Posts Tagged ‘Giulio Mozzi’

La Bottega di narrazione in mostra: Serena Uccello

12 gennaio 2016

Volete sapere com’è, vista da dentro, la Bottega di Narrazione? Da oggi, per una manciata di appuntamenti a cadenza bisettimanale, vengono pubblicate le presentazioni dei lavori dei partecipanti alla quarta annualità.

[Se voleste prendervela con qualcuno per la -scarsa- qualità (che, come sottolinea Giulio Mozzi: “è quella che è”), sono mie le registrazioni. Catturate, nemmeno per intero, con un telefonino. L’idea iniziale (debordata, al solito) era solo quella di lasciare, a tutti noi bottegai, un rustico ricordo della giornata].


La Bottega di narrazione in mostra: Serena Uccello

Il 13 dicembre 2015 si è svolto, a Milano presso la sede della Bottega di narrazione (Spazio Melampo, via Tenca 7) l’incontro degli “apprendisti” con il mondo editoriale.[Chi fosse interessato a consultare il fascicolo con la scheda e gli estratti di tutte le opere presentate, può prelevarlo cliccando qui].

Serena Uccello ha presentato il suo romanzo intitolato L’interferenza. Nella pagina della Bottega, sotto al video trovate la scheda, con la biografia dell’autrice e il riassunto del romanzo.

 

 

 

 

 

 

 

Un discorso, e una segnalazione

16 dicembre 2015

Bottega di narrazione

Dov’ero rimasta? Non mi ricordo più, i giorni si sono scambiati di posto, hanno teso tranelli, si sono camuffati, si sono presi gioco di me, perché ero impegnata altrove. Quello che si sta concludendo, infatti, è stato un anno impegnativo, e non per modo di dire.

L’impegno, ecco il punto. L’impegno. Tenevo il filo di un discorso stretto in mano e per intesserlo ho prima aperto questo blog, impegnandomi a tenerlo in vita, dapprima scrivendo forsennatamente, quindi placando il ritmo fino a renderlo armonico con le mie vicende di vita, vale a dire: tenerne il respiro quieto in attesa del quietarsi degli eventi esterni. Nel mentre, però, non ho smesso di scrivere, sempre e solo sul tema: “Il mio discorso”.

Per me scrivere significa, prima di tutto indagare, conoscere. E riconoscere, focalizzare, tentare di raggiungere. Spiegare. Eccolo, il succo del discorso, è tutto qui. Mica uno scherzo. Chi, come me, non è nemmeno del mestiere, può trovarlo difficile: gli ostacoli che aumentano invece del contrario, via via che si va intessendo questa trama. Eppure, è ciò che andavo cercando, dare senso a una complessità tutta mia, trovare la sua necessaria strutturazione.

In questi anni ho scelto come mentore una persona unica. Credo di aver voluto bene a Giulio Mozzi non appena ho aperta per la prima volta la pagina principale di Vibrisse. Tanto complesso quanto profondamente generoso, già tramite le sue lezioni gratuite avevo appreso insegnamenti essenziali sulla scrittura, e sul rapporto di chi scrive con il mondo, molto prima di quando, tre anni fa, gli scritto la mia prima email, chiedendo consigli carichi di un’ingenuità che oggi mi fa sorridere.

Lo scorso anno ho bussato alla porta della Bottega di Narrazione, che Giulio, assieme a Gabriele Dadati, tiene presso i locali dell’editore Laurana, a Milano. Mi sono presentata con il mio filo in mano, una parte del discorso già tessuto, e tutta la migliore volontà di confezionare a regola d’arte il resto. Mi è stato aperto, è stato detto che il mio discorso teneva, e ho avuto accesso, così, a un tempo di scoperte, apprendimento, e relazioni umane lungo un anno. Un’esperienza e un arricchimento unici, dei quali ringrazio Giulio, Gabriele, Lillo Garlisi e tutte le persone che sono transitate per la Bottega di Narrazione, i tanti scrittori e operatori dell’editoria, ma non ultimi i miei compagni di viaggio, che qui cito in ordine alfabetico, per non scontentare nessuno: Aldo Dalla Vecchia, Camilla Costa, Carmelo Vetrano, Carmen Verde, Chiara Giordano, Cosimo Lupo, Cristina Natale, Francesco Genovese, Luca Bonini, Magda Cervesato, Michela Rossi, Salvatore Barbara, Serena Uccello, Silvia Vercelli, Simone Salomoni, Susanna Gianotti, Vincenzo Todesco, Vinicia Tesconi.  A tutti voi, ancora grazie.

E grazie alle persone della mia vita che hanno avuto pazienza e mi hanno sostenuta, primi fra tutti i figli (Figli: che la testardaggine di vostra madre vi sia di insegnamento. Quale insegnamento? Non lo so, è questo il bello: dovrete organizzare da voi il vostro personale caos, ma mi avrete sempre al fianco).

Se voleste farvi un’idea dei lavori e delle persone della quarta annualità della Bottega di Narrazione, sbirciate QUI.

QUESTA la pagina del blog della Bottega che rimanda al fascicolo presentato lo scorso tredici dicembre a Milano, presso lo Spazio Melampo, sede della Laurana, davanti a editor, agenti e altri rappresentanti dell’editoria italiana.

Adesso che la quarta Bottega si è conclusa, mi metto a riordinare i fogli del calendario. Chissà stavolta che anno si prepara.

 

 

 

 

 

 

Bottega di narrazione: giornata di presentazione

24 novembre 2015

Segnalo un evento importante, foriero di sicuri esiti, corroboranti per la letteratura italiana e l’universo tutto.

Ci sarò  anche io, in veste di bottegaia. Mi si riconosce, accanto a un giovanissimo Giulio Mozzi e a un ancor più giovane Gabriele Dadati, in questo scatto risalente all’ormai lontano ottobre 2014:

Bottega

Immagine presa da QUI

Domenica 13 dicembre 2015, a Milano presso lo Spazio Melampo di Via Carlo Tenca 7, dalle 10 alle 17, si svolgerà la consueta presentazione al pubblico delle opere composte nel corso della Bottega di narrazione. L’incontro concluderà l’annualità 2014-2015 della Bottega.

Sono invitati a partecipare: editor, funzionari editoriali, direttori di collana, agenti letterari, scout, giornalisti di cultura, eccetera eccetera. In questi giorni stiamo lavorando sodo col telefono e con la posta elettronica.

Naturalmente possono partecipare anche gli ex o i futuri “apprendisti” della Bottega; nonché i semplici curiosi. Il buffet, per ragioni tattiche, sarà riservato agli invitati ufficiali.

Chiunque voglia partecipare è invitato a mandare due righe all’indirizzo della Bottega: bottega@laurana.it. Non è indispensabile, ma ci fa comodo.

Spettacoli e delfini

25 agosto 2015

 

Pomezia, martedì mattina.

I finestrini dell’auto che percorreva lentamente la strada verso il mare erano alzati. L’aria condizionata procurava un discreto livello di frescura artificiale agli occupanti. Si viaggiava a passo molto rallentato fin dall’incrocio dal quale avevamo svoltato, pochi chilometri prima.

Vedemmo dapprima i lampeggianti, c’era un gran traffico e la visibilità della scena ne veniva compromessa.

“Dev’esserci stato un incidente”.

“Sì, è pieno di polizia, stanno facendo i rilevamenti a terra e… Oh, no”.

“Schh…”

Sul sedile di dietro i bambini non si erano accorti di nulla. Nemmeno di me, che stavo dicendo:

“No, porca miseria, no…”

Nemmeno una domanda. Stavano a testa bassa sui loro oggetti elettronici, a cuffie nelle orecchie. Si udì qualche risatina, ancora interagivano tra loro.

La strada alla nostra sinistra, che sfociava in un innesto a T in quella che percorrevamo, era un tracciato ingombro di: pedoni, auto in sosta, auto in transito moderato da un vigile che gesticolava al centro, poliziotti in piedi, altri inginocchiati in terra, un telo dai riflessi metallici che ricalcava una forma, estremamente simile a quella che avrebbe potuto avere un uomo disteso, con le punte dei piedi che emergevano, rivolte verso il cielo.

