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La lezione anarchica di Carofiglio

6 febbraio 2013

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“Unless the bastards have the courage to give you unqualified praise, I say ignore them.”

John Steinbeck

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Gianrico Carofiglio
fotografato da Elena Fortunati

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Queste star. Arrivano in ritardo, disturbano gli altri senza farsi problemi, si danno arie, assumono pose. In effetti, dovrei iniziare a darmi una regolata.

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La mia amica Ilaria,  esimia giovane scrittrice, da quella volta di piazza Alessandria sembrava avermi perdonato. Sì, aveva manifestato una certa agitazione per la pubblicazione della nostra chiacchiera privata, ma poi si era ripresa subito. Anche perché le avevo giurato che non l’avrei più tirata in ballo. Mai più.

Era tornata rapidamente il solito zuccherino. Solare, spumeggiante. Eppure, subodoravo che covasse ancora, sotto sotto, un qualche risentimento.

E poi un giorno mi ha fatto: “Vieni a sentire Carofiglio”. Non era una domanda.

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Ho di queste paranoie, io. Che al mondo esistano persone con il chiodo fisso di servirmi vendette fredde, o tutt’al più a temperatura ambiente. Ci ho pensato giusto il tempo di leggere tutto d’un fiato Il passato è una terra straniera.

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***Instant Review***

Il passato è una terra straniera: un romanzo moolto bello.

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Ilaria, nativa pistoiese, si era presentata la sera prima ai gestori della libreria L’Argonauta tenendo tra le braccia svariate confezioni di castagnaccio, cecina, cioccolatini Catinari, più un pentolone fumante di orecchiette che sua mamma, compaesana della star, le aveva affidato con una strizzata d’occhio. Un po’ scomodi per la notte, mi ha confessato in seguito, ma i posti migliori in questo modo sono diventati nostri.

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Il giorno seguente, per mia ulteriore fortuna, Carofiglio si è calato nei panni del divo in modo molto più scafato di me che ho portato solo mezz’ora di ritardo, mentre lui ha lasciato parlare -benissimo, benissimo- Paolo Di Paolo per almeno il doppio del tempo (Era ampiamente previsto dal programma!, però si mormorava) prima di comparirci davanti. Intanto, avevo già risolto le questioni spicciole.

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Ho pure di queste fissazioni, io. Quando entro in un posto nuovo, lo devo misurare. Attivo il compasso che danno in dotazione all’occhio di ogni architetto (uno solo: costa un occhio della testa) e comincio mentalmente a calcolare, spanna a spanna, le dimensioni di un locale: lunghezza – larghezza – altezza. Però all’Argonauta ci avevo già passato qualche pausa pranzo, già le avevo prese le dimensioni che mi interessavano. Quello che mi incuriosiva era capire come (e perché) avessero potuto restringerla a quel punto, la sala che ricordavo tanto ampia, in occasione dell’incontro con Carofiglio.

Mi giravo verso destra, e valutavo che, a partire dalla fila dietro la mia, avessero preso posto una trentina di persone, comprese quelle disposte lungo il corridoietto rialzato che accompagna la libreria a parete. A sinistra, saranno state una quindicina, alcune in piedi. Impressionante, eravamo quasi tutte donne.

Silenzio, si comincia. A vostro beneficio, ecco le due o tre cosette che mi sono appuntata.

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Gossip autopromosso:

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– Le sue prime stesure sono brutte e piene di errori (come i Prigioni di Michelangelo, però, eh).

– Sa giocare a carte. Sa barare.

– Non ha mai fatto surf. Ma body surf, sì.

– Non farà più il parlamentare. Ma lo rifarebbe (se tornasse indietro).

– Non ha alcuna preclusione verso la scrittura “di intrattenimento” e i generi commerciali.

– “I critici letterari? Con tutto il rispetto…”

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Letture (alcune, e in ordine sparso):

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Raymond Carver, Niente trucchi da quattro soldi

Roberto Bolaño, 2666

Stephen King, IT

Mordecai Richler, La versione di Barney

Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni e Un anno sull’altopiano

Lawrence Block, la saga dell’investigatore Matthew Scudder, ma solo i primi volumi

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Demone guida della scrittura:

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Perseguire la Verità nella finzione letteraria, sulla falsariga di Kafka che nel racconto La Metamorfosi ha messo a nudo il rapporto con il proprio padre molto più di quanto non abbia fatto nella Lettera al padre.

Non è etico scrivere come se si giocolasse (per chi non lo sapesse:

giocolare
[gio-co-là-re] (giòcolo)
v.intr. (aus. avere)
1 raro Fare giochi di agilità e di destrezza: saltimbanchi che giocolano sulle piazze
2 raro Giocherellare, trastullarsi, gingillarsi: mentre studia giocola con la matita)

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Una domanda senza risposta:

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La letteratura può avere un ruolo etico? Nel cercare di rispondere ci si inoltra in pensieri circolari. Attenzione: Parlare di etica della scrittura non equivale a parlare di letteratura etica. Spesso l’ideazione letteraria è funzionale a trasmettere le proprie idee. Ma pensare a una letteratura con un ruolo etico, in cui la creazione sia assoggettata a una particolare idea del mondo, è pericoloso. Una premessa etica di contenuti e di obiettivi, dà un risultato meccanico e contrario alla ricerca della verità.

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Una risposta, una:

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La scrittura ha un’etica anarchica che ha però ben chiara l’idea che bisogna dire la verità, senza furbizie, usare le parole giuste, e non più di quelle che servono. Ognuno di noi ha le sue idee e la sua visione ideologica più o meno consapevole con la quale guarda al mondo. E che con ogni probabilità interferirà con il racconto, romanzo o poesia che scrive. Ciò è anche apprezzabile, se è il risultato della ricerca narrativa ma non se ne è la premessa.

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Finito l’incontro siamo andate ad aspettare le altre ragazze in strada. Ci siamo passate foto e video con Whatsapp, e la mia amica ha cominciato a caricarle su facebook dal telefono. Nel mentre, la gente se ne andava alla spicciolata, e davanti alla libreria si formava un piccolo capannello che attendeva Carofiglio. Lui è uscito a testa bassa, sgrullando vistosamente le mani. “Saranno finite le salviette al bagno”, ho pensato. “Idea”.

– Hai mica dei fazzoletti?

– Sì perché?

– Non vedi che deve asciugarsi le mani?

– Un momento che sto postando le foto.

– Non puoi farlo dopo? E dagli ‘sto fazzoletto.

– Arrivo, arrivo.

– Ila.

– Un momento.

– Sì, ma…

– Fatto. Dicevi?

– Niente (ormai si è asciugato). Ecco le altre, andiamo.

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Ho accompagnato Ilaria a sentire Carofiglio, e mi è anche piaciuto moltissimo. Ora ne sono certa, abbiamo pareggiato i conti.

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Ma di che cosa stiamo parlando?

27 settembre 2012

Di cosa parliamo quando parliamo di argomenti come “Democrazia”, “Uguaglianza dei diritti”, “Costituzione”, “Libertà di stampa e di espressione”? Un sospetto mi è balenato davanti agli occhi stamattina, facendomi cadere l’ultimo pezzo di frollino nel the -cosa che mi ha costretto a tirarlo su con un fastidioso inzuppo delle dita nel liquido bollente. Ahi-.

Due fatti, stranamente simili tra loro, che tengono occupate lingue e penne del Belpaese mi stanno seriamente, per così dire, “inquietando”.

Punto uno.

Gianrico Carofiglio intenta una causa (vedi qui: Ostuni-Carofiglio) per diffamazione all’editor Vincenzo Ostuni, reo di averlo offeso via web. Via web, un mondo (virtuale? Forse, ma di sicuro il nuovo media imperante) che ancora non è chiaro se debba essere regolato dalle stesse leggi che regolano la società civile.

Il “popolo” degli scrittori, in prevalenza, si indigna: Carofiglio non rispetta la libertà di stampa e di espressione e non solo, la sua iniziativa costituisce un pericoloso precedente (ma da Corradino Mineo a Rainews 24 vengo a sapere di un altro fatto, risalente al 1954, che sfociò in una condanna a Giovanni Guareschi “per aver diffamato a mezzo stampa sul settimanale ‘Candido’ Alcide De Gasperi”, ha ricordato il figlio. Un’altra epoca).

E la comunità (degli autori e, in genere, di tutti gli operatori dell’editoria) che fa? Indice una bella manifestazione (anzi, un flashmob, mei cocomeri) contro Carofiglio. Tutti contro uno.

Io questa cosa l’ho letta, forse superficialmente -ma ancora non avevo collegato con il Punto due-, in questo modo: lo scrittore amareggiato si è fatto forte di quella sua seconda competenza (su questo nulla da dire, viviamo nell’epoca della non-specializzazione necessaria, la flessibilità per la sopravvivenza), ha compiuto un gesto eccessivo, dettato dalla stizza, cha ha travalicato, prima ancora che il buon senso, o il rispetto dei principi liberali, il puro e semplice senso del pudore.

Se la questione si fosse fermata lì, anche il mio sdegno si sarebbe fermato alla stigmatizzazione di Carofiglio.

Invece, grazie al diminuendo del ricorso al confronto civile e leale -innescato e radicato dai vent’anni di Berlusconi(smo) che hanno messo in ginocchio le nostre coscienze per poter mettere in ginocchio l’intero Paese- invece dicevo, evidentemente incapace di cercare (non dico trovare, basterebbe solo l’impegno del cercare) soluzioni più efficaci, il “popolo” e ha compiuto una scelta facile facile e dal risultato garantito: Tutti contro uno. Ricorda certe aggressioni fasciste degli anni settanta, compiute magari in un vicolo cieco, in questo caso davanti alla Questura di Roma.

Fin qui, bazzecole. E quindi, finalmente, vengo al

Punto due.

La questione Sallusti. Ancora una volta mi tocca domandarmi: Di cosa stiamo parlando? Siamo sicuri di sapere qual’è il quid della questione? Certo che sto con Federica Sgaggio, quando con grande efficacia retorica, ma evidentemente toccata nel profondo, addita la porcheria perpetrata dalle colonne di un quotidiano a tiratura nazionale ai danni della Verità, e di un sacco di altri principi e diritti sacrosanti. Ma mica ci fermeremo qui, vero? Perché quello di tal Dreyfus è tutt’altro che il risultato di buono o cattivo giornalismo, adatto ad essere commentato e quindi eventualmente perseguito come tale. Si tratta, a tutti gli effetti, di una porcheria, e per di più di stampo diffamatorio. Una porcheria degna delle vomitate estemporanee di un blog di quarto o quint’ordine. Di livello, mi sento di dire, anche inferiore al mio.

Sì, d’accordo. Ma comunque, la condanna in Cassazione a 14 mesi di reclusione per diffamazione (del giudice tutelare di Torino Giuseppe Cocilovo, lo ricorderei: non della ragazza o dei suoi genitori, o di chiunque sia stato toccato dalle invettive di Dreyfus), in base a quale articolo di legge viene pronunciata?* In base all’articolo 595 del Codice Penale (“diffamazione a mezzo stampa”: Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516). Un articolo che diverse proposte di legge (bipartisan) hanno tentato di modificare, escludendo la carcerazione, e che così com’è si presta, come in questo caso, a facili strumentalizzazioni (e infatti, il magistrato che ha sporto querela ha così puntualizzato la questione).

In ciò sta il motivo principale della mobilitazione della stampa (l’esatto punto del ragionamento in cui mi è caduto il frollino), mentre del commento del comitato di redazione del Giornale “Per un reato di opinione in carcere un giornalista non deve andare”, dubito della rispondenza alla questione di principio… Anche perché il reato d’opinione -oggetto di una modifica al Codice Penale operata attraverso la legge n° 85/2006, “Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione”, approvata dal Governo Berlusconi III– non è pertinente, né coincidente con quello di “diffamazione a mezzo stampa“.

E mi è capitato di veder prendere forma un paio di considerazioni, la prima riguarda la categoria tanto vituperata (anche da me, e soprattutto nei bei tempi andati dell’impegno) dei giornalisti. I quali, per consuetudine alla verifica delle fonti, un loro dovere deontologico, in questa querelle ne escono meglio, a confronto con la categoria dei pensatori puri, dei dispensatori di cultura e anche dei blogger, in alcuni casi.

La seconda considerazione è che operazioni come quelle in corso, più che reazioni estemporanee, siano a loro volta una richiesta di reazioni. Mi spiego meglio. Nella negoziazione tra gruppi, eterogenei al loro interno, non sempre conviene mettere tutto al corrente di chiunque. Va necessariamente saltato qualche anello della condivisione democratica, se non si vuole che una discussione costruttiva sfoci nella lite condominiale, o nel consiglio di classe. È dura da mandar giù ma quando all’interno del gruppo hai anche degli emeriti caproni, per conseguire il bene comune, di alcuni passaggi devi per forza metterli a parte a cose fatte. E noi (quanti siamo diventati) 60 milioni di italiani anestetizzati e rincretiniti in massa, ci ritroviamo –a questo punto, mi tocca immaginare. Sbaglierò?- oggetto di un’azione a fini democratici, svolta secondo metodi massoni.

Se non sappiamo nemmeno sospettare manovre come queste, e sottrarci al battibecco che ogni pensiero costruttivo annichilisce, come possiamo pensare seriamente ad un risveglio di coscienze, a un cambiamento operato dal basso?

*) Franco Battiato – Uccelli

Per ricordare che la legge di Murphy è ciò che regola gli eventi in questa parte di universo, dopo il biscotto suicidatosi nel the bollente e mia conseguente ustione di secondo grado, mi si sono presentati nell’ordine: una pedalata scomoda a causa di una nuova ondata di caldo boia e l’uscita fuori sede della catena durante un discesone. Cosìcché mi sono presentata sul posto di lavoro sudata, lercia, e bisognosa di prendermela con qualcuno.

Ma ora sto meglio.

🙂

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*) Sono una principiante, meno male che chi legge è più sveglio di me. Il post qui pubblicato è alla seconda versione, modificato nella parte riguardante i reati di diffamazione a mezzo stampa. Chiedo scusa a chi, passando di qui, abbia già letto le imprecisioni della prima pubblicazione.

L’aria sospetta di Piazza Alessandria

18 giugno 2012

Oggi non ci sarebbe imbarazzo nella scelta: il termometro segna 35°C  e a stare all’aperto si rischia un accidente. Però certo… Che tristezza mangiucchiare cercando di non disturbare la vista e l’odorato di quelli che stanno ancora lavorando. Sì, dentro l’ufficio è fresco, ma fuori c’è… la vita. Anzi, in barba a tutte le raccomandazioni, decido: vado verso il mercato. Più vita di così. Ho trascorso parte del liceo in aule ricavate dentro un ex-garage, al fianco di un mercato coperto. Per me la fuga durante la pausa (allora la facevamo a ricreazione) ha più sapore se si trascorre gironzolando tra i banchi degli alimentari e dell’ortofrutta.

Ho raggiunto, un po’ boccheggiando e un po’ sbocconcellando, l’unico (e bellissimo) mercato in zona, quello di Piazza Alessandria e qui ho iniziato a fingere di voler comprare qualcosa. Che spettacolo quelle contrattazioni per le quali provo un po’ d’invidia: io non ci posso riuscire, nessuno mi ha mai formato. Per me esistono da sempre i “super”. In questo luogo posso avvicinarmi solo alla frutta: per scegliere non mi serve altro che gli occhi, il tatto e l’odorato.

Le pesche tabacchiere! Mie! Do una spallata cafona (il caldo, mi dico, stimola l’aggressività, e così mi auto-assolvo) alla tizia accanto a me, che stava per compiere il mio stesso gesto. Ne sono rimaste quattro (è già l’una e mezza), non posso rischiare di farmele soffiare sotto il naso.

– Ooooh! – Mi fa quella, io la guardo da sotto in su e… la riconosco.

– Ilaria!

Ilaria Mazzeo, è proprio simpatica, e come potrebbe essere altrimenti? É una che si autocandida al premio Il racconto più brutto (organizzato da Carolina Cutolo) e riesce pure a piazzarsi quinta. Ma di lei ho letto il primo romanzo, Il silenzio perfetto* (titolo che Carofiglio ha rischiato di plagiare…) e trovo che pratichi una scrittura tutt’altro che brutta. Piuttosto delicata e insieme solida, di quelle che, chiuse le ultime pagine, lasciano intorno al lettore la scia di un profumo sottile e persistente.

– Non dirmi che anche tu stravedi per le tabacchiere-, mi fa con uno sguardo indecifrabile. Credo che anche lei stia combattendo dentro di sé, presa dal dubbio di coscienza: Faccio il gesto magnanimo di lasciargliele tutte o le propongo di dividerle da buone amiche? L’anticipo:

– Ferma lì: Le compro io e poi le mangiamo insieme, ok?

– Vabbé, se proprio ci tieni…

Mentre pago, la fruttivendola mi fa l’occhiolino. Che vorrà dirmi? Forse mi ha fatto lo sconto? Non mi pare, aspetta! Fa l’occhiolino a tutti. È un tic, è solo un tic. Insomma, finisce che passiamo tutta la pausa a camminare nei corridoi battuti da un vento caldo (meglio di  niente), mangiando pesche succulente (e buooone…).

– Lo sai, vero, che tra poco (il 5 luglio) decideranno il vincitore del Premio Strega?

– Ah, sì, in lizza non c’è pure Carofiglio? – Lo dico apposta per vedere come reagisce: È un autore del quale è (a dir poco) appassionata.

Il silenzio dell’onda** l’abbiamo letto entrambe, lei perché non avrebbe potuto esimersi, io perché mi circolava in casa e mi faceva l’occhiolino anche lui da così tanto tempo che, prima di venire influenzata dagli esiti dello Strega, ho deciso di dargli soddisfazione. Io e Ilaria ci incontriamo raramente e quando lo facciamo è sempre per parlare di scrittura (in senso decisamente lato). Sembriamo due cospiratrici, poco ci manca che ci copriamo la bocca per non svelare ad altri i movimenti delle nostre labbra. Stavolta, in ambiente neutrale (almeno credo), ci lasciamo andare a una sana chiacchierata fuori dai denti. Le dico:

– Non lo avevo mai letto prima, Carofiglio, però avevo apprezzato che avesse scritto quell’appendice a un altro suo libro, quella sul significato delle parole, come si chiamava?

La manomissione delle parole?

– Esatto, bella idea.

– Sì. Invece io ho letto praticamente tutto di lui: I romanzi, tutti. I racconti, solo qualcuno, e lo trovo molto bravo, ma alla lunga anche un po’ ripetitivo, per esempio il tema della depressione ritorna in diversi suoi libri: in “Testimone inconsapevole“, il primo romanzo in cui compare l’avvocato Guido Guerrieri, il protagonista è depresso, poi guarisce soprattutto grazie allo sport e a una donna che incontra, Margherita. Anche in “Il silenzio dell‘onda” c’è una donna che contribuisce al salvataggio del protagonista.

– Secondo me il tema clou non è la depressione ma un particolare tipo di rapporto uomo donna: quello nel quale c’è uno dei due che cura l’altro…

– Ma anche lei sta male! Sono pazienti dello stesso terapeuta…

– Già, su questo avrei qualcosa da ridire. Sulla connotazione dei personaggi. Molto credibile il protagonista, benino il ragazzo (anche se pensa e parla come un quarantenne), non bene la donna (sostenuta, isterica, non si capisce perché lui dovrebbe esserne affascinato, forse ne aveva in mente una in particolare ma non è riuscito o non ha voluto svelarla meglio).

– Hai ragione, Emma è poco caratterizzata.

– Vero? E poi, tornando sulla questione dell’amore terapeutico, in generale, ‘sta cosa che ci voglia uno psichiatra per dare su un piatto d’argento le chiavi di lettura… – E tirando fuori dalla tracolla nientemeno che le trecento pagine del libro in questione, inizio a sfogliarle cercando le lingue che avevo messo su quelle interessanti:

– “Si fanno tre o quattro passi in avanti, e poi due o tre indietro […]. I passi indietro derivano dalla paura del cambiamento. Se si convive a lungo con la sofferenza, alla fine essa diventa in qualche modo parte di noi. Quando cominciamo a star meglio, quando cominciamo a staccarci dalla sofferenza, viviamo degli stati d’animo contraddittori“. Per carità, niente di nuovo sotto il sole (e a me fa effetto lo stesso: è una mia fotografia), ma perché mettere in bocca proprio a uno psichiatra frasi ovvie per uno psichiatra? Non è un po’ banale?

Ilaria pare incassare bene l’attacco all’idolo, anzi, aggiunge:

– In effetti. Però non sono sicura che gli psichiatri dicano solo cose originali… La cosa che è davvero MOLTO romanzesca è la seduta notturna nella quale il dottore gli parla del rapporto con suo figlio. È contro ogni etica, un medico serio non lo farebbe mai.

– Sono d’accordo. In generale mi pare che alcune cose di questo libro siano state un po’ tirate via.

– Sì. Emma, in primis. E restando sulle cose tirate via, i capitoli dedicati ai sogni del ragazzino con il cane li ho trovati di una noia mortale.

– Credo che dovrebbe trasformare la fissazione per la psicanalisi in qualcosa di più strutturato narrativamente. Gianrico, cribbio! Ti giochi lo Strega!

– Ahahahahh! Detto tra noi, “Il passato è una terra straniera“, che vinse il Campiello, è molto più bello.

Che bella risata di gola, mi mette allegria. Riprendo, felice anche della polpa soda delle tabacchiere che non sbrodola e non mi costringe a smettere di sfogliare le pagine per pulirmi:

– Guarda, per chiudere con quello che non mi è piaciuto, poi passo a dirti quello che invece ho trovato bello, aggiungo che non c’è un indice (comunque, mi pare di aver contato 44 capitoli, dei quali 12 dedicati al ragazzo) e nel finale, molto emozionante nel complesso, c’è qualcosa di poco convincente: i giovani surfer guardano il “vecchio” con “sguardi carichi di ostilità, poi, dopo averlo visto bene, di scherno.” Bah… per la mia esperienza non è (sempre) così tra surfer. Ho conosciuto surfisti che tenevano in grande considerazione i “vecchi” e, portando loro molto rispetto, li andavano a cercare per avere consigli o farsi raccontare delle onde più grandi che avevano affrontato nella loro vita.

Ilaria è una grande, non si scompone ancora. Anche lei addenta le tabacchiere e prosegue accanto a me, serafica, il tour dei banchi.

– Ma tornando a noi, possiamo parlare di quello che ci è piaciuto?

– Come no? Per conto mio ho individuato due tipi di argomenti. Uno: Cose che riflettono la Mentalità dello scrittore (tutte cose che me lo rendono simpatico); Due: Cose che fa dire al personaggio ma sembra che siano pensieri suoi. Senti qua: #Uno: “Studiare le persone o le situazioni era forse la cosa che mi piaceva di più. Arrivare perfettamente preparato, sapere tutto dei miei interlocutori.” Le mette in bocca all’uomo che narra della sua deprecata vita precedente, ma si capisce che era una vita molto più apprezzata di quella attuale. E poi: “Giurò che quella sera avrebbe studiato su Wikipedia”, oppure “non è un problema se i romanzi non le piacciono“, rincarato da “era un fallito, un uomo solo, ignorante e infelice, che aveva vissuto in modo insensato“: Fatte le opportune proporzioni tra lo scrittore e il protagonista (in qualche modo un alter-ego), sembra quasi che lui stesso si vergogni di non essere un letterato puro. Ce n’è pure per Emma: “La ricerca dell’approvazione diventa una forma di dipendenza. E lo stadio successivo è quello della paranoia” e poi ancora per Roberto: “Il problema sorge quando devi essere un altro per sentirti te stesso. E quando non sei un altro sai di essere fuori posto” o “prima ancora di incastrarli io volevo sedurli” (se non le provi personalmente sensazioni come queste, non so se ti viene in mente di descriverle. E questa è… la confessione di una perversione). O quando Roberto inventa un sogno per mascherare un fatto vero, dice: “Era tutto vero e tutto falso […] Come un sacco di cose, a pensarci bene“. Insomma, è il processo creativo dello scrittore.

Finiscono le pesche nel sacchetto, ormai ne resta solo una. Ma non posso fermarmi, mi sento come invasata (che mi succede oggi?):

– E qui, guarda, guarda coi tuoi occhi: “La mente umana funziona in modo sorprendente. Non c’era nessun sogno e quindi tutto quel discorso non avrebbe dovuto avere senso“. Mi ha fatto pensare a quei film che, una volta visti, evito di guardare una seconda volta perché (eh sì) mi fanno paura. Per esempio: Vanilla Sky con Tom Cruise  e The Others con Nicole Kidman. Non ci avevo mai pensato, che quei due sono stati marito e moglie. Forse quello che avevano in comune all’epoca era una solida base paranoica. Anche nel libro, quel solo piccolo accenno mi inquieta, un po’ mi fa paura, quindi mi piace. Ha ragione Roberto/Gianrico Carofiglio: La mente umana funziona in modo sorprendente.

– Fantastico. La frase sull’uomo ignorante, solo e infelice aveva colpito anche me. Io non sottolineo i libri, non ci riesco, quindi purtroppo non ho citazioni da proporti, però posso dirti che la trama, tutto sommato, è piuttosto solida. In particolare, mi piace l’artificio narrativo che consiste nello svelare molto gradualmente quali siano i motivi alla base del tentato suicidio del protagonista. Che lui abbia tentato il suicidio lo si sa all’inizio; tutti i motivi li si collezionano solo praticamente alla fine.

– Sì, la suspance è costruita molto bene, anche la narrazione “a forcella”, due strade completamente separate che si riuniscono solo alla fine.

In quel momento scoppia una rissa tra alcuni clienti del chiosco-bar, che lamentano una scarsa pulizia, ed il gestore. Si alzano voci, qualcuno alza anche le mani. Facciamo appena in tempo a scoprire il punto d’origine il trambusto che tutto a un tratto si porgono le scuse con civiltà e si voltano le spalle. Alzo un sopracciglio, guardo Ilaria, anche lei un po’ perplessa, e le porgo l’ultima tabacchiera, in fondo stiamo smontando il suo beniamino.

– In realtà -, riprende lei, – che il figlio senza padre di Emma sarebbe diventato “suo”, a compensazione di quello perso in Sud America, l’avevo capito quasi subito, ciò non toglie che sia una bella idea; come se, grazie alla psicanalisi, dalle macerie della via precedente Roberto fosse riuscito a creare finalmente qualcosa: una famiglia. – Ah, ma lei mi da una bella mano, però.  Che lettrice onesta. Le rispondo:

– Sì, bé, io sono letteralmente allergica ai lieti finali. Ed essendo piuttosto tonta e lenta, forse inconsapevolmente faccio finta di non notare le ovvietà pur di lasciarmi schiaffeggiare dalla sorpresa! Invece, per quanto riguarda la seconda categoria di cose che mi sono piaciute: #Due (Cose che fa dire al personaggio ma sembra che siano pensieri suoi). Il magistrato si toglie la toga, il politico si alza dalla poltrona e può dire finalmente quello che pensa attraverso la finzione romanzesca: Il concetto che legalizzare le droghe può mettere in ginocchio la mafia, o anche “non c’è una vera differenza fra le droghe, il fumo, gli alcolici. Solo che le prime sono vietate e gli altri no. Se qualcuno mi dicesse oggi una cosa del genere [che non c’è niente di immorale a commerciare in cocaina] credo che gli darei ragione“. E poi (bello!): “Provò il desiderio fortissimo di appartenere a quello che aveva attorno, di esservi ammesso, e allo stesso tempo fu assalito da una dolorosa percezione di inferiorità e di esclusione irrevocabile“. Questa è vita vissuta.

– Beh, sì, Gianry esplicita questo genere di sentimenti in tutti i suoi scritti.

– Ma quanto gli vuoi bene a Gianry? – Elegantemente, lei fa finta di non aver sentito.

– I suoi personaggi soffrono tutti di una grande inadeguatezza; anche il protagonista di un libro molto autobiografico, che è “Né qui né altrove. Una notte a Bari“. Anche Guido Guerrieri, l’avvocato al quale ha dedicato una quadrilogia.

– Va bene, mi segno tutti questi libri e prima o poi me li leggo… Il signor Carofiglio mi è simpatico a prescindere, non potrebbe essere diversamente: uno che fa un mestiere duro come il magistrato, il parlamentare per passione e pure lo scrittore.

– … E però si sente inadeguato! Come si fa a non amarlo?!?

– Cara…. ti sono vicina in questa tua muta passione…

– Eheheheh.

– Eheheheh? Non capisco.

– Beh, una volta l’ho visto qui in via Piave e mi sono fatta autografare due libri con dedica.

– Chi??

– Ma Gianry, no?!?

– Certo. Scherzavo, naturalmente.

– Hai notato che lo studio dello psichiatra del libro sarebbe proprio QUA DIETRO? – È inquietante, tutti qui sembrano clienti di quello studio. Lo penso ma non lo dico, per non allarmare Ilaria. In fondo stiamo per uscire.

–  Sì, è proprio qui vicino.

– Eh, se è davvero così bravo, dovrò individuarlo e andarci.

– Ilaria, tu non sei pazza, figurati. – Su di me inizio ad avere qualche dubbio, invece.

– Non quanto lui, purtroppo.

Mi pare proprio che abbia sospirato, sì è così. Forse è stato per il ritorno al solleone, forse invece no, chissà. E improvvisamente mi ricordo di un’altra nota stonata, le metto una mano sulla spalla e le dico tutto d’un fiato, mentre la blocco sul confine tra l’ombra della copertura e il punto dove il gradino in marmo riprende il suo biancore abbagliante:

– Possibile che il protagonista per trovare una libreria debba farsela a piedi da Piazza Alessandria a Largo Argentina? Ma quanto è malato psichiatrico? Insomma, non avevo ancora letto Carofiglio, adesso l’ho fatto e dico che è bravo. Perché non è un letterato puro, perché fa prevalere l’aspetto umano di vicende che, vista la sua formazione di provenienza, potrebbe benissimo descrivere utilizzando eccessivi tecnicismi, perché è abbastanza in gamba a dar voce a personaggi diversi da lui. Ma lo Strega… Mmmm… No. Lo Strega ancora no.

Ilaria vorrebbe muoversi ma io la blocco in cima alla scalinata. Mi accorgo di esagerare, mollo la presa e lei ne approfitta per svicolare verso il basso. Poi, come se niente fosse, prosegue:

– Il fatto è che con uno qualsiasi, o quasi, degli altri romanzi, forse lo Strega se lo sarebbe pure meritato (se lo Strega premiasse davvero i libri migliori e non altre logiche, ovviamente).

– Ovviamente.

Intanto, mentre ci allontaniamo, penso che in questa piazza succedono cose strane. Continuiamo a parlare camminando una accanto all’altra. Adesso l’aria, anche se torrida, sembra più respirabile. Ilaria dice:

– Questo, dal mio punto di vista, rappresenta un po’ una regressione, perché affronta argomenti che ha già ampiamente proposto in altri libri, e non in maniera innovativa. Lo salvano la trama, lo stile, la competenza nel parlare di argomenti che hanno a che fare col crimine e la giustizia.

– Senti, non ne sono sicura ma qualcosa mi dice che non avrebbe dovuto ambientarlo da queste parti.

*) Ilaria Mazzeo: Il silenzio perfetto, Ed. Intermezzi, 2009

**) Gianrico Carofiglio: Il Silenzio dell’onda. Ed. Rizzoli, 2011


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