The Square. Quadrilogia dei tramonti – L’ultimo

22 agosto 2019

di Francesca Perinelli


Ritorni. Ne padroneggia l’arte il tramonto, il più esibizionista tra gli dei dell’aria. E ama anche specchiarsi, farsi ritrarre, concedersi a più paia d’occhi insieme, far risapere di essere così amato senza esclusiva alcuna. E mette in lizza gli animi, brucia della competizione tra chi se ne vorrebbe impossessare. Come se si potesse. Come se lo volesse veramente. Quando compare, pare ogni volta l’ultima. Invece torna e torna, e trova camere aperte a accoglierne picchi e tremori, le mille variazioni del concedersi, il suo incedere ricco, la prodigalità, l’inganno del biunivoco. Questo le camere fanno, facile a dirsi, lo vedi dietro le loro porte aperte: prendono a ripetizione il gusto finto mesto di giorni ormai al declino. Anch’io, che avevo il cuore in una morsa, volevo farlo mio. Non in uno scatto. Piuttosto lo avrei ritratto. Con la pittura, con la calma, scavando verso l’origine, entrando in sintonia per farmi raccontare i suoi segreti. Chiesi piano il permesso e incominciai a dipingere. La tela si tinse subito di rosso falsità. Lo fissai, lasciandomi istupidire. Posai a caso altri pennelli vani: nessun colore poteva dirsi il suo, quando lo raggiungevo virava su altri toni. Finché prevalse lo scuro e le camere si allearono assieme, mostrando immagini sue ma tutte uguali, come un diamante solo a mille facce e senza alcuna luce. Si spensero a una a una mentre iniziava la mia paziente attesa del ritorno. Dove ti trovi nelle ore in cui non sei con noi, forse non lo sai realmente neanche tu. Io invece ho saputo, quando la tela nera ha accolto un segno chiaro e soffuso in orizzontale – lì c’era l’alba, dove volevo essere. E tu sei diventato l’ultimo tramonto.

The Square. Quadrilogia dei tramonti – Sigma

15 agosto 2019

di Francesca Perinelli


Microessere monocellulare, vivo per caso e, in caso fossi viva, subito muoio. Afferro le istruzioni che senza alcun preavviso appaiono e si impongono, fino al Destino. Si accostano fratelli in ombra, sono altri come me, forse parenti, forse totali estranei. Non basterà una vita per conoscerli, credo alla loro voce. Scambiamo le esperienze. A volte ci tocchiamo, si dice che un brivido ci scuota assieme e, per un lampo (che cosa sia lo ignoro), siamo un essere in due. Ma capita non sempre, e non a tutti. Lungo questa parabola, senza sapere se al vertice o a orride distanze dalla direttrice, senza un’idea di senso, ci sentiamo parlare. Ci rispondiamo. Ci raccontiamo storie. Tramandiamo quel poco che ci tocca in sorte. Leggende di monossidi e nitriti, battaglie chimiche condotte negli abissi, enzimi di battute. Non è male la vita nelle sorgenti calde, ma dura troppo poco. Il tempo di fare conoscenza e l’altro svanisce, oppure tocca a te. Io sono nata di sera, ho attraversato i sogni crescendo e senza mai scalfirli, mentre gli altri dormivano. All’alba mi si è accostato Σ, appena generato. Saltava accanto a me già pratico del tutto, ci sono entrata in piena risonanza. Mi ha detto di tramonti visibili anche dal fondo, verso sera. Questo sapeva, questo voleva mostrarmi. Ma mi sono intristita, la mia vita di un giorno era alla fine. Lui non sentiva storie. Con un protosorriso si è accostato e ho vissuto un lampo, l’unico, l’estremo. Lo scuotimento e il brivido. Il due in uno, la gioia. Infine la scissione. Buio tinto di rosso. Avessi a chi raccontarlo, direi che ne è valsa la pena.

The Square. Quadrilogia dei tramonti – Satelliti

8 agosto 2019

di Francesca Perinelli


Volare basso, guardare in alto, sapere l’orizzonte in lungo e in largo, spazzando via le miglia con luce indifferente e anaffettiva, seguendo con il dito creste, tagliandone le bocche nette ai bordi, come le loro ombre. Mi immergo e mi sollevo, il tutto grigio e nero è la mia vita, la mia crisi irrisolta e mia alleata. Voglio solo planare: è la mia musica. Un ritmo sempre uguale che allunga la distanza da ogni cosa, mi aiuta a dialogare con il nulla e mi rincuora. Come quando ti vedo, confusa e già un po’ arresa. Mi appari sempre ai margini del giorno. Ti plano addosso e intorno. Sei rorida, ti freme la marea, ne sfioro l’onda e un brivido mi prende al sibilo del tuo vento lontano, lo inspiro e ti restituisco il fiato argenteo della Luna. Ti chiamo e mi rispondi, sparisco e tu ti offendi. Ti sorrido. Torni dolce in un attimo e mi addolcisco anch’io. Quasi mi sembra di poterti amare. Realizzo fioriture di grafite, che credi doni e usi in quantità nei tuoi acquerelli. Ma io non ti appartengo. Mi mostro sempre meno, arretro e poi mi eclisso. Non saprò mai di te, mi basta averti attorno, felice del tuo essere speciale. Anima azzurra e verde. Ti vesti così bene. Mi piace il tuo profumo. Ti trovo così bella. Ma vago lontano e solo, vado dall’altra parte. Quella che non conosci. Quella soltanto mia. Se mi lasciassi prendere, ci annienteremmo entrambi nello scontro. Tu smetti di cercarmi. La tua caduta rapida, senza odi né riverberi o illusioni, oltre la polvere ferma dei miei limiti, la scordo e dormo subito. Sopra di me si estende un cielo tale che tu non potrai mai immaginare.

Forse

7 agosto 2019

Potrei scrivere di più.

The Square. Quadrilogia dei tramonti – Il Bush

1 agosto 2019

di Francesca Perinelli


Torno ancora da te, che mi descrivi tutte le costellazioni dell’emisfero australe. Mi piace ascoltarti. Mi issi sulle parole e scalo in un soffio il lungo ago infisso dentro al bush, fin sulla cruna di vetro. Testa di pendolo che oscilla con il vento. Lì sei. Stazioni in movimento davanti ai fuochi accesi. Sfrigolìo di aromi, complessità, brusio. Nessuno è indifferente al cielo, neanche la tua vita poliglotta. Il Sole enorme cala e sembra sorgergli addosso la gigantesca Luna; il pendolo si ferma; si ferma l’orologio; si bloccano le pose dei viventi; i cuochi stanno appesi agli strumenti in mano; tu sei fermo. Ti vedo attraversato dalla luce; sei felice. Lo sono anch’io con te, io sono l’altra adesso, nei giorni del ritorno. I giorni del non-caos, di quando forse riesco ancora a ritrovarmi. I giorni alla sprovvista che mi graffiano forte. I giorni che mordicchiano i polpacci, che baciano i miei piedi. I giorni che mi cercano e mi cercano e non mi sembra vero. I giorni ritornati, contrari a ogni scommessa. Prendo quello che dai. Che è talmente forte qui il tramonto. Posso solo bruciarne entro i tuoi ricci cespugli. Mi sento una falena. Morirò. O ritornerò a vivere, perché era proprio così, proprio così che mi piaceva un tempo pensare di morire. Era così. E quando l’infrarosso sarà tanto pesante da tirare giù per intero il cielo in un boato, sarò pronta. Saprò, di questi giorni lunghi, rubati al Tempo, parentesi freschissima d’estate, che non ritorneranno. E ti saluterò, votandomi alla notte con un ringraziamento e un’ultima preghiera che umetterà di sogni i miei occhi chiusi.

The Square. Quadrilogia della mia musica – Il Blues

25 luglio 2019

di Francesca Perinelli

Avete saputo? È uscita sul giornale una notizia e, sapete, è stato lo strillone, giù in strada, a farmela conoscere. Gridava così forte che non ho potuto fare a meno di sentirla.

“Il sole non è sorto”? Sì, ho sentito anch’io. In effetti, è ancora tutto così buio intorno e sono già le dieci.

È stata Elnora, dicono, dalla sua finestra.

È stata lei, è vero, l’ho vista!

Ha puntato la doppietta sul gallo che stava per cantare e ha fatto fuoco. Ha detto di avere un blues addosso, il primo da così tanto, che non l’avrebbe fatto andare via.

Povera Elnora.

Aspetta a dirlo, visto che non sai tutto. Credo che non rivedremo il sole per parecchio.

Racconta.

Sapete com’è fatta, quando sono venuti a prenderla, dietro la porta l’hanno sentita alzare il suo lamento:

Non sorga il sole oggi, non scaldi e illumini la terra

Non sorga il sole oggi, non scaldi e illumini la terra

Non porti via il mio blues, non c’è una compagnia più bella.

L’ho stretto tra le braccia, tutta la lunga notte e oltre

L’ho stretto tra le braccia, tutta la lunga notte e oltre

E non c’è insonnia migliore dell’averlo tra le coltri.

Ho avuto il blues sulle labbra, mi ha preso tra le mani il cuore

Ho avuto il blues sulle labbra, mi ha preso tra le mani il cuore

Si è preso cura di me, mi ha lusingata a fondo ore e ore.

Se ancora non capite, mostratemi un po’ di pietà

Se ancora non capite, mostratemi un po’ di pietà

Non lascerò il mio blues, non qui e non nell’aldilà.

 

 

The Square. Quadrilogia della mia musica – La Classica

18 luglio 2019

di Francesca Perinelli

Che hai fatto, Novecento? Guarda che hai fatto, anzi: ascolta. Le guerre maledette hanno traslato il gusto popolare dal sogno al suo lamento. Hai detto addio a scomode abitudini e ai pregiudizi e con sfaccettature di “moderno” estese le opportunità a ciascuno, non più in misura di quanto fosse in grado di apprezzarle. Le guerre sono state il letto dove il parto gemellare dell’unica regina sulla scena ha avuto come esito due opposti: semplicità rassicurante al popolo, muri di sperimentazioni verticali per l’élite. Se suoni uno strumento, sai. Sapere è allora potere, ma anche senza cultura si gode la bellezza – di questo in fondo si tratta. La musica degli avi poggia su basi complesse, ma rende comprensibili teoremi matematici, porta l’emozione nei cuori di pietra, stana l’intelligenza sopita, insomma si fa capire. Sonate e fughe fluttuano senza tempo e senza scadenze tra gli universi, così ogni contaminazione di genere che non ceda al quattro quarti poppettaro. Fate un esperimento. Sedetevi comodamente isolati e restate in silenzio. Quindi avviate, diciamo, Mozart nelle cuffie. Sonata K448. E ora fate la lista della spesa, rispolverate il greco, mettete mano a quel problema di lavoro, pensate ancora a una persona cara. Vi riesce, non è più una domanda ma una certezza. Musica che non fa appello a istinti, anzi, richiama la ragione. Se vi trascina in un flusso di emozioni che sembra ipnotizzarvi, non rema contro, affianca, non morde le calcagna, apre al possibile. Di certo non è lo specchio deforme di bassi istinti e povere vanità, e chiede solo di essere conosciuta e amata.

 

The Square. Quadrilogia della mia musica – Il Funk

11 luglio 2019

di Francesca Perinelli


Il piede è levare e battere e levare ancora, destro sinistro destro e alla quarta battuta un saltello all’indietro fa ricominciare il conto. Ripetizione a perdita di fiato e oltre, si gira tutto il quartiere se nelle vene scorre il bum-cha giusto, presi a calci nel sedere da un basso discendente, una chitarra che titilla wakawaka a oltranza, legni percossi unisoni con la cassa e una voce che incita a lasciarsi andare, salire sulla striscia bianca del marciapiede, afferrare il palo della luce, buttare la testa indietro e ruotaaaaaaaaaaare. Interessante l’anello bianco tracciato dalle nuvole nel cielo. Ti rimetti in moto. Scendi. Risali. Riscendi. E poi risali. Sembra che qualcuno ti segua, è così, ti volti e hai un esercito di perdigiorno che esegue passi al tuo stesso ritmo come il video di Fame, ciascuno a modo suo, un esercito di indemoniati che dimena i fianchi, qualcuno grida in falsetto, qualcuno accenna a una rincorsa e salta verso l’alto, dalle finestre chi è rimasto in casa saluta, ma è certo che lì esca funk anche dai rubinetti. Sono i ’70 e non c’è niente di meglio in giro, puoi giurarlo, e infatti nascono un sacco di bambini, anche loro si esibiscono in urletti degni di James Brown al tuo passaggio e, un piede dietro l’altro, sei già nei corridoi della scuola a ricreazione, dove passano di mano le cassette dei più forti a propiziare la scoperta dei corpi e l’assuefazione al vizio della vita, il paradiso è qui, è ora, alla portata di ogni ragazzino brufoloso, è qui agli albori della conoscenza per affiancarti in un’epoca d’oro che non tramonterà.

The Square. Quadrilogia della mia musica – Il Jazz

4 luglio 2019

di Francesca Perinelli

Harlem, 1954. Interno notte.

Round Midnight è appena terminata tra i mugolii di Monk. La cassa armonica di carne, ossa e anima sorride, ha un dono di cui non sa vantarsi. Cerca di farsi strada tra le gente lì per gridare, battere i piedi sotto il tavolo, fumare, scrollare la testa a ritmo e, se va bene, agganciare gli occhi di una pupa per chiudere in gloria la nottata.

Si sta ancora asciugando la fronte col polsino, sul bancone trova il solito già servito e, accanto, uno che conosce bene.

Grande esibizione.

Grazie Miles.

Theo, sai che mi piace da morire la tua canzone. Io la devo suonare, non sarò contento finché non avrò la tua fottuta approvazione.

Ah! Ah! Amico, ma se finora hai fatto cilecca.

Sì, ma…La gente ora li assedia, ha riconosciuto Davis e si dà di gomito.

Aaaah…, lascia perdere.

Argomento liquidato da una mano agitata dietro le spalle.

Davis si morde un labbro. Si allontana da Monk che ha preso a sorseggiare la sua ricompensa.

È tutto un

dling-dling, e zaff… ffff… e Aummm… e Sì, mi piacerebbe… e Ehi! e ancora, Guarda dove vai, idiota!

quando lo squarcio della tromba prende il suo spazio e ci dà sotto dal centro della sala.

Theo ascolta fino all’ultima nota, quindi raggiunge Miles tra gli applausi e lo sorpassa.

Ancora non ci siamo.

Ci riuscirò, ricordalo!

Mi prenderai per sfinimento!

Monk grida un’ultima risata dal fondo del locale ed esce nella bruma Newyorkese.

Davis lo segue di lì a poco, la brezza che gli viene incontro sembra riferirgli un borbottio di tromba.

Sicuro, amico. Ci sei già riuscito.

 

The Square. Quadrilogia del fato – Paure

27 giugno 2019

di Francesca Perinelli

Temporeggiare pallido e assorto davanti a bivi sempre più corti e simili alle forcelle d’osso di petto di pollo. Nemmeno ti sforzi più di tirarne un’estremità, scegli il non fare. Non sai se è il tempo che vivi o la tua stessa esistenza a renderti tanto esausto. Non vuoi considerare il monito dei futuri rimpianti. Collocazioni spesso traumatiche portano lasciti di ferite sanabili a stento e in seguito fastidiose cicatrici da curare. Gli adattamenti non facili, piuttosto elaborati, prolungati nel tempo, le riconfigurazioni neuronali, l’elaborazione di scorciatoie mentali, non fanno più per te che non vuoi chiederti a ogni nuovo angolo cosa c’è dietro e come comportarti per non arrivare a sera distrutto. Il tempo si è dilatato nel memorizzare ogni novità di ventiquattr’ore tutte importanti, che scorrono nel tentativo di scoprire il loro stesso senso. Ti dici giovane dentro ma non riesci più a stare al passo. Per questo non provi più a informarti, e bolli gli slanci giovanili come perdenti e vani. Per questo diffidi del prossimo e non fai più amicizie. Per questo non t’innamori. Non cedi a lusinghe e promesse. Gli abbracci notturni evocano insofferenza per il russare altrui. Non cambi casa per l’incubo del trasloco e accumuli compulsivi ti soffocano nelle vecchie stanze. Diventi un orso, eviti, parli poco, eludi. Speri nella cautela, nelle acque ferme, tutt’al più appena appena crespe, guardando un film che ricorda la vita come l’avevi immaginata. L’onda del tempo si è fatta contratta e corta, il vento non incontra ostacoli, oggi è domani subito, e subito non sei più in vita.


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