Archive for the ‘Post-it’ Category

How to

7 dicembre 2019

La stava lasciando, e lei lo consolava. Le diceva di avere un’altra più importante, e lei lo incoraggiava. Si sentiva in colpa, e lei sminuiva. Perché provava un profondo, acuto dilaniamento. Avrebbe potuto coprirlo di improperi, e invece gli disse solo:

– Beh, mi è piaciuto tantissimo stare con te, ma l’ho sempre saputo che non saremmo andati lontano. D’altra parte, – scoccò un’occhiata significativa, – non abbiamo praticamente niente in comune. Anche se di te mi importa ancora. Spero che ci terremo in contatto, vorrei tanto seguire le tue evoluzioni nella vita.

Parlava e guardava il disegno del tappeto davanti alle punte dei piedi. Si tenevano lontani, lui le era seduto accanto e sottolineava parti del suo discorso con un dondolio in avanti della testa. Era d’accordo con lei maledizione.

– Vedi, sotto tanti aspetti sei molto maturo, anche più di me, perché hai saputo lanciarti al momento giusto, hai fatto scelte coraggiose e questo ti ha formato, si vede da come parli, da come ti muovi, da come ti comporti. Ma sotto tanti altri, non prenderla come una critica, se parlo così è perché a te ci tengo, e vorrei provare a trasmetterti qualcosa di positivo, qualcosa che tu possa utilizzare magari in seguito, quando un giorno potrà esserti utile, e allora chissà, forse ti verremo in mente io e queste parole, stavo dicendo, sotto tanti altri aspetti, sei ancora un ragazzino. Ecco, penso che io avrei bisogno di frequentare un uomo.

– Ecco, sì, probabilmente hai ragione. E, secondo te, cosa potrei fare per riuscirci?

Si sentì destabilizzata. Non era pronta a quella risposta interrogativa. Tipico di lui, del suo metodo per avanzare nella vita. Domandare, cercare risposte, sperimentare. Spremere le intuizioni e l’esperienza altrui. E solo dopo sporcarsi le mani. E quindi imparare, e superare i maestri. Lei lo riconosceva, non era altrettanto brava, o non aveva altrettanta faccia tosta. Fece finta di non capire.

– A fare cosa?

– A… migliorare, a diventare un uomo.

– Ma, quello verrà naturale. Non posso mica dirtelo io. Sarà l’esperienza a farti trovare la strada. L’esperienza è tutto…

– Sì ma tu dici che sono ancora un ragazzino. In cosa posso ancora migliorare?

Dialogava con lei come se fosse una conversazione qualsiasi, come se non sapesse che quella sarebbe stata l’ultima volta che si sarebbero visti. La sua neutralità la metteva a dura prova, e tentennò nel rispondere. Sapeva di dare l’impressione di tenere tutto per sé il segreto della maturità, mentre stava solo nuotando nella confusione.

La verità era che se avesse incontrato un uomo nel senso che aveva detto, forse non lo avrebbe riconosciuto. Lei stessa non si sentiva che una ragazzina, attratta da immaturi come lei. Il discorso si arrotolò su sé stesso e lui fu così gentile da proporle di uscire.

Così, l’uomo immaturo e la ragazzina supponente uscirono dalla casa, si infilarono in macchina e uscirono anche da quella, entrarono in un locale, rimasero un po’ bevendo e parlando a stento, mentre fioccavano le telefonate di controllo dell’altra, finché uscirono pure dal locale, tornando da dove erano partiti quella mattina. In conclusione, lui uscì dalla macchina da solo, lei invece guidò ancora per qualche tempo, trovò dove parcheggiare e spense il motore.

Non uscì di lì. Non le importava di ragioni o torti. Di maturità supposte. Di lezioni da dare o da imparare. Quello che voleva, che aveva sempre voluto, era restare.

