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La fiera, la solitudine e i miracoli della sveglia senza sveglia

10 dicembre 2019

8 dicembre

Da quando la sveglia è disattivata Freak fa di tutto per ignorare i bruschi assalti del giorno. Apre una prima volta gli occhi alle sei e quaranta perché dall’appartamento accanto al suo la porta cigola, è la vicina che lavora in panetteria. Lei cerca di fare meno rumore possibile, una volta gliel’aveva detto, ma quando le chiavi crocchiano nella toppa Freak pensa che non riuscirà più a riaddormentarsi e si mette a pensare che per uscire dal letto ci vorrebbe una spinta dei reni che, no, in quel momento non riesce neanche a concepire, tant’è che la seconda volta si sveglia per la doppia sensazione di un ronzio familiare che non può essere la sveglia, questo riesce a capirlo, e di un’inadempienza che le costerà un rimprovero. È Froggy che l’avvisa con un messaggio di essere arrivato sotto casa. Sono le nove e venticinque ed è in anticipo di cinque minuti. Froggy non vede risposte e telefona: Guarda, risponde Freak, c’è il piccolo problema che ho aperto gli occhi adesso, sali che ti offro un caffè, fa, e intanto butta all’aria il lenzuolo e le gambe e tutto l’insieme finisce pressappoco all’impiedi. Pensa, ma solo pensa, di darsi un’aggiustata perché Froggy è già alla porta e lei gli apre tenendosi un asciugamano sul petto perché senza reggiseno Froggy non la vede da anni e non le sembra il caso tanta confidenza, potrebbe scambiarla per mancanza di rispetto. Froggy, è questo il suo rimprovero, le dice di prendersi tutto il tempo che le serve, e Freak risponde Ti faccio un caffè e mi vesto, e Peccato che non ho il tempo di lavarmi i capelli, sembro una medusa. Froggy ride perché è veramente una testa di medusa che sbuca dal pigiama e dall’asciugamano tenuto come un peplo, una medusa che si guarda nello specchio lungo in soggiorno e inscena un balletto in cui tutti i tentacoli prendono a molleggiare in ogni direzione. Froggy ride e ripete Prenditi tutto il tempo che vuoi ma Freak non vuole perderne altro, così a caffè bevuto, va in camera a cambiarsi.

Arrivano alla nuvola che la gente sta accorrendo a frotte e sembra che, visto che è domenica, abbiano scambiato la nuvola per la chiesa, ma si vede che è gente senza dio o solo gente che pensa che a dio piaccia la cultura, la nuvola e la gente che si affretta anche se non è lunedì. Per il parcheggio basta una lamentela a denti stretti di Froggy che subito si fa da parte uno che dorme in macchina e lascia loro il posto mentre probabilmente si dirige al mare, immagina a casaccio Freak, perché è lì che andrebbe lei se si svegliasse in macchina. Non ci sarà proprio nessuno adesso in quei chioschi sulla spiaggia dove puoi prendere cornetto e cappuccino e startene in santa pace a guardare le onde, un po’ per l’ora, un po’ perché il cielo è nuvolo, un po’ perché da Ostia quelli che sono svegli stanno risalendo la via Cristoforo Colombo, ignorando le chiese di ogni confessione, per dividersi tra chi andrà alla fiera del libro nel nuovo palazzo dei congressi e chi alla fiera dei videogiochi in quello più vecchio.

Le dice Froggy, che spesso è vittima di assalti da parte di associazioni d’idee senza scrupoli, Quando ho assistito alla prima lezione del professore tale, all’università, ha detto Libera ha fatto grandi cose ma il palazzo delle esposizioni è una schifezza, a quelle parole mi sono alzato, sono uscito dall’aula e sono andato direttamente in segreteria a cambiare corso. Freak pure si scandalizza in modo retroattivo e torna con la memoria all’odore dei disegni a china sulla carta lucida, ripensa a quante ore avevano dedicato ai dettagli del palazzo di Libera, ci erano entrati tanto dentro da renderlo una loro creatura e da allora nessuno dei due sopporta che se ne parli male. Per questo Freak un po’ odia la nuvola, e odia la gente che la trova così geniale. È un progetto nato vecchio, non si stanca di ripetere a chiunque, ma intanto sta entrando nell’edificio per la seconda volta in tre giorni e, che resti tra noi, non vedeva l’ora. Il ragazzo al controllo biglietti le fa una specie di inchino facendola passare e lei e la sua coda di pavone aprono la strada davanti a Froggy dicendo Si gira di qua per l’esposizione e invece per di qua si va al mezzanino dove si tengono le conferenze. E sulla nuvola? Le chiede Froggy. Freak, tutta contenta di poterlo recitare, fa: sulla nuvola c’è il business center, altri stand istituzionali e la postazione della rai.

