Prima o poi si cresce

1 settembre 2016

Paolo Nori punto it

[…] Lo zen e il tiro con l’arco, e Siddhartha, anche, e Lo zen e la manutenzione della motocicletta, quelli con lo zen nel titolo quasi tutti, e il Gabbiano Jonathan Livigston che, tra l’altro, ha anche un nome che non so mai dove mettere l’acca, e Avere o essere, di Erich Fromm, e Innamoramento e amore, di Francesco Alberoni, e i libri di Pennac tipo La prosivendola eccetera […] 

(paolonori.it 31 agosto 2016 )

 

A quei libri che ha citato nel suo post Paolo Nori, dovrei aggiungere che, a me, da ragazza, Fromm ha richiamato Fromm; Hesse, altro (e poi  tutto ma tutto) Hesse; dopo il Gabbiano, di Bach ho letto Un ponte sull’eternità per ben tre volte; la serie zen si è limitata al tiro con l’arco e alla motocicletta, ma mi hanno risucchiato pure: tutta la fantascienza di Heinlein, tutto Andrea De Carlo (anche se Arcodamore, prima delle ultime pagine, l’ho lanciato con gesto atletico in un cassonetto, ed era  già il 2003), moltissimo Camilleri, e ho volontariamente sorbito perfino tre degli sbobboni confezionati dalla premiata ditta Elena Ferrante.

Continuo a trovare Paolo Nori piacevolmente affine, rassicurante, nella sua ripetuta ammissione di normalità. Bello entrare in metropolitana la mattina e scoprire di avere in comune cotanto bagaglio, così innocentemente imbarazzante.

Unico neo: La Prosivendola, mi manca. O meglio, ce l’ho. Era stato un regalo di compleanno di Fabrizio, il mio ragazzo ai tempi dell’università. Aveva accompagnato il dono con il commento: “è pure l’autore preferito di…”  (la ragazza succeduta a me, dopo che ero stata lasciata) e Pennac non sono mai riuscito a leggerlo. Temo che non sia proprio di mio gusto, in ogni caso non ci ho riprovato.

Ma con Fabrizio siamo ancora amici, non abbiamo mai smesso di esserlo, anche senza sentirci per anni, perché siamo stati sempre gentili l’uno con l’altra e non abbiamo mai compiuto atti senza ritorno, del tipo che ti costringe a cambiare lato del marciapiede a vita, se ti rincontri per sbaglio. Se fosse accaduto questo, allora sì che mi vergognerei. Non per la lettura di libri di formazione o di gusto popolare.

Prima o poi (salvo eccezioni) si cresce.

Quaranta ruggenti

22 agosto 2016

​Alle nove di sera c’è un cielo pieno di stelle sul mare. Nascoste in parte dalla torretta di guardia dei bagnini, che illumina il tratto di spiaggia davanti al chiosco dove sono seduta a bere una Ipa di colore verde. Non la conoscevo, me l’ha consigliata il barman. 

Accanto a me un ragazzo e una ragazza fumano e parlano di stupidaggini con aria tutta compresa. Una tipa ha chiamato lei al telefono, ha risposto lui, mimando ad alta voce un orgasmo ma è stato freddato. Quella al telefono pare che fosse in viva voce col padre davanti. Lui ha chiesto scusa e le ha passato la ragazza. Un’ altra loro amica l’ha citata in un commento su Facebook. 

Lei fa: 

“Ma mo’ che vole? Prima nun m’ha cagata de pezza e mo’ se vo’ mpiccia’ dell’affari mia”. 

Lui ha i capelli rasati e un orecchino. È magrissimo. Lei esibisce un caschetto, è minuta ma parla e ride come un camionista. Riattacca e dice a lui come intende rispondere alla tizia in privato per farle capire che è una stronza. Prendono a baciarsi rumorosamente. Fanno grossi schiocchi con le labbra.  

Poco fa, quattro bionde belle, dalle cosce lunghe e con minigonne cortissime, hanno giocato per una decina di minuti a tirare vuoti di birra da 33 cl. all’indietro, in un secchio della spazzatura immerso nella sabbia. Ridevano da pazze e scuotevano i capelli come amazzoni, padrone della natura selvaggia. Quando si sono stufate mi sono sfilate accanto. Per come si atteggiavano, e perché ne vedevo bene solo un paio, all’inizio mi erano parse delle adolescenti. Una coppia a un altro tavolo, mentre le quattro si sedevano tra me e loro due, si è informata se le più grandi fossero sorelle. Dalla voce e dalla risposta ho dedotto di essermi sbagliata, erano due cinquantenni molto ben tenute che hanno informato i presenti di essere due “amiche, però semo sorelle per scelta”, che stavano insegnando alle figlie le cose davvero importanti nella vita. E giù un’altra risata di gruppo. Un terzo cinquantenne molto ben tenuto si è affacciato dal chiosco per chiamare il gruppetto. Loro hanno salutato la coppia con un “Buona serata!” e hanno raggiunto con finte proteste l’uomo, gli hanno detto che il tramonto era stato bellissimo. Erano rimaste in spiaggia da allora per aspettare gli uomini, e ritornavano con loro per terminare la serata. 

I due accanto a me si stanno baciando da un po’. La musica è Girl from Ipanema, seguita da altri standard di chitarra jazz.

Il mare mugghia. Non ricordo bene il significato di mugghiare, ma rende bene il suono. 

Le stelle sembrano allestite da un astuto scenografo. 

Alla mia destra i baci sono interrotti da commenti ad altri messaggi comparsi sui telefoni. Lei è gelosa, lui lo capisce e la prende in giro. Poi si fa silenzio. Il mugghiare prende il sopravvento. Non mi volto. 

Vedo la schiuma ordinare strisce bianche sulla battigia. Alla chitarra si unisce anche un sassofono. Il percorso verso la torretta è illuminato da piccole luci in fila, che sembrano lo specchio delle stelle in cielo e, in lontananza, aerei bassi sorvolano l’orizzonte. Il vento è caldo. Sono le nove e quaranta e lui sta domandando, piano, a lei: “Ma sei capace di stare un secondo seria? Io ti parlo seriamente e tu continui a scherzare”. Poi, però, riprendono a baciarsi.


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