Archive for the ‘Tutta mia la città’ Category

Quaranta ruggenti

22 agosto 2016

​Alle nove di sera c’è un cielo pieno di stelle sul mare. Nascoste in parte dalla torretta di guardia dei bagnini, che illumina il tratto di spiaggia davanti al chiosco dove sono seduta a bere una Ipa di colore verde. Non la conoscevo, me l’ha consigliata il barman. 

Accanto a me un ragazzo e una ragazza fumano e parlano di stupidaggini con aria tutta compresa. Una tipa ha chiamato lei al telefono, ha risposto lui, mimando ad alta voce un orgasmo ma è stato freddato. Quella al telefono pare che fosse in viva voce col padre davanti. Lui ha chiesto scusa e le ha passato la ragazza. Un’ altra loro amica l’ha citata in un commento su Facebook. 

Lei fa: 

“Ma mo’ che vole? Prima nun m’ha cagata de pezza e mo’ se vo’ mpiccia’ dell’affari mia”. 

Lui ha i capelli rasati e un orecchino. È magrissimo. Lei esibisce un caschetto, è minuta ma parla e ride come un camionista. Riattacca e dice a lui come intende rispondere alla tizia in privato per farle capire che è una stronza. Prendono a baciarsi rumorosamente. Fanno grossi schiocchi con le labbra.  

Poco fa, quattro bionde belle, dalle cosce lunghe e con minigonne cortissime, hanno giocato per una decina di minuti a tirare vuoti di birra da 33 cl. all’indietro, in un secchio della spazzatura immerso nella sabbia. Ridevano da pazze e scuotevano i capelli come amazzoni, padrone della natura selvaggia. Quando si sono stufate mi sono sfilate accanto. Per come si atteggiavano, e perché ne vedevo bene solo un paio, all’inizio mi erano parse delle adolescenti. Una coppia a un altro tavolo, mentre le quattro si sedevano tra me e loro due, si è informata se le più grandi fossero sorelle. Dalla voce e dalla risposta ho dedotto di essermi sbagliata, erano due cinquantenni molto ben tenute che hanno informato i presenti di essere due “amiche, però semo sorelle per scelta”, che stavano insegnando alle figlie le cose davvero importanti nella vita. E giù un’altra risata di gruppo. Un terzo cinquantenne molto ben tenuto si è affacciato dal chiosco per chiamare il gruppetto. Loro hanno salutato la coppia con un “Buona serata!” e hanno raggiunto con finte proteste l’uomo, gli hanno detto che il tramonto era stato bellissimo. Erano rimaste in spiaggia da allora per aspettare gli uomini, e ritornavano con loro per terminare la serata. 

I due accanto a me si stanno baciando da un po’. La musica è Girl from Ipanema, seguita da altri standard di chitarra jazz.

Il mare mugghia. Non ricordo bene il significato di mugghiare, ma rende bene il suono. 

Le stelle sembrano allestite da un astuto scenografo. 

Alla mia destra i baci sono interrotti da commenti ad altri messaggi comparsi sui telefoni. Lei è gelosa, lui lo capisce e la prende in giro. Poi si fa silenzio. Il mugghiare prende il sopravvento. Non mi volto. 

Vedo la schiuma ordinare strisce bianche sulla battigia. Alla chitarra si unisce anche un sassofono. Il percorso verso la torretta è illuminato da piccole luci in fila, che sembrano lo specchio delle stelle in cielo e, in lontananza, aerei bassi sorvolano l’orizzonte. Il vento è caldo. Sono le nove e quaranta e lui sta domandando, piano, a lei: “Ma sei capace di stare un secondo seria? Io ti parlo seriamente e tu continui a scherzare”. Poi, però, riprendono a baciarsi.

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15 ottobre 2014

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Ottobre afoso, cielo peso, grigio come l’asfalto. Guido la macchina a destinazione nella terrazza del gran parcheggio multipiano. La chiudo bene, portandomi l’ombrello, che la trasferta anche per oggi sarà lunga. Riprendo il calcolo delle strategie: a Roma è salvo chi ha nella manica almeno l’asso di un percorso alternativo. Andare da A a B non è banale, neanche in piccola scala.

Guarda a volo d’uccello questa scena. Lei scende dall’auto, la chiude bene, non dimentica l’ombrello. Il cielo è piombo che minaccia di cadere. Cosa picchetta e risuoni di metallo alla sua destra, lo mette a fuoco nella valutazione di un percorso: dall’auto al vano scala che va giù, fino all’ingresso della metro. È un fuso nero e grigio, muove dall’alto al basso il cranio lucido dentro cui è incastonato un occhio torvo. La cornacchia che martella lo spazio tra un parabrezza e un cofano, lo fa con la solerzia di un Mimì della Wertmuller. Che cerca? È la domanda. Ma apre la bocca e fa: “Brutta cornacchia!” L’occhio torvo ruota verso di lei, che non dà peso.

Fuori le strisce bianche, diciamo trenta metri in diagonale, ora che non passano auto. Accosterò il primo camino azzurro discendente, costeggerò il volume e proseguirò verso il secondo, un’altra camminata in zona franca prima di immettermi nel flusso del passeggio alla conquista di un passaggio in centro. Cos’è sto FRRRRR FRRRRR così vicino?

L’uccello la sorvola brevemente, si posa su un’altra auto. Ruota la testa e la guarda passare. Riprende il becchettio, lei pensa ancora a voce alta “Brutta bestiaccia!” E osa fissarla in faccia. La bestia sostiene lo sguardo, immobile. Subito dopo, FRRRRRRRRR… Un altro volo breve, al di sopra di lei. Un’altra sosta su un cofano, poi ancora, la scena si ripete per metà percorso. Lei inizia a sospettare.

Ma forse ha tanta fame che ha preso gli occhiali scuri per del cibo. Li tolgo dalla testa e li rimetto in borsa, tanto non servono. Ho preso anche l’ombrello. FRRRRRR… Ho capito, difende il territorio. Mi crede una nemica. Non c’è altro umano intorno, io ho i capelli sciolti. Mi prende per un grosso cane, forse per un cavallo? Ne rido, ad alta voce. Raggiungo la torretta azzurra, mi volto indietro. Lei resta lì, sul tetto di una macchina, circa dove ho deposto la mia ultima risata.

Spunta una retta bianca tratteggiata che costeggia i musi delle auto parcheggiate, compie due curve, a destra e poi a sinistra, si incunea dritta nel vano scala finale. FRRRRRR… Cancella. Ricalcola. Buio. Lei si mette a correre scomposta, agita il braccio che brandisce l’ombrello, tenta d’aprirlo, isterica, ma la custodia oppone resisttenza. FRRRRRR… Ritorna indietro, pensa “Si infilerà anche nella tromba delle scale?” Galoppa in basso, sente uno scalpiccìo alle spalle. Le cola sudore freddo sulla schiena.

Appena giù mi volto, non mi segue un uccello con le scarpe. Meno male. Faccio:

– Sa che in terrazza mi ha quasi attaccata una cornacchia? Che mi inseguiva e mi passava sulla testa… Faceva FRRRRRR… FRRRRRR…

– Notizie in arrivo!- Replica la donna bionda, solare, col suo accento campano.

– Notizie?

– Quando gli animali si avvicinano tanto a una persona, vuol dire che presto arriverà una notizia.

– Ma… Bella o brutta?

– Eh, non si sa.- E mi sorride un po’, tranquillizzandomi.

Intanto scansiamo ostacoli, attraversiamo incroci, ci fermiamo e ripartiamo all’unisono.

– Sa, è che si avvicinava tanto tanto. Faceva così: FRRRRR…

– Allora questa notizia è vicinissima!

Riecco il sudore freddo. Io taglio corto e la saluto alzando le spalle:

– Comunque io non ci credo.

Terrazza del gran parcheggio multipiano, la bestia ancora le zampette al bordo del parapetto in ferro, sembra che guardi in basso. D’un tratto apre le ali e spicca il volo.

 

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