How to

7 dicembre 2019

La stava lasciando, e lei lo consolava. Le diceva di avere un’altra più importante, e lei lo incoraggiava. Si sentiva in colpa, e lei sminuiva. Perché provava un profondo, acuto dilaniamento. Avrebbe potuto coprirlo di improperi, e invece gli disse solo:

– Beh, mi è piaciuto tantissimo stare con te, ma l’ho sempre saputo che non saremmo andati lontano. D’altra parte, – scoccò un’occhiata significativa, – non abbiamo praticamente niente in comune. Anche se di te mi importa ancora. Spero che ci terremo in contatto, vorrei tanto seguire le tue evoluzioni nella vita.

Parlava e guardava il disegno del tappeto davanti alle punte dei piedi. Si tenevano lontani, lui le era seduto accanto e sottolineava parti del suo discorso con un dondolio in avanti della testa. Era d’accordo con lei maledizione.

– Vedi, sotto tanti aspetti sei molto maturo, anche più di me, perché hai saputo lanciarti al momento giusto, hai fatto scelte coraggiose e questo ti ha formato, si vede da come parli, da come ti muovi, da come ti comporti. Ma sotto tanti altri, non prenderla come una critica, se parlo così è perché a te ci tengo, e vorrei provare a trasmetterti qualcosa di positivo, qualcosa che tu possa utilizzare magari in seguito, quando un giorno potrà esserti utile, e allora chissà, forse ti verremo in mente io e queste parole, stavo dicendo, sotto tanti altri aspetti, sei ancora un ragazzino. Ecco, penso che io avrei bisogno di frequentare un uomo.

– Ecco, sì, probabilmente hai ragione. E, secondo te, cosa potrei fare per riuscirci?

Si sentì destabilizzata. Non era pronta a quella risposta interrogativa. Tipico di lui, del suo metodo per avanzare nella vita. Domandare, cercare risposte, sperimentare. Spremere le intuizioni e l’esperienza altrui. E solo dopo sporcarsi le mani. E quindi imparare, e superare i maestri. Lei lo riconosceva, non era altrettanto brava, o non aveva altrettanta faccia tosta. Fece finta di non capire.

– A fare cosa?

– A… migliorare, a diventare un uomo.

– Ma, quello verrà naturale. Non posso mica dirtelo io. Sarà l’esperienza a farti trovare la strada. L’esperienza è tutto…

– Sì ma tu dici che sono ancora un ragazzino. In cosa posso ancora migliorare?

Dialogava con lei come se fosse una conversazione qualsiasi, come se non sapesse che quella sarebbe stata l’ultima volta che si sarebbero visti. La sua neutralità la metteva a dura prova, e tentennò nel rispondere. Sapeva di dare l’impressione di tenere tutto per sé il segreto della maturità, mentre stava solo nuotando nella confusione.

La verità era che se avesse incontrato un uomo nel senso che aveva detto, forse non lo avrebbe riconosciuto. Lei stessa non si sentiva che una ragazzina, attratta da immaturi come lei. Il discorso si arrotolò su sé stesso e lui fu così gentile da proporle di uscire.

Così, l’uomo immaturo e la ragazzina supponente uscirono dalla casa, si infilarono in macchina e uscirono anche da quella, entrarono in un locale, rimasero un po’ bevendo e parlando a stento, mentre fioccavano le telefonate di controllo dell’altra, finché uscirono pure dal locale, tornando da dove erano partiti quella mattina. In conclusione, lui uscì dalla macchina da solo, lei invece guidò ancora per qualche tempo, trovò dove parcheggiare e spense il motore.

Non uscì di lì. Non le importava di ragioni o torti. Di maturità supposte. Di lezioni da dare o da imparare. Quello che voleva, che aveva sempre voluto, era restare.

Trattatello sulle non dipendenze

5 dicembre 2019

Rosa Covarrubias ritratta da Tina Modotti

Una pietra nel letto del fiume prende la forma che le dà la corrente e il continuo contatto e sfregamento contro le altre pietre. Il corpo, questo corpo, col passare degli anni viene come smussato, levigato, raggiunge la sua verità. Perdendo il comodo e robusto anonimato degli strati più superficiali, come un sasso lavorato dallo scorrere dei giorni, si fa sempre più delicato, più singolare, e più prezioso. Per questo capita di scorrerne le singole parti e rendersi conto di dover loro una cura attenta. Capita, avanzando nell’impreziosimento, di correggerne l’inclinazione delle sfaccettature perché catturino meglio la luce o di dover rimediare alle sbeccature procurate dagli scontri con la Storia. A ogni aggiustamento segue una rinascita. Occasioni da non mancare.

Il corpo, questo corpo, curato quanto l’entità autocosciente che lo pervade e che per convenzione si può chiamare anima, finisce col coincidere sempre più con la me più vera, quella che prende forma dallo scorrere dell’esistenza e dal continuo contatto, scontro e sfregamento con tutti gli altri sé che incontra.

Sono la consapevolezza e il rispetto, l’irrobustimento del nucleo, la saldatura a questo delle forme più esteriori fino ai semplici moti di spontaneità, che consentono il salto nella naïveté, l’immersione nella condizione sciamanica, l’abbandono alla contemplazione e alla primitività di gesti e comportamenti. Non fughe ma avvicinamenti a cui non sono funzionali escamotage, né isolamento, né amplificatori del sentire. È tutto qui, che aspetta solo di non avere altre barriere per il suo utilizzo che il presentarsi di un’opportunità colta dalla lucida coscienza di esistere.

Namaste.

 

 

L’istante dell’instagatto

3 dicembre 2019

 

 

 

Ho acceso il caminetto, anche se il termostato segnava diciotto gradi. Volevo mangiare un mandarino e, si sa come succede, uno non è bastato. Ne ho preso un altro e poi un terzo e un quarto. E poi avevo davanti un mucchietto di bucce double-face, bianche e arancioni, che ancora spargevano intorno un’idea vogliosa di agrumi. Qualcosa di slegato dal palato. Golosità olfattiva, se si può dire così perché io, in pancia, di fame non ne avevo più.

La pigrizia mi ha fatto pensare di dare fuoco alle bucce con l’accendino dopo averle messe in una ciotola. Ma le ciotole in questa casa o sono di legno in finto stile rustico oppure di porcellana decorata. Avrei rischiato di ucciderle o renderle storpie per sempre. Non c’è in me tanta cattiveria. E non avrei abbandonato per nessun motivo al mondo il divano. Sempre lei, la pigrizia, mi ha ricordato che le ciotole si nascondono nei pensili in cucina e l’accendino più alla mia portata era sopra alla mensola del caminetto. Che in quel momento lanciava occhiate offese, da bambino in castigo. Ma come, sembrava domandare, hai questa gran voglia di atmosfera e pensi a tutto tranne che ad accendermi?

Per lo stress da indecisione ho schiacciato un pisolino. Quando ho riaperto gli occhi, intorno a me era buio e dalle finestre vedevo le altre case con le luci accese, fuori era calata la sera e io sentivo freddo.

Avrei potuto allungare la mano e afferrare quel plaid a quadri posato sul tavolino o avrei potuto alzarmi e accendere il riscaldamento.

Dal balcone accanto al mio, il gatto miagolava, doveva essere stato lui a risvegliarmi. Una volta ho postato un video di quel gatto su Instagram, inquadravo lui che appariva e spariva tra i pali della ringhiera. Un gatto tutto bianco, che a un certo punto si è seduto, si è messo a guardare me che lo filmavo e ha fatto: Miao.

Lo hanno visto tutti, quel video. Ho avuto un sacco di mi piace, ma non da una persona. Così, quando qualche giorno dopo ci siamo visti, eravamo proprio qui sul divano, e si è udito quel miagolio tanto vicino, ha detto: Hai un gatto? No, ho risposto io, è quello dei vicini. Gli ho fatto un video, lo vuoi vedere? E, invece della galleria, ho aperto Instagram. Te lo ricordi che siamo amici su Instagram? Possibile che non hai schiacciato il cuoricino?, volevo domandare, e invece ho continuato a sorridere e ho messo il telefono sotto al suo naso. Ah, è proprio carino, è stato il suo commento. Sembrava che non gliene importasse niente. Figurarsi se importava a me. Così ho lasciato perdere. Ho posato il telefono e gli ho sostituito il mio naso davanti all’altro naso. Ci baciavamo bene. E facevamo bene un mucchio di altre cose. Era estate e faceva molto caldo, stavamo sempre nudi.

