Archive for the ‘Scrittori’ Category

L’abbraccio è il mio leitmotiv

5 Mag 2019

Un leitmotiv in campo letterario altro non è che una fissazione, narrativamente ben congegnata, che ricorre in parallelo alle vicende raccontate e che spesso consente all’autore la dimostrazione delle proprie tesi, tramite fatti mostrati invece che con l’enunciazione di verbosi o scarsamente dimostrati teoremi.

Molti dei libri che, a partire dalle cime delle classifiche, finiscono tra le nostre mani, invece, hanno questo difetto: contengono insopportabili spiegoni. Utili, forse, a chi non riesce a trarre da sé le proprie conclusioni, al genere di lettori che estrapolano frasi e poi le mettono a corredo dei propri profili social, per rendere ben chiaro al mondo di star vivendo secondo regole altrui.

Lode a quello scrittore che mi porta sotto al naso il profumo della rosa invece di enunciare il carattere del mese di maggio. Lode a Jane Austin, quando fa scalpitare il cuore di Elizabeth Bennet nel mio stesso petto, e non perde righe preziose dietro alla descrizione della donna borghese, inglese, di inizio Ottocento.

Lode ai contemporanei che non si scompongono davanti alla pochezza del mainstream, come Tim Parks, che con Destino muove i suoi personaggi in una pièce dove il leitmotiv è l’impossibilità di scampare agli esiti delle proprie scelte di vita, e come Jonathan Franzen, che nelle Correzioni invece sostiene l’opposto: finché imprimiamo svolte al destino, anche contrarie a come sono impostati in origine i nostri personaggi, troveremo sempre una porta aperta per aver salva la vita.

Questo considero, man mano che leggo (e rileggo) vite altrui completamente inventate e mi astengo dal consumo bulimico della sconfinata realtà che mi si presenta a ogni passo senza nemmeno attendere che sia io a cercarla tra le pagine di cronaca od origliando dietro a una porta chiusa.

Chi ha il dono di congegnare esistenze e armonizzarle a una propria visione dell’universo realizza il miracolo di valicare la smisurata solitudine e il senso di impotenza che ci minaccia ogni volta che entriamo in contatto con l’insensata assurdità del quotidiano. La letteratura è l’abbraccio che riconcilia con l’Umanità.

Immagine via Pinterest

 

 

 

Giocare alla Rivoluzione

16 gennaio 2019

L’undici gennaio scorso, su La Repubblica è uscito, di Alessandro Baricco, “E ora le élite si mettano in gioco“. Mi è sembrato uno spunto importante, un indizio da seguire.

Il Post lo definisce un articolo “sulla crisi delle élite”; da più parti ne viene demonizzato il punto di vista elitario (non  Mantellini). Ma Baricco FA parte dell’élite. Può SOLO parlare da quel punto di  vista. In questo caso NON sta facendo fiction. Guai se si esprimesse da un pulpito che non gli appartiene, non ne  avrebbe diritto.

Fa onore a Baricco auspicare che l’élite, e quindi pure sé stesso, si liberi dalla grettezza e dalle conseguenze che derivano dall’ostinata conservazione dei privilegi acquisiti, anche se non è realistico pensare che ciò avvenga. Non in quei termini. Né che sarebbe sufficiente e tantomeno giusto. Il cambiamento non può in nessun modo partire soltanto da scelte dell’élite, seppur basate su principi di giustizia ed equità (“Mettersi immediatamente al lavoro per ridistribuire la ricchezza. Tornare a occuparci di giustizia sociale….”).

Il vero problema dell’articolo sta nel fatto che, all’analisi lucida, democratica, onesta e aperta al punto di vista altro (quello della “gente”) contrappone una soluzione che non è tale ma piuttosto l’enunciazione di una vaga utopia. E sta nel fatto che Baricco è uno scrittore. E quindi nella facilità con cui propone (e noi accettiamo) la soluzione letteraria della chiosa. Una conclusione così inutilmente retorica, così non risolutiva, finisce per svalutare anche quello che di giusto e condivisibile invece è contenuto nel testo.

Io, Noi, siamo quelli allibiti tanto dalla perseverante miopia di portata storica dell’élite quanto per il fatto che “la gente” (dopo tutti gli strepiti e le esaurienti dimostrazioni pratiche dell’incapacità della politica attuale di rappresentarla) non trovi ancora nel proprio presente motivazioni sufficienti e dirompenti per FARE la rivoluzione. Siamo quelli che, pur barcamenandosi ogni giorno sui confini di un baratro senza ritorno, credono fortemente in ciò che Baricco esprime:

Da un sacco di tempo abbiamo imparato che è meglio sapere molto delle cose prima di cambiarle, che è meglio conoscere molti uomini per capire se stessi, che è meglio condividere i sentimenti degli altri per gestire i nostri, che è meglio avere molte parole piuttosto che poche perché vince chi ne sa di più. Abbiamo un termine per definire questo modo di difenderci dalla durezza feroce della realtà grazie all’uso paziente e raffinato dell’intelligenza e della memoria: cultura. Sostituirla con l’apparente chiarezza di un pensiero elementare, quasi una sorta di furbizia popolare, equivale a disarmarsi volontariamente e andare al massacro. Voglio essere chiaro: ogni volta che ci facciamo bastare certe parole d’ordine di brutale semplicità, noi bruciamo anni di crescita collettiva spesi a non farci fottere dall’apparente semplicità delle cose.

Quelli che, letto il Baricco sociologo dagli spalti dell'”élite” non lo stigmatizzano e neppure assentono soddisfatti o che, nell’indistinta massa della “gente” non smettono di leggere dopo le prime righe. Siamo quelli che si fanno domande.

Apprezzo senza riserve chi si dimostra pronto ad accendere il dibattito portando argomentazioni valide e inviti alla riflessione. Dunque delle sue parole io ringrazio l’Autore, non il portatore di privilegi, e ora aspetto che sia il primo a spogliarsi materialmente dell’ipocrisia e attuare ciò che auspica.

Altrimenti, devo proprio farmene un’altra, di domanda. Perché mai cotanta intelligenza ha partorito questo articolo, in definitiva quasi autolesionistico?

Mah.

Per concludere, ammetto di aver taciuto che in tutto il testo viene richiamato The Game, l’ultima fortunata pubblicazione di Alessandro Baricco, a sintetizzare il concetto di società digitale in cui viviamo e come misura della giustezza delle proprie tesi. Dev’essere un gran libro, ma ancora non l’ho letto.

Inversione di rotta

19 dicembre 2017

Era la stagione della migrazione, del volo, del canto e del sesso. Nella regione neotropicale, che ospitava la più ricca biodiversità della terra, qualche centinaio di specie di uccelli diventava irrequieta e si lasciava alle spalle le altre migliaia di specie, molte delle quali strettamente imparentate dal punto di vista tassonomico, che si accontentavano di rimanere lì, a coesistere accalcate e a riprodursi nella quiete dei tropici.

Libertà, Jonathan Franzen

What if

30 settembre 2017

​”Mio padre la rivoluzione” è in vendita solo da ieri e, vista l’occasione, Davide Orecchio ne ha parlato nella libreria Assaggi di San Lorenzo a Roma.

“What if”. La curiosità per la Storia genera infinite Storie possibili, niente di troppo creativo, minimizza l’autore. Basta partire dal dato di fatto.

Anche questa raccolta di racconti, che segue il filo della rivoluzione russa, nasce dalla ricerca e dalla ricostruzione dei dati, pure i minori, di esistenze con le quali vorrebbe dialogare. Ancora una volta sono “biografie infedeli”, nate dal rimpianto di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Ritorna qui anche il padre comunista, non a caso. Nel dialogo mai avuto col padre c’è l’origine della passione per la Storia. Non a caso ha parlato di possibilità infinite. È una ricerca che può non esaurirsi mai.

“Se fossi felice mi accontenterei del presente, non chiederei al passato”, risponde Davide Orecchio a una domanda degli intervenuti. E spiega che forse non è così per tutti ma in questa epoca si prova uno straniamento. Non è sereno il rapporto col presente e il passato non lo si conosce veramente. Viene tramandato in modo distorto, monco, a volte non se ne sa nulla.

Davide Orecchio mette la sua competenza (e l’abilità narrativa, il linguaggio e la sensibilità) al servizio di un racconto personale, che ogni lettore potrà poi utilizzare come riferimento empatico per il proprio.

Lo scrittore di storia non si pone come storico nei confronti del lettore ma resta, fin dal primo momento, sul suo stesso piano. “Fa parte della mia postura”, dice l’autore e noto, come sempre, dal vivo e tra le righe dei suoi testi, una postura tanto diritta, quanto attenta alla sintonia con l’altro, qui l’intervistatore.

Questo è quanto, per la presentazione. Ora è la volta del libro, dove avvicinerò, tra gli altri, Rosa Luxemburg, Trockij, Rodari e Lenin. So che saranno incontri importanti e, se anche non renderanno più felice il presente, lo faranno più ricco e più completo.
Mio padre la rivoluzione, Davide Orecchio – Ed. Minimum fax, 2017

“E fattela ‘na risata!”

6 luglio 2017

Paolo Villaggio

Certo che ridiamo, siamo esseri umani.

Ma la risata non è un’alternativa al pensiero. L’uso del cervello non è mai un optional, quando si ha l’onore e l’onere di appartenere alla specie egemone del nostro pianeta, quella dell’animale che, grazie al proprio originalissimo sviluppo, si è affrancato dalla banale sopravvivenza e ha creato, per sé e per ciò che lo circonda, le condizioni perché il destino non sia esclusivamente una variante entropica e lo spirito possa pretendere di vendicare la triste banalità della materia.
Ecco perché l’articolo di Wu Ming 1 su Giap è da leggere, leggere tutto. E da riflettere.

Ecco perché anche io rivendico con forza l’enormità delle opere sovversive, avvincenti e intense, come “La corazzata Potëmkin” di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn e la portata altrettanto sovversiva e, per fortuna, colta, e per le masse (!) del cinema di Paolo Villaggio.

Ciao Paolo.

Prima o poi si cresce

1 settembre 2016

Paolo Nori punto it

[…] Lo zen e il tiro con l’arco, e Siddhartha, anche, e Lo zen e la manutenzione della motocicletta, quelli con lo zen nel titolo quasi tutti, e il Gabbiano Jonathan Livigston che, tra l’altro, ha anche un nome che non so mai dove mettere l’acca, e Avere o essere, di Erich Fromm, e Innamoramento e amore, di Francesco Alberoni, e i libri di Pennac tipo La prosivendola eccetera […] 

(paolonori.it 31 agosto 2016 )

 

A quei libri che ha citato nel suo post Paolo Nori, dovrei aggiungere che, a me, da ragazza, Fromm ha richiamato Fromm; Hesse, altro (e poi  tutto ma tutto) Hesse; dopo il Gabbiano, di Bach ho letto Un ponte sull’eternità per ben tre volte; la serie zen si è limitata al tiro con l’arco e alla motocicletta, ma mi hanno risucchiato pure: tutta la fantascienza di Heinlein, tutto Andrea De Carlo (anche se Arcodamore, prima delle ultime pagine, l’ho lanciato con gesto atletico in un cassonetto, ed era  già il 2003), moltissimo Camilleri, e ho volontariamente sorbito perfino tre degli sbobboni confezionati dalla premiata ditta Elena Ferrante.

Continuo a trovare Paolo Nori piacevolmente affine, rassicurante, nella sua ripetuta ammissione di normalità. Bello entrare in metropolitana la mattina e scoprire di avere in comune cotanto bagaglio, così innocentemente imbarazzante.

Unico neo: La Prosivendola, mi manca. O meglio, ce l’ho. Era stato un regalo di compleanno di Fabrizio, il mio ragazzo ai tempi dell’università. Aveva accompagnato il dono con il commento: “è pure l’autore preferito di…”  (la ragazza succeduta a me, dopo che ero stata lasciata) e Pennac non sono mai riuscito a leggerlo. Temo che non sia proprio di mio gusto, in ogni caso non ci ho riprovato.

Ma con Fabrizio siamo ancora amici, non abbiamo mai smesso di esserlo, anche senza sentirci per anni, perché siamo stati sempre gentili l’uno con l’altra e non abbiamo mai compiuto atti senza ritorno, del tipo che ti costringe a cambiare lato del marciapiede a vita, se ti rincontri per sbaglio. Se fosse accaduto questo, allora sì che mi vergognerei. Non per la lettura di libri di formazione o di gusto popolare.

Prima o poi (salvo eccezioni) si cresce.

Homilophilia (dal Sommario semiesauriente delle maialate – su Vibrisse)

22 agosto 2016

 

Sproloquio. Sermoni azzardati, precisi, infuocati, sputati. Zizzanie svuotanti illusioni, emozioni. Logorree di verbi. Di sciacqui e risciacqui di panni nell’Arno con molte favelle, lamelle, linguette, sfrenate a piacere; piattelle a pulire e sfregare, con pezze a lustrarle, mostrarle entro pubbliche piazze, con sfoggio di mazze, di pane e salame, patate novelle, scottate, bruciate, schiacciate tra i denti. Parole affilate, arrotate, a cascate, a scintille, percosse a sciacquettii, a cinguettii; godute a valanga, d’orecchie e di spranga, svuotando cassetti ripieni di uova, calzini e poltiglia accostati a casaccio. Ecco quello che faccio, ricalco gli effetti dell’homilophilia, piacere del letto o del detto che Gnirro, lo sgherro del verbo di Turi Totore, ha porto a Vibrisse nelle ultime ore.

 

Se, come ho capito, qui è finita l’avventura del Sommario semiesauriente delle maialate, posso dire che ribatterle su queste pagine è stato oltremodo divertente e ha costituito un’occasione per riprendere a pubblicare qualcosa, ancorché di provenienza altrui. Un ottimo e prolifico elemento della Bottega di Narrazione 2014-2015. Che la fortuna gli sia propizia e non lesini mai l’ispirazione a lui e al professor F., che credo di aver riconosciuto tra le righe.

Applausi per Turi.

Giù il sipario.

 

 

 

Psychrophilia (dal Sommario semiesauriente delle maialate – su Vibrisse)

4 agosto 2016

Non troverete raggelante questo crocchiare di palpiti in estinguimento per un’ipotermia cercata. Vi porterà alle lacrime da risa: è in corso una tempesta di freddure su Vibrisse.

Rhytiphilia (dal Sommario semiesauriente delle maialate – su Vibrisse)

3 agosto 2016

Chi indossa luci e ombre di pieghe e sgualciture della pelle, le espone con la propria dignità. Del resto non si cura. Per questo attrae grandissimi cultori, che Gnirro coglie in pose adoratrici, illumina, esamina e ripone sugli scaffali a vista di Vibrisse.

Knismolagnia (dal Sommario semiesauriente delle maialate – su Vibrisse)

29 luglio 2016

Il riso, quando abbonda, rende stolti. Lo sa bene chi imprime nei più giovani un trauma che crea la dipendenza dai suoi effetti, e porta alla coazione a ripeterlo, sgombrando il campo (mentale) da ogni tentazione sovversiva. Una meditazione sul conflitto generazionale, offerta su Vibrisse dal saggio Eusebio Gnirro.


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