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Dicotomia n. 16 – Etica: Compromesso / Rigore

18 maggio 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 31 maggio 2013

 

L’illusione è una speranza senza compromessi.
Giovanni Soriano, Finché c’è vita non c’è speranza, 2010

Oggi non è il caso di rivelarne il nome, sarebbe un colpo per tutta la società. Ma ascoltatene la storia. Quel giorno sgranocchiava noccioline, un gomito appoggiato al bancone e la mano sotto la testa. Guardò in giro fino a soffermarsi sul proprio vestitino grunge. Troppo casual. Puntò i sandaletti e si vergognò: non uno smalto qualsiasi sulle unghie. La gente lì era tanto glamour e si farneticava. Ne aveva già vissuti tanti di sogni di cambiamento, tutto trasparente, chiaro, disteso, aperto e discutibile. Ovvio il naufragio per eccesso di utopia. Aveva sviluppato il proprio afflato etico per via delle vicende familiari. Amò sempre suo padre. Anche quando rivelò il trucco del compromesso. Se non avesse atteso quarant’anni a dichiararsi gay, non sarebbero venuti al mondo né lei né i suoi fratelli.

Erano altri tempi. Sacrificò la propria natura per anni ma poi scelse di andare a vivere felice col compagno. Sua madre se ne fece una ragione. Esempi come quello avevano cambiato il volto del paese dal quale lei partì un giorno per vivere in Italia. Pazienza e strategia, proporsi e ascoltare. Limiti elastici. Questa la lezione che non intendeva sprecare. Quando due tizi salirono sopra un tavolo, buttando giù stoviglie e stuzzichini, e urlarono: “Facciamo fuori i vecchi!” (scatenando applausi entusiasti) le apparve la sua faccia adulta e stanca riflessa nel bicchiere. Sapeva cosa fare. Uscita dal locale prenotò a un medico estetico interventi per rendere il suo aspetto più integrato. Dopo poco entrò di gran carriera nel Nuovo Sistema e prese a modificarlo dall’interno, andando lei per prima nella sua direzione. Voi non lo immaginate, ma è a lei che dobbiamo la prima presidentessa donna, il matrimonio gay, l’introduzione del salario minimo, e la serie di grandi innovazioni nella Costituzione, intervenute dal 2013 ad oggi.

Non era mai stato giovane per questo il suo rigore era pari al suo aspetto: tutto d’un pezzo e sempre con baffi neri! Sin da piccolo era stato un gran lavoratore e da adulto ancora per poter lavorare, costretto ad essere un “Leone di Mussolini”. Senza mai picchiare nessuno, con l’aspetto rigoroso dentro alla camicia nera, invece di impartire ordini lavorava credendo di far bene. Dopo la guerra chiusa indenne da partigiano che lavorava per il Partito, partì con sua moglie verso la nera Germania, si dice per ricostruirla. Lavorò duramente mandando marchi a casa per sfamare i figli, non più figli della Lupa, dei Compagni in rosso, ma tutti “cristian democratici” mantenuti da un gran lavoratore che aiutava i crucchi sfatti. Da li senza tornare a veder la nazione, parti per la Russia a coltivare campi di patate, sua moglie imparò anche il russo ma lui tutto d’un pezzo ne tedesco ne zarista, restò fermo sulle parole: lavorare con dignità! Da tornato italiano fece un mondo di mestieri, sempre bene, sempre con fatica, sempre per vivere: il pescivendolo; il venditore di bambole con la testa di porcellana; barattava filo da cucire con uova per cucinare; raccattava stoffe usate per far carta; cacciava le talpe per far pellicce da donna; al Porto trovava Ghisa, Ferro, Rame e Acciaio per rivenderlo; smerciava Caffè. Da vecchio con i capelli bianchi si tingeva solo i baffi d’un nero innaturale, tagliati non più grandi ne più piccoli per essere riconosciuto com’era un tempo. Visse tanto e a lungo raccontando che se non fosse stato un uomo coraggioso e rigoroso non sarebbe sopravvissuto. Quando arrivò il “rigor mortis” aveva già lasciato indicazioni perché le figlie scrivessero sulla sua tomba: Voglio essere ricordato precisamente per quel che ho fatto! Amen.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 15
Disegno di Fabio Visintin

Dicotomia n. 16 – Etica: Compromesso / Rigore (Su Cartaresistente)

31 maggio 2013

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L’illusione è una speranza senza compromessi

(Giovanni Soriano – Finché c’è vita non c’è speranza, 2010)

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[Continua a leggere su Cartaresistente]

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Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon
Disegno di Fabio Visintin

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La lezione anarchica di Carofiglio

6 febbraio 2013

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“Unless the bastards have the courage to give you unqualified praise, I say ignore them.”

John Steinbeck

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Gianrico Carofiglio
fotografato da Elena Fortunati

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Queste star. Arrivano in ritardo, disturbano gli altri senza farsi problemi, si danno arie, assumono pose. In effetti, dovrei iniziare a darmi una regolata.

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La mia amica Ilaria,  esimia giovane scrittrice, da quella volta di piazza Alessandria sembrava avermi perdonato. Sì, aveva manifestato una certa agitazione per la pubblicazione della nostra chiacchiera privata, ma poi si era ripresa subito. Anche perché le avevo giurato che non l’avrei più tirata in ballo. Mai più.

Era tornata rapidamente il solito zuccherino. Solare, spumeggiante. Eppure, subodoravo che covasse ancora, sotto sotto, un qualche risentimento.

E poi un giorno mi ha fatto: “Vieni a sentire Carofiglio”. Non era una domanda.

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Ho di queste paranoie, io. Che al mondo esistano persone con il chiodo fisso di servirmi vendette fredde, o tutt’al più a temperatura ambiente. Ci ho pensato giusto il tempo di leggere tutto d’un fiato Il passato è una terra straniera.

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***Instant Review***

Il passato è una terra straniera: un romanzo moolto bello.

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Ilaria, nativa pistoiese, si era presentata la sera prima ai gestori della libreria L’Argonauta tenendo tra le braccia svariate confezioni di castagnaccio, cecina, cioccolatini Catinari, più un pentolone fumante di orecchiette che sua mamma, compaesana della star, le aveva affidato con una strizzata d’occhio. Un po’ scomodi per la notte, mi ha confessato in seguito, ma i posti migliori in questo modo sono diventati nostri.

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Il giorno seguente, per mia ulteriore fortuna, Carofiglio si è calato nei panni del divo in modo molto più scafato di me che ho portato solo mezz’ora di ritardo, mentre lui ha lasciato parlare -benissimo, benissimo- Paolo Di Paolo per almeno il doppio del tempo (Era ampiamente previsto dal programma!, però si mormorava) prima di comparirci davanti. Intanto, avevo già risolto le questioni spicciole.

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Ho pure di queste fissazioni, io. Quando entro in un posto nuovo, lo devo misurare. Attivo il compasso che danno in dotazione all’occhio di ogni architetto (uno solo: costa un occhio della testa) e comincio mentalmente a calcolare, spanna a spanna, le dimensioni di un locale: lunghezza – larghezza – altezza. Però all’Argonauta ci avevo già passato qualche pausa pranzo, già le avevo prese le dimensioni che mi interessavano. Quello che mi incuriosiva era capire come (e perché) avessero potuto restringerla a quel punto, la sala che ricordavo tanto ampia, in occasione dell’incontro con Carofiglio.

Mi giravo verso destra, e valutavo che, a partire dalla fila dietro la mia, avessero preso posto una trentina di persone, comprese quelle disposte lungo il corridoietto rialzato che accompagna la libreria a parete. A sinistra, saranno state una quindicina, alcune in piedi. Impressionante, eravamo quasi tutte donne.

Silenzio, si comincia. A vostro beneficio, ecco le due o tre cosette che mi sono appuntata.

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Gossip autopromosso:

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– Le sue prime stesure sono brutte e piene di errori (come i Prigioni di Michelangelo, però, eh).

– Sa giocare a carte. Sa barare.

– Non ha mai fatto surf. Ma body surf, sì.

– Non farà più il parlamentare. Ma lo rifarebbe (se tornasse indietro).

– Non ha alcuna preclusione verso la scrittura “di intrattenimento” e i generi commerciali.

– “I critici letterari? Con tutto il rispetto…”

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Letture (alcune, e in ordine sparso):

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Raymond Carver, Niente trucchi da quattro soldi

Roberto Bolaño, 2666

Stephen King, IT

Mordecai Richler, La versione di Barney

Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni e Un anno sull’altopiano

Lawrence Block, la saga dell’investigatore Matthew Scudder, ma solo i primi volumi

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Demone guida della scrittura:

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Perseguire la Verità nella finzione letteraria, sulla falsariga di Kafka che nel racconto La Metamorfosi ha messo a nudo il rapporto con il proprio padre molto più di quanto non abbia fatto nella Lettera al padre.

Non è etico scrivere come se si giocolasse (per chi non lo sapesse:

giocolare
[gio-co-là-re] (giòcolo)
v.intr. (aus. avere)
1 raro Fare giochi di agilità e di destrezza: saltimbanchi che giocolano sulle piazze
2 raro Giocherellare, trastullarsi, gingillarsi: mentre studia giocola con la matita)

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Una domanda senza risposta:

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La letteratura può avere un ruolo etico? Nel cercare di rispondere ci si inoltra in pensieri circolari. Attenzione: Parlare di etica della scrittura non equivale a parlare di letteratura etica. Spesso l’ideazione letteraria è funzionale a trasmettere le proprie idee. Ma pensare a una letteratura con un ruolo etico, in cui la creazione sia assoggettata a una particolare idea del mondo, è pericoloso. Una premessa etica di contenuti e di obiettivi, dà un risultato meccanico e contrario alla ricerca della verità.

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Una risposta, una:

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La scrittura ha un’etica anarchica che ha però ben chiara l’idea che bisogna dire la verità, senza furbizie, usare le parole giuste, e non più di quelle che servono. Ognuno di noi ha le sue idee e la sua visione ideologica più o meno consapevole con la quale guarda al mondo. E che con ogni probabilità interferirà con il racconto, romanzo o poesia che scrive. Ciò è anche apprezzabile, se è il risultato della ricerca narrativa ma non se ne è la premessa.

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Finito l’incontro siamo andate ad aspettare le altre ragazze in strada. Ci siamo passate foto e video con Whatsapp, e la mia amica ha cominciato a caricarle su facebook dal telefono. Nel mentre, la gente se ne andava alla spicciolata, e davanti alla libreria si formava un piccolo capannello che attendeva Carofiglio. Lui è uscito a testa bassa, sgrullando vistosamente le mani. “Saranno finite le salviette al bagno”, ho pensato. “Idea”.

– Hai mica dei fazzoletti?

– Sì perché?

– Non vedi che deve asciugarsi le mani?

– Un momento che sto postando le foto.

– Non puoi farlo dopo? E dagli ‘sto fazzoletto.

– Arrivo, arrivo.

– Ila.

– Un momento.

– Sì, ma…

– Fatto. Dicevi?

– Niente (ormai si è asciugato). Ecco le altre, andiamo.

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Ho accompagnato Ilaria a sentire Carofiglio, e mi è anche piaciuto moltissimo. Ora ne sono certa, abbiamo pareggiato i conti.

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