Archive for the ‘Altre vite’ Category

Simpatia per Bianca

9 novembre 2017
Fantasizzazione su un recente gossip

Bianca l’ho sentita appena ieri. Più asciutta in viso rispetto ad altri giorni, da che Max l’ha lasciata, mi ha raccontato questo fatto:

“Se Max lo conosciamo? Siamo amici così”.

Bene, allora “Ditelo a Max che deve una spiegazione a Bianca. Non si chiude con una donna che si diceva di amare da anni, da un momento all’altro, e non in questo modo: promettendo di tornare per poi non farsi mai più vivi, negando ogni contatto”.

Aveva alzato la voce perché sentisse chiaramente il gestore del chiosco dove aveva preso una crostatina e un caffè. E che esibisce foto e dediche personali del Campioncino de stocaxxo, campione di vigliaccheria.

“Max ha lasciato la ragazza?”

Aveva già voltato le spalle al chiosco, e adesso stava gridando nella mente: “Bravo, bravo, te lo meriti Max Piaggio! Te lo meriti Max Piaggio!”.

Quella sparata l’aveva fatta sentire un po’ Nanni Moretti, il che per lei andava bene ma quelli con cui era l’avevano ripresa:

“Oh! Che ti viene in mente, la prossima volta il caffè ce lo faranno avvelenato, non potremo più tornare qui!”

Eh, pace, aveva risposto loro.

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Glielo avrei detto subito, io che sono un’amica, se avessi saputo per tempo che stavano insieme (era lui a voler nascondere tutto, però), di scapparsene via al più presto da uno con quello sguardo vitreo.

Bravissimo a fare gli occhi dolci, ma solo quando c’è da rapinare qualche cosa.

blues-brothers

Così avevo provato a confortarla: Lui è uno che calcola, sta sempre a calcolare, e calcola di tutto. Si segna i debiti che tu non sai di avere. Sì, non lo conoscevi, prima, ma dopo un po’ non ti è sembrato strano che girasse sempre con un’agenda da strozzino sottobraccio? Fa conti su conti e si tiene bene informato, col collo ripiegato sul telefonino, di tutta la sua “roba” (che sia un accumulatore compulsivo è conclamato).

Bianca, ricorda di quando voleva che fossi una cosa sua. Avevi provato a opporti, ma Max non apprezzava che riaffermassi, incredula e offesa (tu sei una persona vera, mica l’idea di un altro), la tua individualità (la stessa per cui una volta ti ammirava da lontano) e hai deciso di cedere.

“Ma sì che sono tua”, gli ho detto un giorno (con tenerezza, in fondo  io l’amavo).

Così hai perso d’un colpo qualunque presa su di lui.

Non contavano le sue dichiarazioni? Quando diceva “Io ti adoro, sai che significa? Adorare è molto più che amare”.

Lo hai capito, meglio tardi che mai, di essere stata messa su un piedistallo (che cosa gratificante sul momento)? Trofeo che si era conquistato raggirandoti, facendo leva sulla tua buona fede. Te la ricordi la sua gelosia? Era una tattica. Serviva a prendere tempo, come la tiritera sopra i figli. Usati come scusa, come scudo o  come giustificazione del proprio stare al mondo. Una volta cresciuti sono soltanto rogne, lui perde la sua mission e gli riprende il ticchio di inseminare ancora.

Mica si può fidare di nessuno, va dicendo. Non si fida neanche quando ti dice che di te si fida. E, visto come si comporta con chi ha fiducia in lui, va da sé che non si fida nemmeno di sé stesso. Non va creduto quando incrina la voce se incontra un boxerino che vorrebbe tanto regalare ai suoi piccini. Adesso mi ricordo del calcio dato al gatto che si era intrufolato nel garage, del volo che gli ha fatto fare a metri di distanza, che mi ha raccontato ridendo di gran gusto. Ricordo anche i ceffoni mollati alla sua prole, che ogni tanto ha “appiccicato ar muro”. E quel “…Sta ancora a piàgne!”, accompagnato da un ghignetto sadico, doveva dirmi tutto. Gli insulti alla sua ex moglie. Le scortesie, le parolacce, i rutti. Quel volersi mostrare generoso facendolo pesare.

Ricordati anche, già che ci sei, che, quando aiuta qualcuno, lo fa solo per calcolo. Se servisse, che so, per mettere le mani sopra un’eredità che gli farebbe proprio comodo, lascerebbe morire un proprio caro. Che tanto era una carogna, direbbe (e lui sarebbe un avvoltoio, però).

Tu sei per natura estroversa, allegra, viva, buona. Lo eri anche per lui e, solo per lui, eri completamente aperta e gratis. Che colpo di fortuna averti trovata. Finché non sei andata oltre. Perché stargli vicino in ospedale? Cosa importava a lui se ti eri sentita morire e avevi mollato tutto per raggiungerlo? A lui fa schifo dover ringraziare chicchessia, fa orrore attivare il senso di protezione altrui. Soltanto lui deve restare il Supremo Eroe, il Conquistatore Generoso. Hai tirato la corda senza rendertene conto e, puf, non eri più quella giusta. Qualcosa di te sfuggiva al suo controllo e non è il tipo che ama le sorprese.

Con tutti quegli amici e quegli spasimanti, dei quali non t’importava e non dicevi nulla di conseguenza. E la tua smania di parlare in giro invece di voi due e del vostro presunto amore. Eh, no. Con quella giusta devono essere due corpi e un’anima: la sua. Lei deve essere disegnata con le squadrette su un piano cartesiano – non riesce proprio a capirle, e quindi a digerirle, le sfaccettature. E rilasciare solo dichiarazioni concordate, ai media come ai parenti.

Quella giusta deve consegnargli spontaneamente le sue password, la sua vita e tutti i sogni. Soprattutto, non rompere le palle. Sta a lui decidere come reagire in merito. Se decretare “no ciccia, che cosa fai, ma non ce n’è bisogno”, salvo origliare in cima alle scale le sue conversazioni con le amiche e sparlare di lei con la samaritana di turno, oppure prendere tutto senza nemmeno un grazie, per appuntarsi al petto il suo assoggettamento.

I suoi cosiddetti amici mi avevano detto troppo tardi che è uno stronzo (e chi non lo sapeva? Si sono pure stupiti) ma che con me aveva trovato forse la sua salvezza. Perché lui, poverino, lui era caduto nella buca.

Quella sua depressione in cui si rifugiava quando ti ritrovavi assurdamente sola e lo cercavi e lui, non lo sapevi mai lui dove fosse?

Già.

Più ti annullavi per venirgli incontro, più entravi tu nella buca (mentre lui ne usciva mettendoti i piedi in testa), più lui ti disdegnava, perché anche tu ormai ti eri persa e tutto indicava che lui ne fosse il responsabile.

“Ma come fa una come te a stare con uno come me?” Mi aveva domandato un tempo. Non sarei mai dovuta scendere da quel piedistallo, vero? Sarebbe stato impossibile, io ferma non ci saprei mai stare.

Che imbroglio. Hai solo perso tempo, Bianca. Se proprio devi, piangi su questa ragione, visto che non ti è dato di saperne altre. Lui invece ha perso la faccia, per questo non t’incontra. Davanti a te non può più raccontare di quanto è bravo e buono. Ma avrà sempre e comunque dei seguaci dalla sua, almeno finché morte non li separi.

Chi se ne frega. Quanto a me, il giorno del suo funerale mi andrò a fare uno spaghetto con le vongole.

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“Davvero? Non ne sapevo nulla”. Aveva esclamato il gestore del chiosco, sporgendosi dalla sua finestrella.

“Lo dica a me se ne sapevo qualcosa”.

“Avrà scoperto che era andata con un altro, ahr ahr ahr”.

“Semmai il contrario”, aveva risposto Bianca, voltandosi per guardarlo negli occhi, mentre la frustrazione in discesa libera trovava un argine andandosi a impastare con mollichine di pastafrolla e un baffo di marmellata rimasto all’angolo della bocca. Buona la crostatina, aveva pensato in punta di lingua.

“Sei stata scema”, le avevano fatto gli altri, “bastava gridare forte: È meglio Valentino Rossi! E poi scappare via”.

Respirazione circolare

15 giugno 2014

 

Se rido, quello è il mondo reale. Altrimenti capita che mi ritrovi in compagnia di soggetti la realtà dei quali non mi convince a fondo. Non ridono, loro, e passano accanto a me tornando e ritornando, come un racconto circolare.

(Nella realtà i racconti circolari non esistono. La realtà esclude ogni disegno del destino. Avanza in piano, senza tornare indietro, in una quasi-assenza di ogni attrito o di binari inchiodati a terra.

E la realtà non ha necessità di una stazione. Segue leggi banali, che sono sempre le solite.

La gente non ama sentirsi rinfacciare la sua banalità. Come sarà riuscito il Nobel alla Munro, che ha scritto sempre e solamente cose in piano?

Invece i mondi dove c’è un tempo che si ripiega su sé stesso devono essere luoghi in cui si crede di star svegli ma si dorme, che ne so.)

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C’era un ragazzo con me nell’auto al mattino, Kav. Uno che pratica la scrittura, per questo quando ci avevano presentati degli amici avevo accettato senza tante domande la sua offerta di un passaggio in macchina.

Guardavo l’alba lasciare il posto al giorno, pronta a farmi schiacciare sul sedile dall’accelerazione. Stava lì lì per scattare il verde, l’autoradio pigolava a volume bassissimo, Kav stava dicendo cose che avrebbero potuto uscire benissimo dalla mia bocca.

– Non so più scrivere, non ne trovo più il senso. Mi manca il contenuto, manca il destinatario. Quello che però brucia, è il suo bisogno. Ma sai che a questo punto ogni scusa è buona per non scrivere? Dopo un po’ entro come in apnea, forse riesco anche a diventare blu prima di realizzare che devo prendere almeno una penna in mano, concentrarmi e tracciare un segno di senso compiuto (tanto mi basta per riacquistare il colorito), e poi non vado oltre.

Il suo gomito era appoggiato al finestrino aperto, sputò teatralmente il fumo della sua sigaretta e io, che non fumo più, scoprii di essere in uno di quei giorni in cui avrei potuto cedere all’offerta che non ricevetti.

Lo comprendevo, e lo stavo seguendo, ma da una certa distanza. Accettai con sollievo che un gabbiano, all’improvviso, sbucasse al di là della recinzione del cantiere aperto sulla sponda del lago, proprio a un passo dal semaforo. Lo seguii nel mezzo giro che lo riportò subito fuori dalla mia vista e lasciò la porta aperta alle associazioni mentali.

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Un giorno, messo davanti a delle frasi simili che ti avevo gettato in faccia come rinfacciandotele, avevi risposto che non importava, che quando avrei avuto qualcosa da dire l’avrei fatto e amen. Ci ero rimasta male. Mi mancava il dialogo, me lo avevi sfilato da sotto come un tappeto, e adesso stavi facendo l’indifferente. Ognuno per sé. D’accordo, in fondo non avevamo mai stretto nemmeno l’ombra di un patto.

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– E io non so più vivere-, sputai fuori, invece del fumo di una inesistente sigaretta, spezzando l’attesa del segnale della ripartenza –, ma devo. In questo caso basta lasciar fare al respiro. Non è inelegante, non disturba, non è commentabile, il respiro. Nessuno può dirne male, a meno che non sia rumoroso. O, a meno che dal respiro vengano emanati, a volte succede, odori fuori luogo. Ma il respiro è libero. Non ha bisogno di un destinatario che lo riconosca, che lo faccia suo, che gli attribuisca un senso che non ha all’origine.

Sarebbe stato meglio lasciar cadere la conversazione, neanche sapevo bene cosa avevo detto (sarebbe stato troppo ripetergli le tue parole che, in fondo, non mi hanno mai convinto). Ma Kav non ci fece caso.

– Beh, al respiro non servono giustificazioni, tutti invece mi chiedono: perché scrivi? E me lo chiedono continuamente, perfino adesso che non scrivo più.

Ci avevano affiancati una moto di grossa cilindrata a destra e un SUV a sinistra. Un lavavetri stava bussando al mio finestrino. Cercai al di sopra dell’area di cantiere, ma non trovai più nulla da osservare. Così fissai il cruscotto impolverato e con un certo sforzo ripresi:

– Dovresti fare della scrittura qualcosa di simile al respiro, un punto di partenza e di ritorno. Riconoscerne l’essenzialità senza venirne logorato. Imparare a placarla, a darle il ritmo giusto per ogni occasione. Una scrittura esatta, bastevole alla sopravvivenza, e quando il bisogno ne richiede in eccesso, non farti sopraffare, mostrale chi è più forte: fai sì che la scrittura porti ossigeno e forza, e non ne tolga, ai contenuti.

Kav ignorò anche lui auto moto e lavavetri.

– Io scrivo soltanto cose senza contenuti.

– Ti va decisamente bene, io negli ultimi tempi ci vivo, senza contenuti.

Sollevai gli occhi dalla plastica grigia per provare a guardare l’altro in faccia. Avevo detto qualcosa di più grande di me, avevo appena commesso ciò che gli proponevo di non fare. Come sarei stata giudicata?

Era giovanissimo, chissà perché fino a quel momento lo avevo considerato quasi un mio coetaneo.

– Scusami, ho appena realizzato che nemmeno ci conosciamo, ma ce l’hai la patente?

Mi rispose con un accenno di risata e mi guardò a sua volta, ma con uno sguardo serio che mi allarmò. Puntai inutilmente i piedi e gli gridai nell’orecchio:

– Ferma subito l’auto!

– Un momento e lo faccio, appena scatta il verde. Voglio tentare un racconto circolare.

Mi resi conto della trappola in cui ero caduta, ma era troppo tardi.

Al verde ci sfrecciò accanto un vento colorato, e il condensato di tutti i miei pensieri fu solamente:

“Le Fiat ormai le fanno solo in queste imbarazzanti tonalità pastello”.

Il rombo della moto lo cancellò frantumandolo in polvere di gessetto che iniziò a depositarsi su di noi in caduta libera.

Ci intonacò, anticò, ci rese in apparenza come statue.

Quando smise di scendere, alle nostre spalle un coro di clacson si stava cristallizzando in alte spire che si rincorsero veloci fino al cielo intrecciandosi tra loro. I cambi espettorarono ingenti marce grasse come tossi mal curate, grattati dai tendini nervosi e duri di mani spazientite. E fu il turno dei nulla pronunciati a perdersi lontano. Nemmeno ci raggiunsero: chiusa in quell’universo sferico, dimenticai che l’auto era rimasta lì, ferma al semaforo.

Dopo di che, dei tre colori alternati non mi importò più nulla.

Facevo altro, e intanto pensavo anche che.

..

Dopo di te passò del tempo inutile.

Ti ripetevo di tenere in conto ciò che dicevi, ma non era vero niente. Scrivevo di ogni cosa, in ogni occasione, contro ogni buon senso. Fingevo di non equivocare sia il tuo che il mio sproloquio, e intanto non vedevo le due rive allontanarsi sempre più l’una dall’altra.

Adesso posso contare altre persone che, oltre a te, hanno cercato di darmi consigli in buona fede. Non ne ho ascoltata una, è vero, ma ciascuna ha sommato il proprio segno con le altre. “Vivi e sii forte. Scrivi se te la senti”. In fondo, cosa sto predicando io stessa a un ragazzino ancora al principio del percorso?

.

Qualcosa accadde dunque tra me e Kav, e fu la messa in sincronia dei respiri.

A sera fatta eravamo ancora lì fermi e seduti. Il sole tramontava e dietro ciascun finestrino faceva a turno il pubblico pagante. Il Sindaco in persona gestiva dal semaforo la biglietteria.

Ero perfettamente tranquilla, controllavo i loro movimenti senza perdere la concentrazione su quei lineamenti morbidi, quasi un invito. Ma troppa vita doveva ancora segnarlo, non lo avrei fatto io, se non per mezzo della mia metafora.

– I maori, io li ho conosciuti, tu gli somigli un po’, in questo momento… Non toccarti la faccia, resta così. Ti voglio fotografare.

– Tu li hai conosciuti, e com’erano?

– Ti dirò… spettinati, sporchi in modo tremendo e aggiungo pure che puzzavano un casino. Ma tu – gli sorrisi ma distolsi per un secondo lo sguardo, aprendo l’applicazione- Tu profumi di gesso e di matita. Sei ancora simile a un concetto astratto, a un’immagine pura, costruita a tavolino, a un Escher, o a una foto perfetta scattata in bianco e nero.

 

 

Avevo trascorso la giornata tracciando con il kajal nero sul suo viso bianco un singolo racconto circolare, dal centro delle sopracciglia una spirale si faceva strada verso l’arco che unisce, tramite il mento, un lobo assieme all’altro. La congiunzione del respiro rese possibile che non restasse impressa alcuna sbavatura.

Kav pareva soddisfatto. Aveva raggiunto un’astrazione totale di sé dal corpo, concentrando sugli occhi tutta la sua sensibilità superficiale.

Premetti col dito sull’immagine del pulsante di scatto, fu esploso un breve click artificiale, l’immagine andò subito in rete.

Calò così la notte e restò solo un respiro, ma non poteva essere visto né udito. Tutti ci abbandonarono, tornarono alle loro case, e la zona rimase transennata fino a nuovo ordine.

Mentre frotte di disparate specie d’uccelli notturni vennero a colonizzare il semaforo lampeggiante in arancione, ci addormentammo insieme, fronte su fronte. Le schiene si inarcarono concordi per ore a intervalli regolari, finché nel sonno emisi una risata di gola.

Fu a causa di una battuta veramente idiota sentita pronunciare da te qualche giorno prima.

Lui rimase immobile nel sonno, ma io ero sveglissima, e non attesi l’alba per fargli portare avanti il suo racconto circolare.

Questa era ritornata la mia storia.

Spalancai la portiera e mi precipitai a scrivere una cosa che mi bruciava di dire ormai da troppo tempo.

 

.

Anemone

.

Apri il ventaglio nel tuo Libero Stato.

Non di azzuffate, né di morte stagioni

né di ragazze eclettiche, né degli amici andati

potrai più ridere, mentre sfarina il tempo.

Quello che resta

quel che a ciascuno resta

quel che nelle tue intenzioni

ripartirà in eterno, ho colto

nel folto delle tue tempie azzurre

presa dal sogno

del gioco degli errori

in cui tu muori giovane e risorgi

sempre più stanco

dopo ciascuna mano.

Apri il ventaglio,

forza la porta chiusa.

Spiana le rughe agli angoli,

tendi le linee fini ora tutte spezzate.

Lascia che siano il fiore anemone di un sorriso

spasmo di un giorno bianco, buono da ricordare.


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