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What if

30 settembre 2017

​”Mio padre la rivoluzione” è in vendita solo da ieri e, vista l’occasione, Davide Orecchio ne ha parlato nella libreria Assaggi di San Lorenzo a Roma.

“What if”. La curiosità per la Storia genera infinite Storie possibili, niente di troppo creativo, minimizza l’autore. Basta partire dal dato di fatto.

Anche questa raccolta di racconti, che segue il filo della rivoluzione russa, nasce dalla ricerca e dalla ricostruzione dei dati, pure i minori, di esistenze con le quali vorrebbe dialogare. Ancora una volta sono “biografie infedeli”, nate dal rimpianto di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Ritorna qui anche il padre comunista, non a caso. Nel dialogo mai avuto col padre c’è l’origine della passione per la Storia. Non a caso ha parlato di possibilità infinite. È una ricerca che può non esaurirsi mai.

“Se fossi felice mi accontenterei del presente, non chiederei al passato”, risponde Davide Orecchio a una domanda degli intervenuti. E spiega che forse non è così per tutti ma in questa epoca si prova uno straniamento. Non è sereno il rapporto col presente e il passato non lo si conosce veramente. Viene tramandato in modo distorto, monco, a volte non se ne sa nulla.

Davide Orecchio mette la sua competenza (e l’abilità narrativa, il linguaggio e la sensibilità) al servizio di un racconto personale, che ogni lettore potrà poi utilizzare come riferimento empatico per il proprio.

Lo scrittore di storia non si pone come storico nei confronti del lettore ma resta, fin dal primo momento, sul suo stesso piano. “Fa parte della mia postura”, dice l’autore e noto, come sempre, dal vivo e tra le righe dei suoi testi, una postura tanto diritta, quanto attenta alla sintonia con l’altro, qui l’intervistatore.

Questo è quanto, per la presentazione. Ora è la volta del libro, dove avvicinerò, tra gli altri, Rosa Luxemburg, Trockij, Rodari e Lenin. So che saranno incontri importanti e, se anche non renderanno più felice il presente, lo faranno più ricco e più completo.
Mio padre la rivoluzione, Davide Orecchio – Ed. Minimum fax, 2017

Faticosa scrittura

5 agosto 2014

Quella di questo post che giaceva tra le bozze già da qualche tempo.

Il tratto elettronico, l’inchiostro e la lingua metaforici si sono come disseccati, esposti al vento incendiario di Gaza, dell’Ucraina, della povera Italietta nostra. Ho guardato con pudore alle piccole e necessarie azioni quotidiane e, semplicemente, le ho compiute. Le compio ogni giorno, perché degne di dedizione esclusiva. A ciascuno spetta la scelta di definire ciò che è necessario alla propria quotidianità e conosco persone con una quotidianità molto alta. Io non sono tra quelli, non la me stessa di oggi, almeno.

Leggo, sì, ma ricerco la sommatoria di pagine da comprendere a fondo una per una; la notizia verificata, non l’opinione vanagloriosa; il rapporto 1:1, non il rumore di fondo dei luoghi affollati; il botta-e-risposta senza necessità di pubblico.

Per tutto questo, e per la necessità di raccogliermi in disparte, per trovare nuovi modi e indirizzi a quella che comunque sento come abilità da rimettere al giudizio, se non proprio al servizio di chi legge, fino alla breve eccezione di oggi, ho preferito non scrivere di me.

Vengo al punto. In alcuni casi voi mi conoscete più di quello che dicano le righe di un post. Voi, di cui ho appena detto, vi fidate, mi attendete. Non ultimo, nei fatti e nelle parole, mi sostenete. Sto prendendo lo slancio necessario, ancora un attimo. Intanto vi ringrazio tutti, i sostenitori dichiarati e consapevoli, come gli altri che per me realizzano l’impensabile, semplicemente esistendo al mondo.

Sul fronte della scrittura, due articoli di Davide Orecchio, più di altri, ultimamente, mi hanno dato la scossa necessaria. Il post sul suo blog dal titolo “Sto contro il non scritto“, che tratta, sì, della chiusura dell’Unità, ma un po’ anche della mia chiusura -e chissà, a guardare bene le similitudini, cos’altro ne caverei fuori-, e “La guerra sporca di Videla“, pubblicato su Left della scorsa settimana, un “appunto” lungo un decennio, la cui chiosa vale, ancora una volta, a confermare l’essenza di Davide come scrittore di livello, capace, anche tramite un breve scritto, di veicolare un messaggio universale:

Abbiamo in sorte un’epoca che digerisce, mette in rete e condivide ogni vicenda per posarla in uno spazio che è presente continuo, lo storage della storicità. Questo può servire. È un deposito di fatti, nozioni, forse di sapere. Aiuta a vedere l’innesco e la catena della brutalità di Stato che è un virus non debellato dal Novecento dei lager, delle torture in Algeria poi trasmigrate in Sudamerica con tanto di docenti e discenti, e che inaugura questo secolo a Genova, a Guantanamo e chissà in quale altro segretissimo luogo. La nostra gracilità trova la sua diagnosi in una malattia di violenza: ve ne sono ceppi dovunque, nello spazio continuo che lega ieri a oggi, un paese del Nord argentino all’Europa, una segreta nordafricana a un carcere latinoamericano; e ciascuno di essi contamina, infetta, dissemina il trauma della minaccia e della paura. Di generazione in generazione. Tra comunità e comunità. Tutto ci riguarda. Tutto noi, e noi siamo tutto. Ma se l’ombra è compresa, raccontata, ricordata, se sul blackout accendiamo la luce può darsi che il trauma rimpiccolisca e che il nostro oppresso senso del limite guarisca sino a sfiorire. I fantasmi fanno paura finché non li si smaschera.

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Aggiungo che la letteratura non rischia di morire, finché è alimentata da fonti come questa. La sintesi di slancio e verifica; di revisione e fatica; del singolo e della moltitudine; di grida e silenzio; di luce e buio; del rincorrersi della finzione e della verità.

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Ascolta. Riferisci. Emoziona. Stati di grazia.

16 marzo 2014

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OrecchioDavide Orecchio e Paolo Di Paolo

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La fissazione per il passato e il libro, pugno di fogli con una copertina che nasconde un fossile nella filigrana delle pagine. Il fossile è una conchiglia di appena sessant’anni fa, perfettamente mummificata. Nella sua conformazione a spirale, riemerge e graffia l’ascoltatore professionista, che non s’aspetta e soffre:

Le aspettative deluse, la sopraffazione di chi non può ribellarsi, la quotidianità come eterna lotta, o come eterna lotta per la vita. Oppure, ancora, l’orrore, tollerabile soltanto a prezzo dell’indifferenza e di un’amnesia che si ritorce contro.

La morte.

Subita. Volontaria. La morte che accade e basta (e se non è fatto compiuto oggi, ha per ciascuno una data stabilita, sia pure nel futuro, nel “Piccolo glossario” in calce al romanzo).

La rinascita dei sopravvissuti. Sempre imperfetta, qualunque sia la distanza tra i luoghi, tra i tempi, tra le scelte di vita a volte diametralmente opposte in uno stesso individuo.

Il viscerale (slegato dal genere, ma cosa dire dei personaggi femminili? Sono veri quanto lo sarebbero se fossero stati ritratti da una scrittrice).

Il poco che sazia chi sappia accontentarsi. L’inquietudine che spazza via quel poco.

Le ferite che storpiano il corpo. Le ferite nell’anima, che non si rimargineranno mai.

La solidarietà. La solitudine.

L’ascoltatore di professione riesuma il progetto involontario, soffia via la polvere e si stupisce di ciò che vi ritrova sotto: schiere spiraliformi che formano gli elenchi di persone, di qualità che definiscono persone, le elencazioni di poeti, di soprusi, di giorni e notti di lavoro e lotta sotto un firmamento a rotazione siciliano, argentino, romano, e infine, per l’ultima volta, siciliano.

L’ascoltatore di professione vibra con la penna-seppia in pugno e il racconto del sopravvissuto trova sfogo nell’inchiostro gettato su pagine che oscureranno la vista del lettore.

Sono altre biografie infedeli, quelle più vive e vere, che idratano i tessuti disseccati dei non più vivi e di quelli dei non ancora morti, e rendono giustizia ai più che trainano la vera Storia.

Ho letto questo libro in metropolitana, in autobus, a tavola, in un giardino pubblico. Immersa nel rumore e in assoluto silenzio. Qualcosa, leggendo Stati di grazia, prende a vibrare dentro  e lo fa sempre più forte. Ho dovuto interrompermi spesso, quando l’umanità di vite che potevano includere la mia è emersa, sempre, dalle vittime e pure dai carnefici, e la vibrazione è giunta in prossimità di scuotere anche il fisico.

Ho dovuto impegnarmi, richiuse le pagine, a riprendere il controllo.

Alcuni passi scelti da Paolo Di Paolo, moderatore durante la presentazione a Libri Come, ieri sera, hanno causato nel pubblico improvvise perdite di controllo e conseguenti epidemie di impegno nel tornare alla realtà di una sala gremita, un tavolo, uno schermo, uno scrittore mite e una somma di pagine unite assieme da una copertina.

Stati di grazia è una conferma del  talento, della passione, dell’umiltà, della competenza e della sensibilità di un autore incapace di mentire o di violare l’intimità della prima persona singolare. Di uno storico e biografo e prima ancora di un uomo. Un testo che ha avuto in gestazione per dieci anni, durante i quali ha esercitato la sua qualità principale, l’ascolto (nomen omen, sì, e spero che ne sorrida).

Davide Orecchio ha superato la già eccellente prova di Città distrutte tessendo una storia straordinaria lungo un unico piano sequenza che mostra l’intreccio di vite, linguaggi, tempi, luoghi, fatti privati e grandi movimenti della Storia riferiti con uguale dignità.

È grande l’emozione nel finale, ma, a ritroso, lo è già nelle confessioni pudiche del biografo-autore, ritagliato in un cameo liminare.

«Preferirei dimenticare.»

«Questo non è possibile. » «Lo so.» «Allora ricordi?» «Sì, ricordo.» «E lo racconterai?» «Può darsi, ma non so a chi. Aspetta, forse ho una persona. Un ragazzo. Uno serio. Uno che ascolta. Lavora per me e a lui, in effetti, potrei raccontare che»

Ancora a ritroso. È emozione grande e stridente scoprirsi solidali con il servo e complice dei torturatori, patire i suoi stessi incubi pur vivendo vite totalmente differenti.

Ed emozionano le storie di bambini, quelle di donne dalla femminilità negata, l’eroismo degli ultimi, specchiarsi nel rassicurante ricorso alle ideologie, ripassare con le unghie sopra le cicatrici dei dolorosi dubbi di riflusso.

Emoziona la lingua, propria di ciascun personaggio, cesellata per questo, ma mai d’intralcio alla lettura. Che fa fremere il colore della narrazione come la velatura oro stesa sulle tele cinquecentesche, o la veridicità iperreale delle stampe ottenute da diapositive.

Una lingua che crea ologrammi multidimensionali, la vera firma di Davide Orecchio su questo testo che non mi riesce di definire meno che capolavoro.

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Davide Orecchio, “Stati di grazia” – Ed. Il Saggiatore, 2014

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Immemore ma non troppo

8 marzo 2014

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L’altroieri sono andata in libreria per la terza volta in tre giorni, ero con Lola, lei aveva risposto al telefono il giorno prima, non riesco a ricordare in quale occasione abbiano abbinato il suo numero al mio nome ma soprattutto perché mai ogni volta che arriva un libro che ho ordinato chiamino lei  invece che me, visto che ogni volta lascio i miei recapiti, anche se li dovrebbero avere, i miei recapiti, da tempo immemorabile, sono anni che ordino libri in quella libreria, però è corretto: se è immemorabile, è normale che non lo ricordi, il tempo, e tutto quello che ci si è svolto in mezzo.
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La volta precedente avevano mandato un dipendente in magazzino, dicendogli di controllare nelle casse che erano arrivate, ce ne dovevano essere anche del Saggiatore, e quasi mi era preso un dejà vu, ma senza il senso di straniamento che di solito accompagna i dejà vu, infatti ero certissima che una scena molto simile si fosse svolta esattamente il venerdì prima, la volta che avevo ordinato il libro e avevano mandato in magazzino un dipendente, mi pare fosse sempre lui, non ne sarei troppo sicura, d’altra parte anche il tempo che non scorre immemorabile lo scordo lo stesso quasi per intero, e questo accade pressoché da subito, specie riguardo ai dettagli, e mi dico ogni volta che dovrei prendere più spesso appunti, invece non lo faccio mai, preferisco vivere (ancorché immemore).
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Io intanto sbirciavo le nuove copertine, e quando il dipendente della libreria ha fatto capolino, quella seconda volta, dicendo che il libro non era ancora arrivato e aveva innescato un piccolo bisticcio sottovoce col proprietario, o il figlio del proprietario, o forse un altro dipendente, dalla sicumera che sfoggiava avrei detto tranquillamente che fosse il figlio del proprietario (conosco il proprietario, e anche la moglie, negli anni hanno provato a consigliarmi libri come prescritto, immagino, nel “decalogo del buon librario di una volta”, ma già  non davo loro più retta dopo i primi consigli fallati, ricordo un primo Zafòn che chissà che avrebbe dovuto dirmi, e invece mi causava una incalzante nausea a ogni paragrafo, tanto che ancora oggi quando qualcuno mi dice che ha trovato bello Zafòn, devo guardare fisso l’orizzonte e cercare di pensare ad altro), avevo già per le mani un tomo bellissimo, considerato il titolo: “Osa pensare. Venti concetti per capire criticamente e apprezzare la modernità” di James R. Flynn, con prefazione di Gilberto Corbellini,e niente, davanti a un How to con un buon titolo non arretro mai.
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(In realtà non avrei dovuto acquistarlo, in realtà io dovrei leggere meno e occuparmi più della terza stesura del mio libro, che se viene come promette sarà un successo, peccato che ho una specie di blocco non da mesi, ma da anni, come mi avvicino alle ultime bozze devio subito verso qualche distrazione.)
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Ma ho tanto da fare, ieri ci ho scritto pure una poesia su quanto mi fa comodo trincerarmi dietro al fatto che ho tanto da fare, causata dal fatto che i miei vecchi amici ritrovati, che hanno anche loro da fare, almeno quanto me, si stanno prendendo di nuovo una pausa di riflessione, un po’ come quando tanti anni fa il mio ragazzo, uno di loro, mi lasciò e io mi chiusi in casa dicendo a tutti che avevo molto da fare e nessuno di loro venne più a bussare alla mia porta, finché, tanti anni dopo ho aperto la porta e li ho ritrovati tutti lì davanti, identici, come se fosse passato appena un giorno e si fossero ricordati all’improvviso di venirmi a chiamare per passare un po’ di tempo insieme, compreso il mio ragazzo di allora -ma l’ho considerato bene, specie la prima sera che ci siamo rivisti, al ristorante (dopo abbiamo fatto una festa danzante in casa, un percorso fitness natalizio in pineta, una serata in discoteca, un aperitivo e un caffé) e mi è stato lampante che, no, per lui non provo più l’ombra di un sentimento, nemmeno un tiepido rancore, che tristezza-.
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Però non l’ho messa sul blog, la poesia, perché più che una poesia era un lamento e io detesto che mi si senta lamentarmi, mi piace invece che si pensi a me come una persona che ispira, per non dire del fatto che ogni volta che sospiro si avvicina solo gente piena di guai, tutto il contrario di quelli che mi piacerebbe frequentare, persone positive, come lo sono i miei amici ritrovati ora scomparsi ancora, ma che credo che torneranno, magari tra tanti anni, comunque sono quasi sicura che ritorneranno.
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Il giorno successivo alla seconda volta, benché avessi il chiodo fisso di ritirare il libro, avevo avuto talmente tanto da fare, compresa la prima discesa in palestra dopo l’intervento (discesa perché la palestra in cui vado ad allenarmi si trova nei sotterranei di una chiesa, e io mi domando come facciano a pregare quelli che stanno sopra, dato il volume alto della nostra musica, e mi domando pure se l’umidità che affiora dai muri trasporti i percolati di qualche sepoltura, magari collocata, come una volta si usava, sotto il pavimento delle sacre navate), da scordarmi di passare in libreria e nel tardo pomeriggio la libreria aveva chiamato Lola, che aveva preso appunti sotto il mio sguardo curvo a mo’ di punto interrogativo, me li aveva riferiti a telefonata chiusa e aveva aggiunto anche, con sarcasmo, “Com’è, è bello avere una segretaria?” e io avevo pensato che una come Lola è una vera amica, non capisco che ci faccia accanto a me, ma intanto lei davvero c’è sempre, nella buona e nella cattiva sorte, e io me la tengo stretta, e ogni tanto la ricambio.
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Per non dimenticare più ho messo un promemoria sullo smartfono, e il giorno dopo ho preso sottobraccio Lola e l’ho portata ancora in libreria, e che che sole c’era, e noi ridevamo sulle strisce pedonali, mentre qualcuno cercava di agganciarci con lo sguardo da lontano e poi più intensamente mentre ci avvicinavamo al marciapiede, e noi lo incrociavamo che ridevamo ancora e, almeno io, non lo guardavo: io, a meno che non abbia voglia di scherzare, con la gente tengo sempre gli occhi bassi, lezione di mia mamma: che non si facciano venire strane idee.
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Poi, in effetti, non è sempre così, però io guardo solo chi mi va di guardare.
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Tra noi e l’ingresso baciato dal sole c’era da fare lo slalom, tante erano le persone che stavano in mezzo, compreso uno strano vecchietto con una scoppola strizzata tra le mani giunte al petto, che ha strabuzzato i suoi occhi asimmetrici piuttosto sbulbati e si è sporto verso di me gridando: “Maria! Ciao Maria!” Capirai, io ancora ridevo da prima, ho risposto “Heilà, ciao!” come se lo conoscessi e intanto trainavo con me il braccio di Lola verso l’obiettivo a due ante distante due metri da noi, ma il vecchietto ha insistito: “Quanto tempo! E come stai, Maria?” “Bene”, ho detto, risoluta nel passargli accanto, “Fermati un momento, vai sempre così di fretta…” sono state le ultime parole che gli ho sentito dire, varcando la soglia della libreria e lì per lì ho pensato che avrei dovuto appuntarmelo, quel bizzarro incontro, ma c’è stata la spedizione del commesso in magazzino e poi mi hanno consegnato il libro che avevo ordinato, che aveva la copertina tale e quale a quella che aveva fatto circolare l’Autore e la sua casa editrice pochi giorni prima dell’uscita, e anche il giorno stesso, e io ero così emozionata a trovarmelo davanti che ho scordato il proposito di poco prima.
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Per fortuna stasera, era buio e andavo di fretta, mi sono passate davanti agli occhi due turiste, sembravano una la miniatura dell’altra, forse erano madre e figlia, la stessa corporatura tozza, la camminata sguaiata, la coda di cavallo tirata sulla stessa testolina tonda, e una delle due indossava un vestitello estivo rosso sbracciato e senza calze, mentre io mi stringevo il bavero del cappotto nel vento fresco, che in questi giorni sono pure raffreddata, e ai piedi aveva delle ciabattine infradito da piscina, le ho seguite con lo sguardo attraversare la strada, viravano decisamente verso il fruttivendolo, che le aveva attratte come fosse stata una vetrina di Bulgari, dal che ho dedotto che probabilmente venivano dall’est Europa, non per altro, ma solo da quelle parti si dà ancora valore alla frutta, e mentre mi imponevo di tirare fuori il taccuino mi sono ricordata dell’altro bizzarro incontro, e soprattutto che avevo qualcosa di più importante da dire, ecco cosa:
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Ho con me “Stati di Grazia”, il secondo libro di Davide Orecchio*, ne ho già letti un paio di capitoli, sì lo so, vado a rilento ma non ho molto tempo da dedicare ai libri, sono davvero tanto indaffarata, però ho capito subito che è un capolavoro, al punto che me lo porto in giro su e giù per la città e appena posso lo leggo, immemore di tutti e di tutto ciò che mi circonda.

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*prima o poi arriverà la recensione

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L -6

24 novembre 2013

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Condominio e Sentimento

Bremer

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Ne senti tante sull’investitore americano

Che compra la Germania, sorvolando in aeroplano.

Però non è vero niente,

È l’invidia della gente.

Il tedesco è casa sua, ovunque sia di mano.

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Aprì gli occhi e guardò il soffitto. La sua famiglia pensava a lui quanto lui a loro? […] Forse proprio in quell’istante sua moglie si piegava sul tavolo verso i figli con un’espressione seria in volto. Sapete, bambini, se in questo periodo vostro padre è così difficile, così triste e inavvicinabile è perché si vergogna. Si vergogna come qualcuno che per una distrazione ha perso un regalo poco prima di consegnarlo. Questo regalo però non l’ha perduto nel parco e neppure in casa, non gli è caduto dalle tasche e nemmeno l’ha messo da qualche parte che non ricorda: l’ha perso dentro di sé. Per questo è così assente. Giorno e notte si scava dentro. Non avete idea, bambini, dell’oscurità che regna in vostro padre e di come lì in profondità sia quasi impossibile recuperare qualcosa. Ma vostro padre è una buona talpa e ritroverà quanto ha perduto, e così sorgerà dal letto come si sorge dal regno dei morti e allora vi chiamerà con voce allegra, perché quello che vi vorrà mostrare è la sua gioia di vivere. State attenti però. Di tanto in tanto vostro padre fa l’attore e si diverte a fare mostra di cose che non ha. […]

Jan Peter Bremer, L’investitore americano. Ed. L’Orma, 2013

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Certo che non mi aspettavo di ricevere questa notizia proprio adesso. Quando, ormai, avevo detto addio ai sogni di ricchezza.

Ho scoperto che se avessi comprato un appartamento a Berlino nel 2009, quando per alcuni mesi sono stata circuita con telefonate quasi quotidiane da un’addetta italiana di un’agenzia del posto, ed ero quasi arrivata a lanciarmi nell’impresa, quell’appartamento oggi avrebbe raddoppiato la sua rendita. Perché dal 2009, quando anche la Germania è entrata nella crisi, a Berlino gli affitti sono lievitati. L’ho scoperto durante la presentazione de “L’Investitore americano” alla Feltrinelli International vicino a Piazza Esedra, venerdì scorso, qui a Roma.

Io vivo di scrittura.

E, proprio grazie alla pubblicazione nel 2008 del mio primo (e unico) libro per l’Editore Cervigni, “Cosa c’è di vero nelle mele in un mondo senza tentazioni (a detta degli angeli)”, in poco tempo avevo ricevuto dai diritti d’autore un gruzzolo di entità né troppo grande da permettermi di non lavorare più per tutta l’esistenza, né così esigua da poterla scialacquare tutta in vizi. Io, poi, vivo con un avviso di sfratto sul groppone.

La tizia dell’agenzia ce l’aveva messa tutta per convincermi. Ma io mi ero informata per altre vie. E, capito che in Germania si vive così bene che i cittadini hanno tutto da guadagnare dal non avere casa di proprietà (ma, anzi, che chi è in affitto, ha dalla sua tali e tante garanzie da parte dello Stato, e d’altro canto canoni tanto bassi, da potersi permettere di considerare proprie, e tramandandosele generazione dopo generazione, le case altrui), ho desistito.

Poi, di recente, ho letto tutto d’un fiato “L’investitore americano” di Jan Peter Bremer. Catturata dalla descrizione della prostrazione “delirante, quasi paranoica” del protagonista in una sorta di Giornata particolare, ma per nulla stupita del fatto che i Berlinesi se ne infischiano di avere una casa di proprietà. Benché sia italiana, e cresciuta con l’idea che i risparmi vadano nascosti sotto un materasso di mattoni.

C’era Davide Orecchio in libreria, venerdì scorso. Intervistava Bremer in persona col filtro – per il pubblico – del traduttore/editore, Marco F. Solari.

Un bel match.

Si è definito il libro un “romanzo esistenzial-immobiliare”. Si è trattato delle soluzioni stilistiche che configurano il suo andamento circolare, del potere della letteratura che parla dell’impotenza della letteratura, dei virtualmente infiniti rovesciamenti di trama, immaginati dal protagonista, l’ossatura portante del tutto. Si sono svelati con l’autore i retroscena personali del periodo in cui lo scriveva, le vicissitudini parallele, la genesi dell’alter-ego, la tracotanza del vero investitore americano. Conosciuta la conclusione della vicenda reale (e il perché del – tutto sommato – lieto fine, l’unico aspetto che mi ha lasciata insoddisfatta, dove pesa la limitatezza della vita reale, che necessita sempre di scendere a compromessi, utili ma noiosi rispetto ai voli concessi dall’immaginazione).

E sono venuta a sapere che Berlino, oggi, è tutt’altro che una città che “per le sue dimensioni, è troppo vuota”. Ma che, anzi, va popolandosi sempre più. Il problema dell’alloggio si fa sempre più pressante e, ecco il punto interessante, i costi degli affitti sono praticamente raddoppiati dal 2009.

È esploso il turismo e Bremer, quando esce di casa, viene trascinato via dalla folla in direzioni sconosciute. Non può più chiedere un kebab se non ha intenzione di affrontare file di quattro ore o più davanti al chiosco che li vende. E “ogni berlinese è contento che muoia un altro berlinese”, così si libera un appartamento. Più chiaro di così non avrebbe potuto apparirmi che sono una investitrice inetta.

Ora io ogni sera torno a casa, e invece di infilarmi dentro il portoncino, vado a dormire nella carlinga di un vecchio aeroplanino rosso, per farci l’abitudine. L’ho comprato col ricavato del mio unico libro nel 2009, e l’ho parcheggiato nel giardino condominiale. Lo uso come pied-à-terre, mentre aspetto che lo sfratto diventi esecutivo.

Ma il vicinato mi invidia, mi crede una bizzarra milionaria, e io lo lascio fare.

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Pork & Cindy (and the Porn Palace)

7 novembre 2013

pork.

Se il chiavare non fosse la cosa più importante della vita, la Genesi non comincerebbe di lì. (Cesare Pavese, 1937)

Qualcuno dice che mi sono raffreddata. Etciù. Grazie. Sì, ma non in quel senso. Un amico d’infanzia mi ha anche accusato di essere senza cuore (e lo perdono sempre, ma lui insiste).

Ma finitela. Per aiutare il fato a farmi trovare l’ispirazione giusta per una risposta non meno che signorile, ho passeggiato virtualmente per le strade di San Francisco, dove notoriamente il clima è dolce più dello Stilnovo (o del vino passito, as you like).

Mission nel ’96, nel pieno della rivoluzione dotcom (io trascorrevo un mese a Frisko* complicata ospite del più caro amico del mio cuteissimo ragazzo), mi impressionò più di un bianco accecante sbattuto in faccia dopo orge di optical e beat generated people, per un suo sovrastare, un restarsene frizzante ma sempre perbenino, quartiere esterno al cuore caciarone della town. Che luogo noioso. E con una fastidiosa stagnazione d’aria calda, impedita altrove in città, dalle correnti incrociate provenienti dalla Baia. Ad agosto Mission scottava, e a mezz’ora dall’arrivo, a me già erano spuntati sotto la maglietta i puntini rossi della dermatite.

A Mission, ma mica esisteva allora, invece oggi troneggia l’Armory Building (o Porn Palace). Ne parla qui su Nazione Indiana Silvia Pareschi, promossa da Davide Orecchio. Sicuramente nel ’96 era già passata la data di scadenza dello sdoganamento del sesso libero e gratuito, e una visita all’Armory Building probabilmente costa più di quanto sarei stata disposta a permettermi da neolaureata nel ’96.

Silvia Pareschi, ad ogni buon conto, riferisce i risultati di una ricerca del The Journal of Sexual Medicine: i praticanti di BDSM (praticato in modo Safe, Sane, Consensual – Sicuro, Sano, Consensuale) “risultano più estroversi, più aperti a nuove esperienze, più coscienti di sé e meno nevrotici rispetto al gruppo di controllo”.

E ciò, anche se va nella direzione di Bobbio nel ’47, quando, in difesa de Il Muro di Sartre, sostenne che

L’insistenza del problema sessuale non l’ha inventata Sartre e nemmeno i mille altri scrittori d’oggi che potrebbero essere con altrettanta fondatezza incriminati per le stesse ragioni. È un motivo del nostro tempo e quindi della letteratura del nostro tempo. Ed è tale perché le generazioni precedenti avevano respinto il problema con severità non disgiunta da ipocrisia, e mentre avevano cercato di difendersene in realtà lo avevano reso più acuto e morboso. La sincerità sessuale della letteratura d’oggi è un fenomeno evidentissimo di reazione all’insincerità di quella di ieri.

Non va in quella di Scurati, oggi, quando avverte

La frustrazione sessuale: questa la nostra unica certezza. La generazione del ’68 si è raccontata a lungo – e ancora ci racconta – di aver fatto la rivoluzione, ma l’unica vera rivoluzione avutasi in Europa nel dopoguerra è stata quella liberista degli Anni 80. Una rivoluzione di destra. 

Di tutte le rivoluzioni mancate – o fallite – dalla sinistra sedicente rivoluzionaria, la rivoluzione sessuale è stata la più fallimentare. 

Sul terreno ha lasciato quasi solo rovine: tra le più ingombranti, e irremovibili, spiccano la crisi della famiglia (non il suo superamento, si badi bene) e la mastodontica mole sociale della frustrazione sessuale. È vasta come un’intera città ipogea. Basta grattare un poco la cenere vulcanica per scorgerne il profilo. Una Pompei della sessualità perduta. La recente, spettacolare eruzione della pornografia femminile potrebbe esserne una delle manifestazioni più evidenti. 

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non ti sento

Per me, entrambe le affermazioni sono vere. Davanti allo spopolare della letteratura softcore posso solo sperare che, da questa all’auspicabile presa di coscienza successiva, l’umanità avanzi di un passo nella direzione di scelte (anche editoriali) Sicure, Sane, Consensuali e, perché no, non condizionate dal genere. Quando Pork potrà richiedere l’ultimo di Irene Cao senza che Cindy la viva come una prevaricazione.

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*) Per chi amasse letture borderline, a S.F. è ambientato il racconto visionario Umami.

Cambiare. Subito.

16 ottobre 2013

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Facciamo una rivoluzione: dal sistema delle sbarre al sistema dell’accoglienza

Pubblicato il 16 ottobre 2013

L’Italia e l’Europa hanno costruito un sistema di sbarre. Le inferriate che l’Italia “offre” ai migranti possono essere zavorre smagliate e inerti, che ti portano a fondo nel mare di Sicilia. Nel divieto del soccorso. Nella criminalizzazione del rifugio. Nella disattenzione dilettante persino del controllo poliziesco prescritto. Oppure esistono sbarre possenti che non lasciano uscire. La detenzione dei Cie. […][continua a leggere su D.O.]

Un autentico FLEP

20 settembre 2013

In diretta dall’ Aranciera di San Sisto a Roma.
Serata deliziosa.
Sono venuta da sola ma qui conosco amici.
Mi gusto Paolo Albani che parla dei mattoidi e, agli antipodi, Davide Orecchio, patito di matti (e di sani) veri (o verosimili). E a seguire altri…
Il cartellone è ricco, è aperto fino a domenica 22 settembre.
Venite a FLEP, è bello stare qui.

FLEP

L -22

4 agosto 2013

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L’ottimismo di Rodotà

 

 

 

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Un tal Rodotà, tutt’altro che folle,

Dopo aver schivato la guida dal Colle,

Come guru viene preso

Da chi vuol restare illeso,

Quasi fosse un materasso con le molle.

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Ho letto Stefano Rodotà in parallelo sul Corriere della Sera e sul Manifesto. Mi è sembrato evidente che nonostante vengano riportati in maniera formalmente differente, i concetti espressi non si siano prestati ad interpretazioni  (quella che per il Corsera è un’esortazione, secondo il Manifesto è un appello – ma forse quel termine poteva risultare un contraltare involontariamente polemico alle tenera istigazione alla guerra civile del dolce Bon-Bondi). Riepilogo velocemente:

Le condizioni per la grazia a B. non ci sono, la cosa è fuori discussione.

La giustizia non è uguale per tutti. Per questo motivo in Italia la situazione è “inquietante”.

La riforma della giustizia non è una priorità, rispetto a quelle costituite da economia e lavoro.

Le larghe intese erano state fin dall’inizio una modalità azzardata, che non avrebbero potuto avere altro risultato che costi molto alti, in particolare per gli obiettivi a cuore dell’elettorato del centro sinistra.

Viviamo  i risultati di una legge elettorale che favorisce l’ingovernabilità.

La riforma costituzionale è un “colpo di stato” estivo che M5S e SEL hanno estorto al PD.

La via d’uscita risiede nella sostituzione (è un’esortazione o un appello?), nel calendario dei lavori parlamentari di settembre, della riforma della Costituzione con quella della legge elettorale, senza la quale non si può tornare alle urne con relativa serenità.

In conclusione Stefano Rodotà fa notare come il nostro non sia uno scenario del tutto negativo, visto che sono ancora in circolo nella società contemporanea degli “anticorpi democratici”, e che i cittadini dimostrano quotidianamente di sapere e volere utilizzare i mezzi a disposizione per mobilitazioni concrete  a favore dei temi “veri”, un chiaro riferimento alla raccolta firme Respect“ Costituzione.

Nei giorni scorsi mi sono registrata e ho fatto un giro su “Partecipa” – Consultazione pubblica sulle riforme costituzionali.

Confermo ciò che ho già avuto occasione di dire: mi sembra uno strumento di consultazione democratica che vale la pena di utilizzare, quantomeno per dire la propria. L’ho utilizzato, infatti, notando che insieme alle opzioni previste per default sulle alternative relative alle voci oggetto di cambiamento della nostra Costituzione, è possibile esprimersi in favore anche di nessun cambiamento. Un “no” che andrebbe ad aggiungersi a quello eventualmente già espresso attraverso la petizione sostenuta da Il Fatto Quotidiano.

Mi piace la combattività e l’ottimismo di Rodotà. Trovo difficile immaginare di imboccare un cambiamento non violento nel nostro paese senza essere supportati da un atteggiamento minimamente costruttivo.

Insomma, io ci provo a pensare positivo, sperando che la Storia mi dia ragione.

Qualche pagina dopo l’intervista a Rodotà, sul Manifesto si poteva leggere anche un suggestivo racconto di Davide Orecchio (Un ebreo Usa a Berlino) che ricorda fino a che punto chi vive in una determinata epoca, trovi plausibile qualunque ipotesi sugli sviluppi a breve termine del corso degli eventi nei quali si trova immerso.

Protagonista ne è Abraham Plotkin, sindacalista americano che, pochi mesi prima dell’incendio del Reichstag, parte da San Francisco e si insedia a Berlino. Per la durata della narrazione, il lettore si ritrova traslato dietro lo sguardo del redattore di un diario, dato successivamente alle stampe nel paese di origine, nel quale registra gli eventi, “intuisce, dubita, sottovaluta”. Esercita “il privilegio del diarista”, colui che “vive e scrive di vivere. Vede, e descrive quel che vede, e l’atto del vedere”. Incontra i contemporanei e, con loro, ancora riesce a ipotizzare “scenari che non avrebbero dato esiti, eppure altrettanto verosimili, se non probabili del cupo avverarsi del totalitarismo”.

Allo scopo di irrobustirsi e rimediare alle pecche della propria nascita yankee,  cercando di comprendere il funzionamento dello stato sociale e il “segreto” dei provvidi sussidi all’abnorme numero di disoccupati, Plotkin mette in atto “la ritenzione del diarista” e indossa “la spugnosità del viaggiatore”: cammina, vive, parla immerso tra la gente. Una folla di individui tra i quali spiccano “molte personalità della classe dirigente socialdemocratica e sindacale berlinese”. Folla che Davide Orecchio trasforma presto in un coro del teatro greco, drammatico contrappunto alle dichiarazioni ingenuamente fiduciose di Plotkin sull’incalzare degli avvenimenti.

Finché nel corso della notte del ventisette febbraio 1933, si ritrova “costretto a testimoniare” la fine di ogni congettura differente da ciò che è ormai è divenuto “fatto inevitabile in quanto accaduto”.

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Raccontare la Storia

25 aprile 2013
Città distrutte

Davide Orecchio – Città Distrutte

Lo so benissimo, in fondo questo è un blog piccolo piccolo, ma io vorrei che Davide Orecchio  avesse più successo. Qui ho il mio spazio e qui ne parlo.

Avevo letto il libro, e poi incontrato l’autore. “Che bello”, avevo pensato, finito l’incontro, “una persona normale”. Mica è scontato. Tra gli scrittori che conosco, quelli “normali” (cioè che non straparlano di sé, poco inclini agli eccessi nella vita quotidiana o nella narrazione) mi sembrano i migliori, anche sotto il profilo narrativo.

C’è un bar nuovo, accanto a una strada dove scorre un traffico monotono e costante. Il bar ha una terrazza con tanti tavolini di legno e degli ombrelloni bianchi. A volte vado lì a fare lezione di francese con Johan, uno studente di medicina. Riusciamo a dialogare in lingua e anche a mangiare, il traffico resta di sottofondo, alle spalle del bar c’è un bel giardino silenzioso e verde, sopra a tutto ciò si spande il cielo azzurro (quando ci vado è perché il tempo è bello). Starsene in quel posto già solo per un’ora è rilassante, una microvacanza cittadina.

Così ci avevo portato Davide e, tra le chiacchiere, gli avevo rivelato che stavo studiando e avevo scoperto che lui è proprio un “ipermoderno” (inutile chiedermi dettagli, in quel momento ce li avevo freschi in mente, ora non più). Ho qui un mio appunto: Ipermoderno è “realismo consapevole e resistente alla falsificazione integrale“. La stra-abusata (e mai compiuta) fiction? Non proprio. Quella che pratica Davide è davvero particolare. Lui parte come storico e i suoi personaggi inventati sono una sintesi dello spirito di un’epoca della quale sa restituire tutte le virgole, le pubbliche e le private. Lui li ama, quei suoi personaggi (una è sua madre, non a caso), ce li fa attraversare come solo chi abbia provato le stesse vicende saprebbe fare. Eppure è una finzione. Eppure è vita.

Oggi che è il 25 aprile serve proprio qualcuno che racconti la Storia come sa fare lui. Mi sono alzata tardi, ho fatto un giro in bici, ho letto un po’ di notizie e di blog e, immancabile, ho trovato l’omaggio di Davide Orecchio a questa data storica.

Godetevelo, e poi correte ad acquistare Città Distrutte*, un libro magnifico, da leggere e rileggere.

Auguri a tutti.

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*) Davide orecchio, Città Distrutte – Sei biografie infedeli. Ed. Gaffi, 2013


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