Posts Tagged ‘Attualità’

Premio letterario “Qulture ti pubblica” @ Una ghirlanda di libri

29 marzo 2020

[fb: @premioqulturetipubblica]

Le pagine di un blog personale sono forse, in rete, la cosa più simile a un consiglio bisbigliato all’orecchio da un amico. I consigli si possono seguire o meno, a seconda di molti fattori ma, soprattutto, dell’affinità con chi ce li propone. So che ci siete, so che leggete, anche quando non commentate. E so anche che molti di voi sono appassionati di vita, di libri e di scrittura, come me.

Per questo mi sento di darvi un consiglio da amica. Seguitemi.

l’Associazione Qulture(1) e Una ghirlanda di libri(2) propongono il Premio letterario Qulture ti pubblica @ Una ghirlanda di libri riservato a poesie, narrativa breve e romanzi inediti a tema libero.

Il premio letterario si articola in tre Sezioni:

A) POESIA (è possibile inviare fino a tre poesie)

B) NARRATIVA BREVE (massimo 15.000 caratteri, spazi inclusi)

C) ROMANZO / RACCOLTA DI RACCONTI (senza limiti di lunghezza)

Gli elaborati devono essere inviati entro e non oltre il 1° GIUGNO 2020 e saranno sottoposti al giudizio insindacabile della giuria.

I migliori elaborati di ogni Sezione saranno pubblicati da Felici Editore a cura dell’Associazione Qulture senza nessun costo per gli autori. È prevista inoltre l’assegnazione del Premio della Giuria e il Premio Ghirlanda’s choice.

Le premiazioni si svolgeranno sabato 26 settembre 2020 a Cinisello Balsamo (MI) in occasione della manifestazione Una ghirlanda di libri, nella cornice di Villa Casati Stampa di Soncino (3).

Il bando e la domanda di partecipazione si trovano QUI.

INFORMAZIONI: Per qualunque richiesta di chiarimento o informazioni, contattare la Segreteria del premio all’indirizzo Qulturetipubblica@gmail.com o telefonare al numero 347 3664276.

Tutti gli aggiornamenti saranno inseriti sul sito www.associazionequlture.it, sul sito www.unaghirlandadilibri.com e sulla pagina Facebook; è possibile inoltre inviare messaggi tramite Messenger.

§§§

1) L’Associazione culturale Qulture è nata per volontà di un gruppo di appassionati di libri e di cultura, tra cui alcuni cari amici, che mi hanno tirata dentro da circa un anno 🙂 .

Qulture ha intrapreso la pubblicazione di inediti di valore attraverso un’innovativa formula di partenariato con altre realtà editoriali. Una scommessa vinta, visto il successo della primissima uscita: Dodici in caso di stress, libro scritto da Nathalie Guetta e pubblicato ai primi del 2020.

[Un consiglio nel consiglio: è una storia che prende alla pancia e alla testa, bollicine per animi ironici, passionali e lateralmente surrealisti. Mai come ora sono convinta che valga sempre la pena curare le risorse di resilienza contenute nella capacità di stupirsi e di sognare, e questo libro fa allo scopo]

Il programma delle pubblicazioni è stato recentemente aggiornato, alla luce delle difficoltà dovute all’emergenza sanitaria mondiale, il cui exploit in Italia è coinciso (che fortuna!) con l’avvio delle nostre attività e, dunque, ci sarà da aspettare perché i prossimi titoli vadano alle stampe. Ma alcuni testi curati da Qulture sono disponibili sotto forma di ebook in vendita su Amazon:

Père Lachaise, un disegno cinque franchi, di Graziano Busonero.

A proposito di donne, di Chiarella Lagomarsini.

2) Una ghirlanda di libri è la Fiera dell’Editoria Indipendente che si terrà il 26 e 27 settembre 2020 a Cinisello Balsamo.

3) Villa Casati Stampa di Soncino rappresenta l’edificio più monumentale dell’antico abitato di Balsamo. Costruita fra 1590 e il 1608 per conto di Luca Casnedi, dal 1967 è stata donata, dal marchese Camillo II Casati Stampa di Soncino, alla Società San Paolo che ne detiene tutt’ora la proprietà. La villa fa parte dei Beni Culturali della Regione Lombardia (fonte: Una ghirlanda di libri).

 

Una ricetta contro la paura

14 marzo 2020

Veronique Paquerau – Mon village

La bolla isolata in cui cantilenava i suoi blues la coscienza di me è un fatto ora diffuso e, giocoforza, avvolge singolarmente ciascuno. Avvolge e isola, rende incerti il presente e il futuro.

Ma la parte da leone mi pare la faccia il terrore di non saper che farsene di un presente destrutturato così, dalla notte al giorno. Si cerca l’abbraccio con l’umanità, e lo si trova nell’intonare dalle finestre in coro l’inno nazionale (io non l’ho fatto, ero impegnata in altro), all’interno di quel condominio che, fino a due giorni, fa era la bestia nera degli individui e dei nuclei a sé stanti di cui si compone: l’inviso ma necessario mescolarsi con chi, di norma, con noi non spartisce altro che la pulizia delle scale, le utenze, i ripristini e le manutenzioni.

Il Buongiorno e Buonasera, da oggi a fine quarantena, ha trovato una sua concreta ragion d’essere.

Mi ha ricordata, questa cosa, l’esibizione dai balconi della bandiera della pace, una trovata del 2003 che accomunò sotto l’insegna di una grande minaccia gli stessi condòmini i quali, al termine dello spauracchio, da allora fino appunto a due giorni fa, si sono a malapena tollerati incrociandosi negli spazi comuni, senza dire delle snervanti tenzoni, spesso sfociate in risse motivate da futili motivi che, sotto sotto, rivelavano solo una gran diffidenza (e paura) l’uno dell’altro.

Sono riti, lo comprendo, per molti necessari.

Constato una paura dilagante che a me manca, e che mi rende cauta, quando la incontro negli occhi degli altri, perché nasconde un tranello.

Conseguenze della paura: in prima battuta, panico, atti inconsulti, messa in atto di risposte del tipo attacco-e-fuga, stress e depressione, saccheggi, prese della Bastiglia e prese di distanza; quindi, passato il primo shock: ricerca di protezione attraverso nuove abitudini, necessità di un oblio rasserenante nell’abbraccio di un qualsiasi prossimo e, ancora, altri atti “inconsulti” quali lo sfoggio di generosità inusitate, misticismi, dichiarazioni di amore universale.

Tutto ciò avrà luogo finché arriveremo a un nuovo equilibrio e torneremo a voltarci le spalle, come sempre.

Io ancora non ho paura. Sono consapevole che la morte è sempre dietro l’angolo. Ho fatto le mie scelte e ho perso la protezione delle abitudini, da tempo. Combatto la staticità del vivere. E non mi annoiano i giorni senza struttura, so cosa farne. Per questo mi permetto di consigliare un punto d’approdo verso cui orientare la prua: la coerenza, la continuità, la vicinanza vera, anche nella distanza. Non fate che sia il panico a scegliere i vostri atteggiamenti di oggi, perché domani potrete rimangiarveli e tornare vulnerabili di fronte a ogni nuova emergenza.

Rafforzatevi. Nutritevi bene. Curatevi di voi. E siate generosi, sempre. Senza tornaconto, fosse pure il sollievo da un temporaneo stato di paura.

Io sto bene. State bene anche voi.

Giocare alla Rivoluzione

16 gennaio 2019

L’undici gennaio scorso, su La Repubblica è uscito, di Alessandro Baricco, “E ora le élite si mettano in gioco“. Mi è sembrato uno spunto importante, un indizio da seguire.

Il Post lo definisce un articolo “sulla crisi delle élite”; da più parti ne viene demonizzato il punto di vista elitario (non  Mantellini). Ma Baricco FA parte dell’élite. Può SOLO parlare da quel punto di  vista. In questo caso NON sta facendo fiction. Guai se si esprimesse da un pulpito che non gli appartiene, non ne  avrebbe diritto.

Fa onore a Baricco auspicare che l’élite, e quindi pure sé stesso, si liberi dalla grettezza e dalle conseguenze che derivano dall’ostinata conservazione dei privilegi acquisiti, anche se non è realistico pensare che ciò avvenga. Non in quei termini. Né che sarebbe sufficiente e tantomeno giusto. Il cambiamento non può in nessun modo partire soltanto da scelte dell’élite, seppur basate su principi di giustizia ed equità (“Mettersi immediatamente al lavoro per ridistribuire la ricchezza. Tornare a occuparci di giustizia sociale….”).

Il vero problema dell’articolo sta nel fatto che, all’analisi lucida, democratica, onesta e aperta al punto di vista altro (quello della “gente”) contrappone una soluzione che non è tale ma piuttosto l’enunciazione di una vaga utopia. E sta nel fatto che Baricco è uno scrittore. E quindi nella facilità con cui propone (e noi accettiamo) la soluzione letteraria della chiosa. Una conclusione così inutilmente retorica, così non risolutiva, finisce per svalutare anche quello che di giusto e condivisibile invece è contenuto nel testo.

Io, Noi, siamo quelli allibiti tanto dalla perseverante miopia di portata storica dell’élite quanto per il fatto che “la gente” (dopo tutti gli strepiti e le esaurienti dimostrazioni pratiche dell’incapacità della politica attuale di rappresentarla) non trovi ancora nel proprio presente motivazioni sufficienti e dirompenti per FARE la rivoluzione. Siamo quelli che, pur barcamenandosi ogni giorno sui confini di un baratro senza ritorno, credono fortemente in ciò che Baricco esprime:

Da un sacco di tempo abbiamo imparato che è meglio sapere molto delle cose prima di cambiarle, che è meglio conoscere molti uomini per capire se stessi, che è meglio condividere i sentimenti degli altri per gestire i nostri, che è meglio avere molte parole piuttosto che poche perché vince chi ne sa di più. Abbiamo un termine per definire questo modo di difenderci dalla durezza feroce della realtà grazie all’uso paziente e raffinato dell’intelligenza e della memoria: cultura. Sostituirla con l’apparente chiarezza di un pensiero elementare, quasi una sorta di furbizia popolare, equivale a disarmarsi volontariamente e andare al massacro. Voglio essere chiaro: ogni volta che ci facciamo bastare certe parole d’ordine di brutale semplicità, noi bruciamo anni di crescita collettiva spesi a non farci fottere dall’apparente semplicità delle cose.

Quelli che, letto il Baricco sociologo dagli spalti dell'”élite” non lo stigmatizzano e neppure assentono soddisfatti o che, nell’indistinta massa della “gente” non smettono di leggere dopo le prime righe. Siamo quelli che si fanno domande.

Apprezzo senza riserve chi si dimostra pronto ad accendere il dibattito portando argomentazioni valide e inviti alla riflessione. Dunque delle sue parole io ringrazio l’Autore, non il portatore di privilegi, e ora aspetto che sia il primo a spogliarsi materialmente dell’ipocrisia e attuare ciò che auspica.

Altrimenti, devo proprio farmene un’altra, di domanda. Perché mai cotanta intelligenza ha partorito questo articolo, in definitiva quasi autolesionistico?

Mah.

Per concludere, ammetto di aver taciuto che in tutto il testo viene richiamato The Game, l’ultima fortunata pubblicazione di Alessandro Baricco, a sintetizzare il concetto di società digitale in cui viviamo e come misura della giustezza delle proprie tesi. Dev’essere un gran libro, ma ancora non l’ho letto.

À la guerre comme à la guerre?

25 agosto 2017

L’autobus, ieri mattina, è partito dalla Stazione Termini e ha subito deviato dal percorso: impossibile passare nei dintorni di Piazza Indipendenza, tutti a chiedersi Perché. Perché era in corso uno sgombero di migranti (…erano rifugiati), ovvòve. “E basta con queste grane da migranti, abbiamo già le nostre di cui occuparci”, avete detto tutti lanciando le vostre granate dalle bocche granulose di granita.

