Archive for the ‘Marc tra le due rive’ Category

Calligrammi

23 luglio 2013

New York, 1913

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È un po’ che sono ferma qui, dopo lo sbarco dal piroscafo non ho avuto molte occasioni di far valere la mia appartenenza al vecchio continente e ho qualche remora a entrare nei giri di una certa levatura. Sto quasi in incognito, a osservare lo svolgersi delle giornate, in parte soggiogata dal timore del pregiudizio verso gli europei, presente più che mai ora che è si è sparsa la voce dei venti di guerra. I newyorkesi ce l’hanno in particolar modo con gli italiani, ma noto che la maggior parte delle persone non sa neanche distinguere un tedesco da un francese.

Ho provato ad aggiornarti tappa per tappa del colore e del tono dei miei giorni, ma comunicare attraverso questo oceano che si fa ogni giorno sempre più vasto, è difficile, e si perde così tanto dei dettagli.

Immaginerai allora, forse, come apro con mani impazienti i tuoi cablogrammi, e le ormai rarissime lettere. Sono allenata però, e quasi non mi sforzo più di restare fedele alle parole, di non allontanarmi, portata alla deriva dell’oggettività, dal senso che mi verrebbe più facile leggervi, ma che non è.

Stanotte siedo sul gradino più alto della scala che conduce al tetto terrazzato, mantengo la porta aperta poggiandovi la schiena e guardo una luna piena che, come sempre, accorcia le distanze e somiglia a uno specchio nel quale cerco di intravedere riflessa la sagoma di Parigi, o almeno il guizzo di colore di una spiga di quell’erba aromatica che punteggia i bordi delle strade e le profuma inconfondibilmente.

Quassù tira una brezza fresca e, confuse tra i riverberi delle luci cittadine e il profumo di basilico portato fino a me dai vasi sul davanzale, mi riescono frasi leggere da indirizzare a te.

Com’è l’alloggio, hai chiesto.

A occhio saranno circa quaranta metri quadri, il pavimento è rustico, coperto di piastrelle da pochi soldi. Muri e soffitto sono bianchi, intonacati non di fresco. Non un quadro ad allietare le pareti. I mobili sono piuttosto nuovi ma dozzinali e già provati dall’uso. Appena meno di ciò che mi aspettavo di trovare, per il prezzo pattuito con la proprietà.
Troviamo qui ricovero in cinque, distribuite in un totale di tre camere. Dormiamo a due a due, strette in piccoli letti incastrati nelle due stanze più anguste. La più gracile di noi, invece, si rannicchia a sera sul divano, coperta da un lenzuolo con certi buchi che si guarda bene dal rammendare. Io stessa chiudo un occhio. Ripeto a me e alle altre che in fondo non è che una sistemazione temporanea. Di fatto una pensioncina consigliata dal passaparola tra emigranti di medio ceto. Ma, te lo dirò sottovoce e forse lo avrai già indovinato, in frangenti come questi, io quasi preferisco le scomodità. È vivendolo dal basso che si fa maggiore esperienza di un luogo.
Qui in America sorgono edifici nuovi di continuo. E si fa un largo uso del ferro e del cemento, la caratteristica più sgradevole dei quali consiste nella trasmissione del rumore. Una voce risuona per metri e metri, cammina lungo le pareti da un appartamento all’altro, viaggia dall’alto al basso, e viceversa. Sembra di essere circondati da fantasmi.
Quando mi affaccio sulla baia, da una finestra al secondo piano di questo casermone, cercando di spaziare con lo sguardo, devo sperare in una giornata buona, o di riuscire a ignorare i litigi, le risa, i dischi suonati ad alto volume dai grammofoni.
Siamo soltanto viaggiatori in sosta temporanea, tutti. Ma sono molti coloro che cedono alla necessità di riprodurre il posto da cui provengono, i suoni, le immagini, gli odori in grado di tratteggiare, ovunque ci si ritrovi, i confini di una cosmogonia del tutto personale. Saper vivere senza radici è una capacità rara, e considerato quanto questo stato porti spesso alla pazzia, come biasimarli?
Già da qualche tempo, complice il clima afoso del giorno, nelle strade non c’è più il solito via vai. Poche automobili, qualche strillone agli angoli al mattino. I miei ragionamenti si svolgono sempre più solo tra me e me, e spesso mi trovo a immaginare di riprendere in mano la valigia e spingermi un altro passo più in là.

Mi sono allontanata tanto, lo sai, ma non riesco ancora a dirmi soddisfatta. È come se fossi stata già in questo posto decine di volte in precedenza. Quasi mi annoio, non mi sorprende niente.
La gente che ho attorno è buona, e cortese, almeno in apparenza. La proprietaria viene a informarsi se va tutto bene, lo fa più volte al giorno. Porta spesso con sé bevande e ghiaccio tritato dal proprio frigidaire, si informa di come vanno le cose per ciascuna. Quanto a noi, io ogni giorno scrivo e riscrivo ancora i miei racconti, quindi, tornata all’appartamento dopo una delle mie belle scarpinate, dapprima ceno con le coinquiline, poi mi ritiro.

Ma prima di addormentarmi ce ne vuole. Le russe nemmeno bevono vodka ma appaiono sempre ubriache, tanto e talmente a lungo ridono e confabulano al chiuso della camera dove trascorrono la notte. Fanno un baccano che la metà sarebbe sufficiente. La stessa ospite del divano scoppia a volte in fragorose risate nel sonno, che fanno sobbalzare me e la schiena della donna con cui divido il letto, una che si alza prima dell’alba e rientra a notte fonda senza fare rumore e che, per la sua estrema riservatezza, ancora non ho capito bene chi sia.

Domani mattina mi recherò a pranzo presso certi amici del posto, imbandiranno la tavola già a mezzogiorno. Spero di vincere questo fastidio montante per ogni contatto umano perché, ti ho detto, mi stanno attorno persone gentili, dalle quali c’è almeno da guadagnare in serenità.

Ma all’alba raggiungerò il porto a piedi, troverò un angolo quieto sul molo più lontano e osserverò in direzione della città le evoluzioni degli uccelli in battuta di pesca. Li guarderò allontanarsi in alto, prima di ricadere in picchiata. Li vedrò scomparire controsole, per lunghi attimi ridotti a calligrammi, segni di un qualche linguaggio antico o ancora in divenire, comunque indecifrabile. Qualcosa che li accomuna a noi.

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Corde fatte di grida// Suoni di campana attraverso l’Europa/ Secoli appesi// Rotaie che incatenate le nazioni/ Siamo solo due o tre gli uomini/ Liberi da ogni legame/ Diamoci la mano// Pioggia violenta che pettina fumi/ Corde/ Corde tessute/ Cavi sottomarini/ Torri di Babele trasformate in ponti/ Ragnatele-Pontefici/ Tutti gli amanti da un solo amor legati// Altri legami più sottili/ Bianchi raggi di luce/ Corde e Concordia// Scrivo solo per esaltarvi/ Oh sensi, oh miei diletti sensi// Nemici del ricordo/ Nemici del desiderio// Nemici del rimpianto/ Nemici delle lacrime/ Nemici di tutto ciò che amo ancora.

Guillaume Apollinaire, 1913

Di sale e sòle

29 giugno 2013

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29 giugno 1912

Da qualche parte in mezzo al mare

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Siamo partiti da Marsiglia con il tempo incerto di questa stagione strana, oggi al risveglio in mare aperto siamo già in un altro quadro, impressionista forse. Le mie impressioni si rincorrono e riflettono lo specchio d’acqua nel quale i delfini emergono a tratti e si nutrono della scia dei nostri scarti. E nutrono i miei occhi di un’energia nuova, una corrente alternata che non so rifasare. Sul ponte principale, attorniano in pochi la tavola imbandita, sulla quale si affaccendano camerieri sbarbati senza cura. Hanno divise chiazzate dalle ombre dei ricordi di altre traversate. Non voglio immaginare, sapere nulla delle loro vite. Mi basta osservarli, mentre si scambiano il disprezzo per le risibili nausee dei terricoli. Mi sporgo in direzione del buio al quale andiamo incontro e, a stomaco vuoto, cerco all’orizzonte i segni restanti delle Colonne d’Ercole. Non ho dormito affatto.

Il vento contrario tiene desta più di una veglia, ed ecco comparire accanto a me M.me Berquet, fresca al mattino, come non so più esserlo. Avrà meno di una trentina d’anni. È sulla nave per raggiungere il marito che verrà a prenderla al porto di New York. Appare in ansia. L’accolgo nel mio spazio con lo sguardo. I ricci castani sbattono ritmicamente contro i suoi occhi, pieni di sale, e confondo la sua espressione con la mia. Mi afferra un dubbio e io, che non amo l’invadenza, torno a guardare fuori e a non pensare.

Non appena in disparte, di nuovo con la mia sola compagnia, sento qualcosa che inizia a scoppiettare alla mia destra. Singhiozzi radi, che si mescolano alle grida dei delfini.

La sera precedente -sera di gala, di tartine e di lamé. Noi, due donne sole, ci attraemmo e, chiuse a difesa, provammo sollievo a fare conoscenza- mi aveva confidato che il marito, un medico, bello e dissoluto, affascinava gli altri al punto da portarlo a chiederle perdono appena conosciuti, se mai fosse caduto in tentazione. Giurandole che amava solo lei. Vissero anni mondani, la bella gente era orgogliosa di averli ai loro party, ai vernissage erano così invidiati. Non fece che un accenno alla loro intimità, ma compresi che fosse stata magnifica. Solo una macchia sembrava tormentarla. C’era una donna che più delle altre tartassava il suo compagno e lei, gelosa, un giorno, aprì un cassetto che lui lasciava incustodito.  Scoprì ciò che avevo anticipato col pensiero, ma mi guardai dal dirlo. Io, che ho vissuto tanto, credetti di poterla compatire. Mi disse che aveva deciso così di perdonarlo, raggiungerlo in America e vivere la loro storia alla giornata, sapendo di non potersi più fidare.

Le posi una mano sulla spalla, e dopo poco ci salutammo con un appuntamento al giorno successivo. Chiusi dietro di me la porta della cabina e svolsi con cura i gesti serali, per propiziare il sonno. Sforzi inutili, la brama incomprensibile di voler approfondire la mia nuova conoscenza mi tenne gli occhi spalancati fino al mattino.

Appena alzata avevo aperto la lettera che custodivo con le altre dentro lo scrigno di velluto rosso. Era datata il giorno prima della mia partenza, l’uomo scriveva di aver pensato a me fin dal risveglio, e a me aveva pensato prima di andare a letto. Su quelle righe rinfocolai per lunghi attimi l’esito raggiante della prima lettura. Poi aggiungeva frasi che mitigavano il senso di straniamento, quello per avere in cuore un tipo come lui. Era abile e sfuggente, ma ero convinta di averne compreso il nucleo.

Io su quella nave non fuggivo, cercavo giusto di vivere una vita senza lacci. Lui aveva la sua pittura che gli riempiva i giorni, e lettere e lettere, per me, per non dimenticare. Sarei tornata un giorno prossimo alla fine dell’estate, e avrei placato l’inquietudine guardandolo negli occhi.

Ci riconoscemmo entrambi soli e affamati di vita, per questo allacciammo insieme le esistenze. Ma anche lui, sposato a una moglie distante, aveva anticipato subito, come M. Berquet alla povera Emilie, l’origine dei miei tormenti. Excusatio non petita, sarei dovuta stare più attenta.

Ci tenne a farmi conoscere la sua incolpevole attitudine alla giocoleria. Alla manipolazione in cerchi concentrici di azioni reiterate e compulsive. Chiese una mano a me, e gliela concessi, per quanto non avessi tutto ben chiaro. Ciò che importava era la reciproca ammissione di fiducia, non altro. E mentre col mio pensiero accanto passava notti regolari, a me il misantropo pittore di Parigi, galante incontro di una notte di plenilunio al margine tra i campi e la città, toglieva il sonno.

