Archive for the ‘Cambiamenti’ Category

Cartaresistente

5 gennaio 2018

Scrivo con una sensazione di malinconia per una perdita. Sto parlando di Cartaresistente. Non posso mettere link al  sito attivo dal 2012 perché, ahimé per tutti, ormai non esiste più. La sua uscita di scena al termine del 2017 mi ha fatto pensare a quella delle dive d’altri tempi. Una Greta Garbo, per fare un nome, dei blog letterari.

Un link a Cartaresistente compariva sulla mia homepage, come su quella di Vibrisse (e compare ancora: Giulio, ti posso suggerire di toglierlo?). La sua formula, piuttosto semplice, prevedeva la pubblicazione di immagini significative a corredo di testi che, direttamente o indirettamente, riportassero a una dimensione piuttosto “fisica” l’atto del leggere.

I nostri due blog si sono conosciuti sul finire del 2012, quando ho iniziato a sottoporre a Nando qualche contributo per dei post che enfatizzavano le letture di carta attraverso scatti fotografici (telefonici, forse è meglio dire) di sconosciuti lettori, colti in flagrante nel pieno esercizio della loro “perversione” nei posti più disparati. Da quei post poteva nascere la curiosità per qualche nuova lettura o, quantomeno, scaturire una riflessione su usi e costumi contemporanei. Da lì in poi sono venute idee per temi sempre più sfiziosi e sempre più coinvolgenti per un’ampia fetta dei blogger di wp.

Poi ho conosciuto anche Davide, col quale mi sono obiettivamente tanto divertita, attraverso una forsennata scrittura a quattro mani e confronti serrati come duelli all’arma bianca, puntualmente riportati sulle pagine di Cartaresistente, oltre che qui.

L’impresa di Nando e Davide, del tutto no-profit a meno, immagino, della voce di attivo in bilancio relativa alla soddisfazione, si è avvalsa della collaborazione di nomi anche illustri, di artisti e artigiani che hanno reso tangibile a molti l’esperienza del web. Ha creato una comunità stimolante e vivace. Personalmente mi ha permesso di sperimentare e crescere.

Una gran bella storia, vi ringrazio di avermi permesso di farne parte.

Ho uno spirito progressista ma un’anima che cerca comunque di conservare ciò che di buono c’è stato in un rapporto. Nel corso di quest’anno, con l’autorizzazione espressa degli altri autori coinvolti, pubblicherò di nuovo tutti i lavori a mia firma a suo tempo condivisi su Cartaresistente, a meno de ”I sette sensi”, che troverà posto integralmente sulle pagine di Tratto d’unione (Grazie!) accanto all’intera serie “I magnifici 7”. Da non perdere, in partenza il prossimo giovedì, 11 gennaio.

Quel che resta di noi

Inversione di rotta

19 dicembre 2017

Era la stagione della migrazione, del volo, del canto e del sesso. Nella regione neotropicale, che ospitava la più ricca biodiversità della terra, qualche centinaio di specie di uccelli diventava irrequieta e si lasciava alle spalle le altre migliaia di specie, molte delle quali strettamente imparentate dal punto di vista tassonomico, che si accontentavano di rimanere lì, a coesistere accalcate e a riprodursi nella quiete dei tropici.

Libertà, Jonathan Franzen

Scappato bene

27 giugno 2017

Lei scrive di aver trovato, tra le cose scritte e mai esposte, questa, di circa un anno fa. Chissà perché, allora, aveva pensato che fosse esagerata, un inganno della sua sensibilità. Oggi non la pensa più così. Il tempo rafforza le impressioni di un tempo. Era un inganno, comunque.

 

Faccio un sacco di casini, c’ho gli sbalzi d’umore, mi sveglio incazzato che vorrei distruggere ogni legame affettivo che ho, mi prendono le depressioni, poi sono felice, poi sono triste, poi piango, poi cambio idea, poi c’ho i sensi di colpa per le decisioni che non ho preso io da solo, mi fumo le sigarette, scrivo le cose sull’agenda e poi non le faccio mai, le cancello e le riscrivo uguali per il giorno successivo e così via per settimane le scrivo e non le faccio mai mai mai mai mai mai mai mai mai mai.

http://www.dudemag.it/letteratura/racconti/lanagramma-nevralgia-la-ginevra/

 

Ti abbiamo visto stamattina, le hai schioccato un bacio come dovuto e sei uscito dal treno alla stazione giusta all’ultimo minuto, perché non ti eri accorto che stavi arrivando mentre ti parlava e tu, l’ascoltavi controvoglia.

Le hai
dato un solo, ultimo bacio e sei sceso e non hai visto, perché non l’hai guardata, una volta sulla banchina, non hai saputo che, da dentro al treno, aveva la testa voltata dalla parte opposta alla tua, verso l’altra porta. Dove la gente entrava e riempiva l’aria che avevi svuotato di senso per allontanarti
in fretta.

Non hai
sentito la sua sofferenza, te ne sei andato con de ter mi na zio ne. Ti abbiamo visto tutte, hai pure pensato: Finalmente.

Si è alzato il vento e tu non l’hai sentito. Era un vento solare. I nostri capelli si muovevano all’unisono. Ci sono volati in faccia. Hanno velato il nostro sguardo. Ti abbiamo visto perderti nella galleria buia e quindi uscire al giorno che ci ha accecato gli occhi. Andavi ancora più di corsa, se possibile. Sfoggiando quel tuo contegno che ti cattura sempre, come per caso, immobile sullo sfondo della fotografia di qualcun altro. Tu non ti metti mai in mostra. Ci tieni a non apparire. Sono sempre gli altri a darti consistenza, a prendere le decisioni.

Hai controllato il telefono e l’hai rimesso in tasca. Le cose erano di nuovo in fila. Hanno smesso di affollarsi alle porte della mente. Ti sei sentito bene.
Ti sei sentito vuoto. Avevi il compito da portare a termine. Noi lo sapevamo.
Perché eravamo lì, ma non per giudicare. Sei tu a portarci dietro. Tu non lo sai ma ti siamo indispensabili.

Noi
sappiamo di te e non ti giudichiamo. Null’altro sappiamo. Ad esempio, come lei abbia affrontato il giorno. Se sia sprofondata nella solitudine della nuova consapevolezza o se piangendo abbia chiamato un’amica che le ha consigliato di non pensarti più.

Noi non
riusciamo a non pensarti. Ciò che ci hai fatto ci torna davanti agli occhi ogni momento e ti rende più vivo. Nemmeno te ne accorgi, sei vivo solo per noi. Per questo corri, perché noi t’inseguiamo. Oggi tu correrai fino a sera. Anche da fermo, a tavola, con la tua famiglia riunita, tu starai correndo. Arriverai al traguardo e poi cadrai nel sonno. Le cose in fila, e noi con loro (e lei ci avrà raggiunte), le avrai lasciate indietro. Sempre più vuoto, ti sentirai benissimo. Poi ti risveglierai.

 

Io… dipende.

30 aprile 2017

Io… dipende. Aveva risposto Ivan, dopo che la Nera si era rifiutata di fare il nome di chi le aveva fornito l’arma. Era sdraiata a terra e non sembrava che stesse troppo bene, la Nera. Stavo sul lato opposto della stanza, mischiata ai tralci della carta da parati, uva sull’uva. Nessuno mi dava retta mentre io vedevo e sentivo tutto. La Nera era messa male. Piangeva, addirittura, ma forse sarebbe sopravvissuta. Lui aveva perso ancora più colore da quelle guance smorte. Gli passerà la voglia di fumare, ricordo di aver pensato. La Nera aveva chiesto: Ma tu, come ti senti? E lui, passato da parte a parte all’altezza dello sterno, con una macchia rossa che cambiava forma man mano che si allargava sopra la sua felpa, aveva risposto così, proprio così: Io… Dipende. Dipende, stava pensando Ivan, da quanto crescerà il grano giù nei campi, le spighe sono già alte, sento il loro fruscio da qui, lo sento nelle orecchie. E che profumo, radice di liquirizia. Da dove viene? Troppe domande per una sola notte. Io non ti ho mai tradita e l’odore che ora sta entrando dalle finestre aperte ne è la prova. Io sono ancora qui, non ho nessun rimpianto e, quando me ne sarò andato, l’aria resterà tiepida e satura della mia onestà e di tutto il mio traboccante orgoglio. Resterà come una firma, Nera. Che vuoi che sia, andarsene così una notte d’aprile come questa? Verrà l’estate spingendo uva su uva, che si affastellerà sui grappoli e genererà ombra nei vitigni. Noi no. Tu e io, Nera, che ancora stringi la tua arma in mano (chi te l’ha data, Nera? Chi te l’ha rivelata? Tu neanche sapevi di averla, né che fosse già carica e pronta a fare fuoco), noi splenderemo d’oro su ogni stagione che attraverserà la Terra. Ma non per sempre, nulla resta per sempre. Solo finché non esploderà il Sole.
Tutto questo io lo so perché ero lì, stavo sul muro opposto a quello dove Ivan adesso strisciava accasciandosi, soffocando il corpo tutto sussulti della Nera che, no, probabilmente non sopravviverà.

Bimestrale

28 febbraio 2017

Dendroica Cerulea

 

Mi viene da pensare che scrivere un post una volta ogni due mesi è un po’ come pagare la bolletta della luce. Solo, un po’ meno oneroso.

Per altre scritture bisognerà aspettare la terza Settimana d’Autore CRT del 2017, in pubblicazione nel prossimo mese. Il post avrà uno sfondo ornitologico. Evenienza casuale e involontaria ma che, cosa gratificante, riconduce in qualche maniera a Franzen (Ciao Jonathan! Dicevo così, una volta, quando incontravo un gabbiano – adesso penso che i gabbiani siano uccelli sporchi e pericolosi. Si cambia).

A Franzen capitò di dire all’intervistatrice Winfrey , circa il suo prolungato silenzio letterario, che “che scrivere romanzi è un modo per raccontare la propria evoluzione. E a prendere coscienza di un cambiamento, dice, non bastano certo uno o due anni”.

Sparire agli aggressori

28 dicembre 2016

Un passo dopo l’altro, le foglie secche mi erano testimoni, il corpo si spostava verso il centro città. Era una gran bella giornata lì, nel parco. Ora avevo le prove che il sole c’era, sebbene molto lontano dai muri del ghetto verso cui ritornavo. La massa era pesante, oggi. Mi dava un po’ fastidio. Per questo la portavo in giro in mezzo ai platani, perché perdesse qualche etto della sua consistenza per l’attrazione gravitazionale dei più forti, e mi lasciasse libera di pensare in pace. Pensare, pensare. Da dove si cominciava? Non ricordavo più.

Ero discesa dal tempio di Faustina dopo aver passeggiato attorno al galoppatoio, dove ero andata in cerca di qualche spunto, ma vedevo solo gente ferma ai bordi, o gente che correva. Nessuno a costruire niente. Era ora di pranzo. Certo. E la gente correva, oppure bivaccava. Tutti in compagnia, ma nessuno che, già che poteva, passeggiasse discutendo, non dico di filosofia ma nemmeno di calligrafia, di danza, di musica, di arte, di storia. Niente di spirituale in vista. Niente spirito. Solo materia: Bivaccavano. Oppure correvano. Niente di costruttivo, appunto.

È che mi annoio tanto facilmente.

Avevo fatto la conta dei morti illustri di quest’anno. Fatta eccezione dei parenti stretti (purtroppo abbiamo avuto un lutto importante, ma niente di cui discorrere su un blog), erano dipartiti: Bowie, Rickman, Eco, Prince, Pannella, Casaleggio, Bud Spencer, Wilder, Ciampi, Fo, Fidel Castro… L’elenco l’avevo ripreso da SIO, che non aveva previsto però che appena ieri è andata via Carrie Fisher, così come George Michael, maledizione. E mancano ancora tre giorni al ’17. Ho smesso di contare.

Il parco si era svuotato e, beh, io camminavo tanto lentamente, cercando il sole in mezzo all’ombra andata in mille pezzi a terra, che gli altri hanno finito sia le corse che i bivacchi. Mi sono ritrovata lambita dalle onde del solito fisarmonicista spaccamarroni spacciatanghista (e, forse, chi può dirlo? magari spacciatore) che affligge le mie passeggiate al parco. Mai sopportato. Ma com’è? Com’è possibile che la nostra società tolleri… Va bene, ormai eravamo in pochi. Il fisarmonicista sul viale, io, e un tizio alto e ben piazzato che camminava, noncurante come me, sulle foglie. Distava un… quaranta, trenta, venti metri, eravamo proprio in rotta di collisione.

Non oggi per favore, eh?

Oggi non volevo ritrovarmi a correre. Né a bivaccare. Subendo magari l’aggressione di un nullafacente non pensante, forse remoto ammiratore di fisarmonicisti-magari-spacciatori, eccetera. No. Non mi doveva disturbare, e basta. Io volevo, volevo… pensare. Ma, come si faceva? Se continuavano a distrarmi non lo avrei ricordato in tempo. E il tizio si era avvicinato decisamente troppo.

Si era fermato. Aveva guardato l’orologio. Si era guardato attorno.

Era fermo proprio ai bordi del sentiero aperto nel fogliame secco che stavo percorrendo e non avevo alcuna intenzione di cambiare strada per evitarlo.

Gli sono passata davanti.

– Bela giuornata, eeeh? – ha detto, ma io non gli ho risposto. Né ho velocizzato il passo.

Ho solo fatto attenzione ai suoni in modo più accurato. Un solo piede fa un bel frastuono su di un tappeto di rami e foglie secche, e l’intervallo tra due passi consecutivi produce un rumore di risulta, quello di oggetti calpestati che tentano di riprendere la forma originaria. In mezzo, a farci caso, c’è aria fresca, luci e ombre, cinguettii, ondate di fisarmonica tanguera.

Simulavo il distacco iniziale, e invece ero più attenta, casomai altri passi stessero tentando di raggiungermi. Ho stretto un pugno nella tasca: debolino. Non sarebbe stato utile. Forse, pensavo, forse, avrei potuto fare una corsa, ancora pochi metri e sarei stata sul vialetto fuori dal bosco. Forse, pensavo, il suonatore della dannata fisarmonica avrebbe costituito un deterrente a un’eventuale aggressione. Forse, pensavo, la dovrei smettere di passeggiare sola nei parchi. Forse pensavo, finalmente, insomma.

Sono arrivata sana e salva all’acciottolato e, lì, sulla strada verso il ghetto, mi è tornata in mente una freddura che aveva raccontato ieri una mia amica.

Due rapinatori a una vecchina: – O la borsa o spariamo!

E la vecchina: – Ok, sparite pure.

Vecchina nel parco

Vecchina nel parco

Un discorso, e una segnalazione

16 dicembre 2015

Bottega di narrazione

Dov’ero rimasta? Non mi ricordo più, i giorni si sono scambiati di posto, hanno teso tranelli, si sono camuffati, si sono presi gioco di me, perché ero impegnata altrove. Quello che si sta concludendo, infatti, è stato un anno impegnativo, e non per modo di dire.

L’impegno, ecco il punto. L’impegno. Tenevo il filo di un discorso stretto in mano e per intesserlo ho prima aperto questo blog, impegnandomi a tenerlo in vita, dapprima scrivendo forsennatamente, quindi placando il ritmo fino a renderlo armonico con le mie vicende di vita, vale a dire: tenerne il respiro quieto in attesa del quietarsi degli eventi esterni. Nel mentre, però, non ho smesso di scrivere, sempre e solo sul tema: “Il mio discorso”.

Per me scrivere significa, prima di tutto indagare, conoscere. E riconoscere, focalizzare, tentare di raggiungere. Spiegare. Eccolo, il succo del discorso, è tutto qui. Mica uno scherzo. Chi, come me, non è nemmeno del mestiere, può trovarlo difficile: gli ostacoli che aumentano invece del contrario, via via che si va intessendo questa trama. Eppure, è ciò che andavo cercando, dare senso a una complessità tutta mia, trovare la sua necessaria strutturazione.

In questi anni ho scelto come mentore una persona unica. Credo di aver voluto bene a Giulio Mozzi non appena ho aperta per la prima volta la pagina principale di Vibrisse. Tanto complesso quanto profondamente generoso, già tramite le sue lezioni gratuite avevo appreso insegnamenti essenziali sulla scrittura, e sul rapporto di chi scrive con il mondo, molto prima di quando, tre anni fa, gli scritto la mia prima email, chiedendo consigli carichi di un’ingenuità che oggi mi fa sorridere.

Lo scorso anno ho bussato alla porta della Bottega di Narrazione, che Giulio, assieme a Gabriele Dadati, tiene presso i locali dell’editore Laurana, a Milano. Mi sono presentata con il mio filo in mano, una parte del discorso già tessuto, e tutta la migliore volontà di confezionare a regola d’arte il resto. Mi è stato aperto, è stato detto che il mio discorso teneva, e ho avuto accesso, così, a un tempo di scoperte, apprendimento, e relazioni umane lungo un anno. Un’esperienza e un arricchimento unici, dei quali ringrazio Giulio, Gabriele, Lillo Garlisi e tutte le persone che sono transitate per la Bottega di Narrazione, i tanti scrittori e operatori dell’editoria, ma non ultimi i miei compagni di viaggio, che qui cito in ordine alfabetico, per non scontentare nessuno: Aldo Dalla Vecchia, Camilla Costa, Carmelo Vetrano, Carmen Verde, Chiara Giordano, Cosimo Lupo, Cristina Natale, Francesco Genovese, Luca Bonini, Magda Cervesato, Michela Rossi, Salvatore Barbara, Serena Uccello, Silvia Vercelli, Simone Salomoni, Susanna Gianotti, Vincenzo Todesco, Vinicia Tesconi.  A tutti voi, ancora grazie.

E grazie alle persone della mia vita che hanno avuto pazienza e mi hanno sostenuta, primi fra tutti i figli (Figli: che la testardaggine di vostra madre vi sia di insegnamento. Quale insegnamento? Non lo so, è questo il bello: dovrete organizzare da voi il vostro personale caos, ma mi avrete sempre al fianco).

Se voleste farvi un’idea dei lavori e delle persone della quarta annualità della Bottega di Narrazione, sbirciate QUI.

QUESTA la pagina del blog della Bottega che rimanda al fascicolo presentato lo scorso tredici dicembre a Milano, presso lo Spazio Melampo, sede della Laurana, davanti a editor, agenti e altri rappresentanti dell’editoria italiana.

Adesso che la quarta Bottega si è conclusa, mi metto a riordinare i fogli del calendario. Chissà stavolta che anno si prepara.

 

 

 

 

 

 

Bottega di narrazione: giornata di presentazione

24 novembre 2015

Segnalo un evento importante, foriero di sicuri esiti, corroboranti per la letteratura italiana e l’universo tutto.

Ci sarò  anche io, in veste di bottegaia. Mi si riconosce, accanto a un giovanissimo Giulio Mozzi e a un ancor più giovane Gabriele Dadati, in questo scatto risalente all’ormai lontano ottobre 2014:

Bottega

Immagine presa da QUI

Domenica 13 dicembre 2015, a Milano presso lo Spazio Melampo di Via Carlo Tenca 7, dalle 10 alle 17, si svolgerà la consueta presentazione al pubblico delle opere composte nel corso della Bottega di narrazione. L’incontro concluderà l’annualità 2014-2015 della Bottega.

Sono invitati a partecipare: editor, funzionari editoriali, direttori di collana, agenti letterari, scout, giornalisti di cultura, eccetera eccetera. In questi giorni stiamo lavorando sodo col telefono e con la posta elettronica.

Naturalmente possono partecipare anche gli ex o i futuri “apprendisti” della Bottega; nonché i semplici curiosi. Il buffet, per ragioni tattiche, sarà riservato agli invitati ufficiali.

Chiunque voglia partecipare è invitato a mandare due righe all’indirizzo della Bottega: bottega@laurana.it. Non è indispensabile, ma ci fa comodo.

Rinnovare il guardaroba

7 maggio 2015

Nel weekend appena trascorso abbiamo rinnovato il formicaio: riaperto tutti i buchi, portato al sole i tappeti, fatta entrare un po’ d’aria nuova, ripulita la dispensa.

Sabato, com’era prevedibile, c’era un gran traffico sulle strade. Ma si stava bene. La maggior parte di noi si è spinta fino al centro commerciale, ci siamo incolonnati in fila per dieci, fermandoci a chiacchierare, ai crocevia concordati, con gli amici che avevano il nostro stesso programma. È stato bello metterci di nuovo in marcia, tutti e millecinquecentosettantadue (il nostro gruppo ristretto di amici più cari, facciamo ogni cosa insieme fin dall’infanzia).

Durante la pausa forzata del giorno precedente, il primo maggio, la “festa” (Uh!) dei lavoratori, siamo stati proprio a disagio, stretti e immobili là sotto, le zampe in zampa, col solo passatempo di darci l’uno con l’altro sugli elmetti le forti capocciate utili allo stordimento, cosa di cui avremmo, francamente, fatto a meno. Ma questi erano gli ordini. E poi, lassù, con voi, non si poteva stare. Troppa confusione. Molti di noi soffrono pure di favismo. Una questione di salute pubblica, così ce l’hanno spacciata.

Il due di maggio, quel giorno sì, davvero è festa grande. Suona la sveglia e siamo già in strada all’alba, per battere sul tempo le scope e i macchinari, riempiendoci le tasche del ben di Dio che voi tanto disprezzate. Arrivate a chiamarlo perfino “spazzatura”. Si va avanti finché si trovano buchi per stipare il cibo, poi, stanchi e molto felici, ci rintaniamo negli ambienti della colonia; mangiamo, ci ubriachiamo e balliamo, fino a cadere esausti uno sull’altro. Nel pomeriggio, in genere, si  va in uscita libera e, sabato scorso, complice un tempo senza paragoni nell’arco degli ultimi tre o quattro due di maggio trascorsi, ci siamo organizzati per lo shopping. Per noi formiche il guaio sono le taglie. Non perché siamo piccoli, ormai si vende di tutto, ma perché, essendo in tanti, i numeri più comuni vanno a ruba e rischi di ritrovarti in quattro a condividere un paio di mutande, o a camminare in tre in un solo paio di sandali, con grave danno alla regolarità di marcia della fila.

Per questo, simulando noncuranza, chi prima si è risvegliato dal sonno alcolico del grande baccanale, si è messo subito in cammino. Mai meno di due o trecento a volta, in ogni caso: i più esigenti, quanto a look, del formicaio. Idoli delle teenagers, sarebbero stati anche stavolta i più eleganti della stagione entrante, pace a loro.

Se non l’avessi saputo, c’è stata una falcidie.

Noi eravamo tra quelli che seguivano. Quelli che si accontentano dello scampolo in saldo di due o tre anni prima. Gente senza pretese, lo ammetto, un po’ frustrata, ma forte dell’idea che chi sa aspettare, gode. Primi della seconda truppa in esodo dal formicaio, stavamo fermi al bordo, osservavamo. Ci davamo di gomito, scommettevamo su una madre e un figlio dei vostri, che andavano su e giù per la strada.

– La vedi, la cretina?

– Eh, che non la vedo? Ha preso il bipattino al figlio.

– Ma se lei peserà il doppio, almeno. E come si sbilancia all’indietro!

– Occhio, ragazzi. Se siamo fortunati, stavolta nei negozi troviamo ancora qualche cosa.

– Ecco, ecco… Guardate!

Sabato scorso ho subito una brutta caduta. Sono salita sul bipattino del mio bambino, mi spronava ad accelerare, e non è mica facile. Si tratta di aprire e chiudere le gambe muovendo i pattinoni a forbice coi piedi, e lo facevo, ma andavo piano piano. Come se la rideva, il piccolo. Diceva di fare come lui: portare tutto il carico in fondo, sporgendomi all’indietro col sedere. Così ho fatto. A un tratto ho visto il cielo e, insieme, il peso si è spostato. Coi piedi, leggerissimi, pareva di volare, senonché  il corpo, tutto, è stato come preso dai vestiti e tirato per la schiena, che ha fatto “croc”, proprio sull’osso sacro. Con la testa ho atterrato il bimbo: gli avevo fatto male e se ne lamentava. Gli ho ripetuto più volte di andare a chiedere aiuto, finché non mi ha ascoltata, smettendo di lagnarsi.

Ero piombata su un mucchio di formiche in transito, me n’ero accorta perché mi stavano invadendo, pizzicandomi. Penso di essere diventata tutta nera, più o meno per un paio di minuti. Mi hanno esplorata, ho avuto la strana impressione che studiassero il mio abbigliamento.

Le nuvole erano bianche, il cielo azzurro. Quando lo guardo mai, il cielo? Il tempo di formulare questo pensiero ed ero tornata linda.

Al Pronto Soccorso hanno scoperto che non si è rotto niente. Ma, che dolore, non riesco a star seduta…

A parte questo, sto bene. Soltanto che, da quel giorno, mi sembra di sentire nelle orecchie una vocina che dichiara di essersi persa, e di sentirsi tanto sola. Inoltre, all’improvviso, fa: “Se solo mi portassi a fare shopping!”

Credo che sia la mia coscienza risvegliata. È troppo tempo che sto come distesa, guardando verso il cielo senza nemmeno vederlo.

Intanto, devo essere andata fuori moda.

 

La (s)consapevolezza dell’essere

24 febbraio 2015

 

  • I. La consapevolezza e l’incoscienza

Poteva pedalare anche all’indietro, la bici azzurra. O era un falso ricordo? All’indietro, la bici di suo figlio fatica a muoversi, il piccolo grugnisce di uno sforzo non simulato quando va tirata fuori dal deposito, e lei gli deve imporre di scansarsi, di lasciarle fare. Lui borbotta, lei solleva il peso e la gira in verso contrario. È una bici blu. Mentre la sua, quella era stata azzurra, proprio celeste chiara, con la corona spessa, le pareva. Ma forse ricordava male. Indietro, andava una meraviglia. Forse. Fatto sta che ci si pedalava forte.

  • II. Il sogno e la realtà

Se si stratifica il tempo, come le mani di vernice sopra una vecchia bici, tra strato e strato a volte restano intrappolate bolle d’aria. Gratti la superficie, anche senza volerlo, e trovi ad aspettarti un vecchio colore. Resti sorpresa. Ti torna in mente tutto, o quasi. Quello che è stato davvero, e quello che hai aggiunto tu (non puoi negarlo: certi sogni si sono solidificati e tu li credi realtà, o fai finta di crederlo. Sono davvero tante le volte che ti sei escoriata le gambe, cadendo malamente dalla bici? Tante in diversi anni, o in una sola stagione? In un solo mese? In una manciata di ore?).

  • III. I fatti fraintesi

Insieme, vediamo il verde, perché tu metti il giallo, e io il blu; così il rosa, l’arancione, quasi ogni colore; con l’eccezione di quando tutto è rosso: è rosso per entrambi. E, se vediamo nero, allora è dura. Capire cosa ognuno di noi per primo vuole. Diciamo di dialogare. Se io parlo di carne e tu di pesce, e ci intendiamo benissimo, quindi hanno lo stesso sapore? Ci sembra di correre affiatati, ma a poco a poco i rami degli alberi ti si richiudono dietro la schiena, mi si annebbia la vista, rallento, convinta che non ti riprenderò. Dietro una curva, eccomi sbatterti contro. Stavi tornando da me.

  • IV. Il sogno e la realtà

La vita nelle bolle è effimera. L’inutile vetro argentato smette di riflettere, le bolle scoppiano. Scoppiano ad una ad una, ti liberano nell’aria in un momento e tu torni alla veglia. La pasta è cotta, condiscila col sugo e porta in tavola. A lui lasciala in bianco, con burro e parmigiano.

  • V. La consapevolezza e l’incoscienza

Suo figlio l’apprezza, specie quando in salita la bici blu arranca, e lui grida: “Vieni da me, non riesco a usare il cambio!” La bici grande tonfa nell’erba alta, lei sbuffa, ritorna indietro a piedi e lo raggiunge. Prende il sellino con la mano sinistra, lui ci è seduto sopra, si mette in posizione di partenza. Prende il manubrio al centro, ai lati ci sono le mani del piccolo, che freme e ride insieme, e grida ancora: “Dai, brava, così, sto pedalando, ora lasciami andare!” Lo vede allontanarsi, sa che non ha nessuna intenzione di fermarsi. L’afferra un groppo di malinconia. Risale in sella e lo segue. Le arriva la sua voce, lo sente dire: “Grazie!”

  • VI. La Grande rappresentazione

La madre non ha tempo, non si specchia più nel vetro liscio (che si impolvera) dal retro argentato (che con il tempo si ossida e forma macchioline ai bordi come bolle, brucate nottetempo da invisibili insetti). Dritto e rovescio, facce opposte della medesima faccenda casalinga che non la riguarda: la curiosità è bambina e lei, no, non lo è più. Infatti è il figlio quello che riapre il caso.

– Secondo te le cose che sono riflesse nello specchio sono uguali alle cose vere?

– Credo di sì. Direi proprio di sì.

– Io invece pensavo di essere diverso.

– No, sei abbastanza uguale.

– Uhm. – Fa seguire una serie di affacci al bordo della specchiera, giravolte, arretramenti.

– Ma proprio tutto-tutto è uguale a quello che sta davanti allo specchio?

– Perché ti fai tante domande complicate?

– Cerco solo di scoprire le cose che tutti devono sapere al mondo.

– Un’indagine scientifica… Ma devi condurla con metodo, qual è il tuo metodo per stabilire se è vero ciò che pensi?

– È semplice, controllo che le cose che sono davanti allo specchio siano uguali a quelle che sono riflesse.

– Non fa una grinza. – Si costringe a darsi appena un’occhiatina.

– Anche io sono uguale al mio riflesso nello specchio?

Lui osserva le due mamme, rimugina, e delibera:

– Uguale uguale.

– Ah. Ne sei proprio sicuro?

– Aspetta un po’, fatti guardare bene… Lo sai che sei bellissima?

Ora, o è bugiardo lui o lo è lo specchio.

  • VII. Deliri d’onnipotenza

– Ci pensi se tu eri quella che consegna le statuette ai film più belli?

– Uh, sì, indosserei un magnifico vestito, tutto lungo qui e con una scollatura così, e i capelli li…

– Pensa che fortuna! Io ti direi qual è il film più bello che ho visto e tu decideresti di dare a quello la statuetta.

– Sai, funziona proprio così la consegna degli Oscar. A proposito, com’era il film che hai visto oggi al cinema?

– Bellissimo. Il film più bello del mondo… Come mi piacerebbe se tu gli consegnassi la statuetta.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: