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Fastidio (su Cartaresistente)

23 marzo 2017

Ingiustizie e prevaricazioni? Bestie nere. Così i loro prodotti: disordine e maleducazione, sconfinamenti nella libertà altrui. In loro presenza trascendo, reagisco, mi infiammo. Disarticolo gesti e linguaggio, finendo in disordine e malacreanza io stessa.
Ci vuole indulgenza. Riguardo al disordine, stabilire confini e rispettarli (ora che mi ricordo, questa conversazione è già avvenuta, altra epoca e altro continente. Allora prendemmo la via del disordine, e poi… ma non importa). Parlerò però, oggi, qui, della scortesia.
Che fastidio la strafottenza per la sensibilità altrui, le imposizioni di sé, e l’imposizione del rumore in particolare. Il vociare, la musica alta, le suonerie dei telefoni, i discorsi molesti e altre afflizioni… Sapete, uno studio recente stabilisce che la misofonia ha cause neurobiologiche. Io l’ho scoperto qualche giorno fa. Nemmeno sapevo che esistesse, la misofonia, ma oramai è lampante che ne soffra.
Più di tutti, il fischio mi risulta un suono “trigger”. Quando qualcuno si mette a fischiettare, scatena una reazione incontrollabile. Mi viene da domandargli: “Ne hai per molto?” Divento maleducata. Coi suoni trigger accade ciò che dicono gli scienziati: mi agito, non posso più pensare, tachicardia alle stelle. Mi fanno l’effetto del piffero di Hamelin, con la differenza che correrei senz’altro dietro al magico musicista, ma solo per suonargliele io stessa.
Ne ho la certezza: la misofonia ha condizionato la mia vita. Giocoforza, sono tornata a ripensare – ahimé, da quanto non lo facevo- al tempo della mia Africa.
Ero una giovanissima volontaria, da poco in Kenia per un primo lavoro non pagato. Osservatrice di una popolazione che attuava antichi sodalizi uomo-animale.
Una mattina di maggio, io e Wadu, uno del posto, il mio coordinatore per quella ricerca, ci incamminammo fianco a fianco verso i campi sotto una pioggia battente. La pioggia diventò presto una colata, e quindi un muro d’acqua impenetrabile. Per noi non ci fu modo di proseguire.
Aspettammo al riparo del porticato di una casa colonica, quella in fondo al villaggio, che una volta era stata la residenza del Governatore e ora cadeva in rovina, col tetto sfondato già in mezzo al grande ingresso. Oltre il portone, socchiudendo gli occhi, a farci caso, sembrava quasi il Pantheon.
Ci affacciammo appena, per assicurarci di non doverci guardare le spalle da qualcuno che ci si fosse rifugiato: una colonna d’acqua veniva giù in uno scroscio di luce sul pavimento buio. L’aveva reso un’enorme bagnarola su cui galleggiavano i pochi mobili rimasti: una poltrona con la stoffa sdrucita, l’appendiabiti, un tavolino ribaltato a gambe all’aria. Tutto puzzava di muffa al quadrato. Però, che fascino.
Wadu stava chiudendo il portone e non me n’ero neanche accorta. Mi sono ritrovata col naso schiacciato sopra la sua manica, per evitarmi una capocciata.
L’atmosfera era come liquefatta, eravamo zuppi fino al midollo.
Lasciai la testa appoggiata sul braccio del mio accompagnatore. Lui si era fatto cadere a sua volta contro una delle false colonne che ornavano l’ingresso della casa.
A poco a poco il nostro dialogare sfociò in una discussione appassionata. Difficile non farsi sovrastare dal rombo della pioggia. Un nulla grigioargento ci bloccava entro i confini del porticato.
Wadu mi piaceva. Me n’ero accorta subito, ma preferivo lasciare fare al caso. Se doveva succedere qualcosa tra di noi, sarebbe successo. Inutile metterci altro impegno, era già abbastanza faticoso sopravvivere al clima.
Naa, naa, na. – Stava dicendo. – Non sono proprio un maniaco dell’ordine, ma, confini o no, nel disordine non mi ci ritrovo proprio. Nel disordine altrui, intendo- fece, ammiccando.
Neanche io, credimi. Però non è sempre necessario… voglio dire… – La testa si era come distaccata all’improvviso dal discorso. Non riuscivo ad andare avanti. Wadu ora mi stava guardando allegramente dall’alto in basso e fischiettava.
Cosa stavo dicendo? L’ordine, sì. Non esiste una soglia di tolleranza all’ordine valida per tutti, credo.
Giusto!
Lo disse battendosi una mano sulla coscia, così vigorosamente che, per lo scossone, dovetti spostarmi dall’appoggio solido del suo corpo. Cosa che, devo ammetterlo, mi dispiacque.
Tornai ad accoccolarmi e lui, dopo la breve pausa in cui mi sfiorò appena con lo sguardo, come per controllare di avermi ancora saldamente in pugno, riprese:
In genere, la mia soglia di tolleranza verso il disordine degli altri non è molto alta. Però, ok, anche a me quelli che esagerano in pignoleria…
Lo guardai gesticolare con le mani, come un tagliare i bordi di un cubo immaginario, ma non riuscivo a seguirlo. Aveva accompagnato il gesto con dei fischi acuti in sequenza, modulati tra i denti.
Scossi il capo con forza, facendo un mezzo passo lontano dal raggio d’azione di quel suono.
Ero stordita, nemmeno mi avesse suonato una tromba direttamente dentro il timpano. La conoscevo quella situazione. Di lì a poco avrei iniziato a odiarlo.
Wadu, il bel sorriso schietto, tutto solo per me, sotto occhi sfuggenti, color carbone-e-brace, all’improvviso sembrava una minaccia.
Ehi, – cambiando espressione, fischiettò ancora – tutto bene?
Per rispondergli dovetti farmi forza.
Scusa, mi sto sentendo un po’ strana.
Capii di avergli appena fatto credere quello che, in fondo, era ciò che provavo per lui. Ma non in quel momento, di sicuro.
Mi tese una mano. Tentennai. Guardai il suo viso, dal basso verso l’alto. Guardai ancora la sua mano. Emisi un sospiro corto, e poi gli lasciai prendere la mia.
La pioggia stava diminuendo, il nulla si diradava. Tornavano a sbucare i contorni del giardino. Alcuni uccelli espressero la loro gioia cinguettando. Si chiamano Indicatori golanera, Wadu lavorava con loro. Sì, con loro. Sono uccelli simbiotici, scambiano con gli umani dei fischiettii durante la ricerca, utile a entrambi, di miele. Gli uccelli guidano gli uomini agli alveari e ottengono un favo in cambio del favore.
Wadu, senza nemmeno tentare di riprendere il discorso, mi tirò a sé. Sentii come reale un suono di tamburi in lontananza. Lui mi guardava da vicino, invece. Mica osavo fiatare, tesa tra due estremi come mi ritrovavo. Temevo di sbagliare a comportarmi.
Le mie ciglia, inzuppate di pioggia, avevano iniziato a tremolare mentre si avvicinavano alle sue. Vibravano tutte insieme, le nostre ciglia, era una sensazione terribile. Impossibile sfuggire, quella vibrazione somigliava a una specie di richiamo primitivo. Certo non il più forte.
Spioveva un poco e un piccolo golanera si venne a posare accanto a noi sotto il porticato. L’uccello cinguettò e Wadu gli rispose, modulando un fischio interminabile sopra la mia faccia. Sono sicura che in cuor suo pensasse di rassicurarmi, come a dire: Ormai sei nel mio mondo di vibrazioni, morbide piume e miele, lasciati pure andare.
Invece, gli rilasciai una manata sotto al mento, talmente inaspettata da fargli mordere la lingua.
Rimase a bocca aperta. Un filo rosa scorreva dal labbro inferiore e andava a confondersi col luccichio misto a sudore e umido della sua pelle. Wadu era così bello, in quel momento, decisamente molto più incredulo che offeso. Per continuare a non saper che fare, mi misi a braccia conserte, gli voltai le spalle e presi a insultare me stessa. Avevo le interiora rivoltate ma, almeno, lui aveva smesso di fischiare.
Due giorni dopo volavo all’indietro sui nostri due continenti, tirandomi appresso una valigia messa insieme alla rinfusa, rigonfia di un magone enorme che sarebbe stato duro da smaltire.
Gli amici di qui mi chiamano, scherzando, Sostenuta. Arriccio il naso, sbuffo e tiro dritto, se un uomo mi fischia dietro. Esco sbattendo la porta, se una sala diventa troppo rumorosa. Inneggio a Erode, sul pianto di un bambino. Ho sempre pensato di peccare mio malgrado di arroganza, di essere, in fondo in fondo, nata antipatica. Da oggi, però, mi assolvo, penso sia chiaro. E chiedo a voi che leggete, anzi, vi prego: avvicinatevi con molta gentilezza.

Fastidio testo e illustrazione di Francesca Perinelli su Cartaresistente

Ebbasta fidelizzazioni (su Cartaresistente)

21 luglio 2015

Questi gli esiti della mia ricerca: ancora non ti ho trovato, ma adesso temo il peggio. Mi sono arresa a questa conclusione a fatica, prima ho dovuto affrontare, quindi riprendermi, dalla scoperta di una situazione della quale, è evidente, non eri consapevole, non fino in fondo. Parlando con te al telefono e nei nostri ultimi, rari, incontri, mai avevi accennato alla piega presa dalla tua esistenza.
Ultimamente eri assorbita da Huysmans, i nostri amici ti hanno vista spesso ai tavolini dei bar circondata dai i suoi libri, più di una volta anche con una tesi su di lui davanti agli occhi, eri sempre più distante e fredda. Poi sei scomparsa. Nessuno ha tue notizie da settimane, sebbene alcune malelingue di tanto in tanto dicano di aver incontrato una tizia uguale a te, in abiti firmati, assieme a emeriti cretini, in pose, ore e posti poco seri. Non ci ho mai creduto.
Io non potevo arrendermi, né abbandonarti all’oblio. In nome del legame che ci unisce, mi sono fatta dare dal portiere, che mi ha riconosciuta, le chiavi di casa tua. Da dentro quelle mura ho capito che esiste una congiura delle cose, e ho il sospetto che tu ne sia rimasta vittima.
Appena entrata, per terra, sopra i piani, dai cassetti e dalle ante mezze aperte del mobilio, mentre la vista si abituava alla penombra, miraggi tremuli hanno ammiccato all’angolo del mio occhio. Erano castelli di carte, in crescita infinita verso e oltre il soffitto. Ne ho prese in mano alcune, per studiarle. Le avevi accumulate in pile instabili (le più sonnecchiavano nel limbo della non attivazione, ma è la stessa cosa, ai fini pratici), fino a lasciarle invadere ogni spazio.
Sono rimasta stordita: credevo di conoscerti bene. Tu, così insofferente ai lacci, sdegnosa verso ogni atto di sottomissione. Tu che ti nutri quasi solo a libri, da sempre estranea alle isterie e ai canti di sirena del commercio. Come hai potuto cedere alle Carte Fedeltà, è un mistero, che tale rimarrà, purtroppo.
Non mi resta che fare ipotesi sulla tua fine. Erano giorni dal clima troppo caldo perché lo sopportassero i tuoi nervi cagionevoli. Probabilmente hai avuto delle visioni. Non stenterei a credere che quelle presenze estranee abbiano chiesto a lungo di essere considerate. Avranno preso l’aspetto di cagnoni, che ti sollecitavano a uscire porgendoti il guinzaglio stretto tra le fauci e fissandoti con occhi supplichevoli per ore. Destinazione, manco a dirlo, decine di negozi e centri commerciali. Uno di loro, infine, avrà senz’altro posato il muso sulle tue ginocchia, magari a colazione (lo “spazio prezioso” -ricordo, era così che lo chiamavi – nel quale facevi solinga conoscenza con il nuovo giorno, davanti a un the al limone e a buone letture). Quel fiato grosso, la lingua troppo sporta e il bianco degli occhi esposto in segno di subordinazione, ti avranno innervosito. Perciò avrai urlato: “Ebbasta!”, prendendo a fare pulizia, ma i cani, in apparenza docili, si sono ribellati (sono evidenti i segni della lotta) e, era scontato, hanno avuto la meglio.
Ah, averlo saputo prima. Questa è dunque l’altra faccia della fidelizzazione, povera amica mia! Di te è rimasta, unica traccia nei pressi di un volume rosso, una striscia di sangue che conduce oltre la porta sul retro dell’abitazione, dove si ferma. È appena visibile attraverso alcuni frammenti del nemico leso, sparpagliati sopra a modo di lenzuolo. Forse un gesto pietoso, o forse l’ultimo, tremendo, segno d’irrisione da parte delle cose.

Ebbasta d’autore su Cartaresistente
testo e immagine di 
Francesca Perinelli

501

19 giugno 2015

Questo è il post numero cinquecentouno.

Saturo di contenuti ficcanti, come il precedente anche questo articolo ripropone (ma, meglio: afferma, risolutamente e definitivamente) il valore fondativo dell’abbigliamento quale collante interno ed esterno alla blogosfera, e l’omologazione come imprescindibile fattore di coesione sociale. Nondimeno si impone per l’arditezza e l’innovatività della proposta politica esposta, che trova definitiva e matura collocazione nell’attuale contesto governato dal web, ormai slittato oltre la Linea Maginot di demarcazione tra postmodernismo e postavanguardia.

 

Un fortunato modello di jeans agli albori di una nuova era.

 

Botta e risposta / La signorina Felicita risponde a Guido Gozzano (su Vibrisse)

3 aprile 2015
Clicca sulle colline di Telemaco Signorini per la diretta streaming

 

Da La signorina Felicita, di Guido Gozzano:

[…] Sei quasi brutta, priva di lusinga

* * *

Risposta della signorina Felicita:

Sei bello tu, e bella la tua arringa […]

 

Il resto del duello in rima si può seguire su Vibrisse [QUI], per il nuovo gioco poetico “Botta e risposta“, ideato da Giulio Mozzi.

 

Il cimitero dei blog – Che cos’è, come si contribuisce

6 febbraio 2015

Che cos’è, come si contribuisce.

 

FP n. 117: 6 – Genere Maschile (su Cartaresistente)

30 dicembre 2014

Analisi: Il maschile è un enzima solitamente in grado di produrre gli atti e le funzioni proprie del maschio della specie umana. Può essere di tipo totale o relativo. In quest’ultimo caso se ne trovano tracce anche nella donna, riconducibili alla ben nota descrizione popolare “d. con gli attributi”, immagine efficace ma spesso non verificata all’osservazione diretta. Il maschile può rendere evidenti diversi aspetti di fragilità neurale connessi a un incompleto controllo della volontà da parte del paziente, a seconda che il m. abbia origine psicogena o riflessa. Non infrequente il caso di eccesso di maschilità, condizione di difficile contenimento, durante match sportivi o altri riti di origine ancestrale. Peraltro, con il confinamento del malato entro le mura domestiche, il maschile può gradualmente ridursi alla sua funzione primaria, svolgendo efficacemente un’utile azione di completamento al femminile, se presente nel medesimo soggetto (ad es. la cura della casa svolta con l’effettuazione di attività manutentive) oppure di contrasto allo stesso, quando di origine esogena (ad es. nella coabitazione con una donna). Non risultano ancora completati gli studi epidemiologici sulle congiunzioni ripetute tra maschile e femminile nella popolazione mondiale e, pertanto, sono di difficile valutazione i loro effetti a lungo termine sulla salute pubblica.

 

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FP n. 116: 5 – Eleganza, non è quella che vuoi (su Cartaresistente)

23 dicembre 2014

Analisi: L’eleganza è una condizione (detta anche “portamento” o “stile”) della persona che persegue una distinzione formale dalla popolazione circostante, nel periodo che va dall’inizio dello stato di veglia sino alla sua conclusione. Talvolta è di natura congenita, in tal caso essa non si interrompe col sonno. Se del primo tipo si parla di “e. a termine”, se del secondo, di “e. sine die”. In entrambi sono riscontrabili tratti narcisistici della personalità in misura variabile, più marcati nel caso di “e. a termine”. In letteratura medica si riscontrano casi di “e. immaginaria”, stato psicopatologico di talune persone ineleganti che desiderano vivamente la riuscita sociale, interpretando come fenomeni di eleganza segni e sintomi di origine diversa (accostamento irresponsabile di capi firmati, gestualità e/o fraseologia eccessiva, citazionismo, ecc.). L’eleganza è una malattia sociale, normalmente a decorso benigno, con completa remissione dei sintomi entro il termine dell’attività lavorativa (si è notata un’incidenza irrisoria o nulla dell’e. nel precariato). Nei casi più gravi l’eleganza diventa permanente, con complicanze che spesso sfociano nella paralisi e necessitano di ricovero a vita presso strutture di ricovero attrezzate, quali i musei delle cere.

 

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7 Sensi: Ka (su Cartaresistente)

18 dicembre 2014

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 18 dicembre 2014

Guarda quest’uomo. Osserva bene come occupa lo spazio, come gesticola, con quale piglio prende le sue decisioni. Parlata fluente, mobili antichi, codici di tutti i tempi citati a menadito, mignottaggine, soldi, tanti soldi. Il padre appartiene alla Kasta, come suo padre, il figlio ne segue le orme e guai a chi interrompe la catena. Si narra di un lontano avo che desiderò e ottenne di diventare artista. Pessima scelta: morì solo, senza affetti e squattrinato. Dopo di lui, la discendenza non ha più sbagliato. Ed è così che i membri della Kasta hanno sviluppato il senso dell’altro Sé, un livello di coscienza che però resta nell’ombra, che crea stridori, insofferenze, e loro malgrado mettono sull’altro piatto della bilancia la voglia di seguire fino alle estreme conseguenze le proprie inclinazioni. L’antifelicità del Ka promette una felicità irreale, per questo tanto ambita. Siamo sinceri, chi di noi non sente di camminare accanto al proprio Ka? Siamo concreti: se in noi esiste un Ka, possiamo stare certi di essere parte, per quanto possa esser piccola, di una Kasta. Non conosci anche tu l’avvocato che scrive poesie? Il bancario-attore, la commercialista che pratica il burlesque? E la programmatrice col pallino del massaggio, la pittrice-cuoca, l’ingegnere-equilibrista? O la bagnina-clown negli ospedali, il maestro-squillo, il medico-cantante, il magistrato-scrittore? Credi che, pur soffrendo della spaccatura, non rinunceranno mai ad alcuna delle proprie identità. Sarebbero angeli, e gli angeli non popolano questo mondo. E tu che leggi, non hai già uno pseudonimo? Prendi il tuo Ka a braccetto e accedi alle nostre stanze! Il Ka è la Nuova Kasta, sarai quello che vuoi e non sarai più solo nelle tue aspirazioni. Stimola, alimenta e ostenta il tuo disturbo multipolare. Dirai finalmente addio al disagio, uscendo allo scoperto con i tuoi altri Te. Ma, attenzione, non compiere l’errore di lasciare il tuo posto nella Kasta ufficiale: il Ka è gratuito solo per la prima settimana, trascorsa la quale, continuerai a usarlo a soli 9,90 Euro/mese per profilo attivato. Per saperne di più, clicca QUI.
“Premessa numero uno: nel Simposio di Platone a un certo punto Socrate chiede a Diotima quale sia l’essenza più vera di Eros. Diotima risponde che è il demone, dato che tutto ciò che è demonico è intermedio fra Dio e il mortale. Da qui poi parte tutto un discorso che ha affascinato Hölderlin circa la complessità della figura di Eros, circa l’aspirazione imperfetta dell’uomo nel suo agire per forza di cose asintotico verso una unificazione con robe tipo l’essere o la natura. Per cui poi ci attende il regno della bellezza”

“7 Sensi” di Cartaresistente: testi di Francesca Perinelli – illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2

FP n. 115: 4 – Sono sensuale, sì… (su Cartaresistente)

16 dicembre 2014

 

Analisi: La sensualità è una condizione nella quale i sistemi di contrasto agli agenti eccitanti nell’ambiente sono poco efficaci. Causa primaria della sensualità è una eccessiva sensibilità del sistema nervoso periferico a carattere congenito, ma sono possibili accessi di sensualità conseguenti al verificarsi di importanti fattori esterni quali: l’approssimarsi di eventi o incontri di rilevanza erotica o emotiva; la lettura o visione di testi o spettacoli che sollecitano l’attivazione sensuale, eventualmente anche riferiti ad argomenti in apparenza estranei, quali cibo, ballo o vacanze in località esotiche. In alcuni casi si riscontrano picchi di sensualità conseguenti alla prossimità di persone di riconosciuta autorevolezza in vari campi quali l’economia, la politica, lo spettacolo. La sensualità si esplica con l’ammorbidimento della voce e dei gesti e con il prodursi in atteggiamenti, spesso non percepibili se non a seguito di un’attenta osservazione, tali da procurare una sensazione di piacevolezza a carico del sistema nervoso periferico, sia della persona che li attua che, non infrequentemente, anche di chi si trovi in contatto visivo o verbale con quest’ultima. L’eccesso di sensualità può sfociare in episodi parossistici, esibizionismo, molestie. Al primo insorgere di tali sintomatologie si raccomanda di evitare il contatto con la popolazione sana e di assumere ingenti dosi di notiziari dai mass media.

 

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7 Sensi: Sesto senso (su Cartaresistente)

11 dicembre 2014

Il post originale è apparso su Cartaresistente l’11 dicembre 2014

Alle sette di sera il sole ancora non accenna a tramontare. Fa un caldo infernale e segnalo col braccio di far portare un po’ d’acqua al cane accucciato ai miei piedi. Mi slaccio la cravatta, avverto il sudore che scende in rivoli lungo la mia schiena e mi prudono le mani mentre guardo incedere la ragazza del bar con un’andatura da modella. Alle sette di sera, con questo caldo infernale, lei avanza pestando il terreno sopra dei tacco nove come se ballasse. Quando è a un passo da me si accovaccia, la gonna si accorcia scoprendo ginocchia perfette lì, proprio davanti alla sua scollatura. Dice: “Bello lui, bello”, in un sussurro. Poi, sarà per chiedermi come si chiama il mio mastino, fanno tutte così, spalanca la frangia di ciglia nerissime, scoprendo due autentiche gocce di cielo. “Mio Dio”, penso, e forse inizia a germogliare in me una fantasticheria, ma subito tutto precipita: lui, l’intruso ingordo, il saputello, il meschino. Quello che realizza prima di me ogni cosa e mi batte sul tempo. Il mio sesto dito, quello che cerco di camuffare, racchiudendolo tra indice e medio. Un’antenna che scopre e denuncia, si raddrizza in un lampo e segnala. Ora è puntato su Lisa. C’è scritto sulla camicetta d’ordinanza, si chiama così la cameriera che lo guarda atterrita. Un po’ troppo. Mi costringe a osservarlo, anche perché lui stesso si è curvato all’indietro, e fa male. Mentre gli occhi di Lisa si sgranano in preda al terrore, il mastino emette un borbottio che si perde in uno stridore di freni. Vicinissimo. Faccio male a snobbare il mio sesto. Così lui snobba me. Ma che può mai cavarne una Lisa dagli occhi di cielo dei segnali di quello sbruffone. Dovevo farlo io, ma mi ero distratto. Gli avessi dato retta, alle sette di sera di questo giorno infernale avrei avuta salva la pelle.

“7 Sensi” di Cartaresistente: testi di Francesca Perinelli – illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2


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