Trattatello sulle non dipendenze

5 dicembre 2019

Rosa Covarrubias ritratta da Tina Modotti

Una pietra nel letto del fiume prende la forma che le dà la corrente e il continuo contatto e sfregamento contro le altre pietre. Il corpo, questo corpo, col passare degli anni viene come smussato, levigato, raggiunge la sua verità. Perdendo il comodo e robusto anonimato degli strati più superficiali, come un sasso lavorato dallo scorrere dei giorni, si fa sempre più delicato, più singolare, e più prezioso. Per questo capita di scorrerne le singole parti e rendersi conto di dover loro una cura attenta. Capita, avanzando nell’impreziosimento, di correggerne l’inclinazione delle sfaccettature perché catturino meglio la luce o di dover rimediare alle sbeccature procurate dagli scontri con la Storia. A ogni aggiustamento segue una rinascita. Occasioni da non mancare.

Il corpo, questo corpo, curato quanto l’entità autocosciente che lo pervade e che per convenzione si può chiamare anima, finisce col coincidere sempre più con la me più vera, quella che prende forma dallo scorrere dell’esistenza e dal continuo contatto, scontro e sfregamento con tutti gli altri sé che incontra.

Sono la consapevolezza e il rispetto, l’irrobustimento del nucleo, la saldatura a questo delle forme più esteriori fino ai semplici moti di spontaneità, che consentono il salto nella naïveté, l’immersione nella condizione sciamanica, l’abbandono alla contemplazione e alla primitività di gesti e comportamenti. Non fughe ma avvicinamenti a cui non sono funzionali escamotage, né isolamento, né amplificatori del sentire. È tutto qui, che aspetta solo di non avere altre barriere per il suo utilizzo che il presentarsi di un’opportunità colta dalla lucida coscienza di esistere.

Namaste.

 

 

Fuori non osano

2 dicembre 2019

 

Ti manca velleità di altre avventure

mentre la pioggia sfianca foglie e tetti

e tu la vuoi raggiungere là fuori

dove non osano le tue paure.

 

 

Diario dei sogni #1 – Pesci volanti

1 dicembre 2019

Ho un amico che riesce a tenere un diario dei sogni. Ai bei tempi in cui sognavo anche io, tentavo di fermarne il ricordo, alla mattina. Ma mi riusciva male. Ne perdevo le tracce via via che la mano riacquistava l’uso della penna e i sogni, in qualche modo, mentre li trasferivo su carta, si accorciavano, si facevano piccolissimi e si accartocciavano anneriti e indistinguibili, disperdendosi come brandelli di pagine incenerite all’istante dalla fiammata della veglia.

In realtà, ho capito solo di recente, è la capacità di raccontare che non è innata in me, e che necessita di coscienza e di lucidità per strutturare in frasi le forme intuitive in cui si mostrano le idee, così anche i sogni. Quando la notte finisce, il regno della subcoscienza non apre subito le braccia e continua a circondarmi mentre ciondolo per casa, sussurra sulla mia nuca teneri incantamenti che mi ingannano, e mi ritrovo a tirare su lo yogurt con gli occhiali.

Altro che diario. Che tanto mancherebbe dell’oggetto: quei sogni che una volta saltavano fuori a nastro come pesci volanti per ore, ormai lasciano campo libero a M.me Subcoscienzà e le sue perfusioni mattutine di confusione senza costrutto.

Pazienza per gli appunti mancati. Ma senza sogni che nobilitino le mie notti, devo adattare i giorni a ricoprirne il ruolo. Vivo, e intanto mi organizzo la memoria: Questo ricordo lo tengo, questo lo tengo, questo lo do via. A parte il fatto che inciampo per la distrazione, mi sbuccio le ginocchia e mi si smagliano le calze, è una faticaccia, al termine della quale spesso mi sono scordata le decisioni prese e mi ritrovo con dei ricordi inutili che sbucano a casaccio dai cassetti, e quelli che fino a ieri stavano sempre in mezzo ai piedi, non si sa più dove sono finiti quando servono, signora mia.

Per non parlare del consolidamento delle esperienze: dar loro il giusto peso non è questione da poco. Per non sbagliare mi porto i pesi a casa, li accumulo per mesi, finché passa la data di scadenza e finisco per buttarli tutti nell’indifferenziata.

Non sogno perché mi manca il tempo. Torno a casa tardissimo per i miei giorni densi, carichi di doveri a cui mi incaponisco ad addizionare vissuti che alimentino la parte sognante, tanto affamata per le lunghe veglie che tagliano la fase rem, e con lei i sogni.

I miei pesci volanti ormai ruotano senza sosta sotto il pelo dell’acqua, senza riuscire a emergere.

Da qualche giorno si è interrotto il circolo, per poco tempo, non certo per mia intenzione. Una piccola parte di me si è messa di traverso, sassolino dentro negli ingranaggi, e ha fermato tutto. Ora dormo. Mi sveglio senza sveglia da una settimana.

La prima notte sono semisvenuta dallo stress; la seconda ho sorvegliato il dolore fisico; la terza mi sono riposata senza memoria; la quarta sono emersa dal sonno con le orecchie che ricordavano un coro di bambini; la quinta mi sono svegliata troppo presto, eccitata dal rischio di sognare ancora.

La sesta, la scorsa notte, sul fare del mattino, ho aperto le persiane con un gesto ampio delle braccia – erano tinte di bianco le persiane -, e un vento frizzante ha scosso i miei capelli. Sotto di me la rena granulosa teneva a stento gli assalti della schiuma screziata di azzurro di un mare che mi salutava, ondoso e invitante. Intanto sopra le creste, coronati da voli di gabbiani, saltavano a pelo d’acqua senza posa una miriade di pesci volanti.

WonderGiuggiola

30 novembre 2019

La novità del giorno l’ho appresa stamattina appena ho aperto il telefono e mi ha spiazzata la richiesta d’amicizia del vedovo con figlio piccolo a carico più figo che abbia visto negli ultimi anni. Wow, Roger… Un beaux français comment me piace ammé. Touché. Obligé. Allez, damose da faire. Ancora seduta tra le mie coltri sfatte, col pigiamino inerpicato su per metà di una gamba e metà di un braccio, e le altre metà pigramente allungate oltre il dovuto, capelli e faccia non esattamente pronti per i paparazzi, difesa dall’anonimato delle finestre chiuse, non temendo quindi la reciprocità dell’atto, mi sono messa ad osservarlo bene, lui, l’intrepido. Che approccia una donzella in rete senza neppure l’amo di una conoscenza comune. Roger, mi sono chiesta, com’è che le sole quattro foto sono state caricate una settimana fa (la più figa, a mezzo busto e glasses scuri specchiati color cielo, sdraiato su una passerella in teak coi segni di una gloriosa estate addosso, pronto per un bel kiss al sapor di spritz)? Com’è che non mostri amici e chi ti ha messo mi piace è una comunità di anziani sparsi un po’ dappertutto in Italia, in apparenza senza connessioni tra di loro? Com’è, nessun riferimento a Montpellier, la tua città? Come sei bello, come sei figo, Roger. E hai scelto proprio me. Ma sarai vero?

E, niente, ho fatto una ricerca per immagine ed è saltato fuori chi ha prestato a Roger le fattezze: uno splendido dietologo cileno, straripante di addominali e figli piccoli, di merchandising e fascino, del tutto ispanofono – altro che Montpellier – rispondente all’ameno nome di… Giancarlo.

Vabbè.

Ho scritto a Giancarlo: Oh, vai a riprenderti le fattezze prima che Roger ne combini qualcuna grossa al posto tuo, non si sa mai.

E non si sa mai davvero, una si sveglia con una sorpresa simile e si ritrova solitaria a bere the all’amaro aroma di rimuginamento: dov’era che avevo sentito una cosa simile? Ma sì, ne avevo parlato con la mia amica Illy, tosta e romantica come il caffè di Trieste, quando una sera di poco tempo fa, con enorme sprezzo dell’interruzione di servizio anticipato della Linea B della metropolitana, ci siamo avventurate dopo il tramonto verso Piazza Vittorio per esplorare gli eventuali scenari di un’ipotesi di racconto (che a noi ogni tanto piace darci delle mete folli e scontrarci sulla possibilità effettiva di raggiungerle. Stavolta ha vinto lei, non era davvero il caso). Ma, insomma, Illy la tosta e io la sottoscritta, ancora col sapore di gelato a scottarci la gola in una delle prime sere proprio fresche dell’autunno, camminavamo controvento percorrendo a ritroso la strada fatta all’andata, smontando le ipotesi alla base della nostra partenza verso quella serata e costruendo quelle per una sana ritirata in un luogo ameno, accogliente e dalla temperatura almeno temperata, quando, non si sa come, le strade delle conversazioni si sono intersecate, oltre che alle gambe stese dei senza tetto sdraiati sotto i portici della Stazione Termini, alla tragica storia dell’Amica Giuggiola.

Amica Giuggiola pare che sia davvero una gran persona. Intelligente e con la testa sulle spalle si è andata a fidare di un sedicente francese che da debita distanza è riuscito a intortarla alla comme si comme ça, l’ha fatta addirittura in-na-mo-ra-re e, quando si è trattato di incontrarla, ha ottenuto di farsi inviare del denaro per il viaggio verso l’Italia, dopo di che, tanti saluti e grazie. Amica Giuggiola per poco non ci ha rimesso il senno, si è fatta venire i dubbi che avrebbe dovuto avere fin dall’inizio e ha scoperto che a nome del francesino si era trastullato con lei uno dei tanti nordafricani dediti a truffe verso le giuggiolone europee affette da grave deprivazione affettiva.

Povero Roger. Con me gli è andata a buca. Stringendo le ginocchia con le braccia, avvolta nel più affettuoso dei miei pigiami, questa mattina ho aperto un bel pacco di biscotti al cioccolato e ho incamerato tanto di quell’affetto da poter rispondere ai richiami d’aiuto di tutte le Giuggiole di Gotham City. Almeno fino alla prossima colazione.

 

 

Per gli altri

29 novembre 2019

Le domande fondamentali

Credo di non essermi mai fatta, spontaneamente, domande sul senso della vita. Sul senso della sofferenza, su quello degli imperscrutabili rovesciamenti del destino e dei comportamenti incongrui delle persone, sì. Ogni volta che se ne è presentato il caso. Ma chiedermi i perché fondamentali mi è sempre sembrato più che altro un esercizio di stile. Il senso dello stare al mondo, io singolo essere e la specie umana nel complesso, quello delle leggi fisiche che regolano magnificamente l’universo conosciuto, perché e se siano originate dall’atto volontario di un essere supremo piuttosto che da un puro caso, per il quale io e altri miliardi di esseri dobbiamo ringraziare la grandissima fortuna di trovarci esattamente all’incrocio delle coincidenze mentre si verificano, tutte queste domande che trovo così affascinanti, e per le quali ho sudato con piacere sui banchi di filosofia ai tempi del liceo, posso dirlo? Le trovo tanto enormi da sembrarmi ombrelli che riparano dalla preoccupante pioggia di verità alternative, ombrelli tanto alti sopra la testa da impedirmi di considerarli una minaccia. Fosse dipeso da dubbi come questi, avrei sempre dormito benissimo. Non posso fare nulla se non andare avanti.

Quanto ai casi contingenti, quelli che mi rovinano il gusto della passeggiata sulle strade del mondo e che, sì, maledizione, tolgono il riposo, la soluzione dev’essere alla mia portata e vado a stanarla ovunque si nasconda, l’afferro, la inchiodo alle sue responsabilità e non la perdo di vista finché non ha fatto fino in fondo il suo dovere. A meno che non riguardino gli altri, settori in cui non mi è consentito intervenire senza specifica delega ma dove in ogni caso, spesso manco di competenza.

Ah, gli altri.

Gli altri hanno nome, cognome e, soprattutto, un volto. E, quando li conosco, quando ci tengo a loro, hanno delle responsabilità nei miei confronti.

Ehi, tu.

Siamo diversi ma sono come te. Non ti piace che ti venga detto cosa fare? Neanche a me, lo giuro. Ma mi devi un favore: abbi cura di te. Non rovinarmi il sonno.

 

 

🖤 Frankie Friday Month 🖤

28 novembre 2019

Lettrice, lettore,

i miei pensieri ricorrenti sono pensieri a cascata. Che si aggrovigliano, si ingarbugliano, finiscono per rotolarsi uno sull’altro e schiumare fragorosi dissolvendosi nel placido specchio d’anima che riflette le mie indecisioni.

Riguardo a questo blog, per esempio.

Che è nato nel 2012, da me che neanche avevo facebook, che ero e sono afflitta da forme di auto-omertosi cronica, nato già vecchio nella forma, più simile ai diari in rete di dieci anni prima che alle pagine market-oriented di oggi, fonte di reddito per i loro curatori. Lui no, era un blogghetto che sapeva di gelsomini bagnati dalla pioggia di maggio, sapeva di incertezza, di desideri da esprimere e della speranza di riuscire a realizzarli, aveva un odore suo, il mio blog, che me lo faceva amare senza condizioni, con tutta la passione umanamente esprimibile, come il mio neonato arrivato cinque anni prima e allora già con la cartella sulle spalle.

Mi è servito a tanto scrivere qui sopra, ho accorciato le distanze tra le varie me e mi ha fatto riprendere il gusto di sognare. I primi anni passavo lunghe ore notturne a cesellare storie, che fluivano dalla mia pancia trascinandosi dietro il piacere magico di portare continuamente alla luce nuove vite. Il gusto orgasmico del parto letterario. Immaginare, essere, fare. Potenza in atto, in ogni versione del mondo, attraverso ogni supporto. Quello che scrivevo era reale.

Col tempo questo percorso ha invertito la rotta, passando da dentro-a-fuori a fuori-a-dentro, ho accumulato vita al punto che adesso mi ipnotizzo pensando ai fatti trascorsi e mi dico quanto sarebbe limitante il loro semplice racconto. Che comunque voglio tentare e tenterò.

Ma intanto ho abbracciato la socialité web, e accolto l’oggi con tutti i suoi risvolti, tanto nel bene che nel male della volatilità di quanto pubblicato. Eppure, rispetto ai contenitori in cui stipavamo le stampe 10×15 dei vecchi negativi, destinate a ingiallire, a sfarinare e perdersi, la fragilità delle vite custodite nel web non è molto diversa. Semmai una differenza la fa la proprietà, dove se affiggo con puntine sul muro di casa i miei pensieri, restano i miei pensieri, altrettanto le foto, la musica, e il resto. Ma se li affido al web passano di mano al signor Zuckerberg e affini.

Ma cos’è la proprietà di un pensiero? O di un affetto, di un sogno, di un ricordo?

Prendetevi tutto di me.

Non sarò mai impoverita dalla condivisione. Un giorno morirò, come morirà il blog, i miei profili instagram e facebook, moriranno Terra e Sole e un’altra me quantica avrà le sue nuove chance di rivalsa in universi alternativi, senza che nessuno avrà mai a soffrirne.

Per testimoniare la mia buona volontà ho deciso di regalarvi un mese di scrittura di getto. Quel sano blogging vintage invecchiato in botti di legno di rovere. Per riscaldarci insieme nelle notti d’inverno, mettere il naso fuori e perderci per le strade gelate, dove dai rami pendono già le nuove gemme immerse nel sogno della primavera. Per attendere l’alba del nuovo anno con gli occhi aperti e chiusi insieme e lo spirito di chi non ha niente da perdere perché è sua la certezza che la vita vada vissuta tutta, fino in fondo. Adesso.

Frankie Schrödinger

Iuvant

13 settembre 2019

https://youtu.be/y0g79moGCkA

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Repetita.

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A me la mattina presto piace molto

alzarmi

quando intorno è tutto silenzioso

l’aria è fresca

vedi le ultime stelle che scompaiono

e senti i primi canti degli uccelli.

L’abbraccio è il mio leitmotiv

5 Mag 2019

Un leitmotiv in campo letterario altro non è che una fissazione, narrativamente ben congegnata, che ricorre in parallelo alle vicende raccontate e che spesso consente all’autore la dimostrazione delle proprie tesi, tramite fatti mostrati invece che con l’enunciazione di verbosi o scarsamente dimostrati teoremi.

Molti dei libri che, a partire dalle cime delle classifiche, finiscono tra le nostre mani, invece, hanno questo difetto: contengono insopportabili spiegoni. Utili, forse, a chi non riesce a trarre da sé le proprie conclusioni, al genere di lettori che estrapolano frasi e poi le mettono a corredo dei propri profili social, per rendere ben chiaro al mondo di star vivendo secondo regole altrui.

Lode a quello scrittore che mi porta sotto al naso il profumo della rosa invece di enunciare il carattere del mese di maggio. Lode a Jane Austin, quando fa scalpitare il cuore di Elizabeth Bennet nel mio stesso petto, e non perde righe preziose dietro alla descrizione della donna borghese, inglese, di inizio Ottocento.

Lode ai contemporanei che non si scompongono davanti alla pochezza del mainstream, come Tim Parks, che con Destino muove i suoi personaggi in una pièce dove il leitmotiv è l’impossibilità di scampare agli esiti delle proprie scelte di vita, e come Jonathan Franzen, che nelle Correzioni invece sostiene l’opposto: finché imprimiamo svolte al destino, anche contrarie a come sono impostati in origine i nostri personaggi, troveremo sempre una porta aperta per aver salva la vita.

Questo considero, man mano che leggo (e rileggo) vite altrui completamente inventate e mi astengo dal consumo bulimico della sconfinata realtà che mi si presenta a ogni passo senza nemmeno attendere che sia io a cercarla tra le pagine di cronaca od origliando dietro a una porta chiusa.

Chi ha il dono di congegnare esistenze e armonizzarle a una propria visione dell’universo realizza il miracolo di valicare la smisurata solitudine e il senso di impotenza che ci minaccia ogni volta che entriamo in contatto con l’insensata assurdità del quotidiano. La letteratura è l’abbraccio che riconcilia con l’Umanità.

Immagine via Pinterest

 

 

 

Quattro marzo e non sono del luogo

4 marzo 2018

È uno spazio all’aperto, quadrato, cementato col cielo, un grigiore ammansito da verde a brandelli, all’esterno del mio municipio. Hanno detto che sarà astensione. Non sembra, dalla gente che sosta qua attorno col numero in mano. In attesa che chiamino dentro, per fare oggi esercizio del caro -nei fatti- diritto, quello elettorale.
Ginnasti. Chi si appende al telefono, chi ha neonati appesi, chi ha appeso pensieri a volute di fumo, chi fa le tre cose insieme. C’è chi scruta, chi lascia scrutare.
E, finito lì dentro, si affretta ad uscire. Ma ora? Verso il seggio rallenta. Guarda attorno. Cerca un segno che indichi il voto migliore.
Mentre aspetto io stessa mi accosto, trasversa, guardinga (non sia mai mi si scorga), al banchetto di fronte al PD. Dov’è scritto: “Libri gratis, prendeteli e fate girare”.
L’Unità, I poeti italiani. Giorgio Caproni. Lo prendo, apro a caso.

Bisogno di guida

M’ero sperso. Annaspavo.
Cercavo uno sfogo.
Chiesi a uno. « Non sono, »
mi rispose, « del luogo ».


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