Posts Tagged ‘Franz Kafka’

La lezione anarchica di Carofiglio

6 febbraio 2013

.

“Unless the bastards have the courage to give you unqualified praise, I say ignore them.”

John Steinbeck

.

carofiglio_primo_piano

Gianrico Carofiglio
fotografato da Elena Fortunati

.

Queste star. Arrivano in ritardo, disturbano gli altri senza farsi problemi, si danno arie, assumono pose. In effetti, dovrei iniziare a darmi una regolata.

.

La mia amica Ilaria,  esimia giovane scrittrice, da quella volta di piazza Alessandria sembrava avermi perdonato. Sì, aveva manifestato una certa agitazione per la pubblicazione della nostra chiacchiera privata, ma poi si era ripresa subito. Anche perché le avevo giurato che non l’avrei più tirata in ballo. Mai più.

Era tornata rapidamente il solito zuccherino. Solare, spumeggiante. Eppure, subodoravo che covasse ancora, sotto sotto, un qualche risentimento.

E poi un giorno mi ha fatto: “Vieni a sentire Carofiglio”. Non era una domanda.

.

Ho di queste paranoie, io. Che al mondo esistano persone con il chiodo fisso di servirmi vendette fredde, o tutt’al più a temperatura ambiente. Ci ho pensato giusto il tempo di leggere tutto d’un fiato Il passato è una terra straniera.

.

***Instant Review***

Il passato è una terra straniera: un romanzo moolto bello.

.

.

Ilaria, nativa pistoiese, si era presentata la sera prima ai gestori della libreria L’Argonauta tenendo tra le braccia svariate confezioni di castagnaccio, cecina, cioccolatini Catinari, più un pentolone fumante di orecchiette che sua mamma, compaesana della star, le aveva affidato con una strizzata d’occhio. Un po’ scomodi per la notte, mi ha confessato in seguito, ma i posti migliori in questo modo sono diventati nostri.

.

Il giorno seguente, per mia ulteriore fortuna, Carofiglio si è calato nei panni del divo in modo molto più scafato di me che ho portato solo mezz’ora di ritardo, mentre lui ha lasciato parlare -benissimo, benissimo- Paolo Di Paolo per almeno il doppio del tempo (Era ampiamente previsto dal programma!, però si mormorava) prima di comparirci davanti. Intanto, avevo già risolto le questioni spicciole.

.

Ho pure di queste fissazioni, io. Quando entro in un posto nuovo, lo devo misurare. Attivo il compasso che danno in dotazione all’occhio di ogni architetto (uno solo: costa un occhio della testa) e comincio mentalmente a calcolare, spanna a spanna, le dimensioni di un locale: lunghezza – larghezza – altezza. Però all’Argonauta ci avevo già passato qualche pausa pranzo, già le avevo prese le dimensioni che mi interessavano. Quello che mi incuriosiva era capire come (e perché) avessero potuto restringerla a quel punto, la sala che ricordavo tanto ampia, in occasione dell’incontro con Carofiglio.

Mi giravo verso destra, e valutavo che, a partire dalla fila dietro la mia, avessero preso posto una trentina di persone, comprese quelle disposte lungo il corridoietto rialzato che accompagna la libreria a parete. A sinistra, saranno state una quindicina, alcune in piedi. Impressionante, eravamo quasi tutte donne.

Silenzio, si comincia. A vostro beneficio, ecco le due o tre cosette che mi sono appuntata.

.

.Carofiglio_11

Gossip autopromosso:

.

– Le sue prime stesure sono brutte e piene di errori (come i Prigioni di Michelangelo, però, eh).

– Sa giocare a carte. Sa barare.

– Non ha mai fatto surf. Ma body surf, sì.

– Non farà più il parlamentare. Ma lo rifarebbe (se tornasse indietro).

– Non ha alcuna preclusione verso la scrittura “di intrattenimento” e i generi commerciali.

– “I critici letterari? Con tutto il rispetto…”

.

.Carofiglio_21

Letture (alcune, e in ordine sparso):

.

Raymond Carver, Niente trucchi da quattro soldi

Roberto Bolaño, 2666

Stephen King, IT

Mordecai Richler, La versione di Barney

Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni e Un anno sull’altopiano

Lawrence Block, la saga dell’investigatore Matthew Scudder, ma solo i primi volumi

.

Carofiglio_31

Demone guida della scrittura:

.

Perseguire la Verità nella finzione letteraria, sulla falsariga di Kafka che nel racconto La Metamorfosi ha messo a nudo il rapporto con il proprio padre molto più di quanto non abbia fatto nella Lettera al padre.

Non è etico scrivere come se si giocolasse (per chi non lo sapesse:

giocolare
[gio-co-là-re] (giòcolo)
v.intr. (aus. avere)
1 raro Fare giochi di agilità e di destrezza: saltimbanchi che giocolano sulle piazze
2 raro Giocherellare, trastullarsi, gingillarsi: mentre studia giocola con la matita)

.

Carofiglio_41

Una domanda senza risposta:

.

La letteratura può avere un ruolo etico? Nel cercare di rispondere ci si inoltra in pensieri circolari. Attenzione: Parlare di etica della scrittura non equivale a parlare di letteratura etica. Spesso l’ideazione letteraria è funzionale a trasmettere le proprie idee. Ma pensare a una letteratura con un ruolo etico, in cui la creazione sia assoggettata a una particolare idea del mondo, è pericoloso. Una premessa etica di contenuti e di obiettivi, dà un risultato meccanico e contrario alla ricerca della verità.

.

Carofiglio_51

Una risposta, una:

.

La scrittura ha un’etica anarchica che ha però ben chiara l’idea che bisogna dire la verità, senza furbizie, usare le parole giuste, e non più di quelle che servono. Ognuno di noi ha le sue idee e la sua visione ideologica più o meno consapevole con la quale guarda al mondo. E che con ogni probabilità interferirà con il racconto, romanzo o poesia che scrive. Ciò è anche apprezzabile, se è il risultato della ricerca narrativa ma non se ne è la premessa.

.

§§§

.

Finito l’incontro siamo andate ad aspettare le altre ragazze in strada. Ci siamo passate foto e video con Whatsapp, e la mia amica ha cominciato a caricarle su facebook dal telefono. Nel mentre, la gente se ne andava alla spicciolata, e davanti alla libreria si formava un piccolo capannello che attendeva Carofiglio. Lui è uscito a testa bassa, sgrullando vistosamente le mani. “Saranno finite le salviette al bagno”, ho pensato. “Idea”.

– Hai mica dei fazzoletti?

– Sì perché?

– Non vedi che deve asciugarsi le mani?

– Un momento che sto postando le foto.

– Non puoi farlo dopo? E dagli ‘sto fazzoletto.

– Arrivo, arrivo.

– Ila.

– Un momento.

– Sì, ma…

– Fatto. Dicevi?

– Niente (ormai si è asciugato). Ecco le altre, andiamo.

.

Ho accompagnato Ilaria a sentire Carofiglio, e mi è anche piaciuto moltissimo. Ora ne sono certa, abbiamo pareggiato i conti.

.

In caso di necessità

27 novembre 2012

.

Rileggere Kafka.

.

Franz Kafka – Racconti. Ed. Feltrinelli, 1964

  • Dialogo con il devoto e l’ubriaco (1909)
    • Dialogo con il devoto
    • Dialogo con l’ubriaco
  • Contemplazione (1913)
    • Bimbi sulla strada maestra
    • Il gabbamondo smascherato
    • La passeggiata improvvisa
    • Decisioni
    • La gita in montagna
    • L’infelicità dello scapolo
    • Il commerciante
    • Guardando fuori, distratti
    • La strada di casa
    • Gente che corre
    • Il passeggero
    • Abiti
    • Il rifiuto
    • Riflessioni per i partecipanti ai concorsi ippici
    • La finestra sulla strada
    • Desiderio di diventare un indiano
    • Gli alberi
    • Infelicità
  • Il fuochista (1913)
  • La condanna (1916)
  • La metamorfosi (1916)
  • Un medico di campagna (1919)
    • Il nuovo avvocato
    • Un medico di campagna
    • In galleria
    • Una vecchia pagina
    • Davanti alla Legge
    • Sciacalli e arabi
    • Una visita alla miniera
    • Il paese vicino
    • Un messaggio imperiale
    • Il pensiero del padre di famiglia
    • Undici figli
    • Un fratricidio
    • Un sogno
    • Una relazione accademica
  • Nella colonia penale (1919)
  • Il cavaliere del secchio (1921)

.

Scambi epistolari, saggistica e umorismo

4 giugno 2012

Sabato sono arrivata in spiaggia e mi sono stranita subito: c’era un sacco di gente in giro. Allora ho avuto un deja vu. Mi sono ricordata delle ferie dello scorso anno, quando stavo sdraiata col sole sulla pelle e la salsedine nelle narici e tutto sommato mi sentivo bene, la vita girava liscia dopo un bel po’ di tempo, e però proprio in quelle giornate ha ricominciato a scricchiolare. Strano, perché lo ha fatto mentre ero coinvolta nella lettura di qualcosa distante anni luce da me e dal mondo in cui vivo. Così, in un primissimo deja vu, mi sono rivista a vent’anni durante una finestra di tempo apertasi da poco, nella quale mi stavo sentendo per la prima volta in pace con me stessa e con il mondo. Stavo così bene anche allora che infatti mi era bastato leggere l’epistolario di Anais Nin ed Henry Miller per capitombolare giù in un burrone scosceso e non riuscire a tirarmi su per almeno un lustro.

Comunque. In spiaggia, sabato 2 giugno, all’improvviso ho sentito un boato, come un tuono vicinissimo, il cielo che cadeva sulla testa. E mi è tornato in mente un altro ricordo, di tantissimi anni fa, quando avevo fatto un’altra bella pensata come questa, e cioè quella di andare in spiaggia proprio il 2 giugno, e mi ero ritrovata accatastata con centinaia di bagnanti che invadevano con ogni arto disponibile i pochi centimetri quadrati che non occupavo io sul mio stesso asciugamano. Mi sono ricordata che, allora, mi domandavo: ma che è? E poi scoprivo che era l’Air show, lo spettacolo delle frecce tricolori e di tanti altri aeromobili, che per due ore circa minacciarono di cadermi sulla testa perché spegnevano il motore in volo e poi lo riaccendevano durante un avvitamento, giusto in tempo per farmi riprendere il fiato prima di svenire per la paura. E anche ieri mi sono domandata Ma che è? Toh, l’Air show di nuovo, come tanti anni… Vabbé, non ricomincio.

Anche stavolta, tutti i bambini con le mani sulle orecchie e poi, passato lo spavento, a fare “ciao ciao aerio” tutti insieme. Ma le mamme. Che, invece che i padri, stavano col naso per aria ad elencare tutti i modelli dei velivoli, perché non c’erano solo le Frecce Tricolori ma anche altri tipi di aerei, e poi elicotteri, e poi… A un certo punto si sono messi a sparare, così mi hanno detto, io non lo so, dicono che sparassero razzi colorati, però io ero girata dall’altra parte perché quando sono al mare mi piacerebbe un po’ di silenzio, per Diana! Invece quelli infrangevano la barriera del suono, e intorno tutti urlavano. O commentavano. O urlavano e commentavano insieme. E dicevano che bello, sparano. Come sarebbe a dire Che bello sparano?, pensavo, fissata sui loro discorsi, invece che immersa nei  miei pensieri. A un certo punto ho detto ad alta voce: Alla faccia del lutto nazionale. E un tizio, a due centimetri da me, chissà come c’era arrivato, ha iniziato a dire “Davvero, ‘sti bastardi, perché questo nun è un paese serio come gli altri, negli altri paesi i soldi de ‘ste buffonate li avrebbero spesi per chi ce n’ha bisogno…”, e io a fare di sì con la testa, Sì, Sì, Sì. Ma chi era quello? Con chi stavo parlando? Nemmeno lo guardavo in faccia e poi, io, perché ero lì? Ah, certo, per assolvere al mio dovere di genitrice. Però. Che pena.

Meglio tornare sull’oggetto del deja vu iniziale: la scorsa estate ho scoperto che dentro al mio telefonino c’erano dei libri, tutti interi. In inglese, ma tutti interi, pronti da leggere. Mi sono detta, rispolveriamo la lingua d’Albione. E ho iniziato a leggere Pride and Prejudice, Orgoglio e Pregiudizio, nel tragitto autobus-metro-autobus. È stato facile: l’inglese del primo ottocento mica era come l’italiano di quell’epoca. Era molto simile all’inglese di oggi e Jane (Austen) aveva pietà dei suoi lettori, usava soprattutto far descrivere le scene a dialoghi ben costruiti, con un linguaggio chiaro e comprensibile.  Scesa dall’autobus, l’ho letto sul marciapiede per casa. Poi durante la cena, poi mentre mi lavavo i denti, poi a letto. Così il giorno dopo, e ancora quello dopo, finché non sono arrivate le ferie. E l’ho portato in spiaggia. In più, sentivo in cuffia della musica. Se non fossi stata costretta, sempre per il mio dovere di genitrice, a preparare panini di quando in quando, sarei rimasta praticamente in uno stato di isolamento totale, altro che Isola dei famosi. Il sole, il vento a fior di pelle, la salsedine, la musica di sottofondo alle scene di vita della provincia inglese: sono stata incolpevolmente indotta all’innamoramento.

Voglio fare un’incursione nel novecento. Franz kafka, nello scrivere delle lettere appassionate, lunghe e dettagliate, si convinse e convinse l’altra di esserne follemente innamorato. Ingannò sé stesso e lei, e lo fece così bene che, una volta riconosciuta questa perdizione come autoindotta e fatta pubblica ammenda, iniziò a scrivere Il Processo per scagliare fuori da sé il peso tragico della colpevolezza. O almeno questo è ciò che ricostruisce Guido Crespi, autore di Kafka Umorista*, che a un certo punto del suo saggio dice: “La scrittura […] è una forma  d’espressione neutra. Ad essa deve aggiungersi l’interpretazione soggettiva della lettura. Così un attore, recitando ad esempio un adattamento teatrale del Processo, potrebbe aggiungere al linguaggio scritto un secondo linguaggio, con l’intonazione della voce e l’espressione del viso e dei gesti, rendendo umoristici certi passaggi, come faceva Kafka quando leggeva agli amici. Gli spettatori inoltre, dovrebbero essere disposti ad accettare quella interpretazione.”

Tornando a Orgoglio e Pregiudizio devo ammettere che avanzavo lentamente. Le frasi dovevo leggermele ad alta voce nella testa, per essere sicura di capirle veramente, e poi lo schermo così piccolo, ogni tanto la vista si affaticava e dovevo alzare lo sguardo sull’orizzonte. In circa un mesetto mi avvicinai alla fine, ma della storia ancora non se ne veniva a capo. Quasi non ne potevo più di tutte quelle convenzioni che tenevano separati  i protagonisti del libro. Finché Jane non mandò Elisabeth a farsi una camminata nel bosco e, all’acme di una suspance congegnata benissimo, da dietro una curva fece comparire all’improvviso Mr. Darcy che, in totale mutismo le consegnò una lettera. Sul contenuto di quella lettera, sull’interpretazione immediata, poi su quella meditata, su quella riferita, su quella equivocata eccetera, sul testo di una lettera lunga, piena di ammissioni ed omissioni, si inerpica il finale del romanzo tutto in crescendo. A un certo punto, però, perché troppo smaccatamente orientato al lieto fine (che io, per così dire, aborro) questo crescendo inverte la direzione e quindi decresce, si sgonfia, appiattendosi sulle aspettative del pubblico a cui era indirizzato e buona notte ai suonatori. Non era colpa sua, però. Jane era una pioniera che parlava del suo tempo attraverso i mezzi e le esperienze concesse al gentil sesso. Tanto di cappello per tutto il romanzo e pazienza se il finale mi ha annoiata.

L’epistolario come traccia condivisa (i contenuti delle missive erano spesso condivisi e discussi nelle cerchie famigliari e con gli amici) della realtà esterna e insieme della vita interiore. Un blog di una volta, nel quale non era possibile rimandare con dei link a contenuti esterni, per delegare un altro autore della definizione di un oggetto, una persona, un evento, un luogo a cui si faceva cenno. Allora si interpretava. La visione era necessariamente personale, l’altro afferrava quello che poteva e ci si ricollegava mettendoci del suo. Nella complessiva bontà ed utilità dei mezzi di comunicazione attuali, l’abitudine a descrivere attraverso un rimbalzo di interpretazioni sembra persa. La fine della narrativa, in un certo senso. Non si narra a qualcun altro per necessità pratiche, per comunicare un oggetto, una persona, un evento, un luogo reale, ma solo per esprimere se  stessi (esprimere = spremere fuori da sé, Mozzi** si chiede perché dovrebbe essere interessato al vomito di uno scrittore), senza contraddittorio.

Davvero resta solo il saggio? O forse basta ammettere che ciascuno possa essere libero di cercare e di trovare il metodo, le forma narrativa nella quale il lettore trovi un suo ruolo, un coinvolgimento attivo? Questo mi sono chiesta tante volte ben prima di pensare ad aprire un blog (l’attività di blogger, dice Valter Binaghi, “può influire, ma non tanto sul contenuto della narrazione […], bensì proprio sulla conoscenza dell’interlocutore cioè del lettore, e anche del collega, cioè dello scrittore, da cui si può imparare o prendere distanza”). Ma intanto mi chiarivo, sì il saggio è una forma narrativa, incentrata su dati oggettivi. È il massimo dell’onestà e, probabilmente dell’utilità sociale. Ma esistono anche altri bisogni umani che la scrittura può soddisfare, il principale è quello della condivisione, a mio avviso, di pesi e stati d’animo (dolori, felicità, sensi di colpa, anche di quelli che non si riusciranno mai a descrivere se non utilizzando paradossi, simbolismi o anche dell’ironia). E poi, mi è stato detto, esiste il saggio personale, una forma a metà tra l’esperienza vissuta e la sua rielaborazione narrativa. Ne esistono diverse gradazioni, e in Italia c’è una qualche sperimentazione. Mi sono andata a cercare alcuni nomi: Roberto Saviano, Walter Siti, ai quali aggiungerei tra quelli che ho letto, Aldo Busi, Antonio Pascale, ma anche Erri del Luca, Francesco Piccolo,…

L’altra sera ho scritto un racconto e l’ho pubblicato. Senza ripensamenti. In genere aspetto, rileggo e spesso butto tutto. Stavolta non è andata così. Conosco bene la differenza tra giorno e notte, nella scrittura intendo. E quindi l’ho fatto apposta a pubblicare in notturna, senza rivedere tutto alla luce del giorno. Avevo deciso di fare una sperimentazione.

C’è questa estremizzazione nell’aria, della presunta opposizione tra narrativa e saggistica e io non lo sopporto. Sono una persona che in genere favorisce le conciliazioni, in casa ero quella che diceva: Guardate un ufo! Oppure: Sta passando Craxi! Quando l’aria si faceva irrespirabile e spesso, anche se non sempre, la sdrammatizzazione sortiva il suo effetto. Ciascuno prendeva un paio di secondi in più per rivedere le posizioni dell’altro, considerava anche l’esistenza di un pubblico non proprio meritevole di venire investito dalla tragedia e le situazioni sbollivano, le voci si abbassavano, le liti venivano rimandate a tempi e luoghi più adatti. Ci sono portata, alla conciliazione.

Da qualche parte ho letto un’intervista a Sandro Veronesi, che al solito usa espressioni limpide e fa discorsi piani, dove dice, vado a memoria, che un racconto può aspirare alla perfezione, per la sua forma breve, che consente il controllo di tutte le variabili. Qualcosa di più lungo, un romanzo, no. Conta di più che il lettore, e prima di lui chi scrive, provi il piacere di perdersi nella storia (ben) raccontata, con buona pace della perfezione. Ecco, l’altra notte ero sola coi miei piaceri, coi miei pensieri e scrivevo  con una certa idea in testa, ma ero l’attrice, più che la regista. Una scrittura al calor bianco, la definiva Anais Nin. In questo senso quel racconto non è affatto perfetto, dopo che l’ho pubblicato l’ho riletto e ha un po’ di falle, un occhio attento le trova facilmente. Non è finito e ho deciso che lo porterò avanti quindi, sempre sperimentando, alla ricerca di un mio modo di fare autofiction, saggio personale o come altro si voglia chiamare una forma narrativa non tradizionale. Per me stessa e per chi vorrà seguirmi. Perché a me sta bene che la narrativa sia pure indagine e aiuto al lettore nell’interpretazione del mondo, specie in un momento storico come questo. Storia dei  massimi sistemi e insieme storie minime, quelle di me e di te che leggi e che per forza di cose si somigliano.

Al volo, ecco un esempio di innovazione, una cosa risaputa, ma utilizzata in maniera originale: Le pompe di calore sembrano contraddire il secondo principio della termodinamica. Questa l’ha detta un giovane e brillante relatore ad un convegno a cui ho partecipato la scorsa settimana. Gli addetti ai lavori si sono fatti una risata, come me. Non si contraddice niente, solo è una macchina che abbiamo tutti in casa, il frigorifero, fatta funzionare a ciclo inverso. Il “combustibile” è l’aria, che viene portata da una temperatura a un‘altra. Questo è il segreto dei rendimenti tanto alti, mentre l’energia elettrica, o il gas, sono necessari solo al funzionamento della macchina. Mi sono ritrovata a fantasticare se potesse diventare l’argomento di un saggio. Certamente sarebbe anche affascinante, per i cultori del genere “climatizzazione”, magari potrebbe anche spingere qualche piccola folla di lettori a cambiare modus vivendi. A rendere più vicina quella rivoluzione dei costumi auspicata per il progresso dell’umanità, eccetera eccetera. Però, ecco, non è il mio genere. Immaginare una storia basata solo su questo, serve a chi ne ha bisogno, magari a uno che da Bricofer è indeciso per casa sua nella scelta tra pompa di calore, caldaia a condensazione e stufa a pellet. Forse un ebook istantaneo, una twittata senza troppi fronzoli aiuterebbe.

Ma a me non basta il manuale d’istruzioni per le scelte pratiche. C’è dell’altro, ne abbiamo tutti diritto. E la prossima giornata al mare voglio che mi resti nella memoria per quante sfumature coglierò nel rumore della risacca.

 

 

 

 

*) Kafka Umorista di Guido Crespi, Ed. Shaspespeare & Company, 1984

**) (non) un corso di scrittura e narrazione di Giulio Mozzi, pdf scaricabile da Vibrisse

Ricette di libri (e non viceversa) con avanzi di concetti

13 maggio 2012

Finalmente, è sotto gli occhi di tutti, è domenica. Mi sveglio presto, quando ce la faccio è il mio lusso. In casa invece sono tutti schiacciati sui guanciali dal post-sbronza, e per sbronza intendo quella di sole. Il meteo per oggi aveva dato pioggia, così ieri abbiamo fatto scorta di raggi UVA a più non posso, non si sa mai, tornasse una nuova glaciazione già che c’è, visto il tempo capriccioso dei giorni passati.

Bene bene, ho proprio bisogno di un po’ di pace per fare il punto. Questo blog parla di narrazioni in senso lato, infatti io che sono (non troppo a mio ma più che altro suo malgrado) plagiata dal pensiero di un certo scrittore che non ho intenzione di nominare, perché questo non è un blog che mette nomi noti nei tag solo per acchiappare lettori,…

– Vieni al punto, ti ho perso!

– Arrivo! Stavo dicendo che da che ho ricominciato a scrivere (sui perché e i percome ci sarebbe da aprire un altro post ma è cosa lunga e poi chiunque scrive dà sempre delle motivazioni meritevoli, nel mio caso basta fidarsi. Ti fidi tu, demone?

– Sì, ma chiudi la parentesi.

– )

…Da che ho ricominciato a scrivere ho assunto una posizione umile: io faccio il tecnico da troppi anni, maledizione, accidenti a me. Non sono laureata in lettere (le segretarie del liceo ancora sospirano per il tradimento della cultura umanistica), né una che ha fatto della scrittura la sua ragione di vita (per fortuna, con tutto quello che c’è al mondo per cui vivere).

– Ti muovi? Ho un appuntamento tra dieci minuti.

Avevo pensato di avvicinarmi al complesso mondo dei corsi di scrittura, così, per riprendere i ferri del mestiere evitando errori da principiante. Il corso più vicino a me, al luogo dove lavoro tutti i giorni, viene tenuto periodicamente in una libreria, dal suddetto scrittore, che ho scoperto essere piuttosto noto. Ma chi è questo? Mi sono chiesta, e quel punto di domanda, molto acuminato, ha generato una crepa nella mia solida convinzione di essere una buona lettrice. Il fatto è che negli ultimi anni ho avuto un po’ da fare. Fatti miei, demone. Ho preferito letture, per così dire, d’evasione (non faccio nomi per la par condicio).

Così sono entrata nella nota libreria dove tiene le sue lezioni il noto scrittore e, visto che si era a ridosso della ciclica ripresa dei corsi, mi sono informata.

Informazione numero uno:

Il corso costa come sei mesi di uno qualsiasi delle attività extra-scolastiche di uno qualsiasi dei miei figli;

Informazione numero due (o meglio una busta di informazioni):

Volendo proprio dare un senso a quella spesa, dovevo almeno sapere qualcosa di più. Così sono uscita dalla libreria con ben tre libri nei quali ficcare il naso. Un libro di narrativa pluripremiato, una guida di viaggio un po’ alla Foster Wallace, un saggio dai contenuti non sintetizzabili. Sono salita in autobus e ho iniziato a leggere. Era lo scorso novembre e da quel momento non sono stata più la stessa.

Il corso non l’ho più fatto, con quei soldi ci ho comprato la bici (ho iscritto lo stesso i figli alle loro attività mentre io ho effettuato digiuni benefici alla linea e alla salute), non perché non lo credessi utile, ma perché non mi sono ritenuta pronta, né per l’edizione di novembre, né per quella di febbraio, chissà se lo sarò a novembre prossimo. È che la questione si è complicata.

E si è fatta molto seria. Io scrivo cose più o meno piacevoli, a seconda dei gusti di chi le legge, ma il noto eccetera eccetera… mi ha fatto riflettere sul senso di questo scrivere, e se mi si toccano i sensi, in tutti i sensi, salto sempre su, reattiva e pronta. Qui andava fatto qualcosa, sì, ma cosa? (calma, non ho fatto nomi, è solo una parafrasi).

Insomma, sono tornata a studiare, col gusto di quando, da studentessa, entravo con tutte e due le scarpe in un argomento perché mi piaceva davvero tanto. Arrivata a maggio, cioè ad oggi, dopo sette mesi di cotanto studio e pratica (considerando che è tempo ritagliato da lavoro e famiglia, ho scritto due bozze successive dello stesso libro: un tentativo di saggio personale che sto tenendo in forno per farlo lievitare, qualche raccontino, tre interviste e vedo finalmente che davanti a me si sta tracciando una strada), sono arrivata a pensare che sia ora di andare a confrontarmi con l’universo al quale voglio appartenere, quello letterario.

Quindi in edicola ho comprato il Corriere della Sera e con grande gusto carbonaro, oggi più che mai, mi sono messa in un angolo a leggere.

Tanto per rimarcare che di autori contemporanei non ne conosco praticamente che uno (due, su, non voglio esagerare), devo dire che di Mircea Cartarescu non avevo mai sentito parlare. Non so se finirò col leggerlo, devo cercare di essere selettiva, più che altro per darmi tempo di smaltire le pile di libri che si sono accumulati sul comodino. Mircea Cartarescu, scrittore rumeno, mea culpa, non ha stellette nella mia considerazione, non so dire se valga qualcosa il suo stile, il suo pensiero, la sua persona.

Certo che il grosso dell’articolo pubblicato sul paginone culturale mi ha fatto saltare sulla sedia: la pensiamo proprio allo stesso modo. Riassumendo, in misura molto estrema, uno scrittore non è tanto rappresentativo di quel certo paese o cultura da cui proviene ma piuttosto di un sistema culturale (“l’orografia, i fiumi, la flora, la funa, la sociologia e la politica”) che costituisce la propria specifica e personalissima patria: “una mappa della coscienza”. Solo il lettore che possiede lo stesso codice mentale e culturale può ricostruire e comprendere questa “mappa”, che peraltro è in continua trasformazione. Per Kafka, citato ad esempio come “più grande scrittore della modernità” la scrittura era “un modo per comprendere la propria condizione nel mondo”, e poi aggiunge una frase che trovo bellissima: “la posta di ogni scrittore oltrepassa la commedia del mondo culturale, del successo di critica e pubblico, dei premi e delle tournee, della pubblicazione sui giornali”. Dopodiché infila una serie di frasi che magnificano la scrittura dell’oscurità e dell’incomprensibilità e cessiamo all’istante di intenderci.

Ora, ammesso, come premessa, che riteniamo necessario questo contatto tra l’esigenza dello scrittore di venir capito e quella del lettore di capire, come è possibile farlo? Intanto io eviterei l’ermetismo. Questo fatto che Il Castello di Kafka, come dice Cartarescu sia la vetta estrema della letteratura io, pur amando Kafka, proprio non lo condivido. Il linguaggio fortemente simbolico si sviluppa per necessità nei contesti in cui è presente una repressione del libero pensiero. Oggi, per fortuna, non siamo ancora arrivati a questo punto.

Piuttosto è probabile che la decodifica si realizzi sul terreno dell’esperienza umana, fatta di parole ed avvenimenti ordinari e comuni. Ogni scrittore ha il suo pubblico di riferimento, ovviamente, ma se è vero che in questi decenni è in atto, attraverso internet, la più grande opera di democratizzazione della cultura, è anche vero che gli ultimi trent’anni hanno visto, assieme alla sua sempre maggiore diffusione, una sistematica svalutazione della cultura stessa (c’è bisogno di ricordarlo?). Cinquant’anni fa anche un illetterato era in grado di costruire frasi di senso compiuto esprimendo concetti autonomamente concepiti e meditati (certo, a scapito della velocità con la quale venivano espressi), mentre oggi nel linguaggio comune è più facile imbattersi in frasi lessicalmente povere che esprimono pensieri altrettanto poveri. La decodifica è sempre più limitata a temi che volano basso.

Probabilmente la nostra è l’epoca nella quale è giunto al livello massimo lo sgretolamento delle certezze su cui si sono basate per secoli le civiltà umane, ma questa che ho appena detto è un’ovvietà. Quello che non trovo ovvio è come possano coesistere pagina-a-pagina articoli come quello sopra citato, insieme alle lagnanze sull’assenza di forti lettori (se si esclude un certo pubblico femminile piuttosto incline ai ricettari), alla critica dei nuovi supporti elettronici della lettura così spersonalizzanti (e qui ci sarebbe da aprire un nuovo post, come sopra, ma è un dibattito così cretino e la pensano talmente tutti allo stesso modo, salvo poi farsi regalare al compleanno l’ultimo modello di e-reader, che è meglio lasciar perdere), alla magnificazione, al Salone Del Libro di Torino, delle performance artistiche (canti, danze, recitazioni) di supporto alla (o meglio in soccorso della) lettura (ormai il lettore è pronto per le esperienze multimediali –o forse non ce la fa a leggere testi più lunghi di un tweet-), alla celebrazione acritica degli arguti best sellers che dominano il mercato.

Per fortuna, nell’inserto La Lettura ho trovato qualcos’altro in linea col mio pensiero (stavolta fino in fondo). Luca Ricci (curiosamente autore di un titolo come “Come si scrive un bestseller in 57 giorni”, subito aggiunto in coda agli altri miei propositi di lettura), analizza il fenomeno del bestsellerismo, divenuto genere letterario al soldo dell’”industria editoriale”, che, in quanto tale, ha la prerogativa di snobbare la “fettina di mercato” dei “lettori forti” ed esaltare l’aspetto imprenditoriale delle case editrici, dunque “annichilendo invece quello di guida culturale, di laboratorio per formare coscienze e veicolare idee forti”.

Quanto a me, richiuse le pagine, mi rendo conto di provare da tempo una sensazione strana e forse ho trovato un buon paragone per descriverla. Mi sento come quelli che si risvegliano da un lungo coma riportando danni cerebrali. Mantengono i ricordi delle esperienze fatte e la maturità raggiunta grazie a queste, ma non sono più in grado di esprimersi né di esprimere sé stessi, così devono ricominciare daccapo. Rieducarsi all’uso delle parole ma anche all’uso della vita stessa e finiscono spesso per scoprire qualche altisonante verità. Il che è un bene, da un lato: è tutto lavoro a vantaggio del mio rinnovamento personale in un’età che volge il disìo (ai navicanti, / e ‘ntenerisce il core, ecc.), ma è un male considerando che le altisonanti verità non mi si confanno, mi mettono a disagio, preferirei non venirle a sapere.

Tutto questo cosa ha a che fare con il senso della letteratura? Ad oggi ancora quasi niente, per me. Leggere i titoli in cima alle classifiche e, insieme, constatare la desolante curva discendente delle vendite dei libri, mi fa rendere conto della vanificazione di un mezzo potentissimo di divulgazione della cultura, del quale fino alla prima metà del secolo scorso hanno tratto beneficio solo gli strati più abbienti e consapevoli della popolazione mondiale, quelli, in pratica, che potevano permettersi di decodificare quanto veniva loro trasmesso dallo scrittore.

Il risultato, in termini sociali, è che in un mondo che ha bisogno di soluzioni globali e urgenti, queste non vengono prese a tutela di esigenze reali (e non indotte) espresse dal basso, per la mancanza di un tramite essenziale, la cultura appunto, che le veicoli ai livelli decisionali della politica (anche questo non è esattamente un concetto freschissimo ma mi ha convinto, quindi diciamo che l’ho preso in prestito dal succitato Mr. X). Senza la ripresa della padronanza dei nostri pensieri e di una lingua nella quale sapersi destreggiare per esprimerli, non potremo utilizzare, a favore del progresso, tutti i nuovi e potenti mezzi di comunicazione a disposizione.

Pare che i libri di cucina siano tra i più venduti. Ribadisco che questo non è un blog a fini di lucro ma, parafrasi per parafrasi, come ricetta per cercare di riequilibrare la situazione vedrei bene:

100 gr. di rieducazione dei cittadini alla partecipazione attiva alla democrazia

70 gr. di uso consapevole dei nuovi media

50 gr. di ottimismo

Acqua q.b.

Poi mescolare bene, ma bene, ma bene e mandare giù tutto in un boccone.

PS:

– Ecco, mi hai fatto fare tardi e sei pure bugiarda.

– Chi?

– Tu, bugiarda.

– Guarda che ti sbagli.

– avevi detto che non avresti messo tag con nomi di scrittori.

– Io? Ma scherzi?


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: