Ricette di libri (e non viceversa) con avanzi di concetti

Finalmente, è sotto gli occhi di tutti, è domenica. Mi sveglio presto, quando ce la faccio è il mio lusso. In casa invece sono tutti schiacciati sui guanciali dal post-sbronza, e per sbronza intendo quella di sole. Il meteo per oggi aveva dato pioggia, così ieri abbiamo fatto scorta di raggi UVA a più non posso, non si sa mai, tornasse una nuova glaciazione già che c’è, visto il tempo capriccioso dei giorni passati.

Bene bene, ho proprio bisogno di un po’ di pace per fare il punto. Questo blog parla di narrazioni in senso lato, infatti io che sono (non troppo a mio ma più che altro suo malgrado) plagiata dal pensiero di un certo scrittore che non ho intenzione di nominare, perché questo non è un blog che mette nomi noti nei tag solo per acchiappare lettori,…

– Vieni al punto, ti ho perso!

– Arrivo! Stavo dicendo che da che ho ricominciato a scrivere (sui perché e i percome ci sarebbe da aprire un altro post ma è cosa lunga e poi chiunque scrive dà sempre delle motivazioni meritevoli, nel mio caso basta fidarsi. Ti fidi tu, demone?

– Sì, ma chiudi la parentesi.

– )

…Da che ho ricominciato a scrivere ho assunto una posizione umile: io faccio il tecnico da troppi anni, maledizione, accidenti a me. Non sono laureata in lettere (le segretarie del liceo ancora sospirano per il tradimento della cultura umanistica), né una che ha fatto della scrittura la sua ragione di vita (per fortuna, con tutto quello che c’è al mondo per cui vivere).

– Ti muovi? Ho un appuntamento tra dieci minuti.

Avevo pensato di avvicinarmi al complesso mondo dei corsi di scrittura, così, per riprendere i ferri del mestiere evitando errori da principiante. Il corso più vicino a me, al luogo dove lavoro tutti i giorni, viene tenuto periodicamente in una libreria, dal suddetto scrittore, che ho scoperto essere piuttosto noto. Ma chi è questo? Mi sono chiesta, e quel punto di domanda, molto acuminato, ha generato una crepa nella mia solida convinzione di essere una buona lettrice. Il fatto è che negli ultimi anni ho avuto un po’ da fare. Fatti miei, demone. Ho preferito letture, per così dire, d’evasione (non faccio nomi per la par condicio).

Così sono entrata nella nota libreria dove tiene le sue lezioni il noto scrittore e, visto che si era a ridosso della ciclica ripresa dei corsi, mi sono informata.

Informazione numero uno:

Il corso costa come sei mesi di uno qualsiasi delle attività extra-scolastiche di uno qualsiasi dei miei figli;

Informazione numero due (o meglio una busta di informazioni):

Volendo proprio dare un senso a quella spesa, dovevo almeno sapere qualcosa di più. Così sono uscita dalla libreria con ben tre libri nei quali ficcare il naso. Un libro di narrativa pluripremiato, una guida di viaggio un po’ alla Foster Wallace, un saggio dai contenuti non sintetizzabili. Sono salita in autobus e ho iniziato a leggere. Era lo scorso novembre e da quel momento non sono stata più la stessa.

Il corso non l’ho più fatto, con quei soldi ci ho comprato la bici (ho iscritto lo stesso i figli alle loro attività mentre io ho effettuato digiuni benefici alla linea e alla salute), non perché non lo credessi utile, ma perché non mi sono ritenuta pronta, né per l’edizione di novembre, né per quella di febbraio, chissà se lo sarò a novembre prossimo. È che la questione si è complicata.

E si è fatta molto seria. Io scrivo cose più o meno piacevoli, a seconda dei gusti di chi le legge, ma il noto eccetera eccetera… mi ha fatto riflettere sul senso di questo scrivere, e se mi si toccano i sensi, in tutti i sensi, salto sempre su, reattiva e pronta. Qui andava fatto qualcosa, sì, ma cosa? (calma, non ho fatto nomi, è solo una parafrasi).

Insomma, sono tornata a studiare, col gusto di quando, da studentessa, entravo con tutte e due le scarpe in un argomento perché mi piaceva davvero tanto. Arrivata a maggio, cioè ad oggi, dopo sette mesi di cotanto studio e pratica (considerando che è tempo ritagliato da lavoro e famiglia, ho scritto due bozze successive dello stesso libro: un tentativo di saggio personale che sto tenendo in forno per farlo lievitare, qualche raccontino, tre interviste e vedo finalmente che davanti a me si sta tracciando una strada), sono arrivata a pensare che sia ora di andare a confrontarmi con l’universo al quale voglio appartenere, quello letterario.

Quindi in edicola ho comprato il Corriere della Sera e con grande gusto carbonaro, oggi più che mai, mi sono messa in un angolo a leggere.

Tanto per rimarcare che di autori contemporanei non ne conosco praticamente che uno (due, su, non voglio esagerare), devo dire che di Mircea Cartarescu non avevo mai sentito parlare. Non so se finirò col leggerlo, devo cercare di essere selettiva, più che altro per darmi tempo di smaltire le pile di libri che si sono accumulati sul comodino. Mircea Cartarescu, scrittore rumeno, mea culpa, non ha stellette nella mia considerazione, non so dire se valga qualcosa il suo stile, il suo pensiero, la sua persona.

Certo che il grosso dell’articolo pubblicato sul paginone culturale mi ha fatto saltare sulla sedia: la pensiamo proprio allo stesso modo. Riassumendo, in misura molto estrema, uno scrittore non è tanto rappresentativo di quel certo paese o cultura da cui proviene ma piuttosto di un sistema culturale (“l’orografia, i fiumi, la flora, la funa, la sociologia e la politica”) che costituisce la propria specifica e personalissima patria: “una mappa della coscienza”. Solo il lettore che possiede lo stesso codice mentale e culturale può ricostruire e comprendere questa “mappa”, che peraltro è in continua trasformazione. Per Kafka, citato ad esempio come “più grande scrittore della modernità” la scrittura era “un modo per comprendere la propria condizione nel mondo”, e poi aggiunge una frase che trovo bellissima: “la posta di ogni scrittore oltrepassa la commedia del mondo culturale, del successo di critica e pubblico, dei premi e delle tournee, della pubblicazione sui giornali”. Dopodiché infila una serie di frasi che magnificano la scrittura dell’oscurità e dell’incomprensibilità e cessiamo all’istante di intenderci.

Ora, ammesso, come premessa, che riteniamo necessario questo contatto tra l’esigenza dello scrittore di venir capito e quella del lettore di capire, come è possibile farlo? Intanto io eviterei l’ermetismo. Questo fatto che Il Castello di Kafka, come dice Cartarescu sia la vetta estrema della letteratura io, pur amando Kafka, proprio non lo condivido. Il linguaggio fortemente simbolico si sviluppa per necessità nei contesti in cui è presente una repressione del libero pensiero. Oggi, per fortuna, non siamo ancora arrivati a questo punto.

Piuttosto è probabile che la decodifica si realizzi sul terreno dell’esperienza umana, fatta di parole ed avvenimenti ordinari e comuni. Ogni scrittore ha il suo pubblico di riferimento, ovviamente, ma se è vero che in questi decenni è in atto, attraverso internet, la più grande opera di democratizzazione della cultura, è anche vero che gli ultimi trent’anni hanno visto, assieme alla sua sempre maggiore diffusione, una sistematica svalutazione della cultura stessa (c’è bisogno di ricordarlo?). Cinquant’anni fa anche un illetterato era in grado di costruire frasi di senso compiuto esprimendo concetti autonomamente concepiti e meditati (certo, a scapito della velocità con la quale venivano espressi), mentre oggi nel linguaggio comune è più facile imbattersi in frasi lessicalmente povere che esprimono pensieri altrettanto poveri. La decodifica è sempre più limitata a temi che volano basso.

Probabilmente la nostra è l’epoca nella quale è giunto al livello massimo lo sgretolamento delle certezze su cui si sono basate per secoli le civiltà umane, ma questa che ho appena detto è un’ovvietà. Quello che non trovo ovvio è come possano coesistere pagina-a-pagina articoli come quello sopra citato, insieme alle lagnanze sull’assenza di forti lettori (se si esclude un certo pubblico femminile piuttosto incline ai ricettari), alla critica dei nuovi supporti elettronici della lettura così spersonalizzanti (e qui ci sarebbe da aprire un nuovo post, come sopra, ma è un dibattito così cretino e la pensano talmente tutti allo stesso modo, salvo poi farsi regalare al compleanno l’ultimo modello di e-reader, che è meglio lasciar perdere), alla magnificazione, al Salone Del Libro di Torino, delle performance artistiche (canti, danze, recitazioni) di supporto alla (o meglio in soccorso della) lettura (ormai il lettore è pronto per le esperienze multimediali –o forse non ce la fa a leggere testi più lunghi di un tweet-), alla celebrazione acritica degli arguti best sellers che dominano il mercato.

Per fortuna, nell’inserto La Lettura ho trovato qualcos’altro in linea col mio pensiero (stavolta fino in fondo). Luca Ricci (curiosamente autore di un titolo come “Come si scrive un bestseller in 57 giorni”, subito aggiunto in coda agli altri miei propositi di lettura), analizza il fenomeno del bestsellerismo, divenuto genere letterario al soldo dell’”industria editoriale”, che, in quanto tale, ha la prerogativa di snobbare la “fettina di mercato” dei “lettori forti” ed esaltare l’aspetto imprenditoriale delle case editrici, dunque “annichilendo invece quello di guida culturale, di laboratorio per formare coscienze e veicolare idee forti”.

Quanto a me, richiuse le pagine, mi rendo conto di provare da tempo una sensazione strana e forse ho trovato un buon paragone per descriverla. Mi sento come quelli che si risvegliano da un lungo coma riportando danni cerebrali. Mantengono i ricordi delle esperienze fatte e la maturità raggiunta grazie a queste, ma non sono più in grado di esprimersi né di esprimere sé stessi, così devono ricominciare daccapo. Rieducarsi all’uso delle parole ma anche all’uso della vita stessa e finiscono spesso per scoprire qualche altisonante verità. Il che è un bene, da un lato: è tutto lavoro a vantaggio del mio rinnovamento personale in un’età che volge il disìo (ai navicanti, / e ‘ntenerisce il core, ecc.), ma è un male considerando che le altisonanti verità non mi si confanno, mi mettono a disagio, preferirei non venirle a sapere.

Tutto questo cosa ha a che fare con il senso della letteratura? Ad oggi ancora quasi niente, per me. Leggere i titoli in cima alle classifiche e, insieme, constatare la desolante curva discendente delle vendite dei libri, mi fa rendere conto della vanificazione di un mezzo potentissimo di divulgazione della cultura, del quale fino alla prima metà del secolo scorso hanno tratto beneficio solo gli strati più abbienti e consapevoli della popolazione mondiale, quelli, in pratica, che potevano permettersi di decodificare quanto veniva loro trasmesso dallo scrittore.

Il risultato, in termini sociali, è che in un mondo che ha bisogno di soluzioni globali e urgenti, queste non vengono prese a tutela di esigenze reali (e non indotte) espresse dal basso, per la mancanza di un tramite essenziale, la cultura appunto, che le veicoli ai livelli decisionali della politica (anche questo non è esattamente un concetto freschissimo ma mi ha convinto, quindi diciamo che l’ho preso in prestito dal succitato Mr. X). Senza la ripresa della padronanza dei nostri pensieri e di una lingua nella quale sapersi destreggiare per esprimerli, non potremo utilizzare, a favore del progresso, tutti i nuovi e potenti mezzi di comunicazione a disposizione.

Pare che i libri di cucina siano tra i più venduti. Ribadisco che questo non è un blog a fini di lucro ma, parafrasi per parafrasi, come ricetta per cercare di riequilibrare la situazione vedrei bene:

100 gr. di rieducazione dei cittadini alla partecipazione attiva alla democrazia

70 gr. di uso consapevole dei nuovi media

50 gr. di ottimismo

Acqua q.b.

Poi mescolare bene, ma bene, ma bene e mandare giù tutto in un boccone.

PS:

– Ecco, mi hai fatto fare tardi e sei pure bugiarda.

– Chi?

– Tu, bugiarda.

– Guarda che ti sbagli.

– avevi detto che non avresti messo tag con nomi di scrittori.

– Io? Ma scherzi?

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