Un bell’arcobaleno

“Ci vorranno anni per ripulire quel palazzo”

“Ma ci rendiamo conto che hanno rifiutato un alloggio offerto dal comune in un altro quartiere?”

“D’altra parte in qualche modo bisogna riprendersela questa città”

Quanto mi piacerebbe abitare in centro, sarei a due passi dal luogo di lavoro e dormirei finalmente almeno per otto ore di fila. Io sì che avrei diritto di rifiutare una deportazione in periferia, sono pure italiana, io. Alla radio, stamattina, hanno detto che quelli che non sono andati negli alloggi proposti dal Comune, restandosene a dormire nei giardini di Piazza Indipendenza erano gli uomini, i componenti maschi di quelle famiglie, le cui donne e bambini erano stati “graziati” temporaneamente e a cui era stato concesso di trascorrere la notte nell’edificio. Non so, sono tentata di alzare il telefono e chiamare una delle organizzazioni che si occupano e monitorano sotto il profilo umanitario quelle famiglie per farmi spiegare come sono andate con precisione le cose, che dei giornalisti a volte c’è poco da fidarsi. Forse lo farò, o forse continuerò a occuparmi della mia arzigogolata vita, in cui qualche spritz ogni tanto ci sta, insieme a tante grane, come capita a ognuno. Ma, intanto, mi vergogno.

Sono l’unica con le lacrime agli occhi per questa “cosa” che si svolge sotto i finestrini dei nostri autobus?

Solo ieri ho conosciuto due realtà alternative all’alzata di spalle, alla vergogna, alle lacrime, alla passività. Ve le voglio girare, se avete tempo, guardatele davvero tutte, meglio di certa programmazione televisiva d’agosto. Chi può, ne tragga spunto. Le cose, ma soprattutto le persone possono cambiare, cazzo.

Vik Muniz, quotato artista brasiliano di origini poverissime, spinto dal proprio bisogno di equità ha superato senza imbarazzo la frontiera dell’assistenzialismo regalando a un gruppo di persone, costrette a vivere rovistando nell’immondizia, l’esperienza dell’arte come salvezza dell’essere umano. Salvezza anche economica. Guardate questo documentario, vi sfido a non commuovervi.

Vi presento la squadra dei rifugiati di Roma: un inchino a Liberi Nantes F.C., il calcio che posso guardare perfino io 😀 .

(Tre: ChangeDotOrg)

Sparire agli aggressori

28 dicembre 2016

Un passo dopo l’altro, le foglie secche mi erano testimoni, il corpo si spostava verso il centro città. Era una gran bella giornata lì, nel parco. Ora avevo le prove che il sole c’era, sebbene molto lontano dai muri del ghetto verso cui ritornavo. La massa era pesante, oggi. Mi dava un po’ fastidio. Per questo la portavo in giro in mezzo ai platani, perché perdesse qualche etto della sua consistenza per l’attrazione gravitazionale dei più forti, e mi lasciasse libera di pensare in pace. Pensare, pensare. Da dove si cominciava? Non ricordavo più.

Ero discesa dal tempio di Faustina dopo aver passeggiato attorno al galoppatoio, dove ero andata in cerca di qualche spunto, ma vedevo solo gente ferma ai bordi, o gente che correva. Nessuno a costruire niente. Era ora di pranzo. Certo. E la gente correva, oppure bivaccava. Tutti in compagnia, ma nessuno che, già che poteva, passeggiasse discutendo, non dico di filosofia ma nemmeno di calligrafia, di danza, di musica, di arte, di storia. Niente di spirituale in vista. Niente spirito. Solo materia: Bivaccavano. Oppure correvano. Niente di costruttivo, appunto.

È che mi annoio tanto facilmente.

Avevo fatto la conta dei morti illustri di quest’anno. Fatta eccezione dei parenti stretti (purtroppo abbiamo avuto un lutto importante, ma niente di cui discorrere su un blog), erano dipartiti: Bowie, Rickman, Eco, Prince, Pannella, Casaleggio, Bud Spencer, Wilder, Ciampi, Fo, Fidel Castro… L’elenco l’avevo ripreso da SIO, che non aveva previsto però che appena ieri è andata via Carrie Fisher, così come George Michael, maledizione. E mancano ancora tre giorni al ’17. Ho smesso di contare.

Il parco si era svuotato e, beh, io camminavo tanto lentamente, cercando il sole in mezzo all’ombra andata in mille pezzi a terra, che gli altri hanno finito sia le corse che i bivacchi. Mi sono ritrovata lambita dalle onde del solito fisarmonicista spaccamarroni spacciatanghista (e, forse, chi può dirlo? magari spacciatore) che affligge le mie passeggiate al parco. Mai sopportato. Ma com’è? Com’è possibile che la nostra società tolleri… Va bene, ormai eravamo in pochi. Il fisarmonicista sul viale, io, e un tizio alto e ben piazzato che camminava, noncurante come me, sulle foglie. Distava un… quaranta, trenta, venti metri, eravamo proprio in rotta di collisione.

Non oggi per favore, eh?

Oggi non volevo ritrovarmi a correre. Né a bivaccare. Subendo magari l’aggressione di un nullafacente non pensante, forse remoto ammiratore di fisarmonicisti-magari-spacciatori, eccetera. No. Non mi doveva disturbare, e basta. Io volevo, volevo… pensare. Ma, come si faceva? Se continuavano a distrarmi non lo avrei ricordato in tempo. E il tizio si era avvicinato decisamente troppo.

Si era fermato. Aveva guardato l’orologio. Si era guardato attorno.

Era fermo proprio ai bordi del sentiero aperto nel fogliame secco che stavo percorrendo e non avevo alcuna intenzione di cambiare strada per evitarlo.

Gli sono passata davanti.

– Bela giuornata, eeeh? – ha detto, ma io non gli ho risposto. Né ho velocizzato il passo.

Ho solo fatto attenzione ai suoni in modo più accurato. Un solo piede fa un bel frastuono su di un tappeto di rami e foglie secche, e l’intervallo tra due passi consecutivi produce un rumore di risulta, quello di oggetti calpestati che tentano di riprendere la forma originaria. In mezzo, a farci caso, c’è aria fresca, luci e ombre, cinguettii, ondate di fisarmonica tanguera.

Simulavo il distacco iniziale, e invece ero più attenta, casomai altri passi stessero tentando di raggiungermi. Ho stretto un pugno nella tasca: debolino. Non sarebbe stato utile. Forse, pensavo, forse, avrei potuto fare una corsa, ancora pochi metri e sarei stata sul vialetto fuori dal bosco. Forse, pensavo, il suonatore della dannata fisarmonica avrebbe costituito un deterrente a un’eventuale aggressione. Forse, pensavo, la dovrei smettere di passeggiare sola nei parchi. Forse pensavo, finalmente, insomma.

Sono arrivata sana e salva all’acciottolato e, lì, sulla strada verso il ghetto, mi è tornata in mente una freddura che aveva raccontato ieri una mia amica.

Due rapinatori a una vecchina: – O la borsa o spariamo!

E la vecchina: – Ok, sparite pure.

Vecchina nel parco

Vecchina nel parco

Botta e risposta / La signorina Felicita risponde a Guido Gozzano (su Vibrisse)

3 aprile 2015
Clicca sulle colline di Telemaco Signorini per la diretta streaming

 

Da La signorina Felicita, di Guido Gozzano:

[…] Sei quasi brutta, priva di lusinga

* * *

Risposta della signorina Felicita:

Sei bello tu, e bella la tua arringa […]

 

Il resto del duello in rima si può seguire su Vibrisse [QUI], per il nuovo gioco poetico “Botta e risposta“, ideato da Giulio Mozzi.

 

Il buffet si annuncia favoloso

30 marzo 2015

Domenica 12 aprile 2015, tra le 10 e le 17, a Milano presso lo Spazio Melampo (via Carlo Tenca 7, due passi dalla Stazione centrale), la Bottega di narrazione si mette in mostra.

Un agguerrito manipolo di nuove narratrici e nuovi narratori, sotto l’occhio attento di Gabriele Dadati e Giulio Mozzi – conduttori della Bottega -, proporrà la propria opera a un inclito pubblico di professionisti dell’editoria.

Gli editori, editor, consulenti editoriali, funzionari editoriali, agenti, eccetera, che desiderassero partecipare sono pregati (se possibile) di avvisare: scrivendo a Gabriele Dadati (dadati@laurana.it).

Chi non potesse partecipare può richiedere, scrivendo al medesimo indirizzo, il fascicolo contenente i sunti e gli estratti delle opere.

Il buffet si annuncia favoloso.

il crudo e succoso inganno delle parole

24 marzo 2015
A proposito di bufale

Le hanno indicato il capannone dove si realizzano i formaggi, preso a spiegare il processo produttivo, l’uso del caglio. Tentato di entrare nei dettagli.

La scolara, obbligata alla sosta per lo shopping gastronomico degli accompagnatori dopo la gita a Paestum, duella con due coetanei (maschio e femmina) incontrati sul posto ma, sommersa dalla sufficienza, finisce con l’esasperarsi. Cerca supporto attorno. Gli adulti sono distanti, parlano tra loro vicino al pullman parcheggiato. Il cielo pure è lontano, grigio e indifferente.

Dietro le porte chiuse di quel fabbricato, sotto quel tetto spiovente, deve esserci tutto un movimento di operai e di impastatrici, sì, ma di materia per creare e unire insieme mattoni, cemento, tegole. Questo pensa, e affonda:

–  In un caseificio si fabbricano case, non mozzarelle!

I due si scambiano un’occhiata silenziosa.

Non sembrano appartenere alla sua stessa razza. Non sembrano neanche bambini: così seri, così tanto precisi. Gli indigeni vagano scalzi per l’aia, non sono che due selvaggi presuntuosi. Pensano di giocarla con quella parola.

– Scemi, non sapete l’italiano? Io sì. CASE-ificio, viene da “casa”, è ovvio! Voi non siete di CASE-rta, che è PIENA di case? E dove credete che le fabbrichino?

I ragazzini scoppiano in una risata, lei sta per scoppiare dalla rabbia, ma il ritorno degli adulti li interrompe e, sotto i loro occhi, si scambiano saluti svelti in mezzo ai denti.

Poco più tardi, sballottato dal pullman, il contenuto dei sacchetti, immerso dentro un liquido lattiginoso, palesa, in tutta la  sua promessa di sapore, il crudo e succoso inganno delle parole.

 

Tutto ciò per dire che  Wolf Bukowsky – La danza delle mozzarelle, Slow food Eataly, Coop e la loro narrazione”. Edizioni Alegre  esce domani, 25 marzo.

Il buon senso dei nomi comuni

20 novembre 2014

Se condividessi quello che si propone spesso, cioè cambiare genere ai nomi, con desinenza in –a se riferiti a donne, in –o se a uomini, proporrei pure di non parlare più della “persona”, ma di “persono” uomo e di “persona” donna. E, per comodità, avvallerei senza problemi l’uso di sostituire con un asterisco l’ultima lettera dei termini di genere comune o promiscuo (“Ordine degli Architett*”), estendendola anche al singolare (“Car* elettor*,…”). Magari mi spingerei a chiedere che venga usata una “parola” nel definire una cotoletta e un “parolo” nel caso di un buon vino, per poi utilizzarl* come parol*, in senso lato.

A me i distinguo di genere danno sempre l’idea di approfondire uno dei principali solchi che dividono, ahimé, l’umanit*.

Immagino una scolaresc* in gita. Un gruppo di bambin* si allontana e viene richiamato dalla voce del/la maestr*: “Ragazze! Tornate indietro!” Tra loro c’è mio figlio, un piccoletto in fase di scoperta della sua identità maschile, che adora una certa bimba ma fa “Bleah le femmine!” se solo la si nomina. Sono sicura che lui non capirebbe l’inversione di tendenza prodotta da una spinta culturale esogena e non dall’uso nel tempo, che a lungo andare modifica la forma del parlato popolare, com’è sempre stato.

Di fatto oggi alcuni nomi comuni, che spesso hanno forma maschile, vengono percepiti come neutri, senza alcuno scandalo, e le bambine, nel gruppo misto che si è allontanato, non sentono nel richiamo del maestro una prevaricazione. Io, per non creare tanto scompiglio, ufficializzerei l’esistenza del sostantivo neutro (s.n.) e in un vocabolario vorrei trovare scritto:

Direttore

s.n.

La persona cui fa capo la responsabilità di un’attività o di un organismo: il d. dell’albergo, dell’istituto, della banca, dell’ospedale.

 

Chissà che, però, io non sia in balia di stereotipi. Non mi dispiacerebbe avere qualche informazione in più da parte di chi esprime posizioni differenti. Ci penserei, non so se cambierei idea, ma, sì, ci penserei.

Premetto queste considerazioni personali, per dire che non sempre si può essere d’accordo del tutto col pensiero di un altr*, perfino quando si aderisce in pieno alle restanti posizioni espresse da quell* person*. Come nel mio caso nei confronti di Francesca Rivieri, responsabile comunicazione del Centro antiviolenza D.U.N.A. di Massa, caduta nella trappola tesa (e poi aggredita frontalmente) dal Direttore della Gazzetta di Massa e Carrara, come si può verificare nell’ articolo riportato da Loredana Lipperini dal titolo “La deontologia della Gazzetta di Massa e Carrara (giuro che e tutto vero)”.

Insomma, che è successo? Che il belligerante Direttore si è attaccato proprio alle opinioni sulle differenze di genere espresse dalla Dott.ssa Rivieri, peraltro dietro domanda esplicita di una sua giornalista, per giustificare una becera presa di posizione preventiva rispetto a presunti attentati alla sua stessa professione (E lei, adesso, pretende di venire ad insegnare a noi come si fa informazione corretta, addirittura organizzando corsi? Ma lasci perdere e lasci, soprattutto, fare il mestiere di giornalista a chi ha gli attributi per metterci sempre la faccia).

Ha opposto barricata a barricata.

Di più, sentendosi inopinatamente sotto attacco sotto l’aspetto professionale, ha ignorato deliberatamente la sostanza civicamente meritoria dell’iniziativa organizzata dalla sua ignara vittima, e ha opposto identità a identità, arrivando a ideare un titolo davvero ignobile per l’articolo: “Per Francesca Rivieri in Italia non esiste parità fra uomo e donna: che vada a fare una gita-premio nel califfato dell’Isis così si accorge della differenza…” con l’intento di annientare la persona, e non di controbatterne civilmente le tesi.

Allora invito chi possa permetterselo per vicinanza geografica, a recarsi al posto mio ai seminari della Dott.ssa Rivieri, dei quali riprendo i contenuti riportati nella sua “intervista”:

I work-shop saranno quattro e si terranno tra marzo e aprile 2015, il primo volto ad abbattere e riconoscere gli stereotipi sessisti nella comunicazione/informazione, il secondo sul tema della violenza di genere e gli stereotipi razziali, il servizio di mediazione linguistica e culturale del centro D.U.N.A., il terzo sui diritti LGBT per favorire una vera cultura di genere antidiscriminatoria e l’ultimo sul tema donne e benessere psicofisico, che affronterà nuove metodologie per migliorarsi , conoscersi ed imparare a rispettarsi e volersi bene. Questi workshop si svolgeranno al termine del corso di secondo livello G.eA.- Genere ed Antiviolenza- che inizierà a gennaio 2015. Il corso, dedicato alle operatrici già attive al Centro Antiviolenza, è finanziato dalla Regione Toscana poichè l’Associazione A.P.P.A. ha vinto, per il secondo anno consecutivo, il bando regionale art. 6 della L.R. 16/2009 Cittadinanza di genere. Il corso vedrà impegnate docenti provenienti da tutta Italia dai centri Antiviolenza facente parte della rete TOSCA e D.I.R.E (rete dei centri antiviolenza regionale e nazionale). Il workshop che terrò io a marzo 2015 verterà appunto sui temi del linguaggio sessista sia nella pubblicità che sui mezzi di informazione. E’ per questo motivo che auspico la partecipazione di diversi giornalisti e giornaliste locali, così da poterci confrontare su una tematica spinosa che deve iniziare ad essere affrontata in modo serio e approfondito.

Io mi rifarò in qualche altra occasione simile, che certo non mancherà, qui a Roma.

Una lenza poetica

18 novembre 2014

.

Il giovane favoloso

Il giovane favoloso – M.Martone, Italia, 2014

.

Dov’è la verità stavolta? Come snidarla, portarla in luce, restituirla alla vita quando, trascorsi quasi due secoli, di un uomo resta, immortale ma orfana del suo autore, la poesia? A quale fascinazione cede il regista che, lontano da ogni celebrazione, inizia a dialogare con un mito? Come imbastirà il fantoccio e lo muoverà credibilmente sulla scena? Come anteporrà amore a morte nella battaglia quotidiana dove il genio chiede di giudicare ciò che afferma e non la sua malattia (colui che amò suo padre più di sé stesso, che amò il suo migliore amico per la vita, che si ritrasse insieme lucido e sognatore, sublimatore di donne e misogino rabbioso, che fu egli per primo cacciatore di verità, passando al setaccio della traduzione poetica lo sterminato deserto della relazione dell’uomo con il mondo)? Basterà al regista quella Luna, enorme in ogni notte dolce e chiara e senza vento, a far da traino al tiro della lenza? Raggiungerà il Vero col rendere il Poeta un guitto, Silvia una pittata popolana e il buon Ranieri uno stallone ambiguo, semplificare Roma in un pigro magnaccia, Firenze in una viziosa snob e Napoli in una puttana oscura e surreale, scegliere una luce che muta ogni scena in quadro e mina la filologia della ricostruzione, spostando la poltrona dalla sala di un cinema a quella di un teatro? Ed è quello, il teatro, il luogo dove, nell’impossibilità di riprodurre la verità dei fatti, la finzione diventa verità, in virtù di un patto muto, come quel patto narrativo che lega l’autore di un racconto col lettore?

Forse sì.

E forse è per quel motivo che nelle scene iniziali, le più statiche, soffocanti, interminabili, mi hanno trovata impreparata certi movimenti elastici ed eleganti della cinepresa, avrei creduto di più a un’inquadratura fissa, con attori che recitassero da dentro come da fuori il quadro. Anche soltanto udendone le voci.

E perché rendere l’ermo colle così -non era la mia collinetta di ragazza-, pieno di erbacce? Era davvero tanto bassa quella siepe? E necessario far sì che Giacomo declamasse proprio in quel luogo il suo Infinito?

Ma lo declama, è vero.

Come lo scorrere della sabbia da un vaso all’altro in una clessidra, lungo questo film scorre il travaso dell’uomo nella sua poesia, accompagnando ogni passaggio chiave con i versi, quelli sì reali, unici e immortali. Che al primo accenno di strofa fanno rabbrividire in segreto chi li ascolta, e lo porta a mormorare all’unisono con l’attore sullo schermo.

A ogni apparizione di quella grande Luna gialla sullo sfondo, lo spettatore si sente trasportato verso l’alto, quasi a poter raggiungere l’altezza del Poeta, e si commuove, perché ne comprende in pieno la fragile esistenza, finora oppressa dalla sua immensa fama.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: