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Città raccontate: Roma n. 8 – La piena del Tevere (su Cartaresistente)

11 febbraio 2014

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Tevere

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L’acqua spalla li ponti. È il detto romanesco che definisce una situazione fattasi improvvisamente esplosiva, che porta gli eventi alla catastrofe, come un’ondata del fiume in piena travolge e distrugge i ponti.

– Mannaggia alla paletta, quello t’ha guardato, sta’ a vede’ mo’ che je succede!
– Piano, piano, che me mannate all’aria tutta la taverna!
– Fermi per carità… Gendarmi!
– A bella, lasciali sta’ li gendarmi. Si esco vivo da ‘sta scazzottata, te porto a sentì er profumo der ponentino ‘ndove che ce lo so soltanto io…
– Vigliacco!
– Stà zitto te, e valla a pija’ ner chicchero!

Il romano è come Rugantino, spesso micione ma pure litigioso, specie il trasteverino. Ma, per vicinanza geografica, questo carattere si estende agli abitanti di tutti i quartieri sorti sul biondo Tevere.
Il fiume dà e il fiume toglie, è evidente fin dalla sua fondazione, per chi abita a Roma. Fu il fiume ad appoggiare sulle sue sponde la leggendaria cesta con i gemelli che disputarono il duello mortale per decidere chi dei due avrebbe dato nome alla città e da allora non ha mai smesso di segnarne il destino.
Nel VII secolo, le cloache sotterranee costruite per la raccolta delle acque di bonifica delle zone palustri e acquitrinose formatesi nelle vallate tra i colli, avevano il difetto di sfociare direttamente nel Tevere, provocando frequenti rigurgiti e inondazioni a ogni sua piena.
Allora, in epoca repubblicana e imperiale, i romani perfezionarono il sistema in idraulico-igienico, integrandolo con quello degli acquedotti, e modificarono il bacino idrografico (spesso “agevolati” dalla natura) realizzando ad esempio, nel II sec., il canale di Fiumicino (su cui oggi sorge l’omonimo Comune, istituito nel 1992) o l’allargamento del letto del fiume, ad opera di Augusto. I detriti risultanti dai frequenti e spesso spaventosi incendi della Roma imperiale e barbarica consentirono l’elevazione delle zone a quota più bassa.
Ma l’equazione nubifragio = inondazione = pestilenza tornò ad accompagnare Roma per tutto il secondo millennio.
La balaustra di Ponte S. Angelo fu abbattuta dall’ondata di piena sia nell’ottobre 1530 che nel dicembre 1598, quando il livello idrometrico raggiunse i venti metri. In quell’occasione l’acqua inondò Piazza Navona fino a un’altezza di cinque metri e sommerse le colonne del Pantheon per sei.
La causa di queste inondazioni era essenzialmente umana, essendo venuta a mancare la figura del “curator alvei Tiberis et riparum”, istituita da Augusto, e venendo gravemente trascurata la gestione e manutenzione dell’alveo fluviale. Solo con papa Gregorio XIII Boncompagni venne intrapreso un utile processo di regolamentazione edilizia e urbanistica, dirigendo l’espansione della città ad est, verso i colli.
Dopo l’ultima grande inondazione del 29 dicembre 1870 si realizzarono, negli anni 1880 – 1890, i “muraglioni” attualmente a difesa degli argini e fu risolto il problema dei rigurgiti fognari con due grandi collettori paralleli al corso del fiume, con il compito di scaricarvi le acque reflue lontano dalla città, all’altezza dell’odierno Grande Raccordo Anulare.
Durante lo scorso secolo, Roma si è trasformata profondamente e hanno avuto corso numerosi mutamenti idrogeologici, più spesso ad opera dell’uomo. Ed è noto agli addetti ai lavori che sono tuttora probabili eventi di portata simili a quelli avvenuti negli anni 1870, 1900, 1915 e 1937,che arrecherebbero danni all’Isola Tiberina su cui sorge lo storico ospedale Fatebenefratelli, mentre parte della città verrebbe invasa dalle acque per il superamento della barriera di Ponte Milvio.
In un’eventualità del genere non verrebbero risparmiate nemmeno le stesse zone di Roma pesantemente danneggiata dalle piogge del gennaio scorso, come la periferia Sud e Fiumicino, sulle cui strade gli abitanti hanno ormai imparato a spostarsi a colpi di pagaia.
Esistono metodi sofisticatissimi in grado di prevedere, in base alle precipitazioni attese, l’eventualità di una piena del Tevere e il suo grado di pericolosità. Quello che manca è la prevenzione, la messa in sicurezza della città, senza la quale nessuna previsione potrà risultare vantaggiosa. Forse il ripristino del curator alvei Tiberis et riparum avrebbe qualche senso, in attesa di una gestione seria dell’enorme capitale d’Italia e dei problemi che la colpiscono in proporzione alla sua estensione.
Chissà cosa ne pensa il fiume millennario.

Er Tevere se ingrossa
e fa la voce grossa.
“So’ sudicio e inquinato…
Me tuffo ner passato
pe’ nun sentimme stretto
in questo cassonetto.”
Er Tevere se incazza,
e vòle ariva’ ‘n piazza.
“Ormai nun sento niente…
So’ solo e indifferente.
Lasciatemi affogare
e mori’ ner grande mare.”

Versi di Inumi Laconico, il nick di uno dei sette Poeti del Trullo“un coro che soffia e diffonde, da un piccolo pezzo di mondo chiamato Trullo, il vento poetico del MetroRomanticismo”. L’evoluzione poetica e tecnologica del graffitismo.

 

Le informazioni e i dati qui citati sono ripresi da:
Pio Bersani – Mauro Bencivenga (2001): “Le piene del Tevere a Roma dal V secolo a.C. all’anno 2000” – Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per i Servizi Tecnici Nazionali- Servizio Idrografico e Mareografico Nazionale.

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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French bashing con la messimpiega (o dei sogni e degli stereotipi)

11 gennaio 2014

Alain Delon

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Un momento mi sembrava un’idea innocente, il momento dopo no.

Mi chiedevo se fartela o non fartela, la domanda. E intanto parlavamo, due amici al tavolo di un bar all’aperto, masticavamo olive e patatine bevendo Coca (tu) e pomodoro condito (io).

Vive un gennaio caldo, Roma.

Con solo una maglietta di cotone sotto il cappottino aperto, ero perplessa per il tuo collo alto di lana spessa a coste che, fuori dal bomber di pelle nera, si andava a impigliare nella barbetta di pochi millimetri, sfumata sulla nuca fresca di taglio a spazzola.

Se mai leggerai queste righe, Johan, sappi che ti ho trovato elegantissimo e insieme così minimal, appena ritornato da Parigi, al nostro primo incontro.

Così francese, nel senso stereotipico del termine.

E che volevo chiederti di fotografarti, magari mentre ti accendevi una maledetta sigaretta dopo l’altra, per usare la tua immagine a corredo di questo post. Ma tentennavo: un momento mi pareva una richiesta da niente, un momento dopo un bieco sfruttamento di persona, una cosa fatta per assecondare un cliché.

No. Non io. O almeno non con te, che non te lo meriti affatto, pensavo.

Ho usato Alain Delon, spero che ti faccia piacere.

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E intanto conversavamo in lingua.

Lui, lo studente “ostaggio” di un interminabile corso di laurea della Sapienza, che per arrotondare dà lezioni di francese en plen air, mi faceva tradurre l’articolo “La chute de la France” (qui l’originale), nel quale veniva riportato per intero il pezzo pubblicato su Newsweek da una giornalista americana, Janine Di Giovanni. L’ennesima espressione di French Bashing, la moda di sparare a zero sulla Francia da parte degli anglosassoni. Perfino l’Huffington Post ne parla, signora mia.

La Di Giovanni, la curiosità me la sono tolta subito, in home page del proprio sito personale, si mostra perfettamente pettinata e sorridente in mezzo alla trincea, circondata di barbuti combattenti.

Né si smentisce quando, nel testo, infila perle come:

beaucoup de contribuables sont imposés à plus de 70 %

frase che denuncia il fatto che la signora, nella Ville Lumière, frequenti solo bella gente.

O come la diceria che la Francia si stia svuotando dei suoi migliori elementi (chefs d’entreprises, innovateurs, esprits créatifs, cadres supérieurs -!-) a causa del governo socialista e dell’eccessiva mollezza indotta nei cittadini dalle troppe garanzie offerte ai lavoratori.

O che i francesi manchino del tutto di talento per l’imprenditoria, senza accorgersi di usare il termine entrepreneur come fosse di origine anglosassone:

Pour un pays historiquement riche, c’est une tragédie. Le problème des Français, comme on dit, c’est qu’ils n’ont pas de mot pour entrepreneur [la journaliste reprend ici une citation prêtée à l’ancien président américain George W. Bush]. Où est le Richard Branson français ? Et le Bill Gates français?

Per non parlare della bufala del latte venduto a sei euro al litro, su cui si è scatenata la satira francese .

Sono andata avanti un bel po’, in quella traduzione fonte di stupore e ilarità.

Dal canto mio, per equilibrare, ho portato un articolo dal sapore esterofilo, “Parigi in pillole: i bambini francesi, indipendenza precoce o abbandono di minore?”, appena comparso sul blog Tagli, che Johan ha letto scuotendo la testa e assicurandomi che in Francia i bambini invece sono tenuti in palmo di mano (vabbé, forse non ha centrato il vero punto della questione, ossia l’annosa critica allo stereotipo della mamma italiana, portata avanti a colpi di sviolinate alle mamme altrui).

Due visioni, ugualmente di parte ma contrapposte, sullo stesso paese, che però si scontrano sui confini di posizioni consolidate, valutando il bene e il male secondo i parametri consueti, cambiando semplicemente di segno alle fazioni. Ce la si racconta, calcando la mano su alcuni aspetti a discapito di altri, pur di non affrontare la cruda verità.

Una modalità ben riassunta, secondo un ex blogger della prim’ora, una mia recente conoscenza, dall’uso strumentale di certi fumetti: Sturmtruppen ha svolto una funzione consolatoria [ben magra consolazione] dei danni causati dai tedeschi nel secondo conflitto mondiale, mentre Asterix lenisce l’umiliazione della conquista romana della Gallia (“e i francesi ci rispettano, che le palle ancora gli girano…”).

Ma c’è del nuovo, in Francia e altrove. Qualcosa che fa davvero presa sulla gente e sta minando, in certi casi, perfino la credibilità di evidenze storicamente accertate. Un modo nuovo di raccontare il mondo che non indigna, ma anzi, dà sollievo. Che riempie i polmoni d’aria pronta a esplodere in una risata liberatoria.

C’è la lezione di Dieudonné che rende accettabile ai francesi il superamento dei limiti tramite battute e gesti dissacratori, con evidente allineamento alla scuola italiana, quella del giullare arruffapopolo, istituzionalizzato Berlusconi, consacrato da Grillo, a cui strizza l’occhio Renzi.

Quanto a me, finita la lezione con Johan, mi sono messa a pensare.

La costante ricerca del vero nascosto dietro le apparenze serve a mettersi al riparo da errori di valutazione e raggiri. Ma, allo stesso tempo, ho paura delle sue estremizzazioni. Paura che tolgano dignità e forza ai miei sogni.

Se c’è una Parigi che inseguo da sempre, è quella che mi hanno mostrato i poeti, i cineasti e i cantautori. A lei non rinuncio, come non rinuncio alle mie lezioni di francese che mi ci portano molto, molto vicino.

Malgré la France, e malgrado, o meglio, forse proprio perché, sia consapevole di essere io stessa fatta della stessa materia di cui son fatti i sogni.

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Zaz – Ton Rêve

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Rarecopie

21 dicembre 2013
5 Rarecopie 5

5 (rare) copie di Rarestorie

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Non sono brava a lodarmi e poi ho paura di imbrodarmi (coi proverbi invece ci vado a nozze), meglio limitarmi a dire che volendo potete leggere un mio racconto, incluso nel volume Rarestorie, esito di un concorso lanciato in primavera dal DUDE Magazine. A proposito, leggetela, è una rivista niente male.

Giovedì sera ero alla premiazione “Effetto-Oscar” dei primi tre classificati (tra i quali non c’ero io ma meglio così, mi sono risparmiata il reading), finita a tarallucci, vino e sonetti romaneschi declamati da Nino Rucola, loro autore nonché curatore della Posta del cuore di Dude (in foto in versione Subcomandante Marcos).

Hei Dude!

Serata Hey Dude! presso la libreria Scripta Manent a Roma

 

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[Se vi piace il gusto romanesco, vogliate gradire l’assaggio di qualche sonetto di Nino Rucola raccolto durante la serata:

La teoria della sciampista

La sfinge

Confessioni di un palazzinaro ]

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Non sono brava a lodarmi e allora in questo post voglio solo ringraziare la redazione di Dude, tutta composta da pischelli (belli. bravi. bravi. belli) che ha autoprodotto una rara edizione (tirata in sole 5 copie – una l’ho arraffata io… eh eh) delle Rarestorie uscite dal concorso.

Per democrazia però le ha anche caricate anche online. E dunque QUI si può leggere il mio racconto “Le mutazioni del tempo” mentre altrove nel sito, gli altri.

Buona lettura.

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In caso di necessità

18 dicembre 2013

 

 

 

Prendere treni. O guardare i treni che vanno e vengono, se non si può salire.Termini.

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Stefano, che lavora a Binario 95 ed è anche blogger, ha mandato in giro una richiesta urgente:

HELP!!! Conoscete o siete qualcuno che vuole SUONARE la sera di CAPODANNO (PER SOLO un’oretta e spicci intorno alle 18) in un centro d’accoglienza A termini davanti a circa 50 SENZA DIMORA? Sì, certo che PAGHIAMO, poco ma paghiamo….

A me ha detto, poi, che “alla fine a noi basta un disgraziato con la chitarra, un duo folk, roba semplice, …”

Se interessati, o conoscete qualcuno che possa essere interessato, mandate una riga a stefano.fr.salvi@gmail.com

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Il centro di accoglienza alla Stazione Termini gestito da Binario 95

 

Anche per svago ti rechi alla stazione. Dove c’è un centro commerciale. Passeggi e ti distrai.
Tutto che luccica. Fai per attraversare una porta a vetri e inciampi.
C’è un corpo lungo disteso. Il corpo di Polizia lo accerchia, ma non giocano a guardie e ladri.
Altri corpi, simili a quello per terra, sono nei paraggi, ai margini.  In piedi o seduti.
Hanno vestiti sudici, appaiono prostrati. E ti fissano.
E tu ti chiedi perché un momento prima avevi un passo così spedito e allegro. Che adesso non sai più se andare avanti o indietro.
Ti senti intruso in casa d’altri. La casa è la stazione dove uomini vanno e vengono da sempre, senza riconoscere l’umanità che a loro cede il passo.
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Tutti a casa

12 dicembre 2013

.Bimbo

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E quindi stamane sono entrata nel solito bar, stavolta senza le amiche, ero da sola (e il barman che dimostra trent’anni -però ne ha ventitre- per questo mi ha snobbato, perché non ero con le solite amiche, non perché fossi da sola, perché poi è entrata da sola una ragazza molto bella e lui non l’ha snobbata affatto, e il bicchier d’acqua col caffè l’ho chiesto all’altro suo collega, uno che a occhio croce dovrebbe navigare sui quaranta, ma forse ne ha di meno, di anni.

– È un problema d’età -, ho fatto tra me e me, – la sua.

Ma comunque.)

Sono entrata, non per abitudine, perché da sola io difficilmente ci entro, al bar, la mattina, quando vado di corsa perché sono in ritardo. Ci sono entrata perché sentivo freddo. O, più che freddo, un umido, che risaliva dalle caviglie su per le ginocchia, e mi serviva qualcosa di caldo che dall’alto calasse in giù a rinfrancare il tutto, incluse le caviglie e le ginocchia. Qualcosa come un caffè sarebbe stato sufficiente.

Entrando, al vento che mi accompagnava in una folata dalla porta aperta e richiusa, ho detto che oggi faceva un clima milanese. Tutto quell’umido, quel cielo grigio, quella cappa. Ma di più, quelle sonorità attutite, come per un coperchio gigante che spingesse sopra la grande pentola della Capitale.

Mossa sbagliata.

Il barman-romano-tipo non te lo fa passare l’accostamento di Roma con Milano. Sul finale del match ho raccolto la solidarietà del titolare che ha fatto, a mezza bocca:

– È un problema d’età, non ci scordiamo che ha solo ventitre anni.

Sono uscita che il cielo come al solito si apriva. Al solito per Roma. Non faccio in tempo a giurare che di certo pioverà, che il sole mi smentisce. E il caso opposto, ma meno di frequente.

Ho alzato la testa e l’ho notato, il po’ di azzurro che si apriva il varco, solo perché sentivo roteare pale di elicottero. Niente di strano, è la colonna sonora della città. La testa l’ho alzata giusto per verificare la zona dalla quale stare alla larga, in questi tempi di proteste e forche improvvisate.

Bisogna stare all’erta. E poi, tengo famiglia.

Proprio stamane, quando ho portato il pupo a scuola, ho trovato i bidelli tutti in ambasce. Si era perso O.

– Io vado a vedere alla fermata dell’autobus.

– Io resto davanti al cancello.

– Io guardo meglio dentro.

– Io cerco alle scuole medie.

Ho chiesto cos’era successo, come se non avessi sentito abbastanza. O. è un compagno di classe di mio figlio. Ha sei anni ed è di etnia Rom.

– Ha lasciato la sorellina nei guai e lui è sparito.

Abbiamo proseguito camminando fianco a fianco in silenzio, fino all’ingresso. Ho salutato il mio bambino stringendomelo addosso un po’ più del solito, chissà se se n’è accorto. E me ne sono andata, guardando se per caso ci fosse O. nei dintorni. Bella cosa, un bimbo di sei anni in giro da solo in questa città-incubo.

Subito dopo, dentro una metro piena, ha fatto il suo ingresso una zingara sui venticinque anni. Dico venticinque perché quando l’ho conosciuta, circa cinque anni fa, ne dimostrava una ventina, ma forse ne aveva già di più. Lo ostetriche dell’ospedale, ai tempi in cui le frequentavo, mi avevano raccontato che, impronta genetica a parte, i Rom in genere crescono poco perché piuttosto malnutriti nell’infanzia. Le mamme hanno poco latte perché malnutrite a loro volta. Come gli italiani che nascevano a cavallo delle due guerre, gracili e sottopeso per le carenze nutrizionali.

È entrata questa ragazza con la quale ricordo che cinque anni fa, tornando dalla mia maternità al lavoro, proprio attendendo la metro, avevo scambiato due parole affettuose. Allora teneva in braccio il suo neonato, lo cullava e gli sussurrava cose, piano piano, vicino alle piccole orecchie.

– Buon giorno signori e signorini…

Oggi ne aveva tra le braccia un altro, di neonato, e pareva stanca. Aveva appena iniziato la sua litania quando una signora bionda e stizzita ha fatto il gesto di aprire il portafogli, tirando fuori con rabbia delle monete, e dicendo:

– Io te lo do “un piccolo aiuto”, ma perché quel bambino dorme così pesantemente mentre tu gli strilli addosso? Gli hai dato del sonnifero, dì la verità!

– Sì, come no,- rispondeva lei, – Come anche tu dai del sonnifero ai tuoi figli.

– Io figli, vivaddio, non ne ho fatti, ma se ne avessi non li tratterei come tu tratti i tuoi!

Nel frattempo, in totale indipendenza dalla scena sopra descritta, si svolgeva il passaggio delle monete da una mano all’altra, conclusa la quale la ragazza si è fatta largo tra la folla, cercando spazi adatti a riprendere con calma la sua questua.

Io ero confusa. E arrabbiata. Avevo ancora in mente le facce pallide dei bidelli che cercavano O. Se fosse stata lei sua madre?

E mentre mi voltavo per non farmi riconoscere, come se in tutta Roma ci fossi solo io a far due chiacchiere una tantum con le zingare, una donnina sui sessanta mi lanciava segnali con gli occhi.

– Che roba, eh? – Le ho detto, convinta che deplorasse le insinuazioni della donatrice di elemosine. Ma ciò che ho ricevuto di rimando è stato:

– Dico io, non potrebbero dargli una pillola, a questi, per fargli fare meno figli? Questi qui sono pieni di soldi, e il Comune gli dà pure il posto dove vivere, se promettono di mandare i figli a scuola. Bisogna mandarli a casa tutti.

– Ma chi?

– Tutti.

Cercando di sviscerare il suo “Come”, l’ho persa. Voglio accennare, giusto per inquadrare meglio la mia interlocutrice, che ci ha tenuto a farmi sapere che lei non è assolutamente di sinistra. Ma che è andata a votare Renzi alle primarie, perché sembra promettere bene, come i forconi che oggi riempiono le piazze, che a lei stanno tanto simpatici. E che solo un anno fa, per lo stesso motivo, aveva votato Grillo, ma ora le sembra che si sia rammollito.

Fuori, più tardi, di nuovo sotto il cielo che sembrava grigio, ma che invece tramava all’ombra delle nuvole per aprirsi alla chetichella, con quel suo classico modo romano e noncurante, sono entrata nel solito bar, e poi ne sono uscita. Ho alzato gli occhi cercando di capire dove stessero ronzando gli elicotteri della Polizia.

E ho visto il blu, inatteso.

Come le buone notizie alle quali non speravi più, come certi finali che intuivi dall’inizio che si sarebbero realizzati, ma che la trama che si stava svolgendo proprio non ti faceva credere possibili.

Sono andata a chiudermi nel posto di lavoro, chiedendomi se intanto O. l’avessero trovato. Augurandomi che perlomeno fosse tornato da solo a quella baracca che chiama la sua casa.

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L -4

8 dicembre 2013

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(Non sono tutti) mercanti in fiera

Gipi

Gipi a Più libri, più liberi

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Non una mostra, ma bensì una fiera

Era la belva incontrata stasera.

Mi sembrava inanimata,

Ma poi si è movimentata.

Tanto priva di argomenti poi non era.

 

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Un po’, adesso, lo capisco quel signore che cacciava i mercanti dal tempio. Troppo arrabbiato per me che, da ragazzina durante il Catechismo, mi chiedevo: Cosa gli avranno fatto di male quei poveretti che cercano solo di guadagnarsi la giornata?

Penso che il Palazzo dei Congressi di Adalberto Libera andrebbe visitato in punta di piedi e gustandone le ghiotte soluzioni architettoniche, a partire dai famosi corpi scala a rampe sfalsate, alle belle e ingegnose facciate in acciaio e vetro, al disegno dei marmi sulle pareti verticali, alla emozionante scansione dei volumi che porta sempre in su lo sguardo, …eccetera. Così, per dire che io ci sono affezionata, e non sarà la prima volta che lo scrivo.

Per questo ogni volta non lo mando giù lo spettacolo di quella disordinata massa di persone e libri, gli uni agitati, gli altri precariamente collocati, tutti insieme stipati in piccole cellette d’alveare. Dove, dietro banchetti più miseri di quelli di un mercato, editori di varia caratura sembrano star lì per adescare potenziali compratori del pescato del giorno, più che per promuovere cultura.

Ma poi ci sono le conferenze, le presentazioni, la parte più interessante, quella per cui mi affaccio ogni anno alla Fiera del libro di Roma, Più libri, più liberi, fingendo con me stessa di non ricordare dove mi trovo.

E stavolta, ancora, sono stata ripagata. Oggi ho incontrato Gipi, su segnalazione di Barney Panofsky, che ringrazio anche qui, perché sentir parlare e poi dialogare con colui che viene definito il più valente epigono di Paz, ma oggettivamente definibile come sommo poeta del fumetto italico,  è stata un’esperienza molto bella.

E poi, quasi in chiusura d’anno, ho potuto tener fede ad uno dei miei propositi per il 2013, saltare al collo a un adorabile Raffaele La Capria, intervenuto alla diretta su Radio3 di Fahrenheit.

La Capria

Insomma, poveri mercanti, pardon, editori, io non me la sono sentita di cacciarli per la profanazione del tempio di Libera. Fuori pioveva, chissà quanto erano stanchi, mentre io avevo il libro di Gipi sotto braccio, un mucchio di parole in testa, un’euforia che non avevo appena entrata, e un’idea geniale per il post di questa sera.

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Gipi – Un’idea geniale

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Segnalazioni

4 dicembre 2013

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baci a buon mercato

Baci a buon mercato, costano quanto un biglietto Metrebus.

#1

Tutto a 1 euro e 50 (o quasi)

La prima mail che ho ricevuto stamattina conteneva questa frase: “complimenti, caro narratore. Non vediamo l’ora di conoscerti di persona e sollevarci il cappello al tuo cospetto in segno di riguardo.”

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Giorni venduti a saldo dai negozianti intenti a svendere la merce, come  dai PD con quelle belle facce, dai materani che svendono i sassi -prima di perderli nel Final bradisisma, stavolta assicurano almeno senza la regia di Gibson-.

Alla faccia della crisi, si muove invece in totale controtendenza la giuria del Rarestorie contest indetto da Dudemagazine, che ha ritenuto di includere nella rosa dei selezionati per la pubblicazione anche un mio racconto, e che realizza l’antologia in un’edizione limitatissima di sole cinque copie –immagino vendute a caro prezzo-, con premiazione effetto-Oscar dei primi tre classificati il 19 dicembre dalle 19 presso la libreria Scripta Manent in via Pietro Fedele 54, Roma, durante la serata Hey, Dude!

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Come minimo dovremmo essere in dieci, gli autori dei racconti:

Senza Titolo di Giulia Caminito

Metabasi di Riccardo Bartali

Morire è non essere visti di Gemma Salvadori

Troppo sensibile di Antonio Romano

Le mutazioni del tempo di Francesca Perinelli

Uno strano feticismo di Giorgia Lorenzini

La canzone di Berryblue di Serena Rossi

Solo una torta di Alessandro Lanferdini

Massacri Moderni di Sandro Limaj

Sora nostra morte corporale di Luca Dante Ortolani

Se qualcuno di voi fosse intenzionato a passare, me lo faccia sapere.

(Hai ragione caro, con me sempre robbetta de classe. Sono indecisa tra l’abito rosso con le spalline di strass Swarovsky o il tubino nero, vista l’ora da cocktail).

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#2

Dare spazio al lavoro – Un evento LIB21

Terzo incontro – 5 dicembre 2013, del trittico “Fare con poco”

Promosso da LIB21 e da NexT – Nuova economia X tutti, grazie al supporto della Consulta Professione Iunior dell’Ordine degli Architetti di Roma dedicato a una riflessione sugli spazi ‘vuoti’ della città considerando le esperienze in atto di riuso di alcuni di questi luoghi in un confronto con le amministrazioni a cui spetta il governo del territorio.

La tavola rotonda coordinata da Lapo Berti e Rossella Aprea, si terrà Giovedì 5 Dicembre dalle ore 17.30 alla Casa dell’Architettura piazza Manfredo Fanti, 47. Parteciperanno: Francesco Raparelli (Officine Zero); Laura Calderoni (OpenCity); Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli (Quinto Stato); Fabio Massi(ACTA); Valentino Bobbio (NexT); Paolo Deganello (LIB21); Aldo Bonomi (sociologo, AASTER).

I lavori saranno conclusi dal Vicepresidente della Regione Lazio Massimiliano Smeriglio.

Altre info su:

https://www.facebook.com/OzOfficineZeta

http://www.actainrete.it/

http://www.ilquintostato.org/

http://www.openhouseroma.org/2013/

https://www.facebook.com/lib.ventuno

Sarah Palermo, ufficio stampa di LIB21:

http://sarahpalermocurator.wordpress.com/

Se anche tu hai voglia di partecipare, di far sentire la tua voce, di condividere il dibattito e le riflessioni che ne nasceranno, vieni alla casa dell’Architettura a partire dal 28 Ottobre 2013, oppure manda una mail alla redazione lib21mail@gmail.com o segui l’evento su Facebook “Fare con poco”

FARE CON POCO, il volantino

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Tre, se includiamo i sogni

17 novembre 2013

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È venerdì sera e queste righe prendono forma sotto la luce gialla di un lampione.

Sto aspettando un autobus e piove. Non molto, appena quel che basta perché debba reggere in qualche modo l’ombrello (non vorrei bagnare la carta su cui scrivo) con lo stesso braccio che tiene aperto il mio blocchetto degli appunti.

Sul bus forse riuscirò a sedermi ma, finché sarà arrivato, la maggior parte delle parole saranno già scese alla chetichella dal cervello per andare a disperdersi in strada, mischiate alle pozzanghere e ai ruscelli di fango, cicche e foglie che si ingrossano in prossimità dei tombini otturati. In quei frangenti, nello scompiglio creato dalle gocce che per farsi strada spintoneranno termini estranei e a loro incomprensibili, voleranno di certo paroloni.

Ricadranno giù, confondendosi tra gli spruzzi delle automobili che passano. Qualcuno forse mi ritornerà aggrappato addosso. Ma sarà incattivito, e pur avendolo a disposizione con me nella minor scomodità dell’autobus, non potrò utilizzarlo. Non stasera che ho voglia di parlare di una storia lieve. Oggi che inseguo il tocco del fiocco di neve sulla spalla di chi la leggerà, non certo la stoccata della grandine.

Dunque adesso scrivo in fretta per necessità, sperando di riuscire a riconoscere, poi, davanti alla tastiera, il senso originale del tappeto di graffi neri e storti che ho steso sulla pagina.

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Oggi mi ero svegliata con la testa vuota e lo stomaco piuttosto chiuso. Sul pavimento della cucina, mentre facevo attenzione a non versare la polvere fuori dalla caffettiera, sono comparsi in un angolo del mio campo visivo gli alluci ammiccanti di Serena. Mi si sono involontariamente allargate le narici, ma le ho rimesse a posto. Mia figlia sa che non deve andare in giro per casa a piedi nudi ma, lo riconosco, non è nemmeno inverno, e lei è refrattaria – col sorriso -, a qualsiasi imposizione. Come me.

Ho registrato il fatto e non le ho detto nulla. Mi ha chiesto Come va? E non Cos’hai sognato? Come fa di solito. Le ho risposto:

– Grazie, bene. Ma ho un senso di nonna.

– Un… che?

– Devo aver sognato mia nonna. Un sogno bello, ma triste. Vediamo, forse riesco a ricordarlo.

Ho accostato il cucchiaino alla punta del naso e arricciato le labbra, mentre portavo lo sguardo verso l’alto (ma quante ragnatele. Lo sguardo è ridisceso per pudore).

– Ero in un corridoio, al termine di un sogno precedente, io stavo andando, boh… via. Nonna mi è venuta incontro con la sua vestaglietta da casa, tendendomi le braccia. Piangeva, voleva dirmi addio. Guarda, – faccio rivolta al volto impassibile di mia figlia, come se le importasse, – che lei non era una che piangeva facilmente. L’ho vista farlo, e sempre senza lacrime, solo due volte…

Serena era rimasta ferma sulla porta della cucina, in silenzio. Sembrava ancora addormentata, ma i suoi silenzi sono sempre preludi a raffiche di domande, non sempre pertinenti. Si era già fatta l’ora di mettere il turbo, precipitarsi in fretta e furia fuori, al lavoro e a scuola. L’ho liquidata in corsa, le ho detto che ci saremmo riaggiornate. Chissà se mi ricordo, ho pensato. Non riesco più a tenere facilmente uniti i pezzi di memoria.

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– Quant’è piccolo il mondo. Ah! Ah!

Laura aveva ripreso il filo del discorso iniziato solo nella sua testa, proprio mentre attraversavamo insieme l’incrocio con il semaforo che diventava rosso. Fa sempre così, Laura: Attraversa col rosso e ti mette all’improvviso in mezzo alle conversazioni tra sé e sé. A volte fa le due cose anche contemporaneamente e mi fa saltare il sistema simpatico. Che in mezzo alla strada non è il massimo.

In genere l’afferro per la giacca, se d’inverno, dal gomito d’estate, e la tiro bruscamente indietro. Appena in tempo perché una macchina non la tiri sotto.

Ma, se mi sfugge, miracolosamente sfugge anche alla macchina. E sono io che, nell’indecisione tra il lanciarmi in fuga o fare un passo indietro, mi becco la frenata, il clacson, e tutti gli improperi dell’autista.

– Allora, questo… mondo, perché mai ora si sarebbe fatto così piccolo?

Ho domandato, deglutendo fiele, appena salita sopra l’altro marciapiede, e ritrovata Laura in un’attesa tranquilla e divertita.

– Ah! Ah! No, è che l’altra mattina sono andata al funerale del cugino di mio padre, aveva ottantatré anni, poveretto, non è venuta molta gente, però, indovina? Ci ho incontrato una mia cara amica! Le ho chiesto che ci faceva lì e lei mi ha spiegato che il suo, di padre, ma da giovane eh, aveva lavorato per un lungo periodo con un cognato del vicino di casa della sorella del morto, cioè della cugina di mio padre. Renditi conto. È davvero piccolo il mondo, eh?

Io l’ho guardata gelida.

– Non è piccolo il mondo. È solo che vivete entrambe a Roma e ci sono discrete probabilità che prima o poi, per caso, vi incontriate.

Il sorriso di Laura, amica e collega di lungo corso, sostegno dei miei momenti bui, è crollato. Mi stavo per ammazzare grazie a lei, è vero, ma mi sono pentita quasi subito di averle risposto male.

Il senso di nonna in lacrime manteneva ancora la mia testa vuota e, fino a quel momento, sebbene stessimo andando a rifornirci per il pranzo, avevo la sensazione che lo stomaco fosse decisamente chiuso.

Davanti alla commessa in camice e cuffietta bianca, mentre decidevamo quale tipo di pane farci tagliare in due, e quale bontà inserirci poi all’interno, impregnate fino al midollo dei profumi di forno e di salumeria, la situazione si ribaltò improvvisamente.

Pensai ad alta voce:

– Che fame. Vorrei mangiare subito qualcosa.

Che caso. Da una porticina si materializzò un altro commesso con un vassoio ricolmo di tranci di pizza calda, farcita variamente.

– Prego, volete favorire? Assaggiate, assaggiate, e naturalmente fateci sapere che cosa ne pensate.

– Bha gnf-ert-ho… – Ho bofonchiato a guance piene, tirando a fatica fuori dalla bocca le dita che erano rimaste incastrate.

– …Glomp. Molto saporita e ben condita. La pasta mi è sembrata un po’ troppo sottile. Mi faccia prendere un altro assaggio, così le so dire meglio.

Di nuovo in strada, avevo acquistato un nuovo spirito e una nuova visione della vita.

– Ma guarda tu se queste sono coincidenze! – Ho esclamato, sorridendo radiosa all’indirizzo dell’Universo intero.

Laura si è limitata a guardarmi strano e non mi ha detto nulla.

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Mancava sì e no un’oretta all’uscita dall’ufficio. Avevo gli occhi in fiamme per aver fissato troppo il monitor. Per legge, l’azienda mi deve concedere una pausa ogni tot ore. Prima di alzarmi per sgranchire vista e gambe ho abbassato le finestre (quelle dei programmi aperti nel computer) e sollevato il cellulare, così, tanto per dare un’occhiata a cosa combinava il circondario web. In quel preciso istante, il display mostrava una chiamata in arrivo da Ariel.

– Dico, come ti viene in mente di chiamarmi per telefono, sei pazzo?

– …Eh?

Non lo so da quanto tempo non ci sentivamo. Due anni? So che nel frattempo a lui è nata una seconda figlia e io ho pubblicato un libro – dopo quella fatica, non sono più riuscita a scrivere niente -. “Sentirsi”, poi, è un concetto esagerato. Avevamo scambiato due chiacchiere superficiali ai giardinetti, tenendo d’occhio i giochi dei bambini durante un incontro casuale, a sua volta avvenuto dopo parecchio tempo dall’ultima volta, forse meno di sette o otto anni, ma insomma.

Così nella vita si finisce per rincontrarsi sempre. O forse davvero il mondo è più piccolo di una città grande come Roma.

– Ah, ho capito. Di questi tempi la gente comunica soltanto virtualmente, e quindi è strano ricevere una telefonata.

A me, escluse quelle dei familiari e le telefonate di lavoro, ormai non mi telefona più nessuno. Se guardo la cronologia delle chiamate, vedo che passa anche una settimana tra una chiamata e un’altra. L’ultima volta che ho chiesto a un uomo con cui stavo chattando “Ma non possiamo sentirci per telefono, così ci intendiamo meglio?” mi sono vista rispondere “Non capisco cosa avresti da dirmi a voce che tu non possa dirmi in chat”. Per quanto il mondo possa rimpicciolirsi, non credo che lo sentirò mai più.

Mentre Ariel, che nemmeno si era fatto vivo quando l’ho informato via fb dell’uscita del mio libro “Cosa c’è di vero nelle mele in un mondo senza tentazioni (a detta degli angeli)”, mi ha stupita dicendo solo di aver desiderato di chiamarmi fin da quel giorno.

Per parlare. Parlare, capito? Una cosa d’altri tempi. Ne fui tanto contenta che alzai la voce di proposito, lanciando sguardi a Laura, di sottecchi, per vedere se fosse interessata alla mia novità.

Col mio ex ragazzo dell’università, attraverso un contrappunto di timbri e toni delle voci, siamo saltati di palo in frasca più veloci di qualsiasi digitazione, scambiato il senso di un affetto che non passa, e tutto senza uso di emoticon.

Perfino ricordato i nonni.

Il suo, che mi ha accolto alla sua tavola per pranzo ogni giorno per diversi anni, trattandomi come se fossi sua nipote e che, da morto, mi ha avuta tra quelli che piangevano sinceramente al suo funerale.

La mia, di nonna, beh, chi se la scorda? Ai miei ragazzi il suo spirito libero è sempre piaciuto. A lei qualche ragazzo è stato più caro di altri.

Nel tempo di una telefonata, abbiamo rimesso in squadro il puzzle di lavori, amici, famiglie, fatti belli e meno belli accaduti in tanti anni.

– C’è una sola cosa che non riesco a fare e mi dispiace proprio. Suonare.

– Da quanto tempo?

– Mah, suonerò sì e no un paio d’ore… al mese.

– Al mese?! – Ma, per cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno ho aggiunto:

– L’importante è tenere le dita allenate.

– Ah! Per quello non c’è problema, ci do giù di p***e!

– Ti sei dato al flauto, insomma.

Ariel, di norma, suona quel buffo strumento che portò con sé in vacanza un’estate a casa di mia nonna. La convivenza tra soggetti orgogliosi e capoccioni in misura uguale non era affatto scontata. Eppure in qualche maniera riuscì, e lasciò il segno, tanto che nonna – che proprio non era il tipo – di nuovo a Roma, un giorno che stavo rientrando dalla facoltà, mi venne incontro in corridoio tendendo verso di me le braccia, per raccontarmi un sogno della notte precedente:

– Avevo aperto la porta di una stanza completamente vuota, tutta azzurra, e seduto proprio al centro c’era quel tuo ragazzo, che suonava il suo buffo strumento, quello che somiglia a una chitarra…

– Si chiama basso, nonna.

– Eh, il comesichiama. Pensa che nel sogno seguivo chiaramente tutta la melodia.

Un sogno corredato di suoni e di colori, nientemeno. Come quello che avevo fatto io la notte scorsa.

Chiusa la telefonata, ho fatto un fischio a Laura. Lei si è girata con un’espressione ambigua.

Le ho raccontato di quelle strane coincidenze ma mi ha freddato dicendo:

– Guarda: è solo che vivete entrambi a Roma.

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Vagone della Linea B, ancora troppo pieno alle otto di sera. Appena si liberava un posto, qualcuno me lo soffiava subito da sotto il naso, atterrando in volo con una culata sul sedile. Ma ero presa da altro. Cercavo di scaricare un brano da Youtube, e mentre armeggiavo con il cellulare che si bloccava sempre, arrivavamo alla stazione di Piramide.

La metro se la prendeva comoda. Poteva darsi che il conducente fosse sceso a far pipì, o stesse aspettando uno che venisse a dargli il cambio. O dovesse prendere tempo e rallentare, per la troppa vicinanza con la corsa che precedeva. Una volta, non molto tempo fa, un treno ne ha tamponato un altro. Da quello che si è visto in televisione, non dev’essere stato molto molto divertente.

Ma non è quasi mai il caso di agitarsi, in qualche modo a Roma ce la si fa sempre, purché non venga a piovere, allora lo scenario rischia di diventare apocalittico.

Neanche gli altri passeggeri sbuffavano, sembrava che non importasse neanche a loro di far tardi, ciascuno perso nei propri pensieri o preso da qualche provvidenziale distrazione. Come quei cinque ragazzini sui quattordici anni.

Uno era un piccoletto curatissimo, con un taglio di capelli rifilato su nuca e basette, occhiali dalla montatura importante, trench, sciarpetta. Neanche un pelo in faccia o sulle braccia. Un tipo intellettuale che forzava la voce mezza ottava più in basso di quanto gli consentisse la natura.

Era lui, incredibilmente, il maschio alfa. Accennava a qualcosa che si trovava sulla banchina, gli amici seguivano i suoi tronfi proclami, annuivano e ridevano. Creaturine.

Diceva:

– Più piano, sì, cammina più lentamente, che tanto qui nessuno cià fretta. E daje signo’, te stamo a ‘spettà tutti! E mòvi quelle gambe, nun è che se allunghi le mani arrivi prima ! Ah! Ah!

Ah! Ah! Gli facevano eco in coro gli amici, allo stronzetto.

Separati solo dalle loro stesse schiene, in abiti che ostentavano informalità, tre ragazzine stavano in silenzio ad ascoltarli. Sembravano più vecchie del primo gruppetto di appena un paio d’anni. Occhiate torve circolavano tra loro.

Intanto il treno aveva ripreso la sua corsa e il buio oltre i finestrini si stava chiazzando di tracce chiare di pioggia.

Lui, ancora quello con gli occhiali, aveva attaccato a parlare di musica, di basso elettrico, in particolare. (Viviamo a Roma, dunque prima o poi sentiremo inevitabilmente parlare di basso elettrico due volte nello stesso giorno. Tre, se includiamo i sogni.)

Cominciavo a intuire che fossero membri di un gruppo, e stessero tornando da un pomeriggio di prove per qualche concerto. La mia attenzione captò i sommessi dialoghi delle tre ragazze.

– Ho sentito bene?

– Oddio, il migliore bassista al mondo… quello dei Led Zeppelin! Ma dove siamo capitati? È pos-si-bi-le cambiare vagone?

Lei era l’indiscussa capo banda. Le altre si limitavano a ricamare attorno alle sue parole. Neanche un sorriso usciva fuori dal terzetto.

I maschi, un filo intimoriti, ripresero a vantarsi.

– Il più fico però è, come si chiama, il bassista dei Dream Theater…

Apperò.

Sterzarono sulla tecnica, ma qui ci fu uno scivolone. Uno chiese a quello con gli occhiali come facesse a suonare il pianoforte senza saper leggere la chiave di basso. Lui si prese del tempo per rispondere. Le donne intanto erano ammutolite, e per un po’ si riuscì a sentire di nuovo il rollio del mezzo sulle traversine.

– Guarda che nessuno suona leggendo contemporaneamente lo spartito.

Le tre sgranarono gli occhi. Lui se ne accorse e aggiustò il tiro:

– Voglio dire quasi nessuno… Insomma, uno prima si studia lo spartito e dopo suona.

– E magari segna la diteggiatura a matita sopra le note… – Gli chiusero la bocca le ragazze.

Stazione di Magliana, in galleria avrei perso il segnale. Avevo scaricato tre volte solo l’inizio del brano,  oltre non riuscivo proprio ad avanzare. Sul display era comparsa la scritta “Memoria insufficiente”. Ormai il vagone era quasi del tutto libero. A uno a uno si erano ritrovati seduti, a fronteggiarsi faccia a faccia, il gruppo dei ragazzi e quello delle ragazze.

Avevo trovato perfino io da sedere accanto al tipo con gli occhiali. Mi ero messa le cuffie, e fatta partire la canzone frammentata. Per qualche secondo non sentii altro che note. Ma vedevo bene il gioco di sguardi.

Scesero tutti i ragazzi ad uno ad uno, tranne il tipo con gli occhiali. Alla penultima stazione eravamo fuori io e due delle tre ragazze.

A percorrere l’ultimo tratto fino al capolinea erano rimasti solo i due capibanda. Lui, con i suoi occhiali messi per storto e lei con lo sciatusc che le pendeva dalla coda smosciata.

Stavano rigidi e zitti, sminuiti non solo nel volume azzerato della voce, ma anche in quello dello spazio che ora occupavano, come se il dissolversi del gruppo avesse amputato parte del loro corpo. Stretti infossati dentro le loro spalle, osservavano baluginare il proprio riflesso nel vetro appannato, giusto oltre la testa dell’imbarazzato dirimpettaio. Mi era presa una fitta all’altezza dello stomaco per loro.

Li ho osservati finché il vagone non è scomparso dalla vista, poi sono salita in strada ad aspettare l’autobus. Pioveva sì, ma piano, e l’Apocalisse sembrava ancora lontana.

Ho aperto l’ombrello. E preso il taccuino.

Avevo la testa piena di parole, e lo stomaco che si contorceva dolorosamente. Mi aveva afferrato all’improvviso una fame, una spaventosa fame di esistenza e di scrittura.

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“La città: un’opera collettiva”. A Roma il 13 novembre.

12 novembre 2013

Mercoledi` 13 Novembre 2013 ore 17.30

Peter Fischli e David Weiss, Pitagora si stupisce del suo teorema

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Accade domani a Roma. Una nuova iniziativa degli amici di LIB21:

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Condividere il progetto Il romanzo della citta`

Casa dell’Architettura, piazza Manfredo Fanti 47, Roma

Tavola rotonda con le letture della citta` dello scrittore Edoardo Albinati, del regista Amedeo Fago, della semiologa Isabella Pezzini, della giornalista RAI Rossana Livolsi

Presentazione di tre video sugli spazi urbani curati da Emma Tagliacollo, filmmaker Dominga Colonna per OZ Officine Zero, con interviste a:

Fabio Di Carlo e Monica Sgandurra su piazza San Silvestro Maria Margarita Segarra Lagunes e Valeria Sassanelli sul Tevere e Roma

Luca Zevi e Annalisa Metta su Villa Ada e la Coffee House

L’incontro sara` un’occasione di confronto per rileggere il romanzo della citta` condividendone il progetto.

Un nuovo appuntamento di LIB21 presso la Casa dell’Architettura a Roma.

Di più nell’articolo di Emma Tagliacollo su LIB21.

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Un Volo dagli anni ottanta fino a qui

23 ottobre 2013

Ieri Mondadori ha segnalato l’uscita dell’ultimo libro di Fabio Volo, e messo a disposizione un estratto del primo capitolo.

Finalmente anche Fabio Volo arriva a confrontarsi con l’Antonio Pascale di Questo è il paese con non amo, e con il Paolo Di Paolo di Dov’eravate tutti. Ovvero a sviscerare il tema dei trent’anni che hanno portato l’Italia a diventare com’è oggi.

Sarebbe un buon esercizio leggere i tre libri in successione e annotarne le differenze.

Ieri pomeriggio, intanto, la Capitale affrontava il quarto giorno di un’emergenza che non accenna a cessare. In questo momento elicotteri in volo ronzano e ronzano nel cielo di Roma.

#OccupyPortaPia 22 ottobre 2013 

 


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