Non potei evitare di pensare a quel corpo morto. In pochi minuti mi girarono in testa una serie di domande senza risposta. Chi fosse stato in vita,  se giovane o vecchio. Uomo o donna. A come fosse morto. A cosa stesse facendo un attimo prima di morire. A come e a chi sarebbe toccato in sorte comunicare la disgrazia ai parenti, sempre che quella persona ne avesse e che fossero facilmente rintracciabili. A come questi avrebbero reagito.

Le congetture e lo sconcerto si esaurirono presto. I bambini richiedevano un’attenzione allegra, li portavamo in gita. Al parco acquatico dove da maggio a settembre si esibiscono foche, delfini e altre varietà animali.

In borsa avevo Il male naturale, scritto da Giulio Mozzi tanti anni fa, nell’edizione Laurana del 2011. In quella raccolta, e di quella raccolta, lo stesso autore diceva, in conclusione: “…sarà il mio ultimo libro di racconti, o […] d’ora in poi, lo scrivere sarà per me una cosa completamente diversa”. Ero già arrivata a metà, contai di finirlo entro sera, spettacoli e bagni permettendo. Tirai fuori il libretto una volta sistemata sulla sedia a sdraio, dopo aver visto lo show dei tuffatori e dei pinnipedi, in attesa di quello dei delfini.

Il Mozzi oggi identificabile da tante particolarità (lo stile, i temi trattati, una sorta di morale-non-morale sottesa ai testi, che scombussola il lettore), non è lo stesso delle pagine che stavo sfogliando. Si riconosce a fatica, ma, a ben guardare, è lui.

La sigla del parco acquatico ricominciò a suonare a volume alto, segno che stava per cominciare lo spettacolo dei tursiopi, i delfini comunemente detti. Dovetti lasciare a metà il racconto “Coro”, del 1995, che parte da una commemorazione di Mariele Ventre del Piccolo coro dell’Antoniano, ad opera di Cino Tortorella, per approdare a temi e modi “mozziani” che, finalmente, riconoscevo e nei quali mi sentii, in modo sgradevolmente evidente, coinvolta in prima persona. L’argomento era la televisione trash, la “miscela di divertimento osceno e sguaiato [Carramba e la Carrà, i giochini a premi con Frizzi] e di informazione horroristica [l’indifferenza con la quale venivano trattati, e che suscitavano, i bambini morti e i colpi dei cecchini nei paesi in guerra], che muoveva ancora i primi passi negli anni in cui Il male naturale veniva scritto ed edito per la prima volta. Ma il piccolo schermo rendeva solo più evidente un processo in stadio avanzato e comune a ognuno, che Mozzi riassumeva in questo modo:

“Ci fanno vedere orrori insopportabili, così tanti e così insopportabili da mettere i nostri cervelli in stato di prostrazione e da costringerci, per sopravvivere, a ottundere la sensibilità; e poi ci fanno sperimentare come il divertimento osceno e sguaiato possa, almeno per un certo tempo, far dimenticare  anche il più orribile degli orrori […]”.

Ci siamo inerpicati sulle gradonate, conquistato un posto scomodo, con una visibilità scarsa. Ma lo spettacolo a cui stavamo per assistere era, in assoluto, il più bello del programma. Quello per vedere il quale almeno la metà del pubblico aveva affrontato viaggi perfino da altre città, come Napoli, che dista un paio d’ore d’auto. Per questo mi ero alzata volentieri dalla sdraio, lieta di interrompere per un po’ una lettura ostica benché allo stesso tempo attraente.

Volevo “dimenticare Auschwitz”, come rivelava il testo pochi minuti prima.

Addestratrici e addestratori sorridevano forzatamente, facendo volteggiare a suon di musica le mani per dare istruzioni ai tursiopi sulle coreografie. Per un po’ lo spettacolo andò avanti, poi, qualcosa lo guastò. A uno a uno, i protagonisti abbandonarono la piscina delle esibizioni e si rintanarono nelle vasche più piccole, alle spalle della pedana dove i loro compagni umani perdevano velocemente l’espressione allegra e si iniziavano a interrogare con sguardi e frasi, intuibili ma non udibili dagli spalti, su come proseguire. Non ci fu niente da fare. La voce fuori campo si presentò, disse di essere il capo addestratore, che quello era “il bello della diretta” e che lo show veniva rimandato allo spettacolo delle sedici.

Non avevo mai assistito a una defezione come quella. Qualunque ne fosse la causa, l’effetto della sparizione all’unisono di tutti i delfini dalla scena fu potente. Senza volerlo, mi ritrovai a cercare un qualche segno che congiungesse i due fatti salienti di quella giornata. Un modo primitivo per sperare che tutto possa avere un senso, che lo sconosciuto il cui corpo forse giaceva ancora caldo sull’asfalto aveva ricevuto una sorta di omaggio misterioso.

Tornai al racconto “Coro”, che Mozzi chiude affermando che “la fine è prossima” ma che “i rimedi falsi” di cui disponiamo, per un nostro atto di volontà, possono trasformarsi “in mezzi veri per la lotta contro i rimedi falsi”. Seguono considerazioni sul senso della letteratura, che condivido, e una professione di fede nella redenzione alla quale non riesco ad aderire e che forse non ho capito troppo bene. Ma della persona Mozzi ho una mia opinione, e ho sviluppato anche un affetto che mi consente di dargli fiducia perché, benché parli del male, è il bene il fine a cui, in definitiva, tende. Ci crede così tanto da risultare contagioso.

Sono riuscita a finire il libro entro sera. E, allo spettacolo successivo, i delfini sono rimasti davanti al pubblico fino alla conclusione, compiendo meravigliose evoluzioni.

Ma, forse, tutto capita per caso.

Botta e risposta / La signorina Felicita risponde a Guido Gozzano (su Vibrisse)

3 aprile 2015
Clicca sulle colline di Telemaco Signorini per la diretta streaming

 

Da La signorina Felicita, di Guido Gozzano:

[…] Sei quasi brutta, priva di lusinga

* * *

Risposta della signorina Felicita:

Sei bello tu, e bella la tua arringa […]

 

Il resto del duello in rima si può seguire su Vibrisse [QUI], per il nuovo gioco poetico “Botta e risposta“, ideato da Giulio Mozzi.

 

Il buffet si annuncia favoloso

30 marzo 2015

Domenica 12 aprile 2015, tra le 10 e le 17, a Milano presso lo Spazio Melampo (via Carlo Tenca 7, due passi dalla Stazione centrale), la Bottega di narrazione si mette in mostra.

Un agguerrito manipolo di nuove narratrici e nuovi narratori, sotto l’occhio attento di Gabriele Dadati e Giulio Mozzi – conduttori della Bottega -, proporrà la propria opera a un inclito pubblico di professionisti dell’editoria.

Gli editori, editor, consulenti editoriali, funzionari editoriali, agenti, eccetera, che desiderassero partecipare sono pregati (se possibile) di avvisare: scrivendo a Gabriele Dadati (dadati@laurana.it).

Chi non potesse partecipare può richiedere, scrivendo al medesimo indirizzo, il fascicolo contenente i sunti e gli estratti delle opere.

Il buffet si annuncia favoloso.

Credevate che fosse finita con le Lodi del corpo maschile, e invece adesso comincia il gioco al massacro

17 ottobre 2013

Un gioco, è solo un gioco, e parteciperò leggendo e votando (gli altri partecipanti). Ma se la mia canzone breve “Le corde vocali (la voce)” avesse qualche riscontro positivo, ne sarei felice. 🙂

vibrisse, bollettino

View original post 246 altre parole

Lodi del corpo maschile / Le corde vocali (la voce) – su Vibrisse

3 agosto 2013

L’immagine proviene da qui

Ringrazio Giulio Mozzi e Alessandra Celano per aver dato spazio su Vibrisse alla mia celebrazione delle corde vocali maschili. Il timbro della voce è un carattere sessuale secondario, ma per i miei gusti gioca un ruolo di primaria importanza come fattore seduttivo.

A dire la verità la prima persona di sesso maschile che mi è venuta in mente come oggetto di lode è il mio bambino. A lui sono riferite le strofe di questa “canzone” di ispirazione petrarchesca, che si possono leggere anche qui.

Maschietto mio, benché tu parli piano
nei sussurri al risveglio
(“Mamma!”) che in seno a me cercan conforto,
delizia e croce è il tuo vociar squillante. Meglio
dello sgolarmi invano
fa il tacer: taci a tua volta. Sì, è contorto,
ma la tua voce certo la sopporto.
M’inorgoglisco se m’accorgo e sento,
giorno per giorno, come si rafforza
il timbro, come orza,
diretta verso il porto, la prua al vento.
Laringe e glossa, che ora impieghi a stento,
saranno vigorose.
Col tuo cordame scalerai montagne,
fanciulle come spose
prenderai al lazo, e scaccerai magagne.
Bimbo, mangia lasagne
che sei magretto, e irrobustirti devi,
perché tu possa presto contrastarmi
senza bisogno d’armi,
o mettere sulla mia testa i piedi.
C’è il trucco, non mi credi?
Quando alla donna amata
vorrai far rivaler le tue ragioni,
lancia una sola occhiata,
e dille “t’amo”, tenendo bassi i toni.

Nota: Ho cercato di comporre una canzone breve, riprendendo lo schema della petrarchesca Italia mia, benché ’l parlar sia indarno.

Ho vinto qualche cosa

17 giugno 2013

Innanzitutto la soddisfazione di essere pubblicata su Vibrisse senza necessità di interventi correttivi sul mio primo sonetto caudato* composto attorno a un tipo umano (o quasi).

E poi -Wow! Giulio Mozzi è uomo di parola- ho vinto questa bambolina:

Bambolina

Per me basta così. Oggi è il caso di festeggiare Giulio, e lo faccio dirottandovi su Vibrisse. Di corsa, che aspettate? Allez-hop!

.

§§§

.

*) Il sonetto e la sua illustrazione sono qui.

Per i pigri, invece, lo riporto nudo e crudo (ma non lo capirete):

   Spero di cogliere qui un’occasione,
pel tipo umano che ora vi riassumo)
di portar sia me stessa alta con l’umo-
re, che una bambolina in collezione.

   Sbattendo il fianco sull’imbarcazione
al varo di una nave spesso spumo,
tenuta fuori bordo col calumo,
quasi paranco, all’inaugurazione.
..Quando mi sdrumo contro la fiancata,
perché ho indossato poca imbottitura,
mi spiumo qual gallina spennacchiata.
.. Ma non mi pare così gran iattura
né di commettere una tal cazzata,
se penso al buon cachet dall’entratura:
..Grigia è la vita, vero, e molto dura,
ma sfumo il mal nell’abito broccato,
tinto all’impiumo in vero oro colato.

.

Il ricordo di ieri

8 dicembre 2012

image

L’anno scorso, il 7 dicembre, avevo fatto una corsa, ma una corsa, che ero arrivata alla conferenza che mi interessava col fiatone. Tutta rossa e sudata, avevo assistito alle ultime battute e poi mi ero appostata in attesa fuori dalla porta della sala. E quello non arrivava mai, però. Ogni tanto sbirciavo verso l’interno, lui a ogni passo veniva circondato da fan e intervistatori. Uffa. Alla fine mi ero smosciata (vernacolo romanesco. In autunno, tempo di castagne, mica stona). Mi ero seduta su un divanetto, coi gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani e pensavo “quanto sono ridicola”. Già avevo deciso di andarmene quando me lo sono visto uscire, veloce come un fulmine. “Alt!” gli ho fatto, piazzandogli la mano aperta sul naso. In risposta, lui ha sussultato per la sorpresa e ha strabuzzato gli occhi. Poi, con mio grande sollievo, mi ha riconosciuta e siamo scivolati fianco a fianco nel fiume di folla incanalato verso l’uscita. Missione compiuta.

– Saresti una grandissima stalker -, mi aveva spifferato tra le orecchie il demone perfidissimo. Ma poi, da allora e per un intero anno, sono stata una santa.

Anche ieri, che era di nuovo il 7 dicembre, con tutto l’impegno che ci avevo messo [uscita per tempo dal lavoro, ripresa la macchina nel parcheggio comodo dove l’avevo lasciata la mattina presto, nuovo rapido parcheggio a ridosso della via Laurentina (che sarà mai, circa un chilometro a piedi per raggiungere il Palazzo dei Congressi) dove ero certa che avrei trovato posto senza perdere decine di preziosi minuti girando a vuoto, attivata la falcata rapida, quella che “un passo dei miei vale almeno due di questa vecchietta qua davanti, tz. Però… quanto ci metto a superarla?” Ok, tornata indietro a metà tragitto per riprendere il telefono lasciato sul cruscotto, ma poi di nuovo in avvicinamento rapido, sotto la pioggia, sempre più forte, maledetta, e meno male che indossavo un baschetto, “Tanto carino”, mi aveva detto il barista quella mattina, “No, non se lo tolga”, e io “Perché, ho una testa tanto brutta??” e lui “Ma no, è che ne porta uno anche la mia ragazza, e lei le somiglia tanto” e io “Grunt. Ehm. Oh, beh, ma quando esco lo rimettooo” (“La ragazza avrà almeno quindici anni meno di me, eh”, ho pensato, e ho abbassato subito le penne), e intanto pioveva e pioveva e io, biglietto omaggio di IBS in tasca, non vedevo la fine della strada, schivati i vu’ cumprà (che poi ho scoperto vendevano libri africani, e poi alla fine gliene ho comprato uno, bello, di favole tradizionali…)

– Allora?!

Eh, allora. Si fa presto a dire allora. Allora sono arrivata al botteghino, e l’unico con la fila, indovina un po’, era quello dei biglietti omaggio, ma comunque ho fatto in fretta, e sono riuscita a entrare, anche se il tizio davanti a me aveva bisogno di chiarimenti e l’omino strappa-biglietto, ri-pensa un po’, glieli voleva dare, anche se lo vedeva che dietro c’ero io che sventolavo il mio biglietto bagnato dalla pioggia, con una mano bagnata dalla pioggia, che sbucava dalla manica di un piumino bianco-perla -in origine, ma diventato grigio, com’era evidente, per colpa della pioggia-, e però poi infine mi ha fatto passare, e io, credendo di essere ancora in anticipo, ho deciso di andare al guardaroba, dove ho lasciato il piumino, il baschetto, la sciarpa e la borsa, “Anzi, no, aspetti! La borsa me la ridia, grazie”, e poi ho inforcato le scale, e poi di nuovo le ho ridiscese “Cazzo, ancora il telefono”, e quindi “Senta, sono quella di prima, mi dovrebbe ridare un attimo il piumino, ho scordato il telefono nella tasca” “Mi fa vedere il tagliandino?” “Che non mi riconosce? Sono quella di poco fa, quella della borsa gialla”, e lei, imperturbabile “Mi dia il tagliandino” e io “Ma il mio piumino è questo qua davanti, le dico, è il mio!” Oh, lei niente: muta e ferma, e io “Ok, ora cerco ‘sto caspita di tagliando”, che poi, una volta recuperato il telefono, come spesso accade a causa della pioggia, mi è venuta voglia di far la pipì (Paolo Conte docet), e allora sono corsa al bagno dove c’era una con la faccia gialla e non so quale badge in bella mostra che stava col naso all’insu a sentire.

– A sentire che?

E ora te lo dico. Me lo sono domandata anch’io e, nel mentre, una mamma usciva da una porta tenendo per mano una bambina, della quale rendeva chiunque partecipe del fatto che aveva fatto la-cosa-quella-grossa, “Che brava, e adesso lava bene le manine”, e intanto lei le faceva domande ingenue e la mamma rispondeva “Ti sembrano domande che una signorina deve fare?” E lo diceva dopo aver spiatellato a tutti i fatti privati della signorina in questione. Vabbé. Comunque io alla piccola ho strizzato l’occhio e, appena la signora con la faccia gialla ha liberato la postazione (ma allora c’era un solo bagno funzionante, o devo immaginare che ai piani superiori impazzasse una folgorante infezione intestinale?), mi sono fiondata a liberare me stessa, che io volevo assistere all’evento avendo il più possibile corpo e spirito tranquilli, e quando sono ricomparsa al piano degli stand ho dato un’occhiata all’ora “Cazzo sono le cinque!”, mi è scappato detto. Ma cazzo non lo volevo dire, io sono una signora. Solo che quindi…

– Quindi?

Ora concludo: e quindi,]

Anche ieri, che era di nuovo il 7 dicembre, come da tradizione, ero arrivata in ritardo. Ma almeno la strada la sapevo già, e allora ho infilato i corridoi correndo, dando spallate a tutti, ho salito le favolose scale di Libera, quelle che avevo studiato, fotografato, misurato, ridisegnato in pianta-sezione-prospetto-spaccatoassonometrico all’università (“Ma quanto sono belle!” Ho fatto in tempo a pensare), mi sono guardata attorno e riconosciuto gli stessi stand, gli stessi percorsi e svicoli dell’anno precedente, e come in un sogno sono avanzata rievocando, calcando le orme fantasma dei miei stessi passi, fino a trovarmi davanti… A una coda mostruosa. Mostruosa, giuro. Troppa gente, non ce l’avrei mai fatta. “Oddio, e se non fosse questa la sala?” Allora ho cercato la rete col telefono sollevato in aria come una bacchetta da rabdomante, e con aria sconsolata ho svolto su me stessa alcuni giri inutili, portando gli occhi dallo schermo alle facce della gente che si intersecava nelle file in ingresso e in uscita, dalla sala che credevo fosse la mia meta come dalle altre, sì, ce n’erano altre, alle quali mi sono affacciata, solo a quelle con la porta aperta, intendo, perché quando, sconfortata, ho chiesto ad un uomo dell’organizzazione “Scusi, sa mica dov’è Mozzi?”, lui mi ha indicato l’unica porta chiusa, alle sue spalle, della quale per troppa foga nemmeno mi ero accorta, e allora io gli ho detto, ammiccando all’indirizzo della porta, sempre chiusa, “Che dice… posso entrare? No, vero?” “Sì”, mi ha risposto lui, “Ma svelta, che sta per cominciare”. E quindi, per finire, sono entrata. Dentro c’era Giulio Mozzi, con Elena Orlandi e, in mezzo a un sacco di gente c’era pure la mia amica Antonietta. Il resto si può leggere su Vibrisse.

– E ti è piaciuto?

– Tanto, figurati che sono anche andata al microfono, ma poi questo te l’ho raccontato già.

– Nient’altro?

– Mah. Che posso dirti, ieri mi sembrava di aver concluso un ciclo. Sì, ero soddisfatta. Potevo fermarmi a tirare il fiato e considerare quanta strada avevo percorso tra quelle due edizioni della fiera del libro. Mi restava giusto la sensazione di una leggera stonatura, ma leggera leggera, quasi trascurabile.

– Colpa della pioggia?

– Ma quanto sei metereologico, insomma! Parlavo di qualcosa che incrinava la sensazione di aver disegnato un cerchio perfetto. Finché non ho fatto una scoperta clamorosa.

– Ooooh.

– Ma piantala, simulatore di stupore. Nel pomeriggio di oggi mi ha chiamato Antonietta: “Corri, vieni subito alla fiera!” “Subito quanto?” “Adesso, sbrigati! Adesso!” E in dieci minuti, a dispetto della mia tendenza a fare tardi, mi sono ritrovata seduta in prima fila, a sorridere come inebetita.

– E la scoperta?

– Niente, si vede che volta per volta, accumulando ritardi, il mio anno si è allungato di un giorno e quindi oggi, ecco svelato il mistero, è ancora il 7 dicembre. Come ne sono felice.

– Ah, benissimo. Grazie del racconto, adesso posso andare a dormire contento.

– Mi prendi per il culo? Piuttosto chiuditi bene in casa che stanotte arriva la bufera.

– …Paura…

– Bè, eccoti un bacetto (non te lo meriteresti), e adesso fila a letto.

.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: