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Che, poi

24 ottobre 2021

Che un tavolo, due birre, più di due parole. Che un parco, una trattoria, un lago. Che una sera, una mattina, un’altra sera. Che una donna, un’altra donna, un’altra donna. Che il caffè vietnamita, la vista sul giardino, i piatti le cuffie il mixer. Che una sera, una mattina, un’altra sera. Che un’altra donna, un’altra donna, un’altra donna. Che le meccaniche e le pellicole, la Croce Rossa, la pizza buona di Gianni. Che la pioggia di stelle, due dentro la fontana asciutta, il racconto allucinato delle luci. Che le parole belle, le parole misurate, le parole pietose. Che lo sguardo, la carezza, il gioco. Che una sera, una mattina, un’altra sera. Che una donna, un’altra donna e poi una sola donna. Che le parole giuste, le parole dolorose, il bacio freddo del distacco. Che l’assenza, e poi il fioco ritorno, delle parole. Che la distanza, la pandemia, l’incertezza. Che la distanza, la distanza, la distanza. Che il non sapere, l’ignorare, il dimenticare. Che il ricordo, il pensiero, la distanza. Che la distanza, il pensiero, la tenerezza. Che il pensiero, le parole, il contatto. Che il rientro, il nuovo sguardo, i capelli bianchi. Che il balcone al Pigneto, il primo tavolo ancora, ancora la pizza e la frutta. Che le mani sporche di campagna, i gatti e i cani, la madre e il padre. Che la tenerezza, lo sguardo, la carezza. Che il gioco, la discussione, il lungo abbraccio. Che la distanza, la costanza, la gentilezza. Che la distanza, la distanza. Che la distanza.

Margherita Laterza, Matteo Portelli e Gabriele Amalfitano in un frammento di “Mistery train, un viaggio nell’immaginario americano”, Teatro Vascello, Roma, 23 ottobre 2021.


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