Io e Jack

All’inizio della scorsa estate, accanto a un cancelletto, ho scovato un cartello seminascosto dall’edera, attaccato alla rete di recinzione del giardino degli uffici municipali che si trovano dietro casa mia. C’era scritto Banca del Tempo. Quando furono istituiti i primi sportelli BdT, sono stata tra le prime correntiste nel tredicesimo Municipio, quello in cui abitavo allora. Mi ero appena laureata e avevo idea che, chissà come, ne potessi trarre qualche utilità. A dire il vero, stavo venendo sempre più risucchiata nel mondo del lavoro e quel primo approccio è finito presto nel dimenticatoio. Questa volta nella mia vita erano cambiate molte delle condizioni al contorno, e così, con una piccola deviazione dal mio percorso, sono entrata dritta dritta in segreteria e ho chiesto di aderire nuovamente.

La BdT utilizza un modello di credito fondato sullo scambio di assegni dove, al posto del denaro, vengono imputate le ore dedicate alle prestazioni eseguite dai correntisti. Diversamente da quello che si potrebbe pensare, non è una esclusiva prerogativa di pensionati e disoccupati il ricorso alla Banca del Tempo, ma questa viene utilizzata in prevalenza da lavoratori attivi (circa il 37%) che trovano nello scambio di beni e servizi vari una soluzione a problemi pratici ma anche il recupero di un senso di appartenenza al luogo in cui si vive. Nel mio caso la motivazione principale è stata quest’ultima.

Infatti davanti alla domanda: Lei cosa si offre di scambiare? Per un po’ sono rimasta senza idee. Lavoro tutto il giorno, non eccello in nulla di particolare… Bé, ho fatto, ciambelloni, piccole traduzioni italiano – inglese e biglietti di auguri. Biglietti di auguri? Sì, qualcosa di personalizzato, non so, per esempio qualche verso in rima, una traccia per una lettera importante, piccole correzioni di bozze. Ah, “scrittura creativa”! Va bene, diciamo scrittura creativa, allora. E cosa vorrebbe avere in cambio? Mah (temevo di alzare lo sguardo sull’uomo, stava sicuramente pensando di avere a che fare con una perditempo; “Astenersi perditempo”, non mi pareva di aver visto clausole di questo tipo ma la coda di paglia ce l’avevo lo stesso), baby sitter. Nient’altro? Che devo dire, mi piacerebbe seguire dei corsi ma li fate tutti in orario d’ufficio. Che tipo di corsi? Ballo, musica, ginnastica. Eh, si in effetti, si svolgono tutti la mattina. Immagino che non abbiate correntisti che tengano corsi di scrittura, eh? Come sarebbe “corsi di scrittura”, insegnamento dell’italiano? Ma no, dicevo scrittura di racconti, romanzi (e mentre parlavo sentivo la mia voce diventare sempre più fioca, non era proprio il caso di continuare, lo sguardo dell’interlocutore era più che eloquente: non aveva idea di cosa stessi parlando). Facciamo una cosa, mettiamo anche qui “scrittura creativa”. Boh, vabbé, tanto si fa così per dire. Ma certo, ma certo.

E invece una mattina d’autunno dello scorso anno il corso si è materializzato, “Le interessa ancora? Un paio d’ore nel tardo pomeriggio, otto lezioni ogni due settimane, tenute da uno scrittore – correntista BdT, Marco Boccia”. Non so chi sia questo Marco Boccia ma, caspita, ci sto. E meno male che ci ha pensato l’associazionismo a tirarmi fuori dall’empasse. Se avessi continuato solo a flaggellarmi coi miei dubbi chissà se oggi sarei così serena. Attorno a tavolini in plastica bianca, sedute su sedie da giardino in plastica bianca, ci siamo incontrate con Marco in sei o sette per volta e abbiamo appreso i rudimenti delle narrazioni organizzate, ma soprattutto siamo uscite dallo stadio che io definisco, dalla canzone di Elio e le storie tese, “della cameretta di Addolorato”:

[…] grande, diciamo, mezzo metro quadro, cosi’, dove

 lui e’ dentro, al buio,

con una porta che non si apre perch’ e’ nel terrapieno.

[…] e lui poveretto, abita qui, ed e’ collegato a tutto il mondo esterno come

da un cordone ombelicale, proprio vero.

[…] un bel

giorno e’ talmente triste che dice: “Sono costretto

a prorompere in un tristissimo blues

[…] “Un giorno accenderanno la lampadina e si accorgeranno,

tutto il mondo si accorgera’ di quello che io

sono capace di fare in questa cameretta”.

Tutto filava liscio finché, a fine gennaio, al termine di uno degli incontri quindicinali, Marco ha detto: E ora avete dieci minuti per scrivere la sinossi di un racconto basato su un fatto di cronaca del quale, credo, siete al corrente più o meno tutte: Il naufragio della nave Costa all’Isola del Giglio.

Burp! No, io non ne sapevo abbastanza! Quando succedono queste tragedie metto dei teli neri sui due televisori di casa e sancisco l’embargo di tutti i notiziari video o audio per almeno un mese. Non mi piace lo sciacallaggio mediatico a spese di poveri cristi, e neppure l’abitudine a prendersela con un capro espiatorio che, per legge, fino a prova contraria, sarebbe un presunto innocente. Insomma, quella sera non ne sapevo proprio niente, del naufragio al Giglio.

Riflettendoci però, così la sfida era ancora più stuzzicante. Quindi ho impostato la mia sinossi su un personaggio estraneo, un barbone che viveva ai margini di un borgo sulla costa toscana di fronte al Giglio. Gli ho dato il nome di un barbone vero, il cane che mia madre in gioventù ha tirato fuori da un canile e tenuto accanto con amorevoli cure: Giovacchino, detto Jack.

Tornata a casa ho pensato di sviluppare la sinossi consegnata a lezione in un racconto vero e proprio. Il risultato si può trovare pubblicato a puntate su iCalamari, QUI.

I lavori di Marco Boccia finora pubblicati sono:

Pane e golpe. La lunga notte del 7 dicembre 1970, Ed. Aracne, 2010 

100 pizzini di Bernardo P. prima di andare a letto, Ed. Dalai, 2007

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2 Risposte to “Io e Jack”

  1. ubik Says:

    questo cercherò di riutilizzarlo ovviamente citando la fonte, davvero carino, complimenti

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