Succede poi che Froggy paga i due caffè e il cornetto che non ottiene venga diviso in due, ha davanti un cameriere che non lo capisce forse perché è straniero oppure perché non ha sentito oppure perché ci fa e Freak invece di mettersi a sedere subito, rifà da sola la fila alla cassa perché si è scordata di chiedere una bottiglia d’acqua. Succede ancora poi che Freak si fermi davanti a un paio di stand per convincerne gli occupanti a darle retta per una certa idea editoriale e Froggy dopo poco la porti davanti a un altro stand dove entrambi si fanno prendere la mano e portano via un mazzetto a testa di raccolte poetiche che costerebbero dieci euro l’una, ma c’è lo sconto fiera. Quando Froggy dice È ora, devo andare a prendere la bambina, Freak non si scompone, visto che nell’ultimo anno ha deciso di non lesinare sulla gratitudine verso chi la lascia sola solo dopo averla a qualche titolo resa molto felice, e prima di farlo andare da sua figlia lo saluta dicendogli Grazie, cerchiamo di vederci prima di Natale. Effettivamente poi Froggy molto prima di Natale, anzi la sera stessa, si fa vedere in una fotografia vestito di rosso con in testa un cerchietto che regge due corna di renna che lo rendono molto ridicolo, soprattutto per la faccia da Billy Bob Thornton nel film Babbo Bastardo e Freak lo sa che lui sa che lei pensa questo, così evita di rispondere Sembri Billy Bob Thornton e si limita a inviare una faccina che ride, pensando che lui saprà dedurre il sottotesto.

Quindi Freak assiste a una presentazione, seduta accanto alla compagna di un suo amico scrittore, il quale con l’autrice sta davanti a tutti in veste di presentatore. Freak partecipa e cerca di distanziarsi dall’editore tronfio e supponente che nessuno vorrebbe accanto e che invece è proprio lì che un po’ interviene, un po’ si alza e passeggia, un po’ legge il giornale, un po’ i messaggi e soprattutto, quando si risiede, dalla distanza di due sedie butta più di un occhio al collant velatissimo 20 denari che Freak indossa sotto la gonna sfrangiata ad ali di pipistrello, e lo può fare perché lui lì è in posizione di forza, perché Freak è l’unica in gonna e perché per buttare più di un occhio bisogna averne almeno due e lui a quel gioco vince a mani basse visto che, indossando gli occhiali, può a buon diritto dirsi quattrocchi. In uscita dalla presentazione Freak compra una copia del libro, se la fa autografare dall’autrice, saluta l’amico scrittore e la sua compagna, riscende nell’esposizione e compra altri libri, pranza con delle polpette al sugo racchiuse in un panino, incontra una buona amica con la quale si era data un appuntamento approssimativo il giorno prima, va un po’ in giro con lei, finché non resta ancora sola. Risale sulla nuvola e partecipa alla diretta di Fahrenheit, il programma della radio che parla di libri, dove un musicista coi baffi e con gli occhiali dalla montatura spessa che lo fanno somigliare a un barbagianni, canta e suona durante gli intervalli.

Quando, verso le cinque del pomeriggio, Freak alza gli occhi per accontentare uno sbadiglio, incontra il cielo aperto. La nuvola si è come diradata, sta entrando aria piena di sapore, viene dal mare e gliela porta il senzatetto di quella mattina, cavalcando la sua auto piena di ammaccature. Si affaccia al finestrino e lei ha come l’impressione che l’aria fresca arrivi proprio da lì, come da un phon acceso. Lui grida: Vuoi salire? Ti vedo tutta sola. Freak si guarda attorno, il cantautore è preso da uno scioglilingua e il pubblico lo ascolta a occhi spalancati, senza far caso alla scala di corda che penzola dall’alto e all’inizio della sua salita, un passo dopo l’altro. Nemmeno uno che noti la gonna a pipistrello, i venti denari e la stramberia di scaldamuscoli di lana a coprire i polpacci che sbucano da sopra le scarpe da ginnastica. Mentre è sospesa in alto, a uno a uno i libri presi in giornata le cadono dalla borsa aperta, finiscono in testa a quelli sulle sedie e producono vari toc toc toc. Che male dice uno, Ahia, fa eco un altro. La fiera ammutolisce. La fiera, ora ferita, che si tramuta in bestia, ruggisce e unisce la sapienza dei suoi libri, li lega in una fascina e accende un rogo che arde alto e scocca alte scintille. Ma Freak ormai è al sicuro, lei e l’uomo della macchina viaggiano sopra strade tutte nuove. Lui indossa un panciotto beige e ha i capelli biondi, le basette e un po’ di rughe ovunque. La macchina è uno scassone tedesco di qualche decennio fa e ha fioriere appese ai finestrini. Tutto l’insieme trasuda gentilezza. Freak si fa lasciare a riva che ormai è giunta l’alba. Ringrazia, saluta e va a sedersi di schiena al sole nascente. Solo a quel punto le viene in mente di guardare il telefono: è già martedì dieci, ma questo non la stupisce, sono cose che accadono decidendo di disattivare la sveglia.

