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La lezione anarchica di Carofiglio

6 febbraio 2013

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“Unless the bastards have the courage to give you unqualified praise, I say ignore them.”

John Steinbeck

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Gianrico Carofiglio
fotografato da Elena Fortunati

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Queste star. Arrivano in ritardo, disturbano gli altri senza farsi problemi, si danno arie, assumono pose. In effetti, dovrei iniziare a darmi una regolata.

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La mia amica Ilaria,  esimia giovane scrittrice, da quella volta di piazza Alessandria sembrava avermi perdonato. Sì, aveva manifestato una certa agitazione per la pubblicazione della nostra chiacchiera privata, ma poi si era ripresa subito. Anche perché le avevo giurato che non l’avrei più tirata in ballo. Mai più.

Era tornata rapidamente il solito zuccherino. Solare, spumeggiante. Eppure, subodoravo che covasse ancora, sotto sotto, un qualche risentimento.

E poi un giorno mi ha fatto: “Vieni a sentire Carofiglio”. Non era una domanda.

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Ho di queste paranoie, io. Che al mondo esistano persone con il chiodo fisso di servirmi vendette fredde, o tutt’al più a temperatura ambiente. Ci ho pensato giusto il tempo di leggere tutto d’un fiato Il passato è una terra straniera.

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***Instant Review***

Il passato è una terra straniera: un romanzo moolto bello.

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Ilaria, nativa pistoiese, si era presentata la sera prima ai gestori della libreria L’Argonauta tenendo tra le braccia svariate confezioni di castagnaccio, cecina, cioccolatini Catinari, più un pentolone fumante di orecchiette che sua mamma, compaesana della star, le aveva affidato con una strizzata d’occhio. Un po’ scomodi per la notte, mi ha confessato in seguito, ma i posti migliori in questo modo sono diventati nostri.

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Il giorno seguente, per mia ulteriore fortuna, Carofiglio si è calato nei panni del divo in modo molto più scafato di me che ho portato solo mezz’ora di ritardo, mentre lui ha lasciato parlare -benissimo, benissimo- Paolo Di Paolo per almeno il doppio del tempo (Era ampiamente previsto dal programma!, però si mormorava) prima di comparirci davanti. Intanto, avevo già risolto le questioni spicciole.

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Ho pure di queste fissazioni, io. Quando entro in un posto nuovo, lo devo misurare. Attivo il compasso che danno in dotazione all’occhio di ogni architetto (uno solo: costa un occhio della testa) e comincio mentalmente a calcolare, spanna a spanna, le dimensioni di un locale: lunghezza – larghezza – altezza. Però all’Argonauta ci avevo già passato qualche pausa pranzo, già le avevo prese le dimensioni che mi interessavano. Quello che mi incuriosiva era capire come (e perché) avessero potuto restringerla a quel punto, la sala che ricordavo tanto ampia, in occasione dell’incontro con Carofiglio.

Mi giravo verso destra, e valutavo che, a partire dalla fila dietro la mia, avessero preso posto una trentina di persone, comprese quelle disposte lungo il corridoietto rialzato che accompagna la libreria a parete. A sinistra, saranno state una quindicina, alcune in piedi. Impressionante, eravamo quasi tutte donne.

Silenzio, si comincia. A vostro beneficio, ecco le due o tre cosette che mi sono appuntata.

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Gossip autopromosso:

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– Le sue prime stesure sono brutte e piene di errori (come i Prigioni di Michelangelo, però, eh).

– Sa giocare a carte. Sa barare.

– Non ha mai fatto surf. Ma body surf, sì.

– Non farà più il parlamentare. Ma lo rifarebbe (se tornasse indietro).

– Non ha alcuna preclusione verso la scrittura “di intrattenimento” e i generi commerciali.

– “I critici letterari? Con tutto il rispetto…”

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Letture (alcune, e in ordine sparso):

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Raymond Carver, Niente trucchi da quattro soldi

Roberto Bolaño, 2666

Stephen King, IT

Mordecai Richler, La versione di Barney

Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni e Un anno sull’altopiano

Lawrence Block, la saga dell’investigatore Matthew Scudder, ma solo i primi volumi

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Demone guida della scrittura:

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Perseguire la Verità nella finzione letteraria, sulla falsariga di Kafka che nel racconto La Metamorfosi ha messo a nudo il rapporto con il proprio padre molto più di quanto non abbia fatto nella Lettera al padre.

