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Purity, o della speranza

22 aprile 2016


Purity
Jonathan Franzen
2016
Supercoralli
pp. 656
€ 22,00
ISBN 978880621660

Ho letto Purity per la fede che nutro in Franzen ma ammetto che ingranare è stato difficile. L’ho percepito come un’esposizione, diapositiva dopo diapositiva (sono sei in tutto, ognuna è un mondo a sé stante), di un lavoro costato lacrime e sangue al proprio autore.

L’ho affrontato come un saggio ambizioso e poi, a sorpresa, dopo l’ultima salita, mi sono ritrovata a planare in cielo aperto nella scia della luce che porta a risplendere l’autore oltre “il moralismo che può infastidire un lettore che legga le sue sferzate sui mala tempora currunt”, evidenziato da Christian Raimo . Le sferzate a cui accenna Raimo sono quelle che collocano Franzen tra gli scrittori “bacchettoni” (Cfr. Forse sognare, saggio del 1996 apparso inizialmente su Harper’s Magazine), benché nella gestione della materia narrativa Franzen non conosca censure e depositi uno sguardo compassionevole sulla (spesso bassa) umanità dei propri personaggi.

Nella picchiata finale verso la conclusione la protagonista si spoglia, non tanto metaforicamente, dei panni dickensiani fin lì indossati e si trasforma in una Rossella O’ Hara decisa a dimenticare il passato in modo tanto umano quanto quasi comico, in rapporto alle terribili vicende che ne hanno preceduto la messa in atto.

Impossibile non amarla, perché questa è vita, e Franzen l’ha catturata senza camuffamenti. Nel mondo e nel libro convivono fattori parimenti oppressivi come i servizi segreti, internet e le mamme, eppure l’umanità va avanti. Nel mantenere, accanto agli stratagemmi, un necessario senso di realismo tragico. Quello individuato da Franzen come antidoto al “realismo depressivo”, nel passaggio “dall’oscurità paralizzante all’oscurità come fonte di forza” (1).

Il realismo tragico “preserva la cognizione che del fatto che ogni miglioramento ha sempre un prezzo; che niente dura per sempre; che, se nel modo il bene supera il male, ci riesce per il rotto della cuffia. […] Il realismo tragico preserva l’accesso  […] al dolore dietro la narcosi della cultura popolare.”

In Purity c’è concretezza e altrettanta consapevolezza della narcosi dilagante ed è un libro veramente tragico. Rispetto ai precedenti, si spinge al confine della letteratura di genere (il giallo, il noir) ma, paradossalmente, ne esce come il più conciliante del trio di capolavori (accanto a Le Correzioni e Libertà) di Franzen. E finisce per cantare un inno alla fratellanza senza concedere nulla alla religione o al misticismo.

Purity mostra che quanto più si riconosce dignità alla reale natura delle persone, superando l’“idealismo improduttivo” delle tardive adolescenze, tanto più i rapporti interpersonali se ne avvantaggiano. Che la ”purezza” è una chimera, e l’ossessione per la pulizia non è soltanto inutile, ma dannosa. Che la cultura del “liking” (non del “loving”), la cura eccessiva di ciò che gli altri pensano di noi è quanto di più lontano ci sia dall’amore. Che senza provare amore, semplicemente non si può vivere.

[Segnalo, a proposito, il breve e illuminante saggio “Liking Is for Cowards. Go for What Hurts”. Di seguito degli estratti aforismatici, per me di qualche importanza:

“the narcissistic tendencies of technology and the problem of actual love”; “trying to be perfectly likable is incompatible with loving relationships”; “love is such an existential threat to the techno-consumerist order: it exposes the lie”; “love, as I understand it, is always specific. Trying to love all of humanity may be a worthy endeavor, but, in a funny way, it keeps the focus on the self, on the self’s own moral or spiritual well-being. Whereas, to love a specific person, and to identify with his or her struggles and joys as if they were your own, you have to surrender some of your self”; “love … is where our troubles begin”; “the fundamental fact about all of us is that we’re alive for a while but will die before long. This fact is the real root cause of all our anger and pain and despair. And you can either run from this fact or, by way of love, you can embrace it”.]

I sei capitoli (incluso il romanzo autobiografico di uno dei personaggi principali) attraversano un quarto di secolo tra Europa e Stati Uniti, con l’accesso alle vicende di protagonisti straordinariamente simili nei traumi subiti e nelle conseguenze derivanti, ma che differiscono per scarti successivi, e portano a un’apertura progressiva a quella speranza che sembrava definitivamente preclusa.

Sullo sfondo corre il grande tema che arrovella Franzen e, forse, ne ha ispirato il concepimento di questo libro: la continuità tra regime e rivoluzione,  realizzata attraverso l’abuso della privacy (2).

“La vecchia Repubblica si era senz’altro distinta per sorveglianza e parate, ma l’essenza del suo totalitarismo era più quotidiana e sottile. Potevi collaborare col sistema o potevi osteggiarlo, ma l’unica cosa che non potevi fare, che tu avessi una vita sicura e gradevole o che ti trovassi in prigione, era rimanergli estraneo. La risposta a ogni domanda, grande o piccola, era il socialismo. Sostituendo socialismo con network si otteneva internet, un sistema fatto di piattaforme rivali accomunate dall’ambizione di definire ogni aspetto dell’esistenza”.

È una lezione semplice ma di difficile comprensione per i più. Franzen ne espone gli esiti applicati al totalitarismo, alla globalizzazione e, non ultima, alla famiglia. È significativo che, sul finale di questo libro, completi la distruzione del suo primo, grande protagonista da sempre, attraverso lo scagliarsi apocalittico di reciproche accuse riguardanti una “verità più profonda”, la realtà soggettiva degli individui, un mistero a cui riconoscere il dovuto rispetto.

Chris Cornell – Higher Truth

 

1) “Come stare soli” di Jonathan Franzen, Ed. Einaudi Supercoralli, 2003.

2) Ibid. “La violazione della privacy è il nucleo emotivo di molti crimini” ma la sua riduzione a “inflizione di disagio emotivo” configura una serie di illeciti dalla natura fragile.  Esiste un “panico da privacy” ingiustificato e “fondato su una convinzione errata”: La vita dell’americano medio in una città di piccole dimensioni nel secolo scorso registrava quotidianamente più intrusioni di quelle che subisce un attuale abitante di una grande città, completamente ignorato dai vicini. Sta anzi “esplodendo” il “diritto a essere lasciati in pace”. Non è la sfera privata (“farsi i fatti propri in privato”) a essere minacciata ma quella pubblica (“farsi i fatti propri in pubblico”). Il mondo in rete ha reso la “privacy” (così intesa) trionfante. “Se cammino lungo third Avenue di sabato […] intorno a me vedo giovani attraenti curvi sui loro [telefonini] con un’espressione preoccupata […] la sola cosa che voglio da un marciapiede è che la gente mi veda e si lasci vedere, ma anche questo modesto ideale viene frustrato dagli utenti di cellulari e dalla loro privacy importuna”.

Spettacoli e delfini

25 agosto 2015

 

Pomezia, martedì mattina.

I finestrini dell’auto che percorreva lentamente la strada verso il mare erano alzati. L’aria condizionata procurava un discreto livello di frescura artificiale agli occupanti. Si viaggiava a passo molto rallentato fin dall’incrocio dal quale avevamo svoltato, pochi chilometri prima.

Vedemmo dapprima i lampeggianti, c’era un gran traffico e la visibilità della scena ne veniva compromessa.

“Dev’esserci stato un incidente”.

“Sì, è pieno di polizia, stanno facendo i rilevamenti a terra e… Oh, no”.

“Schh…”

Sul sedile di dietro i bambini non si erano accorti di nulla. Nemmeno di me, che stavo dicendo:

“No, porca miseria, no…”

Nemmeno una domanda. Stavano a testa bassa sui loro oggetti elettronici, a cuffie nelle orecchie. Si udì qualche risatina, ancora interagivano tra loro.

La strada alla nostra sinistra, che sfociava in un innesto a T in quella che percorrevamo, era un tracciato ingombro di: pedoni, auto in sosta, auto in transito moderato da un vigile che gesticolava al centro, poliziotti in piedi, altri inginocchiati in terra, un telo dai riflessi metallici che ricalcava una forma, estremamente simile a quella che avrebbe potuto avere un uomo disteso, con le punte dei piedi che emergevano, rivolte verso il cielo.

