Posts Tagged ‘Poesia’

Naufragio d’antan

4 dicembre 2014
Duane Michals

Duane Michals

 

Si approssima il Natale, siate buoni. Donate generosi i vostri baci all’Antologia  che li celebra, il blog di Vinicia Tesconi a caccia di appassionati baciatori e/o collezionisti di altrui baci. Questo il mio contributo, una cosetta giovanile:

L’intrepida corsara ha naufragato.
speronata da una chiave di violino.
ed ora, sulla zattera, tra i flutti,
minaccia di vendetta come può:
“Che tu lo sappia o no, che tu lo voglia,
ho un solo desiderio ed è baciarti,
baciarti e ribaciarti, finchè,
alzati gli occhi sopra i tuoi,
non li vedrò sorridere sornioni;
occhi d’animaletto ironico e spietato
nei tuoi silenzi e le tue brevi frasi
che non chiedono mai troppi perchè.
Lo sai chi sono io? Se ti ricordi
sono quella che più d’altre cose
sentiva il desiderio di baciarti…”

 

 

Una lenza poetica

18 novembre 2014

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Il giovane favoloso

Il giovane favoloso – M.Martone, Italia, 2014

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Dov’è la verità stavolta? Come snidarla, portarla in luce, restituirla alla vita quando, trascorsi quasi due secoli, di un uomo resta, immortale ma orfana del suo autore, la poesia? A quale fascinazione cede il regista che, lontano da ogni celebrazione, inizia a dialogare con un mito? Come imbastirà il fantoccio e lo muoverà credibilmente sulla scena? Come anteporrà amore a morte nella battaglia quotidiana dove il genio chiede di giudicare ciò che afferma e non la sua malattia (colui che amò suo padre più di sé stesso, che amò il suo migliore amico per la vita, che si ritrasse insieme lucido e sognatore, sublimatore di donne e misogino rabbioso, che fu egli per primo cacciatore di verità, passando al setaccio della traduzione poetica lo sterminato deserto della relazione dell’uomo con il mondo)? Basterà al regista quella Luna, enorme in ogni notte dolce e chiara e senza vento, a far da traino al tiro della lenza? Raggiungerà il Vero col rendere il Poeta un guitto, Silvia una pittata popolana e il buon Ranieri uno stallone ambiguo, semplificare Roma in un pigro magnaccia, Firenze in una viziosa snob e Napoli in una puttana oscura e surreale, scegliere una luce che muta ogni scena in quadro e mina la filologia della ricostruzione, spostando la poltrona dalla sala di un cinema a quella di un teatro? Ed è quello, il teatro, il luogo dove, nell’impossibilità di riprodurre la verità dei fatti, la finzione diventa verità, in virtù di un patto muto, come quel patto narrativo che lega l’autore di un racconto col lettore?

Forse sì.

E forse è per quel motivo che nelle scene iniziali, le più statiche, soffocanti, interminabili, mi hanno trovata impreparata certi movimenti elastici ed eleganti della cinepresa, avrei creduto di più a un’inquadratura fissa, con attori che recitassero da dentro come da fuori il quadro. Anche soltanto udendone le voci.

E perché rendere l’ermo colle così -non era la mia collinetta di ragazza-, pieno di erbacce? Era davvero tanto bassa quella siepe? E necessario far sì che Giacomo declamasse proprio in quel luogo il suo Infinito?

Ma lo declama, è vero.

Come lo scorrere della sabbia da un vaso all’altro in una clessidra, lungo questo film scorre il travaso dell’uomo nella sua poesia, accompagnando ogni passaggio chiave con i versi, quelli sì reali, unici e immortali. Che al primo accenno di strofa fanno rabbrividire in segreto chi li ascolta, e lo porta a mormorare all’unisono con l’attore sullo schermo.

A ogni apparizione di quella grande Luna gialla sullo sfondo, lo spettatore si sente trasportato verso l’alto, quasi a poter raggiungere l’altezza del Poeta, e si commuove, perché ne comprende in pieno la fragile esistenza, finora oppressa dalla sua immensa fama.

 

Sensibili alla consapevolezza

5 novembre 2014

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Davanti alle prime prove di scrittura, rileggendomi, mi sono messa le mani nei capelli. Una delle maggiori preoccupazioni di questi anni è stata quindi quella di trovare la mia voce. Un po’ come quando, da adolescenti, si fanno prove di personalità per dare al mondo un’immagine di sé coerente con il contenuto che si sente “abitare” dentro. Il problema è che, dentro di me, albergano molti Ka.

Cos’è il Ka? Lo si potrebbe definire una forma di autofiction. Oppure uno dei sensi che abbiamo a disposizione per esistere consapevolmente nel mondo.

Ma andiamo per gradi. La consapevolezza di sé non è faccenda da liquidare in poche battute. Si tratta in parte di affidarsi alle capacità che ci vengono date in dotazione alla nascita, in parte di affinare la conoscenza di sé e del mondo, e delle loro relazioni, attraverso un processo che impone di essere affrontato con grande sincerità. In particolar modo se si utilizza come strumento di indagine la scrittura.

Quanto è vero, nel senso di sincero, il racconto della vita messo per iscritto? La veridicità di una narrazione non coincide sempre con la verosimiglianza dei suoi contenuti, e il cammino delle idee, la loro condivisione, la consegna al rimuginare altrui, vivono sotto costante minaccia. Di un uso improprio dello stile, per esempio.

Il modo attraverso cui il pensiero viene instradato verso il lettore influenza l’appropriazione di un testo per la riflessione personale nonché il richiamo esperienziale, sensuale ed emotivo, necessario all’attivazione della percezione delle affinità e all’immedesimazione. Di uno stesso testo sono possibili talmente tante versioni , stilisticamente differenti tra di loro, che chi scrive, operando scelte definitive, esclude più o meno coscientemente le alternative latenti nello stesso tema, altrettanti aspetti della stessa verità.

Il linguaggio evocativo/simbolico (che è, sì, appannaggio di luoghi e tempi nei quali viene negata a forza l’espressione della verità, ma è anche quello della poesia, evocazione necessaria dell’indicibile) spesso è l’unico mezzo per arrivare al cuore di questioni attinenti al quotidiano, quanto e a volte più della loro mera analisi fenomenologica (per usare un refrain trito e ritrito).

[Se la forma minaccia i contenuti della prosa, per quanto mi riguarda è fuori discussione la trasmissione della verità nella poesia, il cui solo punto debole risiede nel grado di sensibilità (intesa come finezza dei sensi, di tutti i sensi) di chi legge.]

E tipico dei sensi è l’ambito di un secondo fattore che minaccia la verità delle narrazioni: la perdita di fisicità dell’oggetto “libro”.

Via via che il libro come oggetto “sensuale” arretra nella quotidianità di ognuno, la veridicità della narrazione va rarefacendosi. Ciò che si legge in formato esclusivamente elettronico fatica a restare impresso nella mente e il lettore rischia di ridursi a consumatore bulimico di narrazioni di qualità indistinta una rispetto all’altra.

Certo, lanciato dal pulpito di un blog, quest’ultimo atto d’accusa, per ora, non trova soluzione. Fortuna che, oltre a iCalamari, c’è Cartaresistente che verifica di volta in volta la veridicità delle tesi con metodologia pressoché scientifica, come nel caso delle serie di argomenti affrontati in sette post sette.

Mi riferisco in particolare alla serie dei Sette Sensi, che prenderà il via da domani, illustrata egregiamente da Davide Lorenzon con immagini che a me ricordano luminescenti graffiti metropolitani e per la quale ho accolto con piacere l’invito a fornire i miei testi.

Testi evocativo/simbolici (con prevalenza altalenante dell’una e dell’altra componente), improntati alla ricostruzione di esperienze quotidiane che, per essere tali, trovano spesso affievolita la nostra consapevolezza del loro essere necessarie.

In una sfida al mezzo tramite il quale la serie viene pubblicata, i nostri Sensi vogliono resistere nell’immaginario di chi legge come resiste un sapore sul palato, l’impronta di un’immagine sulla retina, l’eco di una voce nelle orecchie, l’odore nella cavità nasale, la carezza di una mano amica sulla guancia. Come resiste, con chissà quali implicazioni, l’impressione di aver presentito un fatto poi accaduto o quella di aver creduto poter vivere essendo altro da sé (il Ka, ne leggerete presto).

