Dicotomia n. 15 – Calzature: scarpe da donna / scarpe da uomo

11 maggio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 24 maggio 2013

Gli occhi possono mentire, un sorriso sviare, ma le scarpe dicono sempre la verità.
Gregory House (Hugh Laurie), in Dr. House – Medical Division, 2004/12

Mi sento fuori posto nel mondo occidentale. Qui una bambina comincia ad essere donna nell’atto di indossare i suoi primissimi tacchi, e per tutta l’età fertile dovrà convivere con crampi, vesciche e mal di schiena. Mi sento fuori posto, vorrei essere la foglia di un albero orientale, che scivola giù dalla chioma che l’ha generata, silenziosa, lenta, compiendo ampie volute circolari, fino a calarsi nel letto del fiume sottostante. Mi sento fuori posto ma non saprei vivere altrove, quindi mi adeguo, non senza cercare di sfatare almeno, tra tutti gli stereotipi sulle donne, il principale.
Guardami, soppesami secondo i tuoi parametri e decidi: sono o non sono donna, proprio a partire dalle mie scarpe comode e strausate? O forse il fatto di non avere un armadio traboccante, che io non segua le mode, che cerchi solo e sempre la comodità mi rende meno femminile?

Ho calzature adatte per ogni occasione: Nelle mattine d’estate mi alzo, e dopo aver stropicciato gli occhi, sfilo la maglietta della notte trascorsa e ne infilo su un’altra quasi uguale. Gli shorts e due Superga sformate dall’uso completano la mise. Quindi esco e vado in giro a essere me stessa, e sto bene. Con me stanno bene gli altri. Esco la sera e indosso stivaletti: cuoio nero sbiadito, punte sbucciate, ma comodi. Il nero li fa invisibili, dal nero in su puoi ammirare la mia andatura sciolta, gli sguardi che lancio, il consenso che si crea attorno alla mia personalità entusiasta. Parto per la vacanza con uno zaino leggero in spalla e ai piedi le infradito in corda. Buone per il caldo del viaggio, flessibili in spiaggia e in piscina, effetto nudo nelle serate in discoteca, durante le quali spesso le lascio in giro e finisco a ballare scalza al centro della pista.
Solo al lavoro appaio allineata, invece è tutto finto. Confondo gli altri con tacchi otto centimetri rosso fuoco (non quattro, che il gioco non varrebbe la candela, tanto un décolleté basso appare sciatto, non dodici, che fa tanto sgualdrina da Parlamento, à la Battiato). Otto centimetri li posso sopportare, non sono ancora letali. E divento più alta, ancheggio, sento dietro di me il rumore degli sguardi farsi una fila di barattoli attaccati alla macchina dei novelli sposi. Così ho ottenuto attenzione, quando l’ho chiesta, e promozioni, e premi, e inviti. L’aspetto ne viene sempre esaltato, e non porto abiti costosi, non mi servono.
Una volta a casa, lancio le scarpe in aria appena vedo il mio uomo. Mi viene incontro con fare lento e circolare, mi fa accomodare sul divano, poi prende i miei piedi tra le mani e li massaggia a lungo. È un tipo moderno: usa soltanto mocassini di buona fattura, e in casa pantofole di pelle scamosciata.
Per me i tacchi, per lui, che è di origine asiatica, quello della circoncisione è stato lo scotto del passaggio all’età adulta. Ci unisce una compassione affettuosa, e il fatto che a fine giornata ci prendiamo cura l’uno dell’altra, con la stessa dedizione alle estremità traumatizzate da tradizioni barbare.

Chi scrive è convinto che l’eleganza di un uomo cominci dalla scarpa! E questa dicotomia potrebbe finire qui, con un’aggiunta: meglio ancora se fatte a mano e su misura. Punto! Ma per non abbandonare il lettore su questo punto, di seguito un pò di analisi sull’argomento.
Come per l’abbigliamento la scarpa da uomo ha subito nel tempo una trasformazione considerevole adattandosi giustamente all’evoluzione dei tempi. Certo è che prima della rivoluzione industriale le scarpe di qualsiasi genere erano “in mano” a chi le sapeva fare, create per l’uso a cui erano destinate. Venivano riparate all’infinito proprio perché “costruite”, quindi potevano essere smontate, sanate e rimontate nelle varie parti senza perdere forma e durata nel tempo. Oggi la parola chiave è “assemblaggio” studiato in una filiera chimico/commerciale che usa e getta anche le regole non solo i materiali, imponendo tempi certi per la loro durata. Sono cambiate anche le possibilità per sentirsi eleganti e anche la parola “eleganti” potrebbe essere tolta dal contesto sostituita da: creatività; personalità; comodità… easy. Nessun stupore nel vedere un doppio petto rigato, sopra ad una camicia bianca chiusa da cravatta di seta e ai piedi sneakers sfatte o “plasticoni” da basket usati il mercoledì in palestra, il giovedì per portare fuori il cane, il sabato al ricevimento d’elite in abbinata al doppio petto. Nessun stupore neanche per lo sposo in Tight con scarponi da fonderia slacciati, punta e tacco d’acciaio, particolarità suggerita dall’estroversa moda del momento. Il colore, il colore, il colore si spreca trasformando la scarpa in oggetto molto più utile alla comunicazione visiva che ai nostri piedi. Il prezzo, il prezzo, il prezzo non è più rapportato al genere ma al simbolico che rappresentano, quindi strapaghi un’idea marketing legata al brand più che la qualità. La forma, la forma, la forma è sempre più ambivalente, per dirla con una parola: unisex e se non lo è la calziamo lo stesso. La scelta, la scelta, la scelta che si compie per il loro acquisto riguarda l’originalità che vorremo esprimere, finendo ovviamente uniformati. Punto! E ora esprimo un desiderio, giusto per creare un punto fermo in questo testo: voglio un paio di scarpe di vera pelle a cui sia stata cucita a mano la suola di cuoio, usando fili di canapa naturale tenuti insieme da pece greca fino ad ottenere uno spago che non teme l’acqua. Voglio la stecca di legno di Pero inserita nella suola che dona flessibilità e rigidezza, un tacco di cuoio costruito strato su strato adatto al modello, né più alto, né più basso e tutt’attorno il guardolo cucito. Le voglio su misura con fodera di pelle, rivoltata sul tallone e liscia all’interno una specie di guanto per i piedi. Le voglio chiuse da lacci cerati che passano in almeno dieci fori e ti permettono di fare un’asola perfetta, proporzionata alla scarpa. Chiedo che una volta chiusa, l’asola resti e ripeto “resti” chiusa mentre cammino. Mentre cammino non voglio fare rumore, stridore, cigolio, “gnicche gnacche” di nessun genere, e voglio che la luce non venga riflessa dalle mie scarpe come fossero parte dell’astronave di Goldrake, ma venga assorbita da patine e cere naturali. Se è valido il concetto riflessologico per cui ogni organo del nostro corpo finisce per avere nel piede il suo punto finale, non capisco perché devo calzare strumenti di tortura medioevali. Punto.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 15
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 14 – Trasporti: pubblici/privati

4 maggio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 16 maggio 2013

La gente non ha quello che merita, ha quello che gli capita.
Gregory House (Hugh Laurie), in Dr. House – Medical Division, 2004/12

Comincia da un divieto: Zona a Traffico Limitato. Come puoi muoverti ogni giorno in macchina, se hai scelto di vivere in centro città? Anche i soldi sono un incentivo. Per trentaduemetriquadrilordi, balcone incluso, spendi una cifra che non ti permette di spandere altrove il tuo poco denaro, non lo consegni neanche più alla banca. Hai visto che fine hanno fatto a Cipro? E tu sei pronta. Davvero a tutto, pur di restare qui. Hai scavato un buco sotto una mattonella in cucina. A fine mese ci depositi lo stipendio, che si consuma esattamente in trenta giorni. Hai solo un salasso l’anno: la tessera intera rete del trasporto pubblico. Quel giorno consegni il denaro all’uomo dietro lo sportello e poi digiuni, o quasi, per circa due settimane. Ma hai scelto strategicamente di rinnovarla sempre a giugno, giusto in tempo per fare un po’ di dieta in vista dell’estate. Smettendo di guidare sono finiti i guai alla schiena. Ora sei flessuosa e pronta di riflessi. In ogni momento sobbalzi, ondeggi, vieni sollecitata in ogni direzione. L’autobus è una metafora della condizione moderna. Di più: è l’avanguardia della Sopravvivenza. Chi non apprezza non sa che, intanto, si fanno un mucchio di nuove conoscenze. Si imparano le lingue. Si ammirano i dintorni da un punto di vista aereo e si può spaziare in ogni direzione senza timore di perdere il controllo. Si prendono appunti, si telefona, si fotografa. Si aggiornano blog e profili dei social network. I limiti li stabilisce la lungimiranza dell’Amministrazione comunale. Se sarà stata accorta, avrà creato linee che raggiungono le zone più inaccessibili, dotate di vetture elettriche che percorrono corsie preferenziali, e la possibilità di salire tirandosi all’interno anche una bicicletta. Avrà istruito gli autisti alla cortesia e li pagherà abbastanza bene da non fornirgli scuse per scioperare. Garantirà panchine comode e tettoie per l’attesa. La mobilità sarà regolata elettronicamente da un GIS seguito dal satellite, consultabile via web da tutti i cittadini. Il luogo dove vivi sarà sano, e tutti più sorridenti. Mentre pregusti il futuro ti accontenti di sognarlo, standotene sotto la pioggia, al buio, in una zona malfamata, in piedi dopo una giornata di lavoro e con un appuntamento sfumato perché sono due ore che il bus non compare all’orizzonte.

Tutti i giorni è una guerra divisa per battaglie combattute a ore. Se ti devi muovere con la tua auto nel traffico, questo è! Devi evitare il percorso minato di Autovelox: sempre più precisi; nascosti; continui; spietati, gestiti da Amministrazioni in crisi di identità ed economica, capacità di riflessione, coscienza morale verso i cittadini che da qui in poi gli dedicano i peggiori pensieri quotidiani. Mezzi di locomozione infiniti da non investire o farsi investire: camion; macchine; minicar; biciclette; moto; scooter; autobus, pulmini, pick-up; “americanate”, da scansare con accurata attenzione, pena l’essere travolti da ulteriori problemi e spese “super-accessoriate”. È di pazienza che ti devi armare prima di partire senza farla diventare una malattia, perché sai che nella tua scatola di lamiera, a forma di pandino o super-comoda-rossa, ci dovrai passare del tempo. E quando arriva la telefonata? Incroci le dita perché siano buone notizie, se ti comunicano problemi o pronto intervento niente puoi fare, il tutto di cui sopra è contro di te e la tensione potrebbe aumentare mandandoti “fuori di testa”. Quindi in macchina anche se lo vorresti fare, sarebbe salutare non rispondere al telefono e non per eventuali multe. Il panorama che ti passa davanti nel migliore dei casi è senza Città caotica/inquinata, ma alla fine apprezzi anche l’aiuola spelacchiata o l’alberello asfittico che cerca di sopravvivere lungo la via. E si potrebbe continuare, con: caldo – freddo; pioggia – neve – grandine; cani – gatti – pedoni; forature – rotture meccaniche quando meno te lo aspetti; benzina – gasolio – GPL – pedaggio autostradale sempre più caro; lavavetri sempre più extratutto ed extradisabili ai semafori – semafori con l’arancio sempre più breve gestito dal T-Red. E qui si ritorna alle Amministrazioni: politicamente infangate; promettenti il nulla; pieni di “omini e donnine” che comandano vestiti di tutti i colori possibili anche quello “cacca”! E con questo non ho detto tutto, ma per il momento, abbastanza… ma siamo solo alla prima puntata!

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 14
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 13 – Ragionamento: reminiscenza/immediato

27 aprile 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 10 maggio 2013

 

Signori, benvenuti nel mondo della realtà: non c’è pubblico. Nessuno che applauda, che ammiri. Nessuno che vi veda. Capite?
David Foster Wallace – Il re pallido, 2011

Mi sono confidata con la mamma, che la sa lunga. Mi ha detto: “Figlia, tieni gli occhi bassi, per ora non parlargli, se non per lo stretto necessario e vesti in maniera casta”. Ancora qualche giorno di timidezza e, all’improvviso, mi sono come snebbiata. Lui, ormai è chiaro, torna ogni sabato mattina, sempre alla stessa ora e va di fretta: le otto e trenta, minuto più, minuto meno. Io apro la cassa e sgranocchio qualche snack che mi porto in borsetta, sul lavoro non sarebbe consentito, ma in fondo non lo sa nessuno. E poi così mantengo in forma le mie curve, sono sicura che è quello che gli piace di me. Immagino come mi guarda già dall’ingresso, e smanio e mi agito nella biancheria intima che indosso solo per lui, fino a che non appare. Non mi è sfuggito che utilizza il cestello con il manico, ma senza alcun motivo: ha anche la moneta per il carrello grande. Ogni tanto gli scivola “casualmente” dalla tasca e, proprio stamane, mi è rotolata sotto i piedi, costringendomi a piegarmi in basso. In quel momento si è sfilata una ciocca di capelli dalla coda, finendo nella piega tra i seni. Sapevo che i suoi occhi spaziavano su e giù per tutta la mia generosa superficie, ora che gli davo la schiena. Mi sono risollevata a fatica, quasi non respiravo, con la fiche stretta tra le dita che tremavano. Gliel’ho resa. Ho sbirciato il conto e guardando altrove gli ho detto il totale con la voce più indifferente che ho potuto. Lui ha teso la mano col denaro, e nel riceverlo, con i miei tanti anelli messi a bella posta, ho provato il brivido della sgualdrina. Anche oggi ho vissuto la mia emozione quotidiana, e senza disattendere i consigli della mamma. Un giorno si dichiarerà e finiremo per sposarci, credo. Per uno così, so già che non sarò mai di peso.

Sabato mattina 8.31 davanti al supermercato “X” il parcheggio è già pieno di macchine, ho fretta, devo prendere due, tre cose e scappare. Cerco un carrello e un homeless mi chiede subito l’elemosina, tenendo stretto l’ultimo della fila. Mentre gli spiego che uso un cerchietto di plastica al posto della moneta, lui afferra l’obolo che una signora con pelliccia consunta gli mette in mano, nemmeno ringrazia e continua a fissarmi per impietosirmi. Mi giro ed entro nel supermercato, prendo un cestello, va bene lo stesso. Una rapida occhiata al desolante panorama molto ben illuminato: etnie ad assetto variabile; anziani che si intralciano l’un l’altro; commessi che cercano di stipare gli scaffali; musica di eros Ramazzotti… sono le 8.39 lo stomaco mi si chiude. Cerco di infilarmi velocemente in una delle corsie, quasi in apnea facendo attenzione a tutto anche alla nausea. Prendo velocemente quello che mi serve evitando gli imprevisti, quasi un percorso ad ostacoli. Sono alle casse, la fila è lunga e nessuno si interessa di nessuno, nessuno guarda nessuno. Stranamente mi trovo sempre difronte alla cassiera che peserà un quintale, più che seduta alla cassa è “inscatolata nella cassa” modellata a giusti incastri. Muove solo la testa e le braccia per fare quello che deve fare. Trucco pesante in azzurro, nessuna gentilezza e le uniche parole che pronuncia sono relative al prezzo. Pago, mi scivola il cerchietto di plastica, lei si china con una fatica disumana, lo raccoglie, me lo porge sudata, sfigurata in viso e noto che ha parecchi anelli alle dita, sono stringhe infossate nella carne. Le sue mani sembrano salami, il mio stomaco si chiude ancora un pò. Esco, salgo in macchina, sono le 9.30 è passata un’ora e sento che devo andarmene da qui per far passare la nausea. In alternativa, restare fermo, respirare profondamente e pensare a qualcosa di positivo. Si, ma cosa?

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n.13
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 12 – Favole: Biancaneve/Il nano

20 aprile 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 26 aprile 2013

 

La vita ha le parola che può, la fiaba le parole che deve.
Aldo Busi, Guancia di tulipano, 2001

No, non posso venire con voi stasera. Niente, un po’ di febbre, forse. Per carità! Non mi serve nulla, non passare. Grazie comunque, vado a letto presto. Mi tiene compagnia il mio Cucciolo, ci faremo le coccole, io e lui. Un film. Penso che guarderemo un film, forse un vecchio cartone. Che ne pensi, Cucciolo? Ha detto di sì. Tesoro della sua padrona, tesoro. Ma fermati oh, oh! Ora ti lascio, mi sento troppo debole per parlare al telefono e insieme cercare di tenerlo a bada. Cucciolo, stà fermo, su. Quant’è impaziente. Ciao, sì, certo, ciao.
Sono malata di fotofobia, perciò i miei amici mi cercano la sera, quando sono un diamante da 28 carati che emana luce propria. Se mi serve qualcosa chiamo, ottengo ogni favore a domicilio, nessuno mi rifiuta nulla. Sono bella. Sono giovane. Sono perfino bionda naturale. Lui pure viene sempre di notte. La volta che è entrato qui ha detto Buonasera, e subito dopo A terra e apra bene le gambe. Io, che pure ero abituata alla poca luce, non lo avevo visto. Mi sono spaventata. Una voce isolata, una frase esplicita e imperativa dal nulla? Lui allora, che è un impaziente, fece da solo ciò che stava chiedendo. Da quella volta, risolto il problema medico, siamo una coppia. Non faccio nient’altro che contare i minuti che ci separano.

Ho sempre avuto uomini, se non brutti, eccentrici. Persone che pensavano di non aver speranze con una come me. Che neanche mi si avvicinavano, ma che avvicinavo io, lasciandoli di stucco per la sfrenatezza con cui manifestavo il desiderio di averli come amanti. Un uomo bello è sempre narcisista, non si accontenta di una donna sola, si fa desiderare. E quando la storia si fa seria, ti molla per un’altra. Con Cucciolo spero di non aver preso un abbaglio. Non per la mia malattia, lo dico per il cuore. Mi sono innamorata e, invece di essere felice, perdo tempo a piangere, pregando che non mi lasci mai. Spero che accetti di venire a vivere con me, non riesco più a sopportare che abbia una vita lontano da qui. Non avrò alcun problema a rivelare la nostra relazione al mondo, abbiamo anche iniziato a uscire insieme: io sto tutta coperta e lascio che mi spogli di nascosto parti del corpo, solo dietro certi scaffali, al chiuso, andando per negozi. Se qualcuno ci vede, resta a godersi la scena e poi se ne va ammiccando, senza dire una parola. A me non m’importa di quello che gli altri pensano, ma solo di noi due. E ho una paura folle quando lo lascio uscire, fuori da me come da quella porta. Paura che non ritorni più. Perché, anche se nano, lui ha un potere immenso per le mani. Per questo nel suo ambiente è tanto conosciuto, stimato, ambito. Ne è anche consapevole. E temo che presto si stuferà di me.

Ma nano a chi? Ma nano rispetto a cosa? Ma soprattutto, nano non per colpa mia… quindi mi dovrei sentire in colpa ad essere nano? Poi diciamola tutta, sono il settimo, ho altri 6 fratelli tutti maschi e tutti nani, quindi la questione è genetica. E dire che mia madre e mio padre di statura sarebbero nella media, ma nessuno ha mai indagato da chi possa dipendere il difetto. In ogni caso questi due ingenui ci hanno provato per sette volte ad avere un figlio di statura normale ma niente. Il destino, anche lui nano.
Io e i miei fratelli evitiamo di incontraci e muoverci in gruppo, ognuno di noi preferisce muoversi separatamente e si è fatto degli amici/amiche che alla fine sono circa il doppio dell’altezza. Da nano si guarda il Mondo in prospettiva, anzi si fa un po’ tutto in prospettiva perché il Mondo non è a misura di nano. Niente ti aiuta e sei alla fine considerato un disabile fisico anche se cammini, sei indipendente, hai un’elevata qualità di vita e scopi alla grande, si perché “di arnese” io e i miei fratelli siamo nella norma, anzi, sembra spropositato visto il corpo che lo possiede. Il mio idolo resta Maradona, ha condensato bene bene il “tozzo rozzo basso di successo”, mentre l’inno che mi accompagna potrebbe essere scritto con le parole di “un Giudice” di De Andrè. Da un po’ di tempo giro con una fidanzata modella, bionda naturale e ventiduenne, un metro e ottantasei centimetri, gelosa del suo nano, si perché a certe il mostro eccita.
Difficile smenarla quando è nuda davanti, sotto, sopra di me, all’inizio è stato difficile e non capivo, mi chiedevo: perché io? Ma poi ho compreso e adesso ho tecnica per gestirla per farla godere… non mi dilungo a spiegare. La chiamo “bianca la nordica”, un po’ per le sue origini (le gnocche bionde nascono tutte a nord del Mondo) un po’ per il suo pallore, da non confondersi con calore, quando parte fai fatica a reggerla, urla e strilla chiamandomi cane! Ok, la presenza scenica può essere un po’ perversa soprattutto quando vaghiamo nei megastore, fighi e alla moda fin che vuoi, ma la statura frega la normalità soprattutto quando lei si abbassa per baciarmi in bocca. Forse sono un po’ pesanti gli appellativi con cui ci definiscono, ma alla fine chi se ne frega, tutta invidia un difetto che rende nani in testa.
L’essere nano, o meglio l’essere nato nano non mi ha mai impedito di essere artefice del mio destino e quando da piccolo ho capito cosa volevo fare da grande, ho sentito una certa intima eccitazione che ancora oggi mi accompagna mentre svolgo la professione che ho scelto: sono un ginecologo e le mani proporzionate alla statura sono la mia fortuna.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 12
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 11 – Tecnologia: Analogico/Digitale

13 aprile 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 19 aprile 2013

 

Tecnologia. L’abilità di organizzare il mondo in modo tale che non siamo costretti a farne l’esperienza.
Max Frisch, Homo Faber, 1957

Non lo ricordavo quasi più, ma era arrivato a mancarmi troppo. Ecco perché mi sono messa sulle tue tracce, e quanto ti ho cercato a lungo. Non eri in nessun posto nel quale avresti dovuto essere. Mi sarei data per vinta quando, quasi per caso, ti ho scovato finalmente. Tu eri l’unico del quale mi restava qualche immagine nella memoria. Durante i primi anni ottanta eri quello che sapeva fare la break dance. Ho in mente questa immagine: tu, illuminato a sprazzi dalle luci colorate, un fotogramma visibile alla volta, sulla testa a gambe e braccia aperte, nell’aria Rockit di Herbie Hancock. Un ragno, una divinità indiana capovolta, un coltellino svizzero ruotante sul suo vertice, come una trottola. Il sudore di ore di ballo mi si gelava addosso: avevi sulle spalle la scimmia della modernità. Pensare che avevi cominciato suonando la chitarra classica. Ancora, dimenticato il flipper, passavi ore con gli amici su quei primi videogiochi al bar, e poi a turno a casa di ciascuno. Da bambino ti intendevi di valvole e transistor, e ti lanciasti entusiasta sui primi personal computer, registrando nastri magnetici, uguali alle musicassette. Sei stato uno dei primi programmatori basic, lasciando perdere per sempre biglie, Subbuteo e seghetto alternativo. Una volta, diversi anni dopo, ci eravamo ormai persi di vista, siamo usciti insieme da un vagone affollato della metropolitana. Tenevi sottobraccio una quantità di videocassette che ti sono cadute a terra mentre mi salutavi. Producevi video semiprofessionali e accanto a te stava la bella della scuola, ormai cresciuta. Avevi ingranato. E poi? Cos’è successo? Perché ci ritroviamo io e te in piedi, a fronteggiarci in questo posto pieno d’ombra? Avevi letto l’annuncio, mi avevi riconosciuta. Cercavo qualcosa di inutile. Perché ho scoperto che un mondo troppo facilitato mi priva di ogni scopo. Ho tolto la batteria al cellulare e la rete a casa, da giorni. Non avendo più lavoro né ruolo sociale, ormai, non vedo perché affrettarmi. Ho tutto il tempo che mi serve, e anche di più. Ma tu, perché sei qui? Hai tra le mani il segno di riconoscimento concordato, un cubo di Rubik. Mi hai messa a fuoco sorridendo ma, subito, i tuoi occhi hanno smesso di brillare. Lentamente, adesso forzi le superfici colorate, con le falangi serrate e un po’ tremanti. La penombra è silenziosa come mai prima. Nessuna vibrazione, nessun trillo, o voce. Solo il tric tric provocato dalle tue dita, il tuo respiro, e il mio. Hai risolto una faccia. Possiamo cominciare.


Tu che stai leggendo
, ti senti tecnologicamente evoluto/a? Allora spiegami con parole tue il termine “digitale” senza chiedere a qualcuno di darti una mano. Saranno rispedite al mittente risposte generiche, semplici, o poco comprensive. Tieni presente che c’è un forte rischio a inoltrarsi con intelligenza in questa nuova genesi tecnologica e certamente capirai che sono da evitarsi imprecisioni nelle quali inevitabilmente potresti incorrere cercando di esprimere il tuo pensiero. A noi non interessa da dove proviene il termine “digitale”, quindi evita di rivolgerti a Wikipedia perché sappiamo farlo anche noi e non avrebbe di per sé alcun senso. E ti diciamo subito che a noi italianizzare l’Inglese, uno sport nazionale, è poco gradito e avremo preferito che la parola “digital” (a numeri – a cifre) restasse quella che era ma purtroppo è stata, appunto, nazionalizzata. Vorremo inoltre tu ci evitassi la spiegazione di “digitale” come termine per identificare qualcosa che “varia rapidamente a scatti” e magari non ci inoltrare, per una più rapida risposta, elenchi di oggetti multidimensionali che abbiano in se servizi di telecomunicazione, telefonia, Internet o altro. Lo sappiamo benissimo che con il “digitale” la voce, un messaggio, dei filmati, la radio, delle immagini… arrivano prima, arrivano meglio, costano meno, quindi non sprecare il tuo tempo a convincerci di cose che sappiamo già. Evita tabelle o micro-video esplicativi presi chissà dove, ma forse lo sappiamo dove li potresti prendere: in America! Pensando ingenuamente che noi fino a li non ci arriveremo a cercare “cervelloni che te la ri-girano” per avere ragione. Non perdere tempo, in America noi abbiamo amici fidati, oltretutto amici che con il digitale ti hanno già circondato… preso in ostaggio. Non potrai nemmeno interpretare la nostra richiesta digitalizzando la tua voce, perché in questo modo ci confermerai una cosa che già sappiamo e cioè il mezzo è piuttosto sfruttato e la novità potrebbe essere cosa tu stia dicendo e non tanto con quale mezzo tu lo stai facendo. In ogni caso dimostrati empatico considerando la realtà: ciascuno può essere indipendente nel “digitale”, ma a questo punto sorge un’altra domanda a cui vorremo tu dessi una risposta. La domanda è: da 1 a 10 quanto è libera e di qualità la tua vita dentro al digitale? E con questo darci dei numeri pensiamo di averti aiutato a non dire granché.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 11
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 10 – Esibizione: Fan/Divo

6 aprile 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 12 aprile 2013

 

“Per il suo cane ogni uomo è Napoleone; ecco spiegata la costante popolarità dei cani.” (Aldous Huxley)

Qualcuno incontra il cambiamento in un cammino spirituale. O in seguito a uno shock. Altri cambiano a poco a poco senza nemmeno accorgersene. Io sono orgogliosa di essere cambiata grazie al mio mito. Senza di lui oggi non sarei nessuno. E invece potrei camminare a testa alta al suo fianco, se solo avessi l’occasione di incrociarlo. Bé, io abito ancora in questo fatiscente appartamento di borgata, con nonno sordocieco, mamma casalinga, papà cassintegrato, zio nullafacente, due gemelli teppisti e un vecchio cane bavoso. Ma non contano i dettagli. Conta quello che ho capito in anni di osservazione minuziosa e attenta sui media: che l’esposizione va dosata in gocce, il gesto curato, anche nell’eccesso. Ecco perché, anche se ho bicipiti asfittici come il primo giorno, porto cannottierine che nulla lasciano all’immaginazione, anche in inverno. La gente lo sa, quando mi vede, a quale tribù appartengo. Chi è il mio capo. E io finalmente cammino a testa alta, sapendo ciò che sono. Io sono lui, non conta che appartenga all’altro sesso. Per imitarlo ho anche aperto un blog, e una fan page su facebook. Curo il suo culto come fosse il mio. Che lo venga a sapere è secondario. Ha dato questa svolta alla mia vita e voglio ricambiarlo. Così ho anch’io i miei followers, che mi incitano ogni giorno a dare di più. E ho un piccolo centro di potere, dal quale appaio ben diversa da come sono in realtà. Quando ho dei dubbi, consulto la mia musa e subito trovo la giusta ispirazione. Io sì che lo capisco, perché ormai ragiono come lui, mio maestro di vita. Porto il suo verbo ovunque vada. Solo a casa incontro qualche resistenza, ma a casa ormai non parlo con nessuno. E giusto una volta ho tentennato, quella in cui un giornalista a caccia di un servizio stava organizzando di farci incontrare. Avrei dovuto fare domande io, al mito. Ma, figuriamoci, lo conosco già così bene. Ho dato la condizione che fosse lui a intervistare me e, chissà perché, l’opportunità è sfumata.

Essere diventato divo mi ha trasformato in un brand. Sono massmediologico e l’esibizione di me stesso, inserito nello show business, emerge sempre per i fan che mi cercano, mi tracciano per un contatto diretto. Fan, anche quando vorrei dargli di più devo trattenermi perché le soddisfazioni gli vanno dosate. Sono un “front man” che richiama il pubblico a partecipare al reality della sua vita, ultimamente allargata dal digitale mobile che mi hanno insegnato: necessario meccanismo del divo di successo. Bicipiti in forma è mio format, ma ultimamente si sono messi d’impegno perché io faccia uno sforzo e impari anche a parlare, mangiare, confrontarmi con altri divi. Un po’ fastidioso devo dire. In poco tempo sono diventato un “fenomeno” sfruttando la comunicazione diretta con il mio pubblico attraverso il blog: qualcuno si sfoga; altri hanno grandi sentimenti; molti mi offendono in maniera viscerale; in pochi hanno capito che sono il simbolo del nuovo spettacolo con sessualità indefinita. Hanno tutti voglia di entrare nella mia privacy perché io sono un tipo anche normale, mi piace guidare le Ferrari e vado alle feste con i Jeans e la camicia. Per scoprire ogni aspetto della mia vita mi provocano con interviste tipo quelle che fanno ai politici, ai nani e alle ballerine, dove è importante non incazzarsi mai e ridere sempre perché gli spettatori la capiscono la vita di un divo e la confrontano con la vita di un altro divo, per cui si forma un circuito di riferimento. Un po’ come dire che ci sosteniamo a vicenda. Appartengo alla categoria “divo-brand” quindi posso essere di moda, in salute, opinion leader, uno sportivo, fare musica, scrivere libri… posso permettermi specialisti, guru, amici furbi che mi aiutano a dire, fare, baciare. Sono uno costoso e non transitorio, non transigo perché ho capito che devo stare in continua mutazione, con memoria breve perché l’ultimo fatto, foto, pensiero, battito di ciglia è la cosa che più conta, il resto è già dimenticato. Quello che mi accade in questo momento, pubblicato nel mio blog personale, sostituisce il momento precedente ma ne crea uno di altrettanto simile e quando i fan non hanno niente di nuovo da leggere il mio staff lo inventa ad hoc. Sono molto bravi. Quello che mi preoccupa è che sono sempre di più i piccoli, medi e grandi divi e tutti vogliono essere o diventare un brand, se andiamo avanti così bisognerà costringere qualcuno a diventare fan, anche controvoglia.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 10
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 9 – Metereologia: Neve/Sole

30 marzo 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 29 marzo 2013

 

Come i semi sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera. (Khalil Gibran, Il Profeta, 1923)

Silenziosa. Effimera. Crepitante al tatto. Equivalente a tonnellate di acqua dell’oceano, se accumulata a strati sulla testa. Ma solo se stai ferma e immobile. E, se fai raffreddare il corpo spegnendo a uno a uno tutti i processi metabolici. Si impiega tempo a morire soffocati nella neve. Intanto, puoi pensare alla vita breve dei cristalli. Ce n’è di tutti i tipi. La luce fioca del lampione a qualche metro da te li rende simili a meteore, luci biancastre a sciami che attraversano il tuo campo visivo solo per pochi istanti. Per individuarli puoi fissare un punto da vicino, metti questo cestino per l’immondizia in ghisa, che è ancora poco coperto. Ecco, concentrando lo sguardo in un solo punto, puoi provare a distinguere forma da forma. Fiocchi di neve. Impalpabili e precari. Il tempo di toccare una superficie solida e già iniziano a sparire,  annichilendosi nel colore dello sfondo. La notte è lunga, non sai quanto ci vorrà. Le ciglia sono già pesanti, inizia a formarsi un bordo che presto si fletterà in basso, impedendoti di guardare oltre. E questo è ciò che accade in breve. Rimane il pensiero a farti compagnia, mentre attendi che si spenga pure quello. E sarà a causa del peso, del freddo, oppure del fiato che verrà a mancare? Forse un costone misto di neve e ghiaccio si staccherà dalla montagna alle tue spalle e ti travolgerà a sorpresa, senza lasciarti il tempo di capire? Oh, magari fosse, ti dici, spegnendo qualche settore del corpo rimasto ancora acceso. In questa distesa desolata, nella notte che avanza, una valanga sarebbe una soluzione accettabile. Ti colpirebbe… “Presa!” Avverti un dolore lancinante a orecchio e guancia destra, all’improvviso. Da dove è sbucato quell’impiastro? Ma sono due, tre, ti guardi attorno e scopri di essere circondata da bambini. Tirano palle di neve, e ti hanno scelto come bersaglio. La cosa è inaccettabile, scombina tutti i tuoi piani. La cosa è insostenibile, smuovi le gambe e le braccia intorpidite. La cosa è intollerabile, e merita vendetta. La neve è forte e dura, se ben pressata e lanciata con la giusta forza. Intorno sibilano palle ben pasciute, non puoi evitare di rispondere. Ti surriscaldi in fretta, ripetendo forsennata i gesti del gioco. Ansimi e ridi, la neve ti si squaglia sui capelli, bagna i vestiti, già zuppi di sudore dall’interno. La neve si sporca, diventa marrone e grigia. La scopri amica, e sembra che ti stia dicendo “Vedi, io stasera avevo in mente di divertirci un po’”.

Sotto il sole, apparso dopo un periodo di maltempo, neve compresa, il pensiero corre alle emozioni dei periodi di vita più intensi in cui si finisce di rilassarsi e si è più attenti al dire e al fare. Con il corpo al sole si entra in uno stato d’animo diverso che suggerisce: evitare distrazioni, grazie! Facile in questo stato d’animo immaginare avventure per evadere da schemi protettivi adottati per l’inverno. Già al primo caldo sole dell’anno pensi a certi luoghi che conosci e puoi raggiungere, una strategia piuttosto elementare per contrastare il freddo che fino a ieri ti ha circondato. Le atmosfere soleggiate conciliano le riflessioni d’istinto, ritorniamo all’uomo-animale spogliato di tutta la sua immagine pre-costituita. Inoltre, gli stati mentali influenzati dal sole sembrano attaccarsi in modo positivo gli uni agli altri in un continuum imprevisto ma logico: scambiare informazioni non verbali, è il corpo che parla. Il sole è anche un Dio collerico sempre più Dio e sempre più collerico e vicino alla nostra atmosfera, forse per questo la sua immagine ha attraversato le epoche, religioni, mondi e culture, riti, miti e arti che ci hanno lasciato manufatti di una straordinaria lucentezza. Il sole è anche sintesi, luce naturale, splendore, regalità, scioglie le nostre paure ancestrali irradiando sicurezza e restare nella sua primordiale dialettica ci rende oltretutto sinceri, trasparenti e se vogliamo, unici! Essere o sentirsi nel sole è alla fine essere o sentirsi nell’energia, investiti, quasi trapassati di positività, niente a che vedere con la poesia della neve che cade. Nessuna lentezza, incertezza, sbavatura, nessun “amour faible” ma “amour fou”, nessuna arroganza ma molta concretezza. Fuori dal “credo” e dai colori dell’energia si entra nel siderale dove i pensieri si spengono, l’aria non esiste e si resta a guardare un Pianeta infuocato, infuocato tanto per noi terrestri che in forma ellittica ci giriamo attorno in moto perpetuo tra: giorno e notte; stagioni e umori; sonno veglia; positività negatività. Forse proprio per essere un “forgiatore” dell’umano carattere il sole resta un elemento essenziale per vivere, crescere con una certa energia in corpo e per fortuna si spegnerà quando non ci saremo più. Non è un amico, anzi devi avere timore di cos’è, della forza che ha e devi stare attento quando ti suggerisce: “Vedi, io oggi avevo in mente di divertirci un po’”.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 9
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 8 – Nutrimento: Affamata/Cuoco

23 marzo 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 22 marzo 2013

 

È un cattivo cuoco quello che non sa leccarsi le dita.
William Shakespeare, Romeo e Giulietta, 1596

Aveva molta fame, per lei era la prima volta. Sì, era stata a dieta di tanto in tanto. Ma non pensava che la fame, quella vera, potesse devastarla fino a quel punto. In una notte le sfilarono davanti agli occhi della mente, una per una, tutte le persone che pativano la fame al mondo. Ed era stata una fortuna che quello fosse il periodo in cui gli affamati cronici erano diminuiti di duecento milioni di unità rispetto a venticinque anni prima. Dunque erano stati in tanti a tenerla sveglia, ma aveva potuto addormentarsi comunque, a un certo punto della notte. Venticinque anni prima sarebbe stata ancora lì a contarli adesso, senza aver mai chiuso occhio. Migliorie indiscutibili, a partire dalla rivoluzione agricola, e l’impennata tecnologica degli ultimi tre secoli avevano fatto miracoli. L’ottimismo andrebbe incentivato. Ma non era il momento dell’ottimismo. In fin dei conti novecento milioni di affamati erano stati a gridare e a contorcersi dall’interno delle sue budella per un tempo indefinito. Era scivolata nel sonno piangendo e credendo di impazzire.
Eppure, anche se aveva seguito le istruzioni (“Nel Terzo Mondo non bere un goccio d’acqua che non provenga da una bottiglia … Attenta a intingoli e sughi … Non prendere mai cibo dalle bancarelle”), evidentemente il cuoco (italiano) del villaggio turistico aveva combinato un guaio. Era sua la colpa se le era presa la dissenteria, e andava avanti da due giorni a riso bollito senza condimento, con certi dolori che non avrebbe potuto descrivere. “Non mi fossi mai allontanata dalla civiltà!” Pensava, sofferente. Mentre se ne stava in un angolo tremante e coperta di sudori freddi, e intanto le pareva che non ci fosse in tutto il pianeta uno stomaco più tragicamente vuoto del suo, si era avvicinato Mohammed, la guida locale, impietosito. Si era accucciato fino a poterla guardare occhi negli occhi e le aveva detto: “Amica, dammi retta: fai bollire un litro di acqua, e scioglici dentro un cucchiaino di sale e otto di zucchero”. Per la disperazione lei aveva preparato l’intruglio e l’aveva consumato lentamente per la restante metà della giornata. Alla fine tutto si risolse. Tornò da Mohammed, tutta contenta: “Scusa, ma se conoscete questa ricetta perché non la utilizzate tutti? Si potrebbero salvare milioni di vite” Lui la guardò, stavolta dall’alto in basso, e le restituì un’occhiata talmente profonda e scura da farla vergognare. Per tirarsi su, si precipitò dal cuoco e si fece preparare una doppia porzione di pasta ben condita che mangiò in religioso silenzio, direttamente in cucina, lontana dagli sguardi di chiunque.

Cercasi Cuoco:
Senza dubbio saper cucinare è una qualità, saper cucinare bene una particolarità, saper eccellere in cucina un’arte. Tutto ciò va detto perché cucinare se non è una costrizione ordinaria fatta controvoglia, è senza dubbio una passione che esprime creatività.
Quindi chi cucina sposa i cibi, li cambia, li amalgama, li esalta, li frigge, crea percorsi di gusto e ricercatezza, anche di azzardo nutriente.
Il bravo Cuoco è selettivo nella ricerca degli ingredienti e qualità dei cibi che sposa, un inventivo che prova e riprova sul suo palato la bontà dei preparati prima di darli in “pasto”. È vero, sempre più spesso va in TV a spiegare come fa ad essere così bravo, ma è pur vero che non tutti i cuochi sono esibizionisti, c’è qualcuno in giro che tiene ben nascosti i suoi segreti, le fonti di approvvigionamento e soprattutto la sua faccia.
Chiaro, non stiamo parlando di un Cuoco capace di fare un uovo al tegamino o rigirare una bistecca nella padella, ma stiamo cercando un appassionato dei sapori, un professionista nell’unione dell’impossibile e ce lo faccia mangiare. Un personaggio con grandi capacità persuasive senza usare parole e anche quando gli ingredienti sono pochissimi, sia in grado di stupirci con miracoli culinari, ma soprattutto non si faccia chiamare Chef.
In ogni angolo di questa terra in questo preciso momento c’è qualcuno che cucina, bene o male il far da mangiare è senza dubbio un’attività scontata perché fondamentale. Attività oltretutto accompagnata dalla parola tradizione che le culture si portano in “pancia” ovunque vada l’individuo.
Il cibo e come cucinarlo, come e quando mangiarlo, anche con chi e a che ora, rende straordinario un fatto: quello che fa schifo a qualcuno lo sta mangiando di gusto qualcun altro ad un metro di distanza. Qualsiasi razza umana ha dietro di sé qualcuno che impasta, taglia, frigge, arrostisce, sminuzza, condisce bene o in maniera speculativa. Ma il Cuoco che vorremo incontrare è uno che ci deve stupire, senz’altro sorprendere per averlo trovato inaspettatamente dove pensavamo non ci fosse, uno riservato e concentrato nel suo territorio creativo, quasi un antro d’alchimista dove ri-bollono le sue idee dosate a puntino. Insomma uno perfetto che prevede sceglieremo dei piatti dal menu da lui stesso preparato, lasciandoci la velleità di pensare di avere fatto noi una scelta.
Se poi fosse economicamente conveniente non ci dispiacerebbe perché abbiamo altri costi salati da sostenere, ma soprattutto se questo Cuoco fosse così bravo lo si potrebbe impiegare per un motivo sociale: c’è da ipotizzare che se sa preparare bene tutto, facendo stare in equilibrio una infinità di ingredienti anche distanti tra loro, potrebbe darci dei consigli sul come “cucinare” questa realtà sempre più cruda e variegata. Se c’è qualcuno con queste capacità si faccia vivo c’è molto da fare.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 8
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 7 – Insegnamento: Maestra/Bambino

16 marzo 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 15 marzo 2013

 

«Il maestro è un mi… È un mi…», il maestro chiama gli alunni a completare la frase. «Il maestro è un mi… È un mi…» . «È un missile!», rispondono i ragazzi in coro, con la loro ingenua sfrontatezza. E il maestro strabuzza gli occhi: «È un missionario! È un missionario!».
Lucio Mastronardi, Il maestro di Vigevano, 1962

Coraggio. Abbiamo scavallato l’anno. Finite le vacanze di Natale, adesso è tutta una tirata fino a Pasqua. Dicono: “Che bel mestiere fare la maestra”. E io sempre lì a sorridere e a cercare di non guardarli in faccia. Guardo, invece, fuori dalla finestra, e vedo un camion che sfreccia sulla stretta strada vicinale. Prima di condannarlo (che non si va così veloce nei centri abitati!), io penso: “Quanto mi piacerebbe guidare un camion”. Che corre, corre, da un punto A verso un punto B, lontanissimo. Ognuno sa, glielo ha insegnato una maestra come me, che per due punti passa una sola retta, e io vorrei che fosse solo mia, la retta. La percorrerei tutta, guidando giorno e notte, pur di allontanarmi da qui il più possibile.
Non la volevo fare, la maestra (in classe ero quella con i compiti più colorati di rosso e blu). Le mie compagne sì. Quando ci chiedevano: “Cosa farai da grande?” Loro, che oggi sono scienziate, capitane d’azienda, negozianti, mogli mantenute, attrici, suore, rispondevano in coro tutte “Maestra!”. Io volevo tanto lavorare in fabbrica, come mio padre. Lui manovrava il grande tornio della fabbrica Zecchini. Faceva le rotaie dei treni, mio papà. Era grande e forte, e io lo amavo al punto che avrei voluto diventare come lui. Poi avvenne l’incidente, è intitolata a lui e ad altri nove operai “caduti sul lavoro” la lapide, seminascosta dall’edera, appesa al muro d’ingresso della fabbrica, che è uno sfascio. Ormai è chiusa da oltre cinque anni. A volte mi chiedono di partecipare a certi convegni in memoria del Dottor Zecchini, il suo fondatore. A mio padre, invece, non pensa più nessuno. Rispondo sempre: “No, grazie. Quel giorno non c’è chi mi sostituisca coi bambini”. Che poi sarebbe vero, ma basterebbe dividerli, e mandarli in altre classi. Però non mi va. Mi hanno costretta loro a crescere veloce. A fare quel concorso controvoglia. Portare soldi a casa per mantenere altri, prima solo mia madre, adesso anche mio marito, che dalla fabbrica è stato buttato fuori quando ha chiuso, e non riesce più a trovare lavoro.
Io odio fare la maestra, perché ne sono costretta. E quei piccoli tiranni che devo tenere a bada giorno per giorno, loro mi sfibrano, mi spossano. Fosse per me, su questa terra non ci sarebbero bambini. Nessuno no, salverei il piccolo Marco, sempre schernito da tutti. Con quella madre dagli occhi cerchiati e tristi. Marco non grida mai, parla con me come un adulto, mi racconta i sogni. Se ci conoscessimo fuori dalla scuola lo porterei a vedere le corse delle auto, gli direi che sognavo anch’io le stesse cose, da bambina. Ci inventeremmo un padre che non sparisce mai. Per lui avrei solo elogi e incoraggiamenti. Ma ora devo correggere i compiti, e so già che il suo dovrò segnarlo tanto. Almeno non dovrò farlo con una matita rossa e blu.

Compito in classe, Marco 8 anni
Io mi chiamo Marco e ho una sorellina più piccola di me e io ho 8 anni. Vado in questa squola elementare e molte volte non ci voglio andare perche devo stare seduto tanto tempo e mi anoia. La mestra mi fa copiare sulla lavagna i dettati e a me ha scritto sul quaderno una parolache non mi piace e la mia mamma quando lo ha letto è stata male piangendo. Io non voglio usare la forcchetta e il cotello e non mi piace tirare la cerniera del giubbotto rosso e mi piace la sciarpa del Inter che mi ha regolato mio papà. mi piace scendere le scale a zizag piano e mi fermo ogni tanto e conto gli scalini. Mi piace anche disegnare ma no mi piace scrivere le parole e i dettati della maestra. In nella squola mi piace stare da solo e non mi piace parlare con li altri bambini che dicono cose stupide e che io no si capisce niente. Adesso che mio papà e andato via da casa dalla mia mamma la mia mamma piange tutti i giorni e io sono triste per lei e non voglio più che lei mi legge un libro o mi canta una canzone prima di dormire perche sono grande. io facio brutti sogni a volte capita che facci la pipì a letto ma la mamma dice che non inporta. Dice che il papa non viene più e io capisco perche non viene più che ha una che si chiama giulia e è brutta e picola e non e come la mia mamma. Io sono molto amico mio di Federico che qualche volte si comporta male con la maestra e io so che è un bambino buono che però penso lo fa apposta perché poi la classe ride. La mia sorellina è piccola piccola e sta sempre dalla nonna che abita sopra la mia testa e la mamma la prende solo quando la sera viene a casa dal lavoro. Io non sono capace di chiudere le scarpe che anno i lacci e la mia mamma ha comprato le scarpe di picaciu che sono dentro a una scatola blu e non anno i laci. Io ieri sono caduto perché dalla nonna sono incianpato sul tapeto e mi sono fatto male a un bracio e adesso mi fa male che quasi non lo faccio questo compito in classe. La mamma mi ha portato dal dottore che ha deto una parola che non mi piace ha detto dislesia e io non voglio essere quella parola. proprio questo sabato qui vedo il mio papa stiamo per terminare la nave dei pirati che è bella bella e poi andiamo a provarla sul fiume. Io da grande voglio fare il guidatore di macchine della ferari che sono ricchisimi e corono in ogni posto veloci. Adessso io vado a portare il compito alla maestra e io penso che mi dice come al solito che ho fato tanti erori e che devo legere quello che ho scritto perche così li vedo. Ma io dico sempre alla maestra che è il suo mestiere fare questa cosa.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 7
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 6: Vita/Morte

9 marzo 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente l’8 marzo 2013

 

E se Dio avesse inventato la morte per farsi perdonare la vita?
Gesualdo Bufalino, Il malpensante, 1987

Era così, tutto. Acqua, prima di ogni cosa. Prima del magma. Prima della grande luce. Prima della pioggia di stelle. Prima della radiazione cosmica. Prima della prima spinta. Prima, veniva il mare. Andava. E veniva ancora. Posava regali ai tuoi piedi e restava a guardarti mentre li scartavi. Tu, occhi accesi, sorriso fiammeggiante, eri golosa e impaziente. Sollevavi in un sospiro un ramo torto e liscio. Una conchiglia di madreperla. Un giglio bianco, appuntito e odorosissimo. Ridevi, ridevi, e tornavi a lui con lo sguardo, al tuo benefattore. Allora, di nuovo seria, gli chiedevi ancora qualcosa in più. All’improvviso, venivi trasportata in alto. Il mare aveva chiamato un forte vento, forte tanto da sollevarti in aria e allontanarti dalla spiaggia, immergerti nella spuma che ruggiva al largo, nella tempesta. E lì finivi per discioglierti. Dentro quel mare gonfio, nelle sue onde immense. Mentre vi entravi a fondo, perdevi conoscenza. Respiravate insieme, Vita e Mare. Insieme, per tutto il tempo necessario. Mescolate tra di loro, spuma e salsedine, corrente e corrente, vorticavano. Finché non si quietava il ritmo, e scendeva la notte. E un onda tiepida ti riportava sulla terra. Ormai senza memoria, plasmata in una nuova forma. A poco a poco appariva una coscienza primordiale, e tu prendevi il posto che ti competeva nella bacheca del Grande Sognatore. Di volta in volta hai dato sostanza alle sue fantasie. Di volta in volta tornando sulla spiaggia, come per caso, mentre vagavi alla ricerca dell’origine. Tutto andò avanti in questo modo, e funzionò benissimo finché tu, Vita, non acquisisti la consapevolezza. Una volta apristi gli occhi dentro al mare e provasti una paura tanto incontrollata e folle da farti spalancare la bocca. E ti riempisti d’acqua i polmoni rischiando di morire. Il mare, che non aveva mai pensato di farti violenza, ebbe orrore di sé, perse il controllo e ti scagliò lontano. Ricadesti giù, al centro dell’universo. Le altre creature iniziarono a tremare al buio e al freddo, tutto si fermò e si mise ad aspettare il tuo ritorno. Il Grande Sognatore frugò ovunque sognasse di cercarti, ma non riuscì a trovarti per un tempo immemorabile. Credette di impazzire, cacciò fuori un urlo infinito. L’Universo si spaccò in schegge affilatissime e si allungò in ogni direzione. Quell’urlo si fece luce. La luce, moltiplicandosi attraverso le schegge sparpagliate ormai dappertutto, percorse il tempo e lo spazio. E rivelò il tuo nascondiglio. Te ne stavi addormentata accanto a un piccolo melo. Una bambina adesso, che nel sonno respirava piano piano. La luce ti accarezzò i capelli e ti coprì di stelle. Il Grande Sognatore provò compassione per te. Ti regalò un giardino e un giovane essere che ti assomigliava molto, per farti compagnia. Pieno di pietà, decise di lasciarti in pace, e di lasciarti essere te stessa. Il mare, intanto, se ne restava placido e silente là vicino. Da quel momento tu ti sentisti “io”. E io chiamai me stessa Eva. E ritornai a perpetuare vita.

Cambi il senso della vita questo lo sai, sei una specie di necessità a cui siamo tutti destinati, il che spaventa. Non esserci più, non sopravvivere al mondo che continua è drammatico, non ci sta nella testa. Pensarti costantemente non aiuta, angoscia e rende tragico affrontare qualsiasi cosa, ma bisogna avere coscienza che arriverai ed è un dato di fatto inevitabile. Qualcuno dice che sei stupida, altri ti rispettano con devozione, timore, augurandosi di vederti presto, altri ti impongono pensando sia giustizia, molti pensano tu abbia fatto scuola mentre a te interessa solo arrivare e far spazio. La religione ci è di conforto, una specie di invenzione esorcizzante mentalmente oppiacea per noi viventi che nel fatalismo ci sguazziamo. Il “così è, e così rimane” non conforta le nostre anime ma costringe a credere oltre quello che siamo. Amare sembra l’unica via per esorcizzarti un evento per te difficile da capire. Ma ti vengo incontro dicendoti che quando si ama sarebbe un buon momento per incontrarti, perché il sentimento assopisce le nostre ambizioni e il “non esistere da innamorati” assomiglia molto all’oblio che è, credo, il tuo territorio. Dicevamo, quando arrivi cambi il senso della vita, soprattutto per chi in vita rimane e ti vede in azione pensando di non essere immune al tuo agire. Per il mondo degli uomini un corpo in tua gestione è un affare, un delirio, un’inutile peso, una drammatica visione, un rito e sempre di più sono gli uomini che ti aiutano nelle faccende che hai da sbrigare tra di noi, quasi fosse liberatorio agire per tuo conto. Non serve vivere più velocemente per cercare di sfuggirti, a nulla serve pensare che non succederà perché alla fine, per meriti o demeriti, appari. Per vivere male serve poco e spesso non c’è riscatto prima di te, ma questo non ti serve come argomento per intervenire, anzi, altre sono le regole che ti animano e che da sempre a noi poveri viventi ci sfuggono e come già detto, spaventano. Quello che hai sempre fatto lo continuerai a fare e questo penso sia un bene, convinto come sono che tutto debba avere un inizio e una fine, ma sono convinto che a tutti dedichi del tempo, tempo fatto a misura con cui giochi. Penso che tu non abbia coscienza e non la ispiri nemmeno, come fa la giustizia, la pace, la tolleranza, altre divinità in procinto di abbandonarci, ma che tu sia più una presenza scontata rappresentata in potente raffigurazione d’arte drammatica. Quasi per allontanarci dalla paura che fai, in certi periodi per tradizione ci mascheriamo pensando tu non ci possa riconoscere, per sfuggirti? per esorcizzarti? per negarti?.. mah! Ti abbiamo dedicato dei “non luoghi” pensando che tu possa stare solo li dentro dove noi veniamo a trovare chi ti sei portato via, ma ci siamo sempre illusi, tu li non ci stai, troppo furba. Ok, per il momento basta, d’altra parte sono ancora vivo, non so per quanto ma almeno quanto basta per averti descritta così come ti sento e voglio esagerare dicendoti che mi sta bene portati con me ogni giorno, giusto così per avere il tempo di conoscerci meglio.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 6
Disegno di Fabio Visintin


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