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Ascolta. Riferisci. Emoziona. Stati di grazia.

16 marzo 2014

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OrecchioDavide Orecchio e Paolo Di Paolo

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La fissazione per il passato e il libro, pugno di fogli con una copertina che nasconde un fossile nella filigrana delle pagine. Il fossile è una conchiglia di appena sessant’anni fa, perfettamente mummificata. Nella sua conformazione a spirale, riemerge e graffia l’ascoltatore professionista, che non s’aspetta e soffre:

Le aspettative deluse, la sopraffazione di chi non può ribellarsi, la quotidianità come eterna lotta, o come eterna lotta per la vita. Oppure, ancora, l’orrore, tollerabile soltanto a prezzo dell’indifferenza e di un’amnesia che si ritorce contro.

La morte.

Subita. Volontaria. La morte che accade e basta (e se non è fatto compiuto oggi, ha per ciascuno una data stabilita, sia pure nel futuro, nel “Piccolo glossario” in calce al romanzo).

La rinascita dei sopravvissuti. Sempre imperfetta, qualunque sia la distanza tra i luoghi, tra i tempi, tra le scelte di vita a volte diametralmente opposte in uno stesso individuo.

Il viscerale (slegato dal genere, ma cosa dire dei personaggi femminili? Sono veri quanto lo sarebbero se fossero stati ritratti da una scrittrice).

Il poco che sazia chi sappia accontentarsi. L’inquietudine che spazza via quel poco.

Le ferite che storpiano il corpo. Le ferite nell’anima, che non si rimargineranno mai.

La solidarietà. La solitudine.

L’ascoltatore di professione riesuma il progetto involontario, soffia via la polvere e si stupisce di ciò che vi ritrova sotto: schiere spiraliformi che formano gli elenchi di persone, di qualità che definiscono persone, le elencazioni di poeti, di soprusi, di giorni e notti di lavoro e lotta sotto un firmamento a rotazione siciliano, argentino, romano, e infine, per l’ultima volta, siciliano.

L’ascoltatore di professione vibra con la penna-seppia in pugno e il racconto del sopravvissuto trova sfogo nell’inchiostro gettato su pagine che oscureranno la vista del lettore.

Sono altre biografie infedeli, quelle più vive e vere, che idratano i tessuti disseccati dei non più vivi e di quelli dei non ancora morti, e rendono giustizia ai più che trainano la vera Storia.

Ho letto questo libro in metropolitana, in autobus, a tavola, in un giardino pubblico. Immersa nel rumore e in assoluto silenzio. Qualcosa, leggendo Stati di grazia, prende a vibrare dentro  e lo fa sempre più forte. Ho dovuto interrompermi spesso, quando l’umanità di vite che potevano includere la mia è emersa, sempre, dalle vittime e pure dai carnefici, e la vibrazione è giunta in prossimità di scuotere anche il fisico.

Ho dovuto impegnarmi, richiuse le pagine, a riprendere il controllo.

Alcuni passi scelti da Paolo Di Paolo, moderatore durante la presentazione a Libri Come, ieri sera, hanno causato nel pubblico improvvise perdite di controllo e conseguenti epidemie di impegno nel tornare alla realtà di una sala gremita, un tavolo, uno schermo, uno scrittore mite e una somma di pagine unite assieme da una copertina.

Stati di grazia è una conferma del  talento, della passione, dell’umiltà, della competenza e della sensibilità di un autore incapace di mentire o di violare l’intimità della prima persona singolare. Di uno storico e biografo e prima ancora di un uomo. Un testo che ha avuto in gestazione per dieci anni, durante i quali ha esercitato la sua qualità principale, l’ascolto (nomen omen, sì, e spero che ne sorrida).

Davide Orecchio ha superato la già eccellente prova di Città distrutte tessendo una storia straordinaria lungo un unico piano sequenza che mostra l’intreccio di vite, linguaggi, tempi, luoghi, fatti privati e grandi movimenti della Storia riferiti con uguale dignità.

È grande l’emozione nel finale, ma, a ritroso, lo è già nelle confessioni pudiche del biografo-autore, ritagliato in un cameo liminare.

«Preferirei dimenticare.»

«Questo non è possibile. » «Lo so.» «Allora ricordi?» «Sì, ricordo.» «E lo racconterai?» «Può darsi, ma non so a chi. Aspetta, forse ho una persona. Un ragazzo. Uno serio. Uno che ascolta. Lavora per me e a lui, in effetti, potrei raccontare che»

Ancora a ritroso. È emozione grande e stridente scoprirsi solidali con il servo e complice dei torturatori, patire i suoi stessi incubi pur vivendo vite totalmente differenti.

Ed emozionano le storie di bambini, quelle di donne dalla femminilità negata, l’eroismo degli ultimi, specchiarsi nel rassicurante ricorso alle ideologie, ripassare con le unghie sopra le cicatrici dei dolorosi dubbi di riflusso.

Emoziona la lingua, propria di ciascun personaggio, cesellata per questo, ma mai d’intralcio alla lettura. Che fa fremere il colore della narrazione come la velatura oro stesa sulle tele cinquecentesche, o la veridicità iperreale delle stampe ottenute da diapositive.

Una lingua che crea ologrammi multidimensionali, la vera firma di Davide Orecchio su questo testo che non mi riesce di definire meno che capolavoro.

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Davide Orecchio, “Stati di grazia” – Ed. Il Saggiatore, 2014

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Un Volo dagli anni ottanta fino a qui

23 ottobre 2013

Ieri Mondadori ha segnalato l’uscita dell’ultimo libro di Fabio Volo, e messo a disposizione un estratto del primo capitolo.

Finalmente anche Fabio Volo arriva a confrontarsi con l’Antonio Pascale di Questo è il paese con non amo, e con il Paolo Di Paolo di Dov’eravate tutti. Ovvero a sviscerare il tema dei trent’anni che hanno portato l’Italia a diventare com’è oggi.

Sarebbe un buon esercizio leggere i tre libri in successione e annotarne le differenze.

Ieri pomeriggio, intanto, la Capitale affrontava il quarto giorno di un’emergenza che non accenna a cessare. In questo momento elicotteri in volo ronzano e ronzano nel cielo di Roma.

#OccupyPortaPia 22 ottobre 2013 

 

La lezione anarchica di Carofiglio

6 febbraio 2013

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“Unless the bastards have the courage to give you unqualified praise, I say ignore them.”

John Steinbeck

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Gianrico Carofiglio
fotografato da Elena Fortunati

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Queste star. Arrivano in ritardo, disturbano gli altri senza farsi problemi, si danno arie, assumono pose. In effetti, dovrei iniziare a darmi una regolata.

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La mia amica Ilaria,  esimia giovane scrittrice, da quella volta di piazza Alessandria sembrava avermi perdonato. Sì, aveva manifestato una certa agitazione per la pubblicazione della nostra chiacchiera privata, ma poi si era ripresa subito. Anche perché le avevo giurato che non l’avrei più tirata in ballo. Mai più.

Era tornata rapidamente il solito zuccherino. Solare, spumeggiante. Eppure, subodoravo che covasse ancora, sotto sotto, un qualche risentimento.

E poi un giorno mi ha fatto: “Vieni a sentire Carofiglio”. Non era una domanda.

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Ho di queste paranoie, io. Che al mondo esistano persone con il chiodo fisso di servirmi vendette fredde, o tutt’al più a temperatura ambiente. Ci ho pensato giusto il tempo di leggere tutto d’un fiato Il passato è una terra straniera.

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***Instant Review***

Il passato è una terra straniera: un romanzo moolto bello.

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Ilaria, nativa pistoiese, si era presentata la sera prima ai gestori della libreria L’Argonauta tenendo tra le braccia svariate confezioni di castagnaccio, cecina, cioccolatini Catinari, più un pentolone fumante di orecchiette che sua mamma, compaesana della star, le aveva affidato con una strizzata d’occhio. Un po’ scomodi per la notte, mi ha confessato in seguito, ma i posti migliori in questo modo sono diventati nostri.

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Il giorno seguente, per mia ulteriore fortuna, Carofiglio si è calato nei panni del divo in modo molto più scafato di me che ho portato solo mezz’ora di ritardo, mentre lui ha lasciato parlare -benissimo, benissimo- Paolo Di Paolo per almeno il doppio del tempo (Era ampiamente previsto dal programma!, però si mormorava) prima di comparirci davanti. Intanto, avevo già risolto le questioni spicciole.

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Ho pure di queste fissazioni, io. Quando entro in un posto nuovo, lo devo misurare. Attivo il compasso che danno in dotazione all’occhio di ogni architetto (uno solo: costa un occhio della testa) e comincio mentalmente a calcolare, spanna a spanna, le dimensioni di un locale: lunghezza – larghezza – altezza. Però all’Argonauta ci avevo già passato qualche pausa pranzo, già le avevo prese le dimensioni che mi interessavano. Quello che mi incuriosiva era capire come (e perché) avessero potuto restringerla a quel punto, la sala che ricordavo tanto ampia, in occasione dell’incontro con Carofiglio.

Mi giravo verso destra, e valutavo che, a partire dalla fila dietro la mia, avessero preso posto una trentina di persone, comprese quelle disposte lungo il corridoietto rialzato che accompagna la libreria a parete. A sinistra, saranno state una quindicina, alcune in piedi. Impressionante, eravamo quasi tutte donne.

Silenzio, si comincia. A vostro beneficio, ecco le due o tre cosette che mi sono appuntata.

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Gossip autopromosso:

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– Le sue prime stesure sono brutte e piene di errori (come i Prigioni di Michelangelo, però, eh).

– Sa giocare a carte. Sa barare.

– Non ha mai fatto surf. Ma body surf, sì.

– Non farà più il parlamentare. Ma lo rifarebbe (se tornasse indietro).

– Non ha alcuna preclusione verso la scrittura “di intrattenimento” e i generi commerciali.

– “I critici letterari? Con tutto il rispetto…”

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Letture (alcune, e in ordine sparso):

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Raymond Carver, Niente trucchi da quattro soldi

Roberto Bolaño, 2666

Stephen King, IT

Mordecai Richler, La versione di Barney

Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni e Un anno sull’altopiano

Lawrence Block, la saga dell’investigatore Matthew Scudder, ma solo i primi volumi

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Demone guida della scrittura:

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Perseguire la Verità nella finzione letteraria, sulla falsariga di Kafka che nel racconto La Metamorfosi ha messo a nudo il rapporto con il proprio padre molto più di quanto non abbia fatto nella Lettera al padre.

Non è etico scrivere come se si giocolasse (per chi non lo sapesse:

giocolare
[gio-co-là-re] (giòcolo)
v.intr. (aus. avere)
1 raro Fare giochi di agilità e di destrezza: saltimbanchi che giocolano sulle piazze
2 raro Giocherellare, trastullarsi, gingillarsi: mentre studia giocola con la matita)

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Una domanda senza risposta:

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La letteratura può avere un ruolo etico? Nel cercare di rispondere ci si inoltra in pensieri circolari. Attenzione: Parlare di etica della scrittura non equivale a parlare di letteratura etica. Spesso l’ideazione letteraria è funzionale a trasmettere le proprie idee. Ma pensare a una letteratura con un ruolo etico, in cui la creazione sia assoggettata a una particolare idea del mondo, è pericoloso. Una premessa etica di contenuti e di obiettivi, dà un risultato meccanico e contrario alla ricerca della verità.

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Una risposta, una:

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La scrittura ha un’etica anarchica che ha però ben chiara l’idea che bisogna dire la verità, senza furbizie, usare le parole giuste, e non più di quelle che servono. Ognuno di noi ha le sue idee e la sua visione ideologica più o meno consapevole con la quale guarda al mondo. E che con ogni probabilità interferirà con il racconto, romanzo o poesia che scrive. Ciò è anche apprezzabile, se è il risultato della ricerca narrativa ma non se ne è la premessa.

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Finito l’incontro siamo andate ad aspettare le altre ragazze in strada. Ci siamo passate foto e video con Whatsapp, e la mia amica ha cominciato a caricarle su facebook dal telefono. Nel mentre, la gente se ne andava alla spicciolata, e davanti alla libreria si formava un piccolo capannello che attendeva Carofiglio. Lui è uscito a testa bassa, sgrullando vistosamente le mani. “Saranno finite le salviette al bagno”, ho pensato. “Idea”.

– Hai mica dei fazzoletti?

– Sì perché?

– Non vedi che deve asciugarsi le mani?

– Un momento che sto postando le foto.

– Non puoi farlo dopo? E dagli ‘sto fazzoletto.

– Arrivo, arrivo.

– Ila.

– Un momento.

– Sì, ma…

– Fatto. Dicevi?

– Niente (ormai si è asciugato). Ecco le altre, andiamo.

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Ho accompagnato Ilaria a sentire Carofiglio, e mi è anche piaciuto moltissimo. Ora ne sono certa, abbiamo pareggiato i conti.

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La tirannia delle freccette

8 gennaio 2013

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Una scena tipica. Primo pomeriggio di studio, sonnolenza post prandiale, la concentrazione che va e viene, a ogni alito di vento. Finestre spalancate, quindi, estate e inverno. Suona il telefono. Aspetto chiamate io, di norma. L’apparecchio di casa è mio, neanche i miei fratelli osano spodestarmi: la mia difesa prevede la violenza. Schiarisco la voce, faccio “Pronto?” con aria distaccata. È un tale Dottor X che chiede di mio padre. Che noia. Però, ligia alla parte, informo dell’assenza e chiedo più dettagli. L’altro si abbandona al mio tono sicuro e farcisce di notizie la bolla vuota che la digestione ha fatto risalire al mio cervello. Ne esce fuori una cosa come questa

Nota

Memorabili le incazzature di mio padre al suo rientro a casa.

Venti anni dopo, leggo Paolo Di Paolo*. Parla delle freccette che legavano i pensieri tra loro in connessioni rigide.

Di Paolo

Di Paolo schiaccia di continuo sui tasti REW e FF della memoria, ma ora abbiamo i pc e i tablet, la carta non si usa quasi più (anche se io a volte cedo al fascino di scrivere A -> B e poi cancello, perché non serve a niente) e i cervelli esplorano tutte o quasi le potenzialità del pensiero libero dai vincoli della scrittura amanuense.

Comunicazioni arrivano ai diretti interessati via email, sms, msn, whatsapp, skype, facebook, twitter, e patapim e patapum. Note se ne scrivono direttamente sui promemoria collegati alle agende, si condividono, si modificano, si dà loro una forma sempre più chiara semplicemente cancellando e riscrivendo con un dito.

In libreria ultimamente trovo un volumetto divertente che racconta attraverso le frecce vite illustri e grandi eventi

Beatles & Beatiful

Beatles & Beatiful**

Ne rido, chiamo Lola e dico: “Vedi che idea geniale”. Questo perché il subconscio lavora in tempi lunghi.

Infine è sera. L’aperitivo è moderatamente alcolico e ricco di golosità, tra noi è tutto un gran FF e REW e FF di nuovo, finché ci si confonde. Arriva la notte e sogno. Sogno annunci fatti a gran voce da ogni schermo “L’informazione torna solo cablata!” Un imprevedibile scatto in avanti della modernità riattacca i fili laddove erano recisi. Tutto funziona meglio. Come? Non conta come: è un sogno che lo dice, c’è da fidarsi. La gente adora i media, la moda attecchisce presto. Ricompaiono cornette grigie nelle case, spot promozionali magnificano le loro funzionalità. Tutti si adeguano, le nuove discariche hanno montagne di ferraglie inutili. La casalinga ciarla con l’amica sopra una linea a sezione circolare, così studente e studente. Gli innamorati s’impossessano del mezzo, gli adolescenti per interi pomeriggi (poi non hanno più scuse, devono uscire di casa per vedersi). Gli  uomini sfogliano annunci sul piombo dei giornali, ma sono tempi moderni, lo fanno anche le donne. Finiscono a litigare a tarda sera:

– Esci dal bagno, lo so che hai preso il telefono, vedo il filo! Sei chiuso dentro da un’ora!

– Fatti i fattacci tuoi.

– Li vorrei fare, appunto.

I risultati alla fine della lotta saranno imprevedibili.

La comunicazione torna a soggiacere alla tirannia della freccette, schemi che riproducono i gangli che li hanno generati, messaggi misteriosi lasciati all’interpretazione del destinatario. Mi sveglio e mi meraviglio, ma non tanto: tutto è possibile. Il tempo non esiste più.

E quindi neanche la morte

E neanche altre trascurabili sciocchezze.

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*) Paolo Di Paolo, Dov’eravate tutti. Ed. Feltrinelli, 2010

**) Se interessa a qualcuno torno in libreria a dare un’occhiata a titolo e autori 😀


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