L’ultimo orizzonte

Enrico ragazzo dal fisico asciutto, spalle larghe, occhi gesso-e-carbone – luce e conforto per chi stava in palmo di mano, stalattiti fredde a trafiggere chi gli era sotto.

A Enrico capitò di invecchiare.

Capitò di trovarsi a inseguire le ore cercando di attribuire loro un senso. A trovare un impiego al suo sguardo. Sdegnato da ciò che toccava, che non trasformava né in oro né in steppa bruciata. Non si rassegnava.

Sì, c’erano quattro pareti, un arredo curato, ma era la stanza di un vecchio in un ultimo albergo. Nessuno sarebbe arrivato alle spalle a sorprenderlo a furia di braccia, né di morsi ai lobi, di bocca forzata da un bacio insistente. Non ne sarebbe uscito per nuove avventure dopo aver scambiato poche ore di bene. Non ne sarebbe uscito affatto.

E quell’ultimo orizzonte, quella finestra che lasciava sempre aperta. E il mondo esterno sempre più lontano.

Tiziana, alle sue spalle da un po’, lo toccò con leggerezza sulla schiena.

–    Papà!

Il vecchio, colto alla sprovvista, strozzò un respiro in gola, spalancò gli occhi e la bocca e la sua faccia intera, da maschera di spavento, in pochi istanti rilassò ogni muscolo e diventò maschera funeraria.

–    No, non… Sono io. Papà?

Se solo qualcuno avesse saputo dirle dove si trovava la mente di suo padre.

–    Aiuto! Che succede?

–    Uh, fammi vedere.

Sonja entrò nella stanza con passo claudicante, fiammata bionda ed esagerata in quella stanza troppo piccola. Il minuscolo termometro interiore, situato in un impreciso luogo dove Enrico era sempre presente, alla sua comparsa fece registrare l’aumento di qualche decimo di grado alla temperatura dell’aria.

Tiziana cercò di sorvolare sul fastidio provocato dalla sua presenza.

–    Non capisco cosa sta succedendo, non si muove più.

Ma non era vero, Enrico seguiva con gli occhi la figura della figlia, anche se manteneva un’espressione serafica e indefinibile.

–    Fa vedere, fa vedere.

Disse, deformandogli le guance tra le dita di una sola mano.

–    Luuubov, tutto bene?

Al silenzio che seguì, aggiunse solo pochi secondi di osservazione e poi tornò a dirigersi verso la porta sentenziando con voce da soprano:

–    Non preoccuparti, Kiska, ogni tanto fa così, dagli qualche minuto e poi si riprende. Non ti sarai mica impressionata?

E rise di uno scherno affettuoso.

–    Non è normale, però! Da quanto tempo fa così, e poi che succede dopo? Ci sono conseguenze? Mazzillo lo sa?

–      Ma no, tuo padre è forte come una roccia, vedrai che si riprende subito-, cinguettò, tornando sui suoi passi. Tiziana sentì montare una stizza senza possibilità di controllo.

Aveva ballato tutta la notte, si era sfinita, aveva fatto piazza pulita di qualsiasi prodotto di scarto della settimana appena trascorsa, e nel farlo aveva consumato ogni forza residua.

Mentre metteva di nuovo piede in casa, era suonata la sveglia. Si era sciacquata il viso dal trucco, aveva bevuto un caffè, cambiato gli abiti ed era uscita ancora, avvolta da un candore che solo la stanchezza le poteva regalare.

Ma anche stavolta, come le altre volte, fu durissima.

Li legava da sempre una grande sintonia, il fatto che stesse perdendo suo padre giorno per giorno la faceva impazzire. Era stato necessario recluderlo e lei ne soffriva quanto Enrico stesso. E poi c’erano i momenti come quello.

Sentirsi addosso il suo sguardo privo di espressione la imbarazzava. L’attanagliò un sudore freddo di panico, come se già fosse morto, e i morti le mettevano paura. Tirò fuori frettolosamente dalla borsa il telefono per chiamare il medico curante e, naturalmente, le cadde di mano.

Si accovacciò a raccoglierlo facendo grandi respiri, si rialzò e andò a piazzarsi vicino alla finestra. Mentre richiamava dalla rubrica il numero del dottor Mazzillo, suo padre parlò.

–    Hai visto? E’ tornata la zingara.

E gli occhi erano di nuovo di gesso, luci accese sul cuore della figlia.

–    Papà. …Come stai?

Solo allora Tiziana si rese conto di non aver avuto fino ad allora un pensiero minimamente pietoso nei suoi confronti, ma aveva risuonato solo di smarrimento e angoscia per sé stessa. Si precipitò ad abbracciarlo e a baciarlo.

–    Bene, bene! Tu invece come stai? Oggi sono davvero felice.

Disse di corsa, sfregandosi le mani. Quel gesto non era da lui.

–    E… come mai?

–    Non l’hai vista? E’ di là che riposa. Va’, guarda tu stessa se non è rimasta uguale. Uguale, bellissima come allora.

Tiziana rimase in dubbio per qualche istante se suo padre fosse davvero tornato in sé, poi decise di dare un’occhiata in camera da letto.

Si affacciò gettando uno sguardo sul copriletto ben disteso e registrò con sollievo la fissa monotonia degli arredi di quella stanza.

Subito girò i tacchi sovrappensiero e si trovò di fronte Sonja.

– Tutto bene, bambina mia? Ti seve qualcosa?

– Sì, sì… Anzi forse no. Uhm, grazie.

– Sì sì… No no… Ah ah!

Sonja uscì di scena sbattendo rumorosamente i piedi ma Tiziana, bianca di sonno e sempre più prossima all’atarassia, decise di ignorarla.

–    Allora, l’hai vista? Non è proprio come ti dicevo? Ieri sera abbiamo parlato fino a tardi e allora, dopo pranzo, le ho detto di andarsi a stendere un po’.

–    Senti, papà, forse sei tu che dovresti andarti a riposare, non ti pare?

Ecco apparire gli occhi di carbone. Come li riconosceva per suoi, erano quelli dei giorni di mare agitato, quelli in cui parlare non serviva a nulla. Il ricordo la scosse di un brivido infantile.

–    Non sono mai stato meglio. Se solo non temessi di lasciarla sola, cosa che non avverrà mai più, gliel’ho giurato ieri, uscirei a scalare una montagna.

Detto questo, si alzò di scatto. Tiziana osservò:

–     Certo, ne saresti capace.- Ma lo seguì subito e andò a posargli una mano sulla spalla.

–    Chi è questa persona, questa… zingara? Scusa papà ma io, forse mi confondo, non mi ricordo…

Il padre si appoggiò a sua volta sulle spalle di lei.

Enrico sorrideva, scavando nello sguardo di Tiziana. Un grande segreto sembrava aleggiare sul loro abbraccio controluce.

Ma il vecchio mollò le braccia, riportò lo sguardo al paesaggio e si rintanò nel luogo sicuro e chiuso creato dai suoi pensieri.

Neanche rispose al saluto della figlia.

Lei, traguardò la figura di suo padre e spaziò per pochi secondi oltre la cornice della finestra, prima di uscire.

Chi lo sa. Se i ricordi di una vita sono tutti reali o i sogni a poco a poco ne creano altri ad arte e li sostituiscono ai fatti accaduti. Chissà se sono veri i dejà vu, e se i fantasmi esistono.

E perché mai, se il frastuono di una notte sintetica non può coprire il rumore che fa il mare in tempesta, l’orizzonte oltre la finestra dell’ultima camera dovrebbe segnare un confine invalicabile?

Sonja la raggiuse trotterellando in corridoio. Stava per iniziare a parlare di questioni pratiche ma Tiziana le chiese a bruciapelo:

–    Dimmi la verità, è venuto qualcuno a trovarlo?

–    Ma no, uccellino mio. Come possibile? Te l’avrei riferito.

–    Mi era sembrato, da quello che diceva.

–    Ma cara, su, mi sembri molto stanca. Vai a casa.

Tiziana, occhi-carbone-e-gesso, non replicò.

Era già scesa in strada con la mente, di lì aveva raggiunto le mete della sua vita e già si spostava altrove. Udì parlare la badante di suo padre ma, in quel luogo sicuro e chiuso creato dai suoi pensieri, non diede peso a ciò che stava sentendo, si chiuse la porta alle spalle senza neanche rispondere al saluto.

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