Non è etico scrivere come se si giocolasse (per chi non lo sapesse:

giocolare
[gio-co-là-re] (giòcolo)
v.intr. (aus. avere)
1 raro Fare giochi di agilità e di destrezza: saltimbanchi che giocolano sulle piazze
2 raro Giocherellare, trastullarsi, gingillarsi: mentre studia giocola con la matita)

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Una domanda senza risposta:

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La letteratura può avere un ruolo etico? Nel cercare di rispondere ci si inoltra in pensieri circolari. Attenzione: Parlare di etica della scrittura non equivale a parlare di letteratura etica. Spesso l’ideazione letteraria è funzionale a trasmettere le proprie idee. Ma pensare a una letteratura con un ruolo etico, in cui la creazione sia assoggettata a una particolare idea del mondo, è pericoloso. Una premessa etica di contenuti e di obiettivi, dà un risultato meccanico e contrario alla ricerca della verità.

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Una risposta, una:

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La scrittura ha un’etica anarchica che ha però ben chiara l’idea che bisogna dire la verità, senza furbizie, usare le parole giuste, e non più di quelle che servono. Ognuno di noi ha le sue idee e la sua visione ideologica più o meno consapevole con la quale guarda al mondo. E che con ogni probabilità interferirà con il racconto, romanzo o poesia che scrive. Ciò è anche apprezzabile, se è il risultato della ricerca narrativa ma non se ne è la premessa.

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Finito l’incontro siamo andate ad aspettare le altre ragazze in strada. Ci siamo passate foto e video con Whatsapp, e la mia amica ha cominciato a caricarle su facebook dal telefono. Nel mentre, la gente se ne andava alla spicciolata, e davanti alla libreria si formava un piccolo capannello che attendeva Carofiglio. Lui è uscito a testa bassa, sgrullando vistosamente le mani. “Saranno finite le salviette al bagno”, ho pensato. “Idea”.

– Hai mica dei fazzoletti?

– Sì perché?

– Non vedi che deve asciugarsi le mani?

– Un momento che sto postando le foto.

– Non puoi farlo dopo? E dagli ‘sto fazzoletto.

– Arrivo, arrivo.

– Ila.

– Un momento.

– Sì, ma…

– Fatto. Dicevi?

– Niente (ormai si è asciugato). Ecco le altre, andiamo.

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Ho accompagnato Ilaria a sentire Carofiglio, e mi è anche piaciuto moltissimo. Ora ne sono certa, abbiamo pareggiato i conti.

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Ma di che cosa stiamo parlando?

27 settembre 2012

Di cosa parliamo quando parliamo di argomenti come “Democrazia”, “Uguaglianza dei diritti”, “Costituzione”, “Libertà di stampa e di espressione”? Un sospetto mi è balenato davanti agli occhi stamattina, facendomi cadere l’ultimo pezzo di frollino nel the -cosa che mi ha costretto a tirarlo su con un fastidioso inzuppo delle dita nel liquido bollente. Ahi-.

Due fatti, stranamente simili tra loro, che tengono occupate lingue e penne del Belpaese mi stanno seriamente, per così dire, “inquietando”.

Punto uno.

Gianrico Carofiglio intenta una causa (vedi qui: Ostuni-Carofiglio) per diffamazione all’editor Vincenzo Ostuni, reo di averlo offeso via web. Via web, un mondo (virtuale? Forse, ma di sicuro il nuovo media imperante) che ancora non è chiaro se debba essere regolato dalle stesse leggi che regolano la società civile.

Il “popolo” degli scrittori, in prevalenza, si indigna: Carofiglio non rispetta la libertà di stampa e di espressione e non solo, la sua iniziativa costituisce un pericoloso precedente (ma da Corradino Mineo a Rainews 24 vengo a sapere di un altro fatto, risalente al 1954, che sfociò in una condanna a Giovanni Guareschi “per aver diffamato a mezzo stampa sul settimanale ‘Candido’ Alcide De Gasperi”, ha ricordato il figlio. Un’altra epoca).

E la comunità (degli autori e, in genere, di tutti gli operatori dell’editoria) che fa? Indice una bella manifestazione (anzi, un flashmob, mei cocomeri) contro Carofiglio. Tutti contro uno.

Io questa cosa l’ho letta, forse superficialmente -ma ancora non avevo collegato con il Punto due-, in questo modo: lo scrittore amareggiato si è fatto forte di quella sua seconda competenza (su questo nulla da dire, viviamo nell’epoca della non-specializzazione necessaria, la flessibilità per la sopravvivenza), ha compiuto un gesto eccessivo, dettato dalla stizza, cha ha travalicato, prima ancora che il buon senso, o il rispetto dei principi liberali, il puro e semplice senso del pudore.

Se la questione si fosse fermata lì, anche il mio sdegno si sarebbe fermato alla stigmatizzazione di Carofiglio.

Invece, grazie al diminuendo del ricorso al confronto civile e leale -innescato e radicato dai vent’anni di Berlusconi(smo) che hanno messo in ginocchio le nostre coscienze per poter mettere in ginocchio l’intero Paese- invece dicevo, evidentemente incapace di cercare (non dico trovare, basterebbe solo l’impegno del cercare) soluzioni più efficaci, il “popolo” e ha compiuto una scelta facile facile e dal risultato garantito: Tutti contro uno. Ricorda certe aggressioni fasciste degli anni settanta, compiute magari in un vicolo cieco, in questo caso davanti alla Questura di Roma.

Fin qui, bazzecole. E quindi, finalmente, vengo al

Punto due.

La questione Sallusti. Ancora una volta mi tocca domandarmi: Di cosa stiamo parlando? Siamo sicuri di sapere qual’è il quid della questione? Certo che sto con Federica Sgaggio, quando con grande efficacia retorica, ma evidentemente toccata nel profondo, addita la porcheria perpetrata dalle colonne di un quotidiano a tiratura nazionale ai danni della Verità, e di un sacco di altri principi e diritti sacrosanti. Ma mica ci fermeremo qui, vero? Perché quello di tal Dreyfus è tutt’altro che il risultato di buono o cattivo giornalismo, adatto ad essere commentato e quindi eventualmente perseguito come tale. Si tratta, a tutti gli effetti, di una porcheria, e per di più di stampo diffamatorio. Una porcheria degna delle vomitate estemporanee di un blog di quarto o quint’ordine. Di livello, mi sento di dire, anche inferiore al mio.

Sì, d’accordo. Ma comunque, la condanna in Cassazione a 14 mesi di reclusione per diffamazione (del giudice tutelare di Torino Giuseppe Cocilovo, lo ricorderei: non della ragazza o dei suoi genitori, o di chiunque sia stato toccato dalle invettive di Dreyfus), in base a quale articolo di legge viene pronunciata?* In base all’articolo 595 del Codice Penale (“diffamazione a mezzo stampa”: Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516). Un articolo che diverse proposte di legge (bipartisan) hanno tentato di modificare, escludendo la carcerazione, e che così com’è si presta, come in questo caso, a facili strumentalizzazioni (e infatti, il magistrato che ha sporto querela ha così puntualizzato la questione).

In ciò sta il motivo principale della mobilitazione della stampa (l’esatto punto del ragionamento in cui mi è caduto il frollino), mentre del commento del comitato di redazione del Giornale “Per un reato di opinione in carcere un giornalista non deve andare”, dubito della rispondenza alla questione di principio… Anche perché il reato d’opinione -oggetto di una modifica al Codice Penale operata attraverso la legge n° 85/2006, “Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione”, approvata dal Governo Berlusconi III– non è pertinente, né coincidente con quello di “diffamazione a mezzo stampa“.

E mi è capitato di veder prendere forma un paio di considerazioni, la prima riguarda la categoria tanto vituperata (anche da me, e soprattutto nei bei tempi andati dell’impegno) dei giornalisti. I quali, per consuetudine alla verifica delle fonti, un loro dovere deontologico, in questa querelle ne escono meglio, a confronto con la categoria dei pensatori puri, dei dispensatori di cultura e anche dei blogger, in alcuni casi.

La seconda considerazione è che operazioni come quelle in corso, più che reazioni estemporanee, siano a loro volta una richiesta di reazioni. Mi spiego meglio. Nella negoziazione tra gruppi, eterogenei al loro interno, non sempre conviene mettere tutto al corrente di chiunque. Va necessariamente saltato qualche anello della condivisione democratica, se non si vuole che una discussione costruttiva sfoci nella lite condominiale, o nel consiglio di classe. È dura da mandar giù ma quando all’interno del gruppo hai anche degli emeriti caproni, per conseguire il bene comune, di alcuni passaggi devi per forza metterli a parte a cose fatte. E noi (quanti siamo diventati) 60 milioni di italiani anestetizzati e rincretiniti in massa, ci ritroviamo –a questo punto, mi tocca immaginare. Sbaglierò?- oggetto di un’azione a fini democratici, svolta secondo metodi massoni.

Se non sappiamo nemmeno sospettare manovre come queste, e sottrarci al battibecco che ogni pensiero costruttivo annichilisce, come possiamo pensare seriamente ad un risveglio di coscienze, a un cambiamento operato dal basso?

*) Franco Battiato – Uccelli

Per ricordare che la legge di Murphy è ciò che regola gli eventi in questa parte di universo, dopo il biscotto suicidatosi nel the bollente e mia conseguente ustione di secondo grado, mi si sono presentati nell’ordine: una pedalata scomoda a causa di una nuova ondata di caldo boia e l’uscita fuori sede della catena durante un discesone. Cosìcché mi sono presentata sul posto di lavoro sudata, lercia, e bisognosa di prendermela con qualcuno.

Ma ora sto meglio.

🙂

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*) Sono una principiante, meno male che chi legge è più sveglio di me. Il post qui pubblicato è alla seconda versione, modificato nella parte riguardante i reati di diffamazione a mezzo stampa. Chiedo scusa a chi, passando di qui, abbia già letto le imprecisioni della prima pubblicazione.


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