Cinquanta nella quarantena

 
 
A Rossana Campo, con gratitudine.
 

Un tardo pomeriggio di fine estate aveva spalancato il portone e, come mi aveva vista, in attesa davanti all’ascensore, trucco e vestiti sfatti dalla giornata in panetteria, aveva detto: – Sai quanto ti farebbe bene venire a correre con me?

La mia occhiata finto-disinvolta soppesò un tipo alto, in calzoni corti e magliettina, lucido di sudore, occhi accesi da lupo, e bello.

L’orgoglio, scattato sull’attenti, mentre entravamo nella cabina insieme, mi impose di meditare bene la risposta: il podismo era cosa di quella bestia del mio ex e, da quando con lui era finita, per me era diventato tabù. Il tipo però riprese:

– Pensaci. Conosci i parchi qua attorno, no? Hai solo l’imbarazzo della scelta. Io non ci vado solo perché preferisco spazi più ampi, adesso per esempio sto tornando da…

Ma io abito a un piano basso. La corsa aveva rallentato e si era già fermata. Sul pianerottolo mi ero voltata mollemente, interrompendo il soliloquio.

– Ci penserò.

– Ci conto!

Pochi giorni prima ero entrata nella chat condominiale, qualcuno mi aveva detto di inviare il mio numero a “Francesco”.

– Ecco chi è –, avevo pensato, infilando la chiave nella toppa.

Dal mattino successivo iniziammo a chattare nelle pause del lavoro, scoprendo una miriade di fatti in comune, a partire dall’età.

Era così emozionante. Solo da pochi mesi era diminuito il pianto per la crudele uscita di scena della bestia. Avevo cambiato analista e mi sembrava stesse andando meglio. Riuscivo anche a tenere rapporti più frequenti con le mie figlie, ancora recalcitranti e addolorate per la separazione.

Francesco, anche lui padre di un’adolescente che viveva con l’ex moglie, proattivo, positivo, dai gusti e dalle attitudini simili ai miei, distava da me solo due piani in altezza. Da subito, e in più occasioni, mi fece da cavalier servente senza chiedere nulla in cambio.

In tre anni Francesco mi portò fuori casa le sere in cui mi sentivo sola e inutile. Mi presentava amici single e, ai tavolini di un pub, me lo ritrovavo complice contro il malcapitato di turno, nelle conversazioni accese dal susseguirsi dei boccali. Ogni volta sentivo un formicolio al basso ventre e il mio desiderio era rivolto a lui.

Il suo unico neo si chiamava Giulia.

La osservavo sui social, trovandole solo meriti: così carina, indipendente, atletica, senz’altro molto più femminile di me.

Per Francesco era “la mia fidanzata” oppure “la mia compagna”. Raccontava episodi vissuti più spesso insieme a lei che da protagonista assoluto.

Se non rispondeva ai miei messaggi o lo faceva in ritardo e in modo stringato, era con Giulia. A volte partivano per lunghi viaggi agli antipodi, di cui non sapevo niente fino al rientro, quando postavano reciprocamente le loro foto ovunque, sollevando cori unanimi di ammirazione.

Non potevo illudermi, saremmo rimasti solo due buoni amici.

Quando siamo entrati in quarantena, Francesco e io abbiamo iniziato a fare i carbonari. Ci davamo appuntamento a una cert’ora, sempre di sera, la panetteria era una delle poche attività rimaste aperte. Tra il mio: “Sono arrivata” e il suo scampanellare correva solo qualche minuto. Me lo trovavo davanti, con quella bella faccia da schiaffi e una bottiglia di rum, gin o altro superalcolico in mano.

Entrato, puntava alla cucina. Lì preparava i bicchieri: ci buttava il ghiaccio, a volte il succo di un’arancia spremuta sul momento o uno schizzo di acqua tonica. Quindi li riempiva.

Trovava già acceso un bastoncino di incenso. Entrambi non fumiamo più, e l’odore aromatico e acre che saturava l’aria richiamava da lontano l’altra proibizione che, senza dircelo in faccia, trasgredivamo con l’immaginazione.

A illuminarci, solo due lampade dalla luce rossastra agli angoli opposti del soggiorno.

Sceglievamo una playlist a turno e, senza toccarci (io sul divano, di ora in ora sempre più allungata, lui abbandonato sulla sdraio reclinabile tirata dentro dal balcone), distanti più di un metro, ma senza mascherine, trascorrevamo il tempo senza misurarlo, parlando e bevendo, ridendo e confessando.

Di noi restavano solo due anime nude nella notte.

Sul tavolino che ci separava, la fiamma di una piccola candela tonda vibrava nei riflessi del liquore. I bicchieri li tenevamo in mano. Si vuotavano subito, ma subito lui li riempiva, fino a esaurire anche l’ultima goccia.

– Che fine ha fatto Giulia?

Francesco, che da lì in poi la rinominò “la mia quasi-ex”, mi disse che aveva preso malissimo l’ingresso nell’età di mezzo, che lo teneva a distanza e che, per questo, lui aveva iniziato a darsi a scappatelle con donne troppo giovani, sposate, o dalle vite complesse e distanti dalla propria.

Per conto mio, mi lamentavo di come anche gli unici abbracci che potessi permettermi fossero ormai un miraggio, visto il rischio di contrarre il temibile virus nei contatti occasionali.

Con lui ero compagno, bevitore e commentatore rude di culi e facce memorizzate sul suo telefonino. Greve q.b. ma anche, specie dopo aver tracannato, tra smorfie schifate, bicchieri su bicchieri, libera di sdilinquirmi e di spogliarmi, di raccogliere i capelli e poi di scioglierli, di rivelare la mia intimità e di addolcire la voce.

Come mi alzavo felice, la mattina dopo. Mi sembrava che i giorni avessero di nuovo un senso.

Il Presidente del Consiglio annunciò che il quattro maggio, di lì a poco, sarebbero potute riprendere le visite ai congiunti e agli “affetti stabili”.

Francesco sarebbe andato a chiarire con Giulia e poi avrebbe scelto se restare con lei o da solo. Oppure.

Per me quell’apertura non avrebbe fatto alcuna differenza.

– Quanto tempo è che non vi vedete o telefonate?

– Parecchio, da quando siamo separati dal lockdown.

Possibile che, invece di mettere le cose in chiaro preferisse ubriacarsi con me o chattare con le mogliettine infedeli della palestra?

Appena possibile avrebbe lasciato Giulia, disse. Era ora di ricominciare.

– A settembre verresti con me in vacanza, se ce lo faranno fare?

– Magari, sì. Ah, una vacanza. Non ne faccio da anni. Per un bel viaggio sono sempre pronta.

– Davvero? – si stupì. – Allora affare fatto, magari a settembre avremo ciascuno un nuovo compagno e una nuova compagna, così potremo…

Su quelle parole arrivò la doccia gelata. Dopo tre anni senza un compagno fisso, proprio adesso, nell’impossibilità di conoscere e di frequentare chicchessia, avrei dovuto trovare la mia occasione, pur di andare in vacanza con lui? Meglio cambiare discorso.

– Quanto vorrei fare bagni di folla! Andare a ballare, ai concerti.

– E ci andremo, Ilaria, ci andremo. Sto accumulando talmente tante ferie.

– Anch’io, sai? E appena possibile voglio partire, andare lontanissimo. Viaggiare in camper senza meta, stare all’aria aperta, immersa in panorami che tolgono il fiato. Anzi, sai dove vorrei andare? Vorrei andare in Australia e restarci almeno tre o quattro settimane!

– E andremo pure in Australia.

Già mi vedevo in posa statuaria con lo sfondo di distese desertiche, abbronzata e in calzoncini, immortalata sui social al posto della sua quasi-ex compagna.

– A proposito, poi l’ho chiamata, Giulia.

– E…?

– Niente.

Faccia dubitabonda, mano ad accarezzare la mascella. – Sta lì, non le serve niente.

Mi morsi la lingua.

– È così orgogliosa. Non so nemmeno se sia servito a qualcosa chiamarla.

Cambiai di nuovo discorso.

– Ho deciso: rimarrò vergine finché non uscirà il vaccino –, borbottai, solo al secondo bicchiere di gin liscio.

– Vergine. Non fare discorsi idioti, non se ne parla proprio. Da adesso in poi cambierà tutto.

E non capivo se stesse parlando per me o per sé stesso. O per entrambi.

Dio, come doveva essere bello tornare a stare insieme a un uomo.

Mi risvegliavo agitata da sogni notturni e diurni di intimità con Francesco. Sapevo di stare ricamando con la fantasia sopra un uomo impegnato. Ma non chiedevo molto. In fondo, mi sarebbe bastato tornare a vedere film sul divano, abbracciata a qualcuno da chiamare “amore”.

Finimmo col programmare una serata cinefila.

Quando Francesco entrò in casa, mi trovò impegnata in una lotta col telecomando.

Senza candele, né altre luci, rosate o meno che fossero, sola col tavolo e due bicchieri vuoti, la fretta di vedere il film mi aveva gettata sul divano in preda a un attacco di distecnologite.

– Com’è possibile? Eppure si faceva così.

– Almeno stasera, posso sedere sul divano? O no?

Alzai gli occhi. Le braccia tese in giù e i palmi delle mani rivolti verso l’alto, la tesa inclinata dai capelli troppo cresciuti a penzolargli sulla fronte. Pareva Capitan Harlock, con tutta la melanconia del personaggio.

– Basta che tieni un metro di distanza da me – dissi, distogliendo lo sguardo.

Confinati alle estremità del divano, io rannicchiata in un angolo e lui in movimento continuo, alla ricerca di una posizione, sopportammo la tensione del film scelto, dall’erotismo fin troppo sbandierato.

Francesco si stiracchiò emettendo un lamento, sembrava molto scomodo.

– I piedi. Mettili sul puff, no?

– No, il puff è lontano.

– Allora infilali qui, ti faccio spazio dietro il mio sedere.

A meno di metà pellicola sbottai a ridere: – Non fanno altro che trombare, litigare, fare pace e poi trombare ancora!

Francesco si sollevò su un gomito, poi distese il braccio, sedendosi eretto. Lo percepii accanto a me, a molto meno di un metro di distanza. Mi circondò un fianco trovandomi arrendevole, facile da riportare sdraiata con sé, abbracciata da dietro, in contatto completo con il suo corpo allungato.

– Così non vedi niente.

Usai un filo di voce, glissando del tutto sul discorso sanitario sul quale avevo fin lì tenuto tanto bene il punto.

– Vedo benissimo invece.

Si insinuò sotto la mia maglietta, sollevando il reggiseno. Era naturale che accadesse? Non ero proprio in grado di giudicarlo. Il film diventò una macchia confusa di eccitazione ambientale. Poi la sua mano scese verso i pantaloni.

Mi voltai a cercare la sua espressione, sembrava fosse concentrato sullo schermo, dove continuavano a baciarsi, toccarsi e sospirare, come a completare un’orgia compiuta insieme a noi.

– Fra.

– Dimmi.

– Io però sono parecchio ubriaca. Non ci sto capendo niente.

– Vorrà dire che sarò stato io ad approfittare di te.

Intanto si muoveva ritmico, strofinandosi contro di me da dietro. La situazione era definitivamente compromessa e immaginai di non poter far altro che trarne il massimo beneficio.

Col braccio libero portato all’indietro, trovai il rigonfiamento. Mi aiutò a liberarlo e poi spogliò entrambi. Mi entrò dentro. Sorridevo senza essere vista.

Mi girai per baciarlo, per capire se volesse baciarmi, ma sembrava che ci dovesse pensare. Alla fine dischiuse le labbra e allungò la lingua. Sembrava, in effetti, un bacio. E subito dopo non lo sentii più. Lo provocai, cavalcai, succhiai, accarezzai in tutto il corpo, lo morsi, lo leccai, tentai di riprenderlo in me. Ma se ne restava a occhi chiusi e ansimava allo stesso ritmo delle ragazze sullo schermo.

Mi sentii accessoria. Forse si stava addormentando.

Tornata a sdraiarmici accanto, dopo poco iniziò a passarmi sulla schiena una mano calda e pesante, dal basso verso l’alto e viceversa. Come si fa col cane davanti al caminetto acceso.

Provai fastidio, feci per alzarmi.

– Dai, restiamo un altro po’ così.

– No Francesco, voglio andare a dormire.

– Mi stai cacciando?

– Sì.

– E va bene.

Si erano fatte le due del mattino, glielo feci notare.

– A che ora ti svegli domani?

– Non so, di solito non vado mai oltre le otto e trenta.

– Anche io. Non riesco a dormire più a lungo.

Si era rivestito e, con aria indifferente, prendeva le sue cose, controllando attorno se non stesse scordando niente. Si avvicinò a me, ancora sul divano, sembrò riflettere un istante quindi, tenendomi il capo con una mano, mi posò un bacio tra il collo e il lobo dell’orecchio.

Io mi ero rinfilata la maglietta, stringevo le ginocchia tra le braccia e con aria stordita lo guardavo andare via. In realtà, guardavo entrambi da un punto lontanissimo. Sembrava che non stesse accadendo a me.

– Ci sentiamo, allora. E, schhh –, disse, portandosi l’indice alla punta del naso, nel chiudere la porta.

Non seppi rispondergli che: – Buonanotte.

Alle otto e trenta spaccate mi risvegliai con la sensazione di aver fatto un incubo.

Ma era successo davvero. Avevamo violato i confini dell’amicizia e non mi era piaciuto, non ero stata bene. Mi sentivo tradita. Avevo perso qualcosa di importante.

Eppure, alle dieci meno dieci, gli inviai un messaggio dal tono conciliatorio, incluso un augurio di buon Primo Maggio.

– Promesso, a maggio bevo meno –, rispose.

Poche altre battute neutre e la conversazione si esaurì lì.

Trascorse ventiquattr’ore, mandai una proposta:

– Ti stai disintossicando? Serata a succhi di frutta?

Speravo di parlarci. Avevo il dubbio che si sentisse in imbarazzo per aver fatto cilecca.

– Questa sera? Ti scrivo dopo, sto andando a vedere come sta Giulia.

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