Archive for the ‘Collaborazioni’ Category

I 7 re di Roma – Numa Pompilio (su Tratto d’unione)

15 novembre 2018

Non riconosco più Tevere il Flavio dalle fertili anse, né più gli alti profili dei colli, e le vallate estese, sopra le quali si intrecciavano, tra cinguettii ininterrotti, le traiettorie avicole. Quando, dal Palatino, scrutavo in basso la mia operosa gente, sorgeva dal silenzio solo il battere ritmato di fabbri e maniscalchi, alla mattina le grida del macellum, le voci del mercato e il rado passaggio delle ruote dei carri sopra i lastrici.

Questa. Sarebbe. Roma?

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“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

 

i 7 re di Roma – Romolo (su Tratto d’unione)

8 novembre 2018

Romolo era caduto sul polso sinistro. Non sentì subito dolore, era troppo stupefatto della buona riuscita dell’impresa.

Poi, ecco, all’improvviso, la fitta lancinante gli percorse il braccio fino a rintanarsi saldamente nella testa, dove prese a pulsare tanto forte da fratturare perfino i suoi pensieri.

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“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

 

I 7 re di Roma (Su Tratto d’unione)

1 novembre 2018

Illustrazione di Davide Lorenzon

 

ROmolo NUmapomPIlio TUllosTIlio AncoMArzio TarquinioPRIsco ServioTUllio TarquinioilsuPErbo assistevano da tempo ai fatti di Roma nello scorrere dei secoli, ghignando e tramando, comodamente assisi dall’alto di un confortevole Limbo. Quando Davide Lorenzon mi propose di ridar loro vita sul blog Cartaresistente (oggi non più attivo), si fregarono le mani.
Ma, io, che cosa ne sapevo dei Sette re di Roma? Mi misi ad indagare.

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Sono felice di annunciare che, con l’introduzione pubblicata oggi, ha inzio la collaborazione con il blog amico Tratto d’unione nell’ambito del progetto I magnifici 7, per il quale ho realizzato sette racconti dedicati ai mitici re di Roma, egregiamente illustrati dall’ottimo Davide Lorenzon CRT2, già compare di mille avventure e illustratore della serie I 7 sensi, in origine ospitata sulle pagine di Cartaresistente.

Un’impresa che, a rischio d’impopolaità (ma che sfida!), non mi sentivo di liquidare con una sequenza dei soliti brevi post, classicamente ammiccanti al fagocitatore medio di letture bloggheristiche. E che, quindi, mi ha letteralmente costretta a tornare sui libri di scuola e, subito dopo, a dimenticarli, impugnando di nuovo le armi della scrittura e dell’invenzione, per giungere fin qui.

Le vicende dei re di Roma si snodano come capitoli di un unico racconto lungo, dalla trama letteraria, a tratti condotto sul filo della riflessione intimistica, a tratti spudoratamente comico ed espresso, perdipiù, in un italiano fintamente arcaico.

A compendio del tutto Davide, che, per starmi dietro, avrebbe potuto benissimo semplificare nella direzione del fumetto, ha invece saputo elaborare immagini oniriche, suggestive, di qualità quasi olografica. A lui va il mio ringraziamento particolare per non aver desistito in circostanze tanto sfavorevoli! 😀

E a voi tutti do appuntamento alla lettura da giovedì prossimo, per sette settimane.

 

Dicotomia n. 39 – Capodanno: Ricominciare / Continuare

26 ottobre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 27 dicembre 2013

Sii sempre in guerra con i tuoi vizi, in pace con i tuoi vicini, e lascia che ogni nuovo anno ti trovi un uomo migliore. Benjamin Franklin, Almanacco del Povero Riccardo, 1732/58

