Posts Tagged ‘Racconto’

Simpatia per Bianca

9 novembre 2017
Fantasizzazione su un recente gossip

Bianca l’ho sentita appena ieri. Più asciutta in viso rispetto ad altri giorni, da che Max l’ha lasciata, mi ha raccontato questo fatto:

“Se Max lo conosciamo? Siamo amici così”.

Bene, allora “Ditelo a Max che deve una spiegazione a Bianca. Non si chiude con una donna che si diceva di amare da anni, da un momento all’altro, e non in questo modo: promettendo di tornare per poi non farsi mai più vivi, negando ogni contatto”.

Aveva alzato la voce perché sentisse chiaramente il gestore del chiosco dove aveva preso una crostatina e un caffè. E che esibisce foto e dediche personali del Campioncino de stocaxxo, campione di vigliaccheria.

“Max ha lasciato la ragazza?”

Aveva già voltato le spalle al chiosco, e adesso stava gridando nella mente: “Bravo, bravo, te lo meriti Max Piaggio! Te lo meriti Max Piaggio!”.

Quella sparata l’aveva fatta sentire un po’ Nanni Moretti, il che per lei andava bene ma quelli con cui era l’avevano ripresa:

“Oh! Che ti viene in mente, la prossima volta il caffè ce lo faranno avvelenato, non potremo più tornare qui!”

Eh, pace, aveva risposto loro.

__

Glielo avrei detto subito, io che sono un’amica, se avessi saputo per tempo che stavano insieme (era lui a voler nascondere tutto, però), di scapparsene via al più presto da uno con quello sguardo vitreo.

Bravissimo a fare gli occhi dolci, ma solo quando c’è da rapinare qualche cosa.

blues-brothers

Così avevo provato a confortarla: Lui è uno che calcola, sta sempre a calcolare, e calcola di tutto. Si segna i debiti che tu non sai di avere. Sì, non lo conoscevi, prima, ma dopo un po’ non ti è sembrato strano che girasse sempre con un’agenda da strozzino sottobraccio? Fa conti su conti e si tiene bene informato, col collo ripiegato sul telefonino, di tutta la sua “roba” (che sia un accumulatore compulsivo è conclamato).

Bianca, ricorda di quando voleva che fossi una cosa sua. Avevi provato a opporti, ma Max non apprezzava che riaffermassi, incredula e offesa (tu sei una persona vera, mica l’idea di un altro), la tua individualità (la stessa per cui una volta ti ammirava da lontano) e hai deciso di cedere.

“Ma sì che sono tua”, gli ho detto un giorno (con tenerezza, in fondo  io l’amavo).

Così hai perso d’un colpo qualunque presa su di lui.

Non contavano le sue dichiarazioni? Quando diceva “Io ti adoro, sai che significa? Adorare è molto più che amare”.

Lo hai capito, meglio tardi che mai, di essere stata messa su un piedistallo (che cosa gratificante sul momento)? Trofeo che si era conquistato raggirandoti, facendo leva sulla tua buona fede. Te la ricordi la sua gelosia? Era una tattica. Serviva a prendere tempo, come la tiritera sopra i figli. Usati come scusa, come scudo o  come giustificazione del proprio stare al mondo. Una volta cresciuti sono soltanto rogne, lui perde la sua mission e gli riprende il ticchio di inseminare ancora.

Mica si può fidare di nessuno, va dicendo. Non si fida neanche quando ti dice che di te si fida. E, visto come si comporta con chi ha fiducia in lui, va da sé che non si fida nemmeno di sé stesso. Non va creduto quando incrina la voce se incontra un boxerino che vorrebbe tanto regalare ai suoi piccini. Adesso mi ricordo del calcio dato al gatto che si era intrufolato nel garage, del volo che gli ha fatto fare a metri di distanza, che mi ha raccontato ridendo di gran gusto. Ricordo anche i ceffoni mollati alla sua prole, che ogni tanto ha “appiccicato ar muro”. E quel “…Sta ancora a piàgne!”, accompagnato da un ghignetto sadico, doveva dirmi tutto. Gli insulti alla sua ex moglie. Le scortesie, le parolacce, i rutti. Quel volersi mostrare generoso facendolo pesare.

Ricordati anche, già che ci sei, che, quando aiuta qualcuno, lo fa solo per calcolo. Se servisse, che so, per mettere le mani sopra un’eredità che gli farebbe proprio comodo, lascerebbe morire un proprio caro. Che tanto era una carogna, direbbe (e lui sarebbe un avvoltoio, però).

Tu sei per natura estroversa, allegra, viva, buona. Lo eri anche per lui e, solo per lui, eri completamente aperta e gratis. Che colpo di fortuna averti trovata. Finché non sei andata oltre. Perché stargli vicino in ospedale? Cosa importava a lui se ti eri sentita morire e avevi mollato tutto per raggiungerlo? A lui fa schifo dover ringraziare chicchessia, fa orrore attivare il senso di protezione altrui. Soltanto lui deve restare il Supremo Eroe, il Conquistatore Generoso. Hai tirato la corda senza rendertene conto e, puf, non eri più quella giusta. Qualcosa di te sfuggiva al suo controllo e non è il tipo che ama le sorprese.

Con tutti quegli amici e quegli spasimanti, dei quali non t’importava e non dicevi nulla di conseguenza. E la tua smania di parlare in giro invece di voi due e del vostro presunto amore. Eh, no. Con quella giusta devono essere due corpi e un’anima: la sua. Lei deve essere disegnata con le squadrette su un piano cartesiano – non riesce proprio a capirle, e quindi a digerirle, le sfaccettature. E rilasciare solo dichiarazioni concordate, ai media come ai parenti.

Quella giusta deve consegnargli spontaneamente le sue password, la sua vita e tutti i sogni. Soprattutto, non rompere le palle. Sta a lui decidere come reagire in merito. Se decretare “no ciccia, che cosa fai, ma non ce n’è bisogno”, salvo origliare in cima alle scale le sue conversazioni con le amiche e sparlare di lei con la samaritana di turno, oppure prendere tutto senza nemmeno un grazie, per appuntarsi al petto il suo assoggettamento.

I suoi cosiddetti amici mi avevano detto troppo tardi che è uno stronzo (e chi non lo sapeva? Si sono pure stupiti) ma che con me aveva trovato forse la sua salvezza. Perché lui, poverino, lui era caduto nella buca.

Quella sua depressione in cui si rifugiava quando ti ritrovavi assurdamente sola e lo cercavi e lui, non lo sapevi mai lui dove fosse?

Già.

Più ti annullavi per venirgli incontro, più entravi tu nella buca (mentre lui ne usciva mettendoti i piedi in testa), più lui ti disdegnava, perché anche tu ormai ti eri persa e tutto indicava che lui ne fosse il responsabile.

“Ma come fa una come te a stare con uno come me?” Mi aveva domandato un tempo. Non sarei mai dovuta scendere da quel piedistallo, vero? Sarebbe stato impossibile, io ferma non ci saprei mai stare.

Che imbroglio. Hai solo perso tempo, Bianca. Se proprio devi, piangi su questa ragione, visto che non ti è dato di saperne altre. Lui invece ha perso la faccia, per questo non t’incontra. Davanti a te non può più raccontare di quanto è bravo e buono. Ma avrà sempre e comunque dei seguaci dalla sua, almeno finché morte non li separi.

Chi se ne frega. Quanto a me, il giorno del suo funerale mi andrò a fare uno spaghetto con le vongole.

___

“Davvero? Non ne sapevo nulla”. Aveva esclamato il gestore del chiosco, sporgendosi dalla sua finestrella.

“Lo dica a me se ne sapevo qualcosa”.

“Avrà scoperto che era andata con un altro, ahr ahr ahr”.

“Semmai il contrario”, aveva risposto Bianca, voltandosi per guardarlo negli occhi, mentre la frustrazione in discesa libera trovava un argine andandosi a impastare con mollichine di pastafrolla e un baffo di marmellata rimasto all’angolo della bocca. Buona la crostatina, aveva pensato in punta di lingua.

“Sei stata scema”, le avevano fatto gli altri, “bastava gridare forte: È meglio Valentino Rossi! E poi scappare via”.

Scappato bene

27 giugno 2017

Lei scrive di aver trovato, tra le cose scritte e mai esposte, questa, di circa un anno fa. Chissà perché, allora, aveva pensato che fosse esagerata, un inganno della sua sensibilità. Oggi non la pensa più così. Il tempo rafforza le impressioni di un tempo. Era un inganno, comunque.

 

Faccio un sacco di casini, c’ho gli sbalzi d’umore, mi sveglio incazzato che vorrei distruggere ogni legame affettivo che ho, mi prendono le depressioni, poi sono felice, poi sono triste, poi piango, poi cambio idea, poi c’ho i sensi di colpa per le decisioni che non ho preso io da solo, mi fumo le sigarette, scrivo le cose sull’agenda e poi non le faccio mai, le cancello e le riscrivo uguali per il giorno successivo e così via per settimane le scrivo e non le faccio mai mai mai mai mai mai mai mai mai mai.

http://www.dudemag.it/letteratura/racconti/lanagramma-nevralgia-la-ginevra/

 

Ti abbiamo visto stamattina, le hai schioccato un bacio come dovuto e sei uscito dal treno alla stazione giusta all’ultimo minuto, perché non ti eri accorto che stavi arrivando mentre ti parlava e tu, l’ascoltavi controvoglia.

Le hai
dato un solo, ultimo bacio e sei sceso e non hai visto, perché non l’hai guardata, una volta sulla banchina, non hai saputo che, da dentro al treno, aveva la testa voltata dalla parte opposta alla tua, verso l’altra porta. Dove la gente entrava e riempiva l’aria che avevi svuotato di senso per allontanarti
in fretta.

Non hai
sentito la sua sofferenza, te ne sei andato con de ter mi na zio ne. Ti abbiamo visto tutte, hai pure pensato: Finalmente.

Si è alzato il vento e tu non l’hai sentito. Era un vento solare. I nostri capelli si muovevano all’unisono. Ci sono volati in faccia. Hanno velato il nostro sguardo. Ti abbiamo visto perderti nella galleria buia e quindi uscire al giorno che ci ha accecato gli occhi. Andavi ancora più di corsa, se possibile. Sfoggiando quel tuo contegno che ti cattura sempre, come per caso, immobile sullo sfondo della fotografia di qualcun altro. Tu non ti metti mai in mostra. Ci tieni a non apparire. Sono sempre gli altri a darti consistenza, a prendere le decisioni.

Hai controllato il telefono e l’hai rimesso in tasca. Le cose erano di nuovo in fila. Hanno smesso di affollarsi alle porte della mente. Ti sei sentito bene.
Ti sei sentito vuoto. Avevi il compito da portare a termine. Noi lo sapevamo.
Perché eravamo lì, ma non per giudicare. Sei tu a portarci dietro. Tu non lo sai ma ti siamo indispensabili.

Noi
sappiamo di te e non ti giudichiamo. Null’altro sappiamo. Ad esempio, come lei abbia affrontato il giorno. Se sia sprofondata nella solitudine della nuova consapevolezza o se piangendo abbia chiamato un’amica che le ha consigliato di non pensarti più.

Noi non
riusciamo a non pensarti. Ciò che ci hai fatto ci torna davanti agli occhi ogni momento e ti rende più vivo. Nemmeno te ne accorgi, sei vivo solo per noi. Per questo corri, perché noi t’inseguiamo. Oggi tu correrai fino a sera. Anche da fermo, a tavola, con la tua famiglia riunita, tu starai correndo. Arriverai al traguardo e poi cadrai nel sonno. Le cose in fila, e noi con loro (e lei ci avrà raggiunte), le avrai lasciate indietro. Sempre più vuoto, ti sentirai benissimo. Poi ti risveglierai.

 

Io… dipende.

30 aprile 2017

Io… dipende. Aveva risposto Ivan, dopo che la Nera si era rifiutata di fare il nome di chi le aveva fornito l’arma. Era sdraiata a terra e non sembrava che stesse troppo bene, la Nera. Stavo sul lato opposto della stanza, mischiata ai tralci della carta da parati, uva sull’uva. Nessuno mi dava retta mentre io vedevo e sentivo tutto. La Nera era messa male. Piangeva, addirittura, ma forse sarebbe sopravvissuta. Lui aveva perso ancora più colore da quelle guance smorte. Gli passerà la voglia di fumare, ricordo di aver pensato. La Nera aveva chiesto: Ma tu, come ti senti? E lui, passato da parte a parte all’altezza dello sterno, con una macchia rossa che cambiava forma man mano che si allargava sopra la sua felpa, aveva risposto così, proprio così: Io… Dipende. Dipende, stava pensando Ivan, da quanto crescerà il grano giù nei campi, le spighe sono già alte, sento il loro fruscio da qui, lo sento nelle orecchie. E che profumo, radice di liquirizia. Da dove viene? Troppe domande per una sola notte. Io non ti ho mai tradita e l’odore che ora sta entrando dalle finestre aperte ne è la prova. Io sono ancora qui, non ho nessun rimpianto e, quando me ne sarò andato, l’aria resterà tiepida e satura della mia onestà e di tutto il mio traboccante orgoglio. Resterà come una firma, Nera. Che vuoi che sia, andarsene così una notte d’aprile come questa? Verrà l’estate spingendo uva su uva, che si affastellerà sui grappoli e genererà ombra nei vitigni. Noi no. Tu e io, Nera, che ancora stringi la tua arma in mano (chi te l’ha data, Nera? Chi te l’ha rivelata? Tu neanche sapevi di averla, né che fosse già carica e pronta a fare fuoco), noi splenderemo d’oro su ogni stagione che attraverserà la Terra. Ma non per sempre, nulla resta per sempre. Solo finché non esploderà il Sole.
Tutto questo io lo so perché ero lì, stavo sul muro opposto a quello dove Ivan adesso strisciava accasciandosi, soffocando il corpo tutto sussulti della Nera che, no, probabilmente non sopravviverà.

Fastidio (su Cartaresistente)

23 marzo 2017

Ingiustizie e prevaricazioni? Bestie nere. Così i loro prodotti: disordine e maleducazione, sconfinamenti nella libertà altrui. In loro presenza trascendo, reagisco, mi infiammo. Disarticolo gesti e linguaggio, finendo in disordine e malacreanza io stessa.
Ci vuole indulgenza. Riguardo al disordine, stabilire confini e rispettarli (ora che mi ricordo, questa conversazione è già avvenuta, altra epoca e altro continente. Allora prendemmo la via del disordine, e poi… ma non importa). Parlerò però, oggi, qui, della scortesia.
Che fastidio la strafottenza per la sensibilità altrui, le imposizioni di sé, e l’imposizione del rumore in particolare. Il vociare, la musica alta, le suonerie dei telefoni, i discorsi molesti e altre afflizioni… Sapete, uno studio recente stabilisce che la misofonia ha cause neurobiologiche. Io l’ho scoperto qualche giorno fa. Nemmeno sapevo che esistesse, la misofonia, ma oramai è lampante che ne soffra.
Più di tutti, il fischio mi risulta un suono “trigger”. Quando qualcuno si mette a fischiettare, scatena una reazione incontrollabile. Mi viene da domandargli: “Ne hai per molto?” Divento maleducata. Coi suoni trigger accade ciò che dicono gli scienziati: mi agito, non posso più pensare, tachicardia alle stelle. Mi fanno l’effetto del piffero di Hamelin, con la differenza che correrei senz’altro dietro al magico musicista, ma solo per suonargliele io stessa.
Ne ho la certezza: la misofonia ha condizionato la mia vita. Giocoforza, sono tornata a ripensare – ahimé, da quanto non lo facevo- al tempo della mia Africa.
Ero una giovanissima volontaria, da poco in Kenia per un primo lavoro non pagato. Osservatrice di una popolazione che attuava antichi sodalizi uomo-animale.
Una mattina di maggio, io e Wadu, uno del posto, il mio coordinatore per quella ricerca, ci incamminammo fianco a fianco verso i campi sotto una pioggia battente. La pioggia diventò presto una colata, e quindi un muro d’acqua impenetrabile. Per noi non ci fu modo di proseguire.
Aspettammo al riparo del porticato di una casa colonica, quella in fondo al villaggio, che una volta era stata la residenza del Governatore e ora cadeva in rovina, col tetto sfondato già in mezzo al grande ingresso. Oltre il portone, socchiudendo gli occhi, a farci caso, sembrava quasi il Pantheon.
Ci affacciammo appena, per assicurarci di non doverci guardare le spalle da qualcuno che ci si fosse rifugiato: una colonna d’acqua veniva giù in uno scroscio di luce sul pavimento buio. L’aveva reso un’enorme bagnarola su cui galleggiavano i pochi mobili rimasti: una poltrona con la stoffa sdrucita, l’appendiabiti, un tavolino ribaltato a gambe all’aria. Tutto puzzava di muffa al quadrato. Però, che fascino.
Wadu stava chiudendo il portone e non me n’ero neanche accorta. Mi sono ritrovata col naso schiacciato sopra la sua manica, per evitarmi una capocciata.
L’atmosfera era come liquefatta, eravamo zuppi fino al midollo.
Lasciai la testa appoggiata sul braccio del mio accompagnatore. Lui si era fatto cadere a sua volta contro una delle false colonne che ornavano l’ingresso della casa.
A poco a poco il nostro dialogare sfociò in una discussione appassionata. Difficile non farsi sovrastare dal rombo della pioggia. Un nulla grigioargento ci bloccava entro i confini del porticato.
Wadu mi piaceva. Me n’ero accorta subito, ma preferivo lasciare fare al caso. Se doveva succedere qualcosa tra di noi, sarebbe successo. Inutile metterci altro impegno, era già abbastanza faticoso sopravvivere al clima.
Naa, naa, na. – Stava dicendo. – Non sono proprio un maniaco dell’ordine, ma, confini o no, nel disordine non mi ci ritrovo proprio. Nel disordine altrui, intendo- fece, ammiccando.
Neanche io, credimi. Però non è sempre necessario… voglio dire… – La testa si era come distaccata all’improvviso dal discorso. Non riuscivo ad andare avanti. Wadu ora mi stava guardando allegramente dall’alto in basso e fischiettava.
Cosa stavo dicendo? L’ordine, sì. Non esiste una soglia di tolleranza all’ordine valida per tutti, credo.
Giusto!
Lo disse battendosi una mano sulla coscia, così vigorosamente che, per lo scossone, dovetti spostarmi dall’appoggio solido del suo corpo. Cosa che, devo ammetterlo, mi dispiacque.
Tornai ad accoccolarmi e lui, dopo la breve pausa in cui mi sfiorò appena con lo sguardo, come per controllare di avermi ancora saldamente in pugno, riprese:
In genere, la mia soglia di tolleranza verso il disordine degli altri non è molto alta. Però, ok, anche a me quelli che esagerano in pignoleria…
Lo guardai gesticolare con le mani, come un tagliare i bordi di un cubo immaginario, ma non riuscivo a seguirlo. Aveva accompagnato il gesto con dei fischi acuti in sequenza, modulati tra i denti.
Scossi il capo con forza, facendo un mezzo passo lontano dal raggio d’azione di quel suono.
Ero stordita, nemmeno mi avesse suonato una tromba direttamente dentro il timpano. La conoscevo quella situazione. Di lì a poco avrei iniziato a odiarlo.
Wadu, il bel sorriso schietto, tutto solo per me, sotto occhi sfuggenti, color carbone-e-brace, all’improvviso sembrava una minaccia.
Ehi, – cambiando espressione, fischiettò ancora – tutto bene?
Per rispondergli dovetti farmi forza.
Scusa, mi sto sentendo un po’ strana.
Capii di avergli appena fatto credere quello che, in fondo, era ciò che provavo per lui. Ma non in quel momento, di sicuro.
Mi tese una mano. Tentennai. Guardai il suo viso, dal basso verso l’alto. Guardai ancora la sua mano. Emisi un sospiro corto, e poi gli lasciai prendere la mia.
La pioggia stava diminuendo, il nulla si diradava. Tornavano a sbucare i contorni del giardino. Alcuni uccelli espressero la loro gioia cinguettando. Si chiamano Indicatori golanera, Wadu lavorava con loro. Sì, con loro. Sono uccelli simbiotici, scambiano con gli umani dei fischiettii durante la ricerca, utile a entrambi, di miele. Gli uccelli guidano gli uomini agli alveari e ottengono un favo in cambio del favore.
Wadu, senza nemmeno tentare di riprendere il discorso, mi tirò a sé. Sentii come reale un suono di tamburi in lontananza. Lui mi guardava da vicino, invece. Mica osavo fiatare, tesa tra due estremi come mi ritrovavo. Temevo di sbagliare a comportarmi.
Le mie ciglia, inzuppate di pioggia, avevano iniziato a tremolare mentre si avvicinavano alle sue. Vibravano tutte insieme, le nostre ciglia, era una sensazione terribile. Impossibile sfuggire, quella vibrazione somigliava a una specie di richiamo primitivo. Certo non il più forte.
Spioveva un poco e un piccolo golanera si venne a posare accanto a noi sotto il porticato. L’uccello cinguettò e Wadu gli rispose, modulando un fischio interminabile sopra la mia faccia. Sono sicura che in cuor suo pensasse di rassicurarmi, come a dire: Ormai sei nel mio mondo di vibrazioni, morbide piume e miele, lasciati pure andare.
Invece, gli rilasciai una manata sotto al mento, talmente inaspettata da fargli mordere la lingua.
Rimase a bocca aperta. Un filo rosa scorreva dal labbro inferiore e andava a confondersi col luccichio misto a sudore e umido della sua pelle. Wadu era così bello, in quel momento, decisamente molto più incredulo che offeso. Per continuare a non saper che fare, mi misi a braccia conserte, gli voltai le spalle e presi a insultare me stessa. Avevo le interiora rivoltate ma, almeno, lui aveva smesso di fischiare.
Due giorni dopo volavo all’indietro sui nostri due continenti, tirandomi appresso una valigia messa insieme alla rinfusa, rigonfia di un magone enorme che sarebbe stato duro da smaltire.
Gli amici di qui mi chiamano, scherzando, Sostenuta. Arriccio il naso, sbuffo e tiro dritto, se un uomo mi fischia dietro. Esco sbattendo la porta, se una sala diventa troppo rumorosa. Inneggio a Erode, sul pianto di un bambino. Ho sempre pensato di peccare mio malgrado di arroganza, di essere, in fondo in fondo, nata antipatica. Da oggi, però, mi assolvo, penso sia chiaro. E chiedo a voi che leggete, anzi, vi prego: avvicinatevi con molta gentilezza.

Fastidio testo e illustrazione di Francesca Perinelli su Cartaresistente

Sparire agli aggressori

28 dicembre 2016

Un passo dopo l’altro, le foglie secche mi erano testimoni, il corpo si spostava verso il centro città. Era una gran bella giornata lì, nel parco. Ora avevo le prove che il sole c’era, sebbene molto lontano dai muri del ghetto verso cui ritornavo. La massa era pesante, oggi. Mi dava un po’ fastidio. Per questo la portavo in giro in mezzo ai platani, perché perdesse qualche etto della sua consistenza per l’attrazione gravitazionale dei più forti, e mi lasciasse libera di pensare in pace. Pensare, pensare. Da dove si cominciava? Non ricordavo più.

Ero discesa dal tempio di Faustina dopo aver passeggiato attorno al galoppatoio, dove ero andata in cerca di qualche spunto, ma vedevo solo gente ferma ai bordi, o gente che correva. Nessuno a costruire niente. Era ora di pranzo. Certo. E la gente correva, oppure bivaccava. Tutti in compagnia, ma nessuno che, già che poteva, passeggiasse discutendo, non dico di filosofia ma nemmeno di calligrafia, di danza, di musica, di arte, di storia. Niente di spirituale in vista. Niente spirito. Solo materia: Bivaccavano. Oppure correvano. Niente di costruttivo, appunto.

È che mi annoio tanto facilmente.

Avevo fatto la conta dei morti illustri di quest’anno. Fatta eccezione dei parenti stretti (purtroppo abbiamo avuto un lutto importante, ma niente di cui discorrere su un blog), erano dipartiti: Bowie, Rickman, Eco, Prince, Pannella, Casaleggio, Bud Spencer, Wilder, Ciampi, Fo, Fidel Castro… L’elenco l’avevo ripreso da SIO, che non aveva previsto però che appena ieri è andata via Carrie Fisher, così come George Michael, maledizione. E mancano ancora tre giorni al ’17. Ho smesso di contare.

Il parco si era svuotato e, beh, io camminavo tanto lentamente, cercando il sole in mezzo all’ombra andata in mille pezzi a terra, che gli altri hanno finito sia le corse che i bivacchi. Mi sono ritrovata lambita dalle onde del solito fisarmonicista spaccamarroni spacciatanghista (e, forse, chi può dirlo? magari spacciatore) che affligge le mie passeggiate al parco. Mai sopportato. Ma com’è? Com’è possibile che la nostra società tolleri… Va bene, ormai eravamo in pochi. Il fisarmonicista sul viale, io, e un tizio alto e ben piazzato che camminava, noncurante come me, sulle foglie. Distava un… quaranta, trenta, venti metri, eravamo proprio in rotta di collisione.

Non oggi per favore, eh?

Oggi non volevo ritrovarmi a correre. Né a bivaccare. Subendo magari l’aggressione di un nullafacente non pensante, forse remoto ammiratore di fisarmonicisti-magari-spacciatori, eccetera. No. Non mi doveva disturbare, e basta. Io volevo, volevo… pensare. Ma, come si faceva? Se continuavano a distrarmi non lo avrei ricordato in tempo. E il tizio si era avvicinato decisamente troppo.

Si era fermato. Aveva guardato l’orologio. Si era guardato attorno.

Era fermo proprio ai bordi del sentiero aperto nel fogliame secco che stavo percorrendo e non avevo alcuna intenzione di cambiare strada per evitarlo.

Gli sono passata davanti.

– Bela giuornata, eeeh? – ha detto, ma io non gli ho risposto. Né ho velocizzato il passo.

Ho solo fatto attenzione ai suoni in modo più accurato. Un solo piede fa un bel frastuono su di un tappeto di rami e foglie secche, e l’intervallo tra due passi consecutivi produce un rumore di risulta, quello di oggetti calpestati che tentano di riprendere la forma originaria. In mezzo, a farci caso, c’è aria fresca, luci e ombre, cinguettii, ondate di fisarmonica tanguera.

Simulavo il distacco iniziale, e invece ero più attenta, casomai altri passi stessero tentando di raggiungermi. Ho stretto un pugno nella tasca: debolino. Non sarebbe stato utile. Forse, pensavo, forse, avrei potuto fare una corsa, ancora pochi metri e sarei stata sul vialetto fuori dal bosco. Forse, pensavo, il suonatore della dannata fisarmonica avrebbe costituito un deterrente a un’eventuale aggressione. Forse, pensavo, la dovrei smettere di passeggiare sola nei parchi. Forse pensavo, finalmente, insomma.

Sono arrivata sana e salva all’acciottolato e, lì, sulla strada verso il ghetto, mi è tornata in mente una freddura che aveva raccontato ieri una mia amica.

Due rapinatori a una vecchina: – O la borsa o spariamo!

E la vecchina: – Ok, sparite pure.

Vecchina nel parco

Vecchina nel parco

In busta chiusa: U come Umore – Ubbidiente – Ufo (con Cartaresistente)

18 novembre 2016

u_francesca

In Busta Chiusa n. 21, un progetto di Cartaresistente
Lettera U di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon

Ehi? Toc toc… Ciao. Sì, sono io. Adesso calmati, non ci sentiamo da un sacco e, lo so, lo so che mi credevi morta, in un modo atroce di quelli su cui ti piace ricamare. Che ne so, succhiata nel reflusso di un geyser, divorata da un orso, rapita dagli alieni (pare che qui ci vengano a svernare, coi loro Ufo ben mimetizzati tra i ghiacci), esplosa davanti allo specchio insieme ai miei foruncoli ingigantiti visto che ormai mangio quasi solo porcate. Roba facile per te da immaginare, ti avevo detto sommariamente come avrei vissuto quando mi sarei trasferita ma, poi, basta. Di me nient’altro. Per sicurezza avevo distrutto ogni traccia che ti consentisse di localizzarmi in futuro e ti avevo imposto di non provare neppure a cercarmi. Da quando me ne sono andata, anche se non mi hai ubbidito, non ti ho più scritto, non ho risposto alle lettere, alle telefonate, ai messaggi che hai inviato a casa dei miei genitori. Ho ignorato pure i tuoi richiami mentali, tanto ci credi soltanto tu a quella cazzata della telepatia. Volevo sparire, davvero, mi ero stufata di te, di noi, di tutto. Speravo che rotolandomi nella più misera, elementare, noiosa, basilare, innocua condizione di vita mai provata mi sarei sentita finalmente libera di riprendere a respirare, senza pensarvi più (a nessuno di voi, tanto per chiarire, a nessuno). Ma per tanto tempo mi sono solo sentita più apatica di prima. Adesso, però, te lo devo dire, c’è qualche novità. C’è un ragazzo che stira i colletti degli abitanti di questa città, nella lavanderia di sua madre. L’ho incontrato nel retrobottega del negozio, mentre buttavo la spazzatura di una settimana senza neanche turarmi troppo il naso (già: sono diventata perfino meno schizzinosa). Stavo davanti al secchio, col sacco chiuso male che sgocciolava roba scura e maleodorante a terra, e ho bestemmiato sottovoce perché avevo sporcato il giaccone chiaro di renna, l’unico che ho portato via dall’Italia, l’unico che avevo da indossare quel giorno (l’altro lo avevo appena dato alla madre di lui, del ragazzo, alla proprietaria della lavanderia, perché me lo ripulisse, che ultimamente sembro proprio una stracciona, devo darmi una mossa, è ora di trovare un lavoro, altrimenti quelli di qui si rendono conto che sono una mangiapane a tradimento, una che gratta i risparmi dei suoi vecchi invece di guadagnarsi da vivere, come da queste parti fa chiunque abbia più di vent’anni) e faceva un freddo cane e, insomma, avevo appena detto una bestemmina leggera, ma, devi credermi -lo sai che ci tengo a non dare nell’occhio-, l’avevo fatta uscire dalla bocca a un volume appena udibile, ma mi sono dovuta lo stesso guardare attorno, come se fossi ancora in mezzo a voi, bigottoni chiesastici pesapersone, e non ho fatto in tempo a smettere di sentirmi inutilmente in colpa, che ho notato lui, inquadrato nella porta del retrobottega, con una sigaretta in bocca e il fumo che ricadeva verso il basso, come ghiacciato e cristallizzato all’uscita dalle sue labbra viola. Stava tranciando una lattina di Coca con un enorme paio di forbici da sarta. Mi è sembrato così strano che ho gettato l’immondizia (aperto il secchio con la mano sinistra, calcolata la forza necessaria da imprimere al braccio destro e lanciato il sacco all’interno con la sua scia di percolato a scodinzolargli dietro; richiuso il secchio, preso un fazzoletto dall’interno di una tasca del giaccone, strofinato le mani fino a immaginare di averle ripulite) senza staccargli gli occhi di dosso. Il tipo pure ha alzato lo sguardo su di me e non l’ha riabbassato, anzi. Sembrava un invito a venirgli vicino, e l’ho fatto, senza domandare permesso: mi sono piazzata proprio davanti a quel ragazzo, davanti alle sue mani. Ha smesso di guardarmi per appoggiare le forbici in terra, sulla soglia (ho notato che la porta era semichiusa – visto mai la madre lo richiamasse in negozio, ho pensato). Ha arrotolato la sagoma di una rosa di latta, ne ha ripiegato i petali all’infuori, poi ha ripreso le forbici e, dagli avanzi di alluminio, si è messo a ritagliare una specie di stelo. Lo ha attaccato sul fondo del fiore, si è rigirato il tutto tra le dita con un’espressione soddisfatta e poi, soltanto allora, ha risollevato lo sguardo su di me. I suoi occhi erano bottoni neri dentro due asole strette che ammiccavano da un ciuffo di capelli biondi, quasi bianchi. La faccia piena di efelidi. Forse avrà avuto diciott’anni, forse di più, qui la gente matura in fretta ma mantiene sempre un aspetto infantile che non ti fa decidere che tono usare nelle conversazioni. Almeno secondo me. Io vengo da un universo talmente differente che neanche ci provo a spiegarlo, quando mi chiedono: “Com’è l’Italia?”. Mi sono accorta di un colpetto sullo sterno, dato col polso. Tra i miei occhi e l’ultima estremità della sua frangia, ondeggiava un’ombra che poco fa non c’era. “Tieni”, mi ha detto, sfiorando con la rosa la punta del mio naso. Ci siamo appoggiati agli stipiti, parlando e a fumando insieme. Ogni tanto lui e la madre si lanciavano qualche frase a voce alta tra esterno e interno della lavanderia. Lui ruotava la testa di un’angolatura innaturale, mantenendo tutto il corpo ben fermo, e mi bloccavo a fissargli l’emersione di rigagnoli azzurrini sulla superficie del collo e di filamenti tendinei al di sotto della pelle, liscissima e tesa. In quei momenti ancora non avevo cambiato umore. È stato dopo, parlando di me e di te, quando è saltato fuori l’argomento, quando stavamo discutendo di vita e di libri -ne legge, di libri- che dalla sua voce misurata è saltata fuori una nota più acuta: “Quindi sei una persona scomparsa… Anche tu!” (Che in questo buco di posto ai confini del mondo la gente ci venga a sparire, io lo sapevo bene. Non mi era chiaro però fino a che punto venisse tollerato. “Benvenuti a …, Paradiso Degli Scomparsi”, avrebbe potuto recitare il cartello all’ingresso della cittadina. In fondo anche gli abitanti avrebbero avuto il diritto a far perdere ogni traccia di sé ma, partendo da questo posto, dove altro sarebbero potuti andare?). “Hai notato che ormai tutte le trame (rosa, gialle, grigie, arcobaleno) si reggono su una sparizione? Non si riesce più a leggere altro”, ha detto. È stato allora che mi è apparso tutto chiaro, che ho capito di aver sbagliato meta cercando di dissolvermi. Che, anzi, come tutti gli abitanti di qua, provavo un desiderio folle di connessioni reali, che nei libri cercavo nuove trame di vita, che avrei voluto ammirare fiori in grado di non appassire mai e che, di tutto questo, nulla sarei riuscita a fare se fossi rimasta isolata. Non saltare alle conclusioni, non c’entra niente il ragazzo. È a te che sto scrivendo. Ancora equivochi, scommetto. Ti sbagli, non annuncio il ritorno. In fondo non sono mai stata così bene come in mezzo a queste nebbie, a questa gente che non aspira affatto a scomparire. Capisci allora a cosa sto puntando? Penso di sì, sei lento ma poi arrivi. E dai, so che ti manco. Di tempo ne è passato pure troppo e altro non ne dovrà passare inutilmente. Quindi, stavolta sii ubbidiente: molla tutto così come ti trovi, prendi un treno, un aereo, chiedi un passaggio a un’astronave, ma sbrigati a venire qui da me.

Prima o poi si cresce

1 settembre 2016

Paolo Nori punto it

[…] Lo zen e il tiro con l’arco, e Siddhartha, anche, e Lo zen e la manutenzione della motocicletta, quelli con lo zen nel titolo quasi tutti, e il Gabbiano Jonathan Livigston che, tra l’altro, ha anche un nome che non so mai dove mettere l’acca, e Avere o essere, di Erich Fromm, e Innamoramento e amore, di Francesco Alberoni, e i libri di Pennac tipo La prosivendola eccetera […] 

(paolonori.it 31 agosto 2016 )

 

A quei libri che ha citato nel suo post Paolo Nori, dovrei aggiungere che, a me, da ragazza, Fromm ha richiamato Fromm; Hesse, altro (e poi  tutto ma tutto) Hesse; dopo il Gabbiano, di Bach ho letto Un ponte sull’eternità per ben tre volte; la serie zen si è limitata al tiro con l’arco e alla motocicletta, ma mi hanno risucchiato pure: tutta la fantascienza di Heinlein, tutto Andrea De Carlo (anche se Arcodamore, prima delle ultime pagine, l’ho lanciato con gesto atletico in un cassonetto, ed era  già il 2003), moltissimo Camilleri, e ho volontariamente sorbito perfino tre degli sbobboni confezionati dalla premiata ditta Elena Ferrante.

Continuo a trovare Paolo Nori piacevolmente affine, rassicurante, nella sua ripetuta ammissione di normalità. Bello entrare in metropolitana la mattina e scoprire di avere in comune cotanto bagaglio, così innocentemente imbarazzante.

Unico neo: La Prosivendola, mi manca. O meglio, ce l’ho. Era stato un regalo di compleanno di Fabrizio, il mio ragazzo ai tempi dell’università. Aveva accompagnato il dono con il commento: “è pure l’autore preferito di…”  (la ragazza succeduta a me, dopo che ero stata lasciata) e Pennac non sono mai riuscito a leggerlo. Temo che non sia proprio di mio gusto, in ogni caso non ci ho riprovato.

Ma con Fabrizio siamo ancora amici, non abbiamo mai smesso di esserlo, anche senza sentirci per anni, perché siamo stati sempre gentili l’uno con l’altra e non abbiamo mai compiuto atti senza ritorno, del tipo che ti costringe a cambiare lato del marciapiede a vita, se ti rincontri per sbaglio. Se fosse accaduto questo, allora sì che mi vergognerei. Non per la lettura di libri di formazione o di gusto popolare.

Prima o poi (salvo eccezioni) si cresce.

Quaranta ruggenti

22 agosto 2016

​Alle nove di sera c’è un cielo pieno di stelle sul mare. Nascoste in parte dalla torretta di guardia dei bagnini, che illumina il tratto di spiaggia davanti al chiosco dove sono seduta a bere una Ipa di colore verde. Non la conoscevo, me l’ha consigliata il barman. 

Accanto a me un ragazzo e una ragazza fumano e parlano di stupidaggini con aria tutta compresa. Una tipa ha chiamato lei al telefono, ha risposto lui, mimando ad alta voce un orgasmo ma è stato freddato. Quella al telefono pare che fosse in viva voce col padre davanti. Lui ha chiesto scusa e le ha passato la ragazza. Un’ altra loro amica l’ha citata in un commento su Facebook. 

Lei fa: 

“Ma mo’ che vole? Prima nun m’ha cagata de pezza e mo’ se vo’ mpiccia’ dell’affari mia”. 

Lui ha i capelli rasati e un orecchino. È magrissimo. Lei esibisce un caschetto, è minuta ma parla e ride come un camionista. Riattacca e dice a lui come intende rispondere alla tizia in privato per farle capire che è una stronza. Prendono a baciarsi rumorosamente. Fanno grossi schiocchi con le labbra.  

Poco fa, quattro bionde belle, dalle cosce lunghe e con minigonne cortissime, hanno giocato per una decina di minuti a tirare vuoti di birra da 33 cl. all’indietro, in un secchio della spazzatura immerso nella sabbia. Ridevano da pazze e scuotevano i capelli come amazzoni, padrone della natura selvaggia. Quando si sono stufate mi sono sfilate accanto. Per come si atteggiavano, e perché ne vedevo bene solo un paio, all’inizio mi erano parse delle adolescenti. Una coppia a un altro tavolo, mentre le quattro si sedevano tra me e loro due, si è informata se le più grandi fossero sorelle. Dalla voce e dalla risposta ho dedotto di essermi sbagliata, erano due cinquantenni molto ben tenute che hanno informato i presenti di essere due “amiche, però semo sorelle per scelta”, che stavano insegnando alle figlie le cose davvero importanti nella vita. E giù un’altra risata di gruppo. Un terzo cinquantenne molto ben tenuto si è affacciato dal chiosco per chiamare il gruppetto. Loro hanno salutato la coppia con un “Buona serata!” e hanno raggiunto con finte proteste l’uomo, gli hanno detto che il tramonto era stato bellissimo. Erano rimaste in spiaggia da allora per aspettare gli uomini, e ritornavano con loro per terminare la serata. 

I due accanto a me si stanno baciando da un po’. La musica è Girl from Ipanema, seguita da altri standard di chitarra jazz.

Il mare mugghia. Non ricordo bene il significato di mugghiare, ma rende bene il suono. 

Le stelle sembrano allestite da un astuto scenografo. 

Alla mia destra i baci sono interrotti da commenti ad altri messaggi comparsi sui telefoni. Lei è gelosa, lui lo capisce e la prende in giro. Poi si fa silenzio. Il mugghiare prende il sopravvento. Non mi volto. 

Vedo la schiuma ordinare strisce bianche sulla battigia. Alla chitarra si unisce anche un sassofono. Il percorso verso la torretta è illuminato da piccole luci in fila, che sembrano lo specchio delle stelle in cielo e, in lontananza, aerei bassi sorvolano l’orizzonte. Il vento è caldo. Sono le nove e quaranta e lui sta domandando, piano, a lei: “Ma sei capace di stare un secondo seria? Io ti parlo seriamente e tu continui a scherzare”. Poi, però, riprendono a baciarsi.

Purity, o della speranza

22 aprile 2016


Purity
Jonathan Franzen
2016
Supercoralli
pp. 656
€ 22,00
ISBN 978880621660

Ho letto Purity per la fede che nutro in Franzen ma ammetto che ingranare è stato difficile. L’ho percepito come un’esposizione, diapositiva dopo diapositiva (sono sei in tutto, ognuna è un mondo a sé stante), di un lavoro costato lacrime e sangue al proprio autore.

L’ho affrontato come un saggio ambizioso e poi, a sorpresa, dopo l’ultima salita, mi sono ritrovata a planare in cielo aperto nella scia della luce che porta a risplendere l’autore oltre “il moralismo che può infastidire un lettore che legga le sue sferzate sui mala tempora currunt”, evidenziato da Christian Raimo . Le sferzate a cui accenna Raimo sono quelle che collocano Franzen tra gli scrittori “bacchettoni” (Cfr. Forse sognare, saggio del 1996 apparso inizialmente su Harper’s Magazine), benché nella gestione della materia narrativa Franzen non conosca censure e depositi uno sguardo compassionevole sulla (spesso bassa) umanità dei propri personaggi.

Nella picchiata finale verso la conclusione la protagonista si spoglia, non tanto metaforicamente, dei panni dickensiani fin lì indossati e si trasforma in una Rossella O’ Hara decisa a dimenticare il passato in modo tanto umano quanto quasi comico, in rapporto alle terribili vicende che ne hanno preceduto la messa in atto.

Impossibile non amarla, perché questa è vita, e Franzen l’ha catturata senza camuffamenti. Nel mondo e nel libro convivono fattori parimenti oppressivi come i servizi segreti, internet e le mamme, eppure l’umanità va avanti. Nel mantenere, accanto agli stratagemmi, un necessario senso di realismo tragico. Quello individuato da Franzen come antidoto al “realismo depressivo”, nel passaggio “dall’oscurità paralizzante all’oscurità come fonte di forza” (1).

Il realismo tragico “preserva la cognizione che del fatto che ogni miglioramento ha sempre un prezzo; che niente dura per sempre; che, se nel modo il bene supera il male, ci riesce per il rotto della cuffia. […] Il realismo tragico preserva l’accesso  […] al dolore dietro la narcosi della cultura popolare.”

In Purity c’è concretezza e altrettanta consapevolezza della narcosi dilagante ed è un libro veramente tragico. Rispetto ai precedenti, si spinge al confine della letteratura di genere (il giallo, il noir) ma, paradossalmente, ne esce come il più conciliante del trio di capolavori (accanto a Le Correzioni e Libertà) di Franzen. E finisce per cantare un inno alla fratellanza senza concedere nulla alla religione o al misticismo.

Purity mostra che quanto più si riconosce dignità alla reale natura delle persone, superando l’“idealismo improduttivo” delle tardive adolescenze, tanto più i rapporti interpersonali se ne avvantaggiano. Che la ”purezza” è una chimera, e l’ossessione per la pulizia non è soltanto inutile, ma dannosa. Che la cultura del “liking” (non del “loving”), la cura eccessiva di ciò che gli altri pensano di noi è quanto di più lontano ci sia dall’amore. Che senza provare amore, semplicemente non si può vivere.

[Segnalo, a proposito, il breve e illuminante saggio “Liking Is for Cowards. Go for What Hurts”. Di seguito degli estratti aforismatici, per me di qualche importanza:

“the narcissistic tendencies of technology and the problem of actual love”; “trying to be perfectly likable is incompatible with loving relationships”; “love is such an existential threat to the techno-consumerist order: it exposes the lie”; “love, as I understand it, is always specific. Trying to love all of humanity may be a worthy endeavor, but, in a funny way, it keeps the focus on the self, on the self’s own moral or spiritual well-being. Whereas, to love a specific person, and to identify with his or her struggles and joys as if they were your own, you have to surrender some of your self”; “love … is where our troubles begin”; “the fundamental fact about all of us is that we’re alive for a while but will die before long. This fact is the real root cause of all our anger and pain and despair. And you can either run from this fact or, by way of love, you can embrace it”.]

I sei capitoli (incluso il romanzo autobiografico di uno dei personaggi principali) attraversano un quarto di secolo tra Europa e Stati Uniti, con l’accesso alle vicende di protagonisti straordinariamente simili nei traumi subiti e nelle conseguenze derivanti, ma che differiscono per scarti successivi, e portano a un’apertura progressiva a quella speranza che sembrava definitivamente preclusa.

Sullo sfondo corre il grande tema che arrovella Franzen e, forse, ne ha ispirato il concepimento di questo libro: la continuità tra regime e rivoluzione,  realizzata attraverso l’abuso della privacy (2).

“La vecchia Repubblica si era senz’altro distinta per sorveglianza e parate, ma l’essenza del suo totalitarismo era più quotidiana e sottile. Potevi collaborare col sistema o potevi osteggiarlo, ma l’unica cosa che non potevi fare, che tu avessi una vita sicura e gradevole o che ti trovassi in prigione, era rimanergli estraneo. La risposta a ogni domanda, grande o piccola, era il socialismo. Sostituendo socialismo con network si otteneva internet, un sistema fatto di piattaforme rivali accomunate dall’ambizione di definire ogni aspetto dell’esistenza”.

È una lezione semplice ma di difficile comprensione per i più. Franzen ne espone gli esiti applicati al totalitarismo, alla globalizzazione e, non ultima, alla famiglia. È significativo che, sul finale di questo libro, completi la distruzione del suo primo, grande protagonista da sempre, attraverso lo scagliarsi apocalittico di reciproche accuse riguardanti una “verità più profonda”, la realtà soggettiva degli individui, un mistero a cui riconoscere il dovuto rispetto.

Chris Cornell – Higher Truth

 

1) “Come stare soli” di Jonathan Franzen, Ed. Einaudi Supercoralli, 2003.

2) Ibid. “La violazione della privacy è il nucleo emotivo di molti crimini” ma la sua riduzione a “inflizione di disagio emotivo” configura una serie di illeciti dalla natura fragile.  Esiste un “panico da privacy” ingiustificato e “fondato su una convinzione errata”: La vita dell’americano medio in una città di piccole dimensioni nel secolo scorso registrava quotidianamente più intrusioni di quelle che subisce un attuale abitante di una grande città, completamente ignorato dai vicini. Sta anzi “esplodendo” il “diritto a essere lasciati in pace”. Non è la sfera privata (“farsi i fatti propri in privato”) a essere minacciata ma quella pubblica (“farsi i fatti propri in pubblico”). Il mondo in rete ha reso la “privacy” (così intesa) trionfante. “Se cammino lungo third Avenue di sabato […] intorno a me vedo giovani attraenti curvi sui loro [telefonini] con un’espressione preoccupata […] la sola cosa che voglio da un marciapiede è che la gente mi veda e si lasci vedere, ma anche questo modesto ideale viene frustrato dagli utenti di cellulari e dalla loro privacy importuna”.

Sting

13 aprile 2016

La scusa ce l’avevo, ed era buona, ma è così che va: devo toccare con mano. La settimana scorsa sono andata a trovare Flavio, un amico dei tempi dell’adolescenza, e Flavio fa il dentista. Volevo scoprire cosa ne è della sua vita adulta. Mi ha fatto accomodare sul lettino e ha chiesto: E come va? Gli ho detto: Così e cosà, le cose cambiano, i tempi passano, e poi gli ho chiesto io: Ma questi denti, vorrei tenermeli stretti, che cosa posso fare? Mi ha risposto, anzi, no. Prima mi ha guardato, poi mi ha risposto, ancora immerso in quello sguardo lungo: Amica mia, tu sei la più piccola del gruppo, è vero. Io l’ho interrotto, Davvero sono la più piccola? Sì, ha detto. E ne era così sicuro, che in un secondo ho concepito il simile pensiero: lui e sua moglie Pimpa, magari la sera a letto, parlano ancora di noi come se esistesse un gruppo, come se io e Pimpa avessimo ancora quindici anni, o meglio, lei quindici e io solo quattordici. Eh già. Sì che ero la più piccola. Ma com’è che dopo lauree, specializzazioni, figli, comunioni, diplomi e matrimoni, e le vacanze al mare e in montagna esibite foto per foto su facebook, e Pimpa che non invecchia mai e Flavio sempre più pacioccone, gli anni che trascorrono senza voler sapere più niente gli uni degli altri (voler sapere, ho detto, perché alzare il telefono sarebbe cosa da niente, però la vita tira forte, trascina i nostri giorni, meglio lasciar passare, che magari qualcuno è pure morto nel frattempo e che tristezza saperlo), com’è che questi due hanno ancora voglia di parlare di “noi”, una ventina e passa di persone, come se il tempo si fosse fermato all’epoca del loro primo bacio? Ma come fanno, che cosa immaginano di noi che siamo tanto lontani da loro due in simbiosi, come fanno a immaginarci ancora in gruppo, tutti insieme? Io, che qualcosa so, perché ho preso il telefono e ho chiamato, e sono salita in macchina e sono andata, e avrei voluto tanto che il gruppo fosse ancora lì, perché ne avrei bisogno oggi come ne avevo tanto bisogno quando ero una ragazzina, e andando e toccando con mano, ho scoperto la diaspora dei fratelli, il segno dei tremendi scherzi del destino, scavato a fondo nella terra che separerà per sempre gli uni dagli altri, al gruppo, mi duole dirlo, io non ci credo più. Esiste solo l’uno a uno. Sei la più piccola, mi ha risposto, è vero. Ma anche tu ormai fai i conti con l’età. Dunque non la trascura, l’età, dunque lui sa, eppure pensa al gruppo. Devi imparare ad allentare la morsa, sul serio, pensa di più a te stessa, ha detto, con convinzione. Se vuoi tenerli stretti, i denti, tu cerca di non stringerli. If you love sombebody, set them free, praticamente, ha detto. E sulle sue parole il volume della musica si è alzato sovrastando ogni altro rumore, e io ho preso coscienza di essere davvero la più piccola, eterea, minuscola componente di un grande vuoto tappezzato di ricordi inutili, e Flavio in quel momento era il più grande, il massimo custode del nostro ricordo rarefatto e adamantino. Così, mi sono lasciata andare a corpo morto, ho aperto la mia bocca, l’ho lasciato entrare. Mi ha cavato un dente.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: