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Purity, o della speranza

22 aprile 2016


Purity
Jonathan Franzen
2016
Supercoralli
pp. 656
€ 22,00
ISBN 978880621660

Ho letto Purity per la fede che nutro in Franzen ma ammetto che ingranare è stato difficile. L’ho percepito come un’esposizione, diapositiva dopo diapositiva (sono sei in tutto, ognuna è un mondo a sé stante), di un lavoro costato lacrime e sangue al proprio autore.

L’ho affrontato come un saggio ambizioso e poi, a sorpresa, dopo l’ultima salita, mi sono ritrovata a planare in cielo aperto nella scia della luce che porta a risplendere l’autore oltre “il moralismo che può infastidire un lettore che legga le sue sferzate sui mala tempora currunt”, evidenziato da Christian Raimo . Le sferzate a cui accenna Raimo sono quelle che collocano Franzen tra gli scrittori “bacchettoni” (Cfr. Forse sognare, saggio del 1996 apparso inizialmente su Harper’s Magazine), benché nella gestione della materia narrativa Franzen non conosca censure e depositi uno sguardo compassionevole sulla (spesso bassa) umanità dei propri personaggi.

Nella picchiata finale verso la conclusione la protagonista si spoglia, non tanto metaforicamente, dei panni dickensiani fin lì indossati e si trasforma in una Rossella O’ Hara decisa a dimenticare il passato in modo tanto umano quanto quasi comico, in rapporto alle terribili vicende che ne hanno preceduto la messa in atto.

Impossibile non amarla, perché questa è vita, e Franzen l’ha catturata senza camuffamenti. Nel mondo e nel libro convivono fattori parimenti oppressivi come i servizi segreti, internet e le mamme, eppure l’umanità va avanti. Nel mantenere, accanto agli stratagemmi, un necessario senso di realismo tragico. Quello individuato da Franzen come antidoto al “realismo depressivo”, nel passaggio “dall’oscurità paralizzante all’oscurità come fonte di forza” (1).

Il realismo tragico “preserva la cognizione che del fatto che ogni miglioramento ha sempre un prezzo; che niente dura per sempre; che, se nel modo il bene supera il male, ci riesce per il rotto della cuffia. […] Il realismo tragico preserva l’accesso  […] al dolore dietro la narcosi della cultura popolare.”

In Purity c’è concretezza e altrettanta consapevolezza della narcosi dilagante ed è un libro veramente tragico. Rispetto ai precedenti, si spinge al confine della letteratura di genere (il giallo, il noir) ma, paradossalmente, ne esce come il più conciliante del trio di capolavori (accanto a Le Correzioni e Libertà) di Franzen. E finisce per cantare un inno alla fratellanza senza concedere nulla alla religione o al misticismo.

Purity mostra che quanto più si riconosce dignità alla reale natura delle persone, superando l’“idealismo improduttivo” delle tardive adolescenze, tanto più i rapporti interpersonali se ne avvantaggiano. Che la ”purezza” è una chimera, e l’ossessione per la pulizia non è soltanto inutile, ma dannosa. Che la cultura del “liking” (non del “loving”), la cura eccessiva di ciò che gli altri pensano di noi è quanto di più lontano ci sia dall’amore. Che senza provare amore, semplicemente non si può vivere.

[Segnalo, a proposito, il breve e illuminante saggio “Liking Is for Cowards. Go for What Hurts”. Di seguito degli estratti aforismatici, per me di qualche importanza:

“the narcissistic tendencies of technology and the problem of actual love”; “trying to be perfectly likable is incompatible with loving relationships”; “love is such an existential threat to the techno-consumerist order: it exposes the lie”; “love, as I understand it, is always specific. Trying to love all of humanity may be a worthy endeavor, but, in a funny way, it keeps the focus on the self, on the self’s own moral or spiritual well-being. Whereas, to love a specific person, and to identify with his or her struggles and joys as if they were your own, you have to surrender some of your self”; “love … is where our troubles begin”; “the fundamental fact about all of us is that we’re alive for a while but will die before long. This fact is the real root cause of all our anger and pain and despair. And you can either run from this fact or, by way of love, you can embrace it”.]

I sei capitoli (incluso il romanzo autobiografico di uno dei personaggi principali) attraversano un quarto di secolo tra Europa e Stati Uniti, con l’accesso alle vicende di protagonisti straordinariamente simili nei traumi subiti e nelle conseguenze derivanti, ma che differiscono per scarti successivi, e portano a un’apertura progressiva a quella speranza che sembrava definitivamente preclusa.

Sullo sfondo corre il grande tema che arrovella Franzen e, forse, ne ha ispirato il concepimento di questo libro: la continuità tra regime e rivoluzione,  realizzata attraverso l’abuso della privacy (2).

“La vecchia Repubblica si era senz’altro distinta per sorveglianza e parate, ma l’essenza del suo totalitarismo era più quotidiana e sottile. Potevi collaborare col sistema o potevi osteggiarlo, ma l’unica cosa che non potevi fare, che tu avessi una vita sicura e gradevole o che ti trovassi in prigione, era rimanergli estraneo. La risposta a ogni domanda, grande o piccola, era il socialismo. Sostituendo socialismo con network si otteneva internet, un sistema fatto di piattaforme rivali accomunate dall’ambizione di definire ogni aspetto dell’esistenza”.

È una lezione semplice ma di difficile comprensione per i più. Franzen ne espone gli esiti applicati al totalitarismo, alla globalizzazione e, non ultima, alla famiglia. È significativo che, sul finale di questo libro, completi la distruzione del suo primo, grande protagonista da sempre, attraverso lo scagliarsi apocalittico di reciproche accuse riguardanti una “verità più profonda”, la realtà soggettiva degli individui, un mistero a cui riconoscere il dovuto rispetto.

Chris Cornell – Higher Truth

 

1) “Come stare soli” di Jonathan Franzen, Ed. Einaudi Supercoralli, 2003.

2) Ibid. “La violazione della privacy è il nucleo emotivo di molti crimini” ma la sua riduzione a “inflizione di disagio emotivo” configura una serie di illeciti dalla natura fragile.  Esiste un “panico da privacy” ingiustificato e “fondato su una convinzione errata”: La vita dell’americano medio in una città di piccole dimensioni nel secolo scorso registrava quotidianamente più intrusioni di quelle che subisce un attuale abitante di una grande città, completamente ignorato dai vicini. Sta anzi “esplodendo” il “diritto a essere lasciati in pace”. Non è la sfera privata (“farsi i fatti propri in privato”) a essere minacciata ma quella pubblica (“farsi i fatti propri in pubblico”). Il mondo in rete ha reso la “privacy” (così intesa) trionfante. “Se cammino lungo third Avenue di sabato […] intorno a me vedo giovani attraenti curvi sui loro [telefonini] con un’espressione preoccupata […] la sola cosa che voglio da un marciapiede è che la gente mi veda e si lasci vedere, ma anche questo modesto ideale viene frustrato dagli utenti di cellulari e dalla loro privacy importuna”.

Spettacoli e delfini

25 agosto 2015

 

Pomezia, martedì mattina.

I finestrini dell’auto che percorreva lentamente la strada verso il mare erano alzati. L’aria condizionata procurava un discreto livello di frescura artificiale agli occupanti. Si viaggiava a passo molto rallentato fin dall’incrocio dal quale avevamo svoltato, pochi chilometri prima.

Vedemmo dapprima i lampeggianti, c’era un gran traffico e la visibilità della scena ne veniva compromessa.

“Dev’esserci stato un incidente”.

“Sì, è pieno di polizia, stanno facendo i rilevamenti a terra e… Oh, no”.

“Schh…”

Sul sedile di dietro i bambini non si erano accorti di nulla. Nemmeno di me, che stavo dicendo:

“No, porca miseria, no…”

Nemmeno una domanda. Stavano a testa bassa sui loro oggetti elettronici, a cuffie nelle orecchie. Si udì qualche risatina, ancora interagivano tra loro.

La strada alla nostra sinistra, che sfociava in un innesto a T in quella che percorrevamo, era un tracciato ingombro di: pedoni, auto in sosta, auto in transito moderato da un vigile che gesticolava al centro, poliziotti in piedi, altri inginocchiati in terra, un telo dai riflessi metallici che ricalcava una forma, estremamente simile a quella che avrebbe potuto avere un uomo disteso, con le punte dei piedi che emergevano, rivolte verso il cielo.

Non potei evitare di pensare a quel corpo morto. In pochi minuti mi girarono in testa una serie di domande senza risposta. Chi fosse stato in vita,  se giovane o vecchio. Uomo o donna. A come fosse morto. A cosa stesse facendo un attimo prima di morire. A come e a chi sarebbe toccato in sorte comunicare la disgrazia ai parenti, sempre che quella persona ne avesse e che fossero facilmente rintracciabili. A come questi avrebbero reagito.

Le congetture e lo sconcerto si esaurirono presto. I bambini richiedevano un’attenzione allegra, li portavamo in gita. Al parco acquatico dove da maggio a settembre si esibiscono foche, delfini e altre varietà animali.

In borsa avevo Il male naturale, scritto da Giulio Mozzi tanti anni fa, nell’edizione Laurana del 2011. In quella raccolta, e di quella raccolta, lo stesso autore diceva, in conclusione: “…sarà il mio ultimo libro di racconti, o […] d’ora in poi, lo scrivere sarà per me una cosa completamente diversa”. Ero già arrivata a metà, contai di finirlo entro sera, spettacoli e bagni permettendo. Tirai fuori il libretto una volta sistemata sulla sedia a sdraio, dopo aver visto lo show dei tuffatori e dei pinnipedi, in attesa di quello dei delfini.

Il Mozzi oggi identificabile da tante particolarità (lo stile, i temi trattati, una sorta di morale-non-morale sottesa ai testi, che scombussola il lettore), non è lo stesso delle pagine che stavo sfogliando. Si riconosce a fatica, ma, a ben guardare, è lui.

La sigla del parco acquatico ricominciò a suonare a volume alto, segno che stava per cominciare lo spettacolo dei tursiopi, i delfini comunemente detti. Dovetti lasciare a metà il racconto “Coro”, del 1995, che parte da una commemorazione di Mariele Ventre del Piccolo coro dell’Antoniano, ad opera di Cino Tortorella, per approdare a temi e modi “mozziani” che, finalmente, riconoscevo e nei quali mi sentii, in modo sgradevolmente evidente, coinvolta in prima persona. L’argomento era la televisione trash, la “miscela di divertimento osceno e sguaiato [Carramba e la Carrà, i giochini a premi con Frizzi] e di informazione horroristica [l’indifferenza con la quale venivano trattati, e che suscitavano, i bambini morti e i colpi dei cecchini nei paesi in guerra], che muoveva ancora i primi passi negli anni in cui Il male naturale veniva scritto ed edito per la prima volta. Ma il piccolo schermo rendeva solo più evidente un processo in stadio avanzato e comune a ognuno, che Mozzi riassumeva in questo modo:

“Ci fanno vedere orrori insopportabili, così tanti e così insopportabili da mettere i nostri cervelli in stato di prostrazione e da costringerci, per sopravvivere, a ottundere la sensibilità; e poi ci fanno sperimentare come il divertimento osceno e sguaiato possa, almeno per un certo tempo, far dimenticare  anche il più orribile degli orrori […]”.

Ci siamo inerpicati sulle gradonate, conquistato un posto scomodo, con una visibilità scarsa. Ma lo spettacolo a cui stavamo per assistere era, in assoluto, il più bello del programma. Quello per vedere il quale almeno la metà del pubblico aveva affrontato viaggi perfino da altre città, come Napoli, che dista un paio d’ore d’auto. Per questo mi ero alzata volentieri dalla sdraio, lieta di interrompere per un po’ una lettura ostica benché allo stesso tempo attraente.

Volevo “dimenticare Auschwitz”, come rivelava il testo pochi minuti prima.

Addestratrici e addestratori sorridevano forzatamente, facendo volteggiare a suon di musica le mani per dare istruzioni ai tursiopi sulle coreografie. Per un po’ lo spettacolo andò avanti, poi, qualcosa lo guastò. A uno a uno, i protagonisti abbandonarono la piscina delle esibizioni e si rintanarono nelle vasche più piccole, alle spalle della pedana dove i loro compagni umani perdevano velocemente l’espressione allegra e si iniziavano a interrogare con sguardi e frasi, intuibili ma non udibili dagli spalti, su come proseguire. Non ci fu niente da fare. La voce fuori campo si presentò, disse di essere il capo addestratore, che quello era “il bello della diretta” e che lo show veniva rimandato allo spettacolo delle sedici.

Non avevo mai assistito a una defezione come quella. Qualunque ne fosse la causa, l’effetto della sparizione all’unisono di tutti i delfini dalla scena fu potente. Senza volerlo, mi ritrovai a cercare un qualche segno che congiungesse i due fatti salienti di quella giornata. Un modo primitivo per sperare che tutto possa avere un senso, che lo sconosciuto il cui corpo forse giaceva ancora caldo sull’asfalto aveva ricevuto una sorta di omaggio misterioso.

Tornai al racconto “Coro”, che Mozzi chiude affermando che “la fine è prossima” ma che “i rimedi falsi” di cui disponiamo, per un nostro atto di volontà, possono trasformarsi “in mezzi veri per la lotta contro i rimedi falsi”. Seguono considerazioni sul senso della letteratura, che condivido, e una professione di fede nella redenzione alla quale non riesco ad aderire e che forse non ho capito troppo bene. Ma della persona Mozzi ho una mia opinione, e ho sviluppato anche un affetto che mi consente di dargli fiducia perché, benché parli del male, è il bene il fine a cui, in definitiva, tende. Ci crede così tanto da risultare contagioso.

Sono riuscita a finire il libro entro sera. E, allo spettacolo successivo, i delfini sono rimasti davanti al pubblico fino alla conclusione, compiendo meravigliose evoluzioni.

Ma, forse, tutto capita per caso.

Il buffet si annuncia favoloso

30 marzo 2015

Domenica 12 aprile 2015, tra le 10 e le 17, a Milano presso lo Spazio Melampo (via Carlo Tenca 7, due passi dalla Stazione centrale), la Bottega di narrazione si mette in mostra.

Un agguerrito manipolo di nuove narratrici e nuovi narratori, sotto l’occhio attento di Gabriele Dadati e Giulio Mozzi – conduttori della Bottega -, proporrà la propria opera a un inclito pubblico di professionisti dell’editoria.

Gli editori, editor, consulenti editoriali, funzionari editoriali, agenti, eccetera, che desiderassero partecipare sono pregati (se possibile) di avvisare: scrivendo a Gabriele Dadati (dadati@laurana.it).

Chi non potesse partecipare può richiedere, scrivendo al medesimo indirizzo, il fascicolo contenente i sunti e gli estratti delle opere.

Il buffet si annuncia favoloso.

Lezioni di sopravvivenza

29 luglio 2014

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Riporto la traduzione non autorizzata di un articolo scritto da quella che ho conosciuto un tempo come ragazza spensierata e sorridente. Ci siamo ritrovate da poco, anche se separate da un oceano, e mi pare che il suo immutato atteggiamento positivo arrivi a contagiare tema e prospettiva della storia che racconta. Il nodo della questione è: Come si supera una rivalità tra popoli quando sembra di aver esaurito ogni ipotesi di riparabilità?

Il mondo ha bisogno di conoscere storie come questa.

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Quando il tempo si è fermato

(When time stood still – by Vibeke Venema on BBC)

La storia di un sopravvissuto di Hiroshima

Di Vibeke Venema

24 lug 2014

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Quando la bomba atomica fu sganciata su Hiroshima, Shinji Mikamo perse ogni cosa, tranne l’orologio di suo padre. Ma non incolpò agli americani per la catastrofe e più tardi, quando l’orologio fu rubato, provò di nuovo a sua figlia la sua capacità di perdonare.

Da bambina, quando, abitudine giapponese, faceva il bagno con tutta la famiglia, Akiko Mikamo non domandò mai dell’orecchio mancante del padre o delle cicatrici sui corpi dei suoi genitori. “Mi veniva spontaneo non pensarci.”

Sua madre non ha mai parlato della bomba. Come ogni donna tradizionale giapponese, ha “imparato a ingoiare il suo dolore per non gravare gli altri”. Ma Akiko è cresciuta sentendo suo padre parlare di quel giorno. Sopra ogni cosa, le ha sempre insegnato che è sbagliato odiare:

“Gli americani non sono da biasimare, la guerra è da biasimare. La riluttanza delle persone a capire chi ha valori diversi: questo va biasimato”. Il pilota di Enola Gay stava solo eseguendo gli ordini, sottolineava, e rischiò la sua stessa vita in quella manovra.

L’ultima mezz’ora

Le estati a Hiroshima erano soffocanti, e la mattina del 6 agosto 1945 non era diversa da qualsiasi altra – calda e umida. Shinji Mikamo aveva preso un giorno libero dal suo lavoro come apprendista elettricista nell’esercito per aiutare il padre a smantellare la loro casa, che stava per essere demolita. Mesi di bombardamenti avevano provocato incendi devastanti nelle città di tutto il Giappone, così il governo aveva deciso di creare fasce tagliafuoco. La casa dei Mikamo era una di quelle da abbattere. «Non ha senso», ringhiò il padre di Shinji, Fukuichi, ma gli ordini erano ordini.

La madre di Shinji, Nami, gravemente malata, era stata trasportata in campagna, e suo fratello maggiore Takaji stava combattendo nelle Filippine. Così il diciannovenne Shinji e suo padre vivevano soli in città. In poco tempo Shinji aveva dovuto terminare il suo apprendistato per arruolarsi nell’esercito, e anche lui molto probabilmente avrebbe dovuto allontanarsi.

Si misero al lavoro dopo la consueta colazione da tempo di guerra a base di porridge di miglio e giavone. Fukuichi aveva voglia di scherzare:

“Mi sveglio presto ultimamente, perché mi nutro di cibo per uccelli.”

Fukuichi guardò l’orologio da tasca che portava sempre con sé, un orologio rotondo perfetto per il palmo della propria mano, dal rivestimento argenteo levigato dal suo tocco. Erano le 07:45. Shinji si arrampicò fino al tetto per rimuovere le tegole di argilla. I vicini avevano offerto alla coppia di senza casa una stanza, ma priva di servizi igienici. Avevano bisogno di tegole per realizzare il tetto di una latrina.

Non c’era una nuvola in cielo. Dal suo punto di osservazione Shinji guardò la città scintillante. Giù in cortile, Fukuichi ammonì il figlio di non sognare ad occhi aperti. Shinji accelerò il passo. Verso le 08:15 ricorda che stava alzando il braccio destro per asciugarsi il sudore dalla fronte, quando improvvisamente un lampo accecante riempì il cielo. Racconta:

“Improvvisamente mi trovai di fronte una gigantesca palla di fuoco. Era almeno cinque volte più grande e dieci volte più luminosa del sole. Veniva direttamente verso di me, una fiamma potentissima di un giallo particolarmente pallido, quasi bianco”.

“Il rumore assordante è venuto in seguito. Ero circondato dal tuono più forte che avessi mai sentito. Era il suono dell’universo che esplodeva. In quel momento, ho sentito un dolore lancinante che si diffondeva attraverso tutto il mio essere. Era come se un secchio di acqua bollente scaricato sul mio corpo stesse perlustrando la mia pelle”.

Shinji fu gettato nel buio mentre veniva seppellito dalla casa. Si accorse che la voce di suo padre lo chiamava, facendosi vicina. Anche se aveva 63 anni, Fukuichi era forte: tirò fuori il figlio da sotto le macerie e spense le fiamme che lo circondavano. Il petto di Shinji e il lato destro del suo corpo erano completamente bruciati.

“La pelle mi pendeva in brandelli come vesti lacere,” dice. La carne cruda al di sotto era di uno strano colore giallo, come la superficie di uno dei dolci di sua madre.

Dopo l’apocalisse

“Mio padre e io ci guardammo l’un l’altro, raggelati”, dice Shinji. La città intorno a loro era sparita, ridotta a un cumulo di cenere e macerie. Shinji non riusciva a capire cosa fosse successo. Era esploso il sole? Suo padre intuì immediatamente la vera causa. “Hanno demolito tutte le case per noi,” disse. “Credo che ci abbiano risparmiato un po’ di lavoro”. Ed emise la sua risata gutturale.

Ma non c’era tempo per starsene lì a parlare. La città in rovina era ormai in fiamme e dovettero cercare un ricovero. Shinji e Fukuichi avanzarono attraverso lo sconosciuto paesaggio post-nucleare diretti al fiume. Una volta lì, davanti al passaggio di corpi che galleggiavano a faccia in giù, divennero testimoni di un altro fenomeno strano e terrificante. I numerosi incendi in tutta la città avevano creato venti forti come tempeste che ora si combinavano in un tornado – “un mostro oscuro”, ricorda Shinji – che risucchiava ogni cosa al suo passaggio. Sollevava e scagliava giù parti di case diroccate, mobili, persino l’acqua dal fiume. Mentre si avvicinava, le persone cercavano sicurezza aggrappandosi a qualunque cosa.

Questo nuovo mondo era difficile da capire, ma una volta che il fuoco e tornado si erano placati, Shinji e suo padre si avventurarono su un ponte in cerca di riparo. Camminare per lui era un’agonia, non solo a causa della carne bruciata, ma a causa del gran numero di morti e di corpi agonizzanti in terra. “I miei piedi erano carbonizzati e impacciati. All’incirca a ogni passo colpivo involontariamente un braccio o una gamba e udivo la persona sotto di me sussultare per il dolore. Mi sentivo come un avvoltoio. Attraversando quel ponte e lasciandomi dietro tutte quelle persone morenti”, dice Shinji.

Lentamente, con il cuore frantumato in innumerevoli pezzi, mi sono trascinato avanti. Ho fatto del mio meglio per seguire esattamente le orme di mio padre, sperando e credendo che conoscesse la via per salvare entrambi.”

La bomba aveva devastato Hiroshima. Dei suoi 45 ospedali solo tre funzionavano ancora. Non c’era nessun aiuto. Nessuna medicina. Nessun sollievo dal dolore. Completamente esposto sul tetto, Shinji si era trovato solo a tre quarti di miglio dall’epicentro dell’esplosione.

Shinji attribuisce la propria sopravvivenza soprattutto alla forza di suo padre. Ogni volta che voleva rinunciare, Fukuichi lo rimproverava. “Non cedere alla debolezza così facilmente”, gli diceva. “Ne abbiamo passate di peggio.”

Con così poca pelle a proteggerlo, la carne di Shinji veniva raschiata via quasi a ogni passo. Quando furono troppo deboli per camminare, lui e suo padre avrebbero voluto piuttosto strisciare. Ci vollero ore per coprire brevi distanze. Egli supplicò il padre di lasciarlo morire – ma Fukuichi era determinato:

“Vuoi morire? Non dirlo con tanta leggerezza. Finché si rimane in vita, ci sarà tempo per recuperare. Quel tempo verrà. Ci vuole solo un po’ di pazienza.”

E, alla fine, ebbero un provvidenziale colpo di fortuna. Tornando al quartiere dove avevano vissuto, furono riconosciuti da un amico di Shinji, suo collega apprendista nell’esercito, Teruo. Come impiegato civile dall’esercito, Shinji aveva alcuni privilegi, quindi Teruo fu in grado di avviare le pratiche di evacuazione per il trattamento.

Il 9 agosto, tre giorni dopo il bombardamento, Shinji e suo padre giacevano sul pavimento di una scuola in un villaggio fuori città, insieme a decine di altre persone gravemente ferite, quando i pensieri di Shinji tornarono a un episodio inquietante avvenuto il giorno prima. Appena lui e suo padre erano ridiscesi dal Santuario Toshogu, due soldati avevano sbarrato loro la strada, intimando loro di risalire i gradini, una prospettiva angosciante. Quando Fukuichi protestò, uno dei soldati gli sputò in faccia e gli disse di andare all’inferno. In una società dove gli anziani erano venerati, l’accaduto fu profondamente scioccante, eppure Fukuichi aveva trattenuto la propria ira e se n’era andato – rimanere in vita era più importante.

Ci vollero ore per farsi strada attraverso la parte posteriore del santuario, lungo un pendio coperto di cespugli spinosi e i resti scheggiati dello steccato del cancello. Shinji maledisse i soldati ad ogni passo doloroso.

Non riusciva a capire come avessero potuto trattarli in quel modo. Consumato da rabbia e odio, si rivolse a suo padre per una spiegazione. “Erano demoni, vero?” Disse. “Erano cattivi. Forse anche peggio dei bombardieri americani.” Fukuichi rispose con calma:

“Siamo all’inferno adesso. Non stupirti di incontrare demoni “.

Ricordò a suo figlio gli angeli che avevano incontrato: il vicino di casa che aveva loro preparato una zuppa di miso, Teruo e il suo intervento cruciale, gli abitanti del villaggio che si erano presi cura dei feriti intorno a loro. Shinji fu stato costretto ad accettare che la bontà esisteva ancora. Si addormentò quella notte con lacrime di sollievo nei suoi occhi, immaginando il volto del Buddha.

Due giorni dopo, i soldati vennero a prendere Shinji in un ospedale da campo. Padre e figlio erano sopravvissuti per cinque giorni vagando insieme attraverso l’Hiroshima post-apocalisse, ma ora avrebbero dovuto separarsi. Lo sguardo fisso di Fukuichi seguì suo figlio mentre veniva trasportato verso un camion dell’esercito che lo attendeva.

Quando Shinji arrivò in ospedale, le ferite alla gamba erano ormai gravemente infette e necessitarono del drenaggio di pus e vermi. Il dolore più grande, però, lo provò per le piaghe da decubito formatesi nei giorni in cui giaceva a terra. Una mattina, una volontaria dell’ospedale notò le sue smorfie, e promise che gli avrebbe portato alcuni cuscini da casa.

La speranza che provò in seguito alla sua promessa si trasformò presto in rabbia e disperazione aspettando per tutto il giorno il suo ritorno. “Ho provato odio per questa donna che mi aveva tradito così crudelmente,” ricorda. Ma lei tornò, a tarda sera, con i cuscini promessi: era stata costretta a ritardare. “Nel momento in cui la vidi, la mia rabbia si tramutò in vergogna”, dice. “Come ho potuto essere così pieno di odio nei miei pensieri?”

Quello fu un punto di svolta.

Decise di non fare più lo stesso errore. “Era un angelo tornato a salvarmi dal mio dolore più grande”, dice. “Era un angelo che mi ha salvato anche dal baratro del mio giudizio rabbioso.”

Una mattina, Shinji si svegliò all’interno di uno scenario insolito: i soldati in ospedale non indossavano le loro spade. Era il 16 agosto, una settimana dopo che una seconda bomba atomica era stata sganciata su Nagasaki. Il Giappone aveva ceduto il 14 agosto. La guerra era finita.

