Dicotomia n. 24 – Pubblicazione: Casa editrice / Self publishing

13 luglio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 9 agosto 2013

 

Quando vedo un errore di stampa, penso sempre che sia stato inventato qualcosa di nuovo.
Johann Wolfgang Goethe, Massime e riflessioni, 1833 (postumo)

Glielo disse quel tale scrittore: “Se vuoi pubblicare, scegli bene con chi. Sai che l’opera prima non sempre perdona, ed il pubblico cerca un autore avvincente, uno che ci sa fare, che fa presa da subito, uno che si sa giocare le sue tante carte sul panno del Gran Casinò, non in mezzo alla gente al mercato, come certi autorucoli coi loro pamphlet da due soldi, che conoscono solo gli amici e che mietono a stento dei grami raccolti”. Questo disse, e lei gli ha dato retta, ha inviato le raccomandate, imbucato in cassetta i volumi già ben rilegati. Ha fiducia in quel bravo scrittore da milioni di copie vendute, dalla vita brillante, tutto bella famiglia, ville, macchine, cani, e magnifica amante pronta alla bisogna. Conversare con lui ogni giorno, questo è ciò che vorrebbe, e per questo ricerca l’accesso al suo status (spera tanto al più presto, e lo sogna, e lo sogna). Ma ha bussato, e non hanno risposto. L’ha rifatto, e poi scampanellato, pressoché a ogni porta. Tanto tempo è trascorso, ma per lei non è strano. È la regola, e questo si sa. Tante volte hanno detto: “Cara, la ringraziamo, ma per noi non va”. E comunque lei insiste. Non c’è altro da fare che inseguire la gloria, la giornata o le due in cui comparirà dietro tante vetrine, impilato col nome di un grande editore sulle copertine, il suo libro. Per tornare a rimettersi subito in coda alla fila.

Nel 2008 ho cominciato con il Self pubblishing e non ho più smesso. Niente e-book, stampo su carta con tiratura limitatissima a volte numerata, considerandomi libero da condizionamenti ma imponendomi la definizione dei contenuti, impaginazione professionale, immagini d’autore, editing, copertina, rilegatura, stampa, sovracoperta o confezione che curo una per una. All’interno trovi sempre un Ex-libris che dipingo a mano e incollo a fine volume. I miei libri li ricevono gratuitamente a fine anno (al posto di monotoni biglietti d’auguri) una ristretta cerchia di lettori selezionatissimi che li aspettano. Nessun problema ammettere che provo una certa soddisfazione nel creare il mio Self-pubblishing e nessuna idiosincrasia o retroscena da grande autore incompreso che deve auto-prodursi per essere letto o capito da qualcuno: ero semplicemente stanco di trattare con gli Editori, punto e basta! Tra un’autoproduzione e l’altra scrivo e creo immagini per la Stampa Nazionale che diffonde con prezzo in evidenza, ma non considero la cosa di rilievo, è solo un mestiere. Attualmente però mi sto rendendo conto che questo progetto personale, all’inizio un po’ snob, sta diventando un modus operandi: le Case Editrici accerchiate dal digitale stanno considerando la “stampa su carta” un lavoro di eccellenza. Il problema ora è, cosa ci stampo sopra di altrettanto eccellente?

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 24
Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 23 – Vivere: Città / Provincia

6 luglio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 2 agosto 2013

L’uomo ama talmente l’uomo che, quando fugge la città, è ancora per cercare la folla, cioè per rifare la città in campagna.
Charles Baudelaire, Il mio cuore messo a nudo, 1859-66 (postumo, 1887-1908)

Ci vediamo alle tre. Mantenere un impegno, arrivare puntuale, è un affare da poco, dirai. Non è vero, in città proprio niente è casuale. Ti dovrai impegnare a stimare a ritroso ogni tratto di strada, prevedendo un riposo, o una sosta (progettata o subita, che importa? Qui in città quel che conta è del tempo di scorta). Dove tutto è a ciascuna portata, ci si sposta da ovunque a ovunque, millimetricamente. Guida spericolata, evitando di finire a terra, come missili a lunga gittata governati da programmazioni, vere macchinazioni da guerra. Tu non eri così, ma una volta Leopardi e la siepe ti convinsero a uscire dal ghetto del verde che rende le cose distorte, porta a credere che nulla cambi, dal giorno che nasci fino alla tua morte. Mentre invece in città le teorie sono tante: di mattoni, vetrate, portoni, finestre, ambulanze, auto incolonnate. Sono vere infinite esistenze, altrettante credenze ed usanze, tante quante le stanze che dovrai superare per girare il pomello e varcare la soglia che cambia il destino, o che porti già un po’ più vicino a dove mi trovo, all’incontro che avevi con me. E tu che lo sai bene, e ci tieni, ti sei mosso per tempo: entri dentro la stanza e mi vedi, e ti vedo a mia volta. Ci vediamo alle tre.

Il mio giudizio su di te è un esame ai tuoi ritmi. Le tue Piazze scontatamente dedicate ai “Martiri della libertà” danno il senso del micro Cosmo che non dimentica, da cui si ripartono le vie per arrivare in altri luoghi e campagne mai abbandonate. Nei giorni di mercato, affollati bazar, attiri folle variopinte ed è sorprendente il numero delle carrozzine per strada con dentro bambini, superiore a qualsiasi altro posto che io conosca. Sei tu che fai stare bene? O sono i tuoi abitanti provenienti da più posti a far squadra che riproduce se stessa? Hai fatto dell’Oca, della Fragola, del Santo Protettore, una Festa, Sagra, Celebrazione popolare a cui non mancare, e del verde pubblico un baluardo a difesa dell’assunto che chi sta qui è in salute e ha quello che gli serve. Concetto che ribalta le sorti. Se mi permetti, guardandoti dall’alto al basso senza essere frainteso, quello che veramente si vede è il frazionamento del tutto con diversi e grassi personaggi che ti gestiscono quota parte. I tuoi ritmi lenti, svolti e ri-svolti con la metodica del “tanto ce né”, ti permette di approfittare del vantaggio che hai, convinti noi che bevuta alla tua fonte l’acqua sia migliore che in altri posti. Invece è solo illusione e tu lo sai Provincia, perché anche se immobile dimostri di saper rassicurare la nostra debole esistenza: di giorno, di sera, di Festa… e alle tre tutti dormono.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 23
Illustrazione di Fabio Visintin

 

Dicotomia n. 22 – Favole 3: Tartaruga / Lepre

29 giugno 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 19 luglio 2013

“[…] il più lento corridore non sarà mai raggiunto nella sua corsa dal più veloce. Infatti sarà necessario che l’inseguitore proceda fin là donde si è mosso il fuggitivo, quindi è necessario che il corridore più lento si trovi sempre un po’ più innanzi”
Paradosso di Achille e la Tartaruga, di Zenone di Elea, ne La Fisica di Aristotele (IV sec. a.C.)

Ogni tanto passo notti agitate, a volte dormo pochissimo. Ma so che fare. Resto racchiusa in me, se il clima è freddo, o mi spalanco al vento quando fa caldo. Cerco di immaginare, finché non mi addormento, perdendomi nel sogno. Anche stavolta, la notte precedente al nostro incontro, ho ripetuto l’esercizio. Con conseguenze davvero imprevedibili.
Tra le nebbie del dormiveglia, so di aver immaginato di rivedere te, mia lepre. Tu che mi sfuggi da sempre tra le dita. Tra le quattro pareti dove, in serata, avevamo appuntamento. Dove sarebbe finita subito, grazie ai tuoi ritmi forsennati, già.
Ma l’attesa era stata così lunga che ho scelto di spostare il sogno in un ristorante affollato, qualche periodo prima di chiuderci porte alle spalle. No, meglio ancora, ti ho traslato con me in un vicolo. All’imbrunire, dietro un portone, entro un androne oscuro. E, senza fretta, ti ho chiesto di aprirmi la corazza, toccarmi dentro, infrangere le mie difese. Che non è facile, e prende molto tempo. Ma è sopraggiunto un uomo di passaggio e ti sei innervosito, scattando ai blocchi di partenza.
Così, ho rallentato ancora, portandoci a sedere di nuovo uno di fronte all’altra per la cena. Dai calici sorseggiavamo un vino forte: per il torpore mi scivolava il tovagliolo dalle mani, poi tra le gambe. Lì ti fermavi, chinato per raccoglierlo, fin troppo a lungo per non rendermi conto che avresti concluso il mio sogno di lì a poco. Non era il momento quello, né era il luogo.
Risalivamo, colmi di desideri inesauditi, in ascensore, verso la meta del nostro appuntamento. Bloccavo la risalita, infida. E poi, e poi. E poi.
Da un tempo che non so quantificare, la notte estiva scorre, inusitatamente lunga, e lo so. So bene che così, di rimando in rimando, non mi risveglierò dal sogno. So anche che, alla fine, non ci incontreremo più.

La velocità è agitazione, eccitazione, precisione, questi sono concetti che non puoi togliere di mezzo con il sentimento che è lento. La velocità ti tiene sul filo, è esagerata, ti rende euforico, trasgressivo e dinamico, tutto nella velocità tende all’obiettivo da raggiungere, un traguardo da superare in fretta. Se usi il corpo senza altro design o tecnologia supplementare per “spararti” su quello che desideri, devi essere flessuoso e agile, devi avere potenza non fine a se stessa ma ben articolata. Nella velocità il sogno si amalgama con la realtà e il risultato è la tua fisicità da contenere perché sei mille cose in una. A volte capita che l’obiettivo sia difficile da conquistare perché contenuto in se stesso, protetto dalle avversità del Mondo e in questo modo è sopravvissuto a lungo. Dentro al guscio difensivo tu sai che c’è del morbido, c’è del caldo, c’è del coincidente, insomma c’è quello che desideri per calmare, almeno per un attimo, la tua veloce agitazione. Impossessarsi di questo “morbido” per noi scattanti amanti è il grande tormento: avere quello che già immagini ma non puoi averlo subito. Quindi corri quando non dovresti, ti agiti quando non ne hai bisogno, esageri quando non devi, sei in sostanza fuori tempo e per questo il guscio non si apre e nel “caldo coincidente” non entri. Provi mille e mille modi strategici per superare le corazze protettive ma queste non cedono, sono dure e sbavi in erezione al solo pensiero di farle crollare. Finisci spesso sfinito e ti rendi conto che non fa per te, dovresti correre con chi corre e non rincorrere chi vuole essere spogliato con calma. Sei dunque pronto a rinunciare al lento e calmo intercedere del destino che inventa occasioni che vorresti veloci. E poi, e poi alla fine ti convinci che si, più avanti ci sarà dell’altro e in fretta devi raggiungerlo.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 22
Illustrazione di Fabio Visintin

 

Dicotomia n. 21 – Estetica: Natura / Artificio

22 giugno 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 12 luglio 2013

 

“I moti della natura vogliono essere circolari; rettilinei quelli dell’arte. Il naturale è rotondo, l’artificiale tutto angoli.”
O. Henry “La quadratura del cerchio” in “Memorie di un cane giallo e altri racconti”, Adelphi editore (1980)

La scena è stata questa: l’avevano notata, e osservata entrare in quel portone per un paio di mattine. Loro, marito e moglie, la terza volta l’hanno fermata sulla soglia. Io c’ero, in piedi come sempre, ferma dall’altra parte della strada. Li ho visti contrattare. Lei, sorpresa, ha alzato le sue grosse sopracciglia. Labbra sottili si sono ritirate rapide su una cascata di denti da spavento. Sembra un cavallo. E poi, ha gli occhi che divergono (di Venere, in effetti, ha solo lo strabismo), il naso adunco e orecchie piccole e torte. Sembra la morte. Mentre scuotevano le mani chiuse le une sulle altre, le è sfuggito il fermaglio dalla testa. Che chioma! Mai visto tanto pelo incolto. E l’emozione ha liberato, giuro, un così forte afrore che una zaffata ha raggiunto anche il mio marciapiede. Ho premuto al volto il fazzoletto impregnato di profumo, ma l’odore naturale è persistente e, evidentemente, dà alla testa. Perché (ora c’è il meglio) allontanandosi in fretta, lui le ha incollato una mano al grosso culo, e la moglie, che li sbirciava ridacchiando, con noncuranza ha pronunciato un numero. Che cifra! Io, che della bellezza naturale ho fatto un vanto, ho cominciato a chiedermi a cosa valga avere un viso regolare, forme perfette, buongusto nel vestire. Da quel momento, ormai non so più dirlo. Sto meditando l’introduzione chirurgica di imperfezioni artificiali.

Il retroscena è questo: viviamo in un’epoca in cui il corpo umano è un interesse economico e per questo viene ridimensionato o ampliato, in parte sostituito, vestito e svestito, tatuato e bucato, massacrato, clonato, venduto al miglior offerente… e non mi dilungo. Così facendo non abbiamo più corpi da guardare, da desiderare, ma corpi da inventare e nell’invenzione si sa: ognuno ci mette del proprio! Una volta nascevano naturalmente i Freaks che raggruppati facevano Circo mostruoso, difforme e per vederlo pagavi il biglietto. Oggi invece la diversità la devi creare in laboratorio, un progetto per distinguersi proprio partendo dal corpo a cui si aggiunge l’adeguata comunicazione. Un artificio tendente al bionico perché da umani abbiamo preso coscienza che non avremo a disposizione altri tremila anni di lenta evoluzione per modificarci naturalmente. Per cui, chi più ne ha più ne metta nell’inventarsi un corpo disuguale che crea notizia. Abbiamo perso il senso del naturale fatto donna o uomo, non sopportiamo su di noi il “naturel et juste” ma dobbiamo: intervenire; approfondire; capire e cambiare. Chiaro, se oggi incontri qualcuno nato già Freak c’è la curiosità di scoprirlo anche segretamente, l’istinto che non è artificio ti riporta sempre all’animale che sei anche se non vuoi.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 21
Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 20 – Favole 2: Pollicina / Orco

15 giugno 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 5 luglio 2013

 

“[…] Io muoio per riaverti, / anche delusa, / adolescenza delle membra / inferme.”
Salvatore Quasimodo “Nascita del canto” da “Oboe Sommerso”, Genova, 1932.

Pollicina: La storia ha inizio dalla madre. Che è premurosa e saggia. Ma ha anche il grembo vuoto, è stanca e sola. Madre che soffre, che picchia la testa al muro. Madre che piange al buio. Madre che pianta semi, che impollina, che crea nuove varietà. Finché da un fiore ecco che arriva lei, la sua piccina. Attesa per una vita, cresce figlia perfetta, solo molto minuta. Perciò resta bambina a lungo dentro le fantasie della sua mamma, anche se presto è ormai donna fatta. La madre la trattiene, ma lei fugge. Al suo passaggio lascia cadere sassolini bianchi, non si sa mai che le venisse voglia di tornare. Piccola e deliziosa, ogni mattina inizia con lo spettacolo della sua comparsa, allo sbocciare del fiore che la protegge per la notte. Chi è tanto fortunato da vederla resta incantato. Spesso davanti a lei si para un uomo, e lei gli sfugge sempre, temendo l’urto con le sue dimensioni.
Non può però sottrarsi a lungo ai sensi. Viene il momento di incontrare l’orco. Lui tuona, e il timbro della sua voce vibra nella fragilità di lei. Lo trova brutto, e lei desidera offrirgli la propria bellezza come compensazione. Decide di infilarsi nella rosa che sa la preferita, senza poter predire cosa accadrà. Lì si addormenta, e lì lui la ritrova, dentro le prime luci di un’alba rossa e ferma.
Pollicina si sveglia, sgrana lo sguardo che da vicino non riesce a contenere l’orco in una sola occhiata. Stringe la bocca a cuore. Si intimorisce, cerca riparo e si volta, offrendogli la schiena nuda, sporca di polline. A quella vista l’orco, che ama i fiori, specie se in bocciolo, perde la testa subito. Lei, sempre voltata, sente l’alito greve che la ricopre di umidità dolciastra. È ancora in tempo per balzare giù e seguire a ritroso la scia di sassolini bianchi. Ma tentenna. Non è così convinta di volerlo veramente fare.

Orco: La mia sorte sarebbe stata segnata come in una favola, l’essere brutto e orrendo, l’inguardabile che deve nascondersi agli occhi dei più, doveva soccombere per non creare altri turbamenti. Ma mio Padre non volle, potevo rappresentare diceva l’essere evoluto proprio per questa difficoltà da superare: non avere sembianze umane. E in effetti la coscienza di essere mostruoso mi ha forgiato l’anima, l’intelletto, ma non mi ha impedito di essere sensibile. Un romantico decadente che ha affascinato intere generazioni rispuntando qua e la nel corso della storia. Ma oggi, qui, adesso, un essere dall’aspetto di orco, un moderno dai lineamenti tremendi che ruolo ha nella Società? Solo per fare un esempio anche la parola orco non ha più senso, sostituita da un più generico “sei brutto ma simpatico”, sempre che tu sappia usare le parole. A questo punto, più o meno, nel retroscena mentale di chiunque si crea quel tanto di fascinoso da dover essere indagato. Poi se hai un tenore di vita che ti proviene da una cospicua rendita, anche avere l’aspetto di un “mangiabambini” passa in secondo piano con: tre Ferrari, due Porsche e una Bentley tre litri del 1921 in garage. Chiaro quando mi incazzo le mie fattezze si esaltano, la mia voce cambia e rimbomba per le 15 stanze della Villa, mi si sente anche nell’ultimo bagno quello con i rubinetti di Stark. Ho un unico debole culinario e uno sentimentale: la torta al cioccolato e Pollicina, così la chiamo io perché donna minuta e un po’ sulle nuvole. Lei è sempre in giardino a curare i suoi fiori, non fa altro dalla mattina alla sera. Diciamo che il suo aspetto come il mio non deve far cadere in inganno, è una che quando ha voglia prima tentenna, mi fa impazzire perché sembra non concedersi, poi parte ed è tra le poche che tiene l’urto delle mie dimensioni. Un amore perfetto che non ha bisogno di nulla di più.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 20

Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 19 – Superstizione/Ragione

8 giugno 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 28 giugno 2013

“Possa mai Iddio proteggermi e liberarmi dalla zanna dell’arcidiavolo!”
Edgard Allan Poe “Il gatto nero”, 1843

Superstizione: Niente, me l’hanno confermato. Io ho il malocchio. L’ha detto pure quel mio amico lì, quello del terzo piano, che lui conosce uno che ha fatto l’esorcismo a sua sorella. Davanti alla mia porta chiusa ha detto: “Qui dentro c’è una gran brutta vibrazione”. Perché non ci credevo, io. Ma troppe coincidenze strane, troppi pensieri brutti. Non ci credevo, ma sono andata a farmi leggere le carte. Certo che è un gioco, però la maga, sai che ci ha azzeccato? Tutto mi ha detto: che ho sofferto in passato, che ora sto bene ma sono minacciata, perché nel mio futuro c’è la carta buona, ma è uscita rovesciata. Che vorrà dire? Chi è che mi minaccia? Intanto ho preso un corno rosso, lo tengo dentro al portafogli. Che ormai è vuoto, ho speso ciò che restava in consulenze astrali: Tutto avrà soluzione appena Nettuno sarà in trigono con Giove e il Sole. Ma intanto ho preso questo appuntamento. Apro la porta, ecco l’amico e quel suo conoscente. Fanno “Sta indietro e non aver paura”. E a me mi afferra una fifa del diavolo. Mi dicono “Lo vedi?” Eh, sì, in effetti è lì. Lo vedo e non lo vedo. È come spaventato, si sfila e si rinfila sotto e sopra i mobili, di continuo. Va in giro per casa. Gli manca un pezzo, dicono che sia perché sta funzionando, quando sarà tutto consumato sarò morta. Ma quale oggetto sia, non posso dirtelo. Infatti, adesso che tutta la procedura si è conclusa, e io in lacrime li sto ringraziando, quei due mi garantiscono che durerà, che l’esorcista ha preso in carico il mio male. Ma che ora dipendo da lui, e se non voglio ritornare libera ed esposta, non dovrò assolutamente nominarlo. Gliel’ho assicurato: stiano tranquilli, so tenere un segreto: io sono un medico e ho pronunciato il giuramento di Ippocrate. Sai, quel greco che liberò la medicina dalla superstizione.

Ragione: Venti anni fa da Magistrato affermavo: il Mondo sta andando verso ancestrali insicurezze. Malattie, crisi economica, desideri inespressi, conquiste difficili, delusioni di ogni genere: sentimentale; morale; politica. Rabbia, tensione e provocazione di cui l’essere umano è intriso emergevano allora, figuriamoci adesso. Ero convinto che stavamo regredendo a soggetti adoranti le Stelle, Pianeti, simbologie arcane per risolvere il male di vivere. Nessuna differenza con i nostri più lontani antenati, quelli che la modernità non la immaginavano neanche. Quindi, mi dicevo, bisognava indagare in questo mercato fatto di falsi simulacri, imbonitori, ciarlatani che raggiravano economicamente i più deboli. Quando beccammo i primi furbi moderni alchimisti cominciai ad interrogarli e mi resi conto che sarebbe stato difficile togliere il “genere” dalla realtà, perché avevano trasformato la visione mentale in un’azione d’Impresa. Dentro alle loro stanze in penombra, addobbate ad hoc per impressionare, trovavamo di tutto e tutto aveva un costo: oggetti stravaganti; libri dimenticati; paraventi d’ossa; manufatti risolutori di malattie incurabili. I meno pazzoidi si sentivano dei “neutri”, cioè degli strumenti che questa o quella divinità, energia, fluido sovrumano, poteva usare per trasmettere verità assolute ma prive di ogni logica. Sono oggi un Questore, mi occupo di inquinamento mafioso e non di furboni che inquinano boccette d’acqua del Nilo, o ti vendono sassi dipinti da mettere sotto il cuscino. Il taroccato lo trovo dentro ai container che arrivano dalla Cina e quindi c’è da sudare per fare le indagini. Ma diciamo che ho smesso di occuparmi di “divismo divino fatto Impresa” da quando trovai in una di queste stanze in penombra mia moglie, noto Medico Chirurgo che cercava di farsi togliere il malocchio. Secondo lei lo avevo portato a casa a forza di incarcerare questa gente.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 17
Disegno di Fabio Visintin

 

Dicotomia discorsiva (n. 18): scarpe

1 giugno 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 14 giugno 2013

 

No Place Like Home from Dominic Wilcox on Vimeo.

F: Davide, te la ricordi la dicotomia sulle calzature? C’è in rete il video di una scarpa col navigatore, non ci potevo credere. Come li chiameresti tu, i geni come questo, “nerd”? A questo punto è molto più figo Dexter.

D: Ciao Francesca. Si li chiamerei nerd e non userei il termine “genialità” per atti creativi come questo. Propongo altri termini descrittivi ma per rispetto dei lettori nemmeno li scrivo, non voglio scadere nel provocatorio. Per cui confermo che “Dexter” al confronto è un genio.

F: Ci vai giù duro… In fondo non è male che i creativi di oggi utilizzino i mezzi messi a disposizione dalla modernità. O no?

D: Sono d’accordo con te, ma non farei l’errore di considerare il digitale un concetto universalmente adatto a ogni cosa, da inserire in ogni dove: un chiodo non lo pianti con uno smartphone, o meglio lo puoi fare, ma uno dei due oggetti avrebbe la peggio. Adesso, vorrei che qualcuno mi spiegasse a cosa serve un martello che può essere anche telefono?!

F: Nel caso in cui si debba chiamare con urgenza il 118 dopo essersi pestato il dito? Scherzo. La settimana scorsa, il relatore di un convegno ha strappato un’ovazione definendo “nuovi artigiani” le persone che nei diversi campi delle tecnologie informatiche plasmano novità utili al nostro caro, vecchio mondo. Da questo punto di vista l’artigianato non è in crisi e si apre alle interazioni con un sistema complesso in modo inimmaginabile solo fino a una decina di anni fa.

D: Ben venga! Resta da chiarire l’inutilità di certi oggetti di design a cui forzatamente è stato inserito del digitale e per tornare alla scarpa: personalmente non avvolgerei i miei piedi, con tutte le terminazioni nervose che hanno, in “scatole wireless”. Ma poi scusa, mica dobbiamo andare a camminare sulla Luna, si tratta di passeggiare qui e la, e per orientarci abbiamo già abbastanza sistemi per farlo.

F: Non dirlo a me, le abolirei, le scarpe. E tutte le altre costrizioni. Per fortuna adesso arriva la stagione della nudità. Certo, il povero inventore dovrà tenerne conto per sviluppare il proprio business. Quindi, o punta sui Paesi nordici, tipo Lapponia o Siberia, oppure trova il modo di replicare il colpaccio su una calzatura estiva. Proporrei un formato gel, da applicare sulle unghie. Nulla che abbia a che vedere, nemmeno da lontano, con i tuoi “amici”, gli artefici della scarpa fatta a mano, giusto?

D: Penso di si, gli artigiani della scarpa che conosco io non pensano di ricreare l’uomo bionico, ne hanno bisogno di dimostrarti che hanno capito la realtà. Con il loro mestiere che tende alla qualità pensano a farti stare bene e ti considerano per quello che sei: un essere fragile che deve proteggersi a cominciare dai piedi. C’è rispetto in quello che fanno e l’innovativo riguarda “altro da loro”, anzi, guarda, penso che più fanno bene il loro mestiere più sono moderni.

F: Ora, parafrasando Einstein (giusto per contenermi) ri-conio un aforisma su due piedi: “modernità è non smettere di farsi domande” e le domande portano lontano. Per questo, amico mio, concordo con te: è bene poter contare, lungo il cammino, su un paio di scarpe di buona fattura.

D: Anche di una “testa che aiuti te stesso e il prossimo” sempre si voglia ancora Mondo. Ma per tornare all’artificio che confonde le idee naturali già di per se perfette, devo ammettere che senza risposte a certe domande non andremo molto lontani. In ogni caso anche la nostra discussione potrebbe stare dentro al vecchio motto polare che dice: il moderno disegno divino usa gli stolti per provocare gli audaci! Pensi che io e te potremo mai inventare qualcosa?

F: Mmm… Parliamone.

D: Non basta… bisogna progettare e poi fare, se lasciamo libero il campo delle invenzioni dovremo tornare a camminare scalzi per evitare di farci del male.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 18

Sintonia n. 17 – Figli: Madre/Padre

25 maggio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 7 giugno 2013

 

I figli addolciscono le fatiche, ma rendono le sventure più amare; aumentano le preoccupazioni della vita, ma mitigano il ricordo della morte. Francis Bacon, Saggi, 1597/1625

MADRE: I figli sono fiori. Dipendono da te. Tu sei la pianta madre. Possono appassire in fretta, ma quasi sempre rialzano le corolle. E non c’è cura migliore della tua presenza. O della tua assenza, al contrario, quando giustificata (a loro. Parla con loro, parlaci. Gli hai dato la vita, non te l’hanno chiesta: glielo devi). Sì, perché tu i figli puoi anche non amarli, oppure sbagliarli. Non è sbagliato passare il fardello a migliori mani, allora. I figli puoi anche non concepirli, nemmeno come idea. Puoi trovarti alle strette con un bambino in grembo e la tua vita allo sbando. I figli puoi anche non permettergli di nascere. Lo puoi fare per legge, nessuno ti dica niente. Non permetterglielo, sii l’unica responsabile davanti alla tua coscienza. Ma, senti solo questo: non sono cosa tua, i figli, quando ormai sono al mondo. Li custodisci e basta. Sei tu la fortunata, ripetilo in segreto, non scordarlo. Gongoli nei loro abbracci, tocchi il cielo per le espressioni dolci, e per i balbettii che imitano la tua parlata. Ti inorgoglisci nel vederli crescere. Mentre ci litighi pure ne sei orgogliosa. E ti commuovi, nel sorprenderti a sognare di quanto potranno superarti in ogni campo, se solo insisterai a nutrirli bene, nel corpo e nello spirito. I figli sono figli fino alla fine, ma anche oltre la fine. Un figlio che se ne va prima della sua mamma è un tappeto sfilato da sotto i piedi più fermi. Non ti rialzerai mai più. Prego di avere un giorno una fine dignitosa e veloce, e che i miei figli ne siano testimoni.

PADRE: Per il momento non sono Padre, non per scelta ma per un destino, il mio, che ho sempre messo totalmente nelle mani delle donne che ho amato. Donne sbagliate? Donne da far crescere e poi hanno scelto altri uomini per fare figli? Donne che hanno ritenuto di essere solo di passaggio. Donne che un figlio già lo avevano ma: con te ne farei un altro! O forse no? Forse si! A questo punto vediamo più avanti… mah! Ora caro lettore, la mia condizione non voluta di “non Padre” sarebbe stata ideale per scrivere questa Dicotomia, ma alla fine ho scelto di dare spazio ad un carissimo amico che brevemente ha trasformato il tutto in una perfetta e gradita “Sintonia”.

Antonio: sono Padre, me lo dicevo all’inizio e me lo dico adesso dopo tanti anni in cui non sono cambiati i sentimenti del cuore e i mille ricordi, compreso il momento in cui ho preso in braccio per la prima volta mia figlia. È ancora vivo, due occhi che ti guardano e già vedono i confini della tua anima, in quel momento ti chiedi: sarò un buon Padre? Una domanda che mette i brividi! Pian piano con il tempo la risposta viene da sé, cresce lei e assieme a lei cresci anche tu come Padre, come uomo, basta essere mi dico sempre, osservatore. A volte da lontano a volte da vicino, correggendo, o cercando il dialogo autorevole mai autoritario pur sapendo che i figli sembrano vivere in un’altra galassia lontana da noi. Ma non è così! Sembra strano ma a loro, a qualsiasi età, basta poco per sentirsi figli e lo senti quando si avvicinano. In quel momento devi comprendere quello che sono, non confonderti nel desiderio di pensarli per quello che tu vorresti che fossero. Hanno una strada da compiere diversa dalla tua, una strada che però ha avuto una partenza che tu conosci e l’amore per la vita, di cui ci nutriamo, è tutto ciò che distingue e protegge sia loro che te.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 17
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 16 – Etica: Compromesso / Rigore

18 maggio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 31 maggio 2013

 

L’illusione è una speranza senza compromessi.
Giovanni Soriano, Finché c’è vita non c’è speranza, 2010

Oggi non è il caso di rivelarne il nome, sarebbe un colpo per tutta la società. Ma ascoltatene la storia. Quel giorno sgranocchiava noccioline, un gomito appoggiato al bancone e la mano sotto la testa. Guardò in giro fino a soffermarsi sul proprio vestitino grunge. Troppo casual. Puntò i sandaletti e si vergognò: non uno smalto qualsiasi sulle unghie. La gente lì era tanto glamour e si farneticava. Ne aveva già vissuti tanti di sogni di cambiamento, tutto trasparente, chiaro, disteso, aperto e discutibile. Ovvio il naufragio per eccesso di utopia. Aveva sviluppato il proprio afflato etico per via delle vicende familiari. Amò sempre suo padre. Anche quando rivelò il trucco del compromesso. Se non avesse atteso quarant’anni a dichiararsi gay, non sarebbero venuti al mondo né lei né i suoi fratelli.

Erano altri tempi. Sacrificò la propria natura per anni ma poi scelse di andare a vivere felice col compagno. Sua madre se ne fece una ragione. Esempi come quello avevano cambiato il volto del paese dal quale lei partì un giorno per vivere in Italia. Pazienza e strategia, proporsi e ascoltare. Limiti elastici. Questa la lezione che non intendeva sprecare. Quando due tizi salirono sopra un tavolo, buttando giù stoviglie e stuzzichini, e urlarono: “Facciamo fuori i vecchi!” (scatenando applausi entusiasti) le apparve la sua faccia adulta e stanca riflessa nel bicchiere. Sapeva cosa fare. Uscita dal locale prenotò a un medico estetico interventi per rendere il suo aspetto più integrato. Dopo poco entrò di gran carriera nel Nuovo Sistema e prese a modificarlo dall’interno, andando lei per prima nella sua direzione. Voi non lo immaginate, ma è a lei che dobbiamo la prima presidentessa donna, il matrimonio gay, l’introduzione del salario minimo, e la serie di grandi innovazioni nella Costituzione, intervenute dal 2013 ad oggi.

Non era mai stato giovane per questo il suo rigore era pari al suo aspetto: tutto d’un pezzo e sempre con baffi neri! Sin da piccolo era stato un gran lavoratore e da adulto ancora per poter lavorare, costretto ad essere un “Leone di Mussolini”. Senza mai picchiare nessuno, con l’aspetto rigoroso dentro alla camicia nera, invece di impartire ordini lavorava credendo di far bene. Dopo la guerra chiusa indenne da partigiano che lavorava per il Partito, partì con sua moglie verso la nera Germania, si dice per ricostruirla. Lavorò duramente mandando marchi a casa per sfamare i figli, non più figli della Lupa, dei Compagni in rosso, ma tutti “cristian democratici” mantenuti da un gran lavoratore che aiutava i crucchi sfatti. Da li senza tornare a veder la nazione, parti per la Russia a coltivare campi di patate, sua moglie imparò anche il russo ma lui tutto d’un pezzo ne tedesco ne zarista, restò fermo sulle parole: lavorare con dignità! Da tornato italiano fece un mondo di mestieri, sempre bene, sempre con fatica, sempre per vivere: il pescivendolo; il venditore di bambole con la testa di porcellana; barattava filo da cucire con uova per cucinare; raccattava stoffe usate per far carta; cacciava le talpe per far pellicce da donna; al Porto trovava Ghisa, Ferro, Rame e Acciaio per rivenderlo; smerciava Caffè. Da vecchio con i capelli bianchi si tingeva solo i baffi d’un nero innaturale, tagliati non più grandi ne più piccoli per essere riconosciuto com’era un tempo. Visse tanto e a lungo raccontando che se non fosse stato un uomo coraggioso e rigoroso non sarebbe sopravvissuto. Quando arrivò il “rigor mortis” aveva già lasciato indicazioni perché le figlie scrivessero sulla sua tomba: Voglio essere ricordato precisamente per quel che ho fatto! Amen.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 15
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 15 – Calzature: scarpe da donna / scarpe da uomo

11 maggio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 24 maggio 2013

Gli occhi possono mentire, un sorriso sviare, ma le scarpe dicono sempre la verità.
Gregory House (Hugh Laurie), in Dr. House – Medical Division, 2004/12

Mi sento fuori posto nel mondo occidentale. Qui una bambina comincia ad essere donna nell’atto di indossare i suoi primissimi tacchi, e per tutta l’età fertile dovrà convivere con crampi, vesciche e mal di schiena. Mi sento fuori posto, vorrei essere la foglia di un albero orientale, che scivola giù dalla chioma che l’ha generata, silenziosa, lenta, compiendo ampie volute circolari, fino a calarsi nel letto del fiume sottostante. Mi sento fuori posto ma non saprei vivere altrove, quindi mi adeguo, non senza cercare di sfatare almeno, tra tutti gli stereotipi sulle donne, il principale.
Guardami, soppesami secondo i tuoi parametri e decidi: sono o non sono donna, proprio a partire dalle mie scarpe comode e strausate? O forse il fatto di non avere un armadio traboccante, che io non segua le mode, che cerchi solo e sempre la comodità mi rende meno femminile?

Ho calzature adatte per ogni occasione: Nelle mattine d’estate mi alzo, e dopo aver stropicciato gli occhi, sfilo la maglietta della notte trascorsa e ne infilo su un’altra quasi uguale. Gli shorts e due Superga sformate dall’uso completano la mise. Quindi esco e vado in giro a essere me stessa, e sto bene. Con me stanno bene gli altri. Esco la sera e indosso stivaletti: cuoio nero sbiadito, punte sbucciate, ma comodi. Il nero li fa invisibili, dal nero in su puoi ammirare la mia andatura sciolta, gli sguardi che lancio, il consenso che si crea attorno alla mia personalità entusiasta. Parto per la vacanza con uno zaino leggero in spalla e ai piedi le infradito in corda. Buone per il caldo del viaggio, flessibili in spiaggia e in piscina, effetto nudo nelle serate in discoteca, durante le quali spesso le lascio in giro e finisco a ballare scalza al centro della pista.
Solo al lavoro appaio allineata, invece è tutto finto. Confondo gli altri con tacchi otto centimetri rosso fuoco (non quattro, che il gioco non varrebbe la candela, tanto un décolleté basso appare sciatto, non dodici, che fa tanto sgualdrina da Parlamento, à la Battiato). Otto centimetri li posso sopportare, non sono ancora letali. E divento più alta, ancheggio, sento dietro di me il rumore degli sguardi farsi una fila di barattoli attaccati alla macchina dei novelli sposi. Così ho ottenuto attenzione, quando l’ho chiesta, e promozioni, e premi, e inviti. L’aspetto ne viene sempre esaltato, e non porto abiti costosi, non mi servono.
Una volta a casa, lancio le scarpe in aria appena vedo il mio uomo. Mi viene incontro con fare lento e circolare, mi fa accomodare sul divano, poi prende i miei piedi tra le mani e li massaggia a lungo. È un tipo moderno: usa soltanto mocassini di buona fattura, e in casa pantofole di pelle scamosciata.
Per me i tacchi, per lui, che è di origine asiatica, quello della circoncisione è stato lo scotto del passaggio all’età adulta. Ci unisce una compassione affettuosa, e il fatto che a fine giornata ci prendiamo cura l’uno dell’altra, con la stessa dedizione alle estremità traumatizzate da tradizioni barbare.

Chi scrive è convinto che l’eleganza di un uomo cominci dalla scarpa! E questa dicotomia potrebbe finire qui, con un’aggiunta: meglio ancora se fatte a mano e su misura. Punto! Ma per non abbandonare il lettore su questo punto, di seguito un pò di analisi sull’argomento.
Come per l’abbigliamento la scarpa da uomo ha subito nel tempo una trasformazione considerevole adattandosi giustamente all’evoluzione dei tempi. Certo è che prima della rivoluzione industriale le scarpe di qualsiasi genere erano “in mano” a chi le sapeva fare, create per l’uso a cui erano destinate. Venivano riparate all’infinito proprio perché “costruite”, quindi potevano essere smontate, sanate e rimontate nelle varie parti senza perdere forma e durata nel tempo. Oggi la parola chiave è “assemblaggio” studiato in una filiera chimico/commerciale che usa e getta anche le regole non solo i materiali, imponendo tempi certi per la loro durata. Sono cambiate anche le possibilità per sentirsi eleganti e anche la parola “eleganti” potrebbe essere tolta dal contesto sostituita da: creatività; personalità; comodità… easy. Nessun stupore nel vedere un doppio petto rigato, sopra ad una camicia bianca chiusa da cravatta di seta e ai piedi sneakers sfatte o “plasticoni” da basket usati il mercoledì in palestra, il giovedì per portare fuori il cane, il sabato al ricevimento d’elite in abbinata al doppio petto. Nessun stupore neanche per lo sposo in Tight con scarponi da fonderia slacciati, punta e tacco d’acciaio, particolarità suggerita dall’estroversa moda del momento. Il colore, il colore, il colore si spreca trasformando la scarpa in oggetto molto più utile alla comunicazione visiva che ai nostri piedi. Il prezzo, il prezzo, il prezzo non è più rapportato al genere ma al simbolico che rappresentano, quindi strapaghi un’idea marketing legata al brand più che la qualità. La forma, la forma, la forma è sempre più ambivalente, per dirla con una parola: unisex e se non lo è la calziamo lo stesso. La scelta, la scelta, la scelta che si compie per il loro acquisto riguarda l’originalità che vorremo esprimere, finendo ovviamente uniformati. Punto! E ora esprimo un desiderio, giusto per creare un punto fermo in questo testo: voglio un paio di scarpe di vera pelle a cui sia stata cucita a mano la suola di cuoio, usando fili di canapa naturale tenuti insieme da pece greca fino ad ottenere uno spago che non teme l’acqua. Voglio la stecca di legno di Pero inserita nella suola che dona flessibilità e rigidezza, un tacco di cuoio costruito strato su strato adatto al modello, né più alto, né più basso e tutt’attorno il guardolo cucito. Le voglio su misura con fodera di pelle, rivoltata sul tallone e liscia all’interno una specie di guanto per i piedi. Le voglio chiuse da lacci cerati che passano in almeno dieci fori e ti permettono di fare un’asola perfetta, proporzionata alla scarpa. Chiedo che una volta chiusa, l’asola resti e ripeto “resti” chiusa mentre cammino. Mentre cammino non voglio fare rumore, stridore, cigolio, “gnicche gnacche” di nessun genere, e voglio che la luce non venga riflessa dalle mie scarpe come fossero parte dell’astronave di Goldrake, ma venga assorbita da patine e cere naturali. Se è valido il concetto riflessologico per cui ogni organo del nostro corpo finisce per avere nel piede il suo punto finale, non capisco perché devo calzare strumenti di tortura medioevali. Punto.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 15
Disegno di Fabio Visintin


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