Invece qui a pensare all’estate mi stavo intirizzendo. La casa era al buio ma sapevo che le mie dita erano di colore bluastro. All’improvviso tutto il corpo si è scosso in un brivido, le gambe si sono irrigidite e io, hoplà, non ero più sul divano. Ho preso il plaid e me lo sono buttato sulle spalle. Dopodiché, invece di accendere il termostato, ho infilate alla meglio le ciabatte e le ho trascinate a passi corti fino al camino.

Non è stata questione da poco. Ho iniziato a pulirlo con una pezza bagnata, ho spazzolato la griglia della ceneriera, poi ho infilato la testa nella cappa per vedere che la canna non fosse ostruita, e per fortuna si vedeva il cielo. La faccia però mi si è riempita di fuliggine, quindi ho preso una pausa per lavarmi. Ho anche messo sul fuoco una caffettiera e steso un bucato di calzini. Il gatto non miagolava più. Mi stavo rimboccando le maniche di nuovo per tirare fuori dalla nicchia i pochi ciocchi avanzati dall’inverno scorso, quando ho sentito odore di caffè.

Io il caffè non lo bevo di fretta, e in piedi solo al bar. Di nuovo sul divano, di nuovo a luci spente, l’ho preso sorsi calmi, alternando occhiate al camino e altre alle sagome nere fuori dalla finestra. Il giardino di questo condominio, coi sempreverdi altissimi e, in basso, le sue siepi, il vialetto di lastre di pietra irregolare, il pergolato col tavolo e le sedie ripiegate intorno, i vasi con le ortensie di ogni colore. Quanto mi piace.

Potevo solo intuirne la presenza, ma la certezza che là fuori tutto restava intatto come lo conoscevo, bastava a darmi la serenità per tornare a guardare all’interno. Il caminetto era pulito e pronto all’azione. E io avevo finito il mio caffè.

Ho gettato tra le fiamme le bucce che, raggrinzendo, scoppiettanti, sprizzavano scintille ed esalavano come ultimi respiri, nel buio rosso intorno, il desiderio arancio del primo pomeriggio. Stavo in piedi nel pieno della soddisfazione e contemplavo l’opera finita quando, alle mie spalle, si è rifatto vivo il gatto.

Era lì, dietro la ringhiera, e miagolava nella mia direzione. Non che ci fosse molto da pensarci su, l’ho raggiunto all’aperto, gli ho messo a disposizione il corpo accovacciato, e, davanti al muso, il palmo che odorava di brace e mandarino.

Lui, collo allungato e testa sconfinata nel mio spazio, mi ha picchettato col naso freddo e umido. Avvertivo una tensione, una specie di aspettativa. Stavo guardando il gatto come il mio riflesso in uno specchio, quando ha attraversato il confine in due facili passi, ha fatto un breve salto e me lo sono ritrovato in braccio.

Tenere traccia di ogni buon momento per non dimenticare i doni della vita. Ma, anche, per cercare testimoni della mia esistenza. Ho iniziato un video dal divano. Il gatto, che tengo tra le gambe, fa le fusa a occhi stretti con la mia mano abbandonata sopra il suo mantello. A pochi passi, il fuoco del camino. Clicco sul simbolo della condivisione ma qualcosa non mi fa andare oltre.

L’aroma degli agrumi, la pelliccia morbida al tatto, la sera del giardino alle mie spalle, il tepore, frutto del mio lavoro, che mi riscalda il corpo. Il tempo che scorre lento. Li condividerei, è vero, ma non postando un video. Non potrei, non basterebbe. Riceverei, sicuro, un mucchio di mi piace e, forse, ne mancherebbe ancora uno.

 

Fuori non osano

2 dicembre 2019

 

Ti manca velleità di altre avventure

mentre la pioggia sfianca foglie e tetti

e tu la vuoi raggiungere là fuori

dove non osano le tue paure.

 

 

Diario dei sogni #1 – Pesci volanti

1 dicembre 2019

Ho un amico che riesce a tenere un diario dei sogni. Ai bei tempi in cui sognavo anche io, tentavo di fermarne il ricordo, alla mattina. Ma mi riusciva male. Ne perdevo le tracce via via che la mano riacquistava l’uso della penna e i sogni, in qualche modo, mentre li trasferivo su carta, si accorciavano, si facevano piccolissimi e si accartocciavano anneriti e indistinguibili, disperdendosi come brandelli di pagine incenerite all’istante dalla fiammata della veglia.

In realtà, ho capito solo di recente, è la capacità di raccontare che non è innata in me, e che necessita di coscienza e di lucidità per strutturare in frasi le forme intuitive in cui si mostrano le idee, così anche i sogni. Quando la notte finisce, il regno della subcoscienza non apre subito le braccia e continua a circondarmi mentre ciondolo per casa, sussurra sulla mia nuca teneri incantamenti che mi ingannano, e mi ritrovo a tirare su lo yogurt con gli occhiali.

Altro che diario. Che tanto mancherebbe dell’oggetto: quei sogni che una volta saltavano fuori a nastro come pesci volanti per ore, ormai lasciano campo libero a M.me Subcoscienzà e le sue perfusioni mattutine di confusione senza costrutto.

Pazienza per gli appunti mancati. Ma senza sogni che nobilitino le mie notti, devo adattare i giorni a ricoprirne il ruolo. Vivo, e intanto mi organizzo la memoria: Questo ricordo lo tengo, questo lo tengo, questo lo do via. A parte il fatto che inciampo per la distrazione, mi sbuccio le ginocchia e mi si smagliano le calze, è una faticaccia, al termine della quale spesso mi sono scordata le decisioni prese e mi ritrovo con dei ricordi inutili che sbucano a casaccio dai cassetti, e quelli che fino a ieri stavano sempre in mezzo ai piedi, non si sa più dove sono finiti quando servono, signora mia.

Per non parlare del consolidamento delle esperienze: dar loro il giusto peso non è questione da poco. Per non sbagliare mi porto i pesi a casa, li accumulo per mesi, finché passa la data di scadenza e finisco per buttarli tutti nell’indifferenziata.

Non sogno perché mi manca il tempo. Torno a casa tardissimo per i miei giorni densi, carichi di doveri a cui mi incaponisco ad addizionare vissuti che alimentino la parte sognante, tanto affamata per le lunghe veglie che tagliano la fase rem, e con lei i sogni.

I miei pesci volanti ormai ruotano senza sosta sotto il pelo dell’acqua, senza riuscire a emergere.

Da qualche giorno si è interrotto il circolo, per poco tempo, non certo per mia intenzione. Una piccola parte di me si è messa di traverso, sassolino dentro negli ingranaggi, e ha fermato tutto. Ora dormo. Mi sveglio senza sveglia da una settimana.

La prima notte sono semisvenuta dallo stress; la seconda ho sorvegliato il dolore fisico; la terza mi sono riposata senza memoria; la quarta sono emersa dal sonno con le orecchie che ricordavano un coro di bambini; la quinta mi sono svegliata troppo presto, eccitata dal rischio di sognare ancora.

La sesta, la scorsa notte, sul fare del mattino, ho aperto le persiane con un gesto ampio delle braccia – erano tinte di bianco le persiane -, e un vento frizzante ha scosso i miei capelli. Sotto di me la rena granulosa teneva a stento gli assalti della schiuma screziata di azzurro di un mare che mi salutava, ondoso e invitante. Intanto sopra le creste, coronati da voli di gabbiani, saltavano a pelo d’acqua senza posa una miriade di pesci volanti.

WonderGiuggiola

30 novembre 2019

La novità del giorno l’ho appresa stamattina appena ho aperto il telefono e mi ha spiazzata la richiesta d’amicizia del vedovo con figlio piccolo a carico più figo che abbia visto negli ultimi anni. Wow, Roger… Un beaux français comment me piace ammé. Touché. Obligé. Allez, damose da faire. Ancora seduta tra le mie coltri sfatte, col pigiamino inerpicato su per metà di una gamba e metà di un braccio, e le altre metà pigramente allungate oltre il dovuto, capelli e faccia non esattamente pronti per i paparazzi, difesa dall’anonimato delle finestre chiuse, non temendo quindi la reciprocità dell’atto, mi sono messa ad osservarlo bene, lui, l’intrepido. Che approccia una donzella in rete senza neppure l’amo di una conoscenza comune. Roger, mi sono chiesta, com’è che le sole quattro foto sono state caricate una settimana fa (la più figa, a mezzo busto e glasses scuri specchiati color cielo, sdraiato su una passerella in teak coi segni di una gloriosa estate addosso, pronto per un bel kiss al sapor di spritz)? Com’è che non mostri amici e chi ti ha messo mi piace è una comunità di anziani sparsi un po’ dappertutto in Italia, in apparenza senza connessioni tra di loro? Com’è, nessun riferimento a Montpellier, la tua città? Come sei bello, come sei figo, Roger. E hai scelto proprio me. Ma sarai vero?

E, niente, ho fatto una ricerca per immagine ed è saltato fuori chi ha prestato a Roger le fattezze: uno splendido dietologo cileno, straripante di addominali e figli piccoli, di merchandising e fascino, del tutto ispanofono – altro che Montpellier – rispondente all’ameno nome di… Giancarlo.

Vabbè.

Ho scritto a Giancarlo: Oh, vai a riprenderti le fattezze prima che Roger ne combini qualcuna grossa al posto tuo, non si sa mai.

E non si sa mai davvero, una si sveglia con una sorpresa simile e si ritrova solitaria a bere the all’amaro aroma di rimuginamento: dov’era che avevo sentito una cosa simile? Ma sì, ne avevo parlato con la mia amica Illy, tosta e romantica come il caffè di Trieste, quando una sera di poco tempo fa, con enorme sprezzo dell’interruzione di servizio anticipato della Linea B della metropolitana, ci siamo avventurate dopo il tramonto verso Piazza Vittorio per esplorare gli eventuali scenari di un’ipotesi di racconto (che a noi ogni tanto piace darci delle mete folli e scontrarci sulla possibilità effettiva di raggiungerle. Stavolta ha vinto lei, non era davvero il caso). Ma, insomma, Illy la tosta e io la sottoscritta, ancora col sapore di gelato a scottarci la gola in una delle prime sere proprio fresche dell’autunno, camminavamo controvento percorrendo a ritroso la strada fatta all’andata, smontando le ipotesi alla base della nostra partenza verso quella serata e costruendo quelle per una sana ritirata in un luogo ameno, accogliente e dalla temperatura almeno temperata, quando, non si sa come, le strade delle conversazioni si sono intersecate, oltre che alle gambe stese dei senza tetto sdraiati sotto i portici della Stazione Termini, alla tragica storia dell’Amica Giuggiola.

Amica Giuggiola pare che sia davvero una gran persona. Intelligente e con la testa sulle spalle si è andata a fidare di un sedicente francese che da debita distanza è riuscito a intortarla alla comme si comme ça, l’ha fatta addirittura in-na-mo-ra-re e, quando si è trattato di incontrarla, ha ottenuto di farsi inviare del denaro per il viaggio verso l’Italia, dopo di che, tanti saluti e grazie. Amica Giuggiola per poco non ci ha rimesso il senno, si è fatta venire i dubbi che avrebbe dovuto avere fin dall’inizio e ha scoperto che a nome del francesino si era trastullato con lei uno dei tanti nordafricani dediti a truffe verso le giuggiolone europee affette da grave deprivazione affettiva.

Povero Roger. Con me gli è andata a buca. Stringendo le ginocchia con le braccia, avvolta nel più affettuoso dei miei pigiami, questa mattina ho aperto un bel pacco di biscotti al cioccolato e ho incamerato tanto di quell’affetto da poter rispondere ai richiami d’aiuto di tutte le Giuggiole di Gotham City. Almeno fino alla prossima colazione.

 

 

Per gli altri

29 novembre 2019

Le domande fondamentali

Credo di non essermi mai fatta, spontaneamente, domande sul senso della vita. Sul senso della sofferenza, su quello degli imperscrutabili rovesciamenti del destino e dei comportamenti incongrui delle persone, sì. Ogni volta che se ne è presentato il caso. Ma chiedermi i perché fondamentali mi è sempre sembrato più che altro un esercizio di stile. Il senso dello stare al mondo, io singolo essere e la specie umana nel complesso, quello delle leggi fisiche che regolano magnificamente l’universo conosciuto, perché e se siano originate dall’atto volontario di un essere supremo piuttosto che da un puro caso, per il quale io e altri miliardi di esseri dobbiamo ringraziare la grandissima fortuna di trovarci esattamente all’incrocio delle coincidenze mentre si verificano, tutte queste domande che trovo così affascinanti, e per le quali ho sudato con piacere sui banchi di filosofia ai tempi del liceo, posso dirlo? Le trovo tanto enormi da sembrarmi ombrelli che riparano dalla preoccupante pioggia di verità alternative, ombrelli tanto alti sopra la testa da impedirmi di considerarli una minaccia. Fosse dipeso da dubbi come questi, avrei sempre dormito benissimo. Non posso fare nulla se non andare avanti.

Quanto ai casi contingenti, quelli che mi rovinano il gusto della passeggiata sulle strade del mondo e che, sì, maledizione, tolgono il riposo, la soluzione dev’essere alla mia portata e vado a stanarla ovunque si nasconda, l’afferro, la inchiodo alle sue responsabilità e non la perdo di vista finché non ha fatto fino in fondo il suo dovere. A meno che non riguardino gli altri, settori in cui non mi è consentito intervenire senza specifica delega ma dove in ogni caso, spesso manco di competenza.

Ah, gli altri.

Gli altri hanno nome, cognome e, soprattutto, un volto. E, quando li conosco, quando ci tengo a loro, hanno delle responsabilità nei miei confronti.

Ehi, tu.

Siamo diversi ma sono come te. Non ti piace che ti venga detto cosa fare? Neanche a me, lo giuro. Ma mi devi un favore: abbi cura di te. Non rovinarmi il sonno.

 

 

🖤 Frankie Friday Month 🖤

28 novembre 2019

Lettrice, lettore,

i miei pensieri ricorrenti sono pensieri a cascata. Che si aggrovigliano, si ingarbugliano, finiscono per rotolarsi uno sull’altro e schiumare fragorosi dissolvendosi nel placido specchio d’anima che riflette le mie indecisioni.

Riguardo a questo blog, per esempio.

Che è nato nel 2012, da me che neanche avevo facebook, che ero e sono afflitta da forme di auto-omertosi cronica, nato già vecchio nella forma, più simile ai diari in rete di dieci anni prima che alle pagine market-oriented di oggi, fonte di reddito per i loro curatori. Lui no, era un blogghetto che sapeva di gelsomini bagnati dalla pioggia di maggio, sapeva di incertezza, di desideri da esprimere e della speranza di riuscire a realizzarli, aveva un odore suo, il mio blog, che me lo faceva amare senza condizioni, con tutta la passione umanamente esprimibile, come il mio neonato arrivato cinque anni prima e allora già con la cartella sulle spalle.

Mi è servito a tanto scrivere qui sopra, ho accorciato le distanze tra le varie me e mi ha fatto riprendere il gusto di sognare. I primi anni passavo lunghe ore notturne a cesellare storie, che fluivano dalla mia pancia trascinandosi dietro il piacere magico di portare continuamente alla luce nuove vite. Il gusto orgasmico del parto letterario. Immaginare, essere, fare. Potenza in atto, in ogni versione del mondo, attraverso ogni supporto. Quello che scrivevo era reale.

Col tempo questo percorso ha invertito la rotta, passando da dentro-a-fuori a fuori-a-dentro, ho accumulato vita al punto che adesso mi ipnotizzo pensando ai fatti trascorsi e mi dico quanto sarebbe limitante il loro semplice racconto. Che comunque voglio tentare e tenterò.

Ma intanto ho abbracciato la socialité web, e accolto l’oggi con tutti i suoi risvolti, tanto nel bene che nel male della volatilità di quanto pubblicato. Eppure, rispetto ai contenitori in cui stipavamo le stampe 10×15 dei vecchi negativi, destinate a ingiallire, a sfarinare e perdersi, la fragilità delle vite custodite nel web non è molto diversa. Semmai una differenza la fa la proprietà, dove se affiggo con puntine sul muro di casa i miei pensieri, restano i miei pensieri, altrettanto le foto, la musica, e il resto. Ma se li affido al web passano di mano al signor Zuckerberg e affini.

Ma cos’è la proprietà di un pensiero? O di un affetto, di un sogno, di un ricordo?

Prendetevi tutto di me.

Non sarò mai impoverita dalla condivisione. Un giorno morirò, come morirà il blog, i miei profili instagram e facebook, moriranno Terra e Sole e un’altra me quantica avrà le sue nuove chance di rivalsa in universi alternativi, senza che nessuno avrà mai a soffrirne.

Per testimoniare la mia buona volontà ho deciso di regalarvi un mese di scrittura di getto. Quel sano blogging vintage invecchiato in botti di legno di rovere. Per riscaldarci insieme nelle notti d’inverno, mettere il naso fuori e perderci per le strade gelate, dove dai rami pendono già le nuove gemme immerse nel sogno della primavera. Per attendere l’alba del nuovo anno con gli occhi aperti e chiusi insieme e lo spirito di chi non ha niente da perdere perché è sua la certezza che la vita vada vissuta tutta, fino in fondo. Adesso.

Frankie Schrödinger

The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Giungla, al centro del quadrato

21 novembre 2019

di CRT2

 

 

 

 

 

Misteriosa, intricata, pericolosa… necessaria. La Giungla, quando non carbonizzata, è un insieme di elementi naturali che pur spontanei hanno un loro “incastro primitivo” essenziale. Nella Giungla il simpatico ragnetto può rivelarsi mortale, mentre il grosso serpente variopinto che ci terrorizza se ne frega di chi sei. Nella Giungla sei tu l’estraneo entrato per caso e non nato lì dentro, quindi ti puoi perdere senza via di uscita e se non te la sai cavare per sopravvivere, muori di sicuro.

 

Il Pantone color Giungla non esiste, potrebbe essere un suggerimento per il brand che produce la gamma delle tonalità distinta nei gradienti, ma alla fine risulterebbe più un decorativo che un colore a cui far riferimento. Difficile, appunto, dividere le infinite percentuali dei toni primari per riprodurlo.

Giungla è formato di intensità sovrapposte quasi tutte tendenti al verde (se no, che Giungla sarebbe?!) e ogni pezzo di Pantone è diverso dall’altro, distinguendosi o specificandosi nell’uso.

Insomma il Giungla è un casino se non lo sai capire e conseguentemente applicare, confonde le idee, nasconde il vero senso della ricerca, ti porta lontano dal tuo obiettivo (che sarebbe uscire vivo dalla Giungla) perché alla fine sei entrato nel suo intricato mondo quasi spontaneamente, ma uscirne è un’avventura intelligente, scaltra, consapevole… tutt’altro che naturale.

Coraggio ed esperienza, sembrano essere delle qualità per gestire il Giungla sempre al centro di tutto quello che conosciamo e che oggi ci avvolge anche se siamo comodamente seduti sul divano di casa e non in piena Amazzonia.

Tolti tutti quelli che nella Giungla ci vanno sponsorizzati con l’intento di studiarla con attenzione passo passo, per noi che nella Giungla ci siamo finiti e non sappiamo come, l’avventura non è più una condizione letteraria casuale, ma una condizione concreta all’ordine del giorno dal micro al macro.

Parcheggiare la macchina, andare all’IperCity solo per comprare il sale, chiedere un’informazione fiscale in qualche ufficio spostato ieri in altro luogo, Città, Regione.

Aver fame in una zona che non conosci e trovare un posto in cui mangiare “decentemente ad un prezzo umano”, capire chi ti sei sposato 10 anni fa che sembra oggi parlare una lingua incomprensibile ed irritante, avere le idee chiare a una riunione condominiale, esporle, e trovarsi in una rissa. Perdersi in Internet, in una Città che non conosci perché la batteria del tuo smartphone ti ha abbandonato, confondersi difronte alla TV perché quello che aveva detto ieri è giusto il contrario di quello che dice oggi, fare un check in più in una App e il tuo abbonamento telefonico prende tutti, ma proprio tutti i toni di una foresta tropicale intricata. In tutto ciò e altro ancora il Giungla, anche se un’invenzione, sembra riassumere benissimo la nostra condizione.

Se sei incastrato nella tua routine che ti opprime, magari pensi al Giungla come Pantone che ti offre una via di fuga, come fosse la porta quadrata (anche se piccola) che ti fa entrare in un’avventura per uscire dai toni sempre uguali della quotidianità, senza sapere che ti potresti trovare il un percorso ancora più intricato e mortale.

Ovvio, qualcuno, o la somma di tanti qualcuno (fino a prova contraria innocenti o ingenui) che si sono distinti inventando delle soluzioni per uscire in modo facile dalla quantità dei toni del Giungla, ci dà oggi questo risultato non scontato, ma con il pericolo di diventare: simpatico ragnetto; grosso serpente variopinto, che nella Giungla bene o male sopravvivono in armonia.

The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Il Bianco, lato a sinistra del quadrato

14 novembre 2019

di CRT2

 

 

 

 

Sinceramente sul bianco non ci punterei, troppo debole, troppo delicato, troppo neutro. Non punterei neanche sulla sua durata se applicato come colore su tutto quello che conosciamo. Ma il bianco più che un colore è un concetto di cui riappropriarsi e se così fosse, allora le cose cambiano. Di bianco, antitesi del nero, è pieno il mondo e se da una parte è poco difendibile proprio per la sua delicatezza, dall’altra dovrebbe essere riportato al centro dell’indagine per il suo valore istintivo.

 

Di bianco si può morire, colore vergineo è associato a Santi e Martiri come la “purezza fatta persona”. Essere bianchi dentro e fuori, cioè non sporcati da qualsivoglia tonalità nefanda neanche di striscio, pone la questione come universale, drammatica e in tensione religiosa, al punto da creare storie… anche se di anime pure da parificare al bianco, oggi, in giro, non credo ce ne siano molte.

Un passo dietro l’altro sempre camminando a ritroso sul bianco si arriva appunto alla Santità di cui sopra, bianca per antonomasia e per difenderla e non sporcarla, si preferiva biblicamente immolarsi, un esempio “iconico” per il futuro e peccatore genere umano.

Diciamo che all’Essere, eletto dal destino divino, il colore bianco-puro senza toni aggiunti calza a pennello e lo veste con quella grazia che a noi trasgressori un po’ irrita perché preclusa, e per questo abbiamo tutti, anche senza volere, un intimo rispetto verso questo colore neutro o se preferiamo “non colore”.

Nella modernità il bianco sembra essere associato alla cura nel momento del bisogno, nel senso che fare pulizia dentro e fuori di noi, periodicamente, assomiglia più o meno al tornare puri il più possibile e ripartire, appunto bianchi.

Io non ho più enzimi per digerire il latte e se mi dovesse capitare di scegliere un Cappuccino al bar per colazione, lo ingerisco pur sapendo che non lo dovrei fare perché poi sto male fino a sera. Il mio cervello al solo pensare di buttar giù un bicchiere di latte mi rimanda immediatamente allo stomaco un senso di vomito.

Preferisco la bianca mozzarella, i morbidi di capra (sempre bianchi), Ricotta, Caciotta Crescenza, Camembert… cibo nutriente e bianco che scelgo.

Il tema del nutrirsi o non nutrirsi con un colore è un’indagine sanitaria che per molti mette in discussione la propria intrinseca salute: ci sono individui che devono evitare i cibi verdi soprattutto verdure con una forte presenza di ferro; i cibi rossi riconosciuti come velenosi da certi intestini, mentre una buona dose giornaliera di nero carbone li puliscono… e così via.

Ma il bianco anche nel cibo, come per l’anima e per molte altre cose utili della nostra vita, ha un altro livello che coscientemente possiamo associare, come si diceva all’inizio, alla purezza: avvolti nel bianco ci si sposa; si dorme sonni tranquilli; si proteggono (generalmente) le nostre parti intime. Si scrive meglio su un foglio bianco, si lavano meno le auto bianche, un muro bianco in casa rimanda un senso di pulizia, nei bagni le ceramiche sono quasi sempre bianche candide. Scrivanie, librerie, porte, interno dei cassetti, delle tasche dei pantaloni, il mio cuscino.

Tutto, all’inizio delle nostre storie, passa per il bianco che ahimè poi viene giocoforza interiorizzato, filtrato, ingerito-digerito, espulso perché ormai ha compiuto il suo ciclo di vita e morte, escludendoci dalla santità. Oggi tener duro per restare perennemente sul bianco credo sia impossibile: ieri ho accompagnato mia Nonna al mercato, lo preferisce all’Ipermercato che ha sotto casa. Ha chiesto al banco dei detersivi della “carta igienica”. E la domanda, non scontata, è stata – come la vuole, Bianca? – la risposta di Nonna è stata- No, non bianca perché si sporca subito!” Ça va sans dire!


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: