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L’ottimismo spiegato agli umani

26 marzo 2021

un getto di Annalisa Morisani

Endre Penovac

Il segreto del mio ottimismo

                                                             consiste nel rinunziare

a comprendere gli altri.

(Alba De Cespedes)

Blocco la preda con una salda presa e affondo i denti nella sua carne morbida, flaccida direi, spugnosa. Non ha un gran sapore ma mi basta per sfogare la mia energia, la rabbia e l’eccesso di adrenalina. Non oppone resistenza. Ah, non ti ribelli? Vigliacca. La trascino sul pavimento per un po’ per vedere se reagisce, poi la sbatacchio di qua e di là e infine la sbatto a terra. Niente nessuna reazione, ha il corpo molle, disarticolato, affondo di nuovo i denti e strappo via un brandello della sua carne tenera. 

La tipa ha la casa piena di cadaveri, di che animale non so, non li mangia, né li ha uccisi lei suppongo. Non hanno un gran sapore, mi servono solo per tenermi in allenamento. Li tiene immersi nell’acqua, e io ne approfitto quando è distratta per soddisfare i miei istinti. Stanno nel lavandino di cucina, o in bagno, a volte li cosparge di sostanze fluide puzzolenti per poi spiaccicarli e strofinarli con forza all’interno del lavello o nel water, poi li mette sotto l’acqua e li torce con le mani e alla fine li lascia lì, cadaveri mollicci. Che spreco.

La tipa mi tiene con se da un po’. Mi da vitto e alloggio. Mi impone le sue regole, anche se non mi piacciono troppo le seguo. Parla una strana lingua che non capisco, vedo che muove la bocca ed emette una quantità di suoni. A volte mi fissa e cerca di comunicare con me, allora la sua voce diventa insopportabilmente acuta. Non sa che ho un udito prodigioso e orecchie sensibilissime, e che non c’è bisogno di urlare con me. No, direi che non lo sa. Quando mi vede emette gridolini acuti spacca-timpano, sembra felice a volte di vedermi, tipo quando rientra a casa dopo che è stata fuori un bel po’ di ore o quando si alza la mattina. Sì quando emette suoni acuti direi che è felice. Poi mi prende con le lunghe zampe anteriori  e mi solleva girandomi con la pancia all’aria, che è una cosa che non gradisco molto, e urlando in quel suo modo insopportabile affonda la faccia nel mio mantello contaminandolo con il suo odore. La lascio fare perché ho capito che è inoffensiva. Le prime volte che lo faceva temevo mi mordesse poi ho visto che non solo non ha unghie affilate ma i suoi denti non sono buoni nemmeno per il paté. 

Quando la sua voce emette suoni gravi invece capisco che non è aria, aggrotta la fronte glabra – ha peli solo sulla testa e in mezzo alle gambe, appartiene a una specie assurda! -alza una zampa, anche questa senza peli, agitandola in aria mentre mi guarda minacciosa. Lo fa quando cerco di rubare i cadaveri buttati inutilmente nei lavandini, oppure se mi diletto a mangiare residui dei suoi cibi abbandonati sopra i fornelli o sui ripiani della cucina, anche quello uno spreco, lei ci passa sopra i cadaveri spugnosi per buttare poi tutto in un recipiente chiuso in cui non mi è permesso rovistare.

Non mi lamento della mia sistemazione anche se vorrei uscire, ma qui c’è solo un piccolo spazio aperto, che in realtà è aperto solo di sopra, e intorno c’è un muro e più sopra una rete. Vedo che ci tiene molto a questa rete, controlla sempre che sia ben tesa e ben messa ogni volta che esco fuori. Nel cielo vedo animali passarmi in volo sopra la testa, sono uccelli più grossi di me, allora sogno di poter volare con ali da pipistrello per poterli acciuffare, maledetti, strappargli quelle penne da stupidi volatili quali sono e saziarmi della loro carne prelibata. Ah che soddisfazione sarebbe. E’ assurdo davvero che animali stupidi come gli uccelli abbiano ali così potenti da sollevarli in volo. Mentre io che sono di una razza nettamente superiore per astuzia e intelligenza nonché bellezza devo arrangiarmi a scalare faticosamente con i miei artigli affilati muri, siepi e alberi.

La natura è stata troppo clemente con loro, i più stupidi dovrebbero morire, e invece li ha addirittura ricompensati. Chi non ha buona testa ha ali per volare!

Questa storia dell’evoluzione della specie… mi sa che è una minchiata. 

Direi che varie specie palesemente inferiori non si sono estinte. Ad esempio la tipa che mi tiene con sé, a parte che ha  peli solo sulla cima e in mezzo alle gambe, ma poi non è così intelligente.

Mi fa le vocine stridule e mi acchiappa spostandomi da un lato all’altro della casa e sembra che ciò la renda contenta, non solo ma esce svariate volte al giorno per tornare con cibi apposta per me, non si capisce perchè dato che sarei perfettamente in grado di procacciarmi il cibo, se solo mi lasciasse azzannare i cadaveri che tiene per casa, o mi facesse uscire a cacciare esseri inferiori. 

E infine… udite udite, almeno una volta al giorno raccoglie la mia cacca da una scatola che ha messo apposta in casa per i miei bisogni. Io la faccio lì, la copro alla bell’e meglio e lei subito dopo che ho fatto il lavoretto e ho coperto le mie deiezioni va lì’ e mi rovina tutto, tirando fuori le mie feci e mettendole in un sacchetto.

Perché lo faccia non lo so. Mi fa fare un lavoro inutile invece di mandarmi a scacazzare in giro per farla nei giardini e nelle aiuole di chi mi sta antipatico.

Vuole a quanto pare che la faccia a casa sua, per studiarla forse?

O forse le piace? Forse la mette in quella scatola da cui esce aria fredda e in cui mi è proibito entrare a curiosare, per poi mangiarsela.

Inizialmente queste erano le ipotesi, poi ho visto che se la porta fuori.

Allora ho capito! L’astuta la baratta con quei contenitori che riporta in casa ripieni di carne e altre cose piuttosto saporite per me. Deve essere così. La usa come merce di scambio. Non sarà intelligente ma è furba l’umana!

La tipa passa il suo tempo seduta davanti a un quadrato luminoso ad agitare le zampe anteriori sbattendole con un continuo fastidioso ticchettio. Non mi sembra contenta mentre lo fa, a volte aggrotta le sopracciglia, sospira, sbuffa, si agita con le zampe posteriori, si gratta la testa.

Io mi metto da una parte al sole e sonnecchio, guardo fuori dalla finestra e mi chiedo cosa stia facendo, ma me lo chiedo solo per un istante, non mi interessa più di tanto capire cosa stia facendo. Anzi per la verità non mi interessa per niente. 

A quelli della mia specie non interessa andare a scavare nei pensieri altrui, preferiamo scavare una buca, oppure scovare cosa c’è in fondo a un secchio, dentro uno scarico dell’acqua, sotto una catasta di tronchi, in mezzo a un mucchio di sassi. Ecco, direi che è molto più interessante e proficuo.

Forse è questo il segreto della nostra felicità.

Invece a volte la tipa mi fissa con uno sguardo intenso, sembra che voglia entrare nei miei pensieri, sì, cerca di capire cosa mi passa per la testa, magari cosa penso di lei. La vedo che si arrovella. Consuma un sacco di energie. Vorrei farle capire che è inutile. Perché io non penso proprio nulla. Almeno non nel senso che intende lei.

Una volta che sono riuscito a evadere dal terrazzo perché la rete non era ben messa, e me ne stavo beato a rotolarmi nella terra al sole, mi è corsa dietro agitando le zampe e urlando come un’ossessa. Poi mi ha ficcato in una orribile scatola con i buchi emettendo suoni acuti per convincermi, mentre io cercavo disperatamente di arpionarla con le unghie spianate. Mi ha riportato nella sua tana, stremata si è seduta per terra e allora ho visto che dai suoi occhi ha iniziato a uscire un liquido trasparente e inodore, e a gocciare giù sul suo muso come gocce di pioggia. Ho sentito che emetteva dei suoni diversi, gutturali, disarmonici e interrotti, mentre continuava a gocciolare dagli occhi e pure dal naso. Ho capito che la tipa era molto triste.

Mi sono accucciato di fronte a lei a una certa distanza e l’ho guardata mentre faceva tutte quelle smorfie.

Lei forse avrà pensato che cercavo di capire il suo pensiero. Invece no. Ho capito solo che era triste ma non mi importava il perché. Ho fatto un giro su me stesso e mi sono diretto verso la finestra. Sono saltato sul davanzale con la precisione e l’agilità proprie da miliardi di anni della mia specie, poi mi sono seduto a guardare l’albero di mele che sta fiorendo nel giardino di fronte.

La tipa si è calmata, ha soffiato via sostanze vischiose dai buchi del suo naso, poi con la faccia bagnata e appiccicaticcia mi è venuta vicino. 

Le ho dato una leccatina sulla mano, per sentire che sapore ha, e ho capito che le fa piacere quando le do una leccatina. 

Sono un gatto e come tale ottimista. Non perché penso che il mondo sia un bel posto, o che il buon Dio toglierà le ali agli uccelli per darle ad esseri più meritevoli, non perché penso che vivo nella casa migliore del mondo con la tipa migliore del mondo.

Ma perché preferisco accontentarmi oggi di acchiappare al volo qualche mosca croccante entrata in casa per sbaglio e sgranocchiarla sul divano davanti alla tv, tra una crocchetta e l’altra, all’incertezza di una vita randagia. Meglio una mosca oggi che un topo domani? In qualche modo sì.

La tipa non sa che quando scappo mi faccio volontariamente riportare a casa, che volutamente non salto la recinzione del terrazzo per catapultarmi di sotto, ed evito di sgattaiolarle in mezzo ai piedi quando apre la porta di casa. Volutamente non lo faccio, ma non per gratificarla, o per riconoscenza o altro. Ma perché sono un gatto.  

Se volessi certo potrei avere molto di più,  arrampicarmi fino in cima all’albero di mele, scendere fino all’orto che vedo in fondo alla strada per ravanare nella terra e lasciare qualche mio bisognino odoroso al tipo che lo coltiva, potrei anche arrivare in quel giardino dall’altra parte della strada dove un gatto, ma di razza inferiore alla mia, se la dorme tutto il tempo come un fesso, per assestargli un bel graffio in pieno muso e rubargli il cibo, potrei anche acchiappare quel topo gigante a cui la tipa da la caccia da un po’, a me basterebbe un morso dato bene al punto giusto per spezzargli la giugulare e farlo secco. Se volessi. Ma non voglio.

La tipa che pensa di capire tutto non ha capito la cosa fondamentale, che se faccio quel che faccio è semplicemente perché mi va, e quello che non faccio è perché non ne ho voglia. Oggi. Domani non lo so.


Questo racconto fa parte della serie Getti, nuovi racconti da solide radici. Per saperne di più, leggi qui.


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