Dicotomia n. 7 – Insegnamento: Maestra/Bambino

16 marzo 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 15 marzo 2013

 

«Il maestro è un mi… È un mi…», il maestro chiama gli alunni a completare la frase. «Il maestro è un mi… È un mi…» . «È un missile!», rispondono i ragazzi in coro, con la loro ingenua sfrontatezza. E il maestro strabuzza gli occhi: «È un missionario! È un missionario!».
Lucio Mastronardi, Il maestro di Vigevano, 1962

Coraggio. Abbiamo scavallato l’anno. Finite le vacanze di Natale, adesso è tutta una tirata fino a Pasqua. Dicono: “Che bel mestiere fare la maestra”. E io sempre lì a sorridere e a cercare di non guardarli in faccia. Guardo, invece, fuori dalla finestra, e vedo un camion che sfreccia sulla stretta strada vicinale. Prima di condannarlo (che non si va così veloce nei centri abitati!), io penso: “Quanto mi piacerebbe guidare un camion”. Che corre, corre, da un punto A verso un punto B, lontanissimo. Ognuno sa, glielo ha insegnato una maestra come me, che per due punti passa una sola retta, e io vorrei che fosse solo mia, la retta. La percorrerei tutta, guidando giorno e notte, pur di allontanarmi da qui il più possibile.
Non la volevo fare, la maestra (in classe ero quella con i compiti più colorati di rosso e blu). Le mie compagne sì. Quando ci chiedevano: “Cosa farai da grande?” Loro, che oggi sono scienziate, capitane d’azienda, negozianti, mogli mantenute, attrici, suore, rispondevano in coro tutte “Maestra!”. Io volevo tanto lavorare in fabbrica, come mio padre. Lui manovrava il grande tornio della fabbrica Zecchini. Faceva le rotaie dei treni, mio papà. Era grande e forte, e io lo amavo al punto che avrei voluto diventare come lui. Poi avvenne l’incidente, è intitolata a lui e ad altri nove operai “caduti sul lavoro” la lapide, seminascosta dall’edera, appesa al muro d’ingresso della fabbrica, che è uno sfascio. Ormai è chiusa da oltre cinque anni. A volte mi chiedono di partecipare a certi convegni in memoria del Dottor Zecchini, il suo fondatore. A mio padre, invece, non pensa più nessuno. Rispondo sempre: “No, grazie. Quel giorno non c’è chi mi sostituisca coi bambini”. Che poi sarebbe vero, ma basterebbe dividerli, e mandarli in altre classi. Però non mi va. Mi hanno costretta loro a crescere veloce. A fare quel concorso controvoglia. Portare soldi a casa per mantenere altri, prima solo mia madre, adesso anche mio marito, che dalla fabbrica è stato buttato fuori quando ha chiuso, e non riesce più a trovare lavoro.
Io odio fare la maestra, perché ne sono costretta. E quei piccoli tiranni che devo tenere a bada giorno per giorno, loro mi sfibrano, mi spossano. Fosse per me, su questa terra non ci sarebbero bambini. Nessuno no, salverei il piccolo Marco, sempre schernito da tutti. Con quella madre dagli occhi cerchiati e tristi. Marco non grida mai, parla con me come un adulto, mi racconta i sogni. Se ci conoscessimo fuori dalla scuola lo porterei a vedere le corse delle auto, gli direi che sognavo anch’io le stesse cose, da bambina. Ci inventeremmo un padre che non sparisce mai. Per lui avrei solo elogi e incoraggiamenti. Ma ora devo correggere i compiti, e so già che il suo dovrò segnarlo tanto. Almeno non dovrò farlo con una matita rossa e blu.

Compito in classe, Marco 8 anni
Io mi chiamo Marco e ho una sorellina più piccola di me e io ho 8 anni. Vado in questa squola elementare e molte volte non ci voglio andare perche devo stare seduto tanto tempo e mi anoia. La mestra mi fa copiare sulla lavagna i dettati e a me ha scritto sul quaderno una parolache non mi piace e la mia mamma quando lo ha letto è stata male piangendo. Io non voglio usare la forcchetta e il cotello e non mi piace tirare la cerniera del giubbotto rosso e mi piace la sciarpa del Inter che mi ha regolato mio papà. mi piace scendere le scale a zizag piano e mi fermo ogni tanto e conto gli scalini. Mi piace anche disegnare ma no mi piace scrivere le parole e i dettati della maestra. In nella squola mi piace stare da solo e non mi piace parlare con li altri bambini che dicono cose stupide e che io no si capisce niente. Adesso che mio papà e andato via da casa dalla mia mamma la mia mamma piange tutti i giorni e io sono triste per lei e non voglio più che lei mi legge un libro o mi canta una canzone prima di dormire perche sono grande. io facio brutti sogni a volte capita che facci la pipì a letto ma la mamma dice che non inporta. Dice che il papa non viene più e io capisco perche non viene più che ha una che si chiama giulia e è brutta e picola e non e come la mia mamma. Io sono molto amico mio di Federico che qualche volte si comporta male con la maestra e io so che è un bambino buono che però penso lo fa apposta perché poi la classe ride. La mia sorellina è piccola piccola e sta sempre dalla nonna che abita sopra la mia testa e la mamma la prende solo quando la sera viene a casa dal lavoro. Io non sono capace di chiudere le scarpe che anno i lacci e la mia mamma ha comprato le scarpe di picaciu che sono dentro a una scatola blu e non anno i laci. Io ieri sono caduto perché dalla nonna sono incianpato sul tapeto e mi sono fatto male a un bracio e adesso mi fa male che quasi non lo faccio questo compito in classe. La mamma mi ha portato dal dottore che ha deto una parola che non mi piace ha detto dislesia e io non voglio essere quella parola. proprio questo sabato qui vedo il mio papa stiamo per terminare la nave dei pirati che è bella bella e poi andiamo a provarla sul fiume. Io da grande voglio fare il guidatore di macchine della ferari che sono ricchisimi e corono in ogni posto veloci. Adessso io vado a portare il compito alla maestra e io penso che mi dice come al solito che ho fato tanti erori e che devo legere quello che ho scritto perche così li vedo. Ma io dico sempre alla maestra che è il suo mestiere fare questa cosa.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 7
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 6: Vita/Morte

9 marzo 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente l’8 marzo 2013

 

E se Dio avesse inventato la morte per farsi perdonare la vita?
Gesualdo Bufalino, Il malpensante, 1987

Era così, tutto. Acqua, prima di ogni cosa. Prima del magma. Prima della grande luce. Prima della pioggia di stelle. Prima della radiazione cosmica. Prima della prima spinta. Prima, veniva il mare. Andava. E veniva ancora. Posava regali ai tuoi piedi e restava a guardarti mentre li scartavi. Tu, occhi accesi, sorriso fiammeggiante, eri golosa e impaziente. Sollevavi in un sospiro un ramo torto e liscio. Una conchiglia di madreperla. Un giglio bianco, appuntito e odorosissimo. Ridevi, ridevi, e tornavi a lui con lo sguardo, al tuo benefattore. Allora, di nuovo seria, gli chiedevi ancora qualcosa in più. All’improvviso, venivi trasportata in alto. Il mare aveva chiamato un forte vento, forte tanto da sollevarti in aria e allontanarti dalla spiaggia, immergerti nella spuma che ruggiva al largo, nella tempesta. E lì finivi per discioglierti. Dentro quel mare gonfio, nelle sue onde immense. Mentre vi entravi a fondo, perdevi conoscenza. Respiravate insieme, Vita e Mare. Insieme, per tutto il tempo necessario. Mescolate tra di loro, spuma e salsedine, corrente e corrente, vorticavano. Finché non si quietava il ritmo, e scendeva la notte. E un onda tiepida ti riportava sulla terra. Ormai senza memoria, plasmata in una nuova forma. A poco a poco appariva una coscienza primordiale, e tu prendevi il posto che ti competeva nella bacheca del Grande Sognatore. Di volta in volta hai dato sostanza alle sue fantasie. Di volta in volta tornando sulla spiaggia, come per caso, mentre vagavi alla ricerca dell’origine. Tutto andò avanti in questo modo, e funzionò benissimo finché tu, Vita, non acquisisti la consapevolezza. Una volta apristi gli occhi dentro al mare e provasti una paura tanto incontrollata e folle da farti spalancare la bocca. E ti riempisti d’acqua i polmoni rischiando di morire. Il mare, che non aveva mai pensato di farti violenza, ebbe orrore di sé, perse il controllo e ti scagliò lontano. Ricadesti giù, al centro dell’universo. Le altre creature iniziarono a tremare al buio e al freddo, tutto si fermò e si mise ad aspettare il tuo ritorno. Il Grande Sognatore frugò ovunque sognasse di cercarti, ma non riuscì a trovarti per un tempo immemorabile. Credette di impazzire, cacciò fuori un urlo infinito. L’Universo si spaccò in schegge affilatissime e si allungò in ogni direzione. Quell’urlo si fece luce. La luce, moltiplicandosi attraverso le schegge sparpagliate ormai dappertutto, percorse il tempo e lo spazio. E rivelò il tuo nascondiglio. Te ne stavi addormentata accanto a un piccolo melo. Una bambina adesso, che nel sonno respirava piano piano. La luce ti accarezzò i capelli e ti coprì di stelle. Il Grande Sognatore provò compassione per te. Ti regalò un giardino e un giovane essere che ti assomigliava molto, per farti compagnia. Pieno di pietà, decise di lasciarti in pace, e di lasciarti essere te stessa. Il mare, intanto, se ne restava placido e silente là vicino. Da quel momento tu ti sentisti “io”. E io chiamai me stessa Eva. E ritornai a perpetuare vita.

Cambi il senso della vita questo lo sai, sei una specie di necessità a cui siamo tutti destinati, il che spaventa. Non esserci più, non sopravvivere al mondo che continua è drammatico, non ci sta nella testa. Pensarti costantemente non aiuta, angoscia e rende tragico affrontare qualsiasi cosa, ma bisogna avere coscienza che arriverai ed è un dato di fatto inevitabile. Qualcuno dice che sei stupida, altri ti rispettano con devozione, timore, augurandosi di vederti presto, altri ti impongono pensando sia giustizia, molti pensano tu abbia fatto scuola mentre a te interessa solo arrivare e far spazio. La religione ci è di conforto, una specie di invenzione esorcizzante mentalmente oppiacea per noi viventi che nel fatalismo ci sguazziamo. Il “così è, e così rimane” non conforta le nostre anime ma costringe a credere oltre quello che siamo. Amare sembra l’unica via per esorcizzarti un evento per te difficile da capire. Ma ti vengo incontro dicendoti che quando si ama sarebbe un buon momento per incontrarti, perché il sentimento assopisce le nostre ambizioni e il “non esistere da innamorati” assomiglia molto all’oblio che è, credo, il tuo territorio. Dicevamo, quando arrivi cambi il senso della vita, soprattutto per chi in vita rimane e ti vede in azione pensando di non essere immune al tuo agire. Per il mondo degli uomini un corpo in tua gestione è un affare, un delirio, un’inutile peso, una drammatica visione, un rito e sempre di più sono gli uomini che ti aiutano nelle faccende che hai da sbrigare tra di noi, quasi fosse liberatorio agire per tuo conto. Non serve vivere più velocemente per cercare di sfuggirti, a nulla serve pensare che non succederà perché alla fine, per meriti o demeriti, appari. Per vivere male serve poco e spesso non c’è riscatto prima di te, ma questo non ti serve come argomento per intervenire, anzi, altre sono le regole che ti animano e che da sempre a noi poveri viventi ci sfuggono e come già detto, spaventano. Quello che hai sempre fatto lo continuerai a fare e questo penso sia un bene, convinto come sono che tutto debba avere un inizio e una fine, ma sono convinto che a tutti dedichi del tempo, tempo fatto a misura con cui giochi. Penso che tu non abbia coscienza e non la ispiri nemmeno, come fa la giustizia, la pace, la tolleranza, altre divinità in procinto di abbandonarci, ma che tu sia più una presenza scontata rappresentata in potente raffigurazione d’arte drammatica. Quasi per allontanarci dalla paura che fai, in certi periodi per tradizione ci mascheriamo pensando tu non ci possa riconoscere, per sfuggirti? per esorcizzarti? per negarti?.. mah! Ti abbiamo dedicato dei “non luoghi” pensando che tu possa stare solo li dentro dove noi veniamo a trovare chi ti sei portato via, ma ci siamo sempre illusi, tu li non ci stai, troppo furba. Ok, per il momento basta, d’altra parte sono ancora vivo, non so per quanto ma almeno quanto basta per averti descritta così come ti sento e voglio esagerare dicendoti che mi sta bene portati con me ogni giorno, giusto così per avere il tempo di conoscerci meglio.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 6
Disegno di Fabio Visintin

Quattro marzo e non sono del luogo

4 marzo 2018

È uno spazio all’aperto, quadrato, cementato col cielo, un grigiore ammansito da verde a brandelli, all’esterno del mio municipio. Hanno detto che sarà astensione. Non sembra, dalla gente che sosta qua attorno col numero in mano. In attesa che chiamino dentro, per fare oggi esercizio del caro -nei fatti- diritto, quello elettorale.
Ginnasti. Chi si appende al telefono, chi ha neonati appesi, chi ha appeso pensieri a volute di fumo, chi fa le tre cose insieme. C’è chi scruta, chi lascia scrutare.
E, finito lì dentro, si affretta ad uscire. Ma ora? Verso il seggio rallenta. Guarda attorno. Cerca un segno che indichi il voto migliore.
Mentre aspetto io stessa mi accosto, trasversa, guardinga (non sia mai mi si scorga), al banchetto di fronte al PD. Dov’è scritto: “Libri gratis, prendeteli e fate girare”.
L’Unità, I poeti italiani. Giorgio Caproni. Lo prendo, apro a caso.

Bisogno di guida

M’ero sperso. Annaspavo.
Cercavo uno sfogo.
Chiesi a uno. « Non sono, »
mi rispose, « del luogo ».

Dicotomie n. 5 – Personalità: Reale/Virtuale

2 marzo 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 1 marzo 2013

Quell’estate Parker faceva fatica a dormire. C’erano interruzioni nell’erogazione dell’energia elettrica, e gli spegnimenti improvvisi dell’induttore-delta provocavano dolorosi e improvvisi ritorni alla coscienza. (William Gibson, “Frammenti di una rosa olografica” da “La notte che bruciammo Chrome”)

Virtuale
Non posso crederci, è dietro questa porta (stringo la maniglia in mano, pronta ad aprire, sento quasi il suo respiro affannato). È qui, e mi ha appena spedito un messaggio. Se fosse importante? Negli ultimi mesi abbiamo descritto, sottolineato, vissuto insieme ogni attimo. È impensabile che io non corra a leggere ciò che ha da dirmi. Ma mi rifiuto di lasciare la presa. Mi agito mentre con l’altra mano cerco l’apparecchio in tasca, mi scivola, mi sfugge, lo riacciuffo al volo per un angolo. Il cuore si è fermato. Mio Dio. Mi rendo conto che è più importante l’uomo del telefono. L’altro dovrà aspettare. Scorro a malincuore la superficie spigolosa della maniglia, nell’ultimo tratto, però, la lascio in modo frettoloso, l’indice è già sopra lo schermo.Dice: “Ti ho scritto di essere sceso dal treno, e di stare dirigendomi da te. Di aver preso un taxi, dal quale ti ho parlato di ciò che vedevo fuori dal finestrino. Delle mie mani sudate, dei vestiti scelti insieme ieri, che oggi indosso per incontrare te. La mia emozione, il bene che ti voglio, il non poter resistere ancora. Sono arrivato fin qui, dietro la porta. Percepisco l’umidità della tua pelle emozionata. Ma, ti sembrerà assurdo: ora non provo niente. Non sento più me stesso, ho cominciato appena a dieci passi dal tuo portone. Non so chi mi attende in casa, non m’interessa. Non ci sei tu. E io neppure sono qui. Non sono in nessun luogo adesso. Sto male.”Sto male anch’io. La terra si è spalancata e il vuoto ci separa senza alcun rimedio. Gli mando una faccina triste. Lo schermo mi informa che lui sta digitando. Si ferma. riprende ancora. Altri lunghi secondi di attesa. Infine leggo: “Ma no, non era vero niente. Scherzavo!  In realtà non mi sono mai mosso da casa. Mi perdoni?” “Meglio così”, scrivo. L’agitazione mi ha schiantata a terra. Da lì continuo a scrivergli, concentrata. Mi distraggono dei passi in allontanamento, ma torno subito a stringermi forte a lui. Il resto non esiste.

Reale
“Padre, mio Marito mi sta lasciando per un’altra donna conosciuta in Internet. Che devo fare!?” Queste parole erano rivolte a lui, bianco in viso, scarno, con l’abito talare dignitoso ma consunto, mandato 10 anni prima a controllo morale di 2.000 anime in quel Paese cristianissimo della bassa… a cui gioco forza si era affezionato: “Come me non ne sono rimasti tanti”, diceva spesso. Si prese un attimo di tempo per analizzare la realtà ormai dislessica, guardando fisso tra le fessure del confessionale questa donna ormai non più giovane, con tre figli che stavano crescendo e le difficoltà oggettive che da li in poi avrebbe dovuto affrontare da sola. Lui che di sentimenti tra due esseri viventi che fanno normalmente coppia sapeva poco, conosceva Internet per inviare e spedire email, aveva difficoltà a comunicare con uno smartphone, ascoltava i ragazzi della parrocchia parlare a monosillabi digitali che non capiva: “un linguaggio moderno a cui abituarsi”, pensava. Avrebbe voluto fare giustamente qualcosa per questa anima in pena: aiutarla economicamente? Parlare con il Marito che discuteva non tanto virtualmente con un’altra per portarlo alla realtà dei fatti? Annunciare la cosa in Chiesa la prossima Domenica mattina come difficoltà sociale da prendere seriamente in considerazione? Pregare che non fosse vero, per l’ennesima volta, che un altro disastro famigliare andasse a carico della piccola Comunità? Da uomo pensò: “ma Dio in tutto ciò dov’è?” Possibile che non si faccia vivo in questi momenti! Ma fu solo un pensiero piccolo e poco realistico soprattutto da parte di un Prete, il momento richiedeva pragmatismo e niente invenzioni, bisognava agire almeno a parole con una certa presenza d’animo per dare forza alla donna che aveva difronte, quindi esclamò: lascialo andare quel coglione, non sa cosa si perde. E pian piano cercane un altro, ti do io una mano perché da sola non puoi pensare a tutto”.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 5
Disegno di Fabio Visintin

 

 

 

Dicotomie n. 4 – L’Età: Giovane/Vecchio

23 febbraio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 22 febbraio 2013

 

Affannatevi e tormentatevi, senza pensare che tutto questo non conclude. (Luigi Pirandello, “I vecchi e i giovani”)

L’urna ha deciso. Il Segretario della nuova coalizione che sale al governo vi saluta dalle telecamere con un deciso “Grazie!” Gli rispondete “Stronzo”, e vi voltate spalle allo schermo. Che c’è di nuovo? C’è che da oggi sarete la vostra sola, cinica guida. Che vi farete prendere a braccetto dalla mafia, che toglierete la sicura dalla pistola che avrete tirato fuori dal cassetto. Perché di espatriare non se ne parla proprio. Si espatria e non si torna, ma voi non siete il tipo che lascia la nave mentre affonda. La nave vi appartiene, anche se non vi è consentito salire sul ponte di comando. Vi siete convinti che servirà premerlo, il grilletto, e il timone sarà soltanto vostro. Frantumando trent’anni di politiche sociali deviate. E i baby boomers invecchiati lì dentro finiranno nel nuovo boom che gli farete esplodere tra le orecchie. Perché non ne potete più, davvero più. State invecchiando, proprio stamane avete scoperto nello specchio qualcuno che vi ricorda i vostri genitori. E avete dovuto ammettere che eravate voi. Vi hanno succhiato via la gioventù come vampiri, e non si vergognano di venirvi pure a ringraziare. Come se non sapeste di essere il nuovo modello di schiavo: moderno, servizievole, resistente. La pasta è quella stessa che ha forgiato loro, la differenza sta nell’ordine di nascita. La pasta è quella? Allora anche la faccia tosta. Qui non c’è posto per stare tutti e due, giovani e vecchi. Dell’urna ormai non ve ne importa niente: farete piazza pulita di tutte le promesse. Via le rivendicazioni fuorvianti, via il nepotismo, via lo sfruttamento, via i lavori squalificanti, via i salari indegni, via quel welfare che fa restare le cose come sono. Non finiranno come sono vissuti, i vecchi, sicuri di avervi scaricato i costi delle loro morti confortevoli. Riprenderete quello che vi è stato tolto, con la forza. Eccolo, il nuovo boom. Stavolta, avrete deciso voi.

L’urna ha deciso. Il Segretario della nuova coalizione che sale al governo vi saluta dalle telecamere con un deciso “Grazie!” Gli rispondete “Ma chi sei? non ti conosco!” e ovviamente state mentendo perché da pensionati lo schermo della TV é la vostra guida spirituale. Che c’é di nuovo? C’é che da oggi avete più bisogni di ieri da soddisfare e qualcuno che vi guidi. Che vi farete prendere a braccetto da chi vi assicura un sistema sanitario che funzioni, perché nel cassetto della vostra vita ci sono esami del sangue, colesterolo, osteoporosi che hanno sostituito i sogni. Perché andarsene da questo mondo, giustamente, non se ne parla proprio e navigate a vista è l’unica soluzione quotidiana. La nave servita nei mari dell’esistenza ora è in porto e voi la guardate senza più voglia di salire, il timone appeso in salotto per ricordo. Racconta cinquant’anni di fatiche senza mai deviare un giorno. Adesso la salvezza è essere attivi, ancora utili fosse solo per le storie da raccontare alle orecchie del mondo e per questo avete imparato a chiedere di più. State ringiovanendo, proprio stamane lo avete scoperto nello specchio che vi ricorda di essere stati dei bravi genitori. E avete dovuto ammettere che è così perché i vostri figli non si vergognano di voi, di venirvi a prendere per compagnia ringraziandovi di esistete e non essere vampiri del loro tempo. Lo sapete di essere un modello: odierno, sofferente, resistente. La pasta di cui siete fatti è ora studiata per il futuro, la differenza sta solo nell’ordine di nascita, crescita, mantenimento. La pasta è quella, anche per l’industria farmaceutica… gran faccia tosta! Qui c’è posto per i vecchi diventati giovani che insegnano ai giovani dove stare. Dell’urna ormai vi siete dimenticati: ma sapete di aver preferito la faccia pulita più promettente. Quindi al via le richieste importanti, al via la difesa del genere che conta, ai lavori socialmente utili, alle pensioni degne di questo tempo. Al via quel welfare che fa crescere le cose che servono. Non finirete per come siete vissuti, questo è garantito, non siete più vecchi ma longevi e con questo nuovo termine avrete anni confortevoli. Riprenderete ora quello che vi è stato tolto da giovani, con la forza dello spirito e della resistenza d’animo quasi una fonte interna di giovinezza. Eccolo il nuovo che avanza, stavolta avrete deciso voi.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 4
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomie n. 3 – Scrittura: Narratore/Autore

16 febbraio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 15 febbraio 2013

Così la mia vita è una fuga e perdo tutto e tutto è dell’oblio, o dell’altro. Non so quale dei due scrive questa pagina. (Jorge Luis Borges, “Borges e io” da “L’artefice”)

Narratrice
Seduta di fronte all’Altra, durante quei loro interminabili pomeriggi di confronto e sfida, A si sentì sempre più libera di ripercorre ed analizzare ciò che era stata la propria vita fino a quel momento. Fin da giovanissima, sostenuta fortemente dai familiari, aveva dimostrato un grande talento per la scrittura. Le sue prime prove furono accolte freddamente in patria. Scelse allora di emigrare nel paese Y, dove ottenne immediatamente un notevole successo e poté ritirarsi a vita privata, senza essere gravata da preoccupazioni morali o materiali, per dedicarsi allo studio del Racconto Perfetto. Solo dopo anni trascorsi tra innumerevoli tentativi e fallimenti, la perdita dell’uomo amato e della stima della famiglia d’origine, giunse molto vicina alla soluzione del problema. Entusiasta, spedì i risultati al famoso scrittore Z, il quale però la informò che nel periodo della sua lunga e solitaria ricerca, alle stesse conclusioni era arrivato prima di lei un giovane talento, al quale andarono onori e riconoscimenti. Caduta in una irrimediabile depressione, indisse una conferenza stampa, nel corso della quale annunciò teatralmente che il Racconto Perfetto non aveva alcuna possibilità di essere scritto. Abbracciò posizioni politiche estremiste e prese parte attivamente ad alcune manifestazioni di piazza a carattere violento. Venne quindi rimpatriata nel paese d’origine dove, nel corso di interminabili partite a domino, strinse casualmente amicizia con la Narratrice. Questa, armata del suo stesso entusiasmo per i racconti, risvegliò in A l’interesse per l’indagine abbandonata. Sotto gli occhi della Narratrice, la vita dell’ormai grigia e dimessa Autrice riprese ad ardere della passione di un tempo. Un giorno gridò al telefono di aver risolto finalmente il caso. La Narratrice si precipitò da lei, preoccupata per la sua salute. La trovò riversa in terra senza vita, attorniata da tessere di domino. Nessuno conoscerà mai più il segreto svelato. Nessuno, tranne la Narratrice di questo racconto.

Autore
Aveva sempre saputo di essere mediocre e per questo forse si era messo a scrivere, ma anche nello scrivere aveva una battaglia aperta con se stesso: non riusciva a trovare il proprio stile originale, anche se lo apprezzavano in tanti. Pensando comunque di avere una tecnica di successo e di essere letto da chi faceva delle scelte dava alle stampe i suoi libri, ne più ne meno, come lavori di mestiere e questo lo sottolineava anche la critica, considerando il fatto che l’autore cerca distinzione di idee, percorsi, parole, tutti concetti che definiscono nel tempo la sua vita. Effettivamente lui non si sentiva definito ma sempre più in difficoltà, al punto che pensò di abbandonare la letteratura per altre forme creative. Come per altri generi di scrittura: sceneggiatura; giornalismo; narrazione; critica; saggistica; blogger… anche il suo scrivere incontrava volente o nolente il “mi piace – non mi piace” del lettore, senza vie di fuga, senza compromessi, senza alternative. Sempre più innervosito che chiunque potesse esprimere un parere su quello che scriveva, cominciò a ordinare le parole come una barriera impenetrabile alla lettura. Ipotizzando che questa fosse la soluzione, iniziò a scrivere con il pensiero perverso di non essere letto, anzi, che la difficoltà ad essere capito trascinasse il pubblico e la critica in un punto morto di giudizio fino a spegnersi del tutto. A torto o a ragione ricercava ambiti creativi per imporre questa sua scelta che permettesse la fuga dai lettori. Più scriveva con questo pensiero in testa e nel cuore più affinava esperienza, quasi una “forma mentis” definita momento dopo momento, realizzazione su realizzazione. Insomma stava scrivendo per se stesso! Ma sapeva benissimo che un autore non può esistere al di fuori di un mondo di altri autori interessati ad esprimere le loro idee, sapeva che il vero scrittore è anche lettore accanito di letteratura impenetrabile realizzata da altri. Quindi cominciò ad arricchirsi di libri che lui giudicava creati con la sua medesima esigenza: migliorare lo scrivere per non farsi leggere. Non negava le proprie difficoltà in questo progetto, ma parola dopo parola superava radicalmente quello che aveva scritto in precedenza. Ora scriveva unicamente per il piacere di farlo pensando di non essere capito quindi di non avere un pubblico. In effetti i suoi lettori era sempre meno, ma quelli che lo leggevano lo considerandolo ora un autore vero che cambiando genere aveva sfidato le sue sicurezze andando incontro a nuove difficoltà esistenziali.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 4
Disegno di Fabio Visintin

 

Dicotomie n. 2 – Marinaio/Contadina

9 febbraio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente l’8 febbraio 2013

Chi viaggia ha molto da raccontare […] Ma altrettanto volentieri si ascolta colui che, vivendo onestamente, è rimasto nella sua terra. (Walter Benjamin, “Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov”)

Marinaio
Come ti invidio. O meglio, ti ammiro. Anzi, ti adoro. Sai sempre dove vuoi andare. Oh, diamine, in realtà… Come ti bramo! È solo che non riesco a starti dietro. Non so come raggiungerti, non so come seguirti. Tu dici “È semplice. Fai quello che faccio io”, è una parola. Mi sembri avere sempre il vento in poppa, hai quello sguardo così infervorato. Quello che, se per caso incrocia il mio, mi illude che io sia sulla tua rotta, cosa che non è mai. Sai essere leggermente strabico, alla bisogna, e me ne accorgo tardi.
Ti lanci sempre, ti ficchi in mezzo ai guai, ti ferisci. Poi io rattoppo le tue vele, e subito riparti. Ti perdi, non dai notizie per giorni. Me ne dispero, ma torni. Inatteso, scombini la mia vita: mi baci sulla bocca! Non sai come hai potuto starmi lontano, e tutto ti è perdonato. Parli di nuove mete e mi convinci. Stavolta verrò con te. Mi imbarco. Va bene per un po’, anche se ho il fiato corto. Ti guardo e mi restituisci una forza immane.
Un’onda troppo alta mi travolge, cado! Mi lanci il salvagente, è vero, però aggiungi “Non mi posso fermare, salta sul primo battello e prosegui sola. O l’ideale, o morte!” Ma quale morte e morte, penso io, che vorrei solo un phon, un the bollente e un plaid. E te vicino.
Lo vuoi capire o no? L’Oceano anche ammirato dalla riva può ammaliare. Una chiesa può esser bella se non consideri i preti, un notturno di Chopin valere quanto i Rolling Stones. Due notti di fila insieme a me nel letto (dammi retta) non hanno paragone con i brevi ristori nella ciurma adorante. Ma senza non sai vivere.
Tutto di te parla di avventura, ammalii con sussurri da sirena (chi non ti apprezza è certamente sordo). La tua intransigenza ti fa eroe anche quando ti chini sui lacci delle scarpe. “Oohh”, dicono, “guardate: che nodo superiore!” E da quel momento è moda. Tutti ti seguono nelle tue esaltazioni, si prostrano quando ti deprimi, e io con loro. Spiandoti dal mio angolo segreto, con gli occhi torvi, le unghie rosicchiate a sangue. La verità è che vorrei essere come te, ma visto che non posso mi devo accontentare. E quando raramente fai naufragio, in fondo in fondo un po’ (ma giusto un po’) ne godo.

Contadina
Si ribalta il gioco delle parti per cui se ti definisco “contadina”, ora ti faccio un complimento, potresti diventare un personaggio TV e ti guarderei con interesse pensando che mi salverai. Potresti avere l’anima onesta donna, anima che ha radici profonde nel terreno in cui vive, difeso dall’avanzare del moderno di cui sono assuefatto. Ritorno a pensare che se di terra dovessi ri-vivere dovrei venirti a cercare per chiederti consigli da dove cominciare, come fossi mia Madre. Se in passato avevo pensato di integrati nel mio quotidiano da cui ora devo difendermi, ora mi rendo conto che per fortuna non ci sono riuscito e diventi, contadina, un esempio, una via di fuga, una possibilità non soffocante. È vero, per fortuna che ci sei è fai un mestiere che aiuta a sentirmi sano, al sicuro e non lo dico solo perché sei donna. Ma se dovessi descriverti, del vecchio intenderti non è rimasto molto, difficile vederti nel campo a zappare, sotto la pioggia a curare l’orto, le galline, la vite, roba da cartolina illustrata o d’archivio d’antan che trovi in Internet. Facile invece pensarti oggi una bella donna che sà in anticipo “che tempo farà” collegandosi all’app dedicata. Di storie ne hai da raccontare ma sono più interessanti quelle di tuo Padre se sei figlia d’arte, altrimenti devi per forza avere un progetto da piantare da qualche parte, perché anche la terra non è più quella di una volta. E per chiudere pensando all’onesta che sei, diciamo che penso che tu lo sia molto più di me perché con la terra ci tratti e quella pragmatica, non lascia scampo. Ma diciamo anche che hai imparato a raccontarmela questa storia e io impaurito credo a tutto. Quindi sei anche “eco-furba” più che ecologica e il chilometro zero ti aiuta a distinguerti dando un prezzo al tuo lavoro. Comunque, in questo gioco delle parti sei vincente, almeno nel sentimento che provo per te, quindi resta contadina con il palato fine da degustatore. Resta contadina che stai andando bene e il genere è già mito paragonato al niente di buono che ci attornia, da cui vorrei tu mi salvassi.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon Dicotomia resistente n. 2
Disegno di Fabio Visintin

 

Dicotomie n. 1 – Umanità: Donna/Uomo

2 febbraio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 1 febbraio 2013

Le ho consigliato di starsene lontana dall’albero. Mi ha risposto che non l’avrebbe fatto. Prevedo un disastro. Emigrerò. (M. Twain, “Il diario di Adamo ed Eva”)

Può affrancarsi dall’esclusività dell’universo femminile una donna che camminando per strada non si preoccupi a ogni passo di come la vedono gli altri, talmente serena da proiettare colori e bellezza sui luoghi che attraversa. Una donna forte della propria autostima, in grado di ispirare chi incontra cercando lo scambio disinteressato, perché sa che può essere vantaggioso per tutti. Una donna che ammetta di “volere”, a volte per sé, a volte per gli altri (senza mai decidere al loro posto) e non si limiti a sognare. Che si batta per ottenere quello che vuole. Una donna che impari sempre qualcosa, anche dagli errori e dalle sconfitte. Che consideri il comportamento di un essere umano a prescindere dal genere. Una donna che creda nel valore delle differenze, le usi come terreno di incontro e non le consideri barriere. Che conosca e accetti le debolezze, le pulsioni, i limiti che ha in sé, per riconoscerli e comprenderli nell’”altro”. Una donna che offra senza riserve i propri sentimenti, e anche se questi andassero sprecati non si impoverirà, perché sa di averne una scorta. Che sappia Accettare, Accogliere, Affermare, Ammirare, Ascoltare/Ascoltarsi, Baciare, Cacciare (i pregiudizi), Cambiare (idea), Costruire (insieme), Credere, Creare, Dare, Dimenticare, Domandare, Dubitare, Entrare (in empatia), Fremere (e provocare fremiti), Guardare (senza pudore), Iniziare (senza paure), Lasciare/Lasciarsi (andare), Meravigliare/Meravigliarsi, Nutrire/Nutrirsi, Osare, Perdonare, Pretendere (quando è lecito), Ridere (di cuore), Sentire (le assonanze con gli altri, i messaggi dei sensi), Sorridere, Sospingere, Sostenere, Tentare, Uscire (dalle situazioni di compromesso), Variare (menù, compagnia, taglio di capelli… tanto ricrescono!), Z – un prefisso ingannatore, non ultimo: Amare.

Può evolversi in un uomo chi non abbia velleità di successo ad ogni costo e consideri il confronto con chi ha deciso di amare un atto essenziale al vivere. Un uomo consapevole della sua nuova condizione di “essere” necessariamente e continuamente alla ricerca di completarsi, rinnovarsi, pur rimanendo un uomo. Un uomo che stupisca con la necessaria forza, soprattutto forza delle idee e della conseguente volontà a non arrendersi per realizzarle. Quest’uomo può considerare quello che dichiarerà anche fisicamente un nuovo manifesto alla sua condizione, sia comunicativa che d’azione, interpretando questa possibilità un modo per diffondere il suo: essere e pensarsi in evoluzione. Un uomo è un uomo solo se sa inventare un Mondo e non distruggerlo per non concederlo ad altri, quando sa rappresentare il genere all’interno del Mondo creato, ma lo può anche spiegare senza “falsi esempi esemplari” dietro cui nascondersi. È un uomo che può “definirsi” se sa essere punto di riferimento per i suoi affetti, raccontando le favole quando serve e non raccontandole a se stesso per mantenere un Mondo parallelo. Deve considerarsi un uomo in evidenza sia quando piange ma anche quando urla, vivendo il più possibile sereno e ragionevole in mezzo a questi due estremi. È un uomo quando regge e non delega a niente e a nessuno la “sorte” che gli è toccata, ma con la creatività necessaria cerca di rinnovarla questa “sorte” che potrebbe non piacergli. Insomma, può avventurarsi nel nuovo universo maschile che si trova difronte alla sua dicotomia, un uomo che usa quello che il destino gli ha concesso per migliorare le regole negative inventate da altri, che gli potrebbero impedire di essere un uomo positivo.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 1
Disegno di Fabio Visintin

 

Dicotomie resistenti (al passare del tempo)

21 gennaio 2018

 

 

 

 

Sioressiori,

dopo ben cinque anni dai fasti del loro primo esordio, è con vero piacere che mi pregio di annunciarvi il ritorno delle Dicotomie resistenti, in versione originale e senza tagli.

Qui, dal 2 febbraio, ogni venerdì.

§§§

 

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 29 gennaio 2013

Qualcuno disse “Dio è morto”. Da allora l’umanità può solo “dialogare” con sé stessa. A volte emergono antinomie con esiti paradossali per uno stesso tema. Il quale invece, altre volte, viene potenziato dalla compresenza di una doppia natura, un concetto gemello, una nemesi speculare.
Forse la complessità del mondo può essere descritta, se non proprio spiegata, attraverso alcune “dicotomie resistenti” al (e nel) tempo, che racchiudono le due facce della stessa medaglia, i poli di una stessa calamita, la follia e la lucidità comuni a tutti.

 

Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon, disegni di Fabio Visintin

Cartaresistente

5 gennaio 2018

Scrivo con una sensazione di malinconia per una perdita. Sto parlando di Cartaresistente. Non posso mettere link al  sito attivo dal 2012 perché, ahimé per tutti, ormai non esiste più. La sua uscita di scena al termine del 2017 mi ha fatto pensare a quella delle dive d’altri tempi. Una Greta Garbo, per fare un nome, dei blog letterari.

Un link a Cartaresistente compariva sulla mia homepage, come su quella di Vibrisse (e compare ancora: Giulio, ti posso suggerire di toglierlo?). La sua formula, piuttosto semplice, prevedeva la pubblicazione di immagini significative a corredo di testi che, direttamente o indirettamente, riportassero a una dimensione piuttosto “fisica” l’atto del leggere.

I nostri due blog si sono conosciuti sul finire del 2012, quando ho iniziato a sottoporre a Nando qualche contributo per dei post che enfatizzavano le letture di carta attraverso scatti fotografici (telefonici, forse è meglio dire) di sconosciuti lettori, colti in flagrante nel pieno esercizio della loro “perversione” nei posti più disparati. Da quei post poteva nascere la curiosità per qualche nuova lettura o, quantomeno, scaturire una riflessione su usi e costumi contemporanei. Da lì in poi sono venute idee per temi sempre più sfiziosi e sempre più coinvolgenti per un’ampia fetta dei blogger di wp.

Poi ho conosciuto anche Davide, col quale mi sono obiettivamente tanto divertita, attraverso una forsennata scrittura a quattro mani e confronti serrati come duelli all’arma bianca, puntualmente riportati sulle pagine di Cartaresistente, oltre che qui.

L’impresa di Nando e Davide, del tutto no-profit a meno, immagino, della voce di attivo in bilancio relativa alla soddisfazione, si è avvalsa della collaborazione di nomi anche illustri, di artisti e artigiani che hanno reso tangibile a molti l’esperienza del web. Ha creato una comunità stimolante e vivace. Personalmente mi ha permesso di sperimentare e crescere.

Una gran bella storia, vi ringrazio di avermi permesso di farne parte.

Ho uno spirito progressista ma un’anima che cerca comunque di conservare ciò che di buono c’è stato in un rapporto. Nel corso di quest’anno, con l’autorizzazione espressa degli altri autori coinvolti, pubblicherò di nuovo tutti i lavori a mia firma a suo tempo condivisi su Cartaresistente, a meno de ”I sette sensi”, che troverà posto integralmente sulle pagine di Tratto d’unione (Grazie!) accanto all’intera serie “I magnifici 7”. Da non perdere, in partenza il prossimo giovedì, 11 gennaio.

Quel che resta di noi


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