore per immortalare, con allegria e un senso di lontana irrequietezza, la giustezza di quei giorni, gli ultimi, i più intensi, prima della separazione di tanti mesi prima. L’immagine che aveva prevalso su tutte quelle scambiate durante la lontananza, l’ultima in cui erano stati insieme.

Adesso potevano esserlo di nuovo. Avevano nelle tasche intere odissee da raccontarsi, incastri magici da ritrovare, odori familiari da ravvivare, e nuovi capelli bianchi da contare. Teneva le sue mani tra le proprie e accoglieva come miracoli, dagli occhi ormai tornati vivi e accesi, le strette e lunghe pieghe della pelle, che si formavano guizzando sopra gli zigomi in direzione delle tempie.

Renata prese fiato in un sussulto, ebbe come un istante di smarrimento e girò il volto. Nicola si curvò su di lei, sollecito, per seguirne la nuova inclinazione. Renata sussultò ancora e, con una decisa rotazione della testa, tornò faccia a faccia con Nicola investendolo con uno starnuto. Lui d’istinto scattò all’indietro ma subito si fece addosso a lei, la avvolse in tutta la sua fragilità di pioggia e di raffreddore, si fece contagiare dallo scoppio di risa della ragazza e impastò il proprio viso con il suo, scivolando tra gocce di natura indistinta, ne riconobbe l’alito e vi aggiunse il suo, leccandola e baciandola e lasciandosi leccare e baciare a sua volta, finché non sentirono entrambi un ronzio nelle orecchie che li convinse a staccarsi.

– Non avresti mai potuto fare questo.

– Cosa?

– Starnutirmi in faccia.

– Neanche tu.

– No, io neanche.

– Non avresti potuto leccarmi e baciarmi così.

– Come due estranei.

– Davanti a tutta questa gente, poi.

Si strinsero alcuni istanti per poi tornare a tenersi le mani.

– Nicola, mi è venuta una voglia – aggiunse Renata, e Nicola in un momento era già nudo con lei tra le lenzuola e ne poteva contare a una a una le ciocche dei capelli aggrovigliati e umidi sparsi sul cuscino, ne stringeva i seni tra i denti e i fianchi tra le mani, e la sentiva muoversi e affannarsi attorno e sotto di lui, e la incalzava e la incalzava e la incalzava sempre più forte, sempre più intensamente, mentre lo specchio restituiva le evoluzioni dei corpi nella perfezione di quell’esecuzione.

Dominandosi a fatica recuperò la lucidità necessaria per domandarle in un orecchio: – Quale voglia?

Renata, eccitata come una bambina, rispose col sussurro più languido che fosse mai uscito dalle sue labbra: – Scattiamoci una fotografia.

Quarantina0zero1uno – Forse le formiche

20 marzo 2020

Time pieces – Allan Kaprow

– Mi dispiace se ti siedi qui?

La ragazza represse male un sorriso.

– No. Non ti dispiace.

Lui, che non aveva distolto lo sguardo dal suo, colse il segnale di via e sorrise a mezza bocca a sua volta.

Sedettero all’unisono, con lo stesso movimento affettato che li fece leggermente rimbalzare sulla panchina in legno. Qualche frammento di vernice scrostata scese piroettando sopra l’erba ma nessuno dei due se ne accorse. Forse le formiche.

Lo attraversò il dubbio che tutto stesse accadendo esattamente come lo aveva immaginato, o che il fatto di ritrovarsi nel parco seduto accanto alla ragazza avesse prodotto a ritroso il falso ricordo di un immenso desiderio. Scelse di non saperlo.

Intanto il sole sfioccava rado attraverso il fogliame che li circondava. Intanto uno stormo di anatre si levava dal canneto starnazzando. Intanto, attorno a loro, solo il cane Molly si muoveva sregolato, tartufo sul terreno e coda sventolante. Reiventava il vecchio gioco di una preda da cacciare.

– Così tu vieni qui?

– Qui?

– Nel parco. A passeggiare.

– A volte. È un caso che tu mi abbia incontrata, sarei passata per la strada, come al solito. Ma oggi, – disse alzando e socchiudendo gli occhi, come per osservare meglio qualche dettaglio del cielo -, oggi mi sono detta: Beh, che male c’è ad allungare un po’? Con una giornata così.

– Una giornata così merita – fece lui, dondolando la testa in avanti.

– Merita, sì.

La ragazza si morse il labbro inferiore.

– Lo lasci sempre libero?

– Libera, è una femmina. Ed è molto educata.

Ma il cane era già lontano dai loro pensieri, così il perché stessero entrambi lì, impegnati a cercare parole, mentre si erano trovati proprio perché di parole ne avevano avuto abbastanza.

– Credo che farò domanda per un semestre all’estero. – disse improvvisamente lui.

– Oh. – Fu la risposta della ragazza.

Guardavano lontano, guardavano le punte delle loro scarpe. Guardavano le onde prodotte dal mare di fili d’erba che li attorniava. Lui si voltò e scoprì com’era fatto il suo profilo.

La ragazza aveva un orecchio roseo, e una tonalità calda di rosso si era diffusa sottopelle, tra il collo e la fronte. A lui sembrò che la sua bocca fosse sul punto di parlare. Invece si dischiuse appena e restò così, sospesa tra il respiro e l’assaggio.

Mosse con cautela il braccio e le accarezzò una guancia. La ragazza non seppe reagire in altro modo che assecondando il movimento imposto dalla mano, e arrivò a guardarlo dritto negli occhi.

– Non ci saremmo potuti avvicinare tanto.

– No. – Rispose lui, avvicinandosi ancora.

– Non avremmo potuto fare questo.

Nel dirlo, eliminò ogni distanza tra le sue labbra e quelle del ragazzo. Lui spostò il palmo dietro la nuca di lei e la spinse di più a sé.

Non molto lontano, un tagliaerba iniziò a rombare allo stesso ritmo delle pulsazioni di quei due.

Quel giorno fecero conoscenza anche le estremità dei loro nasi, sfregandosi, e sfregando ogni sporgenza e ansa dei loro volti; e le loro lingue, affondando e scavando nell’intimità reciproca; e le loro mani intrecciate; e quindi le mani con i fianchi; e quindi i fianchi tra di loro; finché arrivarono a emozionarsi, tremanti e molli, scoprendosi tanto a contatto, anche le loro gambe nervose.

Si affrettarono a cadere nell’erba alta, incuranti della lenta avanzata dei giardinieri e di quella impetuosa del cane Molly, venuto a depositare, accanto al loro respirare accelerato e fondo, una coda di lucertola.

 

The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Il Grigio, lato in basso del quadrato

24 ottobre 2019

di CRT2

Non so perché ma da sempre sono convinto che non si dovrebbero aprire le scatole mentali dei ricordi per estrarne qualcosa a piacere, per dovere, o solo per la dimostrazione di aver partecipato a degli eventi. Pena il doversi poi rendere conto che, tra adesso che ricordi a quando i fatti si sono svolti, di tempo ne è passato molto e questo tempo non ritorna. Ma farei un’eccezione per quelle vicende, vissute, che sono state formative e tornano spesso al centro dei tuoi pensieri.

Quello che noi all’epoca chiamavamo il “Grigio” altro non era che un Prof. di “Disegno dal vero”, chiamata così una favolosa e mitica materia inserita nelle discipline delle Scuole Statali d’Arte che, prima dell’unificazione nazionale degli Istituti a direzione artistica, erano categoricamente e assolutamente da non confondere con i Licei d’Arte. Anzi, la rivalità tra chi frequentava allora le due diverse Istituzioni era così forte e accesa da diventare disputa intellettuale – medioevale, appena i due schieramenti si fossero incontrati per discutere la loro primaria formazione con santa, artistica e citazionevole ragione.

Il Grigio per noi della sezione B, era invece il “Quadrato” per la Sez. A e ambedue gli appellativi all’uomo calzano a perfezione quasi spudorata in questo progetto.

Il Grigio era effettivamente sempre vestito di grigio con poche e vaghe declinazioni sul verde, ocra, blu scuro, toni sempre influenzati dal grigio, sempre incravattato e sempre con barba folta e ben curata (grigia ovviamente) e il tutto a pensarci ora poteva essere tridimensionale e spigoloso, tanto il tutto era “in piega”.

Per chi non lo sapesse, nelle ore di Disegno dal vero all’interno di Scuole d’Arte con scarse possibilità economiche, tu eri difronte a vetuste bacheche con dentro di tutto: dalla testa aurea in gesso dell’Apollo greco (caduta dal piedistallo); al fagiano imbalsamato (dalle piume sbiadite); alla conchiglia dell’Oceano indiano in equilibrio su un pezzo di marmitta lucida di una moto, a un contrasto tra still life del metallo e la matericità della madreperla da far emergere sul foglio. Insomma, a parte qualche calco del Canova a misura intera e tolta una statua di donna senza testa ma con un gran culo velato, niente modelle/modelli in carne e ossa nudi difronte a te, e niente che noi studenti non si conoscesse già a memoria come forma e dimensione, anche se non mancava chi per tutto l’anno tentava di uscirne vivo riproducendo per l’ennesima e scontata volta un teschio di bue, posizionandosi su varie e sfumate angolazioni fronte/lato bacheca nei 4 punti cardinali, fino all’ossessione.

Il Grigio Quadrato aveva sempre un sorriso ebete sul volto e pareva ti lasciasse libero di scegliere il tuo soggetto da disegnare, per poi richiamarti all’incapacità di disegnare questo o quello che avevi scelto, facendo battute per lui divertenti ma per noi sempre grigie. Sembrava cercasse un’intesa ideologica con una generazione che fuori dalla Scuola d’Arte andava regolarmente alle manifestazioni di Piazza con l’intento di bruciare tutto, a cominciare dai più facili cassonetti dell’immondizia.

Ti spuntava alle spalle quando meno te lo aspettavi e sempre per dirti che non andava bene quello che stavi facendo: le proporzioni; la prospettiva; i toni del chiaro scuro e sempre prendeva quella sua matita blu/rossa dal taschino della giacca grigia e cominciava a dimostrartelo segnandolo sul tuo foglio che in sintesi, era il tuo quotidiano campo di battaglia dentro al suo territorio. Come, dove e perché tu stessi sbagliando a volte rimaneva un’incognita tanto era intento a segnare rosso e blu senza parlare.

Non saprei dire ora se aveva ragione oppure no, certo è che gli esempi più qualificanti per il Grigio erano opere di alunni che avevano l’onore di essere appese in aula, a futura memoria. Opere che avevano una quantità incredibile dei suoi segni bicolore e il grigio della matita dell’allievo “artista” era solo di contorno o sottofondo… da ignorare, a volte neanche si vedeva.

La vita del Grigio Quadrato era per noi straordinaria solo per una cosa, sua Moglie, anche lei insegnante nella stessa Scuola d’Arte ma in altra materia allora chiamata intellettualmente “Plastica”, poi trasformatasi con la modernità in “Design”.

Questa donna per noi era Dio al femminile, forse era Dio stesso che con un perfetto trucco trasformista ci incantava tutti i santi giorni con tutta la sua grazia, altezza, vistosità, forme esatte, alchemicamente esatte, e mostrate con quel tanto di nonchalance che ti “buttava via la testa”, ti faceva girare gli ormoni a mille e te la faceva sognare sempre, sia a occhi chiusi che aperti. Mentre andava per i corridoi a schiena dritta, un sorriso coinvolgente e un profumo che facevi fatica a dimenticare, tu sapevi che pur avendo un’esatta presenza si sé, questa donna non te la faceva mai pesare, sembrava essere sempre interessata a te, a chi eri, a cosa pensavi, a cosa avresti voluto essere o fare. Insomma ti dava importanza e a certe età questa qualità ti diventa Dio dentro anche se non vuoi.

Il mistero, perché era un vero mistero che poi era la domanda, la grande domanda… sempre la stessa: perché Lei che era Dio aveva scelto un Grigio Quadrato che si esprimeva a segni rossi e blu e battute che dire fredde era dire tanto?

Poi tra noi c’era Michele G., uno di quelli che dovresti spiegare, ma che qui di lui diremo solo una cosa, forse due: era uno che aveva dato un soprannome “slang” a tutti noi il primo giorno che ci aveva conosciuti; uno che nonostante le ore di Disegno dal vero e di Plastica, continuava a dire – “un giorno farò il Giornalista”… riuscendoci.

Michele G. stava sui coglioni al Grigio al punto da essere sempre nei suoi pensieri e se poteva lo avrebbe, anche senza ragione, messo in difficoltà difronte a tutti, lo avrebbe apostrofato con una delle sue fredde e quadrate battute, lo avrebbe annientato dimostrandone l’incapacità di copiare qualunque cosa posta all’interno delle bacheche. Ma non poteva, o meglio non sempre e quindi lo aveva fatto diventare il suo bersaglio quotidiano da non perdere mai di vista.

Per essere divertente, dopo le vacanze di Natale di un terzo anno X, al rientro in classe nella prima ora di Disegno dal vero dove il Grigio ci aspettava sulla porta con sorriso ebete e pronto alla battuta, a Michele G. che entrò in classe più pensieroso del solito e senza salutare, il Quadrato chiese: “Caro il nostro Michele, ma cosa ti ha portato in regalo quest’anno Babbo Natale?” Aspettando poi una risposta su cui architettare una freddura mortale.

Michele, con la spontaneità della nostra età, ma anche con il coraggio e l’incoscienza che ci accompagnava ad ogni passo in quell’epoca, ma anche con aria trasognata ricordando fatti che solo lui poteva aver vissuto quell’anno nel periodo di Babbo Natale, ma anche con sguardo fisso, senza cattiveria difronte al Grigio e un sorriso sincero, libero e santo, disse con emozione: “Tua Moglie”!

I 7 re di Roma – Tarquinio il Superbo (su Tratto d’unione)

20 dicembre 2018

La plebe teneva gli occhi fissi sulle tavolette luminose, che a loro volta rimandavano l’immagine lontana di tre uomini e una donna stagliati in alto, le sagome disegnate da coni di luce roteanti in un monotono rimbombo circolare. Sembravano tutti attendere qualcosa.

Gli unici a guardare direttamente la scena, con l’ambizione frustrata di volersi proiettare nel suo interno, erano Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio e Anco Marzio, sempre coperti di stracci, sempre rabbiosi, sempre più consapevoli di quanto fosse ormai disperata la situazione.

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“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

I 7 re di Roma – Servio Tullio (su Tratto d’unione)

13 dicembre 2018

La Rupe Tarpea è difficile da risalire, anche se sei stato un re che, di scalate, specie di quelle al trono, se ne intende; lo è ancor più se accanto a te si issa verso l’alto il fratellastro che ti ha odiato fino a condurti a morte.

Sali scalando massi facili a sgretolarsi, coperti da vegetazione scivolosa, spostando al buio la mano dietro la mano e poi le punte dei piedi. Sbatti col grugno sopra blocchi sporgenti, assaggi tuo malgrado il granuloso sapore delle muffe, delle quali intuisci il colore marcio al di sotto del fogliame verde, né puoi fare a meno di aspirarle col naso. Sputi, tossicchi. Ammicchi e strizzi più volte gli occhi, cercando di lacrimare per pulirli. Ti auguri di trovare appigli nell’ignoto, gravato dall’incertezza di chi alla realtà del corpo deve ancora prendere bene le misure. Di chi è uscito dal Limbo come da un coma di secoli.

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“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

I 7 re di Roma – Tarquinio Prisco (su Tratto d’unione)

6 dicembre 2018

“La mia è la storia di una coppia di ferro, della vittoria di una cultura superiore sul rozzo pragmatismo dei romani, di un cambio di prospettiva, di un arricchimento morale e materiale di questa città”.

“Ma complimenti!”

Virginia e Lucumone, tramandato ai posteri come Lucio Tarquinio il Prisco, sedevano fianco a fianco nella notte illuminata dai fasci di luce degli elicotteri, con una folla ai piedi che li riprendeva e che postava le loro immagini su tutti i social network.

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“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

I 7 re di Roma – Anco Marzio (su Tratto d’unione)

29 novembre 2018

I sette re romani che, sfruttando una falla nel Limbo, erano tornati in carne e ossa a Roma, già dopo qualche ora si erano divisi. I primi quattro, dopo una ressa somigliante alla lontana alla battaglia tra Orazi e Curiazi, si erano dati alla fuga. Toccò a Numa Pompilio dare notizia a Romolo, l’ultimo disceso in terra in ordine di tempo, delle intenzioni dei tre re Tarquinii.

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“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

I 7 re di Roma – Tullo Ostilio (su Tratto d’unione)

22 novembre 2018

“Abbiamo finito con questo blabla inconcludente? Possiamo tornare a noi?”

“Ci trovi tutti d’accordo, Tullo”.

Romolo si era perfettamente mimetizzato con la fauna poliglotta accampata nei dintorni, così i suoi pari lignaggio. Sentire ancora prudere le mani in vista dell’azione. Ah… Era una sensazione senza prezzo.

“Dunque, qual è il piano?”

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“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

I 7 re di Roma – Numa Pompilio (su Tratto d’unione)

15 novembre 2018

Non riconosco più Tevere il Flavio dalle fertili anse, né più gli alti profili dei colli, e le vallate estese, sopra le quali si intrecciavano, tra cinguettii ininterrotti, le traiettorie avicole. Quando, dal Palatino, scrutavo in basso la mia operosa gente, sorgeva dal silenzio solo il battere ritmato di fabbri e maniscalchi, alla mattina le grida del macellum, le voci del mercato e il rado passaggio delle ruote dei carri sopra i lastrici.

Questa. Sarebbe. Roma?

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“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

 


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