Emilie Berquet è accanto a me e parla per prima, e dà segno di grande intimità, posa la testa sulla mia spalla per un momento, la risolleva, mi guarda e ride. Sono sorpresa. Mi fa,

“Qualche notte prima della partenza avevo preso l’abitudine di passeggiare sola. Parigi è una città in cui una donna libera può permettersi il lusso”, io annuisco e penso a me che faccio lo stesso, ma giro col bavero rialzato. “Sola lo sono da così tanto tempo che non mi è rimasto altro che queste camminate. Ho conosciuto un uomo, un curioso dei tanti in cui ci si può imbattere. Senza pensarci, gli ho raccontato la mia storia. Sembrava interessato, pure troppo. Giusto ieri mi ha invitato a entrare a casa sua, una stamberga abitata da artisti, drogati, e dalle loro pulci. Prima ha premesso di essere sposato e di cercare un po’ di compagnia. Vedi, non fa per me, gli ho detto. Peccato, ha risposto lui, sarei rimasto da solo per un bel po’. È orribile non trovi?”

Il suo sorriso complice invita me, tutta età e solida esperienza a rispondere che, sì, gli uomini deboli cercano la compagnia di donne libere pensando di aver vita più facile. Non tengono conto che lo scotto della nostra libertà è l’essere più esigenti, non tanto più delle puttane, quanto delle cosiddette donne perbene, le loro mogli abituate e stanche.

A sbuffi, come un treno a vapore, ogni tanto smettiamo e poi ricominciamo a ridere. Alziamo gli occhi. Il sole si è sollevato in fretta, ora le ombre si accorciano e rivelano la ruggine e il legno scrostato della lussuosa nave da crociera.

“Solo perché eravamo entrambi di Parigi mi ha fatto la proposta”, ride di nuovo, “Che ometto. Pensava di irretirmi vantando di essere un pittore.”

Il sole arroca il sale agli occhi. Mi prudono, ne lacrimo, chissà perché non sento più la voglia di tornare. Sarà un viaggio lunghissimo.

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Nella distanza e nella differenza

1 settembre 2012
(A Nastia, mia piccola musa)
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31 ottobre 1953

Caro Sig. Groucho,

mi sono accorta subito che, per qualche inspiegabile disguido postale, la lettera che mi era stata recapitata non era affatto destinata a me, e immediatamente mi sono decisa a restituirgliela senza porre tempo in mezzo. Purtroppo si è messo di traverso il destino, che ha voluto che vi venisse rovesciato sopra il the del samovar posato sullo scrittoio.

E così, nell’aprirla e nel tentare di ridurre al minimo i danni, mi perdoni ma proprio non ho resistito alla tentazione di sbirciare tra le righe. In realtà, se non vi avessi trovato alcunché di notevole, o al contrario, leggendovi una corrispondenza sconveniente, avrei evitato di aggiungere questa nota. Però, lo devo ammettere, ciò che lei ha scritto a proposito dei cinque anni (cinque anni!) trascorsi nel tentare di ricavare frutti da quella solitudine maschile, mi ha dato dapprima una stretta al cuore. E, subito dopo, leggendo che era riuscito finalmente nell’abbinamento con il sesso femminile, ma che sperava di ottenere qualcosa solo vagandosene fremente tra i cespugli nelle le notti di luna piena, mi sono detta che forse avrei potuto fornirle qualche buon consiglio. Me lo consenta, sono una donna che, grosso modo da altrettanto tempo, sta ritornando “padrona del suo io”, come ho sentito dire di recente altrove. Lei sa qual è il segreto perché una unione dia i suoi frutti? Scusi la presunzione, ma credo di poterglielo illustrare. Non è, o non è soltanto, che i due consumino bracieri di passione, che dopo una fiammata, via: non resta altro che cenere. No, il modo è un altro. Ed è proprio quel guardare lontano entrambi mentre si sta vicini, tutt’altro che un’attività sterile. Mentre piccoli refoli di esperienza si muovono tra le chiome, intanto le radici più profonde si allacciano tra loro, fortificando entrambi e creando una fertilissima, benché illusoria -come lo è per ogni cosa al mondo- impressione di un’eternità possibile. Dia retta alle parole di una donna che nella distanza e nella differenza ritrova ogni mattina, dentro a un semplice “buongiorno”, un nuovo impulso per innalzare l’anima a un nuovo stadio di consapevolezza. E allora il mio consiglio è: lasci la vita scorrere.

Nella speranza di non averla annoiata, le auguro al più presto la felice scoperta di tutta la differenza creatasi a sua insaputa e le porgo i miei rispettosi saluti,

Valentina Brodsky

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Allegato*:

26 ottobre 1953

 

Caro Hy,

vorrei poter scrivere le sette-ottocento parole che mi hai chiesto, ma ne conosco solo seicento. E poi ci sono altre ragioni.

Primo, ultimamente ho subìto diverse frustrazioni dal mio albero di avocado. L’avevo piantato nella fervida speranza che un giorno sarebbe stato carico di frutti; ebbene, cinque anni sono passati, e in tutto questo tempo non un solo avocado è mai spuntato dai suoi rami. Affranto, sono andato in un vivaio e ho spiegato la situazione al proprietario. Quando ho finito di vuotare il sacco, quello mi guarda anche più sprezzante del solito e fa:  “Non lo sa, signor Marx, che gli avocado si accoppiano, e che se vuole avere frutti deve tenere una femmina e un maschio?”. Bé, Hy, mi sono sentito girare la zucca che quasi svenivo. Sapevo che i divi del cinema debbono affrontare una trafila del genere per fare frutti, ma non avevo idea che l’avocado maschio volesse l’avocado femmina proprio come Lana vuole Lex, Frank vuole Ava e Gianni vuole Pinotto. Ripensandoci, cancella dalla lista Gianni e Pinotto. La natura funziona in modo un po’ diverso.

Bé, per farti breve questa saga minima, ho comperato il secondo albero e adesso ho entrambi i sessi in giardino. I due sono insieme solo da poco tempo e credo sia presto per dirlo, ma finora non ho notato nessuna differenza. Quello che mi sconcerta è che non si guardano mai in faccia. Se ne stanno là con gli occhi fissi davanti a sé, in austero riserbo, senza mai muovere una foglia, senza mai neppure far scricchiolare un rametto. Chissà. Forse la mia presenza li imbarazza. Una di queste notti, quando la luna è piena e il tuo corrispondente pure, voglio sgattaiolare là fuori, infilarmi nei cespugli e rimanere acquattato finché non appurerò con certezza se avrò o non avrò dei piccoli avocado.

Saluti,

Groucho

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§§§

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(Vava, una cappellaia di Londra, divenne sposa in seconde nozze di Marc nel 1951. “Secondo un articolo del “Time Magazine”, pubblicato nel 1965, lei “portò ordine nella sua vita”, anche se spesso Chagall minacciava di chiedere il divorzio se lei avesse tentato di portare ordine anche nel suo studio. Vava diceva “Divorzia da me più volte in una giornata”.” **)

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Autoritratto

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Mi tolgo il cappello davanti a te, Vava,
e il mio cuore,
che aveva smesso di battere dopo la morte di Bella.
Solo prometti di non pulire lo studio
Dove il disordine nutre la vita dell’artista
Meglio del pane e del vino.
Qui -circondato da tele, da libri,
da gocce di pittura secca come piccoli gioielli,
dal samovar che bolle sempre,
da bozzetti fissati al muro
che sventolano ogni volta
che apri la porta del mio cuore-
qui c’è il laboratorio della mia anima.
Tocca il disordine e divorzierò,
divorzierò da te,
divorzierò da te,
da te che mi hai riportato in questa vita,
lo giuro.

Marc Chagall, Autoritratto (con Vava in piedi sulla porta dello studio), 1965

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*) Lettera a Hy Gardner, tratta da Le lettere di Groucho Marx, traduzione di Davide Tortorella, Ed Adelphi, 1998

**) J. Patrick lewis e Jane Yolen, Chagall. Autoritratto con sette dita – Ed. Gallucci, 2011

Marc tra le due rive

29 giugno 2012

Parigi, 29 giugno 1910

Bella,

stamane ero in coda dal macellaio e ti pensavo. Cosa avrei dato per averti lì e tenerti per la mano. Quando è arrivato il mio turno ho chiuso il tuo pensiero in uno scrigno rosso sangue e sono rimasto fermo ad osservare. Il macellaio mi ha guardato male. Mi ha chiesto più volte: “Signore? Prego? Prego?” La gente dietro di me ha iniziato ad inveire. Ma io ero arrivato al bancone solo per osservare da vicino le bestie. E recitare, con infinito amore, “Tu, piccola mucca, nuda e crocefissa, tu sogni in Paradiso. Il coltello lampeggiante ti ha fatto salire in cielo”.

Mio nonno, pure, era macellaio. Te l’ho mai detto? Da lui mi viene il rispetto per le bestie: ogni uccisione, un rito sacrificale. Oggi, che il mio atelier non è lontano dal mattatoio Vaugirard, verso le due, le tre del mattino e il cielo è blu e sta sorgendo il giorno, laggiù, poco oltre, si sgozza il bestiame. Le vacche muggiscono e io le dipingo. Veglio così per notti intere. La rotonda della Rouche, dov’è il mio alloggio, è a Montparnasse. Ospita molti altri artisti, centinaia, e i loro ateliers. Questo Bateu Lavoir è stato costruito con i resti dei padiglioni dell’ingegner Eiffel, quelli realizzati per l’esposizione universale del 1900, e tutti gli ateliers ruotano attorno al Pavillon des vins, il cui tetto somiglia a un alveare, da cui il nome della Rouche. L’affitta lo scultore Alfred Boucher, per pochi franchi, a artisti squattrinati come me. Qui, nel cuore di Parigi, il centro dell’Europa, riecheggiano tonanti gli avvenimenti di tutto il mondo intorno.

Bella, cara, viviamo un tempo folle. Ieri, soltanto un anno fa, Marconi riceveva il Nobel per l’invenzione di quel telegrafo che è il simbolo della modernità, ma intanto a Roma il Papa impone al clero il giuramento antimodernista! Bisogna prepararsi al peggio. Nell’attesa, io vivo da esiliato. Compongo la mia pittura fatta di stati d’animo, nudo, tutto solo e fino a notte fonda. Finché non tornano ubriachi e chiassosi gli altri artisti della Rouche, e iniziano a lanciare sassi alle mie finestre perché mi unisca a loro. Ma a me non interessa. Sto solo e mi contento. Il lunedì mangio una testa d’aringa, il martedì una coda, e il resto della settimana croste di pane.

Mi chiamano il poeta. Per me però è un termine riduttivo. È vero, come per i poeti la mia è una trasfigurazione del reale. E le metafore che creo le realizzo attingendo a ciò che ho appreso in quel serraglio che racchiude uomini e bestie della tradizione ebraica e russa ma anche delle mie esperienze occidentali. Più di un poeta, però, io cerco di riunire sulla tela la calligrafia e il colore secondo una scansione musicale e così avanzo scandagliando la memoria. A volte, in queste notti insonni, dipingo con le cosce, allucinato e nudo, preda di un’eccitazione delirante. No, non spaventarti adesso. A questa follia do sfogo solo entro le mura triangolari della cella d’api della Rouche.

Un altro dei motivi per quell’appellativo è che frequento soprattutto loro, i poeti. Cendras tra gli altri mi è più vicino, a volte è lui a suggerire i titoli dei miei lavori. Eppure io da loro mi sento tanto attratto quanto distante. Non penso che la tendenza scientifica sia una cosa buona per l’arte. Impressionismo e cubismo mi sono estranei. Un giorno Apollinaire, entrato nel mio studio, si è seduto, ha sospirato, poi mi ha sorriso e ha mormorato “Soprannaturale”. Non sono un artista io, piuttosto sono una vacca. O un’altra bestia. Cosa importa. Sono il cronista di un mondo stupefatto. Trasformo le mie vacche in saltimbanchi, resuscitate dal mattatoio a colpi di pennello.

Quei poeti mi dedicano versi surrealisti e gliene sono grato. Ma più grato sono a te, Bella, che accumuli le mie lettere con pazienza, senza sapere quanto tempo sia ancora da trascorrere divisi.

Ti bacio e mi metto in attesa anch’io di avere tue notizie,

Marc

*** *** ***

Vence, 29 giugno 1951

Marc,

non sentirti in dovere di spiegare, di riempire i vuoti di parole fra di noi. Ho capito di avere tutto quello che mi serve per restare quieta, se non proprio felice. Osservo depositarsi ai tuoi piedi i coriandoli strappati e lanciati in cielo dalla memoria della tua vita. Il tuo bestiario, i tuoi riferimenti, le tue incertezze, io le conosco.

Passeggio nella Rouche delle tue opere, il tuo castello incantato costruito con le celle dei giorni vissuti, con la tua sensualità struggente, con i tuoi strali e le tue metafore del mondo. Quello che io sento che mi unisce a te, una sorpresa a questo punto della vita, affonda le sue radici nel terreno ben più profondo dell’esperienza viva, piuttosto che in quello limaccioso delle parole.

Vorrei saltare in piedi e volare da te, subito. Ma so stare. In ciò che fai resistono così vividi i temi del passato che penso che non potrai mai liberartene del tutto. Come potresti se ti sei fatto Rouche, se ormai coincidi con l’alveare?

Con tutto questo, non posso smettere di baciarti silenziosamente lungo la corda tesa della distanza.

La tua

Vavà

 

Marc Chagall – Parigi tra le due rive

Chagall è un artista che mi è molto caro. Mi basta guardarlo negli occhi in una delle tele nelle quali si ritrae felice con Bella o con Vavà per entrare immediatamente nel suo stesso stato d’animo. Sarò tornata, ora non ricordo bene, due o tre volte in visita alla sua casa di Vitebsk. I curatori di questa abitazione-museo hanno cercato di sopperire alla mancanza di arredi originali mettendo in un angolo un antico samovar, gettando sui pavimenti dei tappeti colorati e appendendo alle pareti molti scatti che ritraggono Marc Chagall in vari momenti della sua lunga vita trascorsa tra Russia, Europa e Stati Uniti. Ma è dalla veduta che si ha della casa dalla strada, veder sfilare quei mattoncini rossi dietro la staccionata, con dietro il giardino di betulle e il cielo grigio, che si pensa che quel luogo esista per un opera di magia. Sembra che sia stato Chagall ad inventare quel panorama, che prima del suo passaggio il mondo intero avesse un’aria più scialba, che non fosse ancora conosciuto il segreto di tutta l’emozione che racchiude.

L’opera di questo poeta (pardon, pittore…) è un catalogo, continuamente rinnovato, di poche e semplici icone di riferimento. Dipinge “Parigi tra le due rive” tra il ’53 e il ’56. In questa composizione onirica ci sono due città, separate dalla Senna. Rive gauche e Rive droite, ma simboleggiano la Russia e la Francia (una riva e l’altra della sua esistenza). Due diverse realtà che Parigi, l’amata Parigi, riunisce in luogo-simbolo di felicità piena. I simboli iconografici, sempre quelli, sono organizzati a partire dal colore blu, come in un fondale acquatico. La coppia (Marc e Vavà) in primo piano si muove al ritmo della musica suonata dai musicisti sullo sfondo, mentre la donna in giallo e la capra verde vegliano sulla loro felicità guardando entrambi in alto verso Parigi, il nuovo amore, la nuova esistenza.


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