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Io credo nei murales

31 ottobre 2016

(In un primo momento giuro di aver letto “I believe in murales”)



Cosa significa addolorarsi non soltanto per la perdita di vite umane, ma anche per lo scempio, operato dalle forze della natura, dei millenni di storia umana raccontati dalle grandi architetture, dai piccoli centri urbani, perfino dai murales?

Scrive James Hillman nel suo Il codice dell’anima (Adelphi, 1996):

“Ciascuna svolta nel destino può avere la sua interpretazione, ma ha anche la sua bellezza. […] La vita, intesa come immagini, non sa che farsene di dinamiche familiari e predisposizioni genetiche. Prima di diventare una storia, ciascuna vita si offre alla vista come una sequela di immagini. Chiede innanzitutto di essere guardata. Anche se ciascuna immagine è certamente pregna di significato è suscettibile di un’analisi notomizzante, quando saltiamo ai significati senza apprezzare l’immagine, perdiamo un piacere che non potrà essere recuperato da nessuna interpretazione, per quanto perfetta. Senza contare che avremo eliminato il piacere dalla vita che stiamo considerando; la bellezza che essa dispiega sarà diventata irrilevante per il suo significato.”

I luoghi dell’effimero sono le superfici. Quelle che rivestono cavalcavia, tetti e muri di chiese, abitazioni. Quelle che vengono giù per prime. 

Sulla superficie dell’acqua la voce si trasmette nitida e chiara, da un capo all’altro di una baia. 

La superficie veicola messaggi, effimeri perché superficiali, ma democratici. Democratico e caduco è l’essere a questo mondo. Comprenderlo è fondamentale.

Chi vuol esser lieto sia.

Norcia, la cattedrale.


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