Posts Tagged ‘Attualità’

À la guerre comme à la guerre?

25 agosto 2017

L’autobus, ieri mattina, è partito dalla Stazione Termini e ha subito deviato dal percorso: impossibile passare nei dintorni di Piazza Indipendenza, tutti a chiedersi Perché. Perché era in corso uno sgombero di migranti (…erano rifugiati), ovvòve. “E basta con queste grane da migranti, abbiamo già le nostre di cui occuparci”, avete detto tutti lanciando le vostre granate dalle bocche granulose di granita.

Un bell’arcobaleno

“Ci vorranno anni per ripulire quel palazzo”

“Ma ci rendiamo conto che hanno rifiutato un alloggio offerto dal comune in un altro quartiere?”

“D’altra parte in qualche modo bisogna riprendersela questa città”

Quanto mi piacerebbe abitare in centro, sarei a due passi dal luogo di lavoro e dormirei finalmente almeno per otto ore di fila. Io sì che avrei diritto di rifiutare una deportazione in periferia, sono pure italiana, io. Alla radio, stamattina, hanno detto che quelli che non sono andati negli alloggi proposti dal Comune, restandosene a dormire nei giardini di Piazza Indipendenza erano gli uomini, i componenti maschi di quelle famiglie, le cui donne e bambini erano stati “graziati” temporaneamente e a cui era stato concesso di trascorrere la notte nell’edificio. Non so, sono tentata di alzare il telefono e chiamare una delle organizzazioni che si occupano e monitorano sotto il profilo umanitario quelle famiglie per farmi spiegare come sono andate con precisione le cose, che dei giornalisti a volte c’è poco da fidarsi. Forse lo farò, o forse continuerò a occuparmi della mia arzigogolata vita, in cui qualche spritz ogni tanto ci sta, insieme a tante grane, come capita a ognuno. Ma, intanto, mi vergogno.

Sono l’unica con le lacrime agli occhi per questa “cosa” che si svolge sotto i finestrini dei nostri autobus?

Solo ieri ho conosciuto due realtà alternative all’alzata di spalle, alla vergogna, alle lacrime, alla passività. Ve le voglio girare, se avete tempo, guardatele davvero tutte, meglio di certa programmazione televisiva d’agosto. Chi può, ne tragga spunto. Le cose, ma soprattutto le persone possono cambiare, cazzo.

Vik Muniz, quotato artista brasiliano di origini poverissime, spinto dal proprio bisogno di equità ha superato senza imbarazzo la frontiera dell’assistenzialismo regalando a un gruppo di persone, costrette a vivere rovistando nell’immondizia, l’esperienza dell’arte come salvezza dell’essere umano. Salvezza anche economica. Guardate questo documentario, vi sfido a non commuovervi.

Vi presento la squadra dei rifugiati di Roma: un inchino a Liberi Nantes F.C., il calcio che posso guardare perfino io 😀 .

(Tre: ChangeDotOrg)

Sparire agli aggressori

28 dicembre 2016

Un passo dopo l’altro, le foglie secche mi erano testimoni, il corpo si spostava verso il centro città. Era una gran bella giornata lì, nel parco. Ora avevo le prove che il sole c’era, sebbene molto lontano dai muri del ghetto verso cui ritornavo. La massa era pesante, oggi. Mi dava un po’ fastidio. Per questo la portavo in giro in mezzo ai platani, perché perdesse qualche etto della sua consistenza per l’attrazione gravitazionale dei più forti, e mi lasciasse libera di pensare in pace. Pensare, pensare. Da dove si cominciava? Non ricordavo più.

Ero discesa dal tempio di Faustina dopo aver passeggiato attorno al galoppatoio, dove ero andata in cerca di qualche spunto, ma vedevo solo gente ferma ai bordi, o gente che correva. Nessuno a costruire niente. Era ora di pranzo. Certo. E la gente correva, oppure bivaccava. Tutti in compagnia, ma nessuno che, già che poteva, passeggiasse discutendo, non dico di filosofia ma nemmeno di calligrafia, di danza, di musica, di arte, di storia. Niente di spirituale in vista. Niente spirito. Solo materia: Bivaccavano. Oppure correvano. Niente di costruttivo, appunto.

È che mi annoio tanto facilmente.

