Archive for the ‘Altre vite’ Category

Una stracciatella con Cortàzar

16 dicembre 2019

Il cielo si era richiuso, era passata la tempesta.

Il tempo di un brusco ballo solitario ed era andata via indignata, per chi l’aveva spiata senza ammirazione dietro fessure serrate e diffidenti. Con setole pungenti aveva inciso strie per i pericoli scampati e dipinto arazzi di rigagnoli e di pozze, di foglie e di detriti urbani.

Tra le sue quattro mura Leyla era tornata al suo primo nome e non guardava fuori. Quel giorno aveva galleggiato tra le note senza contare il passaggio delle ore. Era rimasta al chiuso, tra le luci ambrate e gli incensi, aveva ripreso le letture sospese, aspettando senza affettazione. Spettinata e distesa tra le cose incompiute e il gatto immaginario a cui avrebbe voluto accarezzare il collo.

Un cielo avverso non poteva spaventarla. Ciò che l’atterriva erano i percorsi a senso unico, i vicoli ciechi su cui sarebbe stato difficile fare retromarcia. Per questo nel bel mezzo di una conversazione, o di una passeggiata, di un pranzo, di una visita al museo, durante una proiezione al cinema, tirava fuori senza preavviso le sue domande incaute, rischiose di ottenere chiarimenti.

Ecco tornare lo scorcio del rione Monti, in fondo al quale rosseggiò un giorno, stupefacente e lontana, una delle due quadrighe sul colmo dell’Altare della Patria. Era davvero infuocata e avrebbe meritato l’omaggio di una fotografia esperta. Ma lei non era attrezzata, e non era proprio il momento di perdersi in capziose distrazioni.

Quella volta, sì, affettò noncuranza, annunciando che presto avrebbe cambiato casa. Lo disse avendo al fianco qualcuno che teneva invece ferma la speranza di mettere radici, lo disse per insinuare l’idea che, fino all’ultimo, si può sradicarsi senza averne a soffrire, per suggerire che lo sradicamento sia, tutto sommato, una buona cosa. E che senza radici autoimposte si resta liberi dal pregiudizio e si tengono lontane le paure che offuscano la comprensione del reale.

La quadriga della Libertà in fiamme glielo confermava in un tramonto che si tratteneva dallo svanire, divorato da un cielo via via più scuro, in una Roma sempre più rossa, aliena. Eradicata.

La confermò nel proposito suggerendole di chiedere se, il giorno in cui si fosse trasferita in una roulotte sotto un tetto di pini a picco su un mare ai confini dell’umanità, oppure in cima a un palazzo, uno di quelli là attorno, anzi: quello con la prua a triangolo proprio lì davanti, con la terrazza affacciata sulla loro serata straniera, se arrivato quel giorno avrebbe ricevuto le sue visite almeno di tanto in tanto. La risposta la soddisfò parzialmente e il cameriere intervenne a sollevarla dall’impaccio. Li richiamò in sala, dove era stato servito il loro tavolo. La risposta escludeva l’eremo marinaro.

Passata la tempesta, Leyla aveva cambiato definitivamente nome. Per strada rimanevano le foglie, i rami e le cartacce ma intanto il letto aveva biancheria fresca di bucato e tutto era di nuovo pulito e rassettato. Lei se ne stava pigra, spettinata e scomposta. Non aspettava visite e il suo animo limpido si beava di distrazioni ambrate. La lettura di Cortàzar per esempio, compagnia perfetta perfino in assenza di gatti. Un punto per la roulotte, o anche banalmente per un pulmino rosso simile a quel Fafner.

Tra le meditazioni ecologiche di un certo Lucas, in un paragrafo esemplare per stile e contenuti, Cortàzar affermò:

Un paesaggio, una passeggiata nel bosco, un tuffo in una cascata, un sentiero tra le rocce, possono appagarci esteticamente solo se ci viene assicurato il ritorno a casa o in albergo, la doccia lustrale, la cena o il vino, le chiacchiere dopo la cena, il libro o le carte, l’erotismo che tutto riassume e ricomincia.

E, ancora:

Un libro, una commedia, una sonata, non hanno bisogno di ritorno a casa né di doccia; è là che tocchiamo l’apice di noi stessi, dove siamo il massimo che possiamo essere.

Lei classificò quel paragrafo tra i vaticini, ne subì l’autorevolezza, sentì nitidamente la solida mano di Cortàzar accarezzarle il collo.

Tornò a immaginare la propria misantropia appagata dentro un superattico in centro città, tra i libri e le visite frequenti delle amicizie disponibili solo entro ristretti raggi.

Verso l’ora di cena la sua identità era definitivamente acclarata. Si preparò una stracciatella con brodo di dado, due uova e tre cucchiai di grana padano. Aveva deciso di mangiare perché, pur non avendo mai guardato dalle finestre per l’intera giornata, era convinta che fuori si fosse fatto buio.

Aveva appoggiato il libro a tavola accanto alle posate e stava portando alla bocca un bicchiere di vino, quando qualcuno che aveva piantato le sue radici nella sabbia e che andava e veniva senza avarizia di chilometri da quella che aveva eletto la sua casa, le inviò un’immagine piena di splendore.

Era l’aspetto attuale del mare che si frangeva sulla barriera di scogli. Colto nell’attimo in cui, spettinato e disteso tra le onde e il tramonto, probabilmente pago dei giochi con la tempesta e le sue raffiche a cento all’ora, tutt’altro che indispettito, lanciava al cielo schizzi e spruzzi di allegria.

Le venne da pensare: È lì che voglio vivere.

Accarezzò il dorso di Cortàzar e per una volta fu lei a parlargli: Un libro, una commedia, una sonata, potrei procurarmele anche dove mi ritrovassi appagata esteticamente. E, allora, tornando a casa per la doccia lustrale, la cena o il vino, le chiacchiere dopo la cena, il libro o le carte, e per l’erotismo che tutto riassume e ricomincia, sono sicura che arriverei a toccare apici ben più alti di qualsiasi superattico in centro città.

Cortàzar alzò il mento sporco di stracciatella e non disse nulla non trovando niente da ribattere, o forse perché aveva la bocca piena.

La fiera, la solitudine e i miracoli della sveglia senza sveglia

10 dicembre 2019

8 dicembre

Da quando la sveglia è disattivata Freak fa di tutto per ignorare i bruschi assalti del giorno. Apre una prima volta gli occhi alle sei e quaranta perché dall’appartamento accanto al suo la porta cigola, è la vicina che lavora in panetteria. Lei cerca di fare meno rumore possibile, una volta gliel’aveva detto, ma quando le chiavi crocchiano nella toppa Freak pensa che non riuscirà più a riaddormentarsi e si mette a pensare che per uscire dal letto ci vorrebbe una spinta dei reni che, no, in quel momento non riesce neanche a concepire, tant’è che la seconda volta si sveglia per la doppia sensazione di un ronzio familiare che non può essere la sveglia, questo riesce a capirlo, e di un’inadempienza che le costerà un rimprovero. È Froggy che l’avvisa con un messaggio di essere arrivato sotto casa. Sono le nove e venticinque ed è in anticipo di cinque minuti. Froggy non vede risposte e telefona: Guarda, risponde Freak, c’è il piccolo problema che ho aperto gli occhi adesso, sali che ti offro un caffè, fa, e intanto butta all’aria il lenzuolo e le gambe e tutto l’insieme finisce pressappoco all’impiedi. Pensa, ma solo pensa, di darsi un’aggiustata perché Froggy è già alla porta e lei gli apre tenendosi un asciugamano sul petto perché senza reggiseno Froggy non la vede da anni e non le sembra il caso tanta confidenza, potrebbe scambiarla per mancanza di rispetto. Froggy, è questo il suo rimprovero, le dice di prendersi tutto il tempo che le serve, e Freak risponde Ti faccio un caffè e mi vesto, e Peccato che non ho il tempo di lavarmi i capelli, sembro una medusa. Froggy ride perché è veramente una testa di medusa che sbuca dal pigiama e dall’asciugamano tenuto come un peplo, una medusa che si guarda nello specchio lungo in soggiorno e inscena un balletto in cui tutti i tentacoli prendono a molleggiare in ogni direzione. Froggy ride e ripete Prenditi tutto il tempo che vuoi ma Freak non vuole perderne altro, così a caffè bevuto, va in camera a cambiarsi.

Arrivano alla nuvola che la gente sta accorrendo a frotte e sembra che, visto che è domenica, abbiano scambiato la nuvola per la chiesa, ma si vede che è gente senza dio o solo gente che pensa che a dio piaccia la cultura, la nuvola e la gente che si affretta anche se non è lunedì. Per il parcheggio basta una lamentela a denti stretti di Froggy che subito si fa da parte uno che dorme in macchina e lascia loro il posto mentre probabilmente si dirige al mare, immagina a casaccio Freak, perché è lì che andrebbe lei se si svegliasse in macchina. Non ci sarà proprio nessuno adesso in quei chioschi sulla spiaggia dove puoi prendere cornetto e cappuccino e startene in santa pace a guardare le onde, un po’ per l’ora, un po’ perché il cielo è nuvolo, un po’ perché da Ostia quelli che sono svegli stanno risalendo la via Cristoforo Colombo, ignorando le chiese di ogni confessione, per dividersi tra chi andrà alla fiera del libro nel nuovo palazzo dei congressi e chi alla fiera dei videogiochi in quello più vecchio.

Le dice Froggy, che spesso è vittima di assalti da parte di associazioni d’idee senza scrupoli, Quando ho assistito alla prima lezione del professore tale, all’università, ha detto Libera ha fatto grandi cose ma il palazzo delle esposizioni è una schifezza, a quelle parole mi sono alzato, sono uscito dall’aula e sono andato direttamente in segreteria a cambiare corso. Freak pure si scandalizza in modo retroattivo e torna con la memoria all’odore dei disegni a china sulla carta lucida, ripensa a quante ore avevano dedicato ai dettagli del palazzo di Libera, ci erano entrati tanto dentro da renderlo una loro creatura e da allora nessuno dei due sopporta che se ne parli male. Per questo Freak un po’ odia la nuvola, e odia la gente che la trova così geniale. È un progetto nato vecchio, non si stanca di ripetere a chiunque, ma intanto sta entrando nell’edificio per la seconda volta in tre giorni e, che resti tra noi, non vedeva l’ora. Il ragazzo al controllo biglietti le fa una specie di inchino facendola passare e lei e la sua coda di pavone aprono la strada davanti a Froggy dicendo Si gira di qua per l’esposizione e invece per di qua si va al mezzanino dove si tengono le conferenze. E sulla nuvola? Le chiede Froggy. Freak, tutta contenta di poterlo recitare, fa: sulla nuvola c’è il business center, altri stand istituzionali e la postazione della rai.

Succede poi che Froggy paga i due caffè e il cornetto che non ottiene venga diviso in due, ha davanti un cameriere che non lo capisce forse perché è straniero oppure perché non ha sentito oppure perché ci fa e Freak invece di mettersi a sedere subito, rifà da sola la fila alla cassa perché si è scordata di chiedere una bottiglia d’acqua. Succede ancora poi che Freak si fermi davanti a un paio di stand per convincerne gli occupanti a darle retta per una certa idea editoriale e Froggy dopo poco la porti davanti a un altro stand dove entrambi si fanno prendere la mano e portano via un mazzetto a testa di raccolte poetiche che costerebbero dieci euro l’una, ma c’è lo sconto fiera. Quando Froggy dice È ora, devo andare a prendere la bambina, Freak non si scompone, visto che nell’ultimo anno ha deciso di non lesinare sulla gratitudine verso chi la lascia sola solo dopo averla a qualche titolo resa molto felice, e prima di farlo andare da sua figlia lo saluta dicendogli Grazie, cerchiamo di vederci prima di Natale. Effettivamente poi Froggy molto prima di Natale, anzi la sera stessa, si fa vedere in una fotografia vestito di rosso con in testa un cerchietto che regge due corna di renna che lo rendono molto ridicolo, soprattutto per la faccia da Billy Bob Thornton nel film Babbo Bastardo e Freak lo sa che lui sa che lei pensa questo, così evita di rispondere Sembri Billy Bob Thornton e si limita a inviare una faccina che ride, pensando che lui saprà dedurre il sottotesto.

Quindi Freak assiste a una presentazione, seduta accanto alla compagna di un suo amico scrittore, il quale con l’autrice sta davanti a tutti in veste di presentatore. Freak partecipa e cerca di distanziarsi dall’editore tronfio e supponente che nessuno vorrebbe accanto e che invece è proprio lì che un po’ interviene, un po’ si alza e passeggia, un po’ legge il giornale, un po’ i messaggi e soprattutto, quando si risiede, dalla distanza di due sedie butta più di un occhio al collant velatissimo 20 denari che Freak indossa sotto la gonna sfrangiata ad ali di pipistrello, e lo può fare perché lui lì è in posizione di forza, perché Freak è l’unica in gonna e perché per buttare più di un occhio bisogna averne almeno due e lui a quel gioco vince a mani basse visto che, indossando gli occhiali, può a buon diritto dirsi quattrocchi. In uscita dalla presentazione Freak compra una copia del libro, se la fa autografare dall’autrice, saluta l’amico scrittore e la sua compagna, riscende nell’esposizione e compra altri libri, pranza con delle polpette al sugo racchiuse in un panino, incontra una buona amica con la quale si era data un appuntamento approssimativo il giorno prima, va un po’ in giro con lei, finché non resta ancora sola. Risale sulla nuvola e partecipa alla diretta di Fahrenheit, il programma della radio che parla di libri, dove un musicista coi baffi e con gli occhiali dalla montatura spessa che lo fanno somigliare a un barbagianni, canta e suona durante gli intervalli.

Quando, verso le cinque del pomeriggio, Freak alza gli occhi per accontentare uno sbadiglio, incontra il cielo aperto. La nuvola si è come diradata, sta entrando aria piena di sapore, viene dal mare e gliela porta il senzatetto di quella mattina, cavalcando la sua auto piena di ammaccature. Si affaccia al finestrino e lei ha come l’impressione che l’aria fresca arrivi proprio da lì, come da un phon acceso. Lui grida: Vuoi salire? Ti vedo tutta sola. Freak si guarda attorno, il cantautore è preso da uno scioglilingua e il pubblico lo ascolta a occhi spalancati, senza far caso alla scala di corda che penzola dall’alto e all’inizio della sua salita, un passo dopo l’altro. Nemmeno uno che noti la gonna a pipistrello, i venti denari e la stramberia di scaldamuscoli di lana a coprire i polpacci che sbucano da sopra le scarpe da ginnastica. Mentre è sospesa in alto, a uno a uno i libri presi in giornata le cadono dalla borsa aperta, finiscono in testa a quelli sulle sedie e producono vari toc toc toc. Che male dice uno, Ahia, fa eco un altro. La fiera ammutolisce. La fiera, ora ferita, che si tramuta in bestia, ruggisce e unisce la sapienza dei suoi libri, li lega in una fascina e accende un rogo che arde alto e scocca alte scintille. Ma Freak ormai è al sicuro, lei e l’uomo della macchina viaggiano sopra strade tutte nuove. Lui indossa un panciotto beige e ha i capelli biondi, le basette e un po’ di rughe ovunque. La macchina è uno scassone tedesco di qualche decennio fa e ha fioriere appese ai finestrini. Tutto l’insieme trasuda gentilezza. Freak si fa lasciare a riva che ormai è giunta l’alba. Ringrazia, saluta e va a sedersi di schiena al sole nascente. Solo a quel punto le viene in mente di guardare il telefono: è già martedì dieci, ma questo non la stupisce, sono cose che accadono decidendo di disattivare la sveglia.

How to

7 dicembre 2019

La stava lasciando, e lei lo consolava. Le diceva di avere un’altra più importante, e lei lo incoraggiava. Si sentiva in colpa, e lei sminuiva. Perché provava un profondo, acuto dilaniamento. Avrebbe potuto coprirlo di improperi, e invece gli disse solo:

– Beh, mi è piaciuto tantissimo stare con te, ma l’ho sempre saputo che non saremmo andati lontano. D’altra parte, – scoccò un’occhiata significativa, – non abbiamo praticamente niente in comune. Anche se di te mi importa ancora. Spero che ci terremo in contatto, vorrei tanto seguire le tue evoluzioni nella vita.

Parlava e guardava il disegno del tappeto davanti alle punte dei piedi. Si tenevano lontani, lui le era seduto accanto e sottolineava parti del suo discorso con un dondolio in avanti della testa. Era d’accordo con lei maledizione.

– Vedi, sotto tanti aspetti sei molto maturo, anche più di me, perché hai saputo lanciarti al momento giusto, hai fatto scelte coraggiose e questo ti ha formato, si vede da come parli, da come ti muovi, da come ti comporti. Ma sotto tanti altri, non prenderla come una critica, se parlo così è perché a te ci tengo, e vorrei provare a trasmetterti qualcosa di positivo, qualcosa che tu possa utilizzare magari in seguito, quando un giorno potrà esserti utile, e allora chissà, forse ti verremo in mente io e queste parole, stavo dicendo, sotto tanti altri aspetti, sei ancora un ragazzino. Ecco, penso che io avrei bisogno di frequentare un uomo.

– Ecco, sì, probabilmente hai ragione. E, secondo te, cosa potrei fare per riuscirci?

Si sentì destabilizzata. Non era pronta a quella risposta interrogativa. Tipico di lui, del suo metodo per avanzare nella vita. Domandare, cercare risposte, sperimentare. Spremere le intuizioni e l’esperienza altrui. E solo dopo sporcarsi le mani. E quindi imparare, e superare i maestri. Lei lo riconosceva, non era altrettanto brava, o non aveva altrettanta faccia tosta. Fece finta di non capire.

– A fare cosa?

– A… migliorare, a diventare un uomo.

– Ma, quello verrà naturale. Non posso mica dirtelo io. Sarà l’esperienza a farti trovare la strada. L’esperienza è tutto…

– Sì ma tu dici che sono ancora un ragazzino. In cosa posso ancora migliorare?

Dialogava con lei come se fosse una conversazione qualsiasi, come se non sapesse che quella sarebbe stata l’ultima volta che si sarebbero visti. La sua neutralità la metteva a dura prova, e tentennò nel rispondere. Sapeva di dare l’impressione di tenere tutto per sé il segreto della maturità, mentre stava solo nuotando nella confusione.

La verità era che se avesse incontrato un uomo nel senso che aveva detto, forse non lo avrebbe riconosciuto. Lei stessa non si sentiva che una ragazzina, attratta da immaturi come lei. Il discorso si arrotolò su sé stesso e lui fu così gentile da proporle di uscire.

Così, l’uomo immaturo e la ragazzina supponente uscirono dalla casa, si infilarono in macchina e uscirono anche da quella, entrarono in un locale, rimasero un po’ bevendo e parlando a stento, mentre fioccavano le telefonate di controllo dell’altra, finché uscirono pure dal locale, tornando da dove erano partiti quella mattina. In conclusione, lui uscì dalla macchina da solo, lei invece guidò ancora per qualche tempo, trovò dove parcheggiare e spense il motore.

Non uscì di lì. Non le importava di ragioni o torti. Di maturità supposte. Di lezioni da dare o da imparare. Quello che voleva, che aveva sempre voluto, era restare.

Simpatia per Bianca

9 novembre 2017
Fantasizzazione su un recente gossip

Bianca l’ho sentita appena ieri. Più asciutta in viso rispetto ad altri giorni, da che Max l’ha lasciata, mi ha raccontato questo fatto:

“Se Max lo conosciamo? Siamo amici così”.

Bene, allora “Ditelo a Max che deve una spiegazione a Bianca. Non si chiude con una donna che si diceva di amare da anni, da un momento all’altro, e non in questo modo: promettendo di tornare per poi non farsi mai più vivi, negando ogni contatto”.

Aveva alzato la voce perché sentisse chiaramente il gestore del chiosco dove aveva preso una crostatina e un caffè. E che esibisce foto e dediche personali del Campioncino de stocaxxo, campione di vigliaccheria.

“Max ha lasciato la ragazza?”

Aveva già voltato le spalle al chiosco, e adesso stava gridando nella mente: “Bravo, bravo, te lo meriti Max Piaggio! Te lo meriti Max Piaggio!”.

Quella sparata l’aveva fatta sentire un po’ Nanni Moretti, il che per lei andava bene ma quelli con cui era l’avevano ripresa:

“Oh! Che ti viene in mente, la prossima volta il caffè ce lo faranno avvelenato, non potremo più tornare qui!”

Eh, pace, aveva risposto loro.

__

Glielo avrei detto subito, io che sono un’amica, se avessi saputo per tempo che stavano insieme (era lui a voler nascondere tutto, però), di scapparsene via al più presto da uno con quello sguardo vitreo.

Bravissimo a fare gli occhi dolci, ma solo quando c’è da rapinare qualche cosa.

blues-brothers

Così avevo provato a confortarla: Lui è uno che calcola, sta sempre a calcolare, e calcola di tutto. Si segna i debiti che tu non sai di avere. Sì, non lo conoscevi, prima, ma dopo un po’ non ti è sembrato strano che girasse sempre con un’agenda da strozzino sottobraccio? Fa conti su conti e si tiene bene informato, col collo ripiegato sul telefonino, di tutta la sua “roba” (che sia un accumulatore compulsivo è conclamato).

Bianca, ricorda di quando voleva che fossi una cosa sua. Avevi provato a opporti, ma Max non apprezzava che riaffermassi, incredula e offesa (tu sei una persona vera, mica l’idea di un altro), la tua individualità (la stessa per cui una volta ti ammirava da lontano) e hai deciso di cedere.

“Ma sì che sono tua”, gli ho detto un giorno (con tenerezza, in fondo  io l’amavo).

Così hai perso d’un colpo qualunque presa su di lui.

Non contavano le sue dichiarazioni? Quando diceva “Io ti adoro, sai che significa? Adorare è molto più che amare”.

Lo hai capito, meglio tardi che mai, di essere stata messa su un piedistallo (che cosa gratificante sul momento)? Trofeo che si era conquistato raggirandoti, facendo leva sulla tua buona fede. Te la ricordi la sua gelosia? Era una tattica. Serviva a prendere tempo, come la tiritera sopra i figli. Usati come scusa, come scudo o  come giustificazione del proprio stare al mondo. Una volta cresciuti sono soltanto rogne, lui perde la sua mission e gli riprende il ticchio di inseminare ancora.

Mica si può fidare di nessuno, va dicendo. Non si fida neanche quando ti dice che di te si fida. E, visto come si comporta con chi ha fiducia in lui, va da sé che non si fida nemmeno di sé stesso. Non va creduto quando incrina la voce se incontra un boxerino che vorrebbe tanto regalare ai suoi piccini. Adesso mi ricordo del calcio dato al gatto che si era intrufolato nel garage, del volo che gli ha fatto fare a metri di distanza, che mi ha raccontato ridendo di gran gusto. Ricordo anche i ceffoni mollati alla sua prole, che ogni tanto ha “appiccicato ar muro”. E quel “…Sta ancora a piàgne!”, accompagnato da un ghignetto sadico, doveva dirmi tutto. Gli insulti alla sua ex moglie. Le scortesie, le parolacce, i rutti. Quel volersi mostrare generoso facendolo pesare.

Ricordati anche, già che ci sei, che, quando aiuta qualcuno, lo fa solo per calcolo. Se servisse, che so, per mettere le mani sopra un’eredità che gli farebbe proprio comodo, lascerebbe morire un proprio caro. Che tanto era una carogna, direbbe (e lui sarebbe un avvoltoio, però).

Tu sei per natura estroversa, allegra, viva, buona. Lo eri anche per lui e, solo per lui, eri completamente aperta e gratis. Che colpo di fortuna averti trovata. Finché non sei andata oltre. Perché stargli vicino in ospedale? Cosa importava a lui se ti eri sentita morire e avevi mollato tutto per raggiungerlo? A lui fa schifo dover ringraziare chicchessia, fa orrore attivare il senso di protezione altrui. Soltanto lui deve restare il Supremo Eroe, il Conquistatore Generoso. Hai tirato la corda senza rendertene conto e, puf, non eri più quella giusta. Qualcosa di te sfuggiva al suo controllo e non è il tipo che ama le sorprese.

Con tutti quegli amici e quegli spasimanti, dei quali non t’importava e non dicevi nulla di conseguenza. E la tua smania di parlare in giro invece di voi due e del vostro presunto amore. Eh, no. Con quella giusta devono essere due corpi e un’anima: la sua. Lei deve essere disegnata con le squadrette su un piano cartesiano – non riesce proprio a capirle, e quindi a digerirle, le sfaccettature. E rilasciare solo dichiarazioni concordate, ai media come ai parenti.

Quella giusta deve consegnargli spontaneamente le sue password, la sua vita e tutti i sogni. Soprattutto, non rompere le palle. Sta a lui decidere come reagire in merito. Se decretare “no ciccia, che cosa fai, ma non ce n’è bisogno”, salvo origliare in cima alle scale le sue conversazioni con le amiche e sparlare di lei con la samaritana di turno, oppure prendere tutto senza nemmeno un grazie, per appuntarsi al petto il suo assoggettamento.

I suoi cosiddetti amici mi avevano detto troppo tardi che è uno stronzo (e chi non lo sapeva? Si sono pure stupiti) ma che con me aveva trovato forse la sua salvezza. Perché lui, poverino, lui era caduto nella buca.

Quella sua depressione in cui si rifugiava quando ti ritrovavi assurdamente sola e lo cercavi e lui, non lo sapevi mai lui dove fosse?

Già.

Più ti annullavi per venirgli incontro, più entravi tu nella buca (mentre lui ne usciva mettendoti i piedi in testa), più lui ti disdegnava, perché anche tu ormai ti eri persa e tutto indicava che lui ne fosse il responsabile.

“Ma come fa una come te a stare con uno come me?” Mi aveva domandato un tempo. Non sarei mai dovuta scendere da quel piedistallo, vero? Sarebbe stato impossibile, io ferma non ci saprei mai stare.

Che imbroglio. Hai solo perso tempo, Bianca. Se proprio devi, piangi su questa ragione, visto che non ti è dato di saperne altre. Lui invece ha perso la faccia, per questo non t’incontra. Davanti a te non può più raccontare di quanto è bravo e buono. Ma avrà sempre e comunque dei seguaci dalla sua, almeno finché morte non li separi.

Chi se ne frega. Quanto a me, il giorno del suo funerale mi andrò a fare uno spaghetto con le vongole.

___

“Davvero? Non ne sapevo nulla”. Aveva esclamato il gestore del chiosco, sporgendosi dalla sua finestrella.

“Lo dica a me se ne sapevo qualcosa”.

“Avrà scoperto che era andata con un altro, ahr ahr ahr”.

“Semmai il contrario”, aveva risposto Bianca, voltandosi per guardarlo negli occhi, mentre la frustrazione in discesa libera trovava un argine andandosi a impastare con mollichine di pastafrolla e un baffo di marmellata rimasto all’angolo della bocca. Buona la crostatina, aveva pensato in punta di lingua.

“Sei stata scema”, le avevano fatto gli altri, “bastava gridare forte: È meglio Valentino Rossi! E poi scappare via”.

 

Respirazione circolare

15 giugno 2014

 

Se rido, quello è il mondo reale. Altrimenti capita che mi ritrovi in compagnia di soggetti la realtà dei quali non mi convince a fondo. Non ridono, loro, e passano accanto a me tornando e ritornando, come un racconto circolare.

(Nella realtà i racconti circolari non esistono. La realtà esclude ogni disegno del destino. Avanza in piano, senza tornare indietro, in una quasi-assenza di ogni attrito o di binari inchiodati a terra.

E la realtà non ha necessità di una stazione. Segue leggi banali, che sono sempre le solite.

La gente non ama sentirsi rinfacciare la sua banalità. Come sarà riuscito il Nobel alla Munro, che ha scritto sempre e solamente cose in piano?

Invece i mondi dove c’è un tempo che si ripiega su sé stesso devono essere luoghi in cui si crede di star svegli ma si dorme, che ne so.)

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C’era un ragazzo con me nell’auto al mattino, Kav. Uno che pratica la scrittura, per questo quando ci avevano presentati degli amici avevo accettato senza tante domande la sua offerta di un passaggio in macchina.

Guardavo l’alba lasciare il posto al giorno, pronta a farmi schiacciare sul sedile dall’accelerazione. Stava lì lì per scattare il verde, l’autoradio pigolava a volume bassissimo, Kav stava dicendo cose che avrebbero potuto uscire benissimo dalla mia bocca.

– Non so più scrivere, non ne trovo più il senso. Mi manca il contenuto, manca il destinatario. Quello che però brucia, è il suo bisogno. Ma sai che a questo punto ogni scusa è buona per non scrivere? Dopo un po’ entro come in apnea, forse riesco anche a diventare blu prima di realizzare che devo prendere almeno una penna in mano, concentrarmi e tracciare un segno di senso compiuto (tanto mi basta per riacquistare il colorito), e poi non vado oltre.

Il suo gomito era appoggiato al finestrino aperto, sputò teatralmente il fumo della sua sigaretta e io, che non fumo più, scoprii di essere in uno di quei giorni in cui avrei potuto cedere all’offerta che non ricevetti.

Lo comprendevo, e lo stavo seguendo, ma da una certa distanza. Accettai con sollievo che un gabbiano, all’improvviso, sbucasse al di là della recinzione del cantiere aperto sulla sponda del lago, proprio a un passo dal semaforo. Lo seguii nel mezzo giro che lo riportò subito fuori dalla mia vista e lasciò la porta aperta alle associazioni mentali.

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Un giorno, messo davanti a delle frasi simili che ti avevo gettato in faccia come rinfacciandotele, avevi risposto che non importava, che quando avrei avuto qualcosa da dire l’avrei fatto e amen. Ci ero rimasta male. Mi mancava il dialogo, me lo avevi sfilato da sotto come un tappeto, e adesso stavi facendo l’indifferente. Ognuno per sé. D’accordo, in fondo non avevamo mai stretto nemmeno l’ombra di un patto.

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– E io non so più vivere-, sputai fuori, invece del fumo di una inesistente sigaretta, spezzando l’attesa del segnale della ripartenza –, ma devo. In questo caso basta lasciar fare al respiro. Non è inelegante, non disturba, non è commentabile, il respiro. Nessuno può dirne male, a meno che non sia rumoroso. O, a meno che dal respiro vengano emanati, a volte succede, odori fuori luogo. Ma il respiro è libero. Non ha bisogno di un destinatario che lo riconosca, che lo faccia suo, che gli attribuisca un senso che non ha all’origine.

Sarebbe stato meglio lasciar cadere la conversazione, neanche sapevo bene cosa avevo detto (sarebbe stato troppo ripetergli le tue parole che, in fondo, non mi hanno mai convinto). Ma Kav non ci fece caso.

– Beh, al respiro non servono giustificazioni, tutti invece mi chiedono: perché scrivi? E me lo chiedono continuamente, perfino adesso che non scrivo più.

Ci avevano affiancati una moto di grossa cilindrata a destra e un SUV a sinistra. Un lavavetri stava bussando al mio finestrino. Cercai al di sopra dell’area di cantiere, ma non trovai più nulla da osservare. Così fissai il cruscotto impolverato e con un certo sforzo ripresi:

– Dovresti fare della scrittura qualcosa di simile al respiro, un punto di partenza e di ritorno. Riconoscerne l’essenzialità senza venirne logorato. Imparare a placarla, a darle il ritmo giusto per ogni occasione. Una scrittura esatta, bastevole alla sopravvivenza, e quando il bisogno ne richiede in eccesso, non farti sopraffare, mostrale chi è più forte: fai sì che la scrittura porti ossigeno e forza, e non ne tolga, ai contenuti.

Kav ignorò anche lui auto moto e lavavetri.

– Io scrivo soltanto cose senza contenuti.

– Ti va decisamente bene, io negli ultimi tempi ci vivo, senza contenuti.

Sollevai gli occhi dalla plastica grigia per provare a guardare l’altro in faccia. Avevo detto qualcosa di più grande di me, avevo appena commesso ciò che gli proponevo di non fare. Come sarei stata giudicata?

Era giovanissimo, chissà perché fino a quel momento lo avevo considerato quasi un mio coetaneo.

– Scusami, ho appena realizzato che nemmeno ci conosciamo, ma ce l’hai la patente?

Mi rispose con un accenno di risata e mi guardò a sua volta, ma con uno sguardo serio che mi allarmò. Puntai inutilmente i piedi e gli gridai nell’orecchio:

– Ferma subito l’auto!

– Un momento e lo faccio, appena scatta il verde. Voglio tentare un racconto circolare.

Mi resi conto della trappola in cui ero caduta, ma era troppo tardi.

Al verde ci sfrecciò accanto un vento colorato, e il condensato di tutti i miei pensieri fu solamente:

“Le Fiat ormai le fanno solo in queste imbarazzanti tonalità pastello”.

Il rombo della moto lo cancellò frantumandolo in polvere di gessetto che iniziò a depositarsi su di noi in caduta libera.

Ci intonacò, anticò, ci rese in apparenza come statue.

Quando smise di scendere, alle nostre spalle un coro di clacson si stava cristallizzando in alte spire che si rincorsero veloci fino al cielo intrecciandosi tra loro. I cambi espettorarono ingenti marce grasse come tossi mal curate, grattati dai tendini nervosi e duri di mani spazientite. E fu il turno dei nulla pronunciati a perdersi lontano. Nemmeno ci raggiunsero: chiusa in quell’universo sferico, dimenticai che l’auto era rimasta lì, ferma al semaforo.

Dopo di che, dei tre colori alternati non mi importò più nulla.

Facevo altro, e intanto pensavo anche che.

..

Dopo di te passò del tempo inutile.

Ti ripetevo di tenere in conto ciò che dicevi, ma non era vero niente. Scrivevo di ogni cosa, in ogni occasione, contro ogni buon senso. Fingevo di non equivocare sia il tuo che il mio sproloquio, e intanto non vedevo le due rive allontanarsi sempre più l’una dall’altra.

Adesso posso contare altre persone che, oltre a te, hanno cercato di darmi consigli in buona fede. Non ne ho ascoltata una, è vero, ma ciascuna ha sommato il proprio segno con le altre. “Vivi e sii forte. Scrivi se te la senti”. In fondo, cosa sto predicando io stessa a un ragazzino ancora al principio del percorso?

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Qualcosa accadde dunque tra me e Kav, e fu la messa in sincronia dei respiri.

A sera fatta eravamo ancora lì fermi e seduti. Il sole tramontava e dietro ciascun finestrino faceva a turno il pubblico pagante. Il Sindaco in persona gestiva dal semaforo la biglietteria.

Ero perfettamente tranquilla, controllavo i loro movimenti senza perdere la concentrazione su quei lineamenti morbidi, quasi un invito. Ma troppa vita doveva ancora segnarlo, non lo avrei fatto io, se non per mezzo della mia metafora.

– I maori, io li ho conosciuti, tu gli somigli un po’, in questo momento… Non toccarti la faccia, resta così. Ti voglio fotografare.

– Tu li hai conosciuti, e com’erano?

– Ti dirò… spettinati, sporchi in modo tremendo e aggiungo pure che puzzavano un casino. Ma tu – gli sorrisi ma distolsi per un secondo lo sguardo, aprendo l’applicazione- Tu profumi di gesso e di matita. Sei ancora simile a un concetto astratto, a un’immagine pura, costruita a tavolino, a un Escher, o a una foto perfetta scattata in bianco e nero.

 

 

Avevo trascorso la giornata tracciando con il kajal nero sul suo viso bianco un singolo racconto circolare, dal centro delle sopracciglia una spirale si faceva strada verso l’arco che unisce, tramite il mento, un lobo assieme all’altro. La congiunzione del respiro rese possibile che non restasse impressa alcuna sbavatura.

Kav pareva soddisfatto. Aveva raggiunto un’astrazione totale di sé dal corpo, concentrando sugli occhi tutta la sua sensibilità superficiale.

Premetti col dito sull’immagine del pulsante di scatto, fu esploso un breve click artificiale, l’immagine andò subito in rete.

Calò così la notte e restò solo un respiro, ma non poteva essere visto né udito. Tutti ci abbandonarono, tornarono alle loro case, e la zona rimase transennata fino a nuovo ordine.

Mentre frotte di disparate specie d’uccelli notturni vennero a colonizzare il semaforo lampeggiante in arancione, ci addormentammo insieme, fronte su fronte. Le schiene si inarcarono concordi per ore a intervalli regolari, finché nel sonno emisi una risata di gola.

Fu a causa di una battuta veramente idiota sentita pronunciare da te qualche giorno prima.

Lui rimase immobile nel sonno, ma io ero sveglissima, e non attesi l’alba per fargli portare avanti il suo racconto circolare.

Questa era ritornata la mia storia.

Spalancai la portiera e mi precipitai a scrivere una cosa che mi bruciava di dire ormai da troppo tempo.

 

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Anemone

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Apri il ventaglio nel tuo Libero Stato.

Non di azzuffate, né di morte stagioni

né di ragazze eclettiche, né degli amici andati

potrai più ridere, mentre sfarina il tempo.

Quello che resta

quel che a ciascuno resta

quel che nelle tue intenzioni

ripartirà in eterno, ho colto

nel folto delle tue tempie azzurre

presa dal sogno

del gioco degli errori

in cui tu muori giovane e risorgi

sempre più stanco

dopo ciascuna mano.

Apri il ventaglio,

forza la porta chiusa.

Spiana le rughe agli angoli,

tendi le linee fini ora tutte spezzate.

Lascia che siano il fiore anemone di un sorriso

spasmo di un giorno bianco, buono da ricordare.

Dicotomia n. 37 – Visione: Ottimista / Pessimista (Su Cartaresistente)

20 dicembre 2013

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Il pessimismo, quando uno ci si abitua, è tanto gradevole quanto l’ottimismo.

(Arnold Bennett, Things That Have Interested Me, 1921 ) 

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[Continua a leggere su Cartaresistente]

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Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon
Disegno di Fabio Visintin

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L -6

24 novembre 2013

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Condominio e Sentimento

Bremer

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Ne senti tante sull’investitore americano

Che compra la Germania, sorvolando in aeroplano.

Però non è vero niente,

È l’invidia della gente.

Il tedesco è casa sua, ovunque sia di mano.

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Aprì gli occhi e guardò il soffitto. La sua famiglia pensava a lui quanto lui a loro? […] Forse proprio in quell’istante sua moglie si piegava sul tavolo verso i figli con un’espressione seria in volto. Sapete, bambini, se in questo periodo vostro padre è così difficile, così triste e inavvicinabile è perché si vergogna. Si vergogna come qualcuno che per una distrazione ha perso un regalo poco prima di consegnarlo. Questo regalo però non l’ha perduto nel parco e neppure in casa, non gli è caduto dalle tasche e nemmeno l’ha messo da qualche parte che non ricorda: l’ha perso dentro di sé. Per questo è così assente. Giorno e notte si scava dentro. Non avete idea, bambini, dell’oscurità che regna in vostro padre e di come lì in profondità sia quasi impossibile recuperare qualcosa. Ma vostro padre è una buona talpa e ritroverà quanto ha perduto, e così sorgerà dal letto come si sorge dal regno dei morti e allora vi chiamerà con voce allegra, perché quello che vi vorrà mostrare è la sua gioia di vivere. State attenti però. Di tanto in tanto vostro padre fa l’attore e si diverte a fare mostra di cose che non ha. […]

Jan Peter Bremer, L’investitore americano. Ed. L’Orma, 2013

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Certo che non mi aspettavo di ricevere questa notizia proprio adesso. Quando, ormai, avevo detto addio ai sogni di ricchezza.

Ho scoperto che se avessi comprato un appartamento a Berlino nel 2009, quando per alcuni mesi sono stata circuita con telefonate quasi quotidiane da un’addetta italiana di un’agenzia del posto, ed ero quasi arrivata a lanciarmi nell’impresa, quell’appartamento oggi avrebbe raddoppiato la sua rendita. Perché dal 2009, quando anche la Germania è entrata nella crisi, a Berlino gli affitti sono lievitati. L’ho scoperto durante la presentazione de “L’Investitore americano” alla Feltrinelli International vicino a Piazza Esedra, venerdì scorso, qui a Roma.

Io vivo di scrittura.

E, proprio grazie alla pubblicazione nel 2008 del mio primo (e unico) libro per l’Editore Cervigni, “Cosa c’è di vero nelle mele in un mondo senza tentazioni (a detta degli angeli)”, in poco tempo avevo ricevuto dai diritti d’autore un gruzzolo di entità né troppo grande da permettermi di non lavorare più per tutta l’esistenza, né così esigua da poterla scialacquare tutta in vizi. Io, poi, vivo con un avviso di sfratto sul groppone.

La tizia dell’agenzia ce l’aveva messa tutta per convincermi. Ma io mi ero informata per altre vie. E, capito che in Germania si vive così bene che i cittadini hanno tutto da guadagnare dal non avere casa di proprietà (ma, anzi, che chi è in affitto, ha dalla sua tali e tante garanzie da parte dello Stato, e d’altro canto canoni tanto bassi, da potersi permettere di considerare proprie, e tramandandosele generazione dopo generazione, le case altrui), ho desistito.

Poi, di recente, ho letto tutto d’un fiato “L’investitore americano” di Jan Peter Bremer. Catturata dalla descrizione della prostrazione “delirante, quasi paranoica” del protagonista in una sorta di Giornata particolare, ma per nulla stupita del fatto che i Berlinesi se ne infischiano di avere una casa di proprietà. Benché sia italiana, e cresciuta con l’idea che i risparmi vadano nascosti sotto un materasso di mattoni.

C’era Davide Orecchio in libreria, venerdì scorso. Intervistava Bremer in persona col filtro – per il pubblico – del traduttore/editore, Marco F. Solari.

Un bel match.

Si è definito il libro un “romanzo esistenzial-immobiliare”. Si è trattato delle soluzioni stilistiche che configurano il suo andamento circolare, del potere della letteratura che parla dell’impotenza della letteratura, dei virtualmente infiniti rovesciamenti di trama, immaginati dal protagonista, l’ossatura portante del tutto. Si sono svelati con l’autore i retroscena personali del periodo in cui lo scriveva, le vicissitudini parallele, la genesi dell’alter-ego, la tracotanza del vero investitore americano. Conosciuta la conclusione della vicenda reale (e il perché del – tutto sommato – lieto fine, l’unico aspetto che mi ha lasciata insoddisfatta, dove pesa la limitatezza della vita reale, che necessita sempre di scendere a compromessi, utili ma noiosi rispetto ai voli concessi dall’immaginazione).

E sono venuta a sapere che Berlino, oggi, è tutt’altro che una città che “per le sue dimensioni, è troppo vuota”. Ma che, anzi, va popolandosi sempre più. Il problema dell’alloggio si fa sempre più pressante e, ecco il punto interessante, i costi degli affitti sono praticamente raddoppiati dal 2009.

È esploso il turismo e Bremer, quando esce di casa, viene trascinato via dalla folla in direzioni sconosciute. Non può più chiedere un kebab se non ha intenzione di affrontare file di quattro ore o più davanti al chiosco che li vende. E “ogni berlinese è contento che muoia un altro berlinese”, così si libera un appartamento. Più chiaro di così non avrebbe potuto apparirmi che sono una investitrice inetta.

Ora io ogni sera torno a casa, e invece di infilarmi dentro il portoncino, vado a dormire nella carlinga di un vecchio aeroplanino rosso, per farci l’abitudine. L’ho comprato col ricavato del mio unico libro nel 2009, e l’ho parcheggiato nel giardino condominiale. Lo uso come pied-à-terre, mentre aspetto che lo sfratto diventi esecutivo.

Ma il vicinato mi invidia, mi crede una bizzarra milionaria, e io lo lascio fare.

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Tre, se includiamo i sogni

17 novembre 2013

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È venerdì sera e queste righe prendono forma sotto la luce gialla di un lampione.

Sto aspettando un autobus e piove. Non molto, appena quel che basta perché debba reggere in qualche modo l’ombrello (non vorrei bagnare la carta su cui scrivo) con lo stesso braccio che tiene aperto il mio blocchetto degli appunti.

Sul bus forse riuscirò a sedermi ma, finché sarà arrivato, la maggior parte delle parole saranno già scese alla chetichella dal cervello per andare a disperdersi in strada, mischiate alle pozzanghere e ai ruscelli di fango, cicche e foglie che si ingrossano in prossimità dei tombini otturati. In quei frangenti, nello scompiglio creato dalle gocce che per farsi strada spintoneranno termini estranei e a loro incomprensibili, voleranno di certo paroloni.

Ricadranno giù, confondendosi tra gli spruzzi delle automobili che passano. Qualcuno forse mi ritornerà aggrappato addosso. Ma sarà incattivito, e pur avendolo a disposizione con me nella minor scomodità dell’autobus, non potrò utilizzarlo. Non stasera che ho voglia di parlare di una storia lieve. Oggi che inseguo il tocco del fiocco di neve sulla spalla di chi la leggerà, non certo la stoccata della grandine.

Dunque adesso scrivo in fretta per necessità, sperando di riuscire a riconoscere, poi, davanti alla tastiera, il senso originale del tappeto di graffi neri e storti che ho steso sulla pagina.

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Oggi mi ero svegliata con la testa vuota e lo stomaco piuttosto chiuso. Sul pavimento della cucina, mentre facevo attenzione a non versare la polvere fuori dalla caffettiera, sono comparsi in un angolo del mio campo visivo gli alluci ammiccanti di Serena. Mi si sono involontariamente allargate le narici, ma le ho rimesse a posto. Mia figlia sa che non deve andare in giro per casa a piedi nudi ma, lo riconosco, non è nemmeno inverno, e lei è refrattaria – col sorriso -, a qualsiasi imposizione. Come me.

Ho registrato il fatto e non le ho detto nulla. Mi ha chiesto Come va? E non Cos’hai sognato? Come fa di solito. Le ho risposto:

– Grazie, bene. Ma ho un senso di nonna.

– Un… che?

– Devo aver sognato mia nonna. Un sogno bello, ma triste. Vediamo, forse riesco a ricordarlo.

Ho accostato il cucchiaino alla punta del naso e arricciato le labbra, mentre portavo lo sguardo verso l’alto (ma quante ragnatele. Lo sguardo è ridisceso per pudore).

– Ero in un corridoio, al termine di un sogno precedente, io stavo andando, boh… via. Nonna mi è venuta incontro con la sua vestaglietta da casa, tendendomi le braccia. Piangeva, voleva dirmi addio. Guarda, – faccio rivolta al volto impassibile di mia figlia, come se le importasse, – che lei non era una che piangeva facilmente. L’ho vista farlo, e sempre senza lacrime, solo due volte…

Serena era rimasta ferma sulla porta della cucina, in silenzio. Sembrava ancora addormentata, ma i suoi silenzi sono sempre preludi a raffiche di domande, non sempre pertinenti. Si era già fatta l’ora di mettere il turbo, precipitarsi in fretta e furia fuori, al lavoro e a scuola. L’ho liquidata in corsa, le ho detto che ci saremmo riaggiornate. Chissà se mi ricordo, ho pensato. Non riesco più a tenere facilmente uniti i pezzi di memoria.

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– Quant’è piccolo il mondo. Ah! Ah!

Laura aveva ripreso il filo del discorso iniziato solo nella sua testa, proprio mentre attraversavamo insieme l’incrocio con il semaforo che diventava rosso. Fa sempre così, Laura: Attraversa col rosso e ti mette all’improvviso in mezzo alle conversazioni tra sé e sé. A volte fa le due cose anche contemporaneamente e mi fa saltare il sistema simpatico. Che in mezzo alla strada non è il massimo.

In genere l’afferro per la giacca, se d’inverno, dal gomito d’estate, e la tiro bruscamente indietro. Appena in tempo perché una macchina non la tiri sotto.

Ma, se mi sfugge, miracolosamente sfugge anche alla macchina. E sono io che, nell’indecisione tra il lanciarmi in fuga o fare un passo indietro, mi becco la frenata, il clacson, e tutti gli improperi dell’autista.

– Allora, questo… mondo, perché mai ora si sarebbe fatto così piccolo?

Ho domandato, deglutendo fiele, appena salita sopra l’altro marciapiede, e ritrovata Laura in un’attesa tranquilla e divertita.

– Ah! Ah! No, è che l’altra mattina sono andata al funerale del cugino di mio padre, aveva ottantatré anni, poveretto, non è venuta molta gente, però, indovina? Ci ho incontrato una mia cara amica! Le ho chiesto che ci faceva lì e lei mi ha spiegato che il suo, di padre, ma da giovane eh, aveva lavorato per un lungo periodo con un cognato del vicino di casa della sorella del morto, cioè della cugina di mio padre. Renditi conto. È davvero piccolo il mondo, eh?

Io l’ho guardata gelida.

– Non è piccolo il mondo. È solo che vivete entrambe a Roma e ci sono discrete probabilità che prima o poi, per caso, vi incontriate.

Il sorriso di Laura, amica e collega di lungo corso, sostegno dei miei momenti bui, è crollato. Mi stavo per ammazzare grazie a lei, è vero, ma mi sono pentita quasi subito di averle risposto male.

Il senso di nonna in lacrime manteneva ancora la mia testa vuota e, fino a quel momento, sebbene stessimo andando a rifornirci per il pranzo, avevo la sensazione che lo stomaco fosse decisamente chiuso.

Davanti alla commessa in camice e cuffietta bianca, mentre decidevamo quale tipo di pane farci tagliare in due, e quale bontà inserirci poi all’interno, impregnate fino al midollo dei profumi di forno e di salumeria, la situazione si ribaltò improvvisamente.

Pensai ad alta voce:

– Che fame. Vorrei mangiare subito qualcosa.

Che caso. Da una porticina si materializzò un altro commesso con un vassoio ricolmo di tranci di pizza calda, farcita variamente.

– Prego, volete favorire? Assaggiate, assaggiate, e naturalmente fateci sapere che cosa ne pensate.

– Bha gnf-ert-ho… – Ho bofonchiato a guance piene, tirando a fatica fuori dalla bocca le dita che erano rimaste incastrate.

– …Glomp. Molto saporita e ben condita. La pasta mi è sembrata un po’ troppo sottile. Mi faccia prendere un altro assaggio, così le so dire meglio.

Di nuovo in strada, avevo acquistato un nuovo spirito e una nuova visione della vita.

– Ma guarda tu se queste sono coincidenze! – Ho esclamato, sorridendo radiosa all’indirizzo dell’Universo intero.

Laura si è limitata a guardarmi strano e non mi ha detto nulla.

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Mancava sì e no un’oretta all’uscita dall’ufficio. Avevo gli occhi in fiamme per aver fissato troppo il monitor. Per legge, l’azienda mi deve concedere una pausa ogni tot ore. Prima di alzarmi per sgranchire vista e gambe ho abbassato le finestre (quelle dei programmi aperti nel computer) e sollevato il cellulare, così, tanto per dare un’occhiata a cosa combinava il circondario web. In quel preciso istante, il display mostrava una chiamata in arrivo da Ariel.

– Dico, come ti viene in mente di chiamarmi per telefono, sei pazzo?

– …Eh?

Non lo so da quanto tempo non ci sentivamo. Due anni? So che nel frattempo a lui è nata una seconda figlia e io ho pubblicato un libro – dopo quella fatica, non sono più riuscita a scrivere niente -. “Sentirsi”, poi, è un concetto esagerato. Avevamo scambiato due chiacchiere superficiali ai giardinetti, tenendo d’occhio i giochi dei bambini durante un incontro casuale, a sua volta avvenuto dopo parecchio tempo dall’ultima volta, forse meno di sette o otto anni, ma insomma.

Così nella vita si finisce per rincontrarsi sempre. O forse davvero il mondo è più piccolo di una città grande come Roma.

– Ah, ho capito. Di questi tempi la gente comunica soltanto virtualmente, e quindi è strano ricevere una telefonata.

A me, escluse quelle dei familiari e le telefonate di lavoro, ormai non mi telefona più nessuno. Se guardo la cronologia delle chiamate, vedo che passa anche una settimana tra una chiamata e un’altra. L’ultima volta che ho chiesto a un uomo con cui stavo chattando “Ma non possiamo sentirci per telefono, così ci intendiamo meglio?” mi sono vista rispondere “Non capisco cosa avresti da dirmi a voce che tu non possa dirmi in chat”. Per quanto il mondo possa rimpicciolirsi, non credo che lo sentirò mai più.

Mentre Ariel, che nemmeno si era fatto vivo quando l’ho informato via fb dell’uscita del mio libro “Cosa c’è di vero nelle mele in un mondo senza tentazioni (a detta degli angeli)”, mi ha stupita dicendo solo di aver desiderato di chiamarmi fin da quel giorno.

Per parlare. Parlare, capito? Una cosa d’altri tempi. Ne fui tanto contenta che alzai la voce di proposito, lanciando sguardi a Laura, di sottecchi, per vedere se fosse interessata alla mia novità.

Col mio ex ragazzo dell’università, attraverso un contrappunto di timbri e toni delle voci, siamo saltati di palo in frasca più veloci di qualsiasi digitazione, scambiato il senso di un affetto che non passa, e tutto senza uso di emoticon.

Perfino ricordato i nonni.

Il suo, che mi ha accolto alla sua tavola per pranzo ogni giorno per diversi anni, trattandomi come se fossi sua nipote e che, da morto, mi ha avuta tra quelli che piangevano sinceramente al suo funerale.

La mia, di nonna, beh, chi se la scorda? Ai miei ragazzi il suo spirito libero è sempre piaciuto. A lei qualche ragazzo è stato più caro di altri.

Nel tempo di una telefonata, abbiamo rimesso in squadro il puzzle di lavori, amici, famiglie, fatti belli e meno belli accaduti in tanti anni.

– C’è una sola cosa che non riesco a fare e mi dispiace proprio. Suonare.

– Da quanto tempo?

– Mah, suonerò sì e no un paio d’ore… al mese.

– Al mese?! – Ma, per cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno ho aggiunto:

– L’importante è tenere le dita allenate.

– Ah! Per quello non c’è problema, ci do giù di p***e!

– Ti sei dato al flauto, insomma.

Ariel, di norma, suona quel buffo strumento che portò con sé in vacanza un’estate a casa di mia nonna. La convivenza tra soggetti orgogliosi e capoccioni in misura uguale non era affatto scontata. Eppure in qualche maniera riuscì, e lasciò il segno, tanto che nonna – che proprio non era il tipo – di nuovo a Roma, un giorno che stavo rientrando dalla facoltà, mi venne incontro in corridoio tendendo verso di me le braccia, per raccontarmi un sogno della notte precedente:

– Avevo aperto la porta di una stanza completamente vuota, tutta azzurra, e seduto proprio al centro c’era quel tuo ragazzo, che suonava il suo buffo strumento, quello che somiglia a una chitarra…

– Si chiama basso, nonna.

– Eh, il comesichiama. Pensa che nel sogno seguivo chiaramente tutta la melodia.

Un sogno corredato di suoni e di colori, nientemeno. Come quello che avevo fatto io la notte scorsa.

Chiusa la telefonata, ho fatto un fischio a Laura. Lei si è girata con un’espressione ambigua.

Le ho raccontato di quelle strane coincidenze ma mi ha freddato dicendo:

– Guarda: è solo che vivete entrambi a Roma.

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Vagone della Linea B, ancora troppo pieno alle otto di sera. Appena si liberava un posto, qualcuno me lo soffiava subito da sotto il naso, atterrando in volo con una culata sul sedile. Ma ero presa da altro. Cercavo di scaricare un brano da Youtube, e mentre armeggiavo con il cellulare che si bloccava sempre, arrivavamo alla stazione di Piramide.

La metro se la prendeva comoda. Poteva darsi che il conducente fosse sceso a far pipì, o stesse aspettando uno che venisse a dargli il cambio. O dovesse prendere tempo e rallentare, per la troppa vicinanza con la corsa che precedeva. Una volta, non molto tempo fa, un treno ne ha tamponato un altro. Da quello che si è visto in televisione, non dev’essere stato molto molto divertente.

Ma non è quasi mai il caso di agitarsi, in qualche modo a Roma ce la si fa sempre, purché non venga a piovere, allora lo scenario rischia di diventare apocalittico.

Neanche gli altri passeggeri sbuffavano, sembrava che non importasse neanche a loro di far tardi, ciascuno perso nei propri pensieri o preso da qualche provvidenziale distrazione. Come quei cinque ragazzini sui quattordici anni.

Uno era un piccoletto curatissimo, con un taglio di capelli rifilato su nuca e basette, occhiali dalla montatura importante, trench, sciarpetta. Neanche un pelo in faccia o sulle braccia. Un tipo intellettuale che forzava la voce mezza ottava più in basso di quanto gli consentisse la natura.

Era lui, incredibilmente, il maschio alfa. Accennava a qualcosa che si trovava sulla banchina, gli amici seguivano i suoi tronfi proclami, annuivano e ridevano. Creaturine.

Diceva:

– Più piano, sì, cammina più lentamente, che tanto qui nessuno cià fretta. E daje signo’, te stamo a ‘spettà tutti! E mòvi quelle gambe, nun è che se allunghi le mani arrivi prima ! Ah! Ah!

Ah! Ah! Gli facevano eco in coro gli amici, allo stronzetto.

Separati solo dalle loro stesse schiene, in abiti che ostentavano informalità, tre ragazzine stavano in silenzio ad ascoltarli. Sembravano più vecchie del primo gruppetto di appena un paio d’anni. Occhiate torve circolavano tra loro.

Intanto il treno aveva ripreso la sua corsa e il buio oltre i finestrini si stava chiazzando di tracce chiare di pioggia.

Lui, ancora quello con gli occhiali, aveva attaccato a parlare di musica, di basso elettrico, in particolare. (Viviamo a Roma, dunque prima o poi sentiremo inevitabilmente parlare di basso elettrico due volte nello stesso giorno. Tre, se includiamo i sogni.)

Cominciavo a intuire che fossero membri di un gruppo, e stessero tornando da un pomeriggio di prove per qualche concerto. La mia attenzione captò i sommessi dialoghi delle tre ragazze.

– Ho sentito bene?

– Oddio, il migliore bassista al mondo… quello dei Led Zeppelin! Ma dove siamo capitati? È pos-si-bi-le cambiare vagone?

Lei era l’indiscussa capo banda. Le altre si limitavano a ricamare attorno alle sue parole. Neanche un sorriso usciva fuori dal terzetto.

I maschi, un filo intimoriti, ripresero a vantarsi.

– Il più fico però è, come si chiama, il bassista dei Dream Theater…

Apperò.

Sterzarono sulla tecnica, ma qui ci fu uno scivolone. Uno chiese a quello con gli occhiali come facesse a suonare il pianoforte senza saper leggere la chiave di basso. Lui si prese del tempo per rispondere. Le donne intanto erano ammutolite, e per un po’ si riuscì a sentire di nuovo il rollio del mezzo sulle traversine.

– Guarda che nessuno suona leggendo contemporaneamente lo spartito.

Le tre sgranarono gli occhi. Lui se ne accorse e aggiustò il tiro:

– Voglio dire quasi nessuno… Insomma, uno prima si studia lo spartito e dopo suona.

– E magari segna la diteggiatura a matita sopra le note… – Gli chiusero la bocca le ragazze.

Stazione di Magliana, in galleria avrei perso il segnale. Avevo scaricato tre volte solo l’inizio del brano,  oltre non riuscivo proprio ad avanzare. Sul display era comparsa la scritta “Memoria insufficiente”. Ormai il vagone era quasi del tutto libero. A uno a uno si erano ritrovati seduti, a fronteggiarsi faccia a faccia, il gruppo dei ragazzi e quello delle ragazze.

Avevo trovato perfino io da sedere accanto al tipo con gli occhiali. Mi ero messa le cuffie, e fatta partire la canzone frammentata. Per qualche secondo non sentii altro che note. Ma vedevo bene il gioco di sguardi.

Scesero tutti i ragazzi ad uno ad uno, tranne il tipo con gli occhiali. Alla penultima stazione eravamo fuori io e due delle tre ragazze.

A percorrere l’ultimo tratto fino al capolinea erano rimasti solo i due capibanda. Lui, con i suoi occhiali messi per storto e lei con lo sciatusc che le pendeva dalla coda smosciata.

Stavano rigidi e zitti, sminuiti non solo nel volume azzerato della voce, ma anche in quello dello spazio che ora occupavano, come se il dissolversi del gruppo avesse amputato parte del loro corpo. Stretti infossati dentro le loro spalle, osservavano baluginare il proprio riflesso nel vetro appannato, giusto oltre la testa dell’imbarazzato dirimpettaio. Mi era presa una fitta all’altezza dello stomaco per loro.

Li ho osservati finché il vagone non è scomparso dalla vista, poi sono salita in strada ad aspettare l’autobus. Pioveva sì, ma piano, e l’Apocalisse sembrava ancora lontana.

Ho aperto l’ombrello. E preso il taccuino.

Avevo la testa piena di parole, e lo stomaco che si contorceva dolorosamente. Mi aveva afferrato all’improvviso una fame, una spaventosa fame di esistenza e di scrittura.

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Fantasmi

1 ottobre 2013

Glenn Gould – Bach, The Goldberg Variations, BMV 998

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Che paura.

A inizio anno ho aperto il mio profilo fb. Non dirò che non me l’aspettavo, ma tra le prime a chiedermi “l’amicizia”  si sono presentate proprio le persone che nel tempo si erano allontanate o dalle quali avevo preso le distanze accettando la cosa come inevitabile segno del tempo che scorre e tutto porta via.

Come se non bastasse la profanazione della memoria che compio quando racconto del passato in questi post, ecco venirmi meno alcune piccole solidissime convinzioni che mi hanno sempre permesso di lasciar andare, e proseguire oltre.

Chi muore tace e chi vive si da pace.

Insomma.

Non mi concedo pace, so che basterebbe richiudere il vaso scoperchiato ma non riesco. Riempirlo è semplice, è come fare il cambio di stagione: man mano che si avanza nella vita, si piega e si accatasta tutto il vecchio sottovuoto. Ma basta una minima immissione d’aria e i morti tornano. Quelli veri e quelli ancora vivi, hai voglia a spingerli di nuovo dentro, non ci stanno. Vorrei scoprire qual è la lezione. Qual è il vantaggio che si può sperare di ottenere facendo tornare in vita certi fantasmi.

Un volo pindarico. Salto sopra sopra tutti gli altri esempi e mi soffermo sulla fotografia di un cane maremmano.

Ho pensato Mitzi? (Mitzi, che mi leccava ansiosa quando piangevo di rabbia e di stanchezza la notte prima dell’esame – bussavo al portone del suo padrone, implorandolo di darmi il suo pennino 0,1 ché i miei li avevo spezzati tutti e non sapevo come chiudere le tavole. Mitzi che, un’altra volta, cercava di avvertirmi col suo ululato strano, un attimo prima che il suo compagno folle di gelosia mi azzannasse la gamba. Mitzi che ho salutato per sempre baciandola sul musetto peloso e che sapeva, ma non aveva avuto altra forza per esprimersi che dare un ultimo sventolio di coda e roteare gli occhi tristi su di me).

Siamo stati in due a fare un simile pensiero e, no, non era Mitzi, aveva risposto il padrone di un tempo, ma un altro cane molto somigliante.

Ormai insufflati di quell’aria nuova, sono riapparsi sulla scena del ricordo tre giovani fantasmi in un giardino e un quarto – molto più fantasma – in trasparenza. E sono saltati fuori pure, a casaccio, il pianoforte di Glenn Gould, un basso, uscite per concerti e film, il primo Nanni Moretti e con lui una poesia che avevo trascritto e poi letto e consumato, e infine messa via con tutte le altre cose. Adesso che non posso più tenermela, e in fondo è anche su Youtube, ve la regalo:

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Ecce Bombo – La telefonata di Luciano

Ne ho presi tre miliardi di bastonate…
Ne ho scritte trecento di poesie…
(e anche due trattati di urbanistica e uno d’arredamento)
Scusa, faccio piano perché qui c’è… c’è gente.

Quando mi chiami

Quando mi chiami
improvvisa fiorisce la speranza
i tuoi occhi sono la luce nel mio buio.
E al suono della tua voce,
strette le mie mani nelle tue
dimentico chi calpesta il passero caduto
e il mondo che riempie di paura questo cuore.
Quando mi chiami
io esisto con te,
perché tu esisti nella realtà del sole.

Ho finito, grazie. Arrivederci. Click

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(Ora che c’è un po’ più spazio, potrò richiuderlo questo benedetto vaso?)

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Calligrammi

23 luglio 2013

New York, 1913

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È un po’ che sono ferma qui, dopo lo sbarco dal piroscafo non ho avuto molte occasioni di far valere la mia appartenenza al vecchio continente e ho qualche remora a entrare nei giri di una certa levatura. Sto quasi in incognito, a osservare lo svolgersi delle giornate, in parte soggiogata dal timore del pregiudizio verso gli europei, presente più che mai ora che è si è sparsa la voce dei venti di guerra. I newyorkesi ce l’hanno in particolar modo con gli italiani, ma noto che la maggior parte delle persone non sa neanche distinguere un tedesco da un francese.

Ho provato ad aggiornarti tappa per tappa del colore e del tono dei miei giorni, ma comunicare attraverso questo oceano che si fa ogni giorno sempre più vasto, è difficile, e si perde così tanto dei dettagli.

Immaginerai allora, forse, come apro con mani impazienti i tuoi cablogrammi, e le ormai rarissime lettere. Sono allenata però, e quasi non mi sforzo più di restare fedele alle parole, di non allontanarmi, portata alla deriva dell’oggettività, dal senso che mi verrebbe più facile leggervi, ma che non è.

Stanotte siedo sul gradino più alto della scala che conduce al tetto terrazzato, mantengo la porta aperta poggiandovi la schiena e guardo una luna piena che, come sempre, accorcia le distanze e somiglia a uno specchio nel quale cerco di intravedere riflessa la sagoma di Parigi, o almeno il guizzo di colore di una spiga di quell’erba aromatica che punteggia i bordi delle strade e le profuma inconfondibilmente.

Quassù tira una brezza fresca e, confuse tra i riverberi delle luci cittadine e il profumo di basilico portato fino a me dai vasi sul davanzale, mi riescono frasi leggere da indirizzare a te.

Com’è l’alloggio, hai chiesto.

A occhio saranno circa quaranta metri quadri, il pavimento è rustico, coperto di piastrelle da pochi soldi. Muri e soffitto sono bianchi, intonacati non di fresco. Non un quadro ad allietare le pareti. I mobili sono piuttosto nuovi ma dozzinali e già provati dall’uso. Appena meno di ciò che mi aspettavo di trovare, per il prezzo pattuito con la proprietà.
Troviamo qui ricovero in cinque, distribuite in un totale di tre camere. Dormiamo a due a due, strette in piccoli letti incastrati nelle due stanze più anguste. La più gracile di noi, invece, si rannicchia a sera sul divano, coperta da un lenzuolo con certi buchi che si guarda bene dal rammendare. Io stessa chiudo un occhio. Ripeto a me e alle altre che in fondo non è che una sistemazione temporanea. Di fatto una pensioncina consigliata dal passaparola tra emigranti di medio ceto. Ma, te lo dirò sottovoce e forse lo avrai già indovinato, in frangenti come questi, io quasi preferisco le scomodità. È vivendolo dal basso che si fa maggiore esperienza di un luogo.
Qui in America sorgono edifici nuovi di continuo. E si fa un largo uso del ferro e del cemento, la caratteristica più sgradevole dei quali consiste nella trasmissione del rumore. Una voce risuona per metri e metri, cammina lungo le pareti da un appartamento all’altro, viaggia dall’alto al basso, e viceversa. Sembra di essere circondati da fantasmi.
Quando mi affaccio sulla baia, da una finestra al secondo piano di questo casermone, cercando di spaziare con lo sguardo, devo sperare in una giornata buona, o di riuscire a ignorare i litigi, le risa, i dischi suonati ad alto volume dai grammofoni.
Siamo soltanto viaggiatori in sosta temporanea, tutti. Ma sono molti coloro che cedono alla necessità di riprodurre il posto da cui provengono, i suoni, le immagini, gli odori in grado di tratteggiare, ovunque ci si ritrovi, i confini di una cosmogonia del tutto personale. Saper vivere senza radici è una capacità rara, e considerato quanto questo stato porti spesso alla pazzia, come biasimarli?
Già da qualche tempo, complice il clima afoso del giorno, nelle strade non c’è più il solito via vai. Poche automobili, qualche strillone agli angoli al mattino. I miei ragionamenti si svolgono sempre più solo tra me e me, e spesso mi trovo a immaginare di riprendere in mano la valigia e spingermi un altro passo più in là.

Mi sono allontanata tanto, lo sai, ma non riesco ancora a dirmi soddisfatta. È come se fossi stata già in questo posto decine di volte in precedenza. Quasi mi annoio, non mi sorprende niente.
La gente che ho attorno è buona, e cortese, almeno in apparenza. La proprietaria viene a informarsi se va tutto bene, lo fa più volte al giorno. Porta spesso con sé bevande e ghiaccio tritato dal proprio frigidaire, si informa di come vanno le cose per ciascuna. Quanto a noi, io ogni giorno scrivo e riscrivo ancora i miei racconti, quindi, tornata all’appartamento dopo una delle mie belle scarpinate, dapprima ceno con le coinquiline, poi mi ritiro.

Ma prima di addormentarmi ce ne vuole. Le russe nemmeno bevono vodka ma appaiono sempre ubriache, tanto e talmente a lungo ridono e confabulano al chiuso della camera dove trascorrono la notte. Fanno un baccano che la metà sarebbe sufficiente. La stessa ospite del divano scoppia a volte in fragorose risate nel sonno, che fanno sobbalzare me e la schiena della donna con cui divido il letto, una che si alza prima dell’alba e rientra a notte fonda senza fare rumore e che, per la sua estrema riservatezza, ancora non ho capito bene chi sia.

Domani mattina mi recherò a pranzo presso certi amici del posto, imbandiranno la tavola già a mezzogiorno. Spero di vincere questo fastidio montante per ogni contatto umano perché, ti ho detto, mi stanno attorno persone gentili, dalle quali c’è almeno da guadagnare in serenità.

Ma all’alba raggiungerò il porto a piedi, troverò un angolo quieto sul molo più lontano e osserverò in direzione della città le evoluzioni degli uccelli in battuta di pesca. Li guarderò allontanarsi in alto, prima di ricadere in picchiata. Li vedrò scomparire controsole, per lunghi attimi ridotti a calligrammi, segni di un qualche linguaggio antico o ancora in divenire, comunque indecifrabile. Qualcosa che li accomuna a noi.

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Corde fatte di grida// Suoni di campana attraverso l’Europa/ Secoli appesi// Rotaie che incatenate le nazioni/ Siamo solo due o tre gli uomini/ Liberi da ogni legame/ Diamoci la mano// Pioggia violenta che pettina fumi/ Corde/ Corde tessute/ Cavi sottomarini/ Torri di Babele trasformate in ponti/ Ragnatele-Pontefici/ Tutti gli amanti da un solo amor legati// Altri legami più sottili/ Bianchi raggi di luce/ Corde e Concordia// Scrivo solo per esaltarvi/ Oh sensi, oh miei diletti sensi// Nemici del ricordo/ Nemici del desiderio// Nemici del rimpianto/ Nemici delle lacrime/ Nemici di tutto ciò che amo ancora.

Guillaume Apollinaire, 1913


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