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Purity, o della speranza

22 aprile 2016


Purity
Jonathan Franzen
2016
Supercoralli
pp. 656
€ 22,00
ISBN 978880621660

Ho letto Purity per la fede che nutro in Franzen ma ammetto che ingranare è stato difficile. L’ho percepito come un’esposizione, diapositiva dopo diapositiva (sono sei in tutto, ognuna è un mondo a sé stante), di un lavoro costato lacrime e sangue al proprio autore.

L’ho affrontato come un saggio ambizioso e poi, a sorpresa, dopo l’ultima salita, mi sono ritrovata a planare in cielo aperto nella scia della luce che porta a risplendere l’autore oltre “il moralismo che può infastidire un lettore che legga le sue sferzate sui mala tempora currunt”, evidenziato da Christian Raimo . Le sferzate a cui accenna Raimo sono quelle che collocano Franzen tra gli scrittori “bacchettoni” (Cfr. Forse sognare, saggio del 1996 apparso inizialmente su Harper’s Magazine), benché nella gestione della materia narrativa Franzen non conosca censure e depositi uno sguardo compassionevole sulla (spesso bassa) umanità dei propri personaggi.

Nella picchiata finale verso la conclusione la protagonista si spoglia, non tanto metaforicamente, dei panni dickensiani fin lì indossati e si trasforma in una Rossella O’ Hara decisa a dimenticare il passato in modo tanto umano quanto quasi comico, in rapporto alle terribili vicende che ne hanno preceduto la messa in atto.

Impossibile non amarla, perché questa è vita, e Franzen l’ha catturata senza camuffamenti. Nel mondo e nel libro convivono fattori parimenti oppressivi come i servizi segreti, internet e le mamme, eppure l’umanità va avanti. Nel mantenere, accanto agli stratagemmi, un necessario senso di realismo tragico. Quello individuato da Franzen come antidoto al “realismo depressivo”, nel passaggio “dall’oscurità paralizzante all’oscurità come fonte di forza” (1).

Il realismo tragico “preserva la cognizione che del fatto che ogni miglioramento ha sempre un prezzo; che niente dura per sempre; che, se nel modo il bene supera il male, ci riesce per il rotto della cuffia. […] Il realismo tragico preserva l’accesso  […] al dolore dietro la narcosi della cultura popolare.”

In Purity c’è concretezza e altrettanta consapevolezza della narcosi dilagante ed è un libro veramente tragico. Rispetto ai precedenti, si spinge al confine della letteratura di genere (il giallo, il noir) ma, paradossalmente, ne esce come il più conciliante del trio di capolavori (accanto a Le Correzioni e Libertà) di Franzen. E finisce per cantare un inno alla fratellanza senza concedere nulla alla religione o al misticismo.

Purity mostra che quanto più si riconosce dignità alla reale natura delle persone, superando l’“idealismo improduttivo” delle tardive adolescenze, tanto più i rapporti interpersonali se ne avvantaggiano. Che la ”purezza” è una chimera, e l’ossessione per la pulizia non è soltanto inutile, ma dannosa. Che la cultura del “liking” (non del “loving”), la cura eccessiva di ciò che gli altri pensano di noi è quanto di più lontano ci sia dall’amore. Che senza provare amore, semplicemente non si può vivere.

[Segnalo, a proposito, il breve e illuminante saggio “Liking Is for Cowards. Go for What Hurts”. Di seguito degli estratti aforismatici, per me di qualche importanza:

“the narcissistic tendencies of technology and the problem of actual love”; “trying to be perfectly likable is incompatible with loving relationships”; “love is such an existential threat to the techno-consumerist order: it exposes the lie”; “love, as I understand it, is always specific. Trying to love all of humanity may be a worthy endeavor, but, in a funny way, it keeps the focus on the self, on the self’s own moral or spiritual well-being. Whereas, to love a specific person, and to identify with his or her struggles and joys as if they were your own, you have to surrender some of your self”; “love … is where our troubles begin”; “the fundamental fact about all of us is that we’re alive for a while but will die before long. This fact is the real root cause of all our anger and pain and despair. And you can either run from this fact or, by way of love, you can embrace it”.]

I sei capitoli (incluso il romanzo autobiografico di uno dei personaggi principali) attraversano un quarto di secolo tra Europa e Stati Uniti, con l’accesso alle vicende di protagonisti straordinariamente simili nei traumi subiti e nelle conseguenze derivanti, ma che differiscono per scarti successivi, e portano a un’apertura progressiva a quella speranza che sembrava definitivamente preclusa.

Sullo sfondo corre il grande tema che arrovella Franzen e, forse, ne ha ispirato il concepimento di questo libro: la continuità tra regime e rivoluzione,  realizzata attraverso l’abuso della privacy (2).

“La vecchia Repubblica si era senz’altro distinta per sorveglianza e parate, ma l’essenza del suo totalitarismo era più quotidiana e sottile. Potevi collaborare col sistema o potevi osteggiarlo, ma l’unica cosa che non potevi fare, che tu avessi una vita sicura e gradevole o che ti trovassi in prigione, era rimanergli estraneo. La risposta a ogni domanda, grande o piccola, era il socialismo. Sostituendo socialismo con network si otteneva internet, un sistema fatto di piattaforme rivali accomunate dall’ambizione di definire ogni aspetto dell’esistenza”.

È una lezione semplice ma di difficile comprensione per i più. Franzen ne espone gli esiti applicati al totalitarismo, alla globalizzazione e, non ultima, alla famiglia. È significativo che, sul finale di questo libro, completi la distruzione del suo primo, grande protagonista da sempre, attraverso lo scagliarsi apocalittico di reciproche accuse riguardanti una “verità più profonda”, la realtà soggettiva degli individui, un mistero a cui riconoscere il dovuto rispetto.

Chris Cornell – Higher Truth

 

1) “Come stare soli” di Jonathan Franzen, Ed. Einaudi Supercoralli, 2003.

2) Ibid. “La violazione della privacy è il nucleo emotivo di molti crimini” ma la sua riduzione a “inflizione di disagio emotivo” configura una serie di illeciti dalla natura fragile.  Esiste un “panico da privacy” ingiustificato e “fondato su una convinzione errata”: La vita dell’americano medio in una città di piccole dimensioni nel secolo scorso registrava quotidianamente più intrusioni di quelle che subisce un attuale abitante di una grande città, completamente ignorato dai vicini. Sta anzi “esplodendo” il “diritto a essere lasciati in pace”. Non è la sfera privata (“farsi i fatti propri in privato”) a essere minacciata ma quella pubblica (“farsi i fatti propri in pubblico”). Il mondo in rete ha reso la “privacy” (così intesa) trionfante. “Se cammino lungo third Avenue di sabato […] intorno a me vedo giovani attraenti curvi sui loro [telefonini] con un’espressione preoccupata […] la sola cosa che voglio da un marciapiede è che la gente mi veda e si lasci vedere, ma anche questo modesto ideale viene frustrato dagli utenti di cellulari e dalla loro privacy importuna”.

Spettacoli e delfini

25 agosto 2015

 

Pomezia, martedì mattina.

I finestrini dell’auto che percorreva lentamente la strada verso il mare erano alzati. L’aria condizionata procurava un discreto livello di frescura artificiale agli occupanti. Si viaggiava a passo molto rallentato fin dall’incrocio dal quale avevamo svoltato, pochi chilometri prima.

Vedemmo dapprima i lampeggianti, c’era un gran traffico e la visibilità della scena ne veniva compromessa.

“Dev’esserci stato un incidente”.

“Sì, è pieno di polizia, stanno facendo i rilevamenti a terra e… Oh, no”.

“Schh…”

Sul sedile di dietro i bambini non si erano accorti di nulla. Nemmeno di me, che stavo dicendo:

“No, porca miseria, no…”

Nemmeno una domanda. Stavano a testa bassa sui loro oggetti elettronici, a cuffie nelle orecchie. Si udì qualche risatina, ancora interagivano tra loro.

La strada alla nostra sinistra, che sfociava in un innesto a T in quella che percorrevamo, era un tracciato ingombro di: pedoni, auto in sosta, auto in transito moderato da un vigile che gesticolava al centro, poliziotti in piedi, altri inginocchiati in terra, un telo dai riflessi metallici che ricalcava una forma, estremamente simile a quella che avrebbe potuto avere un uomo disteso, con le punte dei piedi che emergevano, rivolte verso il cielo.

Non potei evitare di pensare a quel corpo morto. In pochi minuti mi girarono in testa una serie di domande senza risposta. Chi fosse stato in vita,  se giovane o vecchio. Uomo o donna. A come fosse morto. A cosa stesse facendo un attimo prima di morire. A come e a chi sarebbe toccato in sorte comunicare la disgrazia ai parenti, sempre che quella persona ne avesse e che fossero facilmente rintracciabili. A come questi avrebbero reagito.

Le congetture e lo sconcerto si esaurirono presto. I bambini richiedevano un’attenzione allegra, li portavamo in gita. Al parco acquatico dove da maggio a settembre si esibiscono foche, delfini e altre varietà animali.

In borsa avevo Il male naturale, scritto da Giulio Mozzi tanti anni fa, nell’edizione Laurana del 2011. In quella raccolta, e di quella raccolta, lo stesso autore diceva, in conclusione: “…sarà il mio ultimo libro di racconti, o […] d’ora in poi, lo scrivere sarà per me una cosa completamente diversa”. Ero già arrivata a metà, contai di finirlo entro sera, spettacoli e bagni permettendo. Tirai fuori il libretto una volta sistemata sulla sedia a sdraio, dopo aver visto lo show dei tuffatori e dei pinnipedi, in attesa di quello dei delfini.

Il Mozzi oggi identificabile da tante particolarità (lo stile, i temi trattati, una sorta di morale-non-morale sottesa ai testi, che scombussola il lettore), non è lo stesso delle pagine che stavo sfogliando. Si riconosce a fatica, ma, a ben guardare, è lui.

La sigla del parco acquatico ricominciò a suonare a volume alto, segno che stava per cominciare lo spettacolo dei tursiopi, i delfini comunemente detti. Dovetti lasciare a metà il racconto “Coro”, del 1995, che parte da una commemorazione di Mariele Ventre del Piccolo coro dell’Antoniano, ad opera di Cino Tortorella, per approdare a temi e modi “mozziani” che, finalmente, riconoscevo e nei quali mi sentii, in modo sgradevolmente evidente, coinvolta in prima persona. L’argomento era la televisione trash, la “miscela di divertimento osceno e sguaiato [Carramba e la Carrà, i giochini a premi con Frizzi] e di informazione horroristica [l’indifferenza con la quale venivano trattati, e che suscitavano, i bambini morti e i colpi dei cecchini nei paesi in guerra], che muoveva ancora i primi passi negli anni in cui Il male naturale veniva scritto ed edito per la prima volta. Ma il piccolo schermo rendeva solo più evidente un processo in stadio avanzato e comune a ognuno, che Mozzi riassumeva in questo modo:

“Ci fanno vedere orrori insopportabili, così tanti e così insopportabili da mettere i nostri cervelli in stato di prostrazione e da costringerci, per sopravvivere, a ottundere la sensibilità; e poi ci fanno sperimentare come il divertimento osceno e sguaiato possa, almeno per un certo tempo, far dimenticare  anche il più orribile degli orrori […]”.

Ci siamo inerpicati sulle gradonate, conquistato un posto scomodo, con una visibilità scarsa. Ma lo spettacolo a cui stavamo per assistere era, in assoluto, il più bello del programma. Quello per vedere il quale almeno la metà del pubblico aveva affrontato viaggi perfino da altre città, come Napoli, che dista un paio d’ore d’auto. Per questo mi ero alzata volentieri dalla sdraio, lieta di interrompere per un po’ una lettura ostica benché allo stesso tempo attraente.

Volevo “dimenticare Auschwitz”, come rivelava il testo pochi minuti prima.

Addestratrici e addestratori sorridevano forzatamente, facendo volteggiare a suon di musica le mani per dare istruzioni ai tursiopi sulle coreografie. Per un po’ lo spettacolo andò avanti, poi, qualcosa lo guastò. A uno a uno, i protagonisti abbandonarono la piscina delle esibizioni e si rintanarono nelle vasche più piccole, alle spalle della pedana dove i loro compagni umani perdevano velocemente l’espressione allegra e si iniziavano a interrogare con sguardi e frasi, intuibili ma non udibili dagli spalti, su come proseguire. Non ci fu niente da fare. La voce fuori campo si presentò, disse di essere il capo addestratore, che quello era “il bello della diretta” e che lo show veniva rimandato allo spettacolo delle sedici.

Non avevo mai assistito a una defezione come quella. Qualunque ne fosse la causa, l’effetto della sparizione all’unisono di tutti i delfini dalla scena fu potente. Senza volerlo, mi ritrovai a cercare un qualche segno che congiungesse i due fatti salienti di quella giornata. Un modo primitivo per sperare che tutto possa avere un senso, che lo sconosciuto il cui corpo forse giaceva ancora caldo sull’asfalto aveva ricevuto una sorta di omaggio misterioso.

Tornai al racconto “Coro”, che Mozzi chiude affermando che “la fine è prossima” ma che “i rimedi falsi” di cui disponiamo, per un nostro atto di volontà, possono trasformarsi “in mezzi veri per la lotta contro i rimedi falsi”. Seguono considerazioni sul senso della letteratura, che condivido, e una professione di fede nella redenzione alla quale non riesco ad aderire e che forse non ho capito troppo bene. Ma della persona Mozzi ho una mia opinione, e ho sviluppato anche un affetto che mi consente di dargli fiducia perché, benché parli del male, è il bene il fine a cui, in definitiva, tende. Ci crede così tanto da risultare contagioso.

Sono riuscita a finire il libro entro sera. E, allo spettacolo successivo, i delfini sono rimasti davanti al pubblico fino alla conclusione, compiendo meravigliose evoluzioni.

Ma, forse, tutto capita per caso.


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