Quarantina0zero4quattro – Invidia del pianto

28 novembre 2021 by

Aveva appena finito di vedere la serie di Zerocalcare e non aveva pianto. Una verità che le stracciava il cuore. Si alzò dal divano e restò curva come un’ottantenne in pessima forma, gli incastri tra le sue ossa rispondevano pigolando pietà agli impulsi nervosi che li obbligavano a superare la prostrazione. Solo poche ore prima qualcuno aveva scritto: “Mi sa che con il tempo hai perso il desiderio”, ma mentiva, alzava un muro d’aria a difesa del proprio ego davanti al rifiuto, e questo lei lo sapeva. Lo stesso non poté fare a meno di domandarsi se non fosse davvero, lei, anziché vittima, l’aguzzina. Quella che seleziona, sceglie, prende e lascia e non torna mai più indietro; che dopo aver goduto si sente dire sempre più spesso “Mi sento escluso, sembra che hai la testa da un’altra parte”. E, poi, non è possibile? Si può negarlo, forse? Si può negare che provi una rabbia astiosa nel montare a neve l’altro pur di strappare l’orgasmo che si avvicini il più possibile a quel miracolo che non si ripete mai, ormai da troppo tempo? Mise una mano sopra al cuore che vibrava al ritmo di un respiro fioco ridotto in strisce irregolari; lo toccò piano e disse: – Ma allora ci sei – rendendosi conto di provare pena per sé stessa. Che non era il personaggio di un fumetto, o di un romanzo. Era, in carne e ossa, una cosa viva. Rifletté, nei pressi del divano, sul senso di attraversare le camere vuote, come stava per fare, invece di imboccare la porta e uscire a camminare per la strada. Era una cosa viva racchiusa in un barattolo dove, da qualche parte che non riusciva a vedere, era impressa una data di scadenza. E non trovò soluzione. Fuori da lì: piedi calcati sull’asfalto, baveri alzati, e mascherine, e i più attenti con l’effeffepidue, e i no-vax che, come li distingui? E gli adolescenti in gruppi oppure a due a due, incuranti, abbaglianti, splendidi e terrificanti, e le foglie d’autunno, e gli sportivi, e le belle macchine, e le macchine elettriche, e le biciclette e gli overboard, e i giocolieri ai semafori, e le raffiche di vento, e quelle nuvole macchiate dell’ultimo sole così pazzescamente belle da sollevare il dilemma se fotografarle o meno. E se, fotografandole, allora poi che farne delle fotografie. Che non si può mandarle a nessuno. Che non ha senso pubblicare le solite nuvole. Che la gente ce n’ha le palle piene delle foto di nuvole. Che, poi, sticazzi di quello che pensa la gente. Ma chi la conosce, che vuole conoscerla, la gente. Che non sa nulla di nulla di te. Che guarda e giudica. O guarda e valuta. E se ha bisogno e ti vede così fiduciosa ti tende la mano e poi ti tira giù in un pozzo. Nel quale se va bene rischi di annegare, come il rischio che stava correndo già al secondo passo tra il divano e la porta di casa, quando, davanti al dilemma sulle nuvole, il respiro è rimasto bloccato ed è iniziato a piovere, ed è scesa tutta quell’acqua che è andata a infilarsi nel naso e ha offuscato gli occhi. E lei ha iniziato a sentirsi sollevata, quasi felice, quasi liberata. Roba che se lo sa Zerocalcare ci va in puzza.

Harry Nilsson – Without Her (1971)


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