A questo punto, cari lettori digitali, confidiamo nella vostra sensibilità.

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Altri Diari

4 luglio 2014

 

 

 

?l'idraulico è in ferie

 

 

 

I primi di luglio

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Siamo ai primi di luglio e già il pensiero

è entrato in moratoria.

Drammi non se ne vedono,

se mai disfunzioni.

Che il ritmo della mente si dislenti,

questo inspiegabilmente crea serie preoccupazioni.

Meglio si affronta il tempo quando è folto,

mezza giornata basta a sbaraccarlo.

Ma ora ai primi di luglio ogni secondo sgoccia

e l’idraulico è in ferie.

 

 

. Eugenio Montale, da “Diario del ’71 e del ’72”, in “Tutte le poesie” – I Meridiani, Mondadori, 1984 .

La schiumarola

25 giugno 2014

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Un utensile prestato alla cucina di Vibrisse per il nuovo gioco poetico lanciato da Giulio Mozzi.

[Le regole del gioco sono qui].

Come contenitore è proprio un colabrodo,
mi pare un server senza protezione.
Ma se non chiedi troppa ritenzione
puoi sempre utilizzarlo in altro modo:
Io, che non sono alta, tra alti stono
ma col suo manico tiro giù gli oggetti,
e a volte fendo l’aria coi suoi buchi
per l’allegria del suono dei fischietti.

 

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Il telefono fisso

22 giugno 2014

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Una seconda cosa in casa pubblicata su Vibrisse  per il nuovo gioco poetico lanciato da Giulio Mozzi.

[Le regole del gioco sono qui].

Guscetto innocuo
inutilità ergonomica
si imbianca per l’economia dell’uso
e questo mi ricorda
che lui è ancora lì, misero effetto,
per il fastidio di doverlo spolverare.

 

Buona domenica (e un sorriso, blogger).

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Il lampadario

19 giugno 2014

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Una chincaglieria poetica, pubblicata su Vibrisse  per il nuovo gioco poetico lanciato da Giulio Mozzi.

[Le regole del gioco sono qui].

Un solo lampadario pende e illumina
il sottostante desco a casa mia,
è unico e proviene da Murano,
uscito da una nota vetreria.
Faceva bella mostra da mia nonna,
adesso ce l’ho io, mi ero impuntata:
la luce frammentata dalla gonna
colora anche da spento la giornata.
Nel resto degli ambienti lampadine
che penzolano in basso dai supporti
dimostrano che le sole cose vive
son quelle che appartenevano ai morti.

 

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(Sono pentita del penultimo verso, farò penitenza in qualche modo)

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Respirazione circolare

15 giugno 2014

 

Se rido, quello è il mondo reale. Altrimenti capita che mi ritrovi in compagnia di soggetti la realtà dei quali non mi convince a fondo. Non ridono, loro, e passano accanto a me tornando e ritornando, come un racconto circolare.

(Nella realtà i racconti circolari non esistono. La realtà esclude ogni disegno del destino. Avanza in piano, senza tornare indietro, in una quasi-assenza di ogni attrito o di binari inchiodati a terra.

E la realtà non ha necessità di una stazione. Segue leggi banali, che sono sempre le solite.

La gente non ama sentirsi rinfacciare la sua banalità. Come sarà riuscito il Nobel alla Munro, che ha scritto sempre e solamente cose in piano?

Invece i mondi dove c’è un tempo che si ripiega su sé stesso devono essere luoghi in cui si crede di star svegli ma si dorme, che ne so.)

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C’era un ragazzo con me nell’auto al mattino, Kav. Uno che pratica la scrittura, per questo quando ci avevano presentati degli amici avevo accettato senza tante domande la sua offerta di un passaggio in macchina.

Guardavo l’alba lasciare il posto al giorno, pronta a farmi schiacciare sul sedile dall’accelerazione. Stava lì lì per scattare il verde, l’autoradio pigolava a volume bassissimo, Kav stava dicendo cose che avrebbero potuto uscire benissimo dalla mia bocca.

– Non so più scrivere, non ne trovo più il senso. Mi manca il contenuto, manca il destinatario. Quello che però brucia, è il suo bisogno. Ma sai che a questo punto ogni scusa è buona per non scrivere? Dopo un po’ entro come in apnea, forse riesco anche a diventare blu prima di realizzare che devo prendere almeno una penna in mano, concentrarmi e tracciare un segno di senso compiuto (tanto mi basta per riacquistare il colorito), e poi non vado oltre.

Il suo gomito era appoggiato al finestrino aperto, sputò teatralmente il fumo della sua sigaretta e io, che non fumo più, scoprii di essere in uno di quei giorni in cui avrei potuto cedere all’offerta che non ricevetti.

Lo comprendevo, e lo stavo seguendo, ma da una certa distanza. Accettai con sollievo che un gabbiano, all’improvviso, sbucasse al di là della recinzione del cantiere aperto sulla sponda del lago, proprio a un passo dal semaforo. Lo seguii nel mezzo giro che lo riportò subito fuori dalla mia vista e lasciò la porta aperta alle associazioni mentali.

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Un giorno, messo davanti a delle frasi simili che ti avevo gettato in faccia come rinfacciandotele, avevi risposto che non importava, che quando avrei avuto qualcosa da dire l’avrei fatto e amen. Ci ero rimasta male. Mi mancava il dialogo, me lo avevi sfilato da sotto come un tappeto, e adesso stavi facendo l’indifferente. Ognuno per sé. D’accordo, in fondo non avevamo mai stretto nemmeno l’ombra di un patto.

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– E io non so più vivere-, sputai fuori, invece del fumo di una inesistente sigaretta, spezzando l’attesa del segnale della ripartenza –, ma devo. In questo caso basta lasciar fare al respiro. Non è inelegante, non disturba, non è commentabile, il respiro. Nessuno può dirne male, a meno che non sia rumoroso. O, a meno che dal respiro vengano emanati, a volte succede, odori fuori luogo. Ma il respiro è libero. Non ha bisogno di un destinatario che lo riconosca, che lo faccia suo, che gli attribuisca un senso che non ha all’origine.

Sarebbe stato meglio lasciar cadere la conversazione, neanche sapevo bene cosa avevo detto (sarebbe stato troppo ripetergli le tue parole che, in fondo, non mi hanno mai convinto). Ma Kav non ci fece caso.

– Beh, al respiro non servono giustificazioni, tutti invece mi chiedono: perché scrivi? E me lo chiedono continuamente, perfino adesso che non scrivo più.

Ci avevano affiancati una moto di grossa cilindrata a destra e un SUV a sinistra. Un lavavetri stava bussando al mio finestrino. Cercai al di sopra dell’area di cantiere, ma non trovai più nulla da osservare. Così fissai il cruscotto impolverato e con un certo sforzo ripresi:

– Dovresti fare della scrittura qualcosa di simile al respiro, un punto di partenza e di ritorno. Riconoscerne l’essenzialità senza venirne logorato. Imparare a placarla, a darle il ritmo giusto per ogni occasione. Una scrittura esatta, bastevole alla sopravvivenza, e quando il bisogno ne richiede in eccesso, non farti sopraffare, mostrale chi è più forte: fai sì che la scrittura porti ossigeno e forza, e non ne tolga, ai contenuti.

Kav ignorò anche lui auto moto e lavavetri.

– Io scrivo soltanto cose senza contenuti.

– Ti va decisamente bene, io negli ultimi tempi ci vivo, senza contenuti.

Sollevai gli occhi dalla plastica grigia per provare a guardare l’altro in faccia. Avevo detto qualcosa di più grande di me, avevo appena commesso ciò che gli proponevo di non fare. Come sarei stata giudicata?

Era giovanissimo, chissà perché fino a quel momento lo avevo considerato quasi un mio coetaneo.

– Scusami, ho appena realizzato che nemmeno ci conosciamo, ma ce l’hai la patente?

Mi rispose con un accenno di risata e mi guardò a sua volta, ma con uno sguardo serio che mi allarmò. Puntai inutilmente i piedi e gli gridai nell’orecchio:

– Ferma subito l’auto!

– Un momento e lo faccio, appena scatta il verde. Voglio tentare un racconto circolare.

Mi resi conto della trappola in cui ero caduta, ma era troppo tardi.

Al verde ci sfrecciò accanto un vento colorato, e il condensato di tutti i miei pensieri fu solamente:

“Le Fiat ormai le fanno solo in queste imbarazzanti tonalità pastello”.

Il rombo della moto lo cancellò frantumandolo in polvere di gessetto che iniziò a depositarsi su di noi in caduta libera.

Ci intonacò, anticò, ci rese in apparenza come statue.

Quando smise di scendere, alle nostre spalle un coro di clacson si stava cristallizzando in alte spire che si rincorsero veloci fino al cielo intrecciandosi tra loro. I cambi espettorarono ingenti marce grasse come tossi mal curate, grattati dai tendini nervosi e duri di mani spazientite. E fu il turno dei nulla pronunciati a perdersi lontano. Nemmeno ci raggiunsero: chiusa in quell’universo sferico, dimenticai che l’auto era rimasta lì, ferma al semaforo.

Dopo di che, dei tre colori alternati non mi importò più nulla.

Facevo altro, e intanto pensavo anche che.

..

Dopo di te passò del tempo inutile.

Ti ripetevo di tenere in conto ciò che dicevi, ma non era vero niente. Scrivevo di ogni cosa, in ogni occasione, contro ogni buon senso. Fingevo di non equivocare sia il tuo che il mio sproloquio, e intanto non vedevo le due rive allontanarsi sempre più l’una dall’altra.

Adesso posso contare altre persone che, oltre a te, hanno cercato di darmi consigli in buona fede. Non ne ho ascoltata una, è vero, ma ciascuna ha sommato il proprio segno con le altre. “Vivi e sii forte. Scrivi se te la senti”. In fondo, cosa sto predicando io stessa a un ragazzino ancora al principio del percorso?

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Qualcosa accadde dunque tra me e Kav, e fu la messa in sincronia dei respiri.

A sera fatta eravamo ancora lì fermi e seduti. Il sole tramontava e dietro ciascun finestrino faceva a turno il pubblico pagante. Il Sindaco in persona gestiva dal semaforo la biglietteria.

Ero perfettamente tranquilla, controllavo i loro movimenti senza perdere la concentrazione su quei lineamenti morbidi, quasi un invito. Ma troppa vita doveva ancora segnarlo, non lo avrei fatto io, se non per mezzo della mia metafora.

– I maori, io li ho conosciuti, tu gli somigli un po’, in questo momento… Non toccarti la faccia, resta così. Ti voglio fotografare.

– Tu li hai conosciuti, e com’erano?

– Ti dirò… spettinati, sporchi in modo tremendo e aggiungo pure che puzzavano un casino. Ma tu – gli sorrisi ma distolsi per un secondo lo sguardo, aprendo l’applicazione- Tu profumi di gesso e di matita. Sei ancora simile a un concetto astratto, a un’immagine pura, costruita a tavolino, a un Escher, o a una foto perfetta scattata in bianco e nero.

 

 

Avevo trascorso la giornata tracciando con il kajal nero sul suo viso bianco un singolo racconto circolare, dal centro delle sopracciglia una spirale si faceva strada verso l’arco che unisce, tramite il mento, un lobo assieme all’altro. La congiunzione del respiro rese possibile che non restasse impressa alcuna sbavatura.

Kav pareva soddisfatto. Aveva raggiunto un’astrazione totale di sé dal corpo, concentrando sugli occhi tutta la sua sensibilità superficiale.

Premetti col dito sull’immagine del pulsante di scatto, fu esploso un breve click artificiale, l’immagine andò subito in rete.

Calò così la notte e restò solo un respiro, ma non poteva essere visto né udito. Tutti ci abbandonarono, tornarono alle loro case, e la zona rimase transennata fino a nuovo ordine.

Mentre frotte di disparate specie d’uccelli notturni vennero a colonizzare il semaforo lampeggiante in arancione, ci addormentammo insieme, fronte su fronte. Le schiene si inarcarono concordi per ore a intervalli regolari, finché nel sonno emisi una risata di gola.

Fu a causa di una battuta veramente idiota sentita pronunciare da te qualche giorno prima.

Lui rimase immobile nel sonno, ma io ero sveglissima, e non attesi l’alba per fargli portare avanti il suo racconto circolare.

Questa era ritornata la mia storia.

Spalancai la portiera e mi precipitai a scrivere una cosa che mi bruciava di dire ormai da troppo tempo.

 

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Anemone

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Apri il ventaglio nel tuo Libero Stato.

Non di azzuffate, né di morte stagioni

né di ragazze eclettiche, né degli amici andati

potrai più ridere, mentre sfarina il tempo.

Quello che resta

quel che a ciascuno resta

quel che nelle tue intenzioni

ripartirà in eterno, ho colto

nel folto delle tue tempie azzurre

presa dal sogno

del gioco degli errori

in cui tu muori giovane e risorgi

sempre più stanco

dopo ciascuna mano.

Apri il ventaglio,

forza la porta chiusa.

Spiana le rughe agli angoli,

tendi le linee fini ora tutte spezzate.

Lascia che siano il fiore anemone di un sorriso

spasmo di un giorno bianco, buono da ricordare.

Die Blendung

24 Mag 2014

Per il momento scrivo solo cose così:

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Mi ritrovo stretta al nodo

di uno sfogo primordiale

sembra che ne tenga i capi

ma io sto per soffocare.

Chi sa dirlo di chi è

l’antipasto e il caffè,

l’apertura e anche la chiosa,

uovo, bruco e mariposa?

Dove inizia e dove smette

chi mi stringe le manette?

Chi dovrei mai benedire

se non entro e non so uscire?

Se non ho di cui mi lagne

pur se ho stille per compagne?

Chi se non altri che me

e un bondage-autodafè?

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Parecchi anni fa avevo dei vicini di casa che ospitavano una colonia di gatti, ma non se ne occupavano molto. Così, un po’ per fame, un po’ per curiosità felina, facevano delle gran passeggiate sul tetto che univa i nostri due appartamenti. Talvolta, se mi capitava di aprire gli occhi nel cuore della notte, scoprivo di essere vegliata da alcune paia di pupille, pressappoco con espressioni del genere:

Electric Light Orchestra – Turn To Stone
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La cosa, anziché inquietarmi, mi divertiva e spesso tornavo a dormire più profondamente di prima.

Ai miei quattro gatti: Continuate a vegliarmi, una notte aprirò la finestra e vi farò rientrare.

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Città raccontate: Roma n. 9 – Traffico e biciclette (su Cartaresistente)

25 febbraio 2014

 

Centinaia di ciclabili quasi mai collegate tra loro, itinerari che non prevedono il Centro, se non per tratti limitati, corsie preferenziali pericolose, bike sharing fantasma. La giunta comunale, in carica da quasi un anno, ancora stenta a gestire l’ordinaria amministrazione e appare improbabile che risolva il problema del traffico a breve, malgrado l’attitudine ciclistica esibita dal Sindaco in persona. 

Da ragazzina vivevo in un quartiere “verde” e le mie gambe si prolungavano in due ruote, e così è stato fino all’età della patente. Ho ripreso da due anni a girare in bicicletta per la Capitale. Non è facile, e adotto un compromesso: pedalo fino alla stazione più vicina, poi chiudo la bici a libretto, apro un libro e lo leggo in metropolitana. Quindi scendo, richiudo il libro a bicicletta, torno centauro e ancora pedalo fino a destinazione.
Non male, ma ormai di notte sogno solo ingarbugliati viaggi per treni e per stazioni, mentre una volta sognavo di volare.

Dialogo di un ciclista e di una passeggiatrice

Er Sindaco se sposta in bicicletta,
er traffico nun je va a puntino
(te credo, perché er nome suo è Marino,
fosse Roma, girava su ‘n Arfetta).

Emulo, ‘n tizio, un ber pischellino,
sulla Salaria ha detto a ‘na donnetta:
“Te porterebbe, ma si nun c’hai fretta,
in giro: a te la canna, a me er sellino.”

Quella gli ha fatto segno de scansasse,
-je stava a mannà all’aria la vetrina,
rischiava che nessuno se fermasse-:

“Senz’auto, dalla Cassia all’Ardeatina,
du’ rote servono solo a ‘mpuzzasse:
Rimorchia ’n Centro, ’n pizzo a ‘na panchina”.

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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