Non potei evitare di pensare a quel corpo morto. In pochi minuti mi girarono in testa una serie di domande senza risposta. Chi fosse stato in vita,  se giovane o vecchio. Uomo o donna. A come fosse morto. A cosa stesse facendo un attimo prima di morire. A come e a chi sarebbe toccato in sorte comunicare la disgrazia ai parenti, sempre che quella persona ne avesse e che fossero facilmente rintracciabili. A come questi avrebbero reagito.

Le congetture e lo sconcerto si esaurirono presto. I bambini richiedevano un’attenzione allegra, li portavamo in gita. Al parco acquatico dove da maggio a settembre si esibiscono foche, delfini e altre varietà animali.

In borsa avevo Il male naturale, scritto da Giulio Mozzi tanti anni fa, nell’edizione Laurana del 2011. In quella raccolta, e di quella raccolta, lo stesso autore diceva, in conclusione: “…sarà il mio ultimo libro di racconti, o […] d’ora in poi, lo scrivere sarà per me una cosa completamente diversa”. Ero già arrivata a metà, contai di finirlo entro sera, spettacoli e bagni permettendo. Tirai fuori il libretto una volta sistemata sulla sedia a sdraio, dopo aver visto lo show dei tuffatori e dei pinnipedi, in attesa di quello dei delfini.

Il Mozzi oggi identificabile da tante particolarità (lo stile, i temi trattati, una sorta di morale-non-morale sottesa ai testi, che scombussola il lettore), non è lo stesso delle pagine che stavo sfogliando. Si riconosce a fatica, ma, a ben guardare, è lui.

La sigla del parco acquatico ricominciò a suonare a volume alto, segno che stava per cominciare lo spettacolo dei tursiopi, i delfini comunemente detti. Dovetti lasciare a metà il racconto “Coro”, del 1995, che parte da una commemorazione di Mariele Ventre del Piccolo coro dell’Antoniano, ad opera di Cino Tortorella, per approdare a temi e modi “mozziani” che, finalmente, riconoscevo e nei quali mi sentii, in modo sgradevolmente evidente, coinvolta in prima persona. L’argomento era la televisione trash, la “miscela di divertimento osceno e sguaiato [Carramba e la Carrà, i giochini a premi con Frizzi] e di informazione horroristica [l’indifferenza con la quale venivano trattati, e che suscitavano, i bambini morti e i colpi dei cecchini nei paesi in guerra], che muoveva ancora i primi passi negli anni in cui Il male naturale veniva scritto ed edito per la prima volta. Ma il piccolo schermo rendeva solo più evidente un processo in stadio avanzato e comune a ognuno, che Mozzi riassumeva in questo modo:

“Ci fanno vedere orrori insopportabili, così tanti e così insopportabili da mettere i nostri cervelli in stato di prostrazione e da costringerci, per sopravvivere, a ottundere la sensibilità; e poi ci fanno sperimentare come il divertimento osceno e sguaiato possa, almeno per un certo tempo, far dimenticare  anche il più orribile degli orrori […]”.

Ci siamo inerpicati sulle gradonate, conquistato un posto scomodo, con una visibilità scarsa. Ma lo spettacolo a cui stavamo per assistere era, in assoluto, il più bello del programma. Quello per vedere il quale almeno la metà del pubblico aveva affrontato viaggi perfino da altre città, come Napoli, che dista un paio d’ore d’auto. Per questo mi ero alzata volentieri dalla sdraio, lieta di interrompere per un po’ una lettura ostica benché allo stesso tempo attraente.

Volevo “dimenticare Auschwitz”, come rivelava il testo pochi minuti prima.

Addestratrici e addestratori sorridevano forzatamente, facendo volteggiare a suon di musica le mani per dare istruzioni ai tursiopi sulle coreografie. Per un po’ lo spettacolo andò avanti, poi, qualcosa lo guastò. A uno a uno, i protagonisti abbandonarono la piscina delle esibizioni e si rintanarono nelle vasche più piccole, alle spalle della pedana dove i loro compagni umani perdevano velocemente l’espressione allegra e si iniziavano a interrogare con sguardi e frasi, intuibili ma non udibili dagli spalti, su come proseguire. Non ci fu niente da fare. La voce fuori campo si presentò, disse di essere il capo addestratore, che quello era “il bello della diretta” e che lo show veniva rimandato allo spettacolo delle sedici.

Non avevo mai assistito a una defezione come quella. Qualunque ne fosse la causa, l’effetto della sparizione all’unisono di tutti i delfini dalla scena fu potente. Senza volerlo, mi ritrovai a cercare un qualche segno che congiungesse i due fatti salienti di quella giornata. Un modo primitivo per sperare che tutto possa avere un senso, che lo sconosciuto il cui corpo forse giaceva ancora caldo sull’asfalto aveva ricevuto una sorta di omaggio misterioso.

Tornai al racconto “Coro”, che Mozzi chiude affermando che “la fine è prossima” ma che “i rimedi falsi” di cui disponiamo, per un nostro atto di volontà, possono trasformarsi “in mezzi veri per la lotta contro i rimedi falsi”. Seguono considerazioni sul senso della letteratura, che condivido, e una professione di fede nella redenzione alla quale non riesco ad aderire e che forse non ho capito troppo bene. Ma della persona Mozzi ho una mia opinione, e ho sviluppato anche un affetto che mi consente di dargli fiducia perché, benché parli del male, è il bene il fine a cui, in definitiva, tende. Ci crede così tanto da risultare contagioso.

Sono riuscita a finire il libro entro sera. E, allo spettacolo successivo, i delfini sono rimasti davanti al pubblico fino alla conclusione, compiendo meravigliose evoluzioni.

Ma, forse, tutto capita per caso.

Ebbasta fidelizzazioni (su Cartaresistente)

21 luglio 2015

Questi gli esiti della mia ricerca: ancora non ti ho trovato, ma adesso temo il peggio. Mi sono arresa a questa conclusione a fatica, prima ho dovuto affrontare, quindi riprendermi, dalla scoperta di una situazione della quale, è evidente, non eri consapevole, non fino in fondo. Parlando con te al telefono e nei nostri ultimi, rari, incontri, mai avevi accennato alla piega presa dalla tua esistenza.
Ultimamente eri assorbita da Huysmans, i nostri amici ti hanno vista spesso ai tavolini dei bar circondata dai i suoi libri, più di una volta anche con una tesi su di lui davanti agli occhi, eri sempre più distante e fredda. Poi sei scomparsa. Nessuno ha tue notizie da settimane, sebbene alcune malelingue di tanto in tanto dicano di aver incontrato una tizia uguale a te, in abiti firmati, assieme a emeriti cretini, in pose, ore e posti poco seri. Non ci ho mai creduto.
Io non potevo arrendermi, né abbandonarti all’oblio. In nome del legame che ci unisce, mi sono fatta dare dal portiere, che mi ha riconosciuta, le chiavi di casa tua. Da dentro quelle mura ho capito che esiste una congiura delle cose, e ho il sospetto che tu ne sia rimasta vittima.
Appena entrata, per terra, sopra i piani, dai cassetti e dalle ante mezze aperte del mobilio, mentre la vista si abituava alla penombra, miraggi tremuli hanno ammiccato all’angolo del mio occhio. Erano castelli di carte, in crescita infinita verso e oltre il soffitto. Ne ho prese in mano alcune, per studiarle. Le avevi accumulate in pile instabili (le più sonnecchiavano nel limbo della non attivazione, ma è la stessa cosa, ai fini pratici), fino a lasciarle invadere ogni spazio.
Sono rimasta stordita: credevo di conoscerti bene. Tu, così insofferente ai lacci, sdegnosa verso ogni atto di sottomissione. Tu che ti nutri quasi solo a libri, da sempre estranea alle isterie e ai canti di sirena del commercio. Come hai potuto cedere alle Carte Fedeltà, è un mistero, che tale rimarrà, purtroppo.
Non mi resta che fare ipotesi sulla tua fine. Erano giorni dal clima troppo caldo perché lo sopportassero i tuoi nervi cagionevoli. Probabilmente hai avuto delle visioni. Non stenterei a credere che quelle presenze estranee abbiano chiesto a lungo di essere considerate. Avranno preso l’aspetto di cagnoni, che ti sollecitavano a uscire porgendoti il guinzaglio stretto tra le fauci e fissandoti con occhi supplichevoli per ore. Destinazione, manco a dirlo, decine di negozi e centri commerciali. Uno di loro, infine, avrà senz’altro posato il muso sulle tue ginocchia, magari a colazione (lo “spazio prezioso” -ricordo, era così che lo chiamavi – nel quale facevi solinga conoscenza con il nuovo giorno, davanti a un the al limone e a buone letture). Quel fiato grosso, la lingua troppo sporta e il bianco degli occhi esposto in segno di subordinazione, ti avranno innervosito. Perciò avrai urlato: “Ebbasta!”, prendendo a fare pulizia, ma i cani, in apparenza docili, si sono ribellati (sono evidenti i segni della lotta) e, era scontato, hanno avuto la meglio.
Ah, averlo saputo prima. Questa è dunque l’altra faccia della fidelizzazione, povera amica mia! Di te è rimasta, unica traccia nei pressi di un volume rosso, una striscia di sangue che conduce oltre la porta sul retro dell’abitazione, dove si ferma. È appena visibile attraverso alcuni frammenti del nemico leso, sparpagliati sopra a modo di lenzuolo. Forse un gesto pietoso, o forse l’ultimo, tremendo, segno d’irrisione da parte delle cose.

Ebbasta d’autore su Cartaresistente
testo e immagine di 
Francesca Perinelli

il crudo e succoso inganno delle parole

24 marzo 2015
A proposito di bufale

Le hanno indicato il capannone dove si realizzano i formaggi, preso a spiegare il processo produttivo, l’uso del caglio. Tentato di entrare nei dettagli.

La scolara, obbligata alla sosta per lo shopping gastronomico degli accompagnatori dopo la gita a Paestum, duella con due coetanei (maschio e femmina) incontrati sul posto ma, sommersa dalla sufficienza, finisce con l’esasperarsi. Cerca supporto attorno. Gli adulti sono distanti, parlano tra loro vicino al pullman parcheggiato. Il cielo pure è lontano, grigio e indifferente.

Dietro le porte chiuse di quel fabbricato, sotto quel tetto spiovente, deve esserci tutto un movimento di operai e di impastatrici, sì, ma di materia per creare e unire insieme mattoni, cemento, tegole. Questo pensa, e affonda:

–  In un caseificio si fabbricano case, non mozzarelle!

I due si scambiano un’occhiata silenziosa.

Non sembrano appartenere alla sua stessa razza. Non sembrano neanche bambini: così seri, così tanto precisi. Gli indigeni vagano scalzi per l’aia, non sono che due selvaggi presuntuosi. Pensano di giocarla con quella parola.

– Scemi, non sapete l’italiano? Io sì. CASE-ificio, viene da “casa”, è ovvio! Voi non siete di CASE-rta, che è PIENA di case? E dove credete che le fabbrichino?

I ragazzini scoppiano in una risata, lei sta per scoppiare dalla rabbia, ma il ritorno degli adulti li interrompe e, sotto i loro occhi, si scambiano saluti svelti in mezzo ai denti.

Poco più tardi, sballottato dal pullman, il contenuto dei sacchetti, immerso dentro un liquido lattiginoso, palesa, in tutta la  sua promessa di sapore, il crudo e succoso inganno delle parole.

 

Tutto ciò per dire che  Wolf Bukowsky – La danza delle mozzarelle, Slow food Eataly, Coop e la loro narrazione”. Edizioni Alegre  esce domani, 25 marzo.

Dal fondo _ 31

31 gennaio 2015

 

Quando sei vicina alla morte, vedi la tua vita girarti attorno. Mantieni gli occhi aperti, pregando che non si allontani in un istante. Ma viene un momento in cui la vita ti spaventa, ed è proprio quando stai per riprenderne il controllo.

 

Il ritrovamento del corpo di Mauro.

La sua poesia.

La nuvola di fumo che accerchia solo me, e ancora mi brucia gli occhi, perdendosi a spirale verso l’alto.

Solo toccando il fondo puoi ritrovare il senno. Dal fondo puoi vedere il cielo sopra l’abisso. Il volo libero dei cormorani, la luce delle infinite stelle, tante quanti i baci che ancora puoi ricevere e donare.

 

Cercai più volte di tornare in mare, ma mi fermarono in tempo. Fui portata via dall’isola.

Lontano da lì cercai di ritrovare il senno.

Giurai di non tornare mai più.

 

Arpège

 

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Dal fondo _ 30

30 gennaio 2015

 

Sono in mare, cercando mio marito. Mi sfilo il salvagente che mi ingombra e finisco subito sott’acqua.

Qua sotto tutto è molto scuro. Costa troppa fatica opporsi alla discesa, più facile farsi portare in basso dal peso dei vestiti.

Il fondo che raggiungo è tanto vischioso al tatto, non trovo nessun appiglio, ed eccomi assalita dal terrore di non risalire più.

Apro la bocca per gridare, mi si riempie d’acqua. È il bacio di una sirena. La vedo, ma non dovrebbe esistere. Tento di allontanarla, afferro i suoi capelli, lei mi guarda dal fondo di due orbite vuote.

Ora la riconosco, non è altro che un fantasma.

So di essere intrappolata in un sogno, ma io grido lo stesso. La mia voce si perde negli abissi.

Riapro gli occhi sul ponte, racconteranno in seguito di avermi ripescata viva per un soffio.

Riapro gli occhi sul pavimento di casa, l’eco delle mie grida è reale.

 (continua)

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Dal fondo _ 29

29 gennaio 2015

 

Stavolta faccio ciò che mi hanno chiesto. Simona si decide a risalire sopra coperta e vede Mauro lavorare sul motore. Fa per raggiungerlo ma un’onda inclina la barca e lei scivola in mare. Chiamo il suo nome e scatto verso di lei, lasciando il timone girare a vuoto.

La barca va da sola, mi sporgo e cerco di afferrare la mano tesa verso lo scafo.

Mio fratello scandisce parole che non sento. La vediamo: emerge e viene inghiottita dai flutti. Accorre Mauro, che si butta in mare, seguito da mio fratello, che prima, però, lancia verso di lei un salvagente.

Intorno a noi è l’inferno. Lino aiuta Simona a risalire, si issa su anche lui.

Allora capisco.

Salviamo lei.

Abbiamo salvato solo lei.

 (continua)

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Dal fondo _ 28

28 gennaio 2015

 

Grido forte nella pioggia battente. Mauro accorre, sono risalita da sola. Il motore è fermo, mi impartisce delle istruzioni, io non le ascolto.

Comprendimi. Troppo lunga è durata questa attesa. Perdonami se ora non ascolto ciò che dici. Troppo dura è stata la mia pena.

– Mauro, io ti amo!

Non ottengo alcuna risposta, ma solo uno sguardo duro e tagliente. Stringe le labbra, ma le riapre subito:

– Fai come ti ho detto!

La sua voce mi scuote dal torpore (stupida, sono soltanto una stupida egoista) e mi ritrovo accanto Lino, che mi mette qualcosa tra le braccia:

– Infila il giubbotto e prendi subito il timone!

 (continua)

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Dal fondo _ 27

27 gennaio 2015

 

Gli uomini stanno risalendo.

– Cerchiamo di manovrare per metterci al riparo. Giù non lasciate in giro nulla che possa cadere.

Ma io e Simona veniamo già colpite da ogni tipo di oggetto presente in cabina ed è sempre più difficile fare qualsiasi cosa.

Appena restiamo sole, contrattacca:

– Perché mi hai detto quella cosa l’altra notte? Voglio saperlo.

Potrei risponderle che vorrei ucciderla. O salvarla. O tutte e due le cose. Che vorrei che sparisse per sempre, portando con sé il fantasma di Marta. Potrei risponderle di amare liberamente mio marito: lui può amare soltanto una donna come lei. Potrei, ma non rispondo, invece le do l’ordine secco di uscire fuori da qui.

 (continua)

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Dal fondo _ 26

26 gennaio 2015

 

Si soffoca, immersi nel buio di una nera notte senza nemmeno una stella .

Il vento è rinforzato e mi allontano, scavando con rabbia negli scalmi. Scendo dal tender e mi siedo sulla riva a naso per aria. Ansimo un poco. Strano sentire il terreno fermo sotto i piedi dopo tanto ondeggiare.

– Beccata -, mi sorprende Lino, che mi ha raggiunto a nuoto.

– Ho freddo.

Avrei voluto riceverla, quella stupida domanda, è troppo tempo che mi accontento di essere capita senza parlare.

Lascio che mio fratello asciughi le mie lacrime e ce ne restiamo seduti, ciascuno in compagnia dei suoi pensieri.

 

È l’alba e sta piovendo, stiamo rientrando dall’isola. Gli altri due si sono già svegliati.

Appena a bordo scendiamo sottocoperta. Lino osserva in silenzio Mauro, che dalla dinette ci raggiunge in cambusa e controlla la strumentazione. Si unisce a noi anche Simona.

Io e Lino cerchiamo di infilarci in fretta abiti asciutti mentre la barca inizia a beccheggiare.

Dalla radio, il bollettino meteo annuncia una burrasca.

 (continua)

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