Archive for the ‘Tutta mia la città’ Category

Quaranta ruggenti

22 agosto 2016

​Alle nove di sera c’è un cielo pieno di stelle sul mare. Nascoste in parte dalla torretta di guardia dei bagnini, che illumina il tratto di spiaggia davanti al chiosco dove sono seduta a bere una Ipa di colore verde. Non la conoscevo, me l’ha consigliata il barman. 

Accanto a me un ragazzo e una ragazza fumano e parlano di stupidaggini con aria tutta compresa. Una tipa ha chiamato lei al telefono, ha risposto lui, mimando ad alta voce un orgasmo ma è stato freddato. Quella al telefono pare che fosse in viva voce col padre davanti. Lui ha chiesto scusa e le ha passato la ragazza. Un’ altra loro amica l’ha citata in un commento su Facebook. 

Lei fa: 

“Ma mo’ che vole? Prima nun m’ha cagata de pezza e mo’ se vo’ mpiccia’ dell’affari mia”. 

Lui ha i capelli rasati e un orecchino. È magrissimo. Lei esibisce un caschetto, è minuta ma parla e ride come un camionista. Riattacca e dice a lui come intende rispondere alla tizia in privato per farle capire che è una stronza. Prendono a baciarsi rumorosamente. Fanno grossi schiocchi con le labbra.  

Poco fa, quattro bionde belle, dalle cosce lunghe e con minigonne cortissime, hanno giocato per una decina di minuti a tirare vuoti di birra da 33 cl. all’indietro, in un secchio della spazzatura immerso nella sabbia. Ridevano da pazze e scuotevano i capelli come amazzoni, padrone della natura selvaggia. Quando si sono stufate mi sono sfilate accanto. Per come si atteggiavano, e perché ne vedevo bene solo un paio, all’inizio mi erano parse delle adolescenti. Una coppia a un altro tavolo, mentre le quattro si sedevano tra me e loro due, si è informata se le più grandi fossero sorelle. Dalla voce e dalla risposta ho dedotto di essermi sbagliata, erano due cinquantenni molto ben tenute che hanno informato i presenti di essere due “amiche, però semo sorelle per scelta”, che stavano insegnando alle figlie le cose davvero importanti nella vita. E giù un’altra risata di gruppo. Un terzo cinquantenne molto ben tenuto si è affacciato dal chiosco per chiamare il gruppetto. Loro hanno salutato la coppia con un “Buona serata!” e hanno raggiunto con finte proteste l’uomo, gli hanno detto che il tramonto era stato bellissimo. Erano rimaste in spiaggia da allora per aspettare gli uomini, e ritornavano con loro per terminare la serata. 

I due accanto a me si stanno baciando da un po’. La musica è Girl from Ipanema, seguita da altri standard di chitarra jazz.

Il mare mugghia. Non ricordo bene il significato di mugghiare, ma rende bene il suono. 

Le stelle sembrano allestite da un astuto scenografo. 

Alla mia destra i baci sono interrotti da commenti ad altri messaggi comparsi sui telefoni. Lei è gelosa, lui lo capisce e la prende in giro. Poi si fa silenzio. Il mugghiare prende il sopravvento. Non mi volto. 

Vedo la schiuma ordinare strisce bianche sulla battigia. Alla chitarra si unisce anche un sassofono. Il percorso verso la torretta è illuminato da piccole luci in fila, che sembrano lo specchio delle stelle in cielo e, in lontananza, aerei bassi sorvolano l’orizzonte. Il vento è caldo. Sono le nove e quaranta e lui sta domandando, piano, a lei: “Ma sei capace di stare un secondo seria? Io ti parlo seriamente e tu continui a scherzare”. Poi, però, riprendono a baciarsi.

Segnali

15 ottobre 2014

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Segnale

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Ottobre afoso, cielo peso, grigio come l’asfalto. Guido la macchina a destinazione nella terrazza del gran parcheggio multipiano. La chiudo bene, portandomi l’ombrello, che la trasferta anche per oggi sarà lunga. Riprendo il calcolo delle strategie: a Roma è salvo chi ha nella manica almeno l’asso di un percorso alternativo. Andare da A a B non è banale, neanche in piccola scala.

Guarda a volo d’uccello questa scena. Lei scende dall’auto, la chiude bene, non dimentica l’ombrello. Il cielo è piombo che minaccia di cadere. Cosa picchetta e risuoni di metallo alla sua destra, lo mette a fuoco nella valutazione di un percorso: dall’auto al vano scala che va giù, fino all’ingresso della metro. È un fuso nero e grigio, muove dall’alto al basso il cranio lucido dentro cui è incastonato un occhio torvo. La cornacchia che martella lo spazio tra un parabrezza e un cofano, lo fa con la solerzia di un Mimì della Wertmuller. Che cerca? È la domanda. Ma apre la bocca e fa: “Brutta cornacchia!” L’occhio torvo ruota verso di lei, che non dà peso.

Fuori le strisce bianche, diciamo trenta metri in diagonale, ora che non passano auto. Accosterò il primo camino azzurro discendente, costeggerò il volume e proseguirò verso il secondo, un’altra camminata in zona franca prima di immettermi nel flusso del passeggio alla conquista di un passaggio in centro. Cos’è sto FRRRRR FRRRRR così vicino?

L’uccello la sorvola brevemente, si posa su un’altra auto. Ruota la testa e la guarda passare. Riprende il becchettio, lei pensa ancora a voce alta “Brutta bestiaccia!” E osa fissarla in faccia. La bestia sostiene lo sguardo, immobile. Subito dopo, FRRRRRRRRR… Un altro volo breve, al di sopra di lei. Un’altra sosta su un cofano, poi ancora, la scena si ripete per metà percorso. Lei inizia a sospettare.

Ma forse ha tanta fame che ha preso gli occhiali scuri per del cibo. Li tolgo dalla testa e li rimetto in borsa, tanto non servono. Ho preso anche l’ombrello. FRRRRRR… Ho capito, difende il territorio. Mi crede una nemica. Non c’è altro umano intorno, io ho i capelli sciolti. Mi prende per un grosso cane, forse per un cavallo? Ne rido, ad alta voce. Raggiungo la torretta azzurra, mi volto indietro. Lei resta lì, sul tetto di una macchina, circa dove ho deposto la mia ultima risata.

Spunta una retta bianca tratteggiata che costeggia i musi delle auto parcheggiate, compie due curve, a destra e poi a sinistra, si incunea dritta nel vano scala finale. FRRRRRR… Cancella. Ricalcola. Buio. Lei si mette a correre scomposta, agita il braccio che brandisce l’ombrello, tenta d’aprirlo, isterica, ma la custodia oppone resisttenza. FRRRRRR… Ritorna indietro, pensa “Si infilerà anche nella tromba delle scale?” Galoppa in basso, sente uno scalpiccìo alle spalle. Le cola sudore freddo sulla schiena.

Appena giù mi volto, non mi segue un uccello con le scarpe. Meno male. Faccio:

– Sa che in terrazza mi ha quasi attaccata una cornacchia? Che mi inseguiva e mi passava sulla testa… Faceva FRRRRRR… FRRRRRR…

– Notizie in arrivo!- Replica la donna bionda, solare, col suo accento campano.

– Notizie?

– Quando gli animali si avvicinano tanto a una persona, vuol dire che presto arriverà una notizia.

– Ma… Bella o brutta?

– Eh, non si sa.- E mi sorride un po’, tranquillizzandomi.

Intanto scansiamo ostacoli, attraversiamo incroci, ci fermiamo e ripartiamo all’unisono.

– Sa, è che si avvicinava tanto tanto. Faceva così: FRRRRR…

– Allora questa notizia è vicinissima!

Riecco il sudore freddo. Io taglio corto e la saluto alzando le spalle:

– Comunque io non ci credo.

Terrazza del gran parcheggio multipiano, la bestia ancora le zampette al bordo del parapetto in ferro, sembra che guardi in basso. D’un tratto apre le ali e spicca il volo.

 

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Il Sacrificio dell’Arte: Villa dei Sette Bassi, Roma.

10 settembre 2014

Ruderi della Villa dei Sette Bassi

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Buona lettura di Assolocorale, dove viene pubblicato un primo contributo all’iniziativa promossa da Cartaresistente e Lois.

(Ringrazio Renato Volpone per il suggerimento e tutte le informazioni di dettaglio)

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Il Parco dell’Appia Antica si trova a Roma Est. Chi vive nei paraggi si sposta appena dalle Consolari, dall’Appia all’Ardeatina, ed entra in un paesaggio da Grand Tour. Come nell’Ottocento si può immergere nell’erba alta dell’Agro Romano e ammirare da vicino i ruderi magnifici dell’Antica Roma. Come nell’Ottocento, farebbe bene a non avvicinarsi troppo, perché ancora oggi non c’è manutenzione. Scoprirli è emozionante ma sconforta. Quanto resisteranno allo scorrere del tempo?

Conoscendo la sua passione per la cultura e le bellezze storico-naturalistiche di Roma, ho chiesto un contributo a Renato Volpone, un amico che così si definisce:

“Cultore dell’arte e della cultura, che tento di salvare invitando la gente, con la mia pagina Facebook Roma cinema teatro eventi, a partecipare e condividere le bellezze di questa città. Mi posso definire un critico in erba, come ogni critico dovrebbe essere, sempre pronto a nuove esperienze e alla difesa del patrimonio culturale”.

Ecco la sua segnalazione:

“Passeggiando per il Parco degli acquedotti [n.d.r. parte del parco dell’Appia Antica], esplorando il territorio, scopro un’antica Villa romana dall’altra parte della strada, recintata, irraggiungibile. Ostinato circumnavigo la zona arrivando a piedi fino ad Anagnina e risalendo verso Cinecittà. Arrivo così in via tuscolana 1700 e scopro che la villa è chiusa con l’accesso bloccato da una recinzione cadente. Scopro così che il luogo archeologico, bellissimo si trova chiuso in una sorta di fattoria ed è visitabile solo su appuntamento.

La villa priva di ogni cura è stata oggetto di un recente crollo.

Tesori bellissimi sottratti alla cultura e al turismo.”

Il sito segnalato da Renato è denominato Villa dei Sette Bassi, “Si tratta della villa più grande nel suburbio romano dopo quella dei Quintili, tanto da essere ritenuta una città a sé stante. Il toponimo, conosciuto fin dall’Alto Medioevo, deriva da Settimio Basso, prefetto sotto l’imperatore Settimio Severo (193-211) e possibile proprietario della villa. Il sito tuttavia risale all’epoca di Antonino Pio (138-161) e fu abitato fino all’inizio del IV secolo, e mantenuto con altri restauri per altri due secoli.

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Il sacrificio dell’arte (Un flash mob)

3 settembre 2014

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Con riferimento alle premesse di cui al precedente post, ecco il testo che oggi viene pubblicato in contemporanea su diversi blog, capofila Cartaresistente.

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sacrificiodellarte©lois

sacrificiodellarte©lois (Assolocorale)

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Il sacrificio dell’Arte. Rewind

 

 

Ormai è noto che nel nostro Paese quello che dovrebbe essere il petrolio è ridotto a poco più di una misera attrazione. Il Patrimonio Artistico dovrebbe costituire la leva principale della nostra economia, divenendo non solo fonte di guadagno ma anche di reclutamento di risorse umane per impieghi dignitosi legati all’intero mondo della cultura. Purtroppo però tutto questo non accade.

 

La nostra Costituzione all’articolo 9 cita:

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

 

Uno dei principi fondamentali sui quali si fonda l’Italia.

 

Allo stato attuale il Patrimonio è in uno stato di abbandono, vuoi per carenze economiche, vuoi per disaffezione (non solo politica e soprattutto popolare), vuoi perché negli ultimi decenni il livello culturale – al di là di quello che ci raccontano – è crollato precipitosamente, lasciando perdere di vista i veri valori e tra questi i beni culturali ed ambientali.

Di tanto in tanto, per ogni governo e spesso per ogni ministro (vedi le ultime proposte dell’ex ministro Bray e dell’attuale Franceschini) c’è qualche nuova idea o qualche rinnovata versione aggiornata di vecchi decreti mai del tutto attuati. Poi si decide di accorpamenti, poi di soppressioni (vedi la recente decisione di annullare la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria meridionale), poi di chiusure e poi tutto va in malora. In considerazione del fatto che le leggi fondamentali risalgono al 1939 (aggiornate da una serie di decreti e leggine successive) e che ad ogni nuovo tentativo valido poi mancano le risorse, diciamo che il sistema è pressoché invariato da decenni, con strutture organizzative ed uffici preposti invecchiati di secoli, senza mai un reale rinnovamento e svecchiamento con nuova leva per la quale circa due decenni fa furono istituiti i corsi di laurea in Conservazione dei Beni Culturali, senza prevedere per essi un reale punto di contatto e inserimento nel mondo delle soprintendenze.

 

Tutto questo (che credetemi è veramente poco rispetto a quanto ci sarebbe da dire sul malgoverno del nostro Patrimonio) per sottolineare che a monte dell’intero sistema c’è poi il singolo individuo, fruitore del bene ma anche e soprattutto suo tutore [dal lat. tutor -oris, der. di tueri «difendere, proteggere», part. pass. tutus]. Proprio così! Ciascuno di noi, per essere membro di una società civile deve sostenere il valore del bene ed aiutarlo a vivere (indenne) per mantenere lo status di “testimonianza” per i posteri, seguendo l’esempio che già qualcuno, prima di noi ha fatto.

Purtroppo poi il cambiamento repentino della società e la forte riduzione del valore culturale, ha inficiato questo rapporto, creando una nuova barbarie, il cui esito finale è proprio la devastazione di quelle testimonianze.

 

Qualcuno di voi potrà certamente contestarmi che non tutto lo sfacelo può essere di nostra responsabilità e che se dall’alto manca la mano operativa ed i finanziamenti, ben poco si può fare contro il degrado. Ci sono però alcune forme di degrado che possono essere limitate o evitate del tutto e poi c’è l’amore ed il rispetto che potremmo gratuitamente infondere agli altri al fine di allargare questa catena di attenzione verso il Patrimonio.

 

Ormai lo sapete tutti, vivo a Napoli da quarantanni, un luogo che amo et odio con tutte le mie forze per quello che accade e per come è stata resa invivibile. In questa città il cui centro storico è nella lista dei Siti Unesco (titolo sempre in bilico, vista la quotidiana devastazione che sta voracemente dissolvendo i parametri che ne sostengono l’appartenenza), non riuscite a fare quattro passi insieme senza trovarvi di fronte ad una chiesa o ad un palazzo o ad una galleria dove l’arte, la bellezza e la storia convivono in una mescolanza da lasciare stupiti anche i più avvezzi. Allo stesso modo però, non riuscirete a fare quattro passi insieme senza notare che uno di quei siti è inevitabilmente compromesso (vuoi dall’abbandono, vuoi dalla sporcizia o peggio, dagli atti vandalici), spesso già negato alla fruizione da decenni di incuria e di razzie. In questa città poi (un po’ come accade in tutte le grandi città italiane – perché è utile ricordarlo, questo sfacelo è solo nostrano) c’è gran confusione con le titolarità del Patrimonio che spesso si devono scontrare in intricati meccanismi che vedono coinvolte la curia (per gli edifici sacri), la soprintendenza e i privati, in un susseguirsi di rimandi e infelici ed improduttivi scaricabarile che stagnano il degrado fino a renderlo condizione stabile susseguita solo da crolli e conseguenti lacrime di coccodrillo.

Da queste parti, alla cronica carenza di fondi e all’indifferenza sociale, ha assestato un duro colpo il terremoto dell’Ottanta, rendendo inagibili moltissimi monumenti (tuttora interdetti), elementi di un patrimonio infinito e di grande ricchezza purtroppo persa perché depredata da balordi e da professionisti che non hanno risparmiato nulla, neppure i marmi di rivestimento.

 

E così se volessi ora stilare ora una lista delle opere napoletane che sono state negate alla fruizione, avrei bisogno di un tempo lunghissimo, se però solo emotivamente voglio qui ricordare quelle che mi stanno a cuore e quelle che incontro lungo il percorso delle mie giornate vi renderete conto della gravità dei fatti e dell’immenso Sacrificio dell’Arte compiuto in barba ad ogni etica civile e morale.

 

In ordine sparso segnalo alcuni nomi di monumenti che mi vengono in mente (tenendo conto che molti di essi non vengono aperti da tempo immemore e di cui spesso, per evitare il peggio – purtroppo già accaduto – i loro ingressi sono stati completamente murati):

 

  • Chiesa di Gesù e Maria (murato l’ingresso dall’Ottanta e svuotata di tutto)
  • Chiesa monumentale della Sapienza a Costantinopoli e sua gemella di fronte di cui mi sfugge il nome (da che ho memoria non l’ho mai viste aperte)
  • Chiesa di Santa Maria della Scorziata (di cui vi ho parlato nel mio Sacrificio dell’Arte)
  • Chiesa di Donnalbina al centro storico
  • Chiesa di Sant’Agostino alla Zecca (vista solo sui libri di studio)
  • Chiesa della Trinità alla Cesarea (portale murato)
  • Museo Filangieri (in perenne stato di crisi e senza finanziamenti)
  • Palazzo Doria D’Angri (di proprietà privata, in vendita a lotti e in stato di degrado, il Salone degli specchi ospitò tra gli altri Garibaldi)
  • Santa Maria Vetercoeli (al centro storico)…

 

Per chi volesse farsene un’idea più chiara:

http://www.corriere.it/inchieste/scempio-chiese-napoli-duecento-chiuse-abbandonate/fa033946-55d0-11e2-8f89-e98d49fa0bf1.shtml

 

Per chi poi volesse sensibilizzare l’opinione pubblica, ci può segnalare casi, esempi e documenti di degrado della sua città, dei suoi posti del cuore. Magari inizieremo in piccolo a scalfire quel muro di indifferenza che sostiene ingiustamente il Sacrificio dell’Arte.

Vi invito pertanto a testimoniare con le vostre esperienze in questa iniziativa, che per quanto piccola e circoscritta può rappresentare il primo passo verso un miglioramento.

Tutte le info e/o richieste o l’invio dei materiali qui: lois_design@yahoo.it

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Il sacrificio dell’arte. Prologo romanesco.

3 settembre 2014

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Caparezza ft. Tony Hadley – Goodbye Malinconia

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Che bambola, trabocca meraviglie. Come la tocchi strepita e si alzano a migliaia per difenderla. Che sagoma, il suo profilo è tutto un saliscendi, tutto un ruotare di seni, isole e golfi, al tatto piani e tondi, che tutti si contendono ma posseggono solo ciechi e sordi. Che bambola, è un vero terremoto. Il suo epicentro è un circolo, un sasso millenario, un grande ciondolo che indosso e me ne vanto, me fortunata.

Abito a Roma, centro del Belpaese. Ne parlerei perfino con orgoglio ma, se ci provo, qualcosa non mi torna. Mi guardo intorno, perfino in fondo in fondo, davvero molto in basso. Ci trovo solo il peggio, penso. Non è così. Laggiù giacciono le reputazioni, pure quella di Roma e quella del Paese. Ce l’anno seppellite in tanti. In tanti le amano tanto quanto non vedono l’ora di lasciarle.

A me piace il bicchiere mezzo pieno. Sono tra quelli che fanno lo slalom, e piedi e con la vista, tra cassonetti ingombri e spazzatura sfusa, lasciata a fermentare in piena strada, pseudomonumentacci in crescita fulminea come funghi, e luoghi ed edifici necessari, abbandonati dalla gestione pubblica.

 

Roma me schifa

Poeti der trullo

Ma che amarezza notare, tra le ortiche, gettate più che sette meraviglie, abbandonate, sporche e ammaccate. Deliberatamente ignorate.

Cari gestori di cotanta Storia, cari amministratori e tecnici con le mani in pasta, e cari costruttori, imprenditori-di-sta-minchia-tanta, mafiosi in loco e pure forestieri, seguite questa specie di consiglio: avviate una stagione nuova, col patrimonio salvate il Patrimonio culturale, tendetela una mano verso il basso, tirate fuori Roma dal pantano.

L’investimento avrebbe un tornaconto, sono sicura che lo sappiate già, dunque perché non ci credete fino in fondo?

Nel frattempo, sapete che vi dico? Seguo l’invito di Cartaresistente , una bella fustigata.

Diffondo anch’io l’appello di Lois e, dal pulpitino dei miei iCalamari, vi addosso la colpa di tutti quei bicchieri mezzi vuoti che la gente vede abbandonati in giro.

Vergogna.

 

 

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ViaVeneto

Perfino in Via Veneto la vita si è fatta amara.

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La trasgressione del mese

31 agosto 2014
Reclame d'una volta

Nuove trasgressioni: la Sinistra alla riscoperta delle tette.

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Va detto che il mese di agosto che si sta concludendo in queste ore, come qualsiasi altra entità, non è più quello di una volta. Poveretto, bisogna capirlo, si è arreso alla necessità di trasgredire, altrimenti come frenare la drammatica caduta di popolarità che ne ha segnato gli ultimi, ingenerosi, anni? Come alimentare i mesi successivi, tutti figli suoi, senza poter contare sui capisaldi che storicamente garantivano la continuità del chiacchiericcio fertile, meglio se consumato ai tavoli di un bar nei giorni di pioggia o a tavola dopo una bella polentata accompagnata da fiumi di un corposo rosso? Un agosto così non verrà dimenticato facilmente. Prendi il clima. Quello meteorologico, politico, umanitario, cronachistico, tutto stavolta è stato differente.

Io, questo cambiamento, l’ho preso bene.

Ho gradito il fresco persistente, mai come quest’estate i miei pensieri sono rimasti lucidi e, senza le solite tre-quattro docce quotidiane, non c’è stato neanche tanto spreco di acqua. Per non parlare della bolletta elettrica: non più di qualche notte coi ventilatori accesi.

E che dire dei romani, piegati alla necessità di ricercare il caldo per meglio sostenere i mesi di cui sopra, quelli a venire. Tutti partiti. Sai che noia restarsene davanti al mare a osservare le onde, invece di arrostire a fuoco sostenuto, perdere inibizioni, aprirsi, aprirsi a più non posso (tanto fa caldo) a esperienze nuove e pazzamente estreme?

Roma, nell’aria nitida e lucente di questo agosto, è stata una regina di bellezza, gli acquazzoni non hanno potuto che farla risplendere agli occhi dei turisti e dei pochi abitanti a spasso per le sue strade.

Ebbene, mi spiace dirlo, ma anche tutto questo andrà perduto. Come lacrime nella pioggia.

Ieri ho ceduto, e ho buttato un occhio al famigerato D, il periodico per Donne allegato a Repubblica. Non sto qui a verificare, ma giurerei che da che esiste il blog, almeno un post all’anno glielo dedico e, lo so, sembrerò in questo meno attuale del mese di agosto, ma qualche caposaldo non posso fare a meno di mantenerlo.

Io D lo sfoglio velocemente, salto a piè pari quasi tutte le rubriche, mi soffermo appena su Rampini e Zucconi, noto le inchieste, alcune ancora riescono a colpirmi, sbadiglio sulla moda, approdo infine a Galimberti che riesce sempre a restituire un senso alla rivista e spesso anche a molte riflessioni personali.

Galimberti risponde a Paolo Izzo

Questa settimana risponde a un lettore non banale, di estrazione radicale, e individua nella necessità di “curare la scuola la cultura e l’educazione, perché solo queste cose rendono i cittadini liberi e capaci di difendere con argomentazioni i diritti […] e di sollevare le masse”, definendo questo un compito di Sinistra. La stessa Sinistra che nel resto dell’articolo, però, incolpa di un grave fraintendimento storico, l’aver calato i valori della rivoluzione francese all’interno di una società, quella sovietica, che non disponeva di una classe borghese “e quindi non poteva esprimersi che come dittatura.” La stessa Sinistra che oggi si è gravemente compromessa con l’adeguamento alla regola sociale della distinzione a tutti i costi, alla necessità di trasgredire, di perdere inibizioni, di aprirsi, spesso sconsideratamente, a esperienze nuove, che in alcuni casi non esiterei a definire “pazzamente estreme”. E ha perso. La Sinistra esiste ancora, più come sentimento che come progetto, in seno a molti che non si rassegnano alla sua dissoluzione sulla scena politica italiana. Ai restanti molti la Sinistra suscita solo cattivi sentimenti.

Tale è la sorte, temo, che attende il mese di agosto. Con tutta la simpatia che provo per chi non esita ad aprirsi nuove strade col falcetto (nel caso della Sinistra, anche col martelletto… ah ah!) dove pare più impenetrabile la jungla, domani, intendo più in là nel tempo, ma già a settembre o ai primi d’ottobre, potremmo realizzarlo, di lui non si parlerà che male.

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Si fa presto a dire Frida

13 aprile 2014

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Di lei si sa o si pensa di sapere tutto. Ma, visitando l’esposizione romana alle Scuderie del Quirinale, aperta dal 20 marzo al 31 agosto 2014, ancora ci si può stupire della sua furia vitale, qualcosa che non può ridursi a puro nozionismo, o a becero gossip, perché avvertita dall’interno di chi osserva le sue opere.

Quella per Frida Kahlo spesso è un’infatuazione pop, di cui oggi è diventata icona tanto quanto il Che.

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 Frida Kahlo, Autoritratto con vestito di velluto, 1926

Olio su tela, cm 79,7 × 59,9. Collezione privata. © Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust, México D.F. by SIAE 2014

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Ci sono tele di Diego Rivera in questa mostra, esposte accanto a quelle di Frida. Stride la compostezza e la profondità dei suoi soggetti in confronto al più glamour, più smaliziato tratto del massimo pittore messicano, capace di omaggiare le signore di buona società in pose hollywoodiane per poi farsi cacciare dalle rimostranze di Rockfeller in persona per aver ritratto Lenin nel murale dell’Unità Panamericana sull’edificio simbolo del capitalismo americano.

Prima dell’incidente, a Frida, i pennelli erano serviti solo a ritoccare a colori le stampe in bianco e nero di suo padre, fotografo. Iniziò a dipingere per necessità, nel letto d’ospedale dove i medici le avevano predetto morte certa.

Autoritratti, autoritratti.

– Perché mai tanti selfie, Frida?

– Perché è il soggetto che conosco meglio-, rispondeva.

Semplice, naif al punto giusto, comprensibile alle masse. Pop.

Pazza di Diego, si fece ispirare al punto di farne il suo terzo occhio, per lui ingoiò ogni boccone amaro ma nel tempo rimase supremamente Frida.

Dipinse per passione, lo fece su commissione, si innalzò sempre al di sopra delle sue sofferenze.

E sorpassò Rivera in fama proprio nel momento di massima distanza tra loro, dopo gli aborti, dopo i tradimenti, dopo la cacciata di lui dagli USA.

Umanamente sfogò su tela la propria rabbia, in una drammatica dichiarazione senza appello: “Il mio vestito è appeso là”. Là, significa negli USA, proprio sopra una corda tesa tra estremi ancora oggi inconciliabili, mesto trofeo di un duello che non avrebbe mai voluto disputare.

Morì lottando, e controvoglia. Un uomo delle pulizie trovò dietro al suo letto un ultimo acquerello simile a una pappetta di colori. Fa quasi male vederlo incorniciato e esposto, dopo i capolavori. Quella di Frida è una terribile e magnifica storia umana, senz’altro un simbolo di riscatto per tante altre storie misconosciute.

Amare la sua arte, però, non è per niente pop.

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Dalla Roma di La Capria, risbuca Elio Talarico, mio zio.

29 marzo 2014

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La Capria.

Avevo una zia una volta – sarebbe più corretto chiamarla prozia, era la sorella maggiore di mia nonna, ma io la chiamavo zia, zia Olga.
Era molto bella, zia Olga, anche se, quando l’ho conosciuta io era piuttosto in là con gli anni e si portava appresso (e addosso, come fosse un figlio piccolo) un cane che somigliava a uno spazzolino da denti e aveva il non trascurabile difetto di puzzare tantissimo.
Mia zia era medico radiologo, era alta, bruna, sottile, elegante. Aveva una voce stentorea e limpida che perse per sempre dopo una tracheotomia sul finale della sua parabola di vita.
L’ultima volta che parlammo, fu lei a chiamarmi. Stavo studiando non ricordo cosa, ero al liceo, e mi chiese aiuto a tradurre un passo di Sant’Agostino, lo stava leggendo in latino, ma senza vocabolario. Io non ero tanto brava in latino e a zia diedi l’aiuto che riuscii a dare, lei era molto più capace di me. Per questo mi sembrò strana quella telefonata. Sofferta, voluta, a prezzo di farsi udire da me col rantolo metallico della sua nuova voce, e impressionarmi mica poco.
Poco tempo dopo morì, e mi lasciò con il mistero insoluto di come si potesse mantenere tanta dignità in tanta sventura.
Come radiologo esercitò la sua professione dalla prima metà del novecento, quando ancora non si conoscevano le conseguenze sull’organismo delle radiazioni. Fu vittima del cancro molto presto, e perse per sempre la possibilità di avere figli. Poco tempo prima aveva invece perso in guerra l’amatissimo fidanzato aviatore.
Quindi conobbe e sposò mio zio Elio.
Zio Elio aveva un carattere riservato. Era un uomo curato, corpulento, con un testone calvo e il faccione dall’espressione buona. Aveva una grande scrivania, sempre piena di carte. Una libreria piena così di libri, dove sfogliai Baudelaire per la prima volta e feci altre scoperte fondamentali. C’era anche un piccolo strumento a corda. Una balalaika, che attirò la mia attenzione molto di più e molto tempo prima dei libri.
Quando mi venne annunciata la morte di zio Elio non sapevo come prenderla. Stavo giocando con le Lego sul pavimento in camera insieme a mio fratello, io avevo otto anni e lui sei, e per lasciare entrare la notizia dovetti spostarmi da dietro la porta, accogliere l’intrusione della testa di mio padre e accettare che quel fatto fosse da prendere così, perché la morte (la… morte?) fa parte della vita. Cosa dovevo fare? Io ripresi a costruire casette. Mio fratello oggetti appena più complessi.
Da adulta mi abituai a pensare ai miei zii come a una coppia che aveva trovato un equilibrio tutto suo. Mi immaginai che lei, che aveva subito così tante perdite, si fosse appoggiata a lui, gigante buono, come ci si ripara da un acquazzone sotto una quercia secolare. Ma zia una sera trovò la quercia addormentata sopra le sue carte, provò a svegliarla. Provate voi a svegliare una quercia che si è addormentata.
Gli sopravvisse tanto a lungo. Di Elio, negli anni, sentii parlare sempre meno.
E intanto i fatti di famiglia divennero così lontani, avevo la mia vita da creare. Provavo quasi fastidio a tirarmi dietro le zavorre del passato altrui. Avrei voluto essere tabula rasa. Rasata forse, pure, rasta, o perfino punk, pur di segnare una distanza tra me e l’ambiente cristallizzato e borghese in cui si muoveva a proprio agio un’ascendenza che ai miei occhi di ragazza appariva vecchia, troppo codificata e avvolta in uno sgradevole odore di cane d’appartamento.
Iniziavo a circolare per Roma tutta da sola, o in compagnia di amiche e fidanzati. Città caotica, labirintica, sghemba, imperfetta, la subivo fino quasi al parossismo. Per me che non appartenevo a nessuno dei quartieri entro il Raccordo Anulare, era pressoché incomprensibile. Eppure era bellissima.
Oggi, io, Roma non l’ho ancora capita. Hai voglia a girarci sopra film di successo, non sarà un Sorrentino in più a farmela comprendere. E poi, a parer mio, peggiora sempre.
Ma è ora, e solo ora, che sorprendo me stessa ad agganciarmi con le unghie e con i denti a tutto ciò che possa difenderla in qualsiasi modo. Provo a trovare ogni plausibile rovescio di questa ammaccatissima medaglia millenaria. Qualcosa a cui aggrapparmi per sperare ancora che risorga, in fondo io ci vivo.
E in edicola, trovandomi davanti “La bellezza di Roma”, titolo e copertina (con panama bianco su sfondo rosso porpora) della Mondadori che, anche per un legame riconosciuto ufficialmente tra Sorrentino e La Capria, strizza l’occhio al trend topic del momento, non ho esitato a prenderlo. Un libro di cui avevo anche già letto due dei sei veloci testi di cui si compone.

Non lo leggo ma lo bevo, io, La Capria. Della Roma degli anni cinquanta, intervistato, dice:
“Gli intellettuali di allora, Moravia, Brancati, lo stesso Flaiano, che scrivevano romanzi, articoli, saggi, facevano sceneggiature cinematografiche e lavoravano per il teatro. C’era come una irradiazione delle proprie capacità: era veramente bello vivere in quel periodo a Roma. Io, francamente, non potevo trovare un luogo migliore, con tutte le ambizioni che avevo, con tutti i sogni che ogni giovane si porta appresso.”
“…il mondo di cui parlo io si incontrava nei ristoranti, nei caffè, viveva all’aperto… si andava a vedere un film, poi dopo se ne discuteva nei caffè… era un società, la nostra, un po’ alla buona ma colta, con intorno una borghesia un po’ sgangherata…”
“Tra quelli del “Mondo” conoscevo Ennio Flaiano, Sandro De Feo, Giovanni Russo, Paolo Milano, oltre, naturalmente Rossi . Flaiano aveva uno spirito molto ironico e corrosivo. Apparteneva allo stesso filone culturale di Brancati, Longanesi, Maccari. Quel suo humor, quel modo di vedere Roma e poi l’Italia e i difetti degli italiani, nasceva da un certo tipo di intellettuale laico che gli era preesistito. Anche Sandro De Feo, Elio Talarico, Ercole Patti erano del giro. […] Poi c’era Moravia, naturalmente, con Elsa Morante e tutto il gruppo intorno a lui: Pasolini, Bertolucci, Bassani, Garboli, Siciliano, Soldati…”

dedalo e fuga
Elio Talarico. Zio Elio. Baudelaire, la balalaika, la quercia che si è abbattuta sulle sudate carte, quella notizia che disturbò il gioco delle costruzioni. Sapevo che scriveva per i giornali e il teatro, ma non molto di più. Mi sono venute le lacrime agli occhi, riconoscendo il suo nome familiare tra tutti quei giganti, mica per altro, è stato come ritrovarlo vivo e vegeto seduto a un tavolino di Via Veneto.
Percorro spesso la Via della Dolce Vita. È ancora un luogo magnetico, ma è evidente che vi allignino in prevalenza parvenu e papponi.

La strada per ritrovare Roma è ancora lunga, ma oggi mi accontento di aver trovato almeno traccia di mio zio. Peccato non potergli più dire: Sono orgogliosa di te.

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Ennio Flaiano, Un Marziano a Roma (episodio 8 di 9). Nelle prime battute viene citato Elio Talarico.

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Ascolta. Riferisci. Emoziona. Stati di grazia.

16 marzo 2014

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OrecchioDavide Orecchio e Paolo Di Paolo

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La fissazione per il passato e il libro, pugno di fogli con una copertina che nasconde un fossile nella filigrana delle pagine. Il fossile è una conchiglia di appena sessant’anni fa, perfettamente mummificata. Nella sua conformazione a spirale, riemerge e graffia l’ascoltatore professionista, che non s’aspetta e soffre:

Le aspettative deluse, la sopraffazione di chi non può ribellarsi, la quotidianità come eterna lotta, o come eterna lotta per la vita. Oppure, ancora, l’orrore, tollerabile soltanto a prezzo dell’indifferenza e di un’amnesia che si ritorce contro.

La morte.

Subita. Volontaria. La morte che accade e basta (e se non è fatto compiuto oggi, ha per ciascuno una data stabilita, sia pure nel futuro, nel “Piccolo glossario” in calce al romanzo).

La rinascita dei sopravvissuti. Sempre imperfetta, qualunque sia la distanza tra i luoghi, tra i tempi, tra le scelte di vita a volte diametralmente opposte in uno stesso individuo.

Il viscerale (slegato dal genere, ma cosa dire dei personaggi femminili? Sono veri quanto lo sarebbero se fossero stati ritratti da una scrittrice).

Il poco che sazia chi sappia accontentarsi. L’inquietudine che spazza via quel poco.

Le ferite che storpiano il corpo. Le ferite nell’anima, che non si rimargineranno mai.

La solidarietà. La solitudine.

L’ascoltatore di professione riesuma il progetto involontario, soffia via la polvere e si stupisce di ciò che vi ritrova sotto: schiere spiraliformi che formano gli elenchi di persone, di qualità che definiscono persone, le elencazioni di poeti, di soprusi, di giorni e notti di lavoro e lotta sotto un firmamento a rotazione siciliano, argentino, romano, e infine, per l’ultima volta, siciliano.

L’ascoltatore di professione vibra con la penna-seppia in pugno e il racconto del sopravvissuto trova sfogo nell’inchiostro gettato su pagine che oscureranno la vista del lettore.

Sono altre biografie infedeli, quelle più vive e vere, che idratano i tessuti disseccati dei non più vivi e di quelli dei non ancora morti, e rendono giustizia ai più che trainano la vera Storia.

Ho letto questo libro in metropolitana, in autobus, a tavola, in un giardino pubblico. Immersa nel rumore e in assoluto silenzio. Qualcosa, leggendo Stati di grazia, prende a vibrare dentro  e lo fa sempre più forte. Ho dovuto interrompermi spesso, quando l’umanità di vite che potevano includere la mia è emersa, sempre, dalle vittime e pure dai carnefici, e la vibrazione è giunta in prossimità di scuotere anche il fisico.

Ho dovuto impegnarmi, richiuse le pagine, a riprendere il controllo.

Alcuni passi scelti da Paolo Di Paolo, moderatore durante la presentazione a Libri Come, ieri sera, hanno causato nel pubblico improvvise perdite di controllo e conseguenti epidemie di impegno nel tornare alla realtà di una sala gremita, un tavolo, uno schermo, uno scrittore mite e una somma di pagine unite assieme da una copertina.

Stati di grazia è una conferma del  talento, della passione, dell’umiltà, della competenza e della sensibilità di un autore incapace di mentire o di violare l’intimità della prima persona singolare. Di uno storico e biografo e prima ancora di un uomo. Un testo che ha avuto in gestazione per dieci anni, durante i quali ha esercitato la sua qualità principale, l’ascolto (nomen omen, sì, e spero che ne sorrida).

Davide Orecchio ha superato la già eccellente prova di Città distrutte tessendo una storia straordinaria lungo un unico piano sequenza che mostra l’intreccio di vite, linguaggi, tempi, luoghi, fatti privati e grandi movimenti della Storia riferiti con uguale dignità.

È grande l’emozione nel finale, ma, a ritroso, lo è già nelle confessioni pudiche del biografo-autore, ritagliato in un cameo liminare.

«Preferirei dimenticare.»

«Questo non è possibile. » «Lo so.» «Allora ricordi?» «Sì, ricordo.» «E lo racconterai?» «Può darsi, ma non so a chi. Aspetta, forse ho una persona. Un ragazzo. Uno serio. Uno che ascolta. Lavora per me e a lui, in effetti, potrei raccontare che»

Ancora a ritroso. È emozione grande e stridente scoprirsi solidali con il servo e complice dei torturatori, patire i suoi stessi incubi pur vivendo vite totalmente differenti.

Ed emozionano le storie di bambini, quelle di donne dalla femminilità negata, l’eroismo degli ultimi, specchiarsi nel rassicurante ricorso alle ideologie, ripassare con le unghie sopra le cicatrici dei dolorosi dubbi di riflusso.

Emoziona la lingua, propria di ciascun personaggio, cesellata per questo, ma mai d’intralcio alla lettura. Che fa fremere il colore della narrazione come la velatura oro stesa sulle tele cinquecentesche, o la veridicità iperreale delle stampe ottenute da diapositive.

Una lingua che crea ologrammi multidimensionali, la vera firma di Davide Orecchio su questo testo che non mi riesce di definire meno che capolavoro.

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Davide Orecchio, “Stati di grazia” – Ed. Il Saggiatore, 2014

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Città raccontate: Roma n. 9 – Traffico e biciclette (su Cartaresistente)

25 febbraio 2014

 

Centinaia di ciclabili quasi mai collegate tra loro, itinerari che non prevedono il Centro, se non per tratti limitati, corsie preferenziali pericolose, bike sharing fantasma. La giunta comunale, in carica da quasi un anno, ancora stenta a gestire l’ordinaria amministrazione e appare improbabile che risolva il problema del traffico a breve, malgrado l’attitudine ciclistica esibita dal Sindaco in persona. 

Da ragazzina vivevo in un quartiere “verde” e le mie gambe si prolungavano in due ruote, e così è stato fino all’età della patente. Ho ripreso da due anni a girare in bicicletta per la Capitale. Non è facile, e adotto un compromesso: pedalo fino alla stazione più vicina, poi chiudo la bici a libretto, apro un libro e lo leggo in metropolitana. Quindi scendo, richiudo il libro a bicicletta, torno centauro e ancora pedalo fino a destinazione.
Non male, ma ormai di notte sogno solo ingarbugliati viaggi per treni e per stazioni, mentre una volta sognavo di volare.

Dialogo di un ciclista e di una passeggiatrice

Er Sindaco se sposta in bicicletta,
er traffico nun je va a puntino
(te credo, perché er nome suo è Marino,
fosse Roma, girava su ‘n Arfetta).

Emulo, ‘n tizio, un ber pischellino,
sulla Salaria ha detto a ‘na donnetta:
“Te porterebbe, ma si nun c’hai fretta,
in giro: a te la canna, a me er sellino.”

Quella gli ha fatto segno de scansasse,
-je stava a mannà all’aria la vetrina,
rischiava che nessuno se fermasse-:

“Senz’auto, dalla Cassia all’Ardeatina,
du’ rote servono solo a ‘mpuzzasse:
Rimorchia ’n Centro, ’n pizzo a ‘na panchina”.

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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