Le mutazioni del Tempo

(racconto finalista del concorso DUDE Rarestorie, indetto dal Dudemagazine)

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Un Occhione, apparentemente senza meta, trotterellava lungo la banchina. Mi sembrava strano, perché l’Occhione ormai è un uccello raro, e il porto non è un luogo dove aspettarsi di incontrare un animale riservato come lui.
Distratto da quello che avveniva oltre il vetro, mi ero quasi scordato di non essere lì da solo. Scattai sull’attenti, quando il Capitano alzò finalmente gli occhi dallo schermo del vecchio computer e mi parlò, senza riconoscermi, col solito tono strascicato e rauco già alle otto del mattino.
– Che relitto vuole recuperare?
– Il Generale Annibale.
L’altro si alzò per scavalcare letteralmente la scrivania e mi raggiunse dietro la tenda scostata. Era un uomo che impressionava per la stazza, più grande della media, ma che l’età stava arricciando su sé stesso. Dai suoi due metri d’altezza, intaccati di poco dalla postura aggravata, mi calò sulla spalla una pesante, ampia, e calda mano aperta. Insospettito, irrigidii d’istinto la muscolatura. D’altronde sono un nativo forcinese.
– Salvatore! Era parecchio che non ti facevi vivo. Avevo iniziato a scordarmelo, quel nome.
– A me continua a rimbombare in testa, invece.
– Capisco. – In quello scambio di battute il Capitano recuperò la sua natura, mi sembrò di notare con la coda dell’occhio che serrasse le mascelle. Ritirò la mano e se la ficcò in tasca.
L’Occhione intanto alternava passetti rapidi a piegamenti in avanti, simili ad inchini. Altre ridicole corsette si interrompevano di colpo a coda dritta. Sembrava un arbitro di calcio. Commentammo tra noi che forse stesse mimando un rituale di corteggiamento. Solo che, per quanto ci sforzassimo, non riuscivamo a scorgere l’uccello femmina. Fissare tanto a lungo quella scena in piena luce affaticò la vista a entrambi. Voltammo le spalle alla finestra e andammo a sederci ai lati opposti della scrivania. Concluse le formalità, uscimmo in fila indiana all’aria aperta.

Per quanto uno possa avere un fisico imponente, come per esempio il Capitano, passare l’esistenza a Forcina finisce per schiacciarlo a terra. È come guardare un paesaggio sempre dal basso, standosene infossati nel terreno polveroso. Attorno, le cime delle montagne sono così appuntite che sembrano sbucate dal centro della terra solo da poche ore. Come dire, fresche di nottata.
Massi che sporgono pericolanti, o appoggiati l’uno all’altro, se ne stanno in mezzo a tronchi divelti che agitano in alto pugni di radici ritorte, tutte irte di spine. I fusti giallo verdognoli che restano ancora in piedi, allungandosi, si vanno ripiegando su sé stessi, fino a staccare del tutto dal suolo la pianta.
Così raggiunge la fine dei suoi giorni ogni organismo vivente di Forcina. Quando non lo rapisce il fiume.
Nessun biologo ha mai potuto spiegare il mistero di quella vegetazione, dove in certi punti è tanto buio da rendere impossibile farsi strada. E dietro a ogni ostacolo, o diretto in picchiata verso di noi da un lembo appena visibile di cielo, si teme di vedere incombere un animale enorme, in grado di ucciderci non prima di averci torturati in modo orrendo.
Questa la prospettiva dell’insetto strisciante nella terra, che nasce, cresce e non osa confidare in nulla mentre aspetta di morire. La stessa prospettiva di ogni abitante di Forcina, la cittadina più sparpagliata che ci sia. I cui confini sono talmente inafferrabili che la topografia ufficiale ha rinunciato a definirli. Sulle mappe si legge “Forcina”, ma neanche la zoomata più spinta rintraccia l’apparenza di un centro abitato.
Un pugno di costruzioni che si appoggiano ai confini estremi di tre periferie urbane, estese ormai all’inverosimile, ma incapaci di staccarsi dalle città che le hanno generate. Piccole aggregazioni di abitanti, non sempre si può parlare di famiglie, che spesso non hanno in comune neanche la parlata, ma che si ostinano a voler essere chiamati forcinesi e a condividere la sola proprietà che può geograficamente unirli, le ramificazioni del Tempo. Il fiume.
Il corso d’acqua sbuca in mezzo ai monti circostanti, e per chilometri e chilometri si sfibra nervosamente in molti rami, che tornano a inabissarsi non appena il terreno cessa le sue asperità, e si tramuta in un innocuo paesaggio collinare.
Se a Forcina qualcuno domandasse Com’è il tempo? La risposta non potrebbe che essere ambigua e interpretabile. I forcinesi, per loro natura sono molto diffidenti. Quando non possono capirlo da soli, perché malati o ciechi, o per via di qualunque altro impedimento, si fanno una propria idea arbitraria del tempo (atmosferico, storico o liquido), e se la tengono per sé. Nessuno che li conosca bene rivolgerà mai loro quella domanda. Se lo facesse, quella sarebbe la prima e ultima volta, di sicuro.
Tutta la zona è decisamente impervia, e le anse del fiume, anche dove sarebbe abbastanza ampio da renderlo navigabile, formano così di frequente angoli acuti e salti di diversi metri, che nessuna barca è mai riuscita a solcarlo senza ricavarne danni o venire semplicemente distrutta. Eppure, il porto di Forcina è pieno di battelli.

– E così, ti sei deciso a riprovarci.
– Mhm. Non sono tanto entusiasta, lo faccio solo per lei.
– Per lei? Dici, per Amerinda?
– Beh, sì. Oggi non mi sbatte più a pedate in sala motori, e soprattutto non ha più cosiddetti “amici” da caricare a bordo all’ultimo minuto, e allora…
– Sal, …
– No, capisco la tua preoccupazione, ma credimi, va tutto bene.
Lo sguardo del Capitano mi pesava addosso mentre mi allontanavo.
– Non è più pericolosa, ormai. – Gli dissi senza voltarmi.
– Lo credo bene. – Fece una pausa. – Sal, attento a non sfidare troppo il tempo.
Voleva trattenermi in qualche modo. Sapeva che avrei dovuto chiedergli di specificare, ma non lo feci. Non replicai, neanche gli chiesi nulla della sua vita, dopo tanto. Mi diressi velocemente verso il molo.

A volte mi sveglio nel cuore della notte col suono di quell’esplosione nelle orecchie. Eravamo alla prima, dura, svolta del Tempo, subito dopo che Alberto fu, per così dire, invitato a scendere da Amerinda. Io non lo so che fosse successo tra di loro, ma a me quel tizio non era piaciuto da subito. Sembrava un tossico, e poi si stava arrotolando già da giovane. Una pianta marcia, ecco cosa sembrava. Meglio che si tenesse lontano da mia sorella.
Uscii in coperta sventagliando la torcia accesa, avevo sentito Ame gridare in modo disumano. Volevo cantargliene quattro: navigavamo sotto un forte temporale, era il loro turno al timone e quei due non dimostravano di avere il minimo senso di responsabilità.
Il fascio di luce faceva sembrare la discesa della pioggia torrenziale una sequenza di fermo immagine:
Ecco a voi il Gruppo Uno di gocce mentre si getta al suolo, potete apprezzare la densità della loro distribuzione per metro cubo e la caratura degli elementi che lo compongono.
Il Gruppo due, giù a poppa, ha un taglio più diagonale, le gocce sono tese e ogivali, e presentano le caratteristiche sacche inferiori, ingrossate per l’azione deformatrice del vento unita a quella della forza di gravità.
Notate invece come il Gruppo Tre riprenda la struttura dell’Uno, e contenga al suo interno una forma anomala abbagliante. Si tratta sicuramente di due occhi.
Le orbite di Alberto, giallastre e striate di rosso, sprizzavano fuori una violenza che mi gelò il sangue, giuro, quando comparvero nel buio proprio davanti a me. Ci separava solo un lembo d’acqua, che si fece lenzuolo e poi distesa aperta, e quindi un susseguirsi di gorghi piroettanti, man mano che ci allontanavamo di nuovo dalla riva.

Ame era la mia gemella, fummo adottati che avevamo già sei anni. Forcinese doc, senza alcun dubbio, era totalmente fuori di testa. Nostro padre, quello vero, aveva preferito darci via, e ritirarsi in fondo a una curva del Tempo, dalla quale, nascosto tra le foglie degli alberi fluviali senza nome, poteva restarsene in attesa di vedere nostra madre, poco più che bambina, uscire dalla casa lì di fronte, dove era una specie di sguattera tuttofare.
Senza l’impiccio di noi marmocchi intorno, riusciva a fingere di non averla ancora conosciuta, desiderare di toccarla immaginando di non poterle fare male. L’irruenza del fiume, piazzato di traverso tra di loro, gli impediva di combinare altri pasticci. Noi eravamo già stati due pasticci belli grossi.
Ogni tanto li andavamo a trovare a turno, lui e lei. Ma nulla ci convinse mai a desiderare di vivergli ancora accanto.
Crescemmo come una coppia di scapestrati, finché Ame non si trovò accessoriata di un corpo femminile assai ben messo.
E, mentre io mi ritiravo un passo indietro, alla ricerca di paradisi meno pericolosamente attraenti, attorno a lei si scatenò l’inferno, di cui Alberto costituì l’ultimo girone, in senso stretto.

Quando la torcia smise di illuminarlo, alle nostre spalle deflagrò un boato spaventoso. Ame mi saltò in braccio con lo sguardo allucinato. Io l’afferrai più stretta che potei, senza sapere davvero cosa fare.
La barca, che già pendeva pericolosamente su un fianco, si andò a incagliare su uno scoglio che nessuno aveva evitato, non essendoci nessuno a timonarla da un bel pezzo. Stava prendeva fuoco dall’interno. Bruciava tutto. Dallo scheletro nerastro svettavano controluce fiamme altissime, le cui volute si confondevano con le fronde arrossate del tetto vegetale.
– Ame, che caspita! Mi spieghi…?
Non feci in tempo a finire quella frase. Me la vidi portare via da una metà del battello in fiamme, spezzatosi in due appena sotto i nostri piedi.
Ci sbracciammo gridando forte da un bordo all’altro della spaccatura, finché mani sbucate da chissà dove mi tirarono bruscamente in basso. Per la sorpresa, non feci in tempo a opporre alcuna resistenza.
Due uomini che avevano seguito la scena dalla riva, due senzatetto, si erano legati delle funi in vita, fissandole a un tronco, e si erano gettati in acqua, senza pensarci troppo.

Con l’Autorizzazione Al Recupero ben stretta in mano raggiunsi Ame al molo. Il cielo era percorso da irregolari nuvoloni neri. In terra e sulle cose nessun’ombra. Non ce n’era alcun bisogno, ma lei indossava lo stesso occhiali da sole, scurissimi ed enormi.
– Bella giornata, vero?
– Non me li tolgo, Sal. Il vento mi irrita gli occhi.
Era in forma. Ci abbracciammo, felici dei ritrovarci. Ame aveva trovato un altro battello, l’ennesimo, col quale tentare di andare a riprenderci il relitto.
Lei ogni volta mi chiedeva, e io finivo sempre per acconsentire, di raggiungere l’ansa dove ci fu il primo naufragio. Da allora la mia testa non aveva smesso un attimo di rimuginare su cosa di tanto importante fosse colato a picco con il Generale Annibale.
Mi prometteva a intervalli più o meno regolari, a patto che l’accompagnassi, di rispondere alla domanda che quel lontano giorno era rimasta appesa nell’aria fetida di tizzoni bagnati, di avventure interrotte e tragedie annunciate.
Fino a quel giorno tutti i tentativi erano andati a vuoto. Il Capitano, o faceva finta di non riconoscermi, oppure, scemo com’era, era convinto della sua manfrina. In fondo era un pezzo di pane, ma di me e di mia sorella, e non era l’unico, non aveva mai capito nulla.

Sembrava, povera Ame, che questo sarebbe stato l’ultimo tentativo. La barca che aveva noleggiato, o che si era fatta prestare in qualche modo -non volli saperlo- era tanto malmessa da somigliare a quelle chiatte che trasportano la pubblicità del Circo e avvenimenti simili.
In realtà a Forcina un circo non c’era mai arrivato. Gli impresari piazzavano in porto queste zattere, a malapena galleggianti, quanto bastava per capire che non sarebbe stato possibile raccogliere sufficiente pubblico.
Ma insomma, l’idea che dava la barca era quella.
Salimmo, io un po’ riottoso, per ispezionarla da cima a fondo. Ame non perse l’occasione di rinfacciarmi il tempo perso in Capitaneria. Le ricordai di nuovo che stavo facendole un favore, le dissi di evitare di fare la spaccona, e che oramai eravamo grandi tutti e due. Non mi rispose, facendomi sentire un povero idiota.
Quando salpammo stava iniziando a piovere, ma la corrente pareva assecondarci, per un buon tratto se ne stette quieta a ciangottare in sottofondo.
Dalla sua postazione al timone la mia sorellina guardava avanti, fiera e decisa. Me ne sentii orgoglioso, come fosse una creazione tutta mia. Intanto mi ingegnavo a evitare che la baracca che conduceva così bene non si decomponesse troppo rapidamente.

La pioggia iniziò a gareggiare in torrenzialità col fiume. Pochi minuti e avremmo raggiunto la famigerata ansa del Tempo. Non riuscivo a liberarmi della sensazione che fossimo osservati. Sbirciai le due rive, ma la visibilità era scarsa. Gli alberi formavano sopra di noi un arco scuro, attraversato dallo scroscio d’acqua persistente. Pensai di scorgere a riva sagome indistinte muoversi fra i tronchi, ma dovetti rivolgere la mia attenzione a un vortice nel quale ci eravamo impelagati.
– Siamo sul posto, è ora!
– Adesso dove vai, Ame?
La ruota del timone girava all’impazzata, le onde ci sferzavano su ogni lato, e lei, sporta dall’altro bordo, minacciava di buttarsi dalla barca, come invasata. Ero troppo distante per raggiungerla in tempo e trattenerla sulla barca in qualche modo. Ma poi fece una cosa che non mi aspettavo affatto.
Lanciò in acqua un oggetto delle dimensioni di una valigetta, e restò a dondolare il corpo piegato sul parapetto, concentrata a guardare verso il basso. Non capivo. E nemmeno sapevo decidere se precipitarmi a correggere la rotta o infilarmi a forza Ame sottobraccio e costringerla a lanciarci in due in un solo salvagente, l’unico a bordo, pregando di raggiungere la riva sani e salvi.
Di nuovo notai delle ombre che si muovevano in contrasto con tutto quel venir giù d’acqua dal cielo e il roteare della barca in balia del Tempo infuriato.
Ame cacciò un grido. In un attimo mi ritrovai accanto a lei, anch’io sospeso sul parapetto che premeva dolorosamente tra lo stomaco e le costole più basse. Mi confessò in fretta:
– Alberto era un eroinomane, e un ladro.
– L’avevo sospettato sai?
– C’è un diamante enorme là dentro. La barca l’ha affondata lui, pensando di tornare a riprenderselo con calma. Ma è andata com’è andata, e il Tempo non perdona.
Alberto era da anni in gattabuia e Dio sa se non volevo saperne di più su mia sorella con quel delinquente, ma in quel momento ci ipnotizzava il fiume impazzito. Lo vedemmo ribollire, schiumare e sollevarsi, e infine deflagrare verso l’alto.
La zattera autogonfiabile che aveva lanciato sott’acqua la mia ingegnosa Ame si era aperta proprio nel punto giusto, spingendo imperiosamente a galla il relitto che adesso traballava, obliquo, sfatto ma perfettamente riconoscibile, davanti ai nostri occhi spalancati.
Il mio stupore fu all’apice quando mi sentii afferrare con forza da due paia di mani sconosciute.
– Via! Mandali via! Via!
Furono le ultime parole che udii dalla mia sorellina. Un tuono vicinissimo mi lacerò i timpani. La chiatta si spezzò in due.
Ricordai d’un tratto tutti i momenti in cui avevamo ripercorso il Tempo, durante i quali erano andate in scena le altre repliche di quello spettacolo. Scoprii me stesso spiare un altro me stesso rattrappito e rappreso dall’angoscia, mentre guardava Ame che si sbracciava da una metà barca in fiamme alla deriva.
Stavolta però, qualcosa era diverso.
Mi accorsi che mi chiedeva a gesti di raggiungere a tutti i costi il Generale Annibale. Ora che sapevo con certezza che per lei era finita, con la parte di me che cercava in ogni modo di mantenere il controllo scalciai alla cieca, liberandomi dei miei due “salvatori”. Fui in acqua un attimo prima che la chiatta si inabissasse emettendo un ultimo, lungo sibilo di fiammifero bagnato.
Dopo che per tre volte avevo rischiato di annegare per raggiungere a nuoto la carcassa, riuscii miracolosamente a trascinarmi a riva. Giunto a quel punto non avevo più gesti da compiere, né volontà residue. Non rifiutai i soccorsi. Privo di forze e con lo sguardo opaco, feci a ritroso il viaggio lungo le rive del Tempo.

