Archive for the ‘Scrittura e società’ Category

Giocare alla Rivoluzione

16 gennaio 2019

L’undici gennaio scorso, su La Repubblica è uscito, di Alessandro Baricco, “E ora le élite si mettano in gioco“. Mi è sembrato uno spunto importante, un indizio da seguire.

Il Post lo definisce un articolo “sulla crisi delle élite”; da più parti ne viene demonizzato il punto di vista elitario (non  Mantellini). Ma Baricco FA parte dell’élite. Può SOLO parlare da quel punto di  vista. In questo caso NON sta facendo fiction. Guai se si esprimesse da un pulpito che non gli appartiene, non ne  avrebbe diritto.

Fa onore a Baricco auspicare che l’élite, e quindi pure sé stesso, si liberi dalla grettezza e dalle conseguenze che derivano dall’ostinata conservazione dei privilegi acquisiti, anche se non è realistico pensare che ciò avvenga. Non in quei termini. Né che sarebbe sufficiente e tantomeno giusto. Il cambiamento non può in nessun modo partire soltanto da scelte dell’élite, seppur basate su principi di giustizia ed equità (“Mettersi immediatamente al lavoro per ridistribuire la ricchezza. Tornare a occuparci di giustizia sociale….”).

Il vero problema dell’articolo sta nel fatto che, all’analisi lucida, democratica, onesta e aperta al punto di vista altro (quello della “gente”) contrappone una soluzione che non è tale ma piuttosto l’enunciazione di una vaga utopia. E sta nel fatto che Baricco è uno scrittore. E quindi nella facilità con cui propone (e noi accettiamo) la soluzione letteraria della chiosa. Una conclusione così inutilmente retorica, così non risolutiva, finisce per svalutare anche quello che di giusto e condivisibile invece è contenuto nel testo.

Io, Noi, siamo quelli allibiti tanto dalla perseverante miopia di portata storica dell’élite quanto per il fatto che “la gente” (dopo tutti gli strepiti e le esaurienti dimostrazioni pratiche dell’incapacità della politica attuale di rappresentarla) non trovi ancora nel proprio presente motivazioni sufficienti e dirompenti per FARE la rivoluzione. Siamo quelli che, pur barcamenandosi ogni giorno sui confini di un baratro senza ritorno, credono fortemente in ciò che Baricco esprime:

Da un sacco di tempo abbiamo imparato che è meglio sapere molto delle cose prima di cambiarle, che è meglio conoscere molti uomini per capire se stessi, che è meglio condividere i sentimenti degli altri per gestire i nostri, che è meglio avere molte parole piuttosto che poche perché vince chi ne sa di più. Abbiamo un termine per definire questo modo di difenderci dalla durezza feroce della realtà grazie all’uso paziente e raffinato dell’intelligenza e della memoria: cultura. Sostituirla con l’apparente chiarezza di un pensiero elementare, quasi una sorta di furbizia popolare, equivale a disarmarsi volontariamente e andare al massacro. Voglio essere chiaro: ogni volta che ci facciamo bastare certe parole d’ordine di brutale semplicità, noi bruciamo anni di crescita collettiva spesi a non farci fottere dall’apparente semplicità delle cose.

Quelli che, letto il Baricco sociologo dagli spalti dell'”élite” non lo stigmatizzano e neppure assentono soddisfatti o che, nell’indistinta massa della “gente” non smettono di leggere dopo le prime righe. Siamo quelli che si fanno domande.

Apprezzo senza riserve chi si dimostra pronto ad accendere il dibattito portando argomentazioni valide e inviti alla riflessione. Dunque delle sue parole io ringrazio l’Autore, non il portatore di privilegi, e ora aspetto che sia il primo a spogliarsi materialmente dell’ipocrisia e attuare ciò che auspica.

Altrimenti, devo proprio farmene un’altra, di domanda. Perché mai cotanta intelligenza ha partorito questo articolo, in definitiva quasi autolesionistico?

Mah.

Per concludere, ammetto di aver taciuto che in tutto il testo viene richiamato The Game, l’ultima fortunata pubblicazione di Alessandro Baricco, a sintetizzare il concetto di società digitale in cui viviamo e come misura della giustezza delle proprie tesi. Dev’essere un gran libro, ma ancora non l’ho letto.

Me too – Non era amore

7 gennaio 2019

Chi mi conosce sa che difficilmente parlo in pubblico di fatti personali. Il motivo per cui ho deciso, alcuni anni fa, di provare a mettere su carta quello che accadde in uno dei periodi di formazione della mia vita sta nel tentativo di riesumare eventi all’origine della persona che oggi sono diventata.
I periodi di formazione non finiscono mai ed eccomi a tirare di nuovo le fila, avendo ricevuto il benefico pungolo di Trattodunione, al seguito dell’iniziativa #meetoo.
Come molte altre persone, episodi di vessazioni ricevute ne avrei potuti raccontare altri. Questo però ha ricoperto un ruolo emblematico, ha segnato il corso di alcune scelte successive in materia di rapporti con il genere maschile e non solo. Il punto stava nel fatto di dover subire da parte di qualcuno che, a parole e spesso con i fatti, dimostrava un grande affetto per me, qualcuno di cui mi fidavo.
Ancora oggi provo una discreta pena per le sue e per le mie debolezze. Ancora oggi non mi sento di stabilire una condanna assoluta nei suoi confronti.
Il racconto che ho prestato a Trattodunione vede nomi e circostanze modificati, non la sostanza. Ciascuno decida come reagire. Io sono per l’integrazione e il dialogo, uniche armi per migliorare il mondo in cui viviamo.

Tratto d'unione

non era amore Illustrazione di Arianna Farricella

A Franca Rame

Quando ero ragazzina non era ancora come oggi, che sono tutte bellissime, le ragazzine. La moda era terribile, e i capelli te li sistemavi da sola, o al massimo con l’aiuto dell’amica del cuore, rinchiuse per ore in bagno prima di una festa. Grazie a spume, lacche, e tecniche rubate al parrucchiere dall’amica più grande che già poteva permettersi la permanente. Tutte a testa in giù a spruzzarsi tanta e tanta robaccia puzzolente sui capelli, che poi dovevamo accartocciare con perizia, mentre sparavamo il phon sulle radici, ma senza diffusore. Io ambivo a essere un clone della prima Ciccone. Sognavo di agitarmi in mezzo alla pista, sotto una pioggia di luci psichedeliche, invasata e dardeggiante, sinuosa e debordante. E la mia amica del cuore, che somigliava un po’ a Brooke Shields, ma coi capelli belli, lisci e biondi, li massacrava pensando di far…

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Silent shit

24 dicembre 2018

Più di altri anni, per gli uomini e per le città, il 2018 si va concludendo per esaurimento. Le vie d’uscita s’ingombrano di immondizia e, oltre la siepe di resti e di cassonetti, non resta che immaginare mefitici naufragi nel liquame.

Ma, a pochi giorni dal termine, con qualche aggiustamento di tiro, si può ancora sperare di vedere un nuovo inizio. Più che buttare il vecchio dal balcone, si pensi a un suo riuso, o ad un riciclo.

Primo comandamento: separare. Tramite l’arte.

Gli ultimi non hanno voce? Dar voce ai primi, offrendo loro (quindi a noi stessi) un cambio di prospettiva. Scoprire i preconcetti che condizionano i rapporti e ostacolano il sorpasso della sostanza sulla forma.

Chi è il vero “rifiuto della società”, chi vive creando spazzatura o chi è costretto a nutrirsene? Chi deve aver fiducia in chi?

Se non si ha fede nell’arte, si tenti con la vita. Sarà da mettere in contro un certo stress, qualche tedioso shock, una dose abbondante di crisi.

Dopo però, potremmo uscirne rinnovati e più leggeri, liberi dal packaging di troppo e dall’inquinamento sensoriale.

Per queste riflessioni, per ciò che ne può scaturire, benedetta sia la feccia.

Holy shit.

 

Credits:

  1. Il bambino di Bansky che assaggia a bocca aperta e con la lingua di fuori i fiocchi che cadono dal cielo e non sono neve, ma un fallout di cenere tossica provocata dal rogo di un cassonetto dell’immondizia.
  2. The Square (film di Ruben Östlund, Palma d’Oro al 70esimo Festival di Cannes), il cui ricco e colto protagonista si ritrova a sguazzare nella spazzatura per salvare un bambino derelitto, aggredito da lui stesso poco prima.
  3. Underworld, di Don DeLillo del 1997, un mirabolante affresco di poco meno di un migliaio di pagine interamente dedicato ai rifiuti: scorie militari, carcasse di aerei, discariche, esseri umani.

 

Credetemi, è quanto di più bello mi sia capitato di leggere e vedere nel corso di quest’anno. E ne sono felice.

 

 

Me too

15 ottobre 2018

#MeeToo.
Non c’è molto da aggiungere, se non che la “matrice femminista”, una sorta di marchio che tende ad allontanare chi di femminismo non s’intende, né vuole provare a intendere, è fuorviante.
Ci siamo tutte e tutti dentro, si tratta di noi, dell’umanità che deve progredire.
Tratto d’unione, il blog, raccoglie il testimone e porta avanti una raccolta di testimonianze che sta facendo il giro del mondo. Riconosciamoci, tra i lupi e tra gli agnelli, a volte a ruoli alterni, entriamo in empatia. Proviamo a uscirne.

Tratto d'unione

2_MeToo

Oggi parte su questo blog un nuovo progetto, legato al movimento Me too, che ci accompagnerà per diverse settimane e che, ogni lunedì, vedrà la pubblicazione dei racconti – testimonianze di vita vissuta – scritti da donne che hanno subito molestie.

Si tratta di blogger, amiche, amiche di amiche… che ho invitato a uscire dal silenzio per raccontare le loro esperienze in un mondo dove, purtroppo, ancora molti uomini si permettono di cedere ai propri desideri senza tener conto di quelli della donna che li ha suscitati.

AriannaFarricellaArianna Farricella (1991), giovane e talentuosa fumettista, ha accettato di illustrare queste storie, perciò ogni racconto sarà accompagnato da un disegno creato appositamente da lei, che voglio ringraziare per la disponibilità e la sensibilità con la quale ha tradotto le parole in immagini.

Il Me Too movement esiste già dal 2006. Lo ha fondato negli Stati Uniti Tarana Burke per aiutare donne…

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Cartaresistente

5 gennaio 2018

Scrivo con una sensazione di malinconia per una perdita. Sto parlando di Cartaresistente. Non posso mettere link al  sito attivo dal 2012 perché, ahimé per tutti, ormai non esiste più. La sua uscita di scena al termine del 2017 mi ha fatto pensare a quella delle dive d’altri tempi. Una Greta Garbo, per fare un nome, dei blog letterari.

Un link a Cartaresistente compariva sulla mia homepage, come su quella di Vibrisse (e compare ancora: Giulio, ti posso suggerire di toglierlo?). La sua formula, piuttosto semplice, prevedeva la pubblicazione di immagini significative a corredo di testi che, direttamente o indirettamente, riportassero a una dimensione piuttosto “fisica” l’atto del leggere.

I nostri due blog si sono conosciuti sul finire del 2012, quando ho iniziato a sottoporre a Nando qualche contributo per dei post che enfatizzavano le letture di carta attraverso scatti fotografici (telefonici, forse è meglio dire) di sconosciuti lettori, colti in flagrante nel pieno esercizio della loro “perversione” nei posti più disparati. Da quei post poteva nascere la curiosità per qualche nuova lettura o, quantomeno, scaturire una riflessione su usi e costumi contemporanei. Da lì in poi sono venute idee per temi sempre più sfiziosi e sempre più coinvolgenti per un’ampia fetta dei blogger di wp.

Poi ho conosciuto anche Davide, col quale mi sono obiettivamente tanto divertita, attraverso una forsennata scrittura a quattro mani e confronti serrati come duelli all’arma bianca, puntualmente riportati sulle pagine di Cartaresistente, oltre che qui.

L’impresa di Nando e Davide, del tutto no-profit a meno, immagino, della voce di attivo in bilancio relativa alla soddisfazione, si è avvalsa della collaborazione di nomi anche illustri, di artisti e artigiani che hanno reso tangibile a molti l’esperienza del web. Ha creato una comunità stimolante e vivace. Personalmente mi ha permesso di sperimentare e crescere.

Una gran bella storia, vi ringrazio di avermi permesso di farne parte.

Ho uno spirito progressista ma un’anima che cerca comunque di conservare ciò che di buono c’è stato in un rapporto. Nel corso di quest’anno, con l’autorizzazione espressa degli altri autori coinvolti, pubblicherò di nuovo tutti i lavori a mia firma a suo tempo condivisi su Cartaresistente, a meno de ”I sette sensi”, che troverà posto integralmente sulle pagine di Tratto d’unione (Grazie!) accanto all’intera serie “I magnifici 7”. Da non perdere, in partenza il prossimo giovedì, 11 gennaio.

Quel che resta di noi

Inversione di rotta

19 dicembre 2017

Era la stagione della migrazione, del volo, del canto e del sesso. Nella regione neotropicale, che ospitava la più ricca biodiversità della terra, qualche centinaio di specie di uccelli diventava irrequieta e si lasciava alle spalle le altre migliaia di specie, molte delle quali strettamente imparentate dal punto di vista tassonomico, che si accontentavano di rimanere lì, a coesistere accalcate e a riprodursi nella quiete dei tropici.

Libertà, Jonathan Franzen

What if

30 settembre 2017

​”Mio padre la rivoluzione” è in vendita solo da ieri e, vista l’occasione, Davide Orecchio ne ha parlato nella libreria Assaggi di San Lorenzo a Roma.

“What if”. La curiosità per la Storia genera infinite Storie possibili, niente di troppo creativo, minimizza l’autore. Basta partire dal dato di fatto.

Anche questa raccolta di racconti, che segue il filo della rivoluzione russa, nasce dalla ricerca e dalla ricostruzione dei dati, pure i minori, di esistenze con le quali vorrebbe dialogare. Ancora una volta sono “biografie infedeli”, nate dal rimpianto di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Ritorna qui anche il padre comunista, non a caso. Nel dialogo mai avuto col padre c’è l’origine della passione per la Storia. Non a caso ha parlato di possibilità infinite. È una ricerca che può non esaurirsi mai.

“Se fossi felice mi accontenterei del presente, non chiederei al passato”, risponde Davide Orecchio a una domanda degli intervenuti. E spiega che forse non è così per tutti ma in questa epoca si prova uno straniamento. Non è sereno il rapporto col presente e il passato non lo si conosce veramente. Viene tramandato in modo distorto, monco, a volte non se ne sa nulla.

Davide Orecchio mette la sua competenza (e l’abilità narrativa, il linguaggio e la sensibilità) al servizio di un racconto personale, che ogni lettore potrà poi utilizzare come riferimento empatico per il proprio.

Lo scrittore di storia non si pone come storico nei confronti del lettore ma resta, fin dal primo momento, sul suo stesso piano. “Fa parte della mia postura”, dice l’autore e noto, come sempre, dal vivo e tra le righe dei suoi testi, una postura tanto diritta, quanto attenta alla sintonia con l’altro, qui l’intervistatore.

Questo è quanto, per la presentazione. Ora è la volta del libro, dove avvicinerò, tra gli altri, Rosa Luxemburg, Trockij, Rodari e Lenin. So che saranno incontri importanti e, se anche non renderanno più felice il presente, lo faranno più ricco e più completo.
Mio padre la rivoluzione, Davide Orecchio – Ed. Minimum fax, 2017

À la guerre comme à la guerre?

25 agosto 2017

L’autobus, ieri mattina, è partito dalla Stazione Termini e ha subito deviato dal percorso: impossibile passare nei dintorni di Piazza Indipendenza, tutti a chiedersi Perché. Perché era in corso uno sgombero di migranti (…erano rifugiati), ovvòve. “E basta con queste grane da migranti, abbiamo già le nostre di cui occuparci”, avete detto tutti lanciando le vostre granate dalle bocche granulose di granita.

Un bell’arcobaleno

“Ci vorranno anni per ripulire quel palazzo”

“Ma ci rendiamo conto che hanno rifiutato un alloggio offerto dal comune in un altro quartiere?”

“D’altra parte in qualche modo bisogna riprendersela questa città”

Quanto mi piacerebbe abitare in centro, sarei a due passi dal luogo di lavoro e dormirei finalmente almeno per otto ore di fila. Io sì che avrei diritto di rifiutare una deportazione in periferia, sono pure italiana, io. Alla radio, stamattina, hanno detto che quelli che non sono andati negli alloggi proposti dal Comune, restandosene a dormire nei giardini di Piazza Indipendenza erano gli uomini, i componenti maschi di quelle famiglie, le cui donne e bambini erano stati “graziati” temporaneamente e a cui era stato concesso di trascorrere la notte nell’edificio. Non so, sono tentata di alzare il telefono e chiamare una delle organizzazioni che si occupano e monitorano sotto il profilo umanitario quelle famiglie per farmi spiegare come sono andate con precisione le cose, che dei giornalisti a volte c’è poco da fidarsi. Forse lo farò, o forse continuerò a occuparmi della mia arzigogolata vita, in cui qualche spritz ogni tanto ci sta, insieme a tante grane, come capita a ognuno. Ma, intanto, mi vergogno.

Sono l’unica con le lacrime agli occhi per questa “cosa” che si svolge sotto i finestrini dei nostri autobus?

Solo ieri ho conosciuto due realtà alternative all’alzata di spalle, alla vergogna, alle lacrime, alla passività. Ve le voglio girare, se avete tempo, guardatele davvero tutte, meglio di certa programmazione televisiva d’agosto. Chi può, ne tragga spunto. Le cose, ma soprattutto le persone possono cambiare, cazzo.

Vik Muniz, quotato artista brasiliano di origini poverissime, spinto dal proprio bisogno di equità ha superato senza imbarazzo la frontiera dell’assistenzialismo regalando a un gruppo di persone, costrette a vivere rovistando nell’immondizia, l’esperienza dell’arte come salvezza dell’essere umano. Salvezza anche economica. Guardate questo documentario, vi sfido a non commuovervi.

Vi presento la squadra dei rifugiati di Roma: un inchino a Liberi Nantes F.C., il calcio che posso guardare perfino io 😀 .

(Tre: ChangeDotOrg)

“E fattela ‘na risata!”

6 luglio 2017

Paolo Villaggio

Certo che ridiamo, siamo esseri umani.

Ma la risata non è un’alternativa al pensiero. L’uso del cervello non è mai un optional, quando si ha l’onore e l’onere di appartenere alla specie egemone del nostro pianeta, quella dell’animale che, grazie al proprio originalissimo sviluppo, si è affrancato dalla banale sopravvivenza e ha creato, per sé e per ciò che lo circonda, le condizioni perché il destino non sia esclusivamente una variante entropica e lo spirito possa pretendere di vendicare la triste banalità della materia.
Ecco perché l’articolo di Wu Ming 1 su Giap è da leggere, leggere tutto. E da riflettere.

Ecco perché anche io rivendico con forza l’enormità delle opere sovversive, avvincenti e intense, come “La corazzata Potëmkin” di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn e la portata altrettanto sovversiva e, per fortuna, colta, e per le masse (!) del cinema di Paolo Villaggio.

Ciao Paolo.

Fastidio (su Cartaresistente)

23 marzo 2017

Ingiustizie e prevaricazioni? Bestie nere. Così i loro prodotti: disordine e maleducazione, sconfinamenti nella libertà altrui. In loro presenza trascendo, reagisco, mi infiammo. Disarticolo gesti e linguaggio, finendo in disordine e malacreanza io stessa.
Ci vuole indulgenza. Riguardo al disordine, stabilire confini e rispettarli (ora che mi ricordo, questa conversazione è già avvenuta, altra epoca e altro continente. Allora prendemmo la via del disordine, e poi… ma non importa). Parlerò però, oggi, qui, della scortesia.
Che fastidio la strafottenza per la sensibilità altrui, le imposizioni di sé, e l’imposizione del rumore in particolare. Il vociare, la musica alta, le suonerie dei telefoni, i discorsi molesti e altre afflizioni… Sapete, uno studio recente stabilisce che la misofonia ha cause neurobiologiche. Io l’ho scoperto qualche giorno fa. Nemmeno sapevo che esistesse, la misofonia, ma oramai è lampante che ne soffra.
Più di tutti, il fischio mi risulta un suono “trigger”. Quando qualcuno si mette a fischiettare, scatena una reazione incontrollabile. Mi viene da domandargli: “Ne hai per molto?” Divento maleducata. Coi suoni trigger accade ciò che dicono gli scienziati: mi agito, non posso più pensare, tachicardia alle stelle. Mi fanno l’effetto del piffero di Hamelin, con la differenza che correrei senz’altro dietro al magico musicista, ma solo per suonargliele io stessa.
Ne ho la certezza: la misofonia ha condizionato la mia vita. Giocoforza, sono tornata a ripensare – ahimé, da quanto non lo facevo- al tempo della mia Africa.
Ero una giovanissima volontaria, da poco in Kenia per un primo lavoro non pagato. Osservatrice di una popolazione che attuava antichi sodalizi uomo-animale.
Una mattina di maggio, io e Wadu, uno del posto, il mio coordinatore per quella ricerca, ci incamminammo fianco a fianco verso i campi sotto una pioggia battente. La pioggia diventò presto una colata, e quindi un muro d’acqua impenetrabile. Per noi non ci fu modo di proseguire.
Aspettammo al riparo del porticato di una casa colonica, quella in fondo al villaggio, che una volta era stata la residenza del Governatore e ora cadeva in rovina, col tetto sfondato già in mezzo al grande ingresso. Oltre il portone, socchiudendo gli occhi, a farci caso, sembrava quasi il Pantheon.
Ci affacciammo appena, per assicurarci di non doverci guardare le spalle da qualcuno che ci si fosse rifugiato: una colonna d’acqua veniva giù in uno scroscio di luce sul pavimento buio. L’aveva reso un’enorme bagnarola su cui galleggiavano i pochi mobili rimasti: una poltrona con la stoffa sdrucita, l’appendiabiti, un tavolino ribaltato a gambe all’aria. Tutto puzzava di muffa al quadrato. Però, che fascino.
Wadu stava chiudendo il portone e non me n’ero neanche accorta. Mi sono ritrovata col naso schiacciato sopra la sua manica, per evitarmi una capocciata.
L’atmosfera era come liquefatta, eravamo zuppi fino al midollo.
Lasciai la testa appoggiata sul braccio del mio accompagnatore. Lui si era fatto cadere a sua volta contro una delle false colonne che ornavano l’ingresso della casa.
A poco a poco il nostro dialogare sfociò in una discussione appassionata. Difficile non farsi sovrastare dal rombo della pioggia. Un nulla grigioargento ci bloccava entro i confini del porticato.
Wadu mi piaceva. Me n’ero accorta subito, ma preferivo lasciare fare al caso. Se doveva succedere qualcosa tra di noi, sarebbe successo. Inutile metterci altro impegno, era già abbastanza faticoso sopravvivere al clima.
Naa, naa, na. – Stava dicendo. – Non sono proprio un maniaco dell’ordine, ma, confini o no, nel disordine non mi ci ritrovo proprio. Nel disordine altrui, intendo- fece, ammiccando.
Neanche io, credimi. Però non è sempre necessario… voglio dire… – La testa si era come distaccata all’improvviso dal discorso. Non riuscivo ad andare avanti. Wadu ora mi stava guardando allegramente dall’alto in basso e fischiettava.
Cosa stavo dicendo? L’ordine, sì. Non esiste una soglia di tolleranza all’ordine valida per tutti, credo.
Giusto!
Lo disse battendosi una mano sulla coscia, così vigorosamente che, per lo scossone, dovetti spostarmi dall’appoggio solido del suo corpo. Cosa che, devo ammetterlo, mi dispiacque.
Tornai ad accoccolarmi e lui, dopo la breve pausa in cui mi sfiorò appena con lo sguardo, come per controllare di avermi ancora saldamente in pugno, riprese:
In genere, la mia soglia di tolleranza verso il disordine degli altri non è molto alta. Però, ok, anche a me quelli che esagerano in pignoleria…
Lo guardai gesticolare con le mani, come un tagliare i bordi di un cubo immaginario, ma non riuscivo a seguirlo. Aveva accompagnato il gesto con dei fischi acuti in sequenza, modulati tra i denti.
Scossi il capo con forza, facendo un mezzo passo lontano dal raggio d’azione di quel suono.
Ero stordita, nemmeno mi avesse suonato una tromba direttamente dentro il timpano. La conoscevo quella situazione. Di lì a poco avrei iniziato a odiarlo.
Wadu, il bel sorriso schietto, tutto solo per me, sotto occhi sfuggenti, color carbone-e-brace, all’improvviso sembrava una minaccia.
Ehi, – cambiando espressione, fischiettò ancora – tutto bene?
Per rispondergli dovetti farmi forza.
Scusa, mi sto sentendo un po’ strana.
Capii di avergli appena fatto credere quello che, in fondo, era ciò che provavo per lui. Ma non in quel momento, di sicuro.
Mi tese una mano. Tentennai. Guardai il suo viso, dal basso verso l’alto. Guardai ancora la sua mano. Emisi un sospiro corto, e poi gli lasciai prendere la mia.
La pioggia stava diminuendo, il nulla si diradava. Tornavano a sbucare i contorni del giardino. Alcuni uccelli espressero la loro gioia cinguettando. Si chiamano Indicatori golanera, Wadu lavorava con loro. Sì, con loro. Sono uccelli simbiotici, scambiano con gli umani dei fischiettii durante la ricerca, utile a entrambi, di miele. Gli uccelli guidano gli uomini agli alveari e ottengono un favo in cambio del favore.
Wadu, senza nemmeno tentare di riprendere il discorso, mi tirò a sé. Sentii come reale un suono di tamburi in lontananza. Lui mi guardava da vicino, invece. Mica osavo fiatare, tesa tra due estremi come mi ritrovavo. Temevo di sbagliare a comportarmi.
Le mie ciglia, inzuppate di pioggia, avevano iniziato a tremolare mentre si avvicinavano alle sue. Vibravano tutte insieme, le nostre ciglia, era una sensazione terribile. Impossibile sfuggire, quella vibrazione somigliava a una specie di richiamo primitivo. Certo non il più forte.
Spioveva un poco e un piccolo golanera si venne a posare accanto a noi sotto il porticato. L’uccello cinguettò e Wadu gli rispose, modulando un fischio interminabile sopra la mia faccia. Sono sicura che in cuor suo pensasse di rassicurarmi, come a dire: Ormai sei nel mio mondo di vibrazioni, morbide piume e miele, lasciati pure andare.
Invece, gli rilasciai una manata sotto al mento, talmente inaspettata da fargli mordere la lingua.
Rimase a bocca aperta. Un filo rosa scorreva dal labbro inferiore e andava a confondersi col luccichio misto a sudore e umido della sua pelle. Wadu era così bello, in quel momento, decisamente molto più incredulo che offeso. Per continuare a non saper che fare, mi misi a braccia conserte, gli voltai le spalle e presi a insultare me stessa. Avevo le interiora rivoltate ma, almeno, lui aveva smesso di fischiare.
Due giorni dopo volavo all’indietro sui nostri due continenti, tirandomi appresso una valigia messa insieme alla rinfusa, rigonfia di un magone enorme che sarebbe stato duro da smaltire.
Gli amici di qui mi chiamano, scherzando, Sostenuta. Arriccio il naso, sbuffo e tiro dritto, se un uomo mi fischia dietro. Esco sbattendo la porta, se una sala diventa troppo rumorosa. Inneggio a Erode, sul pianto di un bambino. Ho sempre pensato di peccare mio malgrado di arroganza, di essere, in fondo in fondo, nata antipatica. Da oggi, però, mi assolvo, penso sia chiaro. E chiedo a voi che leggete, anzi, vi prego: avvicinatevi con molta gentilezza.

Fastidio testo e illustrazione di Francesca Perinelli su Cartaresistente


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