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Fantasia di fine

31 agosto 2020

Maga. Sei l’unica che conosca a non aver mai detto di volerla fare finita.

.Appunto.

Non lo stai dicendo nemmeno adesso, vero?

.Certo, è solo una fantasia.

Solo una fantasia… di fine estate?

.Può darsi.

Ma, per sapere, ci sono anche io, nella fantasia?

.Quella di fine estate?.

Eh.

.No.

Perché?

.Tu sei bruciato.

Avevi detto che la mia tempra si rafforza col fuoco. Avevi detto che nessuno mi può eguagliare. Avevi detto,

.Sbagliavo. Vedi, è bastata un po’ di pioggia per rivelare che sei marcio dentro.

Oh. Sono perplesso, credevo fossi mia per sempre, Maga. Almeno nelle fantasie.

.E, invece, dopo tanto, è scesa la pioggia.

È vero. E mi sto dissolvendo, Maga. Addio. Prima, però puoi dirmela? Ti prego.

.Cosa?.

Quella tua fantasia. Me ne andrei più sereno.

.Una fantasia di fine, no?.

Quale fine, insomma!

.Ma la tua.

Avevi detto,

.Ricominci?.

Lasciami dire, sono sempre le mie ultime parole in fondo.

.Su, forza.

Avevi detto che era una fantasia di fine estate.

.Sono solo due gocce. Ti pare che l’estate possa finire qui?.

No, e per una come te potrebbe non finire mai.

.Ottime ultime parole, demone.

Quarantina0zero3tre – Mani libere

30 aprile 2020

Avevo ripreso a compiere con cura e con calma i gesti più semplici, come ricevere un pacchetto di mandorle caramellate dalle mani dell’ambulante, e dire un: – Grazie -, accompagnato da un sorriso angelico (il venditore avrà avuto più o meno la mia età; o magari mi sbaglio, è parecchio che non controllo nello specchio il più recente aggiornamento di me), prenderlo e aprirlo. Frugare, anzi, scartabellare, visto l’alto livello di controllo esercitato, col medio e l’indice, ficcarci dentro anche il pollice e riemergere con la mano chiusa attorno a due o tre praline irregolari, ruvide e scure, tanto profumate di zucchero e così promettenti, da desiderare di cacciarle all’istante in bocca con tutte le dita, a rischio di darmi un morso senza accorgermene, a rischio di soffocare per la foga. Rischio subito eluso perché, anche con la saliva che mi schiumava dal fondo del palato e che iniziava a emergere all’angolo delle labbra, che aprivo e chiudevo passandoci in mezzo con la lingua, mi guardai prima bene attorno con circospezione.

Qualche persona mi passava accanto. Una coppietta troppo impegnata a perdersi negli occhi; un manovale curvo, le mani in tasca, il passo veloce e lo sguardo basso sulla sua sigaretta; nell’angolo della piazza opposto al mio un carabiniere parlava con un tizio in borghese, troppo lontani per darmi retta.

La mano a coppa stretta attorno al suo bottino uscì dall’ombra e consentì uno sguardo concentrato. Erano belle, cazzo, quelle mandorle. Così casuali nella conformazione presa dalla cottura. Comprate in strada, senza dichiarazione di provenienza, e l’ambulante sembrava pure un nordafricano. Belle. Potenzialmente sporche. Vendute a me da una cucina anonima, clandestina, incontrollabile. Oggetto di un atto di fiducia estrema. Venite a me.

Prolungai la visione fino a toccare il mare, che sfrigolava in lontananza verso il tramonto.

Venite a me, mandorle caramellate. Con una manciata lunga, strusciata a tirare il labbro inferiore giù contro il mento, vi porto dentro la bocca desiderante, fatela piena. Riempitela del vostro gusto rosso brunito, lasciatevi roteare dalla mia lingua, rendere zuppe dalla mia saliva. Ah, che gusto. Che gusto.

Ne masticai come se mai ne avessi potute assaggiare prima. Stordita da tanto piacere e delusa dalla breve durata, scordai tutte le cautele e pescai ancora dal cartoccio grezzo, prendendone di più. Con gesto più veloce. Le ficcai in bocca senza degnarle di mezzo sguardo.

Le mie puttane. Godo di voi, e voi non vi ribellate, brave. Vi getto a palate, vi ammucchio, vi addento, vi bagno di saliva, vi ingoio e torno a le superstiti rimaste tra denti e guance per finirle a morsi e ingoiare anche loro.

Ripetei il gesto, forse una volta di troppo: Una si mise di traverso tutta intera nella glottide, e d’un tratto non respiravo più.

Cercai di ritornare in me, di ragionare con calma su cosa fare, ma l’urgenza di vita stavolta bloccò la mia intenzione. Il mondo si fece scuro e opaco, dalla mia bocca aperta sentivo uscire una pappa zuccherosa. Dimenticai il sacchetto, forse finì in terra. Portai d’istinto le mani contro lo sterno e poi contro la gola, scoprii di non poter tossire. Un caldo intenso mi invase collo e orecchie, lambendo il mio cervello. Ogni pensiero era vano, ogni speranza lontana come le sagome controluce dei natanti al largo, ultima immagine colta prima di svenire.

Riaprii gli occhi sentendomi schiacciare forte contro l’addome, mi accorsi di aver sputato fuori qualcosa, di avere un corpo addossato al mio, sentii la schiena calda, provando freddo in qualunque altra parte. Con quelle sensazioni che si affacciavano disordinate alla mia coscienza riemersa, seppi di essere viva.

Il corpo che mi sorreggeva, adesso mi adagiò con cura sul terreno, e mi si inginocchiò accanto. Era l’ambulante, ne riconobbi gli occhi, la bocca sorridente e, eccole lì, due volte benefattrici nello stesso giorno, quelle mani grandi e scure, dalle unghie smozzicate. Non feci caso se fossero pulite.

Gli dissi, ancora: – Grazie – , senza badare al tono della voce.

Lui aggrottò la fronte.

– Lo sai – , mi prese a dire, e io mi feci più piccola, temendone il rimprovero. Capendo il peso reale del mio gesto. Il rischio corso, la sventatezza e il costo che stavo per pagare.

– Lo sai -, riprese, – cosa significa quello che è appena successo?

Senza riposte pronte, mi limitai a interrogarlo muta, guardandolo dal basso.

– Che siamo liberi.

Tutto lì. Siamo liberi, aveva detto, e insieme avevamo guardato l’orizzonte, oltre il confine della piazza, oltre il pontile. Le barche ora sembravano vicine e distinguevo le onde entro cui oscillavano in quel pomeriggio tiepido e senza vento. L’odore del mare mi colpì l’olfatto. Vidi il cartoccio in terra, le mandorle sparpagliate annusate da un cane randagio. Non mi importava più di loro. Eravamo liberi.

Il ragazzo mi respirava vicinissimo. Doveva aver fumato.

– Sì,  è così. – Stavolta riuscii a sorridere. – Non avremmo potuto fare questo.

 

 

Quarantina0zero2due – Sirena

23 marzo 2020

@projectmermaids

Appena vide Renata sulla soglia fece quattro o cinque passi svelti verso di lei, urtando più di un passante, e si affrettò a prenderle le mani tra le sue.

I capelli le si erano incollati al volto e i suoi vestiti erano zuppi per il temporale che assediava la piccola stazione facendone rombare le vetrate. Attorno alle sue scarpe e alla valigia si era già formata una piccola pozzanghera e, nel vederla così, con gli occhi vuoti, la carnagione esangue e sul punto di disciogliersi sul pavimento anche lei con tutto il resto, Nicola ebbe la visione di una sirena capitata per errore sulla terraferma. Invece era Renata. Che tornava dalla Danimarca.

Teneva le minuscole mani infreddolite tra le sue e, nel riceverne il sorriso e, con quello, il primo accendersi di una fiammella calda nello sguardo, riuscì a sovrapporle l’immagine della ragazza abbronzata e sicura, in posa assieme a lui davanti al grande specchio dove avevano appena interrotto l’amore per immortalare, con allegria e un senso di lontana irrequietezza, la giustezza di quei giorni, gli ultimi, i più intensi, prima della separazione di tanti mesi prima. L’immagine che aveva prevalso su tutte quelle scambiate durante la lontananza, l’ultima in cui erano stati insieme.

Adesso potevano esserlo di nuovo. Avevano nelle tasche intere odissee da raccontarsi, incastri magici da ritrovare, odori familiari da ravvivare, e nuovi capelli bianchi da contare. Teneva le sue mani tra le proprie e accoglieva come miracoli, dagli occhi ormai tornati vivi e accesi, le strette e lunghe pieghe della pelle, che si formavano guizzando sopra gli zigomi in direzione delle tempie.

Renata prese fiato in un sussulto, ebbe come un istante di smarrimento e girò il volto. Nicola si curvò su di lei, sollecito, per seguirne la nuova inclinazione. Renata sussultò ancora e, con una decisa rotazione della testa, tornò faccia a faccia con Nicola investendolo con uno starnuto. Lui d’istinto scattò all’indietro ma subito si fece addosso a lei, la avvolse in tutta la sua fragilità di pioggia e di raffreddore, si fece contagiare dallo scoppio di risa della ragazza e impastò il proprio viso con il suo, scivolando tra gocce di natura indistinta, ne riconobbe l’alito e vi aggiunse il suo, leccandola e baciandola e lasciandosi leccare e baciare a sua volta, finché non sentirono entrambi un ronzio nelle orecchie che li convinse a staccarsi.

– Non avresti mai potuto fare questo.

– Cosa?

– Starnutirmi in faccia.

– Neanche tu.

– No, io neanche.

– Non avresti potuto leccarmi e baciarmi così.

– Come due estranei.

– Davanti a tutta questa gente, poi.

Si strinsero alcuni istanti per poi tornare a tenersi le mani.

– Nicola, mi è venuta una voglia – aggiunse Renata, e Nicola in un momento era già nudo con lei tra le lenzuola e ne poteva contare a una a una le ciocche dei capelli aggrovigliati e umidi sparsi sul cuscino, ne stringeva i seni tra i denti e i fianchi tra le mani, e la sentiva muoversi e affannarsi attorno e sotto di lui, e la incalzava e la incalzava e la incalzava sempre più forte, sempre più intensamente, mentre lo specchio restituiva le evoluzioni dei corpi nella perfezione di quell’esecuzione.

Dominandosi a fatica recuperò la lucidità necessaria per domandarle in un orecchio: – Quale voglia?

Renata, eccitata come una bambina, rispose col sussurro più languido che fosse mai uscito dalle sue labbra: – Scattiamoci una fotografia.

Quarantina0zero1uno – Forse le formiche

20 marzo 2020

Time pieces – Allan Kaprow

– Mi dispiace se ti siedi qui?

La ragazza represse male un sorriso.

– No. Non ti dispiace.

Lui, che non aveva distolto lo sguardo dal suo, colse il segnale di via e sorrise a mezza bocca a sua volta.

Sedettero all’unisono, con lo stesso movimento affettato che li fece leggermente rimbalzare sulla panchina in legno. Qualche frammento di vernice scrostata scese piroettando sopra l’erba ma nessuno dei due se ne accorse. Forse le formiche.

Lo attraversò il dubbio che tutto stesse accadendo esattamente come lo aveva immaginato, o che il fatto di ritrovarsi nel parco seduto accanto alla ragazza avesse prodotto a ritroso il falso ricordo di un immenso desiderio. Scelse di non saperlo.

Intanto il sole sfioccava rado attraverso il fogliame che li circondava. Intanto uno stormo di anatre si levava dal canneto starnazzando. Intanto, attorno a loro, solo il cane Molly si muoveva sregolato, tartufo sul terreno e coda sventolante. Reiventava il vecchio gioco di una preda da cacciare.

– Così tu vieni qui?

– Qui?

– Nel parco. A passeggiare.

– A volte. È un caso che tu mi abbia incontrata, sarei passata per la strada, come al solito. Ma oggi, – disse alzando e socchiudendo gli occhi, come per osservare meglio qualche dettaglio del cielo -, oggi mi sono detta: Beh, che male c’è ad allungare un po’? Con una giornata così.

– Una giornata così merita – fece lui, dondolando la testa in avanti.

– Merita, sì.

La ragazza si morse il labbro inferiore.

– Lo lasci sempre libero?

– Libera, è una femmina. Ed è molto educata.

Ma il cane era già lontano dai loro pensieri, così il perché stessero entrambi lì, impegnati a cercare parole, mentre si erano trovati proprio perché di parole ne avevano avuto abbastanza.

– Credo che farò domanda per un semestre all’estero. – disse improvvisamente lui.

– Oh. – Fu la risposta della ragazza.

Guardavano lontano, guardavano le punte delle loro scarpe. Guardavano le onde prodotte dal mare di fili d’erba che li attorniava. Lui si voltò e scoprì com’era fatto il suo profilo.

La ragazza aveva un orecchio roseo, e una tonalità calda di rosso si era diffusa sottopelle, tra il collo e la fronte. A lui sembrò che la sua bocca fosse sul punto di parlare. Invece si dischiuse appena e restò così, sospesa tra il respiro e l’assaggio.

Mosse con cautela il braccio e le accarezzò una guancia. La ragazza non seppe reagire in altro modo che assecondando il movimento imposto dalla mano, e arrivò a guardarlo dritto negli occhi.

– Non ci saremmo potuti avvicinare tanto.

– No. – Rispose lui, avvicinandosi ancora.

– Non avremmo potuto fare questo.

Nel dirlo, eliminò ogni distanza tra le sue labbra e quelle del ragazzo. Lui spostò il palmo dietro la nuca di lei e la spinse di più a sé.

Non molto lontano, un tagliaerba iniziò a rombare allo stesso ritmo delle pulsazioni di quei due.

Quel giorno fecero conoscenza anche le estremità dei loro nasi, sfregandosi, e sfregando ogni sporgenza e ansa dei loro volti; e le loro lingue, affondando e scavando nell’intimità reciproca; e le loro mani intrecciate; e quindi le mani con i fianchi; e quindi i fianchi tra di loro; finché arrivarono a emozionarsi, tremanti e molli, scoprendosi tanto a contatto, anche le loro gambe nervose.

Si affrettarono a cadere nell’erba alta, incuranti della lenta avanzata dei giardinieri e di quella impetuosa del cane Molly, venuto a depositare, accanto al loro respirare accelerato e fondo, una coda di lucertola.

 

Diario dei sogni #2 – Prima del buzz

21 dicembre 2019

Ti mantenevo la promessa fatta, una promessa a mo’ di imposizione. Facciamo cose insieme, potremmo andare a Londra, o sollevare pesi, o allevare un cane. La più probabile, tanto per cominciare, potrebbe essere quella di cucinare. No, non che abbia una qualche tradizione da esibire, né che cucini in modo strepitoso. Ci sono due cosette che so fare, e a quelle due tu non hai detto no. Dovresti solo metterti a impastare ma mi hai assicurato che ti piace, mi sembra sia la giusta condizione.

Che tu mi segua non è per devozione, non è per noia, neppure per dovere. Mi segui solo perché tu mi vuoi bene, altri motivi non voglio immaginare. Ti ho chiesto tempo per spartire dolcezza, una crostata oppure un ciambellone. Abbiamo l’occorrente e tutti gli strumenti, e ti ho aggiustato addosso anche il grembiule. Si parte, prendo il cartone e con le mani ti passo le uova. Ma tu ti metti a fare il giocoliere, qualcuna cade e si rompe, e a te sta bene, mi dici di guardare. Intanto ridi: dai gusci escono implumi degli umidi pulcini.

Versando la farina notiamo chicchi scuri. Alcuni si aprono e crescono, formando delle spighe. Dovremmo mieterle? Penso sia meglio rinunciare. Rimetto via lo zucchero e il tegame. Sarebbe proprio tutto da rifare, se non che è quasi ora di svegliarmi, e non mi sento di ricominciare.

Mi dici: Ho fame, mangiamo pane e miele. Apro il barattolo e mi metto a spalmare, copro le fette ma il coltello vibra. Dietro il ronzio ci si presenta un’ape, poi fa un concerto tutto l’alveare.

Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz-Buzz…

 

Una stracciatella con Cortàzar

16 dicembre 2019

Il cielo si era richiuso, era passata la tempesta.

Il tempo di un brusco ballo solitario ed era andata via indignata, per chi l’aveva spiata senza ammirazione dietro fessure serrate e diffidenti. Con setole pungenti aveva inciso strie per i pericoli scampati e dipinto arazzi di rigagnoli e di pozze, di foglie e di detriti urbani.

Tra le sue quattro mura Leyla era tornata al suo primo nome e non guardava fuori. Quel giorno aveva galleggiato tra le note senza contare il passaggio delle ore. Era rimasta al chiuso, tra le luci ambrate e gli incensi, aveva ripreso le letture sospese, aspettando senza affettazione. Spettinata e distesa tra le cose incompiute e il gatto immaginario a cui avrebbe voluto accarezzare il collo.

Un cielo avverso non poteva spaventarla. Ciò che l’atterriva erano i percorsi a senso unico, i vicoli ciechi su cui sarebbe stato difficile fare retromarcia. Per questo nel bel mezzo di una conversazione, o di una passeggiata, di un pranzo, di una visita al museo, durante una proiezione al cinema, tirava fuori senza preavviso le sue domande incaute, rischiose di ottenere chiarimenti.

Ecco tornare lo scorcio del rione Monti, in fondo al quale rosseggiò un giorno, stupefacente e lontana, una delle due quadrighe sul colmo dell’Altare della Patria. Era davvero infuocata e avrebbe meritato l’omaggio di una fotografia esperta. Ma lei non era attrezzata, e non era proprio il momento di perdersi in capziose distrazioni.

Quella volta, sì, affettò noncuranza, annunciando che presto avrebbe cambiato casa. Lo disse avendo al fianco qualcuno che teneva invece ferma la speranza di mettere radici, lo disse per insinuare l’idea che, fino all’ultimo, si può sradicarsi senza averne a soffrire, per suggerire che lo sradicamento sia, tutto sommato, una buona cosa. E che senza radici autoimposte si resta liberi dal pregiudizio e si tengono lontane le paure che offuscano la comprensione del reale.

La quadriga della Libertà in fiamme glielo confermava in un tramonto che si tratteneva dallo svanire, divorato da un cielo via via più scuro, in una Roma sempre più rossa, aliena. Eradicata.

La confermò nel proposito suggerendole di chiedere se, il giorno in cui si fosse trasferita in una roulotte sotto un tetto di pini a picco su un mare ai confini dell’umanità, oppure in cima a un palazzo, uno di quelli là attorno, anzi: quello con la prua a triangolo proprio lì davanti, con la terrazza affacciata sulla loro serata straniera, se arrivato quel giorno avrebbe ricevuto le sue visite almeno di tanto in tanto. La risposta la soddisfò parzialmente e il cameriere intervenne a sollevarla dall’impaccio. Li richiamò in sala, dove era stato servito il loro tavolo. La risposta escludeva l’eremo marinaro.

Passata la tempesta, Leyla aveva cambiato definitivamente nome. Per strada rimanevano le foglie, i rami e le cartacce ma intanto il letto aveva biancheria fresca di bucato e tutto era di nuovo pulito e rassettato. Lei se ne stava pigra, spettinata e scomposta. Non aspettava visite e il suo animo limpido si beava di distrazioni ambrate. La lettura di Cortàzar per esempio, compagnia perfetta perfino in assenza di gatti. Un punto per la roulotte, o anche banalmente per un pulmino rosso simile a quel Fafner.

Tra le meditazioni ecologiche di un certo Lucas, in un paragrafo esemplare per stile e contenuti, Cortàzar affermò:

Un paesaggio, una passeggiata nel bosco, un tuffo in una cascata, un sentiero tra le rocce, possono appagarci esteticamente solo se ci viene assicurato il ritorno a casa o in albergo, la doccia lustrale, la cena o il vino, le chiacchiere dopo la cena, il libro o le carte, l’erotismo che tutto riassume e ricomincia.

E, ancora:

Un libro, una commedia, una sonata, non hanno bisogno di ritorno a casa né di doccia; è là che tocchiamo l’apice di noi stessi, dove siamo il massimo che possiamo essere.

Lei classificò quel paragrafo tra i vaticini, ne subì l’autorevolezza, sentì nitidamente la solida mano di Cortàzar accarezzarle il collo.

Tornò a immaginare la propria misantropia appagata dentro un superattico in centro città, tra i libri e le visite frequenti delle amicizie disponibili solo entro ristretti raggi.

Verso l’ora di cena la sua identità era definitivamente acclarata. Si preparò una stracciatella con brodo di dado, due uova e tre cucchiai di grana padano. Aveva deciso di mangiare perché, pur non avendo mai guardato dalle finestre per l’intera giornata, era convinta che fuori si fosse fatto buio.

Aveva appoggiato il libro a tavola accanto alle posate e stava portando alla bocca un bicchiere di vino, quando qualcuno che aveva piantato le sue radici nella sabbia e che andava e veniva senza avarizia di chilometri da quella che aveva eletto la sua casa, le inviò un’immagine piena di splendore.

Era l’aspetto attuale del mare che si frangeva sulla barriera di scogli. Colto nell’attimo in cui, spettinato e disteso tra le onde e il tramonto, probabilmente pago dei giochi con la tempesta e le sue raffiche a cento all’ora, tutt’altro che indispettito, lanciava al cielo schizzi e spruzzi di allegria.

Le venne da pensare: È lì che voglio vivere.

Accarezzò il dorso di Cortàzar e per una volta fu lei a parlargli: Un libro, una commedia, una sonata, potrei procurarmele anche dove mi ritrovassi appagata esteticamente. E, allora, tornando a casa per la doccia lustrale, la cena o il vino, le chiacchiere dopo la cena, il libro o le carte, e per l’erotismo che tutto riassume e ricomincia, sono sicura che arriverei a toccare apici ben più alti di qualsiasi superattico in centro città.

Cortàzar alzò il mento sporco di stracciatella e non disse nulla non trovando niente da ribattere, o forse perché aveva la bocca piena.

La fiera, la solitudine e i miracoli della sveglia senza sveglia

10 dicembre 2019

8 dicembre

Da quando la sveglia è disattivata Freak fa di tutto per ignorare i bruschi assalti del giorno. Apre una prima volta gli occhi alle sei e quaranta perché dall’appartamento accanto al suo la porta cigola, è la vicina che lavora in panetteria. Lei cerca di fare meno rumore possibile, una volta gliel’aveva detto, ma quando le chiavi crocchiano nella toppa Freak pensa che non riuscirà più a riaddormentarsi e si mette a pensare che per uscire dal letto ci vorrebbe una spinta dei reni che, no, in quel momento non riesce neanche a concepire, tant’è che la seconda volta si sveglia per la doppia sensazione di un ronzio familiare che non può essere la sveglia, questo riesce a capirlo, e di un’inadempienza che le costerà un rimprovero. È Froggy che l’avvisa con un messaggio di essere arrivato sotto casa. Sono le nove e venticinque ed è in anticipo di cinque minuti. Froggy non vede risposte e telefona: Guarda, risponde Freak, c’è il piccolo problema che ho aperto gli occhi adesso, sali che ti offro un caffè, fa, e intanto butta all’aria il lenzuolo e le gambe e tutto l’insieme finisce pressappoco all’impiedi. Pensa, ma solo pensa, di darsi un’aggiustata perché Froggy è già alla porta e lei gli apre tenendosi un asciugamano sul petto perché senza reggiseno Froggy non la vede da anni e non le sembra il caso tanta confidenza, potrebbe scambiarla per mancanza di rispetto. Froggy, è questo il suo rimprovero, le dice di prendersi tutto il tempo che le serve, e Freak risponde Ti faccio un caffè e mi vesto, e Peccato che non ho il tempo di lavarmi i capelli, sembro una medusa. Froggy ride perché è veramente una testa di medusa che sbuca dal pigiama e dall’asciugamano tenuto come un peplo, una medusa che si guarda nello specchio lungo in soggiorno e inscena un balletto in cui tutti i tentacoli prendono a molleggiare in ogni direzione. Froggy ride e ripete Prenditi tutto il tempo che vuoi ma Freak non vuole perderne altro, così a caffè bevuto, va in camera a cambiarsi.

Arrivano alla nuvola che la gente sta accorrendo a frotte e sembra che, visto che è domenica, abbiano scambiato la nuvola per la chiesa, ma si vede che è gente senza dio o solo gente che pensa che a dio piaccia la cultura, la nuvola e la gente che si affretta anche se non è lunedì. Per il parcheggio basta una lamentela a denti stretti di Froggy che subito si fa da parte uno che dorme in macchina e lascia loro il posto mentre probabilmente si dirige al mare, immagina a casaccio Freak, perché è lì che andrebbe lei se si svegliasse in macchina. Non ci sarà proprio nessuno adesso in quei chioschi sulla spiaggia dove puoi prendere cornetto e cappuccino e startene in santa pace a guardare le onde, un po’ per l’ora, un po’ perché il cielo è nuvolo, un po’ perché da Ostia quelli che sono svegli stanno risalendo la via Cristoforo Colombo, ignorando le chiese di ogni confessione, per dividersi tra chi andrà alla fiera del libro nel nuovo palazzo dei congressi e chi alla fiera dei videogiochi in quello più vecchio.

Le dice Froggy, che spesso è vittima di assalti da parte di associazioni d’idee senza scrupoli, Quando ho assistito alla prima lezione del professore tale, all’università, ha detto Libera ha fatto grandi cose ma il palazzo delle esposizioni è una schifezza, a quelle parole mi sono alzato, sono uscito dall’aula e sono andato direttamente in segreteria a cambiare corso. Freak pure si scandalizza in modo retroattivo e torna con la memoria all’odore dei disegni a china sulla carta lucida, ripensa a quante ore avevano dedicato ai dettagli del palazzo di Libera, ci erano entrati tanto dentro da renderlo una loro creatura e da allora nessuno dei due sopporta che se ne parli male. Per questo Freak un po’ odia la nuvola, e odia la gente che la trova così geniale. È un progetto nato vecchio, non si stanca di ripetere a chiunque, ma intanto sta entrando nell’edificio per la seconda volta in tre giorni e, che resti tra noi, non vedeva l’ora. Il ragazzo al controllo biglietti le fa una specie di inchino facendola passare e lei e la sua coda di pavone aprono la strada davanti a Froggy dicendo Si gira di qua per l’esposizione e invece per di qua si va al mezzanino dove si tengono le conferenze. E sulla nuvola? Le chiede Froggy. Freak, tutta contenta di poterlo recitare, fa: sulla nuvola c’è il business center, altri stand istituzionali e la postazione della rai.

Succede poi che Froggy paga i due caffè e il cornetto che non ottiene venga diviso in due, ha davanti un cameriere che non lo capisce forse perché è straniero oppure perché non ha sentito oppure perché ci fa e Freak invece di mettersi a sedere subito, rifà da sola la fila alla cassa perché si è scordata di chiedere una bottiglia d’acqua. Succede ancora poi che Freak si fermi davanti a un paio di stand per convincerne gli occupanti a darle retta per una certa idea editoriale e Froggy dopo poco la porti davanti a un altro stand dove entrambi si fanno prendere la mano e portano via un mazzetto a testa di raccolte poetiche che costerebbero dieci euro l’una, ma c’è lo sconto fiera. Quando Froggy dice È ora, devo andare a prendere la bambina, Freak non si scompone, visto che nell’ultimo anno ha deciso di non lesinare sulla gratitudine verso chi la lascia sola solo dopo averla a qualche titolo resa molto felice, e prima di farlo andare da sua figlia lo saluta dicendogli Grazie, cerchiamo di vederci prima di Natale. Effettivamente poi Froggy molto prima di Natale, anzi la sera stessa, si fa vedere in una fotografia vestito di rosso con in testa un cerchietto che regge due corna di renna che lo rendono molto ridicolo, soprattutto per la faccia da Billy Bob Thornton nel film Babbo Bastardo e Freak lo sa che lui sa che lei pensa questo, così evita di rispondere Sembri Billy Bob Thornton e si limita a inviare una faccina che ride, pensando che lui saprà dedurre il sottotesto.

Quindi Freak assiste a una presentazione, seduta accanto alla compagna di un suo amico scrittore, il quale con l’autrice sta davanti a tutti in veste di presentatore. Freak partecipa e cerca di distanziarsi dall’editore tronfio e supponente che nessuno vorrebbe accanto e che invece è proprio lì che un po’ interviene, un po’ si alza e passeggia, un po’ legge il giornale, un po’ i messaggi e soprattutto, quando si risiede, dalla distanza di due sedie butta più di un occhio al collant velatissimo 20 denari che Freak indossa sotto la gonna sfrangiata ad ali di pipistrello, e lo può fare perché lui lì è in posizione di forza, perché Freak è l’unica in gonna e perché per buttare più di un occhio bisogna averne almeno due e lui a quel gioco vince a mani basse visto che, indossando gli occhiali, può a buon diritto dirsi quattrocchi. In uscita dalla presentazione Freak compra una copia del libro, se la fa autografare dall’autrice, saluta l’amico scrittore e la sua compagna, riscende nell’esposizione e compra altri libri, pranza con delle polpette al sugo racchiuse in un panino, incontra una buona amica con la quale si era data un appuntamento approssimativo il giorno prima, va un po’ in giro con lei, finché non resta ancora sola. Risale sulla nuvola e partecipa alla diretta di Fahrenheit, il programma della radio che parla di libri, dove un musicista coi baffi e con gli occhiali dalla montatura spessa che lo fanno somigliare a un barbagianni, canta e suona durante gli intervalli.

Quando, verso le cinque del pomeriggio, Freak alza gli occhi per accontentare uno sbadiglio, incontra il cielo aperto. La nuvola si è come diradata, sta entrando aria piena di sapore, viene dal mare e gliela porta il senzatetto di quella mattina, cavalcando la sua auto piena di ammaccature. Si affaccia al finestrino e lei ha come l’impressione che l’aria fresca arrivi proprio da lì, come da un phon acceso. Lui grida: Vuoi salire? Ti vedo tutta sola. Freak si guarda attorno, il cantautore è preso da uno scioglilingua e il pubblico lo ascolta a occhi spalancati, senza far caso alla scala di corda che penzola dall’alto e all’inizio della sua salita, un passo dopo l’altro. Nemmeno uno che noti la gonna a pipistrello, i venti denari e la stramberia di scaldamuscoli di lana a coprire i polpacci che sbucano da sopra le scarpe da ginnastica. Mentre è sospesa in alto, a uno a uno i libri presi in giornata le cadono dalla borsa aperta, finiscono in testa a quelli sulle sedie e producono vari toc toc toc. Che male dice uno, Ahia, fa eco un altro. La fiera ammutolisce. La fiera, ora ferita, che si tramuta in bestia, ruggisce e unisce la sapienza dei suoi libri, li lega in una fascina e accende un rogo che arde alto e scocca alte scintille. Ma Freak ormai è al sicuro, lei e l’uomo della macchina viaggiano sopra strade tutte nuove. Lui indossa un panciotto beige e ha i capelli biondi, le basette e un po’ di rughe ovunque. La macchina è uno scassone tedesco di qualche decennio fa e ha fioriere appese ai finestrini. Tutto l’insieme trasuda gentilezza. Freak si fa lasciare a riva che ormai è giunta l’alba. Ringrazia, saluta e va a sedersi di schiena al sole nascente. Solo a quel punto le viene in mente di guardare il telefono: è già martedì dieci, ma questo non la stupisce, sono cose che accadono decidendo di disattivare la sveglia.

How to

7 dicembre 2019

La stava lasciando, e lei lo consolava. Le diceva di avere un’altra più importante, e lei lo incoraggiava. Si sentiva in colpa, e lei sminuiva. Perché provava un profondo, acuto dilaniamento. Avrebbe potuto coprirlo di improperi, e invece gli disse solo:

– Beh, mi è piaciuto tantissimo stare con te, ma l’ho sempre saputo che non saremmo andati lontano. D’altra parte, – scoccò un’occhiata significativa, – non abbiamo praticamente niente in comune. Anche se di te mi importa ancora. Spero che ci terremo in contatto, vorrei tanto seguire le tue evoluzioni nella vita.

Parlava e guardava il disegno del tappeto davanti alle punte dei piedi. Si tenevano lontani, lui le era seduto accanto e sottolineava parti del suo discorso con un dondolio in avanti della testa. Era d’accordo con lei maledizione.

– Vedi, sotto tanti aspetti sei molto maturo, anche più di me, perché hai saputo lanciarti al momento giusto, hai fatto scelte coraggiose e questo ti ha formato, si vede da come parli, da come ti muovi, da come ti comporti. Ma sotto tanti altri, non prenderla come una critica, se parlo così è perché a te ci tengo, e vorrei provare a trasmetterti qualcosa di positivo, qualcosa che tu possa utilizzare magari in seguito, quando un giorno potrà esserti utile, e allora chissà, forse ti verremo in mente io e queste parole, stavo dicendo, sotto tanti altri aspetti, sei ancora un ragazzino. Ecco, penso che io avrei bisogno di frequentare un uomo.

– Ecco, sì, probabilmente hai ragione. E, secondo te, cosa potrei fare per riuscirci?

Si sentì destabilizzata. Non era pronta a quella risposta interrogativa. Tipico di lui, del suo metodo per avanzare nella vita. Domandare, cercare risposte, sperimentare. Spremere le intuizioni e l’esperienza altrui. E solo dopo sporcarsi le mani. E quindi imparare, e superare i maestri. Lei lo riconosceva, non era altrettanto brava, o non aveva altrettanta faccia tosta. Fece finta di non capire.

– A fare cosa?

– A… migliorare, a diventare un uomo.

– Ma, quello verrà naturale. Non posso mica dirtelo io. Sarà l’esperienza a farti trovare la strada. L’esperienza è tutto…

– Sì ma tu dici che sono ancora un ragazzino. In cosa posso ancora migliorare?

Dialogava con lei come se fosse una conversazione qualsiasi, come se non sapesse che quella sarebbe stata l’ultima volta che si sarebbero visti. La sua neutralità la metteva a dura prova, e tentennò nel rispondere. Sapeva di dare l’impressione di tenere tutto per sé il segreto della maturità, mentre stava solo nuotando nella confusione.

La verità era che se avesse incontrato un uomo nel senso che aveva detto, forse non lo avrebbe riconosciuto. Lei stessa non si sentiva che una ragazzina, attratta da immaturi come lei. Il discorso si arrotolò su sé stesso e lui fu così gentile da proporle di uscire.

Così, l’uomo immaturo e la ragazzina supponente uscirono dalla casa, si infilarono in macchina e uscirono anche da quella, entrarono in un locale, rimasero un po’ bevendo e parlando a stento, mentre fioccavano le telefonate di controllo dell’altra, finché uscirono pure dal locale, tornando da dove erano partiti quella mattina. In conclusione, lui uscì dalla macchina da solo, lei invece guidò ancora per qualche tempo, trovò dove parcheggiare e spense il motore.

Non uscì di lì. Non le importava di ragioni o torti. Di maturità supposte. Di lezioni da dare o da imparare. Quello che voleva, che aveva sempre voluto, era restare.

L’istante dell’instagatto

3 dicembre 2019

 

 

 

Ho acceso il caminetto, anche se il termostato segnava diciotto gradi. Volevo mangiare un mandarino e, si sa come succede, uno non è bastato. Ne ho preso un altro e poi un terzo e un quarto. E poi avevo davanti un mucchietto di bucce double-face, bianche e arancioni, che ancora spargevano intorno un’idea vogliosa di agrumi. Qualcosa di slegato dal palato. Golosità olfattiva, se si può dire così perché io, in pancia, di fame non ne avevo più.

La pigrizia mi ha fatto pensare di dare fuoco alle bucce con l’accendino dopo averle messe in una ciotola. Ma le ciotole in questa casa o sono di legno in finto stile rustico oppure di porcellana decorata. Avrei rischiato di ucciderle o renderle storpie per sempre. Non c’è in me tanta cattiveria. E non avrei abbandonato per nessun motivo al mondo il divano. Sempre lei, la pigrizia, mi ha ricordato che le ciotole si nascondono nei pensili in cucina e l’accendino più alla mia portata era sopra alla mensola del caminetto. Che in quel momento lanciava occhiate offese, da bambino in castigo. Ma come, sembrava domandare, hai questa gran voglia di atmosfera e pensi a tutto tranne che ad accendermi?

Per lo stress da indecisione ho schiacciato un pisolino. Quando ho riaperto gli occhi, intorno a me era buio e dalle finestre vedevo le altre case con le luci accese, fuori era calata la sera e io sentivo freddo.

Avrei potuto allungare la mano e afferrare quel plaid a quadri posato sul tavolino o avrei potuto alzarmi e accendere il riscaldamento.

Dal balcone accanto al mio, il gatto miagolava, doveva essere stato lui a risvegliarmi. Una volta ho postato un video di quel gatto su Instagram, inquadravo lui che appariva e spariva tra i pali della ringhiera. Un gatto tutto bianco, che a un certo punto si è seduto, si è messo a guardare me che lo filmavo e ha fatto: Miao.

Lo hanno visto tutti, quel video. Ho avuto un sacco di mi piace, ma non da una persona. Così, quando qualche giorno dopo ci siamo visti, eravamo proprio qui sul divano, e si è udito quel miagolio tanto vicino, ha detto: Hai un gatto? No, ho risposto io, è quello dei vicini. Gli ho fatto un video, lo vuoi vedere? E, invece della galleria, ho aperto Instagram. Te lo ricordi che siamo amici su Instagram? Possibile che non hai schiacciato il cuoricino?, volevo domandare, e invece ho continuato a sorridere e ho messo il telefono sotto al suo naso. Ah, è proprio carino, è stato il suo commento. Sembrava che non gliene importasse niente. Figurarsi se importava a me. Così ho lasciato perdere. Ho posato il telefono e gli ho sostituito il mio naso davanti all’altro naso. Ci baciavamo bene. E facevamo bene un mucchio di altre cose. Era estate e faceva molto caldo, stavamo sempre nudi.

Invece qui a pensare all’estate mi stavo intirizzendo. La casa era al buio ma sapevo che le mie dita erano di colore bluastro. All’improvviso tutto il corpo si è scosso in un brivido, le gambe si sono irrigidite e io, hoplà, non ero più sul divano. Ho preso il plaid e me lo sono buttato sulle spalle. Dopodiché, invece di accendere il termostato, ho infilate alla meglio le ciabatte e le ho trascinate a passi corti fino al camino.

Non è stata questione da poco. Ho iniziato a pulirlo con una pezza bagnata, ho spazzolato la griglia della ceneriera, poi ho infilato la testa nella cappa per vedere che la canna non fosse ostruita, e per fortuna si vedeva il cielo. La faccia però mi si è riempita di fuliggine, quindi ho preso una pausa per lavarmi. Ho anche messo sul fuoco una caffettiera e steso un bucato di calzini. Il gatto non miagolava più. Mi stavo rimboccando le maniche di nuovo per tirare fuori dalla nicchia i pochi ciocchi avanzati dall’inverno scorso, quando ho sentito odore di caffè.

Io il caffè non lo bevo di fretta, e in piedi solo al bar. Di nuovo sul divano, di nuovo a luci spente, l’ho preso sorsi calmi, alternando occhiate al camino e altre alle sagome nere fuori dalla finestra. Il giardino di questo condominio, coi sempreverdi altissimi e, in basso, le sue siepi, il vialetto di lastre di pietra irregolare, il pergolato col tavolo e le sedie ripiegate intorno, i vasi con le ortensie di ogni colore. Quanto mi piace.

Potevo solo intuirne la presenza, ma la certezza che là fuori tutto restava intatto come lo conoscevo, bastava a darmi la serenità per tornare a guardare all’interno. Il caminetto era pulito e pronto all’azione. E io avevo finito il mio caffè.

Ho gettato tra le fiamme le bucce che, raggrinzendo, scoppiettanti, sprizzavano scintille ed esalavano come ultimi respiri, nel buio rosso intorno, il desiderio arancio del primo pomeriggio. Stavo in piedi nel pieno della soddisfazione e contemplavo l’opera finita quando, alle mie spalle, si è rifatto vivo il gatto.

Era lì, dietro la ringhiera, e miagolava nella mia direzione. Non che ci fosse molto da pensarci su, l’ho raggiunto all’aperto, gli ho messo a disposizione il corpo accovacciato, e, davanti al muso, il palmo che odorava di brace e mandarino.

Lui, collo allungato e testa sconfinata nel mio spazio, mi ha picchettato col naso freddo e umido. Avvertivo una tensione, una specie di aspettativa. Stavo guardando il gatto come il mio riflesso in uno specchio, quando ha attraversato il confine in due facili passi, ha fatto un breve salto e me lo sono ritrovato in braccio.

Tenere traccia di ogni buon momento per non dimenticare i doni della vita. Ma, anche, per cercare testimoni della mia esistenza. Ho iniziato un video dal divano. Il gatto, che tengo tra le gambe, fa le fusa a occhi stretti con la mia mano abbandonata sopra il suo mantello. A pochi passi, il fuoco del camino. Clicco sul simbolo della condivisione ma qualcosa non mi fa andare oltre.

L’aroma degli agrumi, la pelliccia morbida al tatto, la sera del giardino alle mie spalle, il tepore, frutto del mio lavoro, che mi riscalda il corpo. Il tempo che scorre lento. Li condividerei, è vero, ma non postando un video. Non potrei, non basterebbe. Riceverei, sicuro, un mucchio di mi piace e, forse, ne mancherebbe ancora uno.

 

Diario dei sogni #1 – Pesci volanti

1 dicembre 2019

Ho un amico che riesce a tenere un diario dei sogni. Ai bei tempi in cui sognavo anche io, tentavo di fermarne il ricordo, alla mattina. Ma mi riusciva male. Ne perdevo le tracce via via che la mano riacquistava l’uso della penna e i sogni, in qualche modo, mentre li trasferivo su carta, si accorciavano, si facevano piccolissimi e si accartocciavano anneriti e indistinguibili, disperdendosi come brandelli di pagine incenerite all’istante dalla fiammata della veglia.

In realtà, ho capito solo di recente, è la capacità di raccontare che non è innata in me, e che necessita di coscienza e di lucidità per strutturare in frasi le forme intuitive in cui si mostrano le idee, così anche i sogni. Quando la notte finisce, il regno della subcoscienza non apre subito le braccia e continua a circondarmi mentre ciondolo per casa, sussurra sulla mia nuca teneri incantamenti che mi ingannano, e mi ritrovo a tirare su lo yogurt con gli occhiali.

Altro che diario. Che tanto mancherebbe dell’oggetto: quei sogni che una volta saltavano fuori a nastro come pesci volanti per ore, ormai lasciano campo libero a M.me Subcoscienzà e le sue perfusioni mattutine di confusione senza costrutto.

Pazienza per gli appunti mancati. Ma senza sogni che nobilitino le mie notti, devo adattare i giorni a ricoprirne il ruolo. Vivo, e intanto mi organizzo la memoria: Questo ricordo lo tengo, questo lo tengo, questo lo do via. A parte il fatto che inciampo per la distrazione, mi sbuccio le ginocchia e mi si smagliano le calze, è una faticaccia, al termine della quale spesso mi sono scordata le decisioni prese e mi ritrovo con dei ricordi inutili che sbucano a casaccio dai cassetti, e quelli che fino a ieri stavano sempre in mezzo ai piedi, non si sa più dove sono finiti quando servono, signora mia.

Per non parlare del consolidamento delle esperienze: dar loro il giusto peso non è questione da poco. Per non sbagliare mi porto i pesi a casa, li accumulo per mesi, finché passa la data di scadenza e finisco per buttarli tutti nell’indifferenziata.

Non sogno perché mi manca il tempo. Torno a casa tardissimo per i miei giorni densi, carichi di doveri a cui mi incaponisco ad addizionare vissuti che alimentino la parte sognante, tanto affamata per le lunghe veglie che tagliano la fase rem, e con lei i sogni.

I miei pesci volanti ormai ruotano senza sosta sotto il pelo dell’acqua, senza riuscire a emergere.

Da qualche giorno si è interrotto il circolo, per poco tempo, non certo per mia intenzione. Una piccola parte di me si è messa di traverso, sassolino dentro negli ingranaggi, e ha fermato tutto. Ora dormo. Mi sveglio senza sveglia da una settimana.

La prima notte sono semisvenuta dallo stress; la seconda ho sorvegliato il dolore fisico; la terza mi sono riposata senza memoria; la quarta sono emersa dal sonno con le orecchie che ricordavano un coro di bambini; la quinta mi sono svegliata troppo presto, eccitata dal rischio di sognare ancora.

La sesta, la scorsa notte, sul fare del mattino, ho aperto le persiane con un gesto ampio delle braccia – erano tinte di bianco le persiane -, e un vento frizzante ha scosso i miei capelli. Sotto di me la rena granulosa teneva a stento gli assalti della schiuma screziata di azzurro di un mare che mi salutava, ondoso e invitante. Intanto sopra le creste, coronati da voli di gabbiani, saltavano a pelo d’acqua senza posa una miriade di pesci volanti.


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