Il giorno successivo, dopo l’alba, il Capitano mi avvertì dell’inizio delle operazioni di recupero di ciò che rimaneva del natante. Mi era rimasta addosso tutta l’impazienza di Amerinda di ispezionare lo scafo maledetto.
Quando lo rividi, il relitto era ormai al sicuro nel porto di Forcina. Inzuppava la prua nell’acqua, con la poppa sorretta dal braccio di una gru.
Se ne stava lì, così vulnerabile ed esposto agli sguardi della gente, che mi costò uno sforzo tremendo non scoppiare a piangere. Ero avvilito per lui, per me, per la mia povera sorella che non avrei mai più rivisto.
Attesi che facesse sera, che i forcinesi ripiegassero su ripari più comodi di un molo umido circondato di acque limacciose. Sono un uomo robusto, e, credo, ma non potrei giurarci, di avere un’età nemmeno troppo avanzata, o avvertirei già i sintomi dell’incurvamento.
Allora balzai sulla tolda inclinata del relitto. Tenendomi aggrappato con le mani e puntellando i piedi, varcai la parte sottocoperta dello scafo. Il legno scricchiolava, ed ero circondato da uno sciabordio amichevole, che in tutt’altra occasione mi avrebbe conciliato il sonno. Ma dovevo restare all’erta. Ero lì per uno scopo ben preciso.
Dentro, però, c’era rimasto poco. Vedevo ovunque assi sfondate o divelte, attrezzature ormai inservibili, cassetti aperti e vuoti. In un gavone a poppa, trovai una specie di scatola ermetica in acciaio. Per un momento credetti di avere fatto bingo, ma rigirandola tra le mani, mi accorsi che era stata forzata. Un grosso buco le sfigurava il fondo. L’interno era sconfortantemente vuoto.

– Sai una cosa? – Mi fece Ame all’improvviso. Posava la sua testa sulla mia spalla. Era una notte tiepida, io non avevo sonno e l’avevo raggiunta sui gradini della veranda che si affaccia verso il fiume.
In quei momenti potevo contare sulla sua presenza, qualunque cosa avesse detto o fatto in precedenza, Ame era in me tanto quanto io sapevo di vivere profondamente in lei.
– Mentre me ne andavo lungo il Tempo, senza motivo, come facciamo spesso tutti, ho visto due barboni con canne e lenze in spalla. Fin qui niente di strano, mi dirai. Ma, dietro di loro, ecco tre servitori in livrea, che trasportavano cestini da pic nic, il secchio coi bigattini, uno teneva perfino in braccio un chiwawa con un fiocco rosso e dorato sulla testa.
– Che mi racconti, Ame?
– Non è finita qui! Zitta zitta, mi sono messa a seguire i servitori, dopo che avevano lasciato i barboni a pesca sul fiume. Abbiamo camminato per un po’, non era molto facile, nella vegetazione intricata, con le mie scarpe da ginnastica non riuscivo a stare al passo di quelli coi loro stivaloni. Ero rimasta indietro, e per un po’ avevo creduto di essermi perduta, ma in mezzo a una radura è apparso un cancello enorme e, dietro il cancello, in fondo a un lungo viale che attraversava un giardino ben curato, c’era una villa. Una vera villa, ti rendi conto?
– Senti, so che c’è gente che vive lungo il fiume, dei senzatetto. E d’altra parte nessuno di noi a Forcina naviga nell’oro. Ma è improbabile che tu abbia visto quello che dici di aver visto. A meno che a quei due barboni non sia capitato un colpo di fortuna. Figurati, mi stai prendendo in giro.
Lei sospirò. Per una volta venni sfiorato dal dubbio che non avesse esagerato. Mi sembrava di stare dimenticando qualcosa di importante.

Con le spalle contro la balaustra della verandina, tenni Ame tra le mie braccia finché non si esaurirono i discorsi. Quando aprii gli occhi, il sole filtrava nel fogliame circostante.
Ero da solo, e un piccolo e raro uccello compiva una danza senza senso proprio davanti a me.

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