Frammento dal passato

Shinji venne dimesso dall’ospedale nell’ottobre del 1945. Un mese prima era riuscito a inviare una cartolina a sua madre per farle sapere che era ancora vivo. Ora andava in cerca di suo padre. Trovò le rovine della loro vecchia casa (la identificò grazie ai frammenti dei particolari modelli di ciotole di riso della sua famiglia). Spulciando tra i resti carbonizzati, fece una scoperta che gli fermò il cuore: un familiare disco rotondo, incrostato di sporco e di fuliggine.

“Strinsi la mano attorno alla massa metallica e sollevai l’orologio da tasca di mio padre dai detriti. Riconobbi la nostra chiave di casa incatenata ad esso. Girai l’orologio a faccia in su. Il vetro era stato spazzato via, così come le lancette. Il metallo era arrugginito e bruciato. L’inimmaginabile e intenso calore dell’esplosione che ha raggiunto diverse migliaia di gradi Fahrenheit aveva fuso le ombre delle lancette sulla faccia dell’orologio, leggermente spostata, lasciando distinguibili i segni in cui le lancette si trovavano al momento dell’esplosione. Bastava per vedere chiaramente il momento esatto in cui l’orologio si fermò.”

L’orologio aveva registrato il momento in cui il mondo di Shinji era stato spazzato via, le 08:15. “Aveva smesso di funzionare nel momento dell’esplosione, fissando per sempre quell’attimo.”

Tenendo l’orologio in mano, improvvisamente sentì che non avrebbe mai più rivisto suo padre. Il pensiero lo colpì “come un’altra esplosione atomica”, dice. In piedi sulle rovine della sua casa, indossando abiti di qualcun altro, pensò alle bellissime fotografie scattate da suo padre, un fotografo professionista. Erano ormai cenere sotto i propri piedi.

L’orologio era il suo unico legame con una famiglia che era stata spazzata via. Anche se lui non lo sapeva ancora, sua madre Nami era morta pochi giorni dopo aver ricevuto la cartolina, e suo fratello Takaji era stato ucciso durante un’azione nelle Filippine. Che cosa era successo a suo padre, non lo scoprì mai.

Come orfano di guerra, Shinji lottò per sopravvivere e trovare un posto nella società. In Giappone poi, “l’armonia e le connessioni di famiglia erano tutto”, dice sua figlia, Akiko. Un uomo senza famiglia non era migliore di un criminale. Così, quando chiese il permesso di sposare Miyoko, la sorella di un amico d’infanzia, il padre rifiutò. La coppia fu costretta a fuggire.

La loro prima figlia, Sanae, nacque tre anni dopo la bomba. Sana in un primo momento, contrasse poliomielite ed encefalite e divenne gravemente disabile. Ebbero la loro seconda figlia, Akiko, nel 1961, e tre anni dopo una terza, Keiko.

L’orologio restò l’unico cimelio di famiglia di Shinji. Sentiva che conteneva una parte dell’anima di suo padre. Eppure, nel 1949, quando Hiroshima fu ufficialmente designata International Peace Memorial City, decise di donarlo al Museo Memoriale della Pace.

“Volevo che l’orologio e il nome di mio padre fossero ampiamente visti e conosciuti, come ricordo sia della distruzione che dell’eroismo che si manifestarono quel fatidico giorno d’agosto “.

Sentiva che Fukuichi avrebbe approvato.

A quel tempo, molti cittadini si indignarono del nuovo status della loro città – erano troppo arrabbiati per apprezzare di parlare di pace e pacifismo – ma Shinji non portava rancore.

“C’era una scorta infinita di rabbia e amarezza da cui attingere, a volerlo fare”, dice. «Ma non l’ho fatto.” Sentiva che nulla di buono poteva venire dal partecipare alle animosità. “Questi erano i paraocchi che hanno provocato il conflitto, non placato. Volevo vedere i nemici diventare alleati. Volevo la pace“.

Akiko aveva visto l’orologio da tasca solo una volta, in gita scolastica al museo all’età di sette anni e si ricorda di essersi sentita molto più vicina al nonno di quando ne aveva sentito parlare nei racconti di suo padre. Poi, nel 1985, l’orologio fu inviato a New York per far parte di una mostra commemorativa permanente nella sede delle Nazioni Unite.

Per anni Shinji ha provato grande piacere e orgoglio nel pensare che l’orologio raccontasse la propria storia su Hiroshima ai visitatori del museo di New York.

Nel 1989, quando Akiko andò negli Stati Uniti per studiare psicologia, la prima cosa che volle fare fu vedere l’orologio del nonno. Una guida turistica le portò la custodia contenente il prezioso orologio da tasca, ma si rivelò essere vuota. Non c’era niente lì, tranne l’etichetta. Confusa, la guida andò a scoprire cosa era successo, solo per tornare con la terribile notizia che non si trovava: presunto furto. Nessuno aveva informato il museo di Hiroshima né suo padre.

Molto scossa, Akiko chiamò immediatamente Shinji in Giappone. In un primo momento l’uomo non trovò le parole, ma ben presto utilizzò un suo vecchio mantra per calmare la figlia. “Akiko, non li odiare”, ha detto. “È facile dare la colpa a qualcuno quando si soffre una perdita significativa.”

L’orologio era stato l’unico bene tangibile che lo aveva collegato con suo padre e con tutti i suoi antenati, ma, mentre cercava di calmare la figlia colpita a New York, le disse che era solo un oggetto.

Perderlo non significava perdere lo spirito che di cui era impregnato. Non significava perdere la connessione con gli antenati. Non voleva dire che la storia di suo padre non poteva essere condivisa con il mondo. Disse ad Akiko:

“Perduto qualcosa si otterrà qualcos’altro.”

Dovette ricordare molte volte a se stesso il detto giapponese.

La perdita dell’orologio da tasca si rivelò una benedizione, alla fine. Cinque mesi dopo la sua scomparsa, la famiglia e il governo giapponese ricevettero una lettera di scuse da parte delle Nazioni Unite. La notizia ebbe risalto in Giappone, con il risultato che lontani parenti che Shinji non aveva mai conosciuto si misero in contatto con lui, così come alcuni amici di suo padre.

Gli raccontarono storie e gli mandarono fotografie di famiglia di prima della guerra, e ogni volta era come ritrovare un piccolo pezzo della famiglia che aveva perso. Ricorda:

“Per la prima volta dopo la guerra, non ero più un ratto di strada, un orfano senza legami familiari “.

Shinji aveva sempre desiderato che Akiko diventasse “un ponte attraverso l’oceano”. E lei lo prese in parola, studiò e si stabilì negli Stati Uniti, specializzandosi come psicologa nelle relazioni interculturali.

Akiko vede fin troppo chiaramente i problemi che ancora affliggono le relazioni tra i due paesi, quasi 70 anni dopo la guerra. “C’è una gran quantità di odio e rancori da entrambe le parti. Ci si sente come i traditori: Se non odi il nemico, tu sei il nemico“, dice. Anche se, naturalmente, molte persone adottano una linea più morbida.

“Wow, tuo padre è davvero forte. Io non li ho perdonati”, i sopravvissuti di Hiroshima le hanno detto in passato. “Ancora odio gli americani, hanno ucciso la mia famiglia davanti ai miei occhi, ma ammiro tuo padre.”

Negli Stati Uniti, dice, ci sono un sacco di persone che non hanno alcun problema con il Giappone di oggi, ma ancora preferiscono non pensare a Hiroshima.

La saggezza che Shinji ha imparato dalla propria esperienza, è qualcosa che Akiko ha compreso da un punto di vista teorico. Suo padre, dice, ha fatto la scelta di utilizzare quello che ha passato “come un’opportunità per comprendere meglio il comportamento umano, piuttosto che rimanere prigioniero per la vita di catene fatte di rabbia, giudizio e distacco”.

Il suo più grande desiderio è che il libro su suo padre, Rising from the ashes* – pubblicato sia negli Stati Uniti che in Giappone – incoraggerà altri a fare altrettanto.

Con le giuste intenzioni, dice, “il nostro peggior nemico di ieri può essere il nostro migliore amico di domani“.

Dieci anni fa lo stesso Shinji ha fatto un’esperienza che ha dimostrato quanto questo sia vero. Nel 60° anniversario della resa del Giappone, il 14 agosto 2005, ha fatto visita ad Akiko nella sua casa di San Diego. Se ne sono andati in spiaggia per un picnic, e lì si sono imbattuti in due istruttori di surf che Akiko conosceva, due gemelli australiani che hanno insistito per dare al suo anziano padre di settantacinque anni una lezione “per fare pace”.

Dopo che Shinji ebbe cavalcato con successo le onde, i surfisti lo portarono a casa loro per fargli incontrare il padre, un veterano australiano della guerra nel Pacifico. La sua vita, probabilmente, fu salvata dalle bombe atomiche, e dalla resa giapponese che seguì.

I due vecchi avevano la stessa età. Si strinsero la mano e condivisero un drink, e poi tornarono in spiaggia. Guardando il mare, i loro sguardi erano diretti proprio verso il Giappone.

“Siamo scesi nell’acqua dell’Oceano Pacifico con delle candele”, dice Akiko, “e abbiamo osservato un momento di silenzio.”