How to

7 dicembre 2019

La stava lasciando, e lei lo consolava. Le diceva di avere un’altra più importante, e lei lo incoraggiava. Si sentiva in colpa, e lei sminuiva. Perché provava un profondo, acuto dilaniamento. Avrebbe potuto coprirlo di improperi, e invece gli disse solo:

– Beh, mi è piaciuto tantissimo stare con te, ma l’ho sempre saputo che non saremmo andati lontano. D’altra parte, – scoccò un’occhiata significativa, – non abbiamo praticamente niente in comune. Anche se di te mi importa ancora. Spero che ci terremo in contatto, vorrei tanto seguire le tue evoluzioni nella vita.

Parlava e guardava il disegno del tappeto davanti alle punte dei piedi. Si tenevano lontani, lui le era seduto accanto e sottolineava parti del suo discorso con un dondolio in avanti della testa. Era d’accordo con lei maledizione.

– Vedi, sotto tanti aspetti sei molto maturo, anche più di me, perché hai saputo lanciarti al momento giusto, hai fatto scelte coraggiose e questo ti ha formato, si vede da come parli, da come ti muovi, da come ti comporti. Ma sotto tanti altri, non prenderla come una critica, se parlo così è perché a te ci tengo, e vorrei provare a trasmetterti qualcosa di positivo, qualcosa che tu possa utilizzare magari in seguito, quando un giorno potrà esserti utile, e allora chissà, forse ti verremo in mente io e queste parole, stavo dicendo, sotto tanti altri aspetti, sei ancora un ragazzino. Ecco, penso che io avrei bisogno di frequentare un uomo.

– Ecco, sì, probabilmente hai ragione. E, secondo te, cosa potrei fare per riuscirci?

Si sentì destabilizzata. Non era pronta a quella risposta interrogativa. Tipico di lui, del suo metodo per avanzare nella vita. Domandare, cercare risposte, sperimentare. Spremere le intuizioni e l’esperienza altrui. E solo dopo sporcarsi le mani. E quindi imparare, e superare i maestri. Lei lo riconosceva, non era altrettanto brava, o non aveva altrettanta faccia tosta. Fece finta di non capire.

– A fare cosa?

– A… migliorare, a diventare un uomo.

– Ma, quello verrà naturale. Non posso mica dirtelo io. Sarà l’esperienza a farti trovare la strada. L’esperienza è tutto…

– Sì ma tu dici che sono ancora un ragazzino. In cosa posso ancora migliorare?

Dialogava con lei come se fosse una conversazione qualsiasi, come se non sapesse che quella sarebbe stata l’ultima volta che si sarebbero visti. La sua neutralità la metteva a dura prova, e tentennò nel rispondere. Sapeva di dare l’impressione di tenere tutto per sé il segreto della maturità, mentre stava solo nuotando nella confusione.

La verità era che se avesse incontrato un uomo nel senso che aveva detto, forse non lo avrebbe riconosciuto. Lei stessa non si sentiva che una ragazzina, attratta da immaturi come lei. Il discorso si arrotolò su sé stesso e lui fu così gentile da proporle di uscire.

Così, l’uomo immaturo e la ragazzina supponente uscirono dalla casa, si infilarono in macchina e uscirono anche da quella, entrarono in un locale, rimasero un po’ bevendo e parlando a stento, mentre fioccavano le telefonate di controllo dell’altra, finché uscirono pure dal locale, tornando da dove erano partiti quella mattina. In conclusione, lui uscì dalla macchina da solo, lei invece guidò ancora per qualche tempo, trovò dove parcheggiare e spense il motore.

Non uscì di lì. Non le importava di ragioni o torti. Di maturità supposte. Di lezioni da dare o da imparare. Quello che voleva, che aveva sempre voluto, era restare.

L’istante dell’instagatto

3 dicembre 2019

 

 

 

Ho acceso il caminetto, anche se il termostato segnava diciotto gradi. Volevo mangiare un mandarino e, si sa come succede, uno non è bastato. Ne ho preso un altro e poi un terzo e un quarto. E poi avevo davanti un mucchietto di bucce double-face, bianche e arancioni, che ancora spargevano intorno un’idea vogliosa di agrumi. Qualcosa di slegato dal palato. Golosità olfattiva, se si può dire così perché io, in pancia, di fame non ne avevo più.

La pigrizia mi ha fatto pensare di dare fuoco alle bucce con l’accendino dopo averle messe in una ciotola. Ma le ciotole in questa casa o sono di legno in finto stile rustico oppure di porcellana decorata. Avrei rischiato di ucciderle o renderle storpie per sempre. Non c’è in me tanta cattiveria. E non avrei abbandonato per nessun motivo al mondo il divano. Sempre lei, la pigrizia, mi ha ricordato che le ciotole si nascondono nei pensili in cucina e l’accendino più alla mia portata era sopra alla mensola del caminetto. Che in quel momento lanciava occhiate offese, da bambino in castigo. Ma come, sembrava domandare, hai questa gran voglia di atmosfera e pensi a tutto tranne che ad accendermi?

Per lo stress da indecisione ho schiacciato un pisolino. Quando ho riaperto gli occhi, intorno a me era buio e dalle finestre vedevo le altre case con le luci accese, fuori era calata la sera e io sentivo freddo.

Avrei potuto allungare la mano e afferrare quel plaid a quadri posato sul tavolino o avrei potuto alzarmi e accendere il riscaldamento.

Dal balcone accanto al mio, il gatto miagolava, doveva essere stato lui a risvegliarmi. Una volta ho postato un video di quel gatto su Instagram, inquadravo lui che appariva e spariva tra i pali della ringhiera. Un gatto tutto bianco, che a un certo punto si è seduto, si è messo a guardare me che lo filmavo e ha fatto: Miao.

Lo hanno visto tutti, quel video. Ho avuto un sacco di mi piace, ma non da una persona. Così, quando qualche giorno dopo ci siamo visti, eravamo proprio qui sul divano, e si è udito quel miagolio tanto vicino, ha detto: Hai un gatto? No, ho risposto io, è quello dei vicini. Gli ho fatto un video, lo vuoi vedere? E, invece della galleria, ho aperto Instagram. Te lo ricordi che siamo amici su Instagram? Possibile che non hai schiacciato il cuoricino?, volevo domandare, e invece ho continuato a sorridere e ho messo il telefono sotto al suo naso. Ah, è proprio carino, è stato il suo commento. Sembrava che non gliene importasse niente. Figurarsi se importava a me. Così ho lasciato perdere. Ho posato il telefono e gli ho sostituito il mio naso davanti all’altro naso. Ci baciavamo bene. E facevamo bene un mucchio di altre cose. Era estate e faceva molto caldo, stavamo sempre nudi.

Invece qui a pensare all’estate mi stavo intirizzendo. La casa era al buio ma sapevo che le mie dita erano di colore bluastro. All’improvviso tutto il corpo si è scosso in un brivido, le gambe si sono irrigidite e io, hoplà, non ero più sul divano. Ho preso il plaid e me lo sono buttato sulle spalle. Dopodiché, invece di accendere il termostato, ho infilate alla meglio le ciabatte e le ho trascinate a passi corti fino al camino.

Non è stata questione da poco. Ho iniziato a pulirlo con una pezza bagnata, ho spazzolato la griglia della ceneriera, poi ho infilato la testa nella cappa per vedere che la canna non fosse ostruita, e per fortuna si vedeva il cielo. La faccia però mi si è riempita di fuliggine, quindi ho preso una pausa per lavarmi. Ho anche messo sul fuoco una caffettiera e steso un bucato di calzini. Il gatto non miagolava più. Mi stavo rimboccando le maniche di nuovo per tirare fuori dalla nicchia i pochi ciocchi avanzati dall’inverno scorso, quando ho sentito odore di caffè.

Io il caffè non lo bevo di fretta, e in piedi solo al bar. Di nuovo sul divano, di nuovo a luci spente, l’ho preso sorsi calmi, alternando occhiate al camino e altre alle sagome nere fuori dalla finestra. Il giardino di questo condominio, coi sempreverdi altissimi e, in basso, le sue siepi, il vialetto di lastre di pietra irregolare, il pergolato col tavolo e le sedie ripiegate intorno, i vasi con le ortensie di ogni colore. Quanto mi piace.

Potevo solo intuirne la presenza, ma la certezza che là fuori tutto restava intatto come lo conoscevo, bastava a darmi la serenità per tornare a guardare all’interno. Il caminetto era pulito e pronto all’azione. E io avevo finito il mio caffè.

Ho gettato tra le fiamme le bucce che, raggrinzendo, scoppiettanti, sprizzavano scintille ed esalavano come ultimi respiri, nel buio rosso intorno, il desiderio arancio del primo pomeriggio. Stavo in piedi nel pieno della soddisfazione e contemplavo l’opera finita quando, alle mie spalle, si è rifatto vivo il gatto.

Era lì, dietro la ringhiera, e miagolava nella mia direzione. Non che ci fosse molto da pensarci su, l’ho raggiunto all’aperto, gli ho messo a disposizione il corpo accovacciato, e, davanti al muso, il palmo che odorava di brace e mandarino.

Lui, collo allungato e testa sconfinata nel mio spazio, mi ha picchettato col naso freddo e umido. Avvertivo una tensione, una specie di aspettativa. Stavo guardando il gatto come il mio riflesso in uno specchio, quando ha attraversato il confine in due facili passi, ha fatto un breve salto e me lo sono ritrovato in braccio.

Tenere traccia di ogni buon momento per non dimenticare i doni della vita. Ma, anche, per cercare testimoni della mia esistenza. Ho iniziato un video dal divano. Il gatto, che tengo tra le gambe, fa le fusa a occhi stretti con la mia mano abbandonata sopra il suo mantello. A pochi passi, il fuoco del camino. Clicco sul simbolo della condivisione ma qualcosa non mi fa andare oltre.

L’aroma degli agrumi, la pelliccia morbida al tatto, la sera del giardino alle mie spalle, il tepore, frutto del mio lavoro, che mi riscalda il corpo. Il tempo che scorre lento. Li condividerei, è vero, ma non postando un video. Non potrei, non basterebbe. Riceverei, sicuro, un mucchio di mi piace e, forse, ne mancherebbe ancora uno.

 

Diario dei sogni #1 – Pesci volanti

1 dicembre 2019

Ho un amico che riesce a tenere un diario dei sogni. Ai bei tempi in cui sognavo anche io, tentavo di fermarne il ricordo, alla mattina. Ma mi riusciva male. Ne perdevo le tracce via via che la mano riacquistava l’uso della penna e i sogni, in qualche modo, mentre li trasferivo su carta, si accorciavano, si facevano piccolissimi e si accartocciavano anneriti e indistinguibili, disperdendosi come brandelli di pagine incenerite all’istante dalla fiammata della veglia.

In realtà, ho capito solo di recente, è la capacità di raccontare che non è innata in me, e che necessita di coscienza e di lucidità per strutturare in frasi le forme intuitive in cui si mostrano le idee, così anche i sogni. Quando la notte finisce, il regno della subcoscienza non apre subito le braccia e continua a circondarmi mentre ciondolo per casa, sussurra sulla mia nuca teneri incantamenti che mi ingannano, e mi ritrovo a tirare su lo yogurt con gli occhiali.

Altro che diario. Che tanto mancherebbe dell’oggetto: quei sogni che una volta saltavano fuori a nastro come pesci volanti per ore, ormai lasciano campo libero a M.me Subcoscienzà e le sue perfusioni mattutine di confusione senza costrutto.

Pazienza per gli appunti mancati. Ma senza sogni che nobilitino le mie notti, devo adattare i giorni a ricoprirne il ruolo. Vivo, e intanto mi organizzo la memoria: Questo ricordo lo tengo, questo lo tengo, questo lo do via. A parte il fatto che inciampo per la distrazione, mi sbuccio le ginocchia e mi si smagliano le calze, è una faticaccia, al termine della quale spesso mi sono scordata le decisioni prese e mi ritrovo con dei ricordi inutili che sbucano a casaccio dai cassetti, e quelli che fino a ieri stavano sempre in mezzo ai piedi, non si sa più dove sono finiti quando servono, signora mia.

Per non parlare del consolidamento delle esperienze: dar loro il giusto peso non è questione da poco. Per non sbagliare mi porto i pesi a casa, li accumulo per mesi, finché passa la data di scadenza e finisco per buttarli tutti nell’indifferenziata.

Non sogno perché mi manca il tempo. Torno a casa tardissimo per i miei giorni densi, carichi di doveri a cui mi incaponisco ad addizionare vissuti che alimentino la parte sognante, tanto affamata per le lunghe veglie che tagliano la fase rem, e con lei i sogni.

I miei pesci volanti ormai ruotano senza sosta sotto il pelo dell’acqua, senza riuscire a emergere.

Da qualche giorno si è interrotto il circolo, per poco tempo, non certo per mia intenzione. Una piccola parte di me si è messa di traverso, sassolino dentro negli ingranaggi, e ha fermato tutto. Ora dormo. Mi sveglio senza sveglia da una settimana.

La prima notte sono semisvenuta dallo stress; la seconda ho sorvegliato il dolore fisico; la terza mi sono riposata senza memoria; la quarta sono emersa dal sonno con le orecchie che ricordavano un coro di bambini; la quinta mi sono svegliata troppo presto, eccitata dal rischio di sognare ancora.

La sesta, la scorsa notte, sul fare del mattino, ho aperto le persiane con un gesto ampio delle braccia – erano tinte di bianco le persiane -, e un vento frizzante ha scosso i miei capelli. Sotto di me la rena granulosa teneva a stento gli assalti della schiuma screziata di azzurro di un mare che mi salutava, ondoso e invitante. Intanto sopra le creste, coronati da voli di gabbiani, saltavano a pelo d’acqua senza posa una miriade di pesci volanti.

WonderGiuggiola

30 novembre 2019

La novità del giorno l’ho appresa stamattina appena ho aperto il telefono e mi ha spiazzata la richiesta d’amicizia del vedovo con figlio piccolo a carico più figo che abbia visto negli ultimi anni. Wow, Roger… Un beaux français comment me piace ammé. Touché. Obligé. Allez, damose da faire. Ancora seduta tra le mie coltri sfatte, col pigiamino inerpicato su per metà di una gamba e metà di un braccio, e le altre metà pigramente allungate oltre il dovuto, capelli e faccia non esattamente pronti per i paparazzi, difesa dall’anonimato delle finestre chiuse, non temendo quindi la reciprocità dell’atto, mi sono messa ad osservarlo bene, lui, l’intrepido. Che approccia una donzella in rete senza neppure l’amo di una conoscenza comune. Roger, mi sono chiesta, com’è che le sole quattro foto sono state caricate una settimana fa (la più figa, a mezzo busto e glasses scuri specchiati color cielo, sdraiato su una passerella in teak coi segni di una gloriosa estate addosso, pronto per un bel kiss al sapor di spritz)? Com’è che non mostri amici e chi ti ha messo mi piace è una comunità di anziani sparsi un po’ dappertutto in Italia, in apparenza senza connessioni tra di loro? Com’è, nessun riferimento a Montpellier, la tua città? Come sei bello, come sei figo, Roger. E hai scelto proprio me. Ma sarai vero?

E, niente, ho fatto una ricerca per immagine ed è saltato fuori chi ha prestato a Roger le fattezze: uno splendido dietologo cileno, straripante di addominali e figli piccoli, di merchandising e fascino, del tutto ispanofono – altro che Montpellier – rispondente all’ameno nome di… Giancarlo.

Vabbè.

Ho scritto a Giancarlo: Oh, vai a riprenderti le fattezze prima che Roger ne combini qualcuna grossa al posto tuo, non si sa mai.

E non si sa mai davvero, una si sveglia con una sorpresa simile e si ritrova solitaria a bere the all’amaro aroma di rimuginamento: dov’era che avevo sentito una cosa simile? Ma sì, ne avevo parlato con la mia amica Illy, tosta e romantica come il caffè di Trieste, quando una sera di poco tempo fa, con enorme sprezzo dell’interruzione di servizio anticipato della Linea B della metropolitana, ci siamo avventurate dopo il tramonto verso Piazza Vittorio per esplorare gli eventuali scenari di un’ipotesi di racconto (che a noi ogni tanto piace darci delle mete folli e scontrarci sulla possibilità effettiva di raggiungerle. Stavolta ha vinto lei, non era davvero il caso). Ma, insomma, Illy la tosta e io la sottoscritta, ancora col sapore di gelato a scottarci la gola in una delle prime sere proprio fresche dell’autunno, camminavamo controvento percorrendo a ritroso la strada fatta all’andata, smontando le ipotesi alla base della nostra partenza verso quella serata e costruendo quelle per una sana ritirata in un luogo ameno, accogliente e dalla temperatura almeno temperata, quando, non si sa come, le strade delle conversazioni si sono intersecate, oltre che alle gambe stese dei senza tetto sdraiati sotto i portici della Stazione Termini, alla tragica storia dell’Amica Giuggiola.

Amica Giuggiola pare che sia davvero una gran persona. Intelligente e con la testa sulle spalle si è andata a fidare di un sedicente francese che da debita distanza è riuscito a intortarla alla comme si comme ça, l’ha fatta addirittura in-na-mo-ra-re e, quando si è trattato di incontrarla, ha ottenuto di farsi inviare del denaro per il viaggio verso l’Italia, dopo di che, tanti saluti e grazie. Amica Giuggiola per poco non ci ha rimesso il senno, si è fatta venire i dubbi che avrebbe dovuto avere fin dall’inizio e ha scoperto che a nome del francesino si era trastullato con lei uno dei tanti nordafricani dediti a truffe verso le giuggiolone europee affette da grave deprivazione affettiva.

Povero Roger. Con me gli è andata a buca. Stringendo le ginocchia con le braccia, avvolta nel più affettuoso dei miei pigiami, questa mattina ho aperto un bel pacco di biscotti al cioccolato e ho incamerato tanto di quell’affetto da poter rispondere ai richiami d’aiuto di tutte le Giuggiole di Gotham City. Almeno fino alla prossima colazione.

 

 

The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Il Grigio, lato in basso del quadrato

24 ottobre 2019

di CRT2

Non so perché ma da sempre sono convinto che non si dovrebbero aprire le scatole mentali dei ricordi per estrarne qualcosa a piacere, per dovere, o solo per la dimostrazione di aver partecipato a degli eventi. Pena il doversi poi rendere conto che, tra adesso che ricordi a quando i fatti si sono svolti, di tempo ne è passato molto e questo tempo non ritorna. Ma farei un’eccezione per quelle vicende, vissute, che sono state formative e tornano spesso al centro dei tuoi pensieri.

Quello che noi all’epoca chiamavamo il “Grigio” altro non era che un Prof. di “Disegno dal vero”, chiamata così una favolosa e mitica materia inserita nelle discipline delle Scuole Statali d’Arte che, prima dell’unificazione nazionale degli Istituti a direzione artistica, erano categoricamente e assolutamente da non confondere con i Licei d’Arte. Anzi, la rivalità tra chi frequentava allora le due diverse Istituzioni era così forte e accesa da diventare disputa intellettuale – medioevale, appena i due schieramenti si fossero incontrati per discutere la loro primaria formazione con santa, artistica e citazionevole ragione.

Il Grigio per noi della sezione B, era invece il “Quadrato” per la Sez. A e ambedue gli appellativi all’uomo calzano a perfezione quasi spudorata in questo progetto.

Il Grigio era effettivamente sempre vestito di grigio con poche e vaghe declinazioni sul verde, ocra, blu scuro, toni sempre influenzati dal grigio, sempre incravattato e sempre con barba folta e ben curata (grigia ovviamente) e il tutto a pensarci ora poteva essere tridimensionale e spigoloso, tanto il tutto era “in piega”.

Per chi non lo sapesse, nelle ore di Disegno dal vero all’interno di Scuole d’Arte con scarse possibilità economiche, tu eri difronte a vetuste bacheche con dentro di tutto: dalla testa aurea in gesso dell’Apollo greco (caduta dal piedistallo); al fagiano imbalsamato (dalle piume sbiadite); alla conchiglia dell’Oceano indiano in equilibrio su un pezzo di marmitta lucida di una moto, a un contrasto tra still life del metallo e la matericità della madreperla da far emergere sul foglio. Insomma, a parte qualche calco del Canova a misura intera e tolta una statua di donna senza testa ma con un gran culo velato, niente modelle/modelli in carne e ossa nudi difronte a te, e niente che noi studenti non si conoscesse già a memoria come forma e dimensione, anche se non mancava chi per tutto l’anno tentava di uscirne vivo riproducendo per l’ennesima e scontata volta un teschio di bue, posizionandosi su varie e sfumate angolazioni fronte/lato bacheca nei 4 punti cardinali, fino all’ossessione.

Il Grigio Quadrato aveva sempre un sorriso ebete sul volto e pareva ti lasciasse libero di scegliere il tuo soggetto da disegnare, per poi richiamarti all’incapacità di disegnare questo o quello che avevi scelto, facendo battute per lui divertenti ma per noi sempre grigie. Sembrava cercasse un’intesa ideologica con una generazione che fuori dalla Scuola d’Arte andava regolarmente alle manifestazioni di Piazza con l’intento di bruciare tutto, a cominciare dai più facili cassonetti dell’immondizia.

Ti spuntava alle spalle quando meno te lo aspettavi e sempre per dirti che non andava bene quello che stavi facendo: le proporzioni; la prospettiva; i toni del chiaro scuro e sempre prendeva quella sua matita blu/rossa dal taschino della giacca grigia e cominciava a dimostrartelo segnandolo sul tuo foglio che in sintesi, era il tuo quotidiano campo di battaglia dentro al suo territorio. Come, dove e perché tu stessi sbagliando a volte rimaneva un’incognita tanto era intento a segnare rosso e blu senza parlare.

Non saprei dire ora se aveva ragione oppure no, certo è che gli esempi più qualificanti per il Grigio erano opere di alunni che avevano l’onore di essere appese in aula, a futura memoria. Opere che avevano una quantità incredibile dei suoi segni bicolore e il grigio della matita dell’allievo “artista” era solo di contorno o sottofondo… da ignorare, a volte neanche si vedeva.

La vita del Grigio Quadrato era per noi straordinaria solo per una cosa, sua Moglie, anche lei insegnante nella stessa Scuola d’Arte ma in altra materia allora chiamata intellettualmente “Plastica”, poi trasformatasi con la modernità in “Design”.

Questa donna per noi era Dio al femminile, forse era Dio stesso che con un perfetto trucco trasformista ci incantava tutti i santi giorni con tutta la sua grazia, altezza, vistosità, forme esatte, alchemicamente esatte, e mostrate con quel tanto di nonchalance che ti “buttava via la testa”, ti faceva girare gli ormoni a mille e te la faceva sognare sempre, sia a occhi chiusi che aperti. Mentre andava per i corridoi a schiena dritta, un sorriso coinvolgente e un profumo che facevi fatica a dimenticare, tu sapevi che pur avendo un’esatta presenza si sé, questa donna non te la faceva mai pesare, sembrava essere sempre interessata a te, a chi eri, a cosa pensavi, a cosa avresti voluto essere o fare. Insomma ti dava importanza e a certe età questa qualità ti diventa Dio dentro anche se non vuoi.

Il mistero, perché era un vero mistero che poi era la domanda, la grande domanda… sempre la stessa: perché Lei che era Dio aveva scelto un Grigio Quadrato che si esprimeva a segni rossi e blu e battute che dire fredde era dire tanto?

Poi tra noi c’era Michele G., uno di quelli che dovresti spiegare, ma che qui di lui diremo solo una cosa, forse due: era uno che aveva dato un soprannome “slang” a tutti noi il primo giorno che ci aveva conosciuti; uno che nonostante le ore di Disegno dal vero e di Plastica, continuava a dire – “un giorno farò il Giornalista”… riuscendoci.

Michele G. stava sui coglioni al Grigio al punto da essere sempre nei suoi pensieri e se poteva lo avrebbe, anche senza ragione, messo in difficoltà difronte a tutti, lo avrebbe apostrofato con una delle sue fredde e quadrate battute, lo avrebbe annientato dimostrandone l’incapacità di copiare qualunque cosa posta all’interno delle bacheche. Ma non poteva, o meglio non sempre e quindi lo aveva fatto diventare il suo bersaglio quotidiano da non perdere mai di vista.

Per essere divertente, dopo le vacanze di Natale di un terzo anno X, al rientro in classe nella prima ora di Disegno dal vero dove il Grigio ci aspettava sulla porta con sorriso ebete e pronto alla battuta, a Michele G. che entrò in classe più pensieroso del solito e senza salutare, il Quadrato chiese: “Caro il nostro Michele, ma cosa ti ha portato in regalo quest’anno Babbo Natale?” Aspettando poi una risposta su cui architettare una freddura mortale.

Michele, con la spontaneità della nostra età, ma anche con il coraggio e l’incoscienza che ci accompagnava ad ogni passo in quell’epoca, ma anche con aria trasognata ricordando fatti che solo lui poteva aver vissuto quell’anno nel periodo di Babbo Natale, ma anche con sguardo fisso, senza cattiveria difronte al Grigio e un sorriso sincero, libero e santo, disse con emozione: “Tua Moglie”!

I 7 re di Roma – Tarquinio il Superbo (su Tratto d’unione)

20 dicembre 2018

La plebe teneva gli occhi fissi sulle tavolette luminose, che a loro volta rimandavano l’immagine lontana di tre uomini e una donna stagliati in alto, le sagome disegnate da coni di luce roteanti in un monotono rimbombo circolare. Sembravano tutti attendere qualcosa.

Gli unici a guardare direttamente la scena, con l’ambizione frustrata di volersi proiettare nel suo interno, erano Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio e Anco Marzio, sempre coperti di stracci, sempre rabbiosi, sempre più consapevoli di quanto fosse ormai disperata la situazione.

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“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

I 7 re di Roma – Servio Tullio (su Tratto d’unione)

13 dicembre 2018

La Rupe Tarpea è difficile da risalire, anche se sei stato un re che, di scalate, specie di quelle al trono, se ne intende; lo è ancor più se accanto a te si issa verso l’alto il fratellastro che ti ha odiato fino a condurti a morte.

Sali scalando massi facili a sgretolarsi, coperti da vegetazione scivolosa, spostando al buio la mano dietro la mano e poi le punte dei piedi. Sbatti col grugno sopra blocchi sporgenti, assaggi tuo malgrado il granuloso sapore delle muffe, delle quali intuisci il colore marcio al di sotto del fogliame verde, né puoi fare a meno di aspirarle col naso. Sputi, tossicchi. Ammicchi e strizzi più volte gli occhi, cercando di lacrimare per pulirli. Ti auguri di trovare appigli nell’ignoto, gravato dall’incertezza di chi alla realtà del corpo deve ancora prendere bene le misure. Di chi è uscito dal Limbo come da un coma di secoli.

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“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

I 7 re di Roma – Tarquinio Prisco (su Tratto d’unione)

6 dicembre 2018

“La mia è la storia di una coppia di ferro, della vittoria di una cultura superiore sul rozzo pragmatismo dei romani, di un cambio di prospettiva, di un arricchimento morale e materiale di questa città”.

“Ma complimenti!”

Virginia e Lucumone, tramandato ai posteri come Lucio Tarquinio il Prisco, sedevano fianco a fianco nella notte illuminata dai fasci di luce degli elicotteri, con una folla ai piedi che li riprendeva e che postava le loro immagini su tutti i social network.

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“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

I 7 re di Roma – Anco Marzio (su Tratto d’unione)

29 novembre 2018

I sette re romani che, sfruttando una falla nel Limbo, erano tornati in carne e ossa a Roma, già dopo qualche ora si erano divisi. I primi quattro, dopo una ressa somigliante alla lontana alla battaglia tra Orazi e Curiazi, si erano dati alla fuga. Toccò a Numa Pompilio dare notizia a Romolo, l’ultimo disceso in terra in ordine di tempo, delle intenzioni dei tre re Tarquinii.

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“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
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