Era dai tempi dei film in bianco e nero che non si vedeva tanto ciarpame giù in strada, a Capodanno. E le mie mani, erano quelle, a spingerlo verso il basso. Tanto per festeggiare, avevo accampato come scusa. E poi me n’ero andata, sbattendomi la porta dietro, via a battere i denti, fuori, all’aperto. E avevo camminato, era una via lunghissima e ignota, percorsa fino allo sfinimento. Finché ho chiuso gli occhi d’istinto davanti al sole nascente, a quella luce obliqua e nuda come me, seduta sui talloni in cima a un precipizio. Presa a guardare in alto per non cadere giù. Ma ho riaperto le palpebre ed ero ancora viva. Sotto, un tappeto di colori che si è disteso al vento dell’aurora, mi ha presa e trasportata in volo. Per la mia prima volta in cinemascope, trovarmi libera dai pesi mi ha aiutata. Carica di tutta l’empatia concessa da questa mia nuova condizione, sono venuta a cercarvi. Vi ho ritrovati tutti. Pochi quelli che avevano ripreso a girare solitari. I più di voi erano aggrovigliati a gruppi, molti dormivano, altri credevano di essere rimasti svegli dall’anno precedente. Ma nulla è uguale, nulla ritorna ad essere se stesso all’infinito. La pelle era intirizzita da un’aria che non sapevo riconoscere, in questa carrellata a campo molto lungo che ha abbracciato il mondo e l’ha lustrato, finché non è riapparso come nuovo. E hanno preso a crescere vertiginosamente unghie, capelli e denti. Hanno formato un nido impenetrabile da fuori, da dentro morbido e caldo. Tanto che mi ci sono accoccolata e sono caduta finalmente in un sonno immemore, cullata dalla certezza che l’oro attorno avrebbe continuato ad aumentare. Sognando gli orizzonti davanti a cui ricominciare.

Meglio il primo giorno del nuovo anno o l’ultimo giorno del vecchio? Al giorno 1 ritorniamo muti dopo la baldoria perché ancora una volta: non ci sarebbe nessun ultimo giorno da festeggiare. La vita non ricomincia in un momento “X” e avrebbe senso far baldoria per quello che sei stato, ma di solito a Capodanno si festeggia quello che non vuoi più essere.
Ma siamo degli inguaribili innamorati della festa che ha mille sinonimi e pochissimi contrari, organizzandoci in anticipo: con tanti e tutti amici (forse); pagando per un’atmosfera d’elite (ma quando mai mi ricapita); in Piazza al concertone (se ti piace, no comment!); all’estero che fa figo. Ovviamente con mutanda rossa e pazza che porta bene.
Mah, Capodanno, che quando pensi giustifica “un altro anno andato” pensi sempre che qualcosa di preordinato, qualcosa di grottesco e malignante… qualcosa ti ha rubato! Poi è fuggito e tu ora ritrovalo se ci riesci?!
Capodanno segna anche la fine dell’anno solare, un’occasione per dipingersi la faccia come al tempo in cui si credeva che la Terra fosse piatta e oggi come allora ha senso ballare riti ancestrali solo se credi che il vecchio se ne sia andato e il nuovo sarà migliore. Lo aspetti questo giorno perché sempre più spesso non hai più voglia di riannodare gli anni che passano e vorresti l’interruzione o il cambiamento immediato, dimenticando che la vita dovrebbe seguire una via lineare senza restringersi a percorso di montagna, ma aprirsi verso confini tutti da scoprire. Così fino alla fine.
Quindi quando qualcuno mi chiede: ma tu a Capodanno cosa Fai? Dove sei? Con chi stai? Non so mai cosa dire perché il cervello mi si spegne, ma rispondo comunque: sto da solo, perché non ho nodi da fare ne nodi da sciogliere! Ma nessuno mi capisce e come sempre vengo trascinato da qualche parte ad annoiarmi a morte.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 39
Illustrazione di Fabio Visintin

 

Dicotomia n. 38: Natale da piccoli / Natale da grandi

19 ottobre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 24 dicembre 2013

 

Non desidero una rosa a Natale più di quanto possa desiderar la neve a maggio: d’ogni cosa mi piace che maturi quand’è la sua stagione. William Shakespeare, Pene d’amor perdute, 1593/96

Lei ha solo quindici anni. Lo spolverio di luce dà un senso vago a ogni forma intorno, illumina le tende in movimento. Le guarda dal letto, immobile, dopo l’appendicite. Stordita, indolenzita, forse febbricitante, sfiorata sulle guance da correnti d’aria che il legno fa passare alle finestre. È brezza del mattino o è quella della sera? Nemmeno un suono arriva dalla strada, ma cigolano gli ultimi gradini della scala. Suo padre, a schiena curva nel vecchio palchettone, toglie al presepe la polvere di un anno. Cosa gli cada di mano e rotoli per terra non lo vede, però ne segue il suono tra le stanze. Tra resti di nastri, carte, e bigliettini mezzo compilati, il gatto salta e sfreccia, pazzo di un filo torto. Rincorre il fratellino che tiene l’altro capo. Irrompono in cucina ma la madre li scaccia, o non finirà la cena. È sera, forse. L’aroma che si spande, davvero sembra odore di Natale. Stretta a quella speranza, sprofonda in nuovi sogni. La sveglia un miagolio, la sfiora una carezza sulla guancia. Si alza piano, per non strappare i punti. Fissa quel figlio dagli occhi leggermente strabici, che chiama con schiocchi di labbra e lanci di vagiti. Stretta a quella certezza, si dona alla sua fame. Lo spolverio di luce si spande sopra le vecchie cose intorno, e le rianima. Oggi che ha già trent’anni sa qual è il nuovo senso di tutto. E dà la sua versione esatta del Natale.

Da grandi il Natale ha un altro aspetto, un altro senso se di sensi possiamo parlare. Può effettivamente perdere la dolcezza, la lucentezza e la sua poesia trasformarsi in una sorta di disagio costante che dura per tutto il tempo dei giorni di festa. Oppure, da grande sei per forza costretto a tornare bambino “ino ino” una sorta di regressione indotta o voluta perché altrimenti il tempo non passa, o passa male e tutto quel che riluccica a festa fai fatica a fartelo andar bene. Alla fine noi del Natale abbiamo solo ricordi, siamo costretti ad avere dei ricordi perché funziona da periodo in cui bene o male tutto si ferma e prende un’altra forma tendente alla “bellezza” diffusa.
Ma la bellezza da grande la vai a cercare in altre cose, in altri periodi, in altri sogni e bisogni e non deve per forza aspettare di chiamarsi “Natale” per essere bellezza e affettività e coesione sociale e bontà che trabocca da cornucopie dorate. Chiaro, se sei diventato grande da solo qualche domanda te la sei dovuta fare e qualche risposta te la sei dovuta dare, e mentre hai fatto questo esercizio tutto tuo sei diventato critico e la critica si sa: o tramortisce o ingigantisce, raramente è obiettiva.
Da grandi il Natale è bello quando hai l’influenza che ti blocca sotto l’albero acceso e la febbre che annulla il tuo essere iper-critico su tutto, ti trasforma in un pezzo di Presepio. In quel momento apprezzi anche il gatto di casa che cerca calore e carezze, anche lui sempre così indipendente, a Natale ha bisogno di trovare in te delle certezze che a tua volta non sai dove trovare.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 38
Illustrazione di Fabio Visintin

Me too

15 ottobre 2018

#MeeToo.
Non c’è molto da aggiungere, se non che la “matrice femminista”, una sorta di marchio che tende ad allontanare chi di femminismo non s’intende, né vuole provare a intendere, è fuorviante.
Ci siamo tutte e tutti dentro, si tratta di noi, dell’umanità che deve progredire.
Tratto d’unione, il blog, raccoglie il testimone e porta avanti una raccolta di testimonianze che sta facendo il giro del mondo. Riconosciamoci, tra i lupi e tra gli agnelli, a volte a ruoli alterni, entriamo in empatia. Proviamo a uscirne.

Tratto d'unione

2_MeToo

Oggi parte su questo blog un nuovo progetto, legato al movimento Me too, che ci accompagnerà per diverse settimane e che, ogni lunedì, vedrà la pubblicazione dei racconti – testimonianze di vita vissuta – scritti da donne che hanno subito molestie.

Si tratta di blogger, amiche, amiche di amiche… che ho invitato a uscire dal silenzio per raccontare le loro esperienze in un mondo dove, purtroppo, ancora molti uomini si permettono di cedere ai propri desideri senza tener conto di quelli della donna che li ha suscitati.

AriannaFarricellaArianna Farricella (1991), giovane e talentuosa fumettista, ha accettato di illustrare queste storie, perciò ogni racconto sarà accompagnato da un disegno creato appositamente da lei, che voglio ringraziare per la disponibilità e la sensibilità con la quale ha tradotto le parole in immagini.

Il Me Too movement esiste già dal 2006. Lo ha fondato negli Stati Uniti Tarana Burke per aiutare donne…

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Dicotomia n. 37 – Visione: Ottimista / Pessimista

12 ottobre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 20 dicembre 2013

Il pessimismo, quando uno ci si abitua, è tanto gradevole quanto l’ottimismo.
Arnold Bennett, Things That Have Interested Me, 1921

Anche questa mattina, dentro il mio mondo, è cominciata bene. C’è vento forte e mi ha colpito la porta mentre uscivo. Giusto un bernoccolo e un principio di emicrania, posso tranquillamente andare a lavorare. Sopra le strisce, rischio l’investimento da un uomo in motorino. Non prendo parolacce: giorno che parte con il piede giusto. Nel tunnel buio una donna piange. Mi accosto a lei, dice che dal licenziamento vive dentro uno stabile occupato chiedendo l’elemosina ai passanti. Le do due spicci, le faccio una carezza, ci provo a consolarla: almeno lei ha un tetto sulla testa, pensi ai barboni, dico. Ma non risponde. Intanto arriva il treno. Io entro a forza, c’è tanta, tanta gente. Meglio così, mi piace osservare le persone. Sopporto questa che parla ad alta voce nelle mie orecchie e si lamenta col telefonino di aver lasciato “lui” che raccontava le sue cose in giro. Fortuna che parte della musica da un tizio con due enormi cuffie. Più grandi sono, meno sono isolate. Il mal di testa sale a braccetto con un effetto domino: il tizio ascolta un gruppo che piace, una ragazza scatta in su col naso -cerca l’origine del suono, come affamata-, io capto il suo sguardo acceso e penso a te, al giorno in cui mi chiedesti se mai usassi i passeggeri in metro per ispirazione. Lo faccio da allora. E quando mi leggerai, lo capirai quanto sei fortunato. Che ti rimandi, alla fine, solo l’eccitazione di una ragazza e tralasci botte, insulti, grida e piagnistei. Che sia convinta che tu sia consapevole del fatto che ogni mattina ricreo per te un mondo bellissimo, anche se so che non lo abiterai.

La vita ha aspetti negativi, infelici e dolorosi. Difficile vederla ad oltranza con l’occhio dell’ottimista anche senza depressione addosso (una malattia) perché la realtà sembra presentarsi per essere colta in negativo dall’essere umano in generale, irrequieto a vivere in questa condizione.
Quindi per un momento siamo realisti: si è nella maggior parte dei casi dei pessimisti un po’ su tutto, da quando ci alziamo la mattina a quando andiamo a letto la sera e non parliamo del mondo dei sogni che trabocca di simboli inquietanti da interpretare per non entrare nell’angoscia del: ma quale significato avrà quella brutta cosa che ho sognato?
Quindi la visione pessimista non è per noi limitata al mondo fisico, ma anche a quello onirico e forse anche a quello metafisico: “il caos fatto figura che si scioglie irreparabilmente nel tempo di un pensiero”. E vogliamo parlare di libri, dell’arte, di autori che sul pessimismo hanno fondato il loro passaggio all’eternità? Anche dopo morti noi riconosciamo come nostri i loro struggenti pensieri pessimistici scritti e dipinti alla mattina quando si alzavano, o alla sera prima di andare a letto e viceversa. Personalità contorte da dubbi, incertezze, negazioni e grandi dolori metafisici al rialzo.
Ecco, forse l’unica via d’uscita per risolvere un sentito pessimismo è la speranza che la felicità potrebbe arrivare, e nell’attesa noi sospendiamo (e ripeto, sospendiamo) il pessimismo dalla mattina quando ci alziamo alla… (insomma avete capito). Ma c’è un’altra via alla soluzione del pessimismo, o almeno al contenimento di questo emotivo mal d’anima: una visione irrealistica e negativa del mondo potrebbe diventare un mondo creativo, certo sempre tendente a dimostrare l’espressione del nostro pessimismo, ma l’impegno vale come cura vita natural durante, dalla mattina…

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 37
Illustrazione di Fabio Visintin

Sintonia (n.36) – Favole 6: Alice / Cappellaio matto

5 ottobre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 13 dicembre 2013

 

Tutti i coniugi del mondo sono male sposati, perché ognuno custodisce dentro di sé, nei segreti dove l’anima è del Diavolo, l’immagine sottile dell’uomo desiderato che non è quello del marito, la figura volubile della donna sublime che la moglie non ha realizzato.
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, 1982 (postumo)

Hatta, ma che sei matto? Non puoi cambiare sguardo così all’improvviso. Stavi cantando in coro con gli amici, il trucco di Halloween ti si scioglieva sotto le luci forti, tutto innocenza e impaccio mi sembravi, in apparenza. Io lo avevo capito di esserti d’interesse, ma fino a questo punto, no, non lo pensavo proprio. Oh. Pare che tu mi voglia frantumare, con quei tuoi occhi troppo sinceri, adesso. Ora so riconoscere tutta la tua maestria di poco fa, quando sfidavi l’ilarità comune. Ridevano del pessimo karaoke, e tu reggevi al meglio la tua parte. Era per prendermi all’amo, lo devi ammettere. Ma mica parli, Hatta, in questo angolo buio appena fuori del locale. E spingi forte la mano anche sulla mia bocca. Cerchi il silenzio. Preferisci il fruscio dei nostri vestiti, le gocce di sudore e d’altro che cadono per terra, lo sbriciolio del muro schiantato dal nostro nervosismo. Se è questo ciò che vuoi (come nasconderlo?) è ciò che voglio anche io. Sbrigati, Hatta, sbrigati. Ma quanta fame ti resta ancora da saziare? Non senti che la musica si abbassa? Il coro degli amici perde quota, tu togli la tua mano, io faccio per girarmi, riabbottonarmi, per rassettare tutto come se niente fosse. Faccio per dire: “…” ed ecco che la base riprende alla sprovvista. Il muro che ritorna a sbriciolarsi, e le tue mani forti a sconvolgere i capelli sulla mia testa. Vuoi proprio eliminarle le parole, eh, Hatta? Dai non fermarti, forza. So che sei abituato a prenderti il tuo tempo, hai pure un orologio da taschino, che se si ferma neanche lo riavvii. Avanti Hatta, avanti, dacci sotto. Più tardi torneremo i solti io e te, protagonisti di una di quelle storie che ancora raccontiamo ai nostri figli prima di andare a letto, di quelle in cui indossiamo i cappelli di due bravi e ordinari coniugi, con vite precise come orologi svizzeri, ben regolati quanto a misura e distanza tra di noi.

Sono Hatta, un soprannome da matto. Essere dirompente mi si addice, ma devo dire che Alice mi segue: matta anche lei anche se non sembra. E così per una volta di più in mezzo alla festa di maschere, amici deludenti, vite monotone con figli a carico in un Paese che non è delle meraviglie, mi ha fatto entrare nella favola dalla “stretta porticina”. È lei che mi invita ad andare oltre… non solo con la fantasia!

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 36
Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia discorsiva (n.35): Per scrivere d’arte hai bisogno di un salvifico retroscena umano

28 settembre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 22 novembre 2013

F: Ciao Davide, trasporto questa dicotomia da un pc all’altro e solo oggi finalmente riesco a inviartela… che dici?

D: Complimenti e… sono in imbarazzo: questo David ti è venuto bene bene, chi non vorrebbe essere tale?-) Furba di una donna, anche creativa!
Per trovare una Francesca devo rileggere Dante che la mette da qualche parte dell’inferno?!

F: Surrealizzami, dai, che ci riesci

D: Donne: che cosa ho fatto di male per meritarvi?! Un giorno non troppo lontano lo scoprirò.

F: Spera di fare una bella scoperta…

D: Per il momento solo “scoperte” non so se belle o brutte, certe donne dicono che sono troppo buono e cerco sempre di capire tutto. Forse per questo potresti uscirne bene restando, da donna, nel surreale:-)

F: Non mi sembrano affatto dei difetti…

D: Le Donne, fanno spesso cose senza senso giocando con le due paroline magiche “libero arbitrio” senza pensare che alla fine è un effetto domino quello che mettono in atto. Questo è il disastro dentro la vita degli uomini e non apriamo il file sulla stupidità del maschio nei confronti del sentimento: chi più chi meno, dovremo tutti ritornare a scuola. Per noi la frase fatta è più o meno quella di un film: “non ci siamo accorti che eravamo felici”.

F: Almeno tu il tuo file lo hai aperto e ci stai mettendo le mani, o così mi pare. E la felicità ha la capacità di ripresentarsi, tienilo presente.

D: Felicità è una parola difficile amica mia, difficile e piena di fantasie. Quando sei “tenero” dentro e fuori ci credi pure che esista, quando ti sei già fatto tante domande e sei diventato il tuo critico più spietato sai che è un gioco. Gli adulti per essere felici hanno bisogno che qualcuno gli risolva i problemi… anche questa non è mia.

F: Solo perché non ho tempo, ti dico in corsa che io, senza felicità a portata di mano, preferirei chiamarmi fuori dalla vita. Secondo me puoi ancora cambiare idea
Ora stacco, che sennò non lavoro.

D: Ecco appunto “lavoro” altra parola magica per mettere in ordine la vita, quando questa è scoppiata.

F: Ti confesso che la sola magia in cui credo nella vita è la creazione artistica. Il resto, lavoro, salute, sensi, sentimenti, viene solo se ti impegni in una costante ricerca di equilibrio.

D: Allora sono salvo… scoperta più, scoperta meno!

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 35 Illustrazione di Fabio Visintin

Dicotomia n. 34 – Arte: Realista / Surreale

21 settembre 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 15 novembre 2013

 

Se c’è sulla terra e fra tutti i nulla qualcosa da adorare, se esiste qualcosa di santo, di puro, di sublime, qualcosa che assecondi questo smisurato desiderio dell’infinito e del vago che chiamano anima, questa è l’arte. Gustave Flaubert, Memorie di un pazzo, 1838

David, quando t’ho manipolato nell’argilla, ne sei uscito così come t’ho immaginato. E mentre tu stavi sul piedistallo a disseccare, è corsa voce che fossi differente. Ho fatto in fretta a darti un nuovo volto, nuovi arti e busto, nuove, nuovissime anzi, proporzioni. Ma un’onda dell’Arno ha spazzato via di nuovo il mio lavoro. Allora io t’ho scolpito nel marmo di Carrara, tanto alto da far ombra a ogni altra effige umana, con una testa tale che Leonardo davanti a te scompare, e mani talmente vere da temere che tu ti pieghi a distribuire schiaffoni. Nessuno ha osato contraddire la tua voce che, dal mio petto, sorgeva a chiedere di collocarsi spalle a Palazzo Vecchio. Quando gli esperti messi a deciderti il posto alzarono il loro sguardo sopra il tuo, così accigliato, ti diedero ragione all’istante. E cosa dire del grido del Vasari: dopo di te nessuna statua mai! E mai è stata raggiunta vetta più alta, mi è stato detto in seguito, mai voce più forte si alzò a difesa della libertà, della democrazia contro le prepotenze dei tiranni. Infatti, è per questo motivo che, a poco a poco, rientrati in sé appena dopo lo stupore, i fiorentini proposero di mettere al tuo posto una copia. Tu che sei l’apologo ultimissimo del vero, ora sei circondato dall’atmosfera rarefatta di un museo, mentre quell’altro, l’impostore, l’impasto di marmo percolato dentro un calco, niente a che fare con la tua origine dallo scavo faticoso nella roccia, mostra ai passanti ignari la sua falsa versione della realtà.

Francesca da Rimini, è tra i lussuriosi dell’inferno che ti trovo, condotto a te dall’astratto mio viaggio nel mondo dell’ultraterreno in cui mai pensai di incamminarmi un giorno, nemmen per angoscia e disfacimento dell’anima mia. Amante e tentazione dal corpo in cui io poeta, non senza grande sacrificio con i dannati intorno, ho mista pietà al desiderio da far perdere i sensi.
Si io poeta dell’amore, visionario dell’irrealtà a cui tu confessi non senza sconforto le tue pene in vita e io nell’attrazione di te innocente, freno l’impeto per esser sol narratore dei posteri e non peccatore degno dell’Inferno in cui sono. Stesso sentimento che aprirsi deve adesso la strada per ascoltare te e la tua condanna, e questa mi appare come possibile causa della mia stessa eterna condanna, fuori dal reale dell’essere qui. Io che a te chiedo spiegazioni, Francesca, spiegazioni su come tu sia diventata peccato nell’adulterio. Perché io nell’astratto del sentire amoroso non vedo in te ne colpa ne trasgressione, ed è forse la moralità, propria e contraddittoria a crear religioso e travolgente giudicare. Hai Francesca forma così alta e rarefatta che avvolge il tuo Paolo e non è vero immaginarvi peccatori, ma tragiche figure della passione dentro forze invincibili. Ora per voi qui tra i dannati provo senso di umana pietà e capisco il dono della cattiva sorte, ma se potessi io portarvi in un altro tempo futuro certo sareste salvi ed eletti a opera d’arte.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 32 Illustrazione di Fabio Visintin


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