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*) Rising from the Ashes – Hiroshima by Dr. Akiko Mikamo

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Temo l’igiene sopra ogni altra cosa

28 giugno 2014

Uniforme di FF

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Due settimane dopo che Stoner ebbe ricevuto la sua laurea in Lettere, l’Arciduca Francesco Ferdinando fu assassinato a Sarajevo da un nazionalista serbo e, prima dell’inizio dell’autunno, la guerra era scoppiata in tutta Europa. Tra gli studenti era argomento di conversazione continuo; tutti si chiedevano che ruolo avrebbe avuto l’America e quale emozionante futuro li attendesse.

John Williams, Stoner Fazi Editore, Febbraio 2002

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“Una depressione in area balcanica provoca instabilità su tutta l’Europa…”.

È il ventotto giugno del Quattordici. Dalla televisione l’uomo delle previsioni rende, senza volerlo, un fatto meteorologico tal quale al quadro geopolitico di cent’anni fa, e si alza l’asticella all’espressività dei miei sopraccigli: Quanto candore in questo accostamento. Cent’anni, cifra tonda, circolare. Il Giambattista Vico…

E quanto spesso sento ormai ripeterlo come un auspicio: “Ci servirebbe, mi spiace dirlo, un evento forte, capace di cancellare tutto, per ricominciare davvero”.

Ingenuamente immagino si possano trovare somiglianze tra il Quattordici di allora e quello in cui viviamo. A me l’auspicio proprio non appartiene. Ci penso su, allarmata, e cerco chi mi conforti.

“No, no.” Mi fanno (è Savio, l’amico mio che ne sa di Storia), “tutto sommato, al netto delle previsioni e della data, la simmetria non è così evidente”. Ansia rientrata, ma a me – che posso farci? – a me è rimasta voglia di capire.

La guerra allora era già nell’aria.

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Accanto a […] fattori materiali […] che potremmo definire in una sola parola la gara a spartirsi il mondo, vi sono anche dei fattori, per così dire, spirituali, psicologici, culturali. Vi è certamente, negli anni e nei mesi che precedono lo scoppio del conflitto, l’accentuarsi di uno stato d’animo diffuso di aspettativa della guerra: si fa strada una cultura, filosofica ma anche letteraria, che guarda con favore alla guerra in quanto tale. Questa idea criminale secondo cui la guerra sarebbe «l’igiene del mondo», questo tipo di stato d’animo noi lo cogliamo, per esempio, in tante avanguardie; la guerra «igiene del mondo» è un’idea fissa per esempio di una parte del Futurismo italiano – Marinetti pratica l’esaltazione della guerra – ma è anche del bagaglio mentale di un personaggio discutibile e a tratti clownesco come Gabriele D’Annunzio.

Ma non è soltanto la cultura per così dire attivistico-estetizzante che guarda alla guerra come alla rivoluzione dei problemi morali del presente. Bisogna dire che anche la cultura più compassata, più tradizionale, conservatrice guarda alla guerra come ad una salvezza o una forma per così dire di purificazione delle coscienze. Peraltro è noto che quando in un paese ci sono tensioni sociali, problemi irrisolti, scatenare una guerra è una magnifica trovata per scatenare le tensioni altrove […]

Una grandissima personalità della cultura classica tedesca, il barone Ulrich von Wilamovitz-Moellendorff, rettore dell’università di Berlino nel 1915-16, pronuncia un discorso, all’inizio di quell’anno, intitolato L’impero mondiale di Augusto, che sembra quasi soltanto un discorso di storia antica.

La tesi centrale è che la lunga pace che ha caratterizzato l’impero di Augusto fu nociva per il regno romano, che cominciò a decadere per colpa di quella pace troppo lunga; quindi la guerra ogni tanto è necessaria: discorso evidentemente allusivo al presente, che suggerisce chiaramente che la guerra ogni tanto ci vuole, pe ritemprare un popolo. (1)

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Bastava trovare un appiglio.

L’imperatore austriaco Francesco Giuseppe, che non stimava l’erede Francesco Ferdinando e provava un’antipatia imperiale per la consorte morganatica del figlio, superò in fretta lo stupore e la costernazione per l’attentato di Sarajevo.

Fu presa in concomitanza con la commemorazione della battaglia del Kosovo la visita della coppia nei territori annessi al Regno Asburgico.

Tra le ali di folla che l’accolsero in Bosnia, molti erano con tutta probabilità i prezzolati dallo Stato austriaco e ostili alla Serbia, la quale proprio nella battaglia del Kosovo riconosceva un caposaldo della propria lotta.

E sarà stato forse un caso che gli attentatori del ventotto giugno fossero sette fanatici della società segreta serba “Mano Nera”, poco più che bambini, armati di tre pistole, sei bombe e di pochissima esperienza?

Il giorno che cambiò la Storia suo malgrado vide in successione:

– Il ventenne Kabrinovic lanciare sul corteo imperiale due prime bombe, una delle quali rimbalzò sull’auto dell’Imperatore e colpì la successiva, causando il grave ferimento dei suoi occupanti. [Kabrinovic non ebbe fortuna neppure nel tentativo di darsi la morte, la capsula di veleno ingerita non fece effetto e si ritrovò accerchiato dalla folla. Recluso a Teresin, vi morirà nel gennaio del Sedici].

– Francesco Ferdinando, lo scampato, adirarsi, recriminare, riprendere comunque le tappe del suo viaggio, dando però ordine di modificare il percorso.

Stranamente l’ordine non trovò esecuzione e, nel corso della manovra maldestra per correggere l’errore, la macchina della coppia si parò davanti a un secondo attentatore, il diciannovenne Gavrilo Princip che, ormai convinto di dover rinunciare al piano, tornava alla taverna dove aveva fatto colazione. Il ragazzo colse al volo l’occasione ed esplose i suoi colpi contro l’Arciduca e la moglie. Lei morirà sul colpo, lui in ospedale, dopo l’agonia causata dall’incapacità dei soccorritori di venire a capo del mistero dei bottoni che non si sbottonavano: Francesco Ferdinando li faceva cucire stretti attorno al proprio corpo, non proprio sottilissimo, in ogni occasione ufficiale.

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Sulla divisa dell’erede al trono

I bottoni ci stavano per mostra,

perché lui non li usava. Lui usava

il filo e l’ago; ossia, se vogliamo

essere esatti, li faceva usare.

Sua Altezza metteva l’uniforme,

e poi c’era qualcuno a cucirgliela

addosso, all’istante, a filo doppio,

ben attillata, in modo che la forza

del filo comprimesse ogni gonfiore,

il torace, le cosce, il ventre, den Arsch

– pardon volevo alludere alle natiche.

Dovrei dire – ma forse è irriverente –

Che il compianto Francesco Ferdinando

diventava un salame – Gott verzeihe,

Dio mi perdoni – diventava

un salame ambulante ogni qual volta

andava a una parata o a una soirée.

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La “polveriera balcanica” trovò quindi chi accese la propria miccia, e coinvolse nella sua esplosione i molti equilibri labili e le mutevoli alleanze dei vari Paesi in evidenza sullo scacchiere geopolitico di quegli anni, conducendoli inesorabilmente alla tanto agognata guerra, sola “igiene del mondo”.

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Quattro ore di sonno, non di più.

Ma sogno spesso. Sogni molto belli.

Non incubi, ma sogni che riguardano

la vita e l’amore. Vita e amore.

Da sveglio penso a tutto. Al mio Paese.

Alla guerra. La Serbia non esiste,

mi hanno detto. È finita, non c’è più.

La guerra non è stata scatenata

dall’attentato. No. Era una guerra

che sarebbe scoppiata in ogni caso.

Mi ha guidato l’amore per il popolo.

Amore e desiderio di vendetta.

Adesso questa vita è insopportabile.

Solo uno sciocco può sperare ancora.

Princip, catturato e messo sotto torchio, morì quattro anni dopo in carcere, senza essersi mai pentito delle proprie gesta, reso malato dalle privazioni della prigionia e amputato tardivamente del braccio sinistro andatogli in cancrena.

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Tracciati sull’intonaco del muro

gli ultimi versi di Gavrilo Princip:

«Emigreranno a Vienna i nostri spettri

E là si aggireranno nel Palazzo

A incutere sgomento nei sovrani». (2)

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Non c’è altro da aggiungere, l’inchiesta è bella e chiusa. Sono soltanto piccolezze umane, piegate all’uso grande della Storia. L’Uomo comune è sempre quello lì, che si fa largo con lo sguardo a terra, preso a scansare le merde che altri gli vanno sistemando sul cammino.

No so dire di chi legge, ma a me, che temo l’igiene (del mondo) più di ogni altra cosa, non importa niente di sporcarmi.

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1)      Luciano Canfora, 1914. Ed. Sellerio, 2006.

2)      Gilberto Forti, A Sarajevo il 28 giugno. Ed. Adelphi, 1984.

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Lettera aperta “L”

26 giugno 2014

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Oggi, su Cartaresistente, è stato pubblicato un mio contributo alla serie “Lettera aperta”, originale iniziativa, i cui post sono illustrati egregiamente da Marco Campedelli.

Qui i riferimenti dell’illustratore:

L”: letterpress con caratteri originali serie a tiratura limitata, 2013.
Design Marco Campedelli per Tipoteca Italiana
“Print Matters!” è una collaborazione di Marco Campedelli & Tipoteca Italiana

L’abbinamento del mio testo con la “L” è stato operato da Cartaresistente, che ringrazio sentitamente per avermi coinvolta anche in questa avventura.

 

Due parole sul testo, dedicato alla mia ex-musa, che con i suoi scritti ha guidato involontariamente la mia scoperta tardiva della passione per la scrittura. Non sono granché un animale sociale, ma in questi anni mi è sempre sembrato indispensabile immaginare un dialogo con altri lettori e scrittori, per poter tirar fuori, cesellare e presentare all’esterno quello che mi urge scrivere e far leggere. Il destinatario della lettera è dunque la prima musa ispiratrice.

Questo testo, che ho scritto alcuni mesi fa, costituisce il mio congedo da quella “dipendenza” e un riconoscimento del valore della vita vera, della quale a volte è possibile gustare il senso se riscritta per mezzo di un simbolismo, anche solo attraverso una successione di magnifiche lettere.

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Dell’infinità del desiderio

6 maggio 2014

Per alcuni giorni sono stata in viaggio tra Milano e Trieste attraversando quattro stazioni, ciascuna col suo aneddoto da asporto, e una quinta appena sorvolata, nell’orbita del pianeta Marte. Seduta di fronte a un uomo mezzo greco, un certo Aghios, un buono a prima vista, che non si domandava se il primo venuto fosse il partito migliore al quale rivelare tanto di sé stesso, e presto o tardi ne pagava le conseguenze. Uno che mi assomigliava, sai. Ma assomigliava tanto pure a te. Di lui ho sentito dire che fosse un perdente. Malelingue. Se dico che mi somigliava, Aghios, e intanto somigliava pure a te, non era altro che uno come noi. E noi vinciamo, questo lo sottoscrivo, inseguendo ostinati la vita.

Così per Anghios, e il viaggio era un pretesto. Lui che non partiva mai, ora viaggiava per “bisogno di vita”, non di altro. Ma “dalla sua gioia e speranza non bisognava escludere del tutto la donna. Era tanto piena quella gioia e speranza che la donna – la donna ideale, magari mancante di gambe e di bocca – non poteva esserne assente”. Così abboccava all’amo di sguardi destinati a lui tanto quanto lo erano al panorama che scorreva alle sue spalle, dietro al finestrino (ma guai “se alle occhiate fosse seguita la parola, si sarebbe corso il pericolo di trovarsi trasportato di colpo da quella patria ideale al bosco più pericoloso”). Aghios contava i propri “tradimenti” già a decine, appena congedato dalla stazione di partenza. La donna ideale “giaceva nell’ombra fusa con molti fantasmi, parte importante degli stessi. Ma la donna non è sempre la stessa nel desiderio” – sono parole sue – “È vero che prima di tutto serve all’amore, ma talvolta la si desidera per proteggerla e salvarla. È un animale bello, ma anche debole, che se si può si accarezza e se non si può si accarezza ancora.

Aghios ambiva a farsi delle amicizie occasionali, lontane dal suo quotidiano, con le quali sfoggiare la propria bonomia e generosità. Si ostinava a difesa della libertà (della quale non conosceva nulla, me ne sono convinta in quel vagone dove ne discorse a lungo tra sé e sé. O forse mi sembrava, i rumori del treno parevano rivelare mozziconi di frasi che solo io potevo decifrare). Avevo una scarpetta che penzolava sulla punta del piede disteso, e Aghios la fissava ipnotizzato, senza trattenere alcun pensiero. Così appresi il senso della sua “libertà”, quella di non amare alcuno, se non “tutta la vita, gli uomini, le bestie e le piante, tutta roba anonima e perciò tanto amabile. Anzi, “- sempre parole sue – “se fra gli uomini non ci fossero state anche le belle donne avrebbe potuto aspettare la morte con la serenità di un santo.

Ma non potei assistere a lungo quel povero diavolo, cambiai carrozza prima che si compisse la fatalità del tradimento al quale correva incontro, stazione dopo stazione. Appresi in seguito che volle farsi amico un febbrile e inquieto giovane, dal quale ricevette confessioni in grado di annebbiare la sua lucidità. E che, al risveglio da un sogno, passata ormai Gorizia, seppe di aver rifiutato la compagnia della propria moglie, come pure quella del giovane e accettato invece quella della ragazza dallo stesso amata. Di averne accarezzato in volo, in preda a grande commozione, “la bellezza del corpo morbido, giovanile … i capelli biondi”, di averla avuta sotto di lui, incapace di allontanarla come avrebbe dovuto, come a volerla proteggere dall’”orrendo spazio … [che] era infinito e perciò quella posizione doveva durare eterna.

Lo interruppe uno schianto, a seguito del quale credette di destarsi, dormire ancora e risvegliarsi a breve, ma a farlo fu soltanto il personaggio Anghios. Italo Svevo, che ne muoveva i fili, invece, restò ferito a morte. A nulla sono valsi i miei tentativi postumi di capire a cosa puntasse l’inizio della frase “Alla stazione di Tries”

Mi sento autorizzata a credere che, anche nel finale, Anghios non avrebbe rinunciato al desiderio. Come faremo entrambi, andando ciascuno verso la propria destinazione.

Corto viaggio sentimentale

Italo Svevo, Corto viaggio sentimentale, Ed. Newton Compton, 2014

 

In pdf QUI

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Dalla Roma di La Capria, risbuca Elio Talarico, mio zio.

29 marzo 2014

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La Capria.

Avevo una zia una volta – sarebbe più corretto chiamarla prozia, era la sorella maggiore di mia nonna, ma io la chiamavo zia, zia Olga.
Era molto bella, zia Olga, anche se, quando l’ho conosciuta io era piuttosto in là con gli anni e si portava appresso (e addosso, come fosse un figlio piccolo) un cane che somigliava a uno spazzolino da denti e aveva il non trascurabile difetto di puzzare tantissimo.
Mia zia era medico radiologo, era alta, bruna, sottile, elegante. Aveva una voce stentorea e limpida che perse per sempre dopo una tracheotomia sul finale della sua parabola di vita.
L’ultima volta che parlammo, fu lei a chiamarmi. Stavo studiando non ricordo cosa, ero al liceo, e mi chiese aiuto a tradurre un passo di Sant’Agostino, lo stava leggendo in latino, ma senza vocabolario. Io non ero tanto brava in latino e a zia diedi l’aiuto che riuscii a dare, lei era molto più capace di me. Per questo mi sembrò strana quella telefonata. Sofferta, voluta, a prezzo di farsi udire da me col rantolo metallico della sua nuova voce, e impressionarmi mica poco.
Poco tempo dopo morì, e mi lasciò con il mistero insoluto di come si potesse mantenere tanta dignità in tanta sventura.
Come radiologo esercitò la sua professione dalla prima metà del novecento, quando ancora non si conoscevano le conseguenze sull’organismo delle radiazioni. Fu vittima del cancro molto presto, e perse per sempre la possibilità di avere figli. Poco tempo prima aveva invece perso in guerra l’amatissimo fidanzato aviatore.
Quindi conobbe e sposò mio zio Elio.
Zio Elio aveva un carattere riservato. Era un uomo curato, corpulento, con un testone calvo e il faccione dall’espressione buona. Aveva una grande scrivania, sempre piena di carte. Una libreria piena così di libri, dove sfogliai Baudelaire per la prima volta e feci altre scoperte fondamentali. C’era anche un piccolo strumento a corda. Una balalaika, che attirò la mia attenzione molto di più e molto tempo prima dei libri.
Quando mi venne annunciata la morte di zio Elio non sapevo come prenderla. Stavo giocando con le Lego sul pavimento in camera insieme a mio fratello, io avevo otto anni e lui sei, e per lasciare entrare la notizia dovetti spostarmi da dietro la porta, accogliere l’intrusione della testa di mio padre e accettare che quel fatto fosse da prendere così, perché la morte (la… morte?) fa parte della vita. Cosa dovevo fare? Io ripresi a costruire casette. Mio fratello oggetti appena più complessi.
Da adulta mi abituai a pensare ai miei zii come a una coppia che aveva trovato un equilibrio tutto suo. Mi immaginai che lei, che aveva subito così tante perdite, si fosse appoggiata a lui, gigante buono, come ci si ripara da un acquazzone sotto una quercia secolare. Ma zia una sera trovò la quercia addormentata sopra le sue carte, provò a svegliarla. Provate voi a svegliare una quercia che si è addormentata.
Gli sopravvisse tanto a lungo. Di Elio, negli anni, sentii parlare sempre meno.
E intanto i fatti di famiglia divennero così lontani, avevo la mia vita da creare. Provavo quasi fastidio a tirarmi dietro le zavorre del passato altrui. Avrei voluto essere tabula rasa. Rasata forse, pure, rasta, o perfino punk, pur di segnare una distanza tra me e l’ambiente cristallizzato e borghese in cui si muoveva a proprio agio un’ascendenza che ai miei occhi di ragazza appariva vecchia, troppo codificata e avvolta in uno sgradevole odore di cane d’appartamento.
Iniziavo a circolare per Roma tutta da sola, o in compagnia di amiche e fidanzati. Città caotica, labirintica, sghemba, imperfetta, la subivo fino quasi al parossismo. Per me che non appartenevo a nessuno dei quartieri entro il Raccordo Anulare, era pressoché incomprensibile. Eppure era bellissima.
Oggi, io, Roma non l’ho ancora capita. Hai voglia a girarci sopra film di successo, non sarà un Sorrentino in più a farmela comprendere. E poi, a parer mio, peggiora sempre.
Ma è ora, e solo ora, che sorprendo me stessa ad agganciarmi con le unghie e con i denti a tutto ciò che possa difenderla in qualsiasi modo. Provo a trovare ogni plausibile rovescio di questa ammaccatissima medaglia millenaria. Qualcosa a cui aggrapparmi per sperare ancora che risorga, in fondo io ci vivo.
E in edicola, trovandomi davanti “La bellezza di Roma”, titolo e copertina (con panama bianco su sfondo rosso porpora) della Mondadori che, anche per un legame riconosciuto ufficialmente tra Sorrentino e La Capria, strizza l’occhio al trend topic del momento, non ho esitato a prenderlo. Un libro di cui avevo anche già letto due dei sei veloci testi di cui si compone.

Non lo leggo ma lo bevo, io, La Capria. Della Roma degli anni cinquanta, intervistato, dice:
“Gli intellettuali di allora, Moravia, Brancati, lo stesso Flaiano, che scrivevano romanzi, articoli, saggi, facevano sceneggiature cinematografiche e lavoravano per il teatro. C’era come una irradiazione delle proprie capacità: era veramente bello vivere in quel periodo a Roma. Io, francamente, non potevo trovare un luogo migliore, con tutte le ambizioni che avevo, con tutti i sogni che ogni giovane si porta appresso.”
“…il mondo di cui parlo io si incontrava nei ristoranti, nei caffè, viveva all’aperto… si andava a vedere un film, poi dopo se ne discuteva nei caffè… era un società, la nostra, un po’ alla buona ma colta, con intorno una borghesia un po’ sgangherata…”
“Tra quelli del “Mondo” conoscevo Ennio Flaiano, Sandro De Feo, Giovanni Russo, Paolo Milano, oltre, naturalmente Rossi . Flaiano aveva uno spirito molto ironico e corrosivo. Apparteneva allo stesso filone culturale di Brancati, Longanesi, Maccari. Quel suo humor, quel modo di vedere Roma e poi l’Italia e i difetti degli italiani, nasceva da un certo tipo di intellettuale laico che gli era preesistito. Anche Sandro De Feo, Elio Talarico, Ercole Patti erano del giro. […] Poi c’era Moravia, naturalmente, con Elsa Morante e tutto il gruppo intorno a lui: Pasolini, Bertolucci, Bassani, Garboli, Siciliano, Soldati…”

dedalo e fuga
Elio Talarico. Zio Elio. Baudelaire, la balalaika, la quercia che si è abbattuta sulle sudate carte, quella notizia che disturbò il gioco delle costruzioni. Sapevo che scriveva per i giornali e il teatro, ma non molto di più. Mi sono venute le lacrime agli occhi, riconoscendo il suo nome familiare tra tutti quei giganti, mica per altro, è stato come ritrovarlo vivo e vegeto seduto a un tavolino di Via Veneto.
Percorro spesso la Via della Dolce Vita. È ancora un luogo magnetico, ma è evidente che vi allignino in prevalenza parvenu e papponi.

La strada per ritrovare Roma è ancora lunga, ma oggi mi accontento di aver trovato almeno traccia di mio zio. Peccato non potergli più dire: Sono orgogliosa di te.

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Ennio Flaiano, Un Marziano a Roma (episodio 8 di 9). Nelle prime battute viene citato Elio Talarico.

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Ascolta. Riferisci. Emoziona. Stati di grazia.

16 marzo 2014

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OrecchioDavide Orecchio e Paolo Di Paolo

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La fissazione per il passato e il libro, pugno di fogli con una copertina che nasconde un fossile nella filigrana delle pagine. Il fossile è una conchiglia di appena sessant’anni fa, perfettamente mummificata. Nella sua conformazione a spirale, riemerge e graffia l’ascoltatore professionista, che non s’aspetta e soffre:

Le aspettative deluse, la sopraffazione di chi non può ribellarsi, la quotidianità come eterna lotta, o come eterna lotta per la vita. Oppure, ancora, l’orrore, tollerabile soltanto a prezzo dell’indifferenza e di un’amnesia che si ritorce contro.

La morte.

Subita. Volontaria. La morte che accade e basta (e se non è fatto compiuto oggi, ha per ciascuno una data stabilita, sia pure nel futuro, nel “Piccolo glossario” in calce al romanzo).

La rinascita dei sopravvissuti. Sempre imperfetta, qualunque sia la distanza tra i luoghi, tra i tempi, tra le scelte di vita a volte diametralmente opposte in uno stesso individuo.

Il viscerale (slegato dal genere, ma cosa dire dei personaggi femminili? Sono veri quanto lo sarebbero se fossero stati ritratti da una scrittrice).

Il poco che sazia chi sappia accontentarsi. L’inquietudine che spazza via quel poco.

Le ferite che storpiano il corpo. Le ferite nell’anima, che non si rimargineranno mai.

La solidarietà. La solitudine.

L’ascoltatore di professione riesuma il progetto involontario, soffia via la polvere e si stupisce di ciò che vi ritrova sotto: schiere spiraliformi che formano gli elenchi di persone, di qualità che definiscono persone, le elencazioni di poeti, di soprusi, di giorni e notti di lavoro e lotta sotto un firmamento a rotazione siciliano, argentino, romano, e infine, per l’ultima volta, siciliano.

L’ascoltatore di professione vibra con la penna-seppia in pugno e il racconto del sopravvissuto trova sfogo nell’inchiostro gettato su pagine che oscureranno la vista del lettore.

Sono altre biografie infedeli, quelle più vive e vere, che idratano i tessuti disseccati dei non più vivi e di quelli dei non ancora morti, e rendono giustizia ai più che trainano la vera Storia.

Ho letto questo libro in metropolitana, in autobus, a tavola, in un giardino pubblico. Immersa nel rumore e in assoluto silenzio. Qualcosa, leggendo Stati di grazia, prende a vibrare dentro  e lo fa sempre più forte. Ho dovuto interrompermi spesso, quando l’umanità di vite che potevano includere la mia è emersa, sempre, dalle vittime e pure dai carnefici, e la vibrazione è giunta in prossimità di scuotere anche il fisico.

Ho dovuto impegnarmi, richiuse le pagine, a riprendere il controllo.

Alcuni passi scelti da Paolo Di Paolo, moderatore durante la presentazione a Libri Come, ieri sera, hanno causato nel pubblico improvvise perdite di controllo e conseguenti epidemie di impegno nel tornare alla realtà di una sala gremita, un tavolo, uno schermo, uno scrittore mite e una somma di pagine unite assieme da una copertina.

Stati di grazia è una conferma del  talento, della passione, dell’umiltà, della competenza e della sensibilità di un autore incapace di mentire o di violare l’intimità della prima persona singolare. Di uno storico e biografo e prima ancora di un uomo. Un testo che ha avuto in gestazione per dieci anni, durante i quali ha esercitato la sua qualità principale, l’ascolto (nomen omen, sì, e spero che ne sorrida).

Davide Orecchio ha superato la già eccellente prova di Città distrutte tessendo una storia straordinaria lungo un unico piano sequenza che mostra l’intreccio di vite, linguaggi, tempi, luoghi, fatti privati e grandi movimenti della Storia riferiti con uguale dignità.

È grande l’emozione nel finale, ma, a ritroso, lo è già nelle confessioni pudiche del biografo-autore, ritagliato in un cameo liminare.

«Preferirei dimenticare.»

«Questo non è possibile. » «Lo so.» «Allora ricordi?» «Sì, ricordo.» «E lo racconterai?» «Può darsi, ma non so a chi. Aspetta, forse ho una persona. Un ragazzo. Uno serio. Uno che ascolta. Lavora per me e a lui, in effetti, potrei raccontare che»

Ancora a ritroso. È emozione grande e stridente scoprirsi solidali con il servo e complice dei torturatori, patire i suoi stessi incubi pur vivendo vite totalmente differenti.

Ed emozionano le storie di bambini, quelle di donne dalla femminilità negata, l’eroismo degli ultimi, specchiarsi nel rassicurante ricorso alle ideologie, ripassare con le unghie sopra le cicatrici dei dolorosi dubbi di riflusso.

Emoziona la lingua, propria di ciascun personaggio, cesellata per questo, ma mai d’intralcio alla lettura. Che fa fremere il colore della narrazione come la velatura oro stesa sulle tele cinquecentesche, o la veridicità iperreale delle stampe ottenute da diapositive.

Una lingua che crea ologrammi multidimensionali, la vera firma di Davide Orecchio su questo testo che non mi riesce di definire meno che capolavoro.

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Davide Orecchio, “Stati di grazia” – Ed. Il Saggiatore, 2014

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Immemore ma non troppo

8 marzo 2014

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L’altroieri sono andata in libreria per la terza volta in tre giorni, ero con Lola, lei aveva risposto al telefono il giorno prima, non riesco a ricordare in quale occasione abbiano abbinato il suo numero al mio nome ma soprattutto perché mai ogni volta che arriva un libro che ho ordinato chiamino lei  invece che me, visto che ogni volta lascio i miei recapiti, anche se li dovrebbero avere, i miei recapiti, da tempo immemorabile, sono anni che ordino libri in quella libreria, però è corretto: se è immemorabile, è normale che non lo ricordi, il tempo, e tutto quello che ci si è svolto in mezzo.
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La volta precedente avevano mandato un dipendente in magazzino, dicendogli di controllare nelle casse che erano arrivate, ce ne dovevano essere anche del Saggiatore, e quasi mi era preso un dejà vu, ma senza il senso di straniamento che di solito accompagna i dejà vu, infatti ero certissima che una scena molto simile si fosse svolta esattamente il venerdì prima, la volta che avevo ordinato il libro e avevano mandato in magazzino un dipendente, mi pare fosse sempre lui, non ne sarei troppo sicura, d’altra parte anche il tempo che non scorre immemorabile lo scordo lo stesso quasi per intero, e questo accade pressoché da subito, specie riguardo ai dettagli, e mi dico ogni volta che dovrei prendere più spesso appunti, invece non lo faccio mai, preferisco vivere (ancorché immemore).
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Io intanto sbirciavo le nuove copertine, e quando il dipendente della libreria ha fatto capolino, quella seconda volta, dicendo che il libro non era ancora arrivato e aveva innescato un piccolo bisticcio sottovoce col proprietario, o il figlio del proprietario, o forse un altro dipendente, dalla sicumera che sfoggiava avrei detto tranquillamente che fosse il figlio del proprietario (conosco il proprietario, e anche la moglie, negli anni hanno provato a consigliarmi libri come prescritto, immagino, nel “decalogo del buon librario di una volta”, ma già  non davo loro più retta dopo i primi consigli fallati, ricordo un primo Zafòn che chissà che avrebbe dovuto dirmi, e invece mi causava una incalzante nausea a ogni paragrafo, tanto che ancora oggi quando qualcuno mi dice che ha trovato bello Zafòn, devo guardare fisso l’orizzonte e cercare di pensare ad altro), avevo già per le mani un tomo bellissimo, considerato il titolo: “Osa pensare. Venti concetti per capire criticamente e apprezzare la modernità” di James R. Flynn, con prefazione di Gilberto Corbellini,e niente, davanti a un How to con un buon titolo non arretro mai.
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(In realtà non avrei dovuto acquistarlo, in realtà io dovrei leggere meno e occuparmi più della terza stesura del mio libro, che se viene come promette sarà un successo, peccato che ho una specie di blocco non da mesi, ma da anni, come mi avvicino alle ultime bozze devio subito verso qualche distrazione.)
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Ma ho tanto da fare, ieri ci ho scritto pure una poesia su quanto mi fa comodo trincerarmi dietro al fatto che ho tanto da fare, causata dal fatto che i miei vecchi amici ritrovati, che hanno anche loro da fare, almeno quanto me, si stanno prendendo di nuovo una pausa di riflessione, un po’ come quando tanti anni fa il mio ragazzo, uno di loro, mi lasciò e io mi chiusi in casa dicendo a tutti che avevo molto da fare e nessuno di loro venne più a bussare alla mia porta, finché, tanti anni dopo ho aperto la porta e li ho ritrovati tutti lì davanti, identici, come se fosse passato appena un giorno e si fossero ricordati all’improvviso di venirmi a chiamare per passare un po’ di tempo insieme, compreso il mio ragazzo di allora -ma l’ho considerato bene, specie la prima sera che ci siamo rivisti, al ristorante (dopo abbiamo fatto una festa danzante in casa, un percorso fitness natalizio in pineta, una serata in discoteca, un aperitivo e un caffé) e mi è stato lampante che, no, per lui non provo più l’ombra di un sentimento, nemmeno un tiepido rancore, che tristezza-.
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Però non l’ho messa sul blog, la poesia, perché più che una poesia era un lamento e io detesto che mi si senta lamentarmi, mi piace invece che si pensi a me come una persona che ispira, per non dire del fatto che ogni volta che sospiro si avvicina solo gente piena di guai, tutto il contrario di quelli che mi piacerebbe frequentare, persone positive, come lo sono i miei amici ritrovati ora scomparsi ancora, ma che credo che torneranno, magari tra tanti anni, comunque sono quasi sicura che ritorneranno.
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Il giorno successivo alla seconda volta, benché avessi il chiodo fisso di ritirare il libro, avevo avuto talmente tanto da fare, compresa la prima discesa in palestra dopo l’intervento (discesa perché la palestra in cui vado ad allenarmi si trova nei sotterranei di una chiesa, e io mi domando come facciano a pregare quelli che stanno sopra, dato il volume alto della nostra musica, e mi domando pure se l’umidità che affiora dai muri trasporti i percolati di qualche sepoltura, magari collocata, come una volta si usava, sotto il pavimento delle sacre navate), da scordarmi di passare in libreria e nel tardo pomeriggio la libreria aveva chiamato Lola, che aveva preso appunti sotto il mio sguardo curvo a mo’ di punto interrogativo, me li aveva riferiti a telefonata chiusa e aveva aggiunto anche, con sarcasmo, “Com’è, è bello avere una segretaria?” e io avevo pensato che una come Lola è una vera amica, non capisco che ci faccia accanto a me, ma intanto lei davvero c’è sempre, nella buona e nella cattiva sorte, e io me la tengo stretta, e ogni tanto la ricambio.
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Per non dimenticare più ho messo un promemoria sullo smartfono, e il giorno dopo ho preso sottobraccio Lola e l’ho portata ancora in libreria, e che che sole c’era, e noi ridevamo sulle strisce pedonali, mentre qualcuno cercava di agganciarci con lo sguardo da lontano e poi più intensamente mentre ci avvicinavamo al marciapiede, e noi lo incrociavamo che ridevamo ancora e, almeno io, non lo guardavo: io, a meno che non abbia voglia di scherzare, con la gente tengo sempre gli occhi bassi, lezione di mia mamma: che non si facciano venire strane idee.
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Poi, in effetti, non è sempre così, però io guardo solo chi mi va di guardare.
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Tra noi e l’ingresso baciato dal sole c’era da fare lo slalom, tante erano le persone che stavano in mezzo, compreso uno strano vecchietto con una scoppola strizzata tra le mani giunte al petto, che ha strabuzzato i suoi occhi asimmetrici piuttosto sbulbati e si è sporto verso di me gridando: “Maria! Ciao Maria!” Capirai, io ancora ridevo da prima, ho risposto “Heilà, ciao!” come se lo conoscessi e intanto trainavo con me il braccio di Lola verso l’obiettivo a due ante distante due metri da noi, ma il vecchietto ha insistito: “Quanto tempo! E come stai, Maria?” “Bene”, ho detto, risoluta nel passargli accanto, “Fermati un momento, vai sempre così di fretta…” sono state le ultime parole che gli ho sentito dire, varcando la soglia della libreria e lì per lì ho pensato che avrei dovuto appuntarmelo, quel bizzarro incontro, ma c’è stata la spedizione del commesso in magazzino e poi mi hanno consegnato il libro che avevo ordinato, che aveva la copertina tale e quale a quella che aveva fatto circolare l’Autore e la sua casa editrice pochi giorni prima dell’uscita, e anche il giorno stesso, e io ero così emozionata a trovarmelo davanti che ho scordato il proposito di poco prima.
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Per fortuna stasera, era buio e andavo di fretta, mi sono passate davanti agli occhi due turiste, sembravano una la miniatura dell’altra, forse erano madre e figlia, la stessa corporatura tozza, la camminata sguaiata, la coda di cavallo tirata sulla stessa testolina tonda, e una delle due indossava un vestitello estivo rosso sbracciato e senza calze, mentre io mi stringevo il bavero del cappotto nel vento fresco, che in questi giorni sono pure raffreddata, e ai piedi aveva delle ciabattine infradito da piscina, le ho seguite con lo sguardo attraversare la strada, viravano decisamente verso il fruttivendolo, che le aveva attratte come fosse stata una vetrina di Bulgari, dal che ho dedotto che probabilmente venivano dall’est Europa, non per altro, ma solo da quelle parti si dà ancora valore alla frutta, e mentre mi imponevo di tirare fuori il taccuino mi sono ricordata dell’altro bizzarro incontro, e soprattutto che avevo qualcosa di più importante da dire, ecco cosa:
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Ho con me “Stati di Grazia”, il secondo libro di Davide Orecchio*, ne ho già letti un paio di capitoli, sì lo so, vado a rilento ma non ho molto tempo da dedicare ai libri, sono davvero tanto indaffarata, però ho capito subito che è un capolavoro, al punto che me lo porto in giro su e giù per la città e appena posso lo leggo, immemore di tutti e di tutto ciò che mi circonda.

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*prima o poi arriverà la recensione

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