Avevo fatto la conta dei morti illustri di quest’anno. Fatta eccezione dei parenti stretti (purtroppo abbiamo avuto un lutto importante, ma niente di cui discorrere su un blog), erano dipartiti: Bowie, Rickman, Eco, Prince, Pannella, Casaleggio, Bud Spencer, Wilder, Ciampi, Fo, Fidel Castro… L’elenco l’avevo ripreso da SIO, che non aveva previsto però che appena ieri è andata via Carrie Fisher, così come George Michael, maledizione. E mancano ancora tre giorni al ’17. Ho smesso di contare.

Il parco si era svuotato e, beh, io camminavo tanto lentamente, cercando il sole in mezzo all’ombra andata in mille pezzi a terra, che gli altri hanno finito sia le corse che i bivacchi. Mi sono ritrovata lambita dalle onde del solito fisarmonicista spaccamarroni spacciatanghista (e, forse, chi può dirlo? magari spacciatore) che affligge le mie passeggiate al parco. Mai sopportato. Ma com’è? Com’è possibile che la nostra società tolleri… Va bene, ormai eravamo in pochi. Il fisarmonicista sul viale, io, e un tizio alto e ben piazzato che camminava, noncurante come me, sulle foglie. Distava un… quaranta, trenta, venti metri, eravamo proprio in rotta di collisione.

Non oggi per favore, eh?

Oggi non volevo ritrovarmi a correre. Né a bivaccare. Subendo magari l’aggressione di un nullafacente non pensante, forse remoto ammiratore di fisarmonicisti-magari-spacciatori, eccetera. No. Non mi doveva disturbare, e basta. Io volevo, volevo… pensare. Ma, come si faceva? Se continuavano a distrarmi non lo avrei ricordato in tempo. E il tizio si era avvicinato decisamente troppo.

Si era fermato. Aveva guardato l’orologio. Si era guardato attorno.

Era fermo proprio ai bordi del sentiero aperto nel fogliame secco che stavo percorrendo e non avevo alcuna intenzione di cambiare strada per evitarlo.

Gli sono passata davanti.

– Bela giuornata, eeeh? – ha detto, ma io non gli ho risposto. Né ho velocizzato il passo.

Ho solo fatto attenzione ai suoni in modo più accurato. Un solo piede fa un bel frastuono su di un tappeto di rami e foglie secche, e l’intervallo tra due passi consecutivi produce un rumore di risulta, quello di oggetti calpestati che tentano di riprendere la forma originaria. In mezzo, a farci caso, c’è aria fresca, luci e ombre, cinguettii, ondate di fisarmonica tanguera.

Simulavo il distacco iniziale, e invece ero più attenta, casomai altri passi stessero tentando di raggiungermi. Ho stretto un pugno nella tasca: debolino. Non sarebbe stato utile. Forse, pensavo, forse, avrei potuto fare una corsa, ancora pochi metri e sarei stata sul vialetto fuori dal bosco. Forse, pensavo, il suonatore della dannata fisarmonica avrebbe costituito un deterrente a un’eventuale aggressione. Forse, pensavo, la dovrei smettere di passeggiare sola nei parchi. Forse pensavo, finalmente, insomma.

Sono arrivata sana e salva all’acciottolato e, lì, sulla strada verso il ghetto, mi è tornata in mente una freddura che aveva raccontato ieri una mia amica.

Due rapinatori a una vecchina: – O la borsa o spariamo!

E la vecchina: – Ok, sparite pure.

Vecchina nel parco

Vecchina nel parco

Botta e risposta / La signorina Felicita risponde a Guido Gozzano (su Vibrisse)

3 aprile 2015
Clicca sulle colline di Telemaco Signorini per la diretta streaming

 

Da La signorina Felicita, di Guido Gozzano:

[…] Sei quasi brutta, priva di lusinga

* * *

Risposta della signorina Felicita:

Sei bello tu, e bella la tua arringa […]

 

Il resto del duello in rima si può seguire su Vibrisse [QUI], per il nuovo gioco poetico “Botta e risposta“, ideato da Giulio Mozzi.

 

Il buffet si annuncia favoloso

30 marzo 2015

Domenica 12 aprile 2015, tra le 10 e le 17, a Milano presso lo Spazio Melampo (via Carlo Tenca 7, due passi dalla Stazione centrale), la Bottega di narrazione si mette in mostra.

Un agguerrito manipolo di nuove narratrici e nuovi narratori, sotto l’occhio attento di Gabriele Dadati e Giulio Mozzi – conduttori della Bottega -, proporrà la propria opera a un inclito pubblico di professionisti dell’editoria.

Gli editori, editor, consulenti editoriali, funzionari editoriali, agenti, eccetera, che desiderassero partecipare sono pregati (se possibile) di avvisare: scrivendo a Gabriele Dadati (dadati@laurana.it).

Chi non potesse partecipare può richiedere, scrivendo al medesimo indirizzo, il fascicolo contenente i sunti e gli estratti delle opere.

Il buffet si annuncia favoloso.

il crudo e succoso inganno delle parole

24 marzo 2015
A proposito di bufale

Le hanno indicato il capannone dove si realizzano i formaggi, preso a spiegare il processo produttivo, l’uso del caglio. Tentato di entrare nei dettagli.

La scolara, obbligata alla sosta per lo shopping gastronomico degli accompagnatori dopo la gita a Paestum, duella con due coetanei (maschio e femmina) incontrati sul posto ma, sommersa dalla sufficienza, finisce con l’esasperarsi. Cerca supporto attorno. Gli adulti sono distanti, parlano tra loro vicino al pullman parcheggiato. Il cielo pure è lontano, grigio e indifferente.

Dietro le porte chiuse di quel fabbricato, sotto quel tetto spiovente, deve esserci tutto un movimento di operai e di impastatrici, sì, ma di materia per creare e unire insieme mattoni, cemento, tegole. Questo pensa, e affonda:

–  In un caseificio si fabbricano case, non mozzarelle!

I due si scambiano un’occhiata silenziosa.

Non sembrano appartenere alla sua stessa razza. Non sembrano neanche bambini: così seri, così tanto precisi. Gli indigeni vagano scalzi per l’aia, non sono che due selvaggi presuntuosi. Pensano di giocarla con quella parola.

– Scemi, non sapete l’italiano? Io sì. CASE-ificio, viene da “casa”, è ovvio! Voi non siete di CASE-rta, che è PIENA di case? E dove credete che le fabbrichino?

I ragazzini scoppiano in una risata, lei sta per scoppiare dalla rabbia, ma il ritorno degli adulti li interrompe e, sotto i loro occhi, si scambiano saluti svelti in mezzo ai denti.

Poco più tardi, sballottato dal pullman, il contenuto dei sacchetti, immerso dentro un liquido lattiginoso, palesa, in tutta la  sua promessa di sapore, il crudo e succoso inganno delle parole.

 

Tutto ciò per dire che  Wolf Bukowsky – La danza delle mozzarelle, Slow food Eataly, Coop e la loro narrazione”. Edizioni Alegre  esce domani, 25 marzo.

Il buon senso dei nomi comuni

20 novembre 2014

Se condividessi quello che si propone spesso, cioè cambiare genere ai nomi, con desinenza in –a se riferiti a donne, in –o se a uomini, proporrei pure di non parlare più della “persona”, ma di “persono” uomo e di “persona” donna. E, per comodità, avvallerei senza problemi l’uso di sostituire con un asterisco l’ultima lettera dei termini di genere comune o promiscuo (“Ordine degli Architett*”), estendendola anche al singolare (“Car* elettor*,…”). Magari mi spingerei a chiedere che venga usata una “parola” nel definire una cotoletta e un “parolo” nel caso di un buon vino, per poi utilizzarl* come parol*, in senso lato.

A me i distinguo di genere danno sempre l’idea di approfondire uno dei principali solchi che dividono, ahimé, l’umanit*.

Immagino una scolaresc* in gita. Un gruppo di bambin* si allontana e viene richiamato dalla voce del/la maestr*: “Ragazze! Tornate indietro!” Tra loro c’è mio figlio, un piccoletto in fase di scoperta della sua identità maschile, che adora una certa bimba ma fa “Bleah le femmine!” se solo la si nomina. Sono sicura che lui non capirebbe l’inversione di tendenza prodotta da una spinta culturale esogena e non dall’uso nel tempo, che a lungo andare modifica la forma del parlato popolare, com’è sempre stato.

Di fatto oggi alcuni nomi comuni, che spesso hanno forma maschile, vengono percepiti come neutri, senza alcuno scandalo, e le bambine, nel gruppo misto che si è allontanato, non sentono nel richiamo del maestro una prevaricazione. Io, per non creare tanto scompiglio, ufficializzerei l’esistenza del sostantivo neutro (s.n.) e in un vocabolario vorrei trovare scritto:

Direttore

s.n.

La persona cui fa capo la responsabilità di un’attività o di un organismo: il d. dell’albergo, dell’istituto, della banca, dell’ospedale.

 

Chissà che, però, io non sia in balia di stereotipi. Non mi dispiacerebbe avere qualche informazione in più da parte di chi esprime posizioni differenti. Ci penserei, non so se cambierei idea, ma, sì, ci penserei.

Premetto queste considerazioni personali, per dire che non sempre si può essere d’accordo del tutto col pensiero di un altr*, perfino quando si aderisce in pieno alle restanti posizioni espresse da quell* person*. Come nel mio caso nei confronti di Francesca Rivieri, responsabile comunicazione del Centro antiviolenza D.U.N.A. di Massa, caduta nella trappola tesa (e poi aggredita frontalmente) dal Direttore della Gazzetta di Massa e Carrara, come si può verificare nell’ articolo riportato da Loredana Lipperini dal titolo “La deontologia della Gazzetta di Massa e Carrara (giuro che e tutto vero)”.

Insomma, che è successo? Che il belligerante Direttore si è attaccato proprio alle opinioni sulle differenze di genere espresse dalla Dott.ssa Rivieri, peraltro dietro domanda esplicita di una sua giornalista, per giustificare una becera presa di posizione preventiva rispetto a presunti attentati alla sua stessa professione (E lei, adesso, pretende di venire ad insegnare a noi come si fa informazione corretta, addirittura organizzando corsi? Ma lasci perdere e lasci, soprattutto, fare il mestiere di giornalista a chi ha gli attributi per metterci sempre la faccia).

Ha opposto barricata a barricata.

Di più, sentendosi inopinatamente sotto attacco sotto l’aspetto professionale, ha ignorato deliberatamente la sostanza civicamente meritoria dell’iniziativa organizzata dalla sua ignara vittima, e ha opposto identità a identità, arrivando a ideare un titolo davvero ignobile per l’articolo: “Per Francesca Rivieri in Italia non esiste parità fra uomo e donna: che vada a fare una gita-premio nel califfato dell’Isis così si accorge della differenza…” con l’intento di annientare la persona, e non di controbatterne civilmente le tesi.

Allora invito chi possa permetterselo per vicinanza geografica, a recarsi al posto mio ai seminari della Dott.ssa Rivieri, dei quali riprendo i contenuti riportati nella sua “intervista”:

I work-shop saranno quattro e si terranno tra marzo e aprile 2015, il primo volto ad abbattere e riconoscere gli stereotipi sessisti nella comunicazione/informazione, il secondo sul tema della violenza di genere e gli stereotipi razziali, il servizio di mediazione linguistica e culturale del centro D.U.N.A., il terzo sui diritti LGBT per favorire una vera cultura di genere antidiscriminatoria e l’ultimo sul tema donne e benessere psicofisico, che affronterà nuove metodologie per migliorarsi , conoscersi ed imparare a rispettarsi e volersi bene. Questi workshop si svolgeranno al termine del corso di secondo livello G.eA.- Genere ed Antiviolenza- che inizierà a gennaio 2015. Il corso, dedicato alle operatrici già attive al Centro Antiviolenza, è finanziato dalla Regione Toscana poichè l’Associazione A.P.P.A. ha vinto, per il secondo anno consecutivo, il bando regionale art. 6 della L.R. 16/2009 Cittadinanza di genere. Il corso vedrà impegnate docenti provenienti da tutta Italia dai centri Antiviolenza facente parte della rete TOSCA e D.I.R.E (rete dei centri antiviolenza regionale e nazionale). Il workshop che terrò io a marzo 2015 verterà appunto sui temi del linguaggio sessista sia nella pubblicità che sui mezzi di informazione. E’ per questo motivo che auspico la partecipazione di diversi giornalisti e giornaliste locali, così da poterci confrontare su una tematica spinosa che deve iniziare ad essere affrontata in modo serio e approfondito.

Io mi rifarò in qualche altra occasione simile, che certo non mancherà, qui a Roma.

Una lenza poetica

18 novembre 2014

.

Il giovane favoloso

Il giovane favoloso – M.Martone, Italia, 2014

.

Dov’è la verità stavolta? Come snidarla, portarla in luce, restituirla alla vita quando, trascorsi quasi due secoli, di un uomo resta, immortale ma orfana del suo autore, la poesia? A quale fascinazione cede il regista che, lontano da ogni celebrazione, inizia a dialogare con un mito? Come imbastirà il fantoccio e lo muoverà credibilmente sulla scena? Come anteporrà amore a morte nella battaglia quotidiana dove il genio chiede di giudicare ciò che afferma e non la sua malattia (colui che amò suo padre più di sé stesso, che amò il suo migliore amico per la vita, che si ritrasse insieme lucido e sognatore, sublimatore di donne e misogino rabbioso, che fu egli per primo cacciatore di verità, passando al setaccio della traduzione poetica lo sterminato deserto della relazione dell’uomo con il mondo)? Basterà al regista quella Luna, enorme in ogni notte dolce e chiara e senza vento, a far da traino al tiro della lenza? Raggiungerà il Vero col rendere il Poeta un guitto, Silvia una pittata popolana e il buon Ranieri uno stallone ambiguo, semplificare Roma in un pigro magnaccia, Firenze in una viziosa snob e Napoli in una puttana oscura e surreale, scegliere una luce che muta ogni scena in quadro e mina la filologia della ricostruzione, spostando la poltrona dalla sala di un cinema a quella di un teatro? Ed è quello, il teatro, il luogo dove, nell’impossibilità di riprodurre la verità dei fatti, la finzione diventa verità, in virtù di un patto muto, come quel patto narrativo che lega l’autore di un racconto col lettore?

Forse sì.

E forse è per quel motivo che nelle scene iniziali, le più statiche, soffocanti, interminabili, mi hanno trovata impreparata certi movimenti elastici ed eleganti della cinepresa, avrei creduto di più a un’inquadratura fissa, con attori che recitassero da dentro come da fuori il quadro. Anche soltanto udendone le voci.

E perché rendere l’ermo colle così -non era la mia collinetta di ragazza-, pieno di erbacce? Era davvero tanto bassa quella siepe? E necessario far sì che Giacomo declamasse proprio in quel luogo il suo Infinito?

Ma lo declama, è vero.

Come lo scorrere della sabbia da un vaso all’altro in una clessidra, lungo questo film scorre il travaso dell’uomo nella sua poesia, accompagnando ogni passaggio chiave con i versi, quelli sì reali, unici e immortali. Che al primo accenno di strofa fanno rabbrividire in segreto chi li ascolta, e lo porta a mormorare all’unisono con l’attore sullo schermo.

A ogni apparizione di quella grande Luna gialla sullo sfondo, lo spettatore si sente trasportato verso l’alto, quasi a poter raggiungere l’altezza del Poeta, e si commuove, perché ne comprende in pieno la fragile esistenza, finora oppressa dalla sua immensa fama.

 

Sensibili alla consapevolezza

5 novembre 2014

tumblr_n1ls3ureb31r60h5mo2_r1_1280

Davanti alle prime prove di scrittura, rileggendomi, mi sono messa le mani nei capelli. Una delle maggiori preoccupazioni di questi anni è stata quindi quella di trovare la mia voce. Un po’ come quando, da adolescenti, si fanno prove di personalità per dare al mondo un’immagine di sé coerente con il contenuto che si sente “abitare” dentro. Il problema è che, dentro di me, albergano molti Ka.

Cos’è il Ka? Lo si potrebbe definire una forma di autofiction. Oppure uno dei sensi che abbiamo a disposizione per esistere consapevolmente nel mondo.

Ma andiamo per gradi. La consapevolezza di sé non è faccenda da liquidare in poche battute. Si tratta in parte di affidarsi alle capacità che ci vengono date in dotazione alla nascita, in parte di affinare la conoscenza di sé e del mondo, e delle loro relazioni, attraverso un processo che impone di essere affrontato con grande sincerità. In particolar modo se si utilizza come strumento di indagine la scrittura.

Quanto è vero, nel senso di sincero, il racconto della vita messo per iscritto? La veridicità di una narrazione non coincide sempre con la verosimiglianza dei suoi contenuti, e il cammino delle idee, la loro condivisione, la consegna al rimuginare altrui, vivono sotto costante minaccia. Di un uso improprio dello stile, per esempio.

Il modo attraverso cui il pensiero viene instradato verso il lettore influenza l’appropriazione di un testo per la riflessione personale nonché il richiamo esperienziale, sensuale ed emotivo, necessario all’attivazione della percezione delle affinità e all’immedesimazione. Di uno stesso testo sono possibili talmente tante versioni , stilisticamente differenti tra di loro, che chi scrive, operando scelte definitive, esclude più o meno coscientemente le alternative latenti nello stesso tema, altrettanti aspetti della stessa verità.

Il linguaggio evocativo/simbolico (che è, sì, appannaggio di luoghi e tempi nei quali viene negata a forza l’espressione della verità, ma è anche quello della poesia, evocazione necessaria dell’indicibile) spesso è l’unico mezzo per arrivare al cuore di questioni attinenti al quotidiano, quanto e a volte più della loro mera analisi fenomenologica (per usare un refrain trito e ritrito).

[Se la forma minaccia i contenuti della prosa, per quanto mi riguarda è fuori discussione la trasmissione della verità nella poesia, il cui solo punto debole risiede nel grado di sensibilità (intesa come finezza dei sensi, di tutti i sensi) di chi legge.]

E tipico dei sensi è l’ambito di un secondo fattore che minaccia la verità delle narrazioni: la perdita di fisicità dell’oggetto “libro”.

Via via che il libro come oggetto “sensuale” arretra nella quotidianità di ognuno, la veridicità della narrazione va rarefacendosi. Ciò che si legge in formato esclusivamente elettronico fatica a restare impresso nella mente e il lettore rischia di ridursi a consumatore bulimico di narrazioni di qualità indistinta una rispetto all’altra.

Certo, lanciato dal pulpito di un blog, quest’ultimo atto d’accusa, per ora, non trova soluzione. Fortuna che, oltre a iCalamari, c’è Cartaresistente che verifica di volta in volta la veridicità delle tesi con metodologia pressoché scientifica, come nel caso delle serie di argomenti affrontati in sette post sette.

Mi riferisco in particolare alla serie dei Sette Sensi, che prenderà il via da domani, illustrata egregiamente da Davide Lorenzon con immagini che a me ricordano luminescenti graffiti metropolitani e per la quale ho accolto con piacere l’invito a fornire i miei testi.

Testi evocativo/simbolici (con prevalenza altalenante dell’una e dell’altra componente), improntati alla ricostruzione di esperienze quotidiane che, per essere tali, trovano spesso affievolita la nostra consapevolezza del loro essere necessarie.

In una sfida al mezzo tramite il quale la serie viene pubblicata, i nostri Sensi vogliono resistere nell’immaginario di chi legge come resiste un sapore sul palato, l’impronta di un’immagine sulla retina, l’eco di una voce nelle orecchie, l’odore nella cavità nasale, la carezza di una mano amica sulla guancia. Come resiste, con chissà quali implicazioni, l’impressione di aver presentito un fatto poi accaduto o quella di aver creduto poter vivere essendo altro da sé (il Ka, ne leggerete presto).

A questo punto, cari lettori digitali, confidiamo nella vostra sensibilità.

.

 

 

Mia nonna e la successione quotidiana

2 novembre 2014

Prima mi ero affacciata in balcone, per dare un’innaffiata al gelsomino stitico, il rampicante che abbiamo intenzione di sradicare del tutto a breve, ma intanto che c’è, in balcone, mi pare giusto trattarlo da essere vivente, allora devo confessare che in realtà mi ero affacciata perché l’aria oggi è così bella, di domenica mattina a Roma, che mi è sembrato giusto pure trattare me stessa, come un essere vivente. Il gelsomino è venuto dopo.

Poi ho sentito una vocina, era mio figlio, là sotto, che parlava con il padre mentre si allontanavano in strada per andarsene a spasso e io, a sentire quella vocina, ho pensato subito: “Aveva proprio ragione mia nonna”. Aveva ragione sul fatto che i bambini meritino considerazione. Io li considero perché penso che siano le poche persone al mondo a meritare considerazione. Lei non lo so perché.

Per tutto il tempo che l’ho conosciuta, vale a dire un buon terzo della sua esistenza, l’ho vista trattare con amore soprattutto i bambini, compresi quelli sconosciuti. E io a mia nonna do credito, nel senso che per me ha importanza ancora oggi, che è quindici anni che è morta, chi trattava bene in vita. È stata in pratica il mio terzo genitore, e se devo pensare a qualcosa rispetto alla quale fare un paragone subito subito, come ad esempio per la questione di prima, ricorro spesso a lei.

E poi sono rientrata in casa soddisfatta, avevo l’impressione di aver fatto bene a pensare quella cosa lì, che i bambini al mondo sono forse le persone che meritano più attenzione. Per tanti motivi tutti miei, non ultimo il fatto di trarre piacere dalla loro vicinanza, sentirmi rigenerata, trovare la forza di fare qualsiasi cosa per far star loro bene, come se mi fossi alzata dal letto dopo otto ore di sonno solo poco prima. E questo mio pensiero, rientrata in casa e richiusa la porta-finestra del balcone, avevo sentito che non valeva solo per me, ma che poteva essere un valore universale, di quelli che guai a dimenticarseli, si perderebbero punti di umanità e si retrocederebbe sul tabellone del Gioco dell’Oca dell’evoluzione.

Avevo fatto bene, sicuro, e chi mi dava l’autorizzazione a pensarlo era proprio lei, mia nonna, ovunque si trovasse. Probabilmente scrivo quello che scrivo su di lei, ora, proprio quassù sul blog perché io, dentro di me, ho questa credenza: che i morti si aggirino per internet, che non sia vero che i vecchietti, meno che mai quelli vissuti in tempi molto lontani dai nostri, non si intendano di queste cose moderne.

Ne ero così convinta già un bel po’ di tempo fa, che poco dopo la morte di mia nonna mi ero messa a cercarne traccia su Google. E l’ho trovata. Anche lei aveva avuto delle pubblicazioni all’attivo. Scriveva di imposte e tributi su certi libri dalla copertina bianca, me li ricordo ingialliti dal tempo e impilati nello sgabuzzino di casa sua, accanto alle copie della settimana enigmistica. E, come queste ultime, alla sua morte non sapevamo che farcene, perciò li abbiamo buttati tutti senza starci tanto a pensare.

Eppure, com’ero contenta quando ne ho trovata una copia in vendita, che mi è balzata all’occhio come se si trattasse dell’ultimo di Paolo Nori. C’era scritto:

RASSEGNA DI GIURISPRUDENZA SULLA IMPOSTA DI SUCCESSIONE. Milano, Giuffrè, 1958.

PINCHETTA PINCOPALLO Enrietta (a cura di).

Usato ⁄ Brossura ⁄ Prima edizione

Quantità: 1

Da: Studio Bibliografico Pesca s.a.s. (Grosseto, Italy)

Valutazione libreria: 4 stelle

Me la sono accattata subito, voglio dire, mi sono precipitata a spendere quei quattro soldi per una pubblicazione di cui non avrei saputo che farmene. È solo che pregustavo il momento, che poi di lì a poco è arrivato veramente, in cui il postino avrebbe suonato per la consegna e avrei aperto la porta pensando “Evviva, è arrivata nonna!”. Poco conta che, al dunque, nonna nel frattempo risultasse aver preso un aspetto mascolino, masticasse a bocca aperta una gomma, cosa che una signora come lei non penso abbia mai fatto in vita sua, e mi chiedesse di mettere una firmetta lì, come se non fosse vero che non ci incontravamo più da anni.

Quando ho avuto tra le mani il suo libro, e constatato che neanche sarei riuscita ad aprirlo senza tagliare le pagine ancora attaccate insieme a due a due, prima di impacchettarlo e riporlo su uno scaffale remoto della mia libreria, ho avvertito mia madre della conquista, e poi mia sorella, e abbiamo gioito insieme per qualche minuto, come se avessi assistito a una specie di miracolo, prima di ricomporci e passare a parlare d’altro.

Ecco, più o meno è questo il modo in cui penso, praticamente ogni giorno, a mia nonna. E sono rientrata dal balcone così, con l’impressione di averla vista solo poco prima. E mi è sembrato bello essermi resa conto di aver pensato a lei ben prima di ricordarmi che oggi è il due novembre.

Per questo, nonna, ho cercato il modo di fartelo sapere.

La formazione del rivoluzionario

28 ottobre 2014

Che meraviglia la nuova rubrica di Vibrisse curata da Matteo Bussola, La formazione della fumettista e del fumettista che prende il via oggi con un testo di Cristina Mormile. Mi ha fatto venire voglia di prendere su la tastiera e scriverne.

Non ho mai commentato i post su “La formazione della scrittrice e dello scrittore”, che pure leggo molto volentieri, non mi sento all’altezza: bazzico la scrittura restando sempre e solo ancora in prevalenza una lettrice. Ma questa volta è diverso, e non perché sia una disegnatrice di fumetti.

Ho appena regalato a un caro amico una quindicina di buste della spesa cariche di fumetti Marvel e DC Comics che furono acquistati da mio fratello quando era ancora studente (il più delle volte, immagino, coi soldi della cresta fatta alla spesa di mia nonna). Erano stati per anni accatastati sul pavimento di un box coperto da erbacce, in fondo al giardino di casa dei miei alla periferia di Roma. Un anno fa li avevo portati da me, sfilati dalle buste, ne avevo scollato le pagine, spolverati tutti a uno a uno e ri-infilati in nuove buste numerate. Accatastandoli nello spazio vuoto tra pianoforte e divano.

Volevo catalogarli e rivenderli, mio fratello ormai vive lontano e a me pareva un peccato buttarli. Quando però, dopo alcuni mesi di inerzia, la polvere ha ripreso il sopravvento, mi sono arresa all’evidenza di non avere abbastanza tempo e costanza per fare quello che mi ero prefissata. Buon per il mio caro amico, dalla natura insaziabile e generosa, anche quando veste soltanto i panni del divoratore di fumetti.

– Conservarli per leggerli, no?

Mi annoiano le saghe, i fantasy, figuriamoci le storie di supereroi. No, non li avrei tenuti comunque.

Comics d’infanzia a parte, sono cresciuta a pane e Moebius, Manara, Caza. In seguito conobbi Sienkiewicz, Miller e altri autori di affascinanti tavole straniate e psicotiche. Continuai a leggere fumetti in proporzione inversa al mio crescente avere a che fare col disegno (tecnico) e ho ripreso da poco, “costretta” da mio figlio, che ormai preferisce la lettura serale di strisce di Asterix e Topolino, a quella di libri densi di parole.

Non gli do mica torto. Io, che butto giù a tempo perso righe su righe su questo blog e altrove, riconosco al fumetto la stessa dignità del libro tutto scritto. Forse non sarà mai il mio genere prediletto, mi coinvolge troppo la buona scrittura, e poi da bambina lessi Poema a Fumetti di Dino Buzzati, scoperto in mezzo ai libri di mio padre e da allora, rispetto alle graphic novel, trovo che la preponderanza di immagini seducenti porti con sé troppe semplificazioni del testo scritto, invertendo di fatto l’importanza dei due media.

Ma, come Cristina Mormile, anche io avrei voluto fare il Liceo Artistico. Disegnavo benissimo, ero considerata un talento tra i compagni di classe. Durante elementari e medie distribuivo tavole con dediche e realizzavo disegni per supplire ai mancati compiti degli altri. Mio fratello idem. Lui, a dieci anni realizzava perfino esperimenti con la settima arte (insieme al compagno di scuola elementare, oggi divenuto tra l’altro un bravo fumettista, Stefano Piccoli), ma questa è un’altra storia.

Siamo stati bambini fortunati, perché sempre incoraggiati dai genitori a coltivare i nostri talenti. Ma, al dunque, abbiamo optato per scelte molto sensate: io il Liceo Classico e lui il Liceo Scientifico. Per queste scelte, e per quelle che ne sono derivate, oggi abbiamo costruito entrambi un presente che nulla ha più a che fare con le arti grafiche e viviamo entrambi routine quotidiane per quanto mi riguarda alienanti, che però garantiscono ai nostri figli un tetto sulla testa, cibo in tavola ogni giorno e l’opportunità di qualche sfizio.

I tempi sono cambiati. Cristina Mormile, con la sua testardaggine, ha realizzato ante-litteram quello che oggi sembra diventare sempre più un obbligo per i ragazzi che si affacciano al futuro. Le trasformazioni in atto impongono alti livelli di flessibilità mentale e grande fiducia in sé.

Tra i miei amici annovero artisti di strada e di palcoscenico, creativi nei campi delle lettere e del disegno, persone che in piena maturità hanno saputo reinventarsi vita e lavoro. Non sempre per necessità, sia chiaro. Quando ci incontriamo e parliamo insieme dei fatti e dei problemi piccoli e grandi che ci accomunano, colgo una differenza fondamentale tra noi: i miei amici governano il senso delle loro vite.

È dura mettere da parte le proprie abitudini mentali, come lo è arrendersi davanti all’evidenza che già oggi il “pezzo di carta” (Diploma o Laurea) non garantisca affatto il posto di lavoro. O tentare di rispondere alla domanda: Se tutti si avviano a vivere seguendo il proprio genio, a chi spetterà il compito di svolgere le umili mansioni quotidiane, i lavori più faticosi o ingrati, quelli senza i quali avverrebbe il blocco completo della nostra società? Ma confido che questa risposta la forniranno ben presto i diretti interessati.

.

Logan LaPlante alla conferenza TED tenuta presso l’Università del Nevada

.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: