Dicotomia n. 38: Natale da piccoli / Natale da grandi

19 ottobre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 24 dicembre 2013

 

Non desidero una rosa a Natale più di quanto possa desiderar la neve a maggio: d’ogni cosa mi piace che maturi quand’è la sua stagione. William Shakespeare, Pene d’amor perdute, 1593/96

Lei ha solo quindici anni. Lo spolverio di luce dà un senso vago a ogni forma intorno, illumina le tende in movimento. Le guarda dal letto, immobile, dopo l’appendicite. Stordita, indolenzita, forse febbricitante, sfiorata sulle guance da correnti d’aria che il legno fa passare alle finestre. È brezza del mattino o è quella della sera? Nemmeno un suono arriva dalla strada, ma cigolano gli ultimi gradini della scala. Suo padre, a schiena curva nel vecchio palchettone, toglie al presepe la polvere di un anno. Cosa gli cada di mano e rotoli per terra non lo vede, però ne segue il suono tra le stanze. Tra resti di nastri, carte, e bigliettini mezzo compilati, il gatto salta e sfreccia, pazzo di un filo torto. Rincorre il fratellino che tiene l’altro capo. Irrompono in cucina ma la madre li scaccia, o non finirà la cena. È sera, forse. L’aroma che si spande, davvero sembra odore di Natale. Stretta a quella speranza, sprofonda in nuovi sogni. La sveglia un miagolio, la sfiora una carezza sulla guancia. Si alza piano, per non strappare i punti. Fissa quel figlio dagli occhi leggermente strabici, che chiama con schiocchi di labbra e lanci di vagiti. Stretta a quella certezza, si dona alla sua fame. Lo spolverio di luce si spande sopra le vecchie cose intorno, e le rianima. Oggi che ha già trent’anni sa qual è il nuovo senso di tutto. E dà la sua versione esatta del Natale.

Da grandi il Natale ha un altro aspetto, un altro senso se di sensi possiamo parlare. Può effettivamente perdere la dolcezza, la lucentezza e la sua poesia trasformarsi in una sorta di disagio costante che dura per tutto il tempo dei giorni di festa. Oppure, da grande sei per forza costretto a tornare bambino “ino ino” una sorta di regressione indotta o voluta perché altrimenti il tempo non passa, o passa male e tutto quel che riluccica a festa fai fatica a fartelo andar bene. Alla fine noi del Natale abbiamo solo ricordi, siamo costretti ad avere dei ricordi perché funziona da periodo in cui bene o male tutto si ferma e prende un’altra forma tendente alla “bellezza” diffusa.
Ma la bellezza da grande la vai a cercare in altre cose, in altri periodi, in altri sogni e bisogni e non deve per forza aspettare di chiamarsi “Natale” per essere bellezza e affettività e coesione sociale e bontà che trabocca da cornucopie dorate. Chiaro, se sei diventato grande da solo qualche domanda te la sei dovuta fare e qualche risposta te la sei dovuta dare, e mentre hai fatto questo esercizio tutto tuo sei diventato critico e la critica si sa: o tramortisce o ingigantisce, raramente è obiettiva.
Da grandi il Natale è bello quando hai l’influenza che ti blocca sotto l’albero acceso e la febbre che annulla il tuo essere iper-critico su tutto, ti trasforma in un pezzo di Presepio. In quel momento apprezzi anche il gatto di casa che cerca calore e carezze, anche lui sempre così indipendente, a Natale ha bisogno di trovare in te delle certezze che a tua volta non sai dove trovare.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 38
Illustrazione di Fabio Visintin

Me too

15 ottobre 2018

#MeeToo.
Non c’è molto da aggiungere, se non che la “matrice femminista”, una sorta di marchio che tende ad allontanare chi di femminismo non s’intende, né vuole provare a intendere, è fuorviante.
Ci siamo tutte e tutti dentro, si tratta di noi, dell’umanità che deve progredire.
Tratto d’unione, il blog, raccoglie il testimone e porta avanti una raccolta di testimonianze che sta facendo il giro del mondo. Riconosciamoci, tra i lupi e tra gli agnelli, a volte a ruoli alterni, entriamo in empatia. Proviamo a uscirne.

Tratto d'unione

2_MeToo

Oggi parte su questo blog un nuovo progetto, legato al movimento Me too, che ci accompagnerà per diverse settimane e che, ogni lunedì, vedrà la pubblicazione dei racconti – testimonianze di vita vissuta – scritti da donne che hanno subito molestie.

Si tratta di blogger, amiche, amiche di amiche… che ho invitato a uscire dal silenzio per raccontare le loro esperienze in un mondo dove, purtroppo, ancora molti uomini si permettono di cedere ai propri desideri senza tener conto di quelli della donna che li ha suscitati.

AriannaFarricellaArianna Farricella (1991), giovane e talentuosa fumettista, ha accettato di illustrare queste storie, perciò ogni racconto sarà accompagnato da un disegno creato appositamente da lei, che voglio ringraziare per la disponibilità e la sensibilità con la quale ha tradotto le parole in immagini.

Il Me Too movement esiste già dal 2006. Lo ha fondato negli Stati Uniti Tarana Burke per aiutare donne…

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Dicotomia n. 37 – Visione: Ottimista / Pessimista

12 ottobre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 20 dicembre 2013

Il pessimismo, quando uno ci si abitua, è tanto gradevole quanto l’ottimismo.
Arnold Bennett, Things That Have Interested Me, 1921

Anche questa mattina, dentro il mio mondo, è cominciata bene. C’è vento forte e mi ha colpito la porta mentre uscivo. Giusto un bernoccolo e un principio di emicrania, posso tranquillamente andare a lavorare. Sopra le strisce, rischio l’investimento da un uomo in motorino. Non prendo parolacce: giorno che parte con il piede giusto. Nel tunnel buio una donna piange. Mi accosto a lei, dice che dal licenziamento vive dentro uno stabile occupato chiedendo l’elemosina ai passanti. Le do due spicci, le faccio una carezza, ci provo a consolarla: almeno lei ha un tetto sulla testa, pensi ai barboni, dico. Ma non risponde. Intanto arriva il treno. Io entro a forza, c’è tanta, tanta gente. Meglio così, mi piace osservare le persone. Sopporto questa che parla ad alta voce nelle mie orecchie e si lamenta col telefonino di aver lasciato “lui” che raccontava le sue cose in giro. Fortuna che parte della musica da un tizio con due enormi cuffie. Più grandi sono, meno sono isolate. Il mal di testa sale a braccetto con un effetto domino: il tizio ascolta un gruppo che piace, una ragazza scatta in su col naso -cerca l’origine del suono, come affamata-, io capto il suo sguardo acceso e penso a te, al giorno in cui mi chiedesti se mai usassi i passeggeri in metro per ispirazione. Lo faccio da allora. E quando mi leggerai, lo capirai quanto sei fortunato. Che ti rimandi, alla fine, solo l’eccitazione di una ragazza e tralasci botte, insulti, grida e piagnistei. Che sia convinta che tu sia consapevole del fatto che ogni mattina ricreo per te un mondo bellissimo, anche se so che non lo abiterai.

La vita ha aspetti negativi, infelici e dolorosi. Difficile vederla ad oltranza con l’occhio dell’ottimista anche senza depressione addosso (una malattia) perché la realtà sembra presentarsi per essere colta in negativo dall’essere umano in generale, irrequieto a vivere in questa condizione.
Quindi per un momento siamo realisti: si è nella maggior parte dei casi dei pessimisti un po’ su tutto, da quando ci alziamo la mattina a quando andiamo a letto la sera e non parliamo del mondo dei sogni che trabocca di simboli inquietanti da interpretare per non entrare nell’angoscia del: ma quale significato avrà quella brutta cosa che ho sognato?
Quindi la visione pessimista non è per noi limitata al mondo fisico, ma anche a quello onirico e forse anche a quello metafisico: “il caos fatto figura che si scioglie irreparabilmente nel tempo di un pensiero”. E vogliamo parlare di libri, dell’arte, di autori che sul pessimismo hanno fondato il loro passaggio all’eternità? Anche dopo morti noi riconosciamo come nostri i loro struggenti pensieri pessimistici scritti e dipinti alla mattina quando si alzavano, o alla sera prima di andare a letto e viceversa. Personalità contorte da dubbi, incertezze, negazioni e grandi dolori metafisici al rialzo.
Ecco, forse l’unica via d’uscita per risolvere un sentito pessimismo è la speranza che la felicità potrebbe arrivare, e nell’attesa noi sospendiamo (e ripeto, sospendiamo) il pessimismo dalla mattina quando ci alziamo alla… (insomma avete capito). Ma c’è un’altra via alla soluzione del pessimismo, o almeno al contenimento di questo emotivo mal d’anima: una visione irrealistica e negativa del mondo potrebbe diventare un mondo creativo, certo sempre tendente a dimostrare l’espressione del nostro pessimismo, ma l’impegno vale come cura vita natural durante, dalla mattina…

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 37
Illustrazione di Fabio Visintin

Sintonia (n.36) – Favole 6: Alice / Cappellaio matto

5 ottobre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 13 dicembre 2013

 

Tutti i coniugi del mondo sono male sposati, perché ognuno custodisce dentro di sé, nei segreti dove l’anima è del Diavolo, l’immagine sottile dell’uomo desiderato che non è quello del marito, la figura volubile della donna sublime che la moglie non ha realizzato.
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, 1982 (postumo)

Hatta, ma che sei matto? Non puoi cambiare sguardo così all’improvviso. Stavi cantando in coro con gli amici, il trucco di Halloween ti si scioglieva sotto le luci forti, tutto innocenza e impaccio mi sembravi, in apparenza. Io lo avevo capito di esserti d’interesse, ma fino a questo punto, no, non lo pensavo proprio. Oh. Pare che tu mi voglia frantumare, con quei tuoi occhi troppo sinceri, adesso. Ora so riconoscere tutta la tua maestria di poco fa, quando sfidavi l’ilarità comune. Ridevano del pessimo karaoke, e tu reggevi al meglio la tua parte. Era per prendermi all’amo, lo devi ammettere. Ma mica parli, Hatta, in questo angolo buio appena fuori del locale. E spingi forte la mano anche sulla mia bocca. Cerchi il silenzio. Preferisci il fruscio dei nostri vestiti, le gocce di sudore e d’altro che cadono per terra, lo sbriciolio del muro schiantato dal nostro nervosismo. Se è questo ciò che vuoi (come nasconderlo?) è ciò che voglio anche io. Sbrigati, Hatta, sbrigati. Ma quanta fame ti resta ancora da saziare? Non senti che la musica si abbassa? Il coro degli amici perde quota, tu togli la tua mano, io faccio per girarmi, riabbottonarmi, per rassettare tutto come se niente fosse. Faccio per dire: “…” ed ecco che la base riprende alla sprovvista. Il muro che ritorna a sbriciolarsi, e le tue mani forti a sconvolgere i capelli sulla mia testa. Vuoi proprio eliminarle le parole, eh, Hatta? Dai non fermarti, forza. So che sei abituato a prenderti il tuo tempo, hai pure un orologio da taschino, che se si ferma neanche lo riavvii. Avanti Hatta, avanti, dacci sotto. Più tardi torneremo i solti io e te, protagonisti di una di quelle storie che ancora raccontiamo ai nostri figli prima di andare a letto, di quelle in cui indossiamo i cappelli di due bravi e ordinari coniugi, con vite precise come orologi svizzeri, ben regolati quanto a misura e distanza tra di noi.

Sono Hatta, un soprannome da matto. Essere dirompente mi si addice, ma devo dire che Alice mi segue: matta anche lei anche se non sembra. E così per una volta di più in mezzo alla festa di maschere, amici deludenti, vite monotone con figli a carico in un Paese che non è delle meraviglie, mi ha fatto entrare nella favola dalla “stretta porticina”. È lei che mi invita ad andare oltre… non solo con la fantasia!

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 36
Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia discorsiva (n.35): Per scrivere d’arte hai bisogno di un salvifico retroscena umano

28 settembre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 22 novembre 2013

F: Ciao Davide, trasporto questa dicotomia da un pc all’altro e solo oggi finalmente riesco a inviartela… che dici?

D: Complimenti e… sono in imbarazzo: questo David ti è venuto bene bene, chi non vorrebbe essere tale?-) Furba di una donna, anche creativa!
Per trovare una Francesca devo rileggere Dante che la mette da qualche parte dell’inferno?!

F: Surrealizzami, dai, che ci riesci

D: Donne: che cosa ho fatto di male per meritarvi?! Un giorno non troppo lontano lo scoprirò.

F: Spera di fare una bella scoperta…

D: Per il momento solo “scoperte” non so se belle o brutte, certe donne dicono che sono troppo buono e cerco sempre di capire tutto. Forse per questo potresti uscirne bene restando, da donna, nel surreale:-)

F: Non mi sembrano affatto dei difetti…

D: Le Donne, fanno spesso cose senza senso giocando con le due paroline magiche “libero arbitrio” senza pensare che alla fine è un effetto domino quello che mettono in atto. Questo è il disastro dentro la vita degli uomini e non apriamo il file sulla stupidità del maschio nei confronti del sentimento: chi più chi meno, dovremo tutti ritornare a scuola. Per noi la frase fatta è più o meno quella di un film: “non ci siamo accorti che eravamo felici”.

F: Almeno tu il tuo file lo hai aperto e ci stai mettendo le mani, o così mi pare. E la felicità ha la capacità di ripresentarsi, tienilo presente.

D: Felicità è una parola difficile amica mia, difficile e piena di fantasie. Quando sei “tenero” dentro e fuori ci credi pure che esista, quando ti sei già fatto tante domande e sei diventato il tuo critico più spietato sai che è un gioco. Gli adulti per essere felici hanno bisogno che qualcuno gli risolva i problemi… anche questa non è mia.

F: Solo perché non ho tempo, ti dico in corsa che io, senza felicità a portata di mano, preferirei chiamarmi fuori dalla vita. Secondo me puoi ancora cambiare idea
Ora stacco, che sennò non lavoro.

D: Ecco appunto “lavoro” altra parola magica per mettere in ordine la vita, quando questa è scoppiata.

F: Ti confesso che la sola magia in cui credo nella vita è la creazione artistica. Il resto, lavoro, salute, sensi, sentimenti, viene solo se ti impegni in una costante ricerca di equilibrio.

D: Allora sono salvo… scoperta più, scoperta meno!

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 35 Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 34 – Arte: Realista / Surreale

21 settembre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 15 novembre 2013

 

Se c’è sulla terra e fra tutti i nulla qualcosa da adorare, se esiste qualcosa di santo, di puro, di sublime, qualcosa che assecondi questo smisurato desiderio dell’infinito e del vago che chiamano anima, questa è l’arte. Gustave Flaubert, Memorie di un pazzo, 1838

David, quando t’ho manipolato nell’argilla, ne sei uscito così come t’ho immaginato. E mentre tu stavi sul piedistallo a disseccare, è corsa voce che fossi differente. Ho fatto in fretta a darti un nuovo volto, nuovi arti e busto, nuove, nuovissime anzi, proporzioni. Ma un’onda dell’Arno ha spazzato via di nuovo il mio lavoro. Allora io t’ho scolpito nel marmo di Carrara, tanto alto da far ombra a ogni altra effige umana, con una testa tale che Leonardo davanti a te scompare, e mani talmente vere da temere che tu ti pieghi a distribuire schiaffoni. Nessuno ha osato contraddire la tua voce che, dal mio petto, sorgeva a chiedere di collocarsi spalle a Palazzo Vecchio. Quando gli esperti messi a deciderti il posto alzarono il loro sguardo sopra il tuo, così accigliato, ti diedero ragione all’istante. E cosa dire del grido del Vasari: dopo di te nessuna statua mai! E mai è stata raggiunta vetta più alta, mi è stato detto in seguito, mai voce più forte si alzò a difesa della libertà, della democrazia contro le prepotenze dei tiranni. Infatti, è per questo motivo che, a poco a poco, rientrati in sé appena dopo lo stupore, i fiorentini proposero di mettere al tuo posto una copia. Tu che sei l’apologo ultimissimo del vero, ora sei circondato dall’atmosfera rarefatta di un museo, mentre quell’altro, l’impostore, l’impasto di marmo percolato dentro un calco, niente a che fare con la tua origine dallo scavo faticoso nella roccia, mostra ai passanti ignari la sua falsa versione della realtà.

Francesca da Rimini, è tra i lussuriosi dell’inferno che ti trovo, condotto a te dall’astratto mio viaggio nel mondo dell’ultraterreno in cui mai pensai di incamminarmi un giorno, nemmen per angoscia e disfacimento dell’anima mia. Amante e tentazione dal corpo in cui io poeta, non senza grande sacrificio con i dannati intorno, ho mista pietà al desiderio da far perdere i sensi.
Si io poeta dell’amore, visionario dell’irrealtà a cui tu confessi non senza sconforto le tue pene in vita e io nell’attrazione di te innocente, freno l’impeto per esser sol narratore dei posteri e non peccatore degno dell’Inferno in cui sono. Stesso sentimento che aprirsi deve adesso la strada per ascoltare te e la tua condanna, e questa mi appare come possibile causa della mia stessa eterna condanna, fuori dal reale dell’essere qui. Io che a te chiedo spiegazioni, Francesca, spiegazioni su come tu sia diventata peccato nell’adulterio. Perché io nell’astratto del sentire amoroso non vedo in te ne colpa ne trasgressione, ed è forse la moralità, propria e contraddittoria a crear religioso e travolgente giudicare. Hai Francesca forma così alta e rarefatta che avvolge il tuo Paolo e non è vero immaginarvi peccatori, ma tragiche figure della passione dentro forze invincibili. Ora per voi qui tra i dannati provo senso di umana pietà e capisco il dono della cattiva sorte, ma se potessi io portarvi in un altro tempo futuro certo sareste salvi ed eletti a opera d’arte.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 32 Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 33 – Recitazione: Comica / Tragica

14 settembre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente l’8 novembre 2013

Preferii restare pazzo e vivere con la più lucida coscienza la mia pazzia […] questo che è per me la caricatura, evidente e volontaria, di quest’altra mascherata, continua, d’ogni minuto, di cui siamo i pagliacci involontarii quando senza saperlo ci mascheriamo di ciò che ci par d’essere […]
(Luigi Pirandello, Enrico IV, 1922)

Lei alzava la battuta, lui schiacciava. Lei solleticava, lui inanellava una sequela di starnuti. Erano professionisti della recitazione. Il duo aveva sempre funzionato: il pubblico rideva e le casse erano piene. Finché lui disse “Voglio votarmi al tragico, non mi scocciare più”. Se non potrò scocciarti, ti incollerò lo stesso, concluse lei, per niente preoccupata. Sera dopo sera lo aiutava e arrotolava stretto, per farlo somigliare a quella Mummia di cui era protagonista in scena. Ben cinquantotto repliche ci vollero, per giungere alla volta del finale magico. Stette cinquantasette volte di nascosto tra la gente, seno schiacciato dentro un busto rigido, scarpe portate lunghe e con la zeppa, e abito da uomo. Due baffi, identici a quelli di lui, sul labbro superiore, occhiali spessi, cappello sulla testa e mani nelle tasche. Non era forse Groucho? Replica cinquantotto: le bende erano spalmate di ceretta. Lui neanche se ne accorse mentre veniva avvolto, tanto si era assuefatto alle sue mani addosso. Conclusosi il drammatico finale, il pubblico piangeva, piangeva il botteghino per le casse magre, piangeva lei dal ridere. Pensando a quando lui, al seguito dell’ultimo richiamo sul proscenio, avrebbe alzato di scatto le bende, depilandosi. Ma, invece che il sipario, si alzò un grido dolente dalla quinta (il giropetto della protagonista? Sembrava suo il “Dooo” – o era stato un “Nooo” da voce raffreddata?). Adesso, pensò lei, si scosterà il sipario e apparirà lui contrito, o meglio, riconvertito al comico. Chissà. E apparve infatti lui, sempre mummificato, tenendo tra le braccia l’attrice principale. Pareva proprio morta, la sgualdrina (girava voce che fossero amanti, benché fosse sposata, e lo sguardo di lui lo confermava). Non era quella scena che attendeva. Adesso, licenziato Groucho, sotto i baffoni neri rimase un malinconico Charlot.

Sposati da tempo, per cui il fatto che lei gli avesse urlato la parola “fallito” per 58 volte in poco meno di mezz’ora a lui non pesò così tanto. Litigavano spesso ma questa volta sembrava davvero una cosa seria. Lui di solito la lasciava sfogare, stringeva i denti cercando di non esagerare con le parole, i gesti, i pensieri… ma adesso era proprio in crisi, sia fisica che mentale. Da professionista dei palcoscenici la immaginava come a lui piaceva per salvarla dentro alla sua testa, la pensava vestita bene, gentile, armoniosa, affettuosa a letto, tutte riflessioni positive per contrastare questa iena ringhiante che aveva di fronte. Ma niente, questa volta il giochetto psicologico non serviva e lei continuava ad aggredirlo con le parole. Lui cercò di andarsene ma lei lo trattenne per un braccio, lo strattonò portandolo ancora nella posizione da cui si era mosso e gli si avvicinò ancora di più al viso urlando. Lui e lei avevano 58 anni, ma lei nonostante l’età gestiva benissimo tre amanti molto più giovani. Lui non sapeva, ingenuamente pensava che dopo una vita spesa insieme le cose fossero ormai stabili e immutabili. Mentre lei continuava a urlargli piccole mancanze che sembravano una disgrazia divina, lui rispose al telefono che suonava da un pò, lo fece così, quasi d’istinto. Una voce maschile dall’altra parte chiese di lei e lui gentilmente gli passò la cornetta, la guardò prendere il telefono con rabbia feroce e con altrettanta ferocia rispondere a una domanda: “no, non è oggi il tuo turno per scopare è domani, coglione!” e sbatté giù il telefono. La rabbia che la invadeva non l’aveva fatta ragionare, se ne rese conto ma ormai era tardi e non era un film. Lui cominciò a ridere, ridere, ridere, non riusciva a fermarsi mentre lei, ormai nel panico mentale, si era fermata non sapendo cosa dire e neanche cosa fare. Lui fece uno sforzo così grande nel ridere che il suo cuore si fermò di colpo e stramazzò li, nel salotto di casa. Lei morì in un film 58 giorni dopo, uccisa da un giovane attore marocchino con cui aveva recitato una scena di sesso. Il copione diceva che doveva dargli del “coglione” ridendo, insopportabile appellativo detto da una donna ad un Mussulmano.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 33
Illustrazione di Fabio Visintin

 

Dicotomia n. 32 – Favole 5: Cenerentola / il Principe

7 settembre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 25 ottobre 2013

 

“È vero, principe, che lei una volta ha detto che la ‘bellezza’ salverà il mondo? State a sentire, signori,” esclamò con voce stentorea, rivolgendosi a tutti, “il principe sostiene che il mondo sarà salvato dalla bellezza! E io sostengo che questi pensieri gioiosi gli vengono in testa perché è innamorato. Signori, il principe è innamorato […] Ma quale bellezza salverà il mondo?…”
(Fëdor Dostoevskij, L’idiota, 1869)

Mi avevano tagliato i capelli per via dei pidocchi. Tagliato i vestiti perché troppo abbondanti. In fondo a quel bordello clandestino ho imparato a mandar giù l’ininghiottibile. Tatuata, marchiata a fuoco perché non lo scordassi, di avere un padrone. Accerchiata da sorelle degradate e infami. Mi hanno calpestata, non ho più un osso sano in corpo. Mi hanno incatenata. Catene sia di ferro che di carne, che di pressione assurda sulle tempie. Mi hanno appesantito i sogni di improperi e favole allo stesso tempo, perché non li potessi più sognare da me sola. Infine, dopo due anni infernali di gavetta, mi sono guadagnata un letto personale. Un conto in banca, misero, ma mio. Ora ho ripreso l’immagine, l’involucro vuoto di ciò che definivo me, una volta. Oggi il mio capitale è il corpo, mia sola cura e dedizione estrema. A lui devolvo i brevi pomeriggi, appena sveglia dall’incubo ininterrotto delle mie notti bianche. Liscio la pelle di creme e la sfioro di profumi, trovo l’acconciatura giusta per il vestito, sperpero denaro altrui in boutique di lusso. E torno al chiuso della stanza a regalare lussuria, ma sempre a pagamento. La porta aperta è bocca e invito ad assaggiare il vizio, lo scendiletto è lingua, è gola la scivolosità delle lenzuola. È gusto pieno e ricco la voce, solo la voce di lui, che è l’ultimo di turno. Un uomo fatto d’aria. Questo fantasma si solleva respirando, lo devo trattenere perché non voli via. È tutto spiritualità, per lui un incontro carnale è un sogno quasi impossibile da realizzare. Gli parlo piano, lo convinco che lui, e solo lui è il mio principe. Lo calmo utilizzando tutte le mie arti e solo quando sono sfinita viene a me con gli occhi spalancati. Lo sento appena addosso, descrive la sua posizione lo spostamento d’aria. Come lo afferro, lo inghiotto in un respiro e, mentre lo conquisto, non so spiegarlo ma ne resto inesorabilmente conquistata.

Nobile anche di testa, l’ho imparato osservando questa ricca famiglia che mi ha dato i natali e Nobile nell’animo, l’ho imparato dal mio Padre confessore persona splendida e vocata alla spiritualità. Le ho provate tutte, sessualmente intendo, prima di arrivare a convincermi che il godimento più grande è l’astinenza, la castità, un traguardo di purezza rarissimo soprattutto per gente del mio rango e con le mie possibilità. Castità giunta dopo aver provato toccamenti omosessuali puerili, leccatine e bacetti adolescenti agli orifizi aperti di molte donne, aver preso sonno e latte da minorenne con femmine incinte, e poi frustate adulte, sacrifici e dolore intenso di spilli conficcati e scarificazioni nelle parti intime girando il Mondo. Al buio senza sapere dove ti trovi e con chi lo stai facendo e cosa ti sta facendo e poi l’inferno e la lenta risalita per tornare Principe di nome e di fatto, soprattutto d’anima. Leggero! E poi lei incontrata in un negozio di scarpe, mentre cercava ne tacco ne punta, mentre si aggiustava i lunghi capelli biondi sul lungo e candido collo, lei vestita composta e dai modi gentili mentre arrossiva e chiedeva scusa alla commessa, entrambi in mezzo alle mille scatole aperte dall’indecisione. Ho visto la mia castità fermarsi in equilibrio su di lei, una cosa così pesante da schiacciarmi mentre lei la reggeva e l’ho corteggiata e avuta non senza difficoltà, passando dall’intesa con il mio Padre spirituale e sopra la malignità delle sue sorelle. Ora nell’intimo del nostro vivere lei mi fa riprovare tutto quello che ho già sessualmente provato, lei era tutto tranne che candida e non lo sapevo… ma non è più un inferno ma il paradiso dei principi.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 32
Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 31 – Dolore: Ferita/Cerotto

31 agosto 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente l’11 ottobre 2013

Si scrive di cicatrici guarite, un parallelo comodo della patologia della pelle, ma non esiste una cosa simile nella vita di un individuo. Vi sono ferite aperte, a volte ridotte alle dimensioni di una punta di spillo, ma sempre ferite.
(Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte, 1934)

Ho strappato via il cerotto e sotto c’era ancora la ferita, capisci, amica mia? L’ho ritrovato lì, nessuna coagulazione era avvenuta, c’era lo stesso sangue di quel giorno che mi aspettava al varco, lo stesso che ha ripreso a scivolarmi sulla pelle, giù e giù, vibrante nel rosso pieno del ceffone a mano spalancata e il filo di cobalto striato sotto l’occhio, fuori dal rubinetto sempre aperto con lui è uscita l’eco dell’urlo che rincorreva l’eco, capo da coda a capo da coda a capo, un fulmine col tuono generato, via a zig zag sui muri delle stanze, in modo forse uguale o forse peggiore di una volta: ora che le ho vuotate di ogni presenza inutile, gettato via il superfluo, in quelle stanze ora il suo suono rimbomba senza freni, spacca i vetri e sgretola l’intonaco, spegne il silenzio col morso di brace di una sigaretta accesa, sempre la sua, la stessa di quel giorno, e insieme alla ferita, è aperto e brucia il foro provocato sulla guancia dal mozzicone acceso, e i segni della corda attorcigliata ai polsi sono riapparsi bloccandomi le mani e i movimenti, cosicché non ho potuto far altro che assistere impotente al ritorno del golem, la gelida paura risorta dalla terra intrisa dell’umido e scivoloso magma che mi colava dalla vecchia ferita infetta con il suo odor di ferro, era comparsa accanto a me in un attimo, come quella volta – ricordi, te lo dissi il giorno dopo dal letto di ospedale – sole tinto di sangue e arena, sdraiata sugli spalti, pronta per ripetere la visione di me toro infilzato, e di lui, che non era più presente ormai se non nella muleta, il drappo che mi coprì nei giorni, i mesi e gli anni di putrefazione che seguirono – e io che credevo di essere guarita della cancrena, che la ferita fosse rimarginata, me illusa, sono tornata a pensare: Magari. Magari avesse scelto di andarsene prima di perdere il controllo. Magari avesse compiuto un gesto di pietà subito dopo la mattanza, avesse voluto almeno porgermi un cerotto.

Non saprei cosa aggiungere di più di quello che già sai, all’inizio me ne sono andato dall’Italia per non riempirla di botte. Per fortuna non l’ho fatto quando mi diceva che ero un fallito, dopo 10 anni di vita assieme e tanti sacrifici perché non le mancasse niente. In quel momento avrei dovuto farle male, quando mi urlava addosso che avevo una vita sociale perché lei aveva degli amici, che non avevo idee e doveva sempre trascinarmi in vacanza, che non mi sentiva più come prima! Questa merdata del sentire mi faceva incazzare di brutto, per la serie: ma brutta stronza ipocrita, cosa vuol dire “non mi senti” spiegati cazzo! O è solo perché aprire le gambe con un altro ti sfrizzola di più e non sai come dirmelo? E per farlo in tranquillità non sai come buttarmi fuori di casa con discorsi e atteggiamenti che abbiano un senso e una logica? Insomma non ti allungo la storia perché la sai, sei un amico e sei venuto in soccorso subito appena me ne sono andato di casa. Ma è stata una fortuna non averla riempita di botte dopo due anni quando è tornata a cercarmi per chiedermi scusa, perdono e cazzate del genere. Cercava amicizia e aveva moine da schifo per farmi capire che si rendeva conto di aver fatto un casino. Mi veniva il sangue alla testa al solo pensiero di rivederla, per cui me ne sono andato lontano da tutto quel che conoscevo. Mi chiedi se sono pentito? Ma neanche per sogno, pensavo mi avesse rovinato la vita e invece ci voleva. Alla fine mi sono reso conto che era una storia inutile, durata troppo tempo con una donna inutile e costosa, dove io ero in continuo sacrificio: lei è quel genere di stronza che vuole tutto senza concedere niente e non te ne accorgi. Da povero illuso pensavo che dopo questa scema non ci sarebbe stato più nulla ma non è così. Andare via e vivere da un’altra parte credo di poterlo paragonare al metterci un cerotto, ti aiuta a guarire.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 31
Illustrazione di Fabio Visintin

 

Dicotomia n. 30 – Produttività: diurna / notturna

24 agosto 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 27 settembre 2013

 

Perché si lavora? Certo per produrre cose e servizi utili alla società umana, ma anche, e soprattutto, per accrescere i bisogni dell’uomo, cioè per ridurre al minimo le ore in cui è più facile che si presenti a noi questo odiato fantasma del tempo. Eugenio Montale, Auto da fé, 1966

Questo è il giorno. Uno stato di stupore necessario, incoercibile. Sveglia. Sveglia. Sono del tutto sveglia. Il suono della sveglia è vita per la persona giovane, forte e sana, propositiva e positiva, pro- e ri-produttiva. Guardo la gente in faccia e la gente mi restituisce immagini bagnate in oro e platino. Non lo capisco più com’era ieri, non riconosco la maschera di pioggia e buio che mi trascinava buca per buca fino a toccare il fondo, sempre più giù, solo per annientarmi. Cosa ci sia di vero nella notte, come accettare il suo verdetto, quando soltanto a poche ore di distanza il verde è fresco di rugiada al punto che mi ci rotolerei nel mezzo? Aprirmi come in estasi. Un grammo di isteria, novantanove di estroversione pura, e per di più cercata. E sono sempre sveglia, vedi che stringo mani, arrotolo erre e fogli, disvelo elle e voglie, scombino i loro piani sovvertivi, ancora intrappolati tra le ciglia. L’immantinenza, l’aleph, l’ora, il qui, il presente. Questo è il giorno. È l’aria che riesce a passare dentro ogni interstizio. La sensazione, definitiva e ultima, che dietro la mia maschera non ci sia davvero niente da scoprire. Ma tu non mi guardare, tu che non restituisci sguardi d’oro e platino, e appoggi occhi caliginosi sul mio volto. Neri occhi di pece, colla vischiosa, che appiccica e che sporca. Tu, non mi invischiare. Soffri di notte cronica, e io, dentro la vacuità di questa produzione spinta, io voglio sparpagliare i miei fotoni al giorno.

La notte è per me uno stato della mente e non più un logico ciclo universale. Non c’è più differenza tra quello che puoi fare di notte e quello che puoi fare di giorno te lo dice il traffico, i locali sempre aperti, certi lavori o Industrie che non si possono fermare mai, essenziali alle dinamiche sociali. Non c’è più distinzione tra quello che succede di giorno e quello che succede di notte, te lo dice la TV con la sua stordente programmazione h 24 moltiplicata per 1000 canali. La notte sarebbe poi fatta per dormire ma se non ce la fai con il buio, prima o poi ti capita di giorno e diventi un pericolo per te e per gli altri, uno stato psicofisico in cui è il corpo a dirti che sei alla deriva. Quando ero bambino avevo in testa la netta separazione tra quello che potevo fare di notte e quello che potevo fare di giorno per cui erano separati i pensieri, comportamenti, le esperienze, me lo diceva il posto in cui ero nato che c’era un tempo per essere attivi e un tempo per essere dormienti. In questo periodo ho un ricordo di quel tempo, una frase che mia madre mi sussurrava mettendomi a letto, una specie di sonnifero che su di me ha sempre funzionato. Mi diceva: “pensa a cosa farai domani” e mi perdevo tra realtà e fantasia addormentandomi. Ma ora la stessa frase mi angoscia, perché da quando ho perso il lavoro e non riesco a inventarmi una vita, pensare a cosa farò domani mi ha fatto perdere il sonno e non riesco a distinguere la notte dal giorno.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 29
Illustrazione di Fabio Visintin


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