Posts Tagged ‘Felicità’

Pronosticatrice di Nobel

10 ottobre 2013

Alice Munro, Premio Nobel per la letteratura 2013 è stata il mio primo “Consiglio d’autore” su Cartaresistente:

Munro

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A me non piacciono le cose semplici. Non lo faccio apposta, ma dopo un po’ mi annoio e lascio cadere il libro. A volte – ops – è caduto in qualche cassonetto. Certo, non sono neanche attratta da quelle saghe infinite, nelle quali se non ti fai degli schemi ti perdi per la strada, oppure da testi cervellotici con infiniti rimandi intelligenti, colti, oscuri e spesso un po’ (tanto) irritanti. La complicazione che mi piace è quella nella quale si respira vita vera. Lo scrittore, quello bravo, prende il suo vissuto e ce lo ripresenta combinato in mille modi, tanto che noi, lettori affezionati, finiamo col pensare: questo passa il suo tempo saccheggiando le vite della gente (da cui il famoso detto: “Scrittori e guardati”).
Adesso, Alice Munro. Non potresti mai dire la sua età, tanto meticolosa e intensa è la caratterizzazione dei suoi vari personaggi. Non ci riusciresti, se non badando a certi dettagli storici o ambientali. E questo è il bello, che a libro chiuso, e poggiato sopra il cuore ancora in affanno, ti accorgi che ti ha appena fatto fare un giro per la tua stessa vita. Incluso quel futuro nebuloso che da solo non sai figurarti. Allora avrà cent’anni, almeno. Forse Alice è un elfo, un essere soprannaturale. O un nome collettivo, una congrega di scrittori che fanno la staffetta da decenni. Chi lo sa. Di sicuro è donna. E brava. E anche tanto bella, a giudicare da come tutti si innamorano di lei.

«Leggete tutto di Alice Munro, ma per cominciare leggete Chi ti credi di essere? Sí, cominciate da quello».
Jonathan Franzen

Alice Munro “Chi ti credi di essere?” (Einaudi, 2012)

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Chi ti credi di essere?

Alice Munro2012

Supercoralli

pp. 280

€ 19,50

ISBN 978880618353

Chiara Gamberale: una recensione ad personam

25 febbraio 2013

– Ah! E il post post-elettorale?

– A scuola e a casa non si parla di politica.

– Sei ridicola.

– E tu noioso, taci. Ogni cosa a suo tempo.

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Chiara Gamberalefotografata da Elena Fortunati

Chiara Gamberale
fotografata da Elena Fortunati

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Ad personam, questa recensione, perché è di lei che parlo, non di uno dei suoi libri.

Chiara compare, scura su sfondo scuro, catapultata da una giornata scura in una libreria ricoperta da una boiserie scura.

– In mezzo a facce scure?

Ma no, in fondo è sabato pomeriggio.

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La guardo, e mi pare di conoscerla (no perché, a scanso di equivoci, sono qui perché la mia amica Barbara me ne ha parlato, dei libri di Chiara, e ha voglia di incontrarla).

Mentre prendiamo posto io la guardo, appunto, appena troppo a lungo, al punto che lei forse pensa di conoscermi e, nel dubbio (ipotizzo), mi spalanca un bianchissimo sorriso. In breve si chiarisce che: è da poco tornata da una località remota, dove il sole l’ha tinteggiata dei colori dell’estate. Che il clima  freddo e piovoso la demoralizza come demoralizza me. Che, a partire da adesso, la serata ripiegherà luminosa verso l’alto. La sua comparsa ha un effetto taumaturgico. E io mi convinco che l’avrò anche già vista, è un personaggio pubblico, ma non ci conosciamo, con Chiara Gamberale. Nessun problema, di qui a poco duetterà con me come con gli altri intervenuti, tra complicità di sguardi e spiritosaggini, come tra vecchi amici. Nemmeno l’ho mai letta, ma inizio a sospettare che questo talento empatico non possa che rifletterlo nei testi.

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Mentre l’aspettavamo, avevamo parlato del suo esordio autobiografico, Una Vita sottile. Lei nell’apprenderlo arrossisce, e le scappa detto “Oddio”. Mi intenerisco, e lancio un pensiero indietro, a quella cosa mia chiusa nel cassetto, della quale arrossirei anch’io se altri la leggessero. Ma Chiara sembra un leone nel corpo di un gattino: una che le sue paure le ha disintegrate, scegliendo di darle in pasto alla fame dei lettori.

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Moorcheeba – Women loose weight

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Chiara poi rompe il ghiaccio e si racconta.

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Un’infanzia prodigiosa.

Al punto che lei -leggera, attuale, cangiante-, viene catturata dal marito Emanuele Trevi (finalista Strega 2013) -solido, preciso, ostinato (a detta della moglie)- e riportata bambina nel Libro della gioia perpetua, che include i racconti infantili di Chiara.  Avendo allora preso in simpatia il verbo “annuire”, oggi lei stessa li definisce noiosissimi: tutti i personaggi annuivano in continuazione e non succedeva mai nulla. Trevi invece ci è caduto dentro con le due scarpe e ne ha fatto un reportage autobiografico, una finzione narrativa che trasfigura e interpreta una realtà (il “manoscritto ritrovato”) forgiata attraverso tempi e vissuti lontani da lui. Entrandoci da protagonista postumo attraverso un atto d’amore letterario. Certo, presentato così, in quattro righe, anche inquietante, anzi, direi quasi cannibalesco.

In una bella recensione trovata online, vengono posti alcuni interrogativi (chissà se con risposta nel libro):

Di cosa era fatta la forza magnetica di quel quadernetto che inchiodava fisso Trevi […]? E perché – come scoprirà più avanti – era stato scelto proprio lui dalla coppia per indagare su quel libro ( dopo che era apparso su rivista un suo racconto su un amore adolescente intitolato “La noce”) ?

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Frutta secca e dintorni.

Inutile girarci attorno, la prima cosa che mi è saltata all’occhio, leggendo le trame dei romanzi di Chiara è la coincidenza esistente tra i nomi di Mandorla e di Amanda, de L’amore quando c’era (amande, in francese, vuol dire mandorla).

Ne  Le luci nelle case degli altri l’amata Mandorla viene chiamata così perché piccina e delicata. Ok, nomen omen. Però una mandorla è “il cibo ideale per la salute di nervi e cuore”. Mi sembra di cogliere che il racconto di questi personaggi, per chi li ha ideati, abbia una funzione quasi terapeutica. Di libro in libro, il testimone passa ad un diverso stadio di maturazione umana e sociale. E Chiara racconta anche che la sua formula narrativa assume una sempre maggiore complessità, passando dall’invenzione pura, all’autobiografia, all’allegoria, per approdare al romanzo corale, che scopre essere il suo ambito d’elezione.

Il giorno, infine, che le entra nella vita un certo Emanuele Trevi e, all’interno di un romanzo a lei ispirato, impone a un proprio racconto adolescenziale il titolo “La Noce”, sono nozze. Nozze con la frutta secca -pratica, saporita, ricca di nutrienti e di altre virtù-. Mica fichi.

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L’approdo al carrello della spesa.

Oggi che ha alle spalle quasi vent’anni di professionismo polimorfico, Chiara dice che è Le luci nelle case degli altri il romanzo che le si è annidato dentro, il favorito. Spiega il suo perché, ma è presto ovvio che non può che essere lo stesso anche per chi l’ascolta (perfino in chi non l’ha nemmeno letto). Questione di ipnosi. La sua parlata cattura, accenna a fragilità che possono essere le tue, ti coinvolge in risate improvvise come se (allora non era un’impressione!) ci conoscessimo da sempre.

Ma non è il caso di fermarsi al passato, Chiara ci dice che la fatica successiva, Quattro etti d’amore, grazie, è in uscita per Mondadori (verrà presentato a Roma il 27 marzo alle diciotto alla Feltrinelli di Via Appia).

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Qualcosa mi dice che lo leggerò. Qualcuno, anzi.

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Io stessa, per la precisione, che mi sono ritrovata nelle sue descrizioni dei personaggi femminili, compresa quella dal rapporto in ascesa con una strana madre che va a svernare l’esistenza su un’isola lontana.

Io, che ho alzato prima l’uno, poi l’altro sopracciglio, a sentire che il suo primo lettore e recensore è Walter Siti (nientemeno).

Che da bambina ho pianto ore sul finale di Peter Pan e che mi sono ritrovata di nuovo con gli occhi inumiditi sentendo che l’esergo della prossima uscita di Chiara è tratta dalla versione Einaudi con prefazione di Manganelli, capisci a me.

Che ho le unghie fuscia, e lei le nota e diventiamo sorelle per un istante, quello nel quale condividiamo, lei in pubblico, io nel segreto della mia contorta mente, le strategie di sopravvivenza alle depressioni da post-stress.

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Quindi alla fine siamo state tutte accontentate:  Barbara, che ha conosciuto e fatto domande alla scrittrice, io che ho virato al fucsia anche all’interno, e Chiara stessa che ci ha perfino ringraziate di averle risollevato la giornata.

Chiara mia, tifo per te. La prossima volta parlerò del libro.

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chiara e francesca

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Lettera sulla felicità n.3

21 gennaio 2013
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Voglio ‘o sole pe’ m’asciuttà voglio n’ora pe m’arricurdà
(Pino Daniele)
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grotte1

Dal Big Bang alla civiltà in sei immagini

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Da non dormirci la notte

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Comincio dalla fine. Gli amici che mi salutano dicendo “Grazie”, come se li avessi avuti ospiti a casa mia. “Grazie?” “Per l’occasione”, mi fanno felici. Felici. Ma sì, è così, ne siamo usciti un po’ più felici di quando siamo arrivati.

Una volta dentro la sala dell’Auditorium, avevo detto a Paolo “Vorrei scrivere il terzo post sulla felicità partendo da questa serata, ma ora non so… Non vedo bene il nesso. Universo versus Storia dell’Uomo, c’è poco da gioire. L’unico divertimento che mi viene in mente è quello del primo nel fare le pernacchie all’altro, dall’alto della sua durata eterna, il giorno della nostra estinzione definitiva”.

Giuro, l’avevo pensato già prima di sentire la conclusione di Antonio Pascale sull’ipotetico sbarco degli alieni sul pianeta ormai deserto, e la descrizione della loro reazione di fronte ai reperti dell’umanità contemporanea.

Però lui ci è arrivato come sempre micio micio, scorrendo tra sorrisi, battute e dati certi il filo dei ragionamenti -quella nuova griglia narrativa che mi pare sia riuscito, o sia molto vicino a realizzare (dal vivo funziona alla grande poi), e della quale io mormoravo a mezza bocca le parti conosciute, alternandomi col resto del molto eterogeneo pubblico (“Kahneman, Sistema Uno e Due… Le asce bifacciali… Qui parla della decrescita…”). Verso la seconda immagine mi sono guardata attorno e ho pensato: ma guarda come funziona bene il metodo trovato, come lo sta trasmettendo, ma che bravo-.

E allora, al termine dello “spettacolo” allestito da lui e dall’ottimo astrofisico Amedeo Balbi, l’avevo capito, quel nesso. E come è giusto che sia, la loro ricetta, il suggerimento ricevuto, l’ho letto a modo mio.

Penso di poterlo sprecare un po’ di tempo alla ricerca del raggiungimento di un concetto “ameba” come la felicità. Per la ricerca in sé.

Che quello che conta è restare attenti e non mettere da parte le domande -come dice, all’incirca, Balbi: Se io fossi stato un uomo primitivo, non ci avrei dormito la notte davanti al mistero di tutte quelle stelle. E di domanda in domanda siamo arrivati a poter leggere la storia dell’Universo fino alle sue origini-.

Che sono già più che impregnata di inquietudine. Da mo’ che non ci dormo la notte.

E poi, anche se non è una condizione duratura, io la felicità la so percepire quando è molto vicina, la so acchiappare al volo, farci un giro di walzer e so accettare che se ne vada via. E magari restituirne un po’ del profumo a chi voglia fermarsi a sentirne la descrizione.

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Sarà che, salutati gli amici, ho portato via con me questo stato d’animo, o che il dormiveglia mi ha fatto balenare la curiosa immagine di una buonanotte/palla da baseball sparata sulla luna, che esplodeva ricadendo come una pioggia scintillante sopra tutti noi, oggi mi sembra di aver dormito con qualche pensiero in meno e qualche stella in più sopra il cuscino.

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(Un consiglio: Andateli a vedere alla prima occasione)

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Pino Daniele – Alleria

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Lettera sulla felicità n.2

17 gennaio 2013
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Io son nato vecchio e muoio da bambino
(Stefano Rosso)
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MaliAfrica News

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Girotondo africano

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Aveva atteso tanto questo viaggio, un anno di lavoro per il suo pugno di giorni di vacanza. Maria racconta. Ha gli occhi pieni di Africa, è appena ritornata dal Sahara che conosce a menadito. Siamo quattro donne in circolo. La conversazione è ipnotica, ci sembra quasi di girare in tondo.

Aerei militari sulla testa, diretti verso il Mali. E intanto loro, gruppo di occidentali smaliziati, provvisti di una guida e un cuoco, andavano per villaggi, o dentro i crateri enormi dei vulcani spenti, in condizioni rigide: “Di notte meno uno. E un vento della Madonna” Elenca con un sorriso tutte le difficoltà di fare la pipì all’aperto. “La gente è così magra… Mangiano appena ciò che si può coltivare in quelle pozze d’acqua piovana: zucchine e poco altro. Il mais viene dalla Libia e al mercato c’erano mele italiane”.

Italiane! Il coro siamo io e Lola. “Siamo rimasti basiti”, fa Maria. Elisabetta incalza: “Effetto del protezionismo dell’UE. E il Lago Vittoria, che è sfruttato per l’acqua dei roseti? Sì, roseti. Sapete, quelle belle rose dal gambo lungo e dritto, quelle che sembrano tutte uguali tra di loro.” “Sì, sì.” “Per questo business la gente ha smesso di pescare e pure qualsiasi altra attività legata al lago, che tra l’altro si ritira a ritmo vertiginoso.

Basite siamo noi, adesso.

“E i lavoratori locali, nemmeno conoscono il senso di regalare fiori, non è nel loro patrimonio culturale”, fa ancora Elisabetta. Maria ribatte: “Rifletto sempre più sul fatto che neanche noi sappiamo bene che lavoriamo a fare. In questi viaggi sto bene, mi rendo conto che le cose che contano per vivere sono pochissime. E che del resto si può tranquillamente fare a meno. Mi chiedono come non mi manchi la cosiddetta civiltà. Per me sta proprio lì, la vera civiltà.”

“È quello che si chiama il Paradosso della felicità*. Ce lo spiegavano alla lezione del sabato mattina, uno ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma aveste visto quanta gente c’era! Secondo Keynes, nel ventunesimo secolo le persone avrebbero dovuto essere più felici. E invece trascorriamo ancora un anno sul lavoro per guadagnare un pugno di giorni di felicità.”

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*) Quale fiducia è lecito riporre nell’idea che sia possibile un miglioramento nella condizione della umanità? Dal punto di vista della policy i modelli GASP implicano una raccomandazione per l’estensione della azione collettiva che potrebbe assumere diverse forme: per es. potrebbe sostenere la visione delle società avanzate come over-worked e quindi la richiesta di una legislazione per la riduzione dell’orario di lavoro. Potrebbe anche sostenere il punto di vista secondo cui una economia di mercato tende ad un sovra-sfruttamento delle risorse ambientali e quindi portare sostegno alla richiesta di una politica ambientale estensiva. Data l’enfasi sull’importanza delle relazioni per la felicità umana questo approccio suggerisce l’implementazione di ‘politiche relazionali’, cioè politiche sociali mirate al miglioramento delle relazioni. Dal punto di vista della policy tutti i fili di questo lavoro portano nella stessa direzione. Secondo i modelli GASP l’esperienza attuale ed il rischio futuro di un declino del benessere, non sono né un problema biologico, né culturale, ne etico; sono un problema istituzionale poiché dipendono da un fallimento del coordinamento.

Stefano Bartolini, Dipartimento di Economia Politica dell’Università di Siena  “Una spiegazione della fretta e della infelicità contemporanee

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Stefano Rosso – Girotondo

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Lettera sulla felicità n.1

15 gennaio 2013
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Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità
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Felicità è un latte in compagnia

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“La Felicità” – Festival delle Scienze 2013” è l’ottavo appuntamento romano, presso l’Auditorium Parco della musica (quello degli enormi “mouse” di Renzo Piano), con un’indagine a tema svolta attraverso differenti settori dello scibile umano.

Io mi ci accamperei, in Auditorium. Il cartellone è meraviglioso e micidiale: molto spazio è dedicato ai meccanismi delle dipendenze, al sesso e al piacere in senso lato (Sex toys, la felicità a portata di mano , I circuiti cerebrali del piacere , Felicità nel cervello e nella mente , Sesso e felicità. Una prospettiva (neuro)scientifica , Morso, Sesso e Felicità , Amore animale e sessualità umana).

Che temone. Però mi domando se non si faccia una certa confusione tra Felicità e Benessere. Quale mancanza lamenta l’Uomo dei nostri tempi? Attimi di intenso sentirsi vivere? O piuttosto una sequenza ininterrotta di giorni dei quali non abbia nulla di cui lagnarsi, altro da dire che “Sono contento”?

Se mi limito al campo dell’intuizione non verificata, io so che l’accezione di Felicità come serenità costante è qualcosa a cui uno può ambire senza grandi sforzi. Penso che sia legata a un’attitudine dell’individuo, all’educazione ricevuta e alla fortuna. Ma sono le immagini di Felicità ricorrenti nell’immaginario comune: le “botte” di adrenalina, e i vasti laghi di endorfine nei quali si finisce a galleggiare di conseguenza, quell’alternanza che crea la dipendenza, ciò di cui si sente tanto la necessità. Quelle immagini sono delle istantanee, la visione (e quindi la profondità dell’apprezzamento) delle quali può aumentare in misura proporzionale alle difficoltà affrontate per arrivare ad ammirarle.

Il tempo non fa sconti. Non è data una Felicità (istantanea) che resti immutabile nella sua carica di esaltazione. In tempi grami come quello che stiamo attraversando, davanti alle manifestazioni di disperazione, a me viene spontaneo osservare che dosi ripetute di Felicità elementari possano essere ciò a cui si debba ambire per il bene di sé stessi, per mantenere un minimo livelo di salute mentale, in assenza di condizioni di miglior favore, come si usa dire in campo commerciale… visto che è il commercio il maggior beneficiario  delle conseguenze delle nostre frustrazioni. Ma, sensazioni e intuizioni a parte, visto l’ambito nel quale questo post si muove, devo ricordarmi che il metodo scientifico impone di verificare le assunzioni di partenza, e dunque:

“Consumismo e felicità: perché vogliamo quello che non ci serve”

Conferenza di Juliet Schor e Lauren Anderson del 20/01/2013 ore 19,00

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La diffusione delle ricerche sulla felicità ha fatto luce su alcuni dati importanti: superata una certa soglia, l’aumento della ricchezza materiale ha un impatto relativo sul benessere; il tempo libero è un elemento chiave della felicità; dare e condividere produce enorme soddisfazione; il rapporto con la natura è fondamentale per il benessere. Questi risultati mettono in discussione i modelli dominanti di “lavorare e spendere”, di consumo eccessivo, di “più è meglio” e la diffusione di attività economiche degradanti. Ricercatori e cittadini sono sempre più alla ricerca di nuovi modi di vivere; e guadagnano popolarità stili di vita a basso impatto e in scala ridotta, che danno maggior valore al tempo. Una nuova modalità collaborativa di consumo e produzione, basata sulle diverse aspettative dei consumatori e sull’onnipresenza di tecnologie avanzate sta cominciando ad alimentare e a soddisfare queste esigenze emergenti.

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Queste conclusioni sono state di recente presentate, come sempre in modo semplice e divulgativo -ma, come nota un commentatore “This is common sense, why isn’t this common sense yet?”- anche da da ASAP Science (per qualcosa di più strutturato rimando alla TED Conference di Daniel Gilbert o a quella di Michael Norton). Ringrazio Mitchell Moffit per il testo originale.

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I soldi fanno la felicità?

Sebbene molti di noi attraversano la vita con l’idea fissa di accumulare denaro, ci viene spesso detto che “I soldi non fanno la felicità”. Quanto c’è di vero in questa affermazione? C’è una correlazione tra il denaro e la felicità? E se sì, come possiamo utilizzarla a nostro vantaggio?

Gli uomini sono molto sensibili al cambiamento; ci piace molto ottenere un aumento o una commissione. Ci adattiamo a velocità incredibile alla nostro nuovo status di ricchi.  Alcuni studi hanno dimostrato che in Nord America, entrate aggiuntive superiori ai 75mila dollari l’anno impattano notevolmente sulla felicità quotidiana. Però spesso chi vince una lotteria finisce col diventare estremamente infelice. Col dare fondo a tutti i soldi, indebitarsi e vedere disgregate le proprie relazioni sociali. Allora, davvero i soldi fanno la felicità?

Studi recenti suggeriscono che il problema può consistere piuttosto nel modo in cui si spende il denaro. Invece di fare acquisti per sé, provate a darne qualcosa agli altri, e quindi verificate come vi sentite. Alcuni studi dimostrano che le persone che spendono il proprio denaro per gli altri si sentono più felici. E che mentre le persone che lo spendono per sé stesse non diventano necessariamente meno felici, la loro felicità rimane invariata.

Lo stesso principio è stato testato anche su team e società. Un esperimento ha dimostrato che diversamente dalle società che avevano destinato grandi cifre in beneficienza, dove l’importo era stato  diviso tra gli impiegati e permesso loro di contribuire a un’associazione a scelta, è aumentata la loro soddisfazione sul lavoro. In modo simile, gli individui che avevano speso gli incentivi monetari gli uni per gli altri anziché per loro stessi avevano realizzato non solo un aumento della soddisfazione sul lavoro ma anche aumentato le performance del team e le vendite. Lo stesso effetto si è verificato sia nei team vendite che in quelli sportivi.

È verificato quasi ovunque nel mondo che donare denaro o regali è correlato positivamente con la felicità. Di interessante c’è che non è così importante il modo nel quale i soldi vengono spesi per gli altri.

Dai regali più banali fino alle più importanti elargizioni alle organizzazioni di carità, spendere denaro per gli altri è l’aspetto fondamentale nell’aumento della felicità. Le ricompense emotive della spesa a vantaggio del sociale sono anche riscontrabili a livello neurale.

Ma se volete spendere del denaro per voi stessi, provate a sperimentare qualcosa di diverso dai beni materiali. Viaggiare o partecipare a un evento ha un impatto maggiore per la grande maggioranza delle persone nel lungo periodo. E mentre si risparmia per queste grandi esperienze, non bisogna dimenticare le gioie quotidiane della vita. Molti piccoli e frequenti piaceri aiutano a far passare le giornate e incoraggiano quel cambiamento che stimola la mente.

Invece di comprare un tappeto da 3mila dollari che fornisce un’esperienza una tantum ogni dieci anni, un latte* da 5 dollari con gli amici sarà diverso ogni volta e offrirà un accesso unico ad altre opportunità di essere felici.

Sebbene il denaro costituisca indubbiamente la principale fonte di felicità nelle nostre vite, certamente ha li potenziale di facilitare alcune cose e complicarne altre. Ma, alla fin fine, può comprare la felicità… se usato nella maniera migliore.

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ASAP Science – Can money buy happiness?

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(per Carla: e io ho da sempre un debole per gli epicurei… 3:) )

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*) dovrebbe essere l’equivalente di un nostro caffè o un tè con gli amici, oppure:

4 litri di latte in 10 secondi – Friends, episodio tredicesimo dell’ultima stagione

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Back in the day

25 settembre 2012

Una sera uscì e si portò dietro l’ombra. Come faceva sempre, la infilò per bene nel risvolto dei calzini, facendo attenzione che nel camminare non sgusciasse fuori. Non era proprio l’ombra delle origini, quella era andata persa. Era una nuova nuova. Conosceva la storia di Peter Pan, cose che capitano. Si può stare senza ombra, basta evitare di uscire in pieno sole, e di notte frequentare luoghi molto affollati dove altre ombre pallide e sfocate e luci inferocite si impiastricciano in un’unica poltiglia, oppure stare da soli. Rasentare i muri, lasciarsi inghiottire in quelle voragini chiamate con innocenza, nel turno che tocca al giorno, giardini, belvederi, spiagge, rive. Se ci si è appena un po’ portati, a starsene da soli ci si abitua presto.

Voleva portarla a spasso, la sua ombra. La sua città lei non l’aveva vista mai, veniva da fuori e si teneva ancora sulle sue. Pensò di farle un piacere, una passeggiata in centro, avrebbero camminato tutti stretti insieme, la gente, era sicuro, non ci avrebbe fatto caso. Sarebbero sembrati una coppia come tante.

Era felice. Felice-felice. Come non capitava più da tempo. Ah, che ombra. Snella, odorosa, fresca. Così piacevole nel cuore dell’estate. Leggera ma tenace. Era una cosa nuova, aveva un suo sapore, buono, mai assaggiato prima. Tornava la memoria di quelle prime volte, le volte importanti, quelle che lasciano la propria impronta negli stampini dei giorni a venire. Si accorse, allacciata alla sua nuova ombra, che quelle vecchie forme consumate il tempo colato non lo plasmavano più.

E infatti erano stati giorni confusi, uniformi, pesanti. Amari, a volte.  Mai più felici. Mai come ora che camminavano vicini sul marciapiede. E si andavano a sedere al tavolo di una trattoria qualsiasi. Addentando una pastasciutta, col traffico della consolare accanto che non li disturbava, come fossero stati affacciati sul mare capriccioso. Decidendo con un gusto particolare –il gusto di decidere una cosa che li riguardava insieme- di raggiungere quel colle dove le persone vanno per scambiarsi baci clandestini. Per godere della bella vista e, magari, tenersi stretti ancora un po’ di più.

Sbagliarono fermata dell’autobus, valicando il fiume, prima in una direzione, poi -dopo una corsa verso l’altro capolinea, sommersi da risate da togliere il fiato-, nell’altra, e ciascuna volta, sentendosi protetti da quel guscio metallico tutto cigolante, in preda ai suoi sobbalzi, si sorrisero (un’ombra sa sorridere, e lo fa talmente bene) tante e tante volte. Sentiva il cuore gonfio e pieno e luminoso e forte.

Giunti in alto, in cima al belvedere, superata l’emozione per la vista, ebbero qualche minuto di indecisione, l’ombra tirava in una direzione, il navigatore ne indicava un’altra. Qualche battuta scherzosa, qualche decina di metri compiuti zigzagando e, improvvisamente, lo spazio si aprì sotto di loro, precipitandoli giù nella piazza famosa, che se ne stava imbambolata, senza reagire agli abusi dei turisti.

Troppa confusione, saltarono su un taxi che mostrò loro i vanti del passato mentre con l’ombra si tenevano per mano, pieni di tutto. Non soltanto della città e della notte sublime. Di tutto l’universo, che in quei momenti era soltanto loro.

Poi passò del tempo da quel giorno. Accaddero dei malintesi, ci vollero dei chiarimenti. L’ombra era sempre lì ma diventò difficile pensare che le cose sarebbero tornate come prima. Eppure era un pensiero al quale si aggrappava ogni volta che usciva all’aria e al sole, ancora contava su quella presenza silenziosa accanto.

Finché lei, l’ombra, senza preavviso, durante un tiepido tramonto, forse ricordando un’altra serata tiepida, tese una mano. Che era adesso forte, oltre che tenace, e l’aggrovigliò a sé in un lungo, sorprendente, languidissimo bacio ricolmo di desiderio e di speranza.

Grilli fuori stagione improvvisarono un concerto speciale per alcune lacrime segrete di felicità.

Erykah Badu- Back in the day

Tre minuti tre euro

13 luglio 2012

Vabbè, lei era carina. E poi la porta era già spalancata. Occhi grondanti mascara e kajal neri come l’inchiostro, reggeva con due dita quel malloppetto davanti al seno florido appena contenuto da una magliettina lisa (ma fa un caldo) e mi sorrideva fissando gli occhi sopra i miei. Ha provato, visto che tentennavo, a convincermi con qualche frase imparata a memoria e intanto continuava a sorridermi, e io ero come ipnotizzata. Così li ho spesi quei tre euro, e ho comprato Lotta Comunista. Questo, tre minuti fa.

Intanto devo mettere le mani avanti, di sinistra sì lo sono ma resto accorta, cerco di distinguere. A costo di cambiare voto a ogni tornata elettorale. Se lo devono guadagnare il mio voto, e che? Mica seguo qualche ideologia, voglio seguire solo chi lavora davvero e mantiene le promesse fatte. Cosa non da tutti anche a sinistra.

Allora a quella bella ragazzina, che avrà quattro o cinque anni più delle mie figliole (che invece dal comunismo sono fuggite via), ho augurato con la mia strizzata d’occhio finale di restare così: entusiasta e attenta a ciò che avviene nel mondo. Ce n’è di tempo per sbagliare. L’importante è rialzare sempre la testa e ritentare.

Quando faccio colazione mi porto spesso qualcosa da leggere, anche per tre minuti. Oggi, che ero in giornata di riambientamento, mi sono tenuta leggera: frollini nel the e Fiori Giapponesi* di contorno. L’avevo letto diversi mesi fa, quando le ore di buio (e i buî pensieri) erano la prevalenza sul resto. Ho trovato tante orecchie agli angoli, il mio modo per ricordarmi che c’è qualcosa di memorabile da rileggere, prima o poi. Solo che con La Capria, sarà stato che lo leggevo salendo e discendendo da autobus affollati, il senso di ciò che mi affascinava sembrava sfuggirmi. Sembrava sempre un pensiero più in là dei miei. Inafferrabili racconti sintetici. Insomma, stamattina riapro le pagine segnate mesi fa e leggo come se fosse la prima volta, sconvolgente. Tutto tornava, tutto filava liscio come l’olio, stavolta.

Per dire, Breve storia dell’oppressione, cinquantesimo racconto di cinquantacinque, in nemmeno due paginette che sembrano in apparenza buttate giù così, nel tempo che io impiego a fare colazione, discettando di Platone e Socrate arriva a stigmatizzare le gerarchie create dall’ignoranza. Instilla il dubbio che la realizzazione delle idee astratte non garantisca affatto la felicità di tutti. Esprime la speranza che qualcuno sopravviva per raccontare, “partendo dall’esperienza personale“, perché ascoltandolo e dialogando con lui si trovi una via d’uscita all’oppressione. E così gli altri racconti, sembra che stavolta siano stati scritti tutti per me.

Io che, grazie ad una magia operata da spighe viola e verdi di lavanda e campi mietuti e gialli sotto il sole (grazie), oggi sono come una ragazzina dagli occhi bistrati e il seno rigoglioso e me ne vado in giro a testa alta tra la gente a suscitare dialoghi, a differenza di tante ragazzine, se mi capiterà a tiro uno così

Daniele Silvestri – Che bella faccia

so che l’esperienza mi indicherà esattamente come comportarmi.

*) Raffaele La Capria : Fiori Giapponesi – cinquantacinque pezzi facili, Ed. RCS 2009

Prendere vento in bassa stagione

9 luglio 2012

 

 

 

Le mie vacanze sono agli sgoccioli.

 

– Yawn… Perché, dov’eri andata?

– In ferie, demone distratto.

– Beata te.

– Non dirmi che proprio tu lavori troppo.

– Mai lavorato un giorno in vita mia.

– Allora che vuol dire “beata te”?

– Che ci vuole una bella faccia tosta a andare in ferie adesso, con tutto quello che succede intorno.

– Guarda che leggo i giornali e poi, perché, tu che sei rimasto cos’hai fatto?

– Ho fatto cose, visto gente… Ciao!

– Ma sei scemo?

– Era una citazione.

– Bravo, torna a infilare perline, và.

– Hai una sigaretta?

– Vai.

 

É vero, è un momentaccio. Tra le tante nuove c’è De Gennaro, che a proposito delle condanne di Genova sente proprio di dover esprimere un profondo dolore per tutti coloro che a Genova hanno subito torti e violenze e un sentimento di affetto e di umana solidarietà per quei funzionari [condannati]”. Un colpo al cerchio e uno alla botte, via.

Durante i “fatti di Genova” ero in viaggio di nozze in una vallata austriaca. Pensavo che nulla avrebbe potuto macchiare la mia felicità. E poi guardando i telegiornali iniziai a grattarmi la testa, a darmi piccoli schiaffetti in viso. Quale felicità è perfetta? Avevamo degli amici che a Genova c’erano andati, che erano lì per protestare, come quei ragazzi che poi furono pestati alla scuola Diaz. Quale importanza aveva la nostra felicità per coloro che in quel momento erano a Genova a prendere botte dalla Polizia? Il mio matrimonio era un’idea geniale, autarchica, recentissima, ancora euforica. Una macchina nuova all’ uscita da un autosalone. E subito ecco un graffio sulla sua carrozzeria lucente.

E poco dopo è toccato a noi stare dalla parte di chi aveva problemi. Com’era difficile trovare qualcuno disposto a stare a sentire, convincerlo che bisognava che si unisse a noi per farcela. Quanto è costato lottare contro il silenzio. Eppure mi dicevo: hanno ragione. Troppi problemi al mondo. Bisogna fare una selezione, e non è sempre facile restare lucidi. Distinguere tra i casi. Non privarsi delle forze necessarie a vivere. Che vita difficile. Che vita impossibile. E poi è tutto finito,  all’improvviso, ecco. Ora si vive, finalmente. Ma come si fa?

Adesso vado in ferie quando mi pare, se mi pare. Troppi anni legata a una catena lurida di interessi disumani e sconci, che hanno dettato i tempi della mia, della nostra vita insieme. A volte vorrei proprio fumare. È che non reggo, sono diventata allergica, credo. Fumare mi fa male, all’istante. Proprio non posso. Bere nemmeno. E poi son cose diseducative verso i figli. Vado in vacanza a giugno allora, almeno questo.

– Cara, ti sei spiegata benissimo.

– Perline.

– Vado.

 

Su, non sono mica l’unica che per aggirare i costi dell’alta stagione prende le ferie a giugno, massimo ai primi di luglio. Vi ho visti, siete in tanti a fare come me. Spiagge belle piene, famiglie con bambini e tanti salsicciotti rosati e biondi (più tedeschi ed olandesi che italiani) in bicicletta per chilometri e chilometri  di curve a quaranta gradi sotto al sole.

L’ho scoperto quando le bambine erano piccole, in questo periodo il mare non è soltanto conveniente, è anche più pulito, e ci sono più chance di belle giornate. C’è anche un altro lato positivo. Ora che la vacanza mi ha quasi stufata, e significa che ha funzionato, è piacevole il pensiero di tornare nelle strade ancora affollate della città e sentire l’aria come più fresca, rispetto a prima della partenza, anche se la temperatura è cresciuta.

Capire che la città è un luogo come un altro. Né migliore né peggiore, tutto dipende da cosa ci sto a fare. E vedere che tutti viaggiano in senso contrario al mio, che mi sfiorano aggirandomi quasi senza vedermi e invece io mi permetto di camminare lenta, di girare lo sguardo e accorgermi della bellezza intorno, che c’è sempre bellezza, a ben guardare. E sorridere, senza ritegno. Anche agli sconosciuti, a quelli dall’aria innocua, s’intende. Ho voglia di sorridere. Di recuperare la felicità. Dev’essere un’esigenza comune a molti, se tante copertine includono la felicità nei titoli. In pochi mesi io che sono una lettrice pigra ed inconstante, ho letto, ad esempio Francesco Piccolo, Erri De Luca e Alice Munro. Ma tanti altri stanno a prendere vento sugli scaffali delle librerie e dei banchetti di libri nelle vie e nelle piazze estive.

Tra poco Roma si svuoterà di cittadini e resterà soltanto chi non avrà niente da fare o nessun soldo in tasca, che camminerà lento e contromano come starò facendo io. Ci ritroveremo alle rassegne di cinema, di musica, alle feste sul fiume, magari. Mhm, o forse no. Dipenderà da quanto vorrò sforzarmi a fare cose.

Sto tornando, ancora qualche giorno. Qui in Sardegna ho seguito il vento, finora niente maestrale e allora sono stati giorni isolati, puntiformi. Ognuno differente. Credo di avere seminato bene, qui. Mi ero portata solo due libri e qualche canovaccio. Pensavo che non avrei scritto, ma l’ho fatto.

Avevo messo in valigia tanti dubbi, sperando di srotolarli a terra in qualche spiaggia torrida e lasciarli prosciugare al sole. Invece hanno preso una forma ancora più concreta. Quindi pensavo che non avrei avuto notti senza sonno, invece ci sono state, eccome. Ma ricche di pensieri lineari, e il giorno successivo è stato come ritrovarmi messa a nuovo.

Pensieri come vettori: direzione, lunghezza, verso. Si sono uniti a rete, uno ad uno. Rette che, collegate, hanno costituito un piano. E io sento adesso che le dimensioni possono farsi multiple. Che non esiste solo il qui ed ora. Pensiero che rende liberi. Che rende forti. Che dà fiducia.

Il vento è favorevole, sto ritornando. Sarà bello ritrovarmi.

 

Road signal dal blog Marianorun

 

 


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