Petite

31 maggio 2020

 

Ecco, mi ritrovo per caso una piccola storia. Talmente piccola che, oh, ce l’avevo in tasca, giuro. Ma non la trovo. Non che non abbia voglia di raccontarvela ma, vero che mi credete? Era la storia di quella lì, di quella lì che. Purtroppo non so concluderla, per ora. Forse l’ho dimenticata sul comodino. Forse nel portamonete, che non riapro dai primi di aprile. Anche se mi sembrava di averla messa in tasca. Che guaio, se mi fosse caduta. Sarei costretta a raccontarla a mente per intero. Fortuna che era una piccola storia, pensa il contrario. Se fosse stata enorme, avrei dovuto ingaggiare a cottimo l’aedo. Di questi tempi non che non sia fattibile, però contavo di usare le riserve per andare in vacanza. Magari proprio puntando su quella storia, che era spendibilissima, perché trattava giusto di quella lì, quella che avrebbe voluto fare una quantità di cose, e poi si ritrovò le tasche vuote.

Quarantina0zero3tre – Mani libere

30 aprile 2020

Avevo ripreso a compiere con cura e con calma i gesti più semplici, come ricevere un pacchetto di mandorle caramellate dalle mani dell’ambulante, e dire un: – Grazie -, accompagnato da un sorriso angelico (il venditore avrà avuto più o meno la mia età; o magari mi sbaglio, è parecchio che non controllo nello specchio il più recente aggiornamento di me), prenderlo e aprirlo. Frugare, anzi, scartabellare, visto l’alto livello di controllo esercitato, col medio e l’indice, ficcarci dentro anche il pollice e riemergere con la mano chiusa attorno a due o tre praline irregolari, ruvide e scure, tanto profumate di zucchero e così promettenti, da desiderare di cacciarle all’istante in bocca con tutte le dita, a rischio di darmi un morso senza accorgermene, a rischio di soffocare per la foga. Rischio subito eluso perché, anche con la saliva che mi schiumava dal fondo del palato e che iniziava a emergere all’angolo delle labbra, che aprivo e chiudevo passandoci in mezzo con la lingua, mi guardai prima bene attorno con circospezione.

Qualche persona mi passava accanto. Una coppietta troppo impegnata a perdersi negli occhi; un manovale curvo, le mani in tasca, il passo veloce e lo sguardo basso sulla sua sigaretta; nell’angolo della piazza opposto al mio un carabiniere parlava con un tizio in borghese, troppo lontani per darmi retta.

La mano a coppa stretta attorno al suo bottino uscì dall’ombra e consentì uno sguardo concentrato. Erano belle, cazzo, quelle mandorle. Così casuali nella conformazione presa dalla cottura. Comprate in strada, senza dichiarazione di provenienza, e l’ambulante sembrava pure un nordafricano. Belle. Potenzialmente sporche. Vendute a me da una cucina anonima, clandestina, incontrollabile. Oggetto di un atto di fiducia estrema. Venite a me.

Prolungai la visione fino a toccare il mare, che sfrigolava in lontananza verso il tramonto.

Venite a me, mandorle caramellate. Con una manciata lunga, strusciata a tirare il labbro inferiore giù contro il mento, vi porto dentro la bocca desiderante, fatela piena. Riempitela del vostro gusto rosso brunito, lasciatevi roteare dalla mia lingua, rendere zuppe dalla mia saliva. Ah, che gusto. Che gusto.

Ne masticai come se mai ne avessi potute assaggiare prima. Stordita da tanto piacere e delusa dalla breve durata, scordai tutte le cautele e pescai ancora dal cartoccio grezzo, prendendone di più. Con gesto più veloce. Le ficcai in bocca senza degnarle di mezzo sguardo.

Le mie puttane. Godo di voi, e voi non vi ribellate, brave. Vi getto a palate, vi ammucchio, vi addento, vi bagno di saliva, vi ingoio e torno a le superstiti rimaste tra denti e guance per finirle a morsi e ingoiare anche loro.

Ripetei il gesto, forse una volta di troppo: Una si mise di traverso tutta intera nella glottide, e d’un tratto non respiravo più.

Cercai di ritornare in me, di ragionare con calma su cosa fare, ma l’urgenza di vita stavolta bloccò la mia intenzione. Il mondo si fece scuro e opaco, dalla mia bocca aperta sentivo uscire una pappa zuccherosa. Dimenticai il sacchetto, forse finì in terra. Portai d’istinto le mani contro lo sterno e poi contro la gola, scoprii di non poter tossire. Un caldo intenso mi invase collo e orecchie, lambendo il mio cervello. Ogni pensiero era vano, ogni speranza lontana come le sagome controluce dei natanti al largo, ultima immagine colta prima di svenire.

Riaprii gli occhi sentendomi schiacciare forte contro l’addome, mi accorsi di aver sputato fuori qualcosa, di avere un corpo addossato al mio, sentii la schiena calda, provando freddo in qualunque altra parte. Con quelle sensazioni che si affacciavano disordinate alla mia coscienza riemersa, seppi di essere viva.

Il corpo che mi sorreggeva, adesso mi adagiò con cura sul terreno, e mi si inginocchiò accanto. Era l’ambulante, ne riconobbi gli occhi, la bocca sorridente e, eccole lì, due volte benefattrici nello stesso giorno, quelle mani grandi e scure, dalle unghie smozzicate. Non feci caso se fossero pulite.

Gli dissi, ancora: – Grazie – , senza badare al tono della voce.

Lui aggrottò la fronte.

– Lo sai – , mi prese a dire, e io mi feci più piccola, temendone il rimprovero. Capendo il peso reale del mio gesto. Il rischio corso, la sventatezza e il costo che stavo per pagare.

– Lo sai -, riprese, – cosa significa quello che è appena successo?

Senza riposte pronte, mi limitai a interrogarlo muta, guardandolo dal basso.

– Che siamo liberi.

Tutto lì. Siamo liberi, aveva detto, e insieme avevamo guardato l’orizzonte, oltre il confine della piazza, oltre il pontile. Le barche ora sembravano vicine e distinguevo le onde entro cui oscillavano in quel pomeriggio tiepido e senza vento. L’odore del mare mi colpì l’olfatto. Vidi il cartoccio in terra, le mandorle sparpagliate annusate da un cane randagio. Non mi importava più di loro. Eravamo liberi.

Il ragazzo mi respirava vicinissimo. Doveva aver fumato.

– Sì,  è così. – Stavolta riuscii a sorridere. – Non avremmo potuto fare questo.

 

 

Premio letterario “Qulture ti pubblica” @ Una ghirlanda di libri

29 marzo 2020

[fb: @premioqulturetipubblica]

Le pagine di un blog personale sono forse, in rete, la cosa più simile a un consiglio bisbigliato all’orecchio da un amico. I consigli si possono seguire o meno, a seconda di molti fattori ma, soprattutto, dell’affinità con chi ce li propone. So che ci siete, so che leggete, anche quando non commentate. E so anche che molti di voi sono appassionati di vita, di libri e di scrittura, come me.

Per questo mi sento di darvi un consiglio da amica. Seguitemi.

l’Associazione Qulture(1) e Una ghirlanda di libri(2) propongono il Premio letterario Qulture ti pubblica @ Una ghirlanda di libri riservato a poesie, narrativa breve e romanzi inediti a tema libero.

Il premio letterario si articola in tre Sezioni:

A) POESIA (è possibile inviare fino a tre poesie)

B) NARRATIVA BREVE (massimo 15.000 caratteri, spazi inclusi)

C) ROMANZO / RACCOLTA DI RACCONTI (senza limiti di lunghezza)

Gli elaborati devono essere inviati entro e non oltre il 1° GIUGNO 2020 e saranno sottoposti al giudizio insindacabile della giuria.

I migliori elaborati di ogni Sezione saranno pubblicati da Felici Editore a cura dell’Associazione Qulture senza nessun costo per gli autori. È prevista inoltre l’assegnazione del Premio della Giuria e il Premio Ghirlanda’s choice.

Le premiazioni si svolgeranno sabato 26 settembre 2020 a Cinisello Balsamo (MI) in occasione della manifestazione Una ghirlanda di libri, nella cornice di Villa Casati Stampa di Soncino (3).

Il bando e la domanda di partecipazione si trovano QUI.

INFORMAZIONI: Per qualunque richiesta di chiarimento o informazioni, contattare la Segreteria del premio all’indirizzo Qulturetipubblica@gmail.com o telefonare al numero 347 3664276.

Tutti gli aggiornamenti saranno inseriti sul sito www.associazionequlture.it, sul sito www.unaghirlandadilibri.com e sulla pagina Facebook; è possibile inoltre inviare messaggi tramite Messenger.

§§§

1) L’Associazione culturale Qulture è nata per volontà di un gruppo di appassionati di libri e di cultura, tra cui alcuni cari amici, che mi hanno tirata dentro da circa un anno 🙂 .

Qulture ha intrapreso la pubblicazione di inediti di valore attraverso un’innovativa formula di partenariato con altre realtà editoriali. Una scommessa vinta, visto il successo della primissima uscita: Dodici in caso di stress, libro scritto da Nathalie Guetta e pubblicato ai primi del 2020.

[Un consiglio nel consiglio: è una storia che prende alla pancia e alla testa, bollicine per animi ironici, passionali e lateralmente surrealisti. Mai come ora sono convinta che valga sempre la pena curare le risorse di resilienza contenute nella capacità di stupirsi e di sognare, e questo libro fa allo scopo]

Il programma delle pubblicazioni è stato recentemente aggiornato, alla luce delle difficoltà dovute all’emergenza sanitaria mondiale, il cui exploit in Italia è coinciso (che fortuna!) con l’avvio delle nostre attività e, dunque, ci sarà da aspettare perché i prossimi titoli vadano alle stampe. Ma alcuni testi curati da Qulture sono disponibili sotto forma di ebook in vendita su Amazon:

Père Lachaise, un disegno cinque franchi, di Graziano Busonero.

A proposito di donne, di Chiarella Lagomarsini.

2) Una ghirlanda di libri è la Fiera dell’Editoria Indipendente che si terrà il 26 e 27 settembre 2020 a Cinisello Balsamo.

3) Villa Casati Stampa di Soncino rappresenta l’edificio più monumentale dell’antico abitato di Balsamo. Costruita fra 1590 e il 1608 per conto di Luca Casnedi, dal 1967 è stata donata, dal marchese Camillo II Casati Stampa di Soncino, alla Società San Paolo che ne detiene tutt’ora la proprietà. La villa fa parte dei Beni Culturali della Regione Lombardia (fonte: Una ghirlanda di libri).

 

Quarantina0zero2due – Sirena

23 marzo 2020

@projectmermaids

Appena vide Renata sulla soglia fece quattro o cinque passi svelti verso di lei, urtando più di un passante, e si affrettò a prenderle le mani tra le sue.

I capelli le si erano incollati al volto e i suoi vestiti erano zuppi per il temporale che assediava la piccola stazione facendone rombare le vetrate. Attorno alle sue scarpe e alla valigia si era già formata una piccola pozzanghera e, nel vederla così, con gli occhi vuoti, la carnagione esangue e sul punto di disciogliersi sul pavimento anche lei con tutto il resto, Nicola ebbe la visione di una sirena capitata per errore sulla terraferma. Invece era Renata. Che tornava dalla Danimarca.

Teneva le minuscole mani infreddolite tra le sue e, nel riceverne il sorriso e, con quello, il primo accendersi di una fiammella calda nello sguardo, riuscì a sovrapporle l’immagine della ragazza abbronzata e sicura, in posa assieme a lui davanti al grande specchio dove avevano appena interrotto l’amore per immortalare, con allegria e un senso di lontana irrequietezza, la giustezza di quei giorni, gli ultimi, i più intensi, prima della separazione di tanti mesi prima. L’immagine che aveva prevalso su tutte quelle scambiate durante la lontananza, l’ultima in cui erano stati insieme.

Adesso potevano esserlo di nuovo. Avevano nelle tasche intere odissee da raccontarsi, incastri magici da ritrovare, odori familiari da ravvivare, e nuovi capelli bianchi da contare. Teneva le sue mani tra le proprie e accoglieva come miracoli, dagli occhi ormai tornati vivi e accesi, le strette e lunghe pieghe della pelle, che si formavano guizzando sopra gli zigomi in direzione delle tempie.

Renata prese fiato in un sussulto, ebbe come un istante di smarrimento e girò il volto. Nicola si curvò su di lei, sollecito, per seguirne la nuova inclinazione. Renata sussultò ancora e, con una decisa rotazione della testa, tornò faccia a faccia con Nicola investendolo con uno starnuto. Lui d’istinto scattò all’indietro ma subito si fece addosso a lei, la avvolse in tutta la sua fragilità di pioggia e di raffreddore, si fece contagiare dallo scoppio di risa della ragazza e impastò il proprio viso con il suo, scivolando tra gocce di natura indistinta, ne riconobbe l’alito e vi aggiunse il suo, leccandola e baciandola e lasciandosi leccare e baciare a sua volta, finché non sentirono entrambi un ronzio nelle orecchie che li convinse a staccarsi.

– Non avresti mai potuto fare questo.

– Cosa?

– Starnutirmi in faccia.

– Neanche tu.

– No, io neanche.

– Non avresti potuto leccarmi e baciarmi così.

– Come due estranei.

– Davanti a tutta questa gente, poi.

Si strinsero alcuni istanti per poi tornare a tenersi le mani.

– Nicola, mi è venuta una voglia – aggiunse Renata, e Nicola in un momento era già nudo con lei tra le lenzuola e ne poteva contare a una a una le ciocche dei capelli aggrovigliati e umidi sparsi sul cuscino, ne stringeva i seni tra i denti e i fianchi tra le mani, e la sentiva muoversi e affannarsi attorno e sotto di lui, e la incalzava e la incalzava e la incalzava sempre più forte, sempre più intensamente, mentre lo specchio restituiva le evoluzioni dei corpi nella perfezione di quell’esecuzione.

Dominandosi a fatica recuperò la lucidità necessaria per domandarle in un orecchio: – Quale voglia?

Renata, eccitata come una bambina, rispose col sussurro più languido che fosse mai uscito dalle sue labbra: – Scattiamoci una fotografia.

Quarantina0zero1uno – Forse le formiche

20 marzo 2020

Time pieces – Allan Kaprow

– Mi dispiace se ti siedi qui?

La ragazza represse male un sorriso.

– No. Non ti dispiace.

Lui, che non aveva distolto lo sguardo dal suo, colse il segnale di via e sorrise a mezza bocca a sua volta.

Sedettero all’unisono, con lo stesso movimento affettato che li fece leggermente rimbalzare sulla panchina in legno. Qualche frammento di vernice scrostata scese piroettando sopra l’erba ma nessuno dei due se ne accorse. Forse le formiche.

Lo attraversò il dubbio che tutto stesse accadendo esattamente come lo aveva immaginato, o che il fatto di ritrovarsi nel parco seduto accanto alla ragazza avesse prodotto a ritroso il falso ricordo di un immenso desiderio. Scelse di non saperlo.

Intanto il sole sfioccava rado attraverso il fogliame che li circondava. Intanto uno stormo di anatre si levava dal canneto starnazzando. Intanto, attorno a loro, solo il cane Molly si muoveva sregolato, tartufo sul terreno e coda sventolante. Reiventava il vecchio gioco di una preda da cacciare.

– Così tu vieni qui?

– Qui?

– Nel parco. A passeggiare.

– A volte. È un caso che tu mi abbia incontrata, sarei passata per la strada, come al solito. Ma oggi, – disse alzando e socchiudendo gli occhi, come per osservare meglio qualche dettaglio del cielo -, oggi mi sono detta: Beh, che male c’è ad allungare un po’? Con una giornata così.

– Una giornata così merita – fece lui, dondolando la testa in avanti.

– Merita, sì.

La ragazza si morse il labbro inferiore.

– Lo lasci sempre libero?

– Libera, è una femmina. Ed è molto educata.

Ma il cane era già lontano dai loro pensieri, così il perché stessero entrambi lì, impegnati a cercare parole, mentre si erano trovati proprio perché di parole ne avevano avuto abbastanza.

– Credo che farò domanda per un semestre all’estero. – disse improvvisamente lui.

– Oh. – Fu la risposta della ragazza.

Guardavano lontano, guardavano le punte delle loro scarpe. Guardavano le onde prodotte dal mare di fili d’erba che li attorniava. Lui si voltò e scoprì com’era fatto il suo profilo.

La ragazza aveva un orecchio roseo, e una tonalità calda di rosso si era diffusa sottopelle, tra il collo e la fronte. A lui sembrò che la sua bocca fosse sul punto di parlare. Invece si dischiuse appena e restò così, sospesa tra il respiro e l’assaggio.

Mosse con cautela il braccio e le accarezzò una guancia. La ragazza non seppe reagire in altro modo che assecondando il movimento imposto dalla mano, e arrivò a guardarlo dritto negli occhi.

– Non ci saremmo potuti avvicinare tanto.

– No. – Rispose lui, avvicinandosi ancora.

– Non avremmo potuto fare questo.

Nel dirlo, eliminò ogni distanza tra le sue labbra e quelle del ragazzo. Lui spostò il palmo dietro la nuca di lei e la spinse di più a sé.

Non molto lontano, un tagliaerba iniziò a rombare allo stesso ritmo delle pulsazioni di quei due.

Quel giorno fecero conoscenza anche le estremità dei loro nasi, sfregandosi, e sfregando ogni sporgenza e ansa dei loro volti; e le loro lingue, affondando e scavando nell’intimità reciproca; e le loro mani intrecciate; e quindi le mani con i fianchi; e quindi i fianchi tra di loro; finché arrivarono a emozionarsi, tremanti e molli, scoprendosi tanto a contatto, anche le loro gambe nervose.

Si affrettarono a cadere nell’erba alta, incuranti della lenta avanzata dei giardinieri e di quella impetuosa del cane Molly, venuto a depositare, accanto al loro respirare accelerato e fondo, una coda di lucertola.

 

Una ricetta contro la paura

14 marzo 2020

Veronique Paquerau – Mon village

La bolla isolata in cui cantilenava i suoi blues la coscienza di me è un fatto ora diffuso e, giocoforza, avvolge singolarmente ciascuno. Avvolge e isola, rende incerti il presente e il futuro.

Ma la parte da leone mi pare la faccia il terrore di non saper che farsene di un presente destrutturato così, dalla notte al giorno. Si cerca l’abbraccio con l’umanità, e lo si trova nell’intonare dalle finestre in coro l’inno nazionale (io non l’ho fatto, ero impegnata in altro), all’interno di quel condominio che, fino a due giorni, fa era la bestia nera degli individui e dei nuclei a sé stanti di cui si compone: l’inviso ma necessario mescolarsi con chi, di norma, con noi non spartisce altro che la pulizia delle scale, le utenze, i ripristini e le manutenzioni.

Il Buongiorno e Buonasera, da oggi a fine quarantena, ha trovato una sua concreta ragion d’essere.

Mi ha ricordata, questa cosa, l’esibizione dai balconi della bandiera della pace, una trovata del 2003 che accomunò sotto l’insegna di una grande minaccia gli stessi condòmini i quali, al termine dello spauracchio, da allora fino appunto a due giorni fa, si sono a malapena tollerati incrociandosi negli spazi comuni, senza dire delle snervanti tenzoni, spesso sfociate in risse motivate da futili motivi che, sotto sotto, rivelavano solo una gran diffidenza (e paura) l’uno dell’altro.

Sono riti, lo comprendo, per molti necessari.

Constato una paura dilagante che a me manca, e che mi rende cauta, quando la incontro negli occhi degli altri, perché nasconde un tranello.

Conseguenze della paura: in prima battuta, panico, atti inconsulti, messa in atto di risposte del tipo attacco-e-fuga, stress e depressione, saccheggi, prese della Bastiglia e prese di distanza; quindi, passato il primo shock: ricerca di protezione attraverso nuove abitudini, necessità di un oblio rasserenante nell’abbraccio di un qualsiasi prossimo e, ancora, altri atti “inconsulti” quali lo sfoggio di generosità inusitate, misticismi, dichiarazioni di amore universale.

Tutto ciò avrà luogo finché arriveremo a un nuovo equilibrio e torneremo a voltarci le spalle, come sempre.

Io ancora non ho paura. Sono consapevole che la morte è sempre dietro l’angolo. Ho fatto le mie scelte e ho perso la protezione delle abitudini, da tempo. Combatto la staticità del vivere. E non mi annoiano i giorni senza struttura, so cosa farne. Per questo mi permetto di consigliare un punto d’approdo verso cui orientare la prua: la coerenza, la continuità, la vicinanza vera, anche nella distanza. Non fate che sia il panico a scegliere i vostri atteggiamenti di oggi, perché domani potrete rimangiarveli e tornare vulnerabili di fronte a ogni nuova emergenza.

Rafforzatevi. Nutritevi bene. Curatevi di voi. E siate generosi, sempre. Senza tornaconto, fosse pure il sollievo da un temporaneo stato di paura.

Io sto bene. State bene anche voi.

Amor vacui

29 febbraio 2020

Dico una banalità in gran voga e non me ne vergogno. Innanzitutto perché l’ho pensata per prima (venite a confutarmi) e poi perché ben venga l’era di un sentire comune di buon senso.

Dichiaro quindi che il virus che sta bloccando il paese, che lo precipita nel disdoro internazionale, che chiude i confini, che blocca i flussi turistici e la macchina dello spettacolo, che ci affama e isola nelle quarantene, questa orrenda valanga generata da uno starnuto e le sue più imprevedibili conseguenze ci fa un regalo grande: l’opzione di ripensare la nostra collocazione, postura e onestà di pensiero in rapporto alle altre nazioni, alle altre persone, e infine anche a noi stessi. Un bagno di umiltà è meglio di acqua e sapone ed è superiore a ogni disinfettante. L’umiltà smacchia la supponenza e, tolti da sotto i sederi inflacciditi gli allori ormai marci e consunti, può renderci più consapevoli e responsabilizzati, pronti a metterci in gioco e ripartire.

Il nostro è un Paese grande, vediamo di tornarne degni.

E ora, una pillola di vacuità metropolitana.

31 Gennaio

31 gennaio 2020

31 gennaio

Di seguito una carrellata dei contenuti salvati sul telefono dall’ultima volta che sono passata sul blog.
Tutti ottimi motivi per distrarmi. Mi ricordassi poi i singoli perché.
Quasi una caccia al tesoro,   mi metterò a ricostruire il percorso fatto, dopo stasera.
Buona serata.

1) Otessa moshfegh “il mio anno di riposo e oblio” – Feltrinelli.
Michael Pollan “Come cambiare la tua mente” – Adelphi.
2) Hemingway “In un altro paese”.
3) Essere nello stesso momento in due posti diversi. O anche: avere una morale e comportarsi in due modi diversi.
4)
– Ciao.
– A quanto sta oggi il ciao?

– Dipende.
4) Riflessioni sul rimorchio a strascico per strada. Ha una voce da paperino anche se è bellissimo, rischio!
In generale gente disponibile non si concede in strada per prudenza, mancanza di tempo, modo invadente e non richiesto.
5) Come si ferisce una persona senza volerlo e senza che ci importi se ci sfancula. Basta che la persona non conti nulla.
6) Racconto di Andrea: ignoto con vassoio di paste gira Roma di notte a sbafo ingannando neopatentati.
7) Antica Galeria.
8) Otessa moshfegh “il mio anno di riposo e oblio” – Feltrinelli.
Michael Pollan “Come cambiare la tua mente” – Adelphi.
9) Cate Blanchett.
10) Daniel Goleman Intelligenza emotiva
PNL
11) Lucio Corsi “Senza titolo”
12) Ora sono qui:


Monk, Roma

Diario dei sogni #2 – Prima del buzz

21 dicembre 2019

Ti mantenevo la promessa fatta, una promessa a mo’ di imposizione. Facciamo cose insieme, potremmo andare a Londra, o sollevare pesi, o allevare un cane. La più probabile, tanto per cominciare, potrebbe essere quella di cucinare. No, non che abbia una qualche tradizione da esibire, né che cucini in modo strepitoso. Ci sono due cosette che so fare, e a quelle due tu non hai detto no. Dovresti solo metterti a impastare ma mi hai assicurato che ti piace, mi sembra sia la giusta condizione.

Che tu mi segua non è per devozione, non è per noia, neppure per dovere. Mi segui solo perché tu mi vuoi bene, altri motivi non voglio immaginare. Ti ho chiesto tempo per spartire dolcezza, una crostata oppure un ciambellone. Abbiamo l’occorrente e tutti gli strumenti, e ti ho aggiustato addosso anche il grembiule. Si parte, prendo il cartone e con le mani ti passo le uova. Ma tu ti metti a fare il giocoliere, qualcuna cade e si rompe, e a te sta bene, mi dici di guardare. Intanto ridi: dai gusci escono implumi degli umidi pulcini.

Versando la farina notiamo chicchi scuri. Alcuni si aprono e crescono, formando delle spighe. Dovremmo mieterle? Penso sia meglio rinunciare. Rimetto via lo zucchero e il tegame. Sarebbe proprio tutto da rifare, se non che è quasi ora di svegliarmi, e non mi sento di ricominciare.

Mi dici: Ho fame, mangiamo pane e miele. Apro il barattolo e mi metto a spalmare, copro le fette ma il coltello vibra. Dietro il ronzio ci si presenta un’ape, poi fa un concerto tutto l’alveare.

Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz…

 

Una stracciatella con Cortàzar

16 dicembre 2019

Il cielo si era richiuso, era passata la tempesta.

Il tempo di un brusco ballo solitario ed era andata via indignata, per chi l’aveva spiata senza ammirazione dietro fessure serrate e diffidenti. Con setole pungenti aveva inciso strie per i pericoli scampati e dipinto arazzi di rigagnoli e di pozze, di foglie e di detriti urbani.

Tra le sue quattro mura Leyla era tornata al suo primo nome e non guardava fuori. Quel giorno aveva galleggiato tra le note senza contare il passaggio delle ore. Era rimasta al chiuso, tra le luci ambrate e gli incensi, aveva ripreso le letture sospese, aspettando senza affettazione. Spettinata e distesa tra le cose incompiute e il gatto immaginario a cui avrebbe voluto accarezzare il collo.

Un cielo avverso non poteva spaventarla. Ciò che l’atterriva erano i percorsi a senso unico, i vicoli ciechi su cui sarebbe stato difficile fare retromarcia. Per questo nel bel mezzo di una conversazione, o di una passeggiata, di un pranzo, di una visita al museo, durante una proiezione al cinema, tirava fuori senza preavviso le sue domande incaute, rischiose di ottenere chiarimenti.

Ecco tornare lo scorcio del rione Monti, in fondo al quale rosseggiò un giorno, stupefacente e lontana, una delle due quadrighe sul colmo dell’Altare della Patria. Era davvero infuocata e avrebbe meritato l’omaggio di una fotografia esperta. Ma lei non era attrezzata, e non era proprio il momento di perdersi in capziose distrazioni.

Quella volta, sì, affettò noncuranza, annunciando che presto avrebbe cambiato casa. Lo disse avendo al fianco qualcuno che teneva invece ferma la speranza di mettere radici, lo disse per insinuare l’idea che, fino all’ultimo, si può sradicarsi senza averne a soffrire, per suggerire che lo sradicamento sia, tutto sommato, una buona cosa. E che senza radici autoimposte si resta liberi dal pregiudizio e si tengono lontane le paure che offuscano la comprensione del reale.

La quadriga della Libertà in fiamme glielo confermava in un tramonto che si tratteneva dallo svanire, divorato da un cielo via via più scuro, in una Roma sempre più rossa, aliena. Eradicata.

La confermò nel proposito suggerendole di chiedere se, il giorno in cui si fosse trasferita in una roulotte sotto un tetto di pini a picco su un mare ai confini dell’umanità, oppure in cima a un palazzo, uno di quelli là attorno, anzi: quello con la prua a triangolo proprio lì davanti, con la terrazza affacciata sulla loro serata straniera, se arrivato quel giorno avrebbe ricevuto le sue visite almeno di tanto in tanto. La risposta la soddisfò parzialmente e il cameriere intervenne a sollevarla dall’impaccio. Li richiamò in sala, dove era stato servito il loro tavolo. La risposta escludeva l’eremo marinaro.

Passata la tempesta, Leyla aveva cambiato definitivamente nome. Per strada rimanevano le foglie, i rami e le cartacce ma intanto il letto aveva biancheria fresca di bucato e tutto era di nuovo pulito e rassettato. Lei se ne stava pigra, spettinata e scomposta. Non aspettava visite e il suo animo limpido si beava di distrazioni ambrate. La lettura di Cortàzar per esempio, compagnia perfetta perfino in assenza di gatti. Un punto per la roulotte, o anche banalmente per un pulmino rosso simile a quel Fafner.

Tra le meditazioni ecologiche di un certo Lucas, in un paragrafo esemplare per stile e contenuti, Cortàzar affermò:

Un paesaggio, una passeggiata nel bosco, un tuffo in una cascata, un sentiero tra le rocce, possono appagarci esteticamente solo se ci viene assicurato il ritorno a casa o in albergo, la doccia lustrale, la cena o il vino, le chiacchiere dopo la cena, il libro o le carte, l’erotismo che tutto riassume e ricomincia.

E, ancora:

Un libro, una commedia, una sonata, non hanno bisogno di ritorno a casa né di doccia; è là che tocchiamo l’apice di noi stessi, dove siamo il massimo che possiamo essere.

Lei classificò quel paragrafo tra i vaticini, ne subì l’autorevolezza, sentì nitidamente la solida mano di Cortàzar accarezzarle il collo.

Tornò a immaginare la propria misantropia appagata dentro un superattico in centro città, tra i libri e le visite frequenti delle amicizie disponibili solo entro ristretti raggi.

Verso l’ora di cena la sua identità era definitivamente acclarata. Si preparò una stracciatella con brodo di dado, due uova e tre cucchiai di grana padano. Aveva deciso di mangiare perché, pur non avendo mai guardato dalle finestre per l’intera giornata, era convinta che fuori si fosse fatto buio.

Aveva appoggiato il libro a tavola accanto alle posate e stava portando alla bocca un bicchiere di vino, quando qualcuno che aveva piantato le sue radici nella sabbia e che andava e veniva senza avarizia di chilometri da quella che aveva eletto la sua casa, le inviò un’immagine piena di splendore.

Era l’aspetto attuale del mare che si frangeva sulla barriera di scogli. Colto nell’attimo in cui, spettinato e disteso tra le onde e il tramonto, probabilmente pago dei giochi con la tempesta e le sue raffiche a cento all’ora, tutt’altro che indispettito, lanciava al cielo schizzi e spruzzi di allegria.

Le venne da pensare: È lì che voglio vivere.

Accarezzò il dorso di Cortàzar e per una volta fu lei a parlargli: Un libro, una commedia, una sonata, potrei procurarmele anche dove mi ritrovassi appagata esteticamente. E, allora, tornando a casa per la doccia lustrale, la cena o il vino, le chiacchiere dopo la cena, il libro o le carte, e per l’erotismo che tutto riassume e ricomincia, sono sicura che arriverei a toccare apici ben più alti di qualsiasi superattico in centro città.

Cortàzar alzò il mento sporco di stracciatella e non disse nulla non trovando niente da ribattere, o forse